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venerdì 29 novembre 2013

Il cliente illuminato. Comportamento, amici, letture e guru del cliente sospeso tra Sai Baba, Zen, tappetini per lo yoga e il Dalai Lama!

Prima di lavorare in libreria ignoravo l'esistenza di questa categoria: il cliente illuminato.
 Il cliente illuminato è il frutto di un'anomalia sociale nata probabilmente con Sai Baba e i Beatles, i viaggi in India, le canne e l'amore panteistico in abiti gipsy, che ha subito una potente virata di stile e intenti nei mai abbastanza dannosi anni '80-'90 grazie all'influsso della New age. La commercializzazione estrema ha trasformato la fricchettonata dell'amore panteistico in un calderone di spiritualità a portata di carta di credito e contante spalancando il vaso di Pandora della cristalloterapia, Yoga, erbe medicamentose, medicina alternativa e chi più ne ha più ne metta
 Gli anni duemila hanno introdotto il grande mondo della sostenibilità, del green e di una vaga consapevolezza. Sarà la crisi, sarà l'11 settembre, saranno tante cose che di sicuro una barca di sociologi veri avranno studiato in lungo e in largo, ma alla cristalloterapia si è aggiunto un settore teoricamente più serio e dal nome altisonante: le filosofie orientali.
 Il vero cliente illuminato odierno ha un profondo interesse per tutto ciò che ha le parole zen e buddista dentro. Non dovete immaginarvi un Hare Krishna o un fricchettone coperto di yuta davanti all'ennesima biografia del Dalai Lama, il cliente illuminato è sempre quell'ex appassionato di New Age degli anni '90.
 Veste perciò abiti civili pure quando è appena uscito dalla sessione di yoga e ha un tappetino rosa in braccio accanto alla borsetta di Louis Vuitton, in alternativa porta in coppia il borsone del cambio di Get Fit con la ventiquattrore.
 Il cliente illuminato raramente ha qualcosa a che vedere col cliente equo-sostenibile, di solito è donna, ma ci sono anche molti uomini che, al contrario del gentil sesso hanno un gusto personale più spiccato e brancolano meno del buio dei consigli di amici e parenti già illuminati da tempo.

Tipica espressione della
tipica amica.
 Nel COMPORTAMENTO abbastanza neutro del cliente illuminato ci sono due tratti ricorrenti.
L'amica. Qualsiasi cliente illuminata ha un'amica in genere non illuminata che però la asseconda con forza. A Roma immagino che le facce dell'amica compiacente sarebbero se non altro parlanti (Del tipo "Credi veramente a quello che mi stai dicendo??"), ma qui al nord dove regna l'educazione stucchevole, per l'amica della cliente illuminata si spalancano le porte del teatro nazionale. E' un'intera performance del "E' incredibile!" "Devo leggerlo!" "Ma certo, tu sei sempre stata così profonda!". Tale partecipazione appassionata è in genere seguita da un acquisto forzoso. L'amica illuminata non può infatti accettare che l'altra esca dalla libreria senza aver comprato almeno un Sutra. Fortunatamente per l'altra i libretti dei sutra vengono sui due euro, l'amicizia è salva, il portafoglio pure e tutti sono felici.


L'altro tratto ricorrente è la mania, in genere maschile, di ritrovare l'illuminazione nei libri che della gente a caso sta innocuamente leggendo sui mezzi pubblici. Immagino che il cliente interpreti una copertina che lo colpisce come un segnale divino, un inoppugnabile impulso del kosmo che gli sta dicendo: "Se mi leggerai ti darò la risposta a tutti  tuoi problemi".
 Peccato che il 95% della volte il cliente non prenda nota del messaggio divino e ti spieghi solamente, ispirato, "Un ragazzo in metropolitana aveva un libro arancione, in copertina c'era una donna che piangeva in una foresta con un cane e sono sicuro che nel titolo c'era la parola AMORE". E che, voi non siete in grado di ritrovare un libro tramite questi schiaccianti indizi??

Ma eccole le letture più comuni del cliente illuminato.

DAISAKU IKEDA:
Allora, siccome non ne capisco nulla di Buddismo, eviterò di infognarmi in pericolose facilonerie. Tutto quello che so di Daisaku Ikeda me lo hanno insegnato i clienti:
 A) Pubblica praticamente solo con la casa editrice Esperia.
 B) E' una sorta di capo della Soka Gakkai.
 C) La Soka Gakkai non viene considerata dai VERI buddisti vero buddismo e non so quante volte ho dovuto ascoltare le lamentele del buddista purista che mi rimproverava di aver infilato Daisaku Ikeda vicino  al "Libro Tibetano dei morti".
 Non so cosa sia, non lo voglio nemmeno sapere, tenetemi fuori da questioni di ripicche religiose per favore.
 Per il resto so che vende tantissimo e i suoi seguaci sono dei grandi appassionati di gadget religiosi, ma del resto un cattolico che critica un buddista per la sua passione per gli incensi e le campane, è un po' il bue che dice cornuto all'asino. Prima di criticare l'altarino buddista nelle case degli altri, guarda la collezione di statue con l'acqua di Medjugorie in casa tua.

DALAI LAMA e OSHO:
Manco maestro Miyagi aveva
questo sguardo.
Il Dalai è una certezza. Prima dell'avvento di Papa Francesco, grazie all'aspetto arcigno di Ratzinger era il leader religioso più pacioso e amato, ora la sua stella si è un po' offuscata, ma certo non il suo iperattivismo. Il pacioso uomo invita all'amore, alla felicità e ultimamente anche all'intelligenza emotiva  grazie ad un sodalizio con Goleman, altro riconosciuto guru del reparto di psicologia.
 Del Dalai voglio ricordare la (per me) assurda copertina di  "L'arte della pace interiore". A occhio la penombra della tempesta perfeta che lo avvolge mi pare opera di Annie Leibowitz. In ogni caso gli conferisce un certo stridente tono apocalittico.
 Osho invece viene ovviamente posto un gradino più basso sotto al Dalai, e ha un pubblico molto più ampio. Quello che mi chiedo sempre è quando ha trovato il tempo di scrivere così tanto nella sua travagliata vita. Tutte le volte mi rispondo che è sempre meglio non indagare. Non me ne vogliano i suoi seguaci, ma le sue frasi circonvolute sull'amore e la pace cosmica infestano così tanto i social network da rendere ormai difficile la distinzione tra una sua frase e una di Fabio Volo.
 "Se l'amore diventa profondo, resti in silenzio perché le parole ti sembrano inutili".
 Chi l'ha detto?

LO ZEN:
Lo zen è buono per farci tutto. Dalla corsa alla manutenzione della motociclcetta, dal tiro con l'arco all'innamoramento, meditazione, interpretazione degli uccelli, pulizie ed esercizi. Lo zen è fuori e dentro di noi. Grande best seller del Natale scorso fu il "Manuale di pulizie di un monaco buddista" che vende molto anche adesso. Solo che se alcuni libri sono anche profondi (a me sono piaciute molto le "101 storie zen"), di molti altri stento a comprenderne la differenza col megalibrone "Un corso in miracoli" e con tanti spaventosi manuali di leadership. 
Si tratta sempre di queste perle di due righe messe al centro della pagina coi consigli che sembrano quelli della vicina di tua nonna solo non in dialetto:
 "Copriti bene, non sai quando arrivano le intemperie della vita"
"Oggi piangi, ma domani non puoi sapere se riderai"
 "Se ti senti solo siediti e contempla un pesco, l'amore del mondo fluirà dentro di te"
"Se le cose vanno male stai fermo e aspetta".
 (Ovviamente non sto criticando il vero zen, ma l'uso bulimico che ormai se ne fa).

LO YOGA:
Un vero cliente illuminato pratica Yoga e ci tiene a farmelo sapere. A parte il succitato tappetino, talvolta di lancia in descrizioni della sua ultima sessione e dei suoi immensi benefici. DEVI farlo anche tu: i tuoi muscoli si stireranno, la tua mente sarà libera e brucerai tantissimo anche da ferma. Non ne dubito, come non dubito che mi farebbe benissimo, ma se dovessi seguire i consigli sportivi di tutti i clienti sarei una campionessa di centathlon moderno. Non paghi di praticarlo, i clienti vogliono anche capirlo e ti chiedono consigli: come mai non sai spiegargli da dove nasce lo yoga, chi lo ha inventato, quando e perchè? Come mai non sai la cronistoria ragionata di tutti i maestri? E' nato in Cina, India, Tibet o in nessuno di questi luoghi? Il libraio wikipedia che non sa rispondere viene fissato con riprovazione, ma grazie a dio, in genere, c'è sempre un collega illuminato a cui rigirare il questuante.
La voglia di seguire i suoi yogheschi consigli (e di metterti a leggere "L'autobiografia di uno Yogi") ti sono già passati. Che ce frega del tappetino noi c'avemo il divano.

 Ovviamente sono esclusi da questa mia disanima i veri clienti illuminati, i quali in genere, appunto perché lo sono, sanno già cosa cercare e non vengono a chiederti improbabili biografie. Al massimo si lanciano in commenti altezzosi su strane presenze libresche nel settore o ti fissano perplesso quando osi proporgli una versione de "Il sutra del loto" che è evidentemente non integrale.
 In genere non sono compassionevoli e panteistici con te. Ti guardano perplessi e stizziti e se ne vanno, Di sicuro in una libreria specializzata.

mercoledì 27 novembre 2013

Libri da leggere prima dei trenta. Da Tolkien alla trilogia di Calvino, da Harry Potter a Salinger i tomi che sarebbe meglio leggere prima di passare la fatidica soglia di non ritorno.

Per chi si fosse perso il perdibilissimo film, si tratta
di un'immagine de "Il ritratto di Dorian  Gray".
In questi giorni di assoluto (per me) caos, ho scovato su fb un post molto carino: cose che provano che sei terribilmente vicino ai 30 anni.. Con mio sommo orrore mi sono resa conto che vengo colta in fallo in quasi tutti i punti (quelli che eludo sono principalmente cose di cui non me ne è fregato nulla). Che fossi sulla soglia dell'età adulta me ne ero resa conto già l'anno scorso, quando ad un Capodanno ad Amsterdam a fare mille pazze pazze follie con l'amica fricchettona che ognuno di noi ha, ho preferito Siena con tanto di abbontante visita ai monumenti. Il momento in cui preferisci una città d'arte ad un ostello con camerate da sedici, ubriacature moleste e notti deliranti, è il sintomo più chiaro che l'età adulta sta arrivando.
 Qualche tempo fa su anobii avevo avuto una discussione con un ragazzo di 16 anni che non era concorde con la mia recensione di un libro, gli dissi che a mio parere non poteva essere obiettivo perché non aveva l'età giusta per capire. Se la prese malissimo perché pensò che lo trattassi da cretino (io alla sua età avrei fatto la stessa cosa), ma è una questione di cui sono convinta: certi libri, certe canzoni, certi argomenti li capisci e li apprezzi solo se capitano all'età giusta.
 Se leggi troppo presto un libro non lo capisci fino in fondo, se lo leggi troppo tardi è ancora peggio perché hai perso il sacro momento e non tornerà più.
Io non sono della scuola di Giorgio Faletti, le cui parole, poste dietro alla sua ultima umilissima biografia "Re Giorgio" recitano: "Mi sento un ragazzino. Sul mio epitaffio scriveranno qui giace Giorgio Faletti, morto a 17 anni. Ho tanta energia e voglia di mettermi in gioco. Non ho paura di rischiare." 
 Questi sessanta-cinquanta-quarantenni che si sentono tanto ragazzini sono secondo me la rovina del mondo. Se hai 40 anni devi sentirtene 40 e non vuol dire che ti senti vecchio, ma che sei una persona che si comporta, pensa, cresce e legge come un quarantenne, altrimenti è un attimo che mentre gigioneggi in giro surfando come un diciottenne, il mondo fallisce.
 Vabbeh, tutto questo per dire cosa? Che ci sono dei libri che, se siete prima della fatidica linea di demarcazione dei 30 anni dovete assolutamente avere GIA' letto. Dopo, fidatevi di me, sarà troppo tardi. Ma andiamo a vedere i casi più comuni.

IL GIOVANE HOLDEN:
Il giovane Holden fa parte di quei libri che sarebbe meglio leggere prima dei 25 anni addirittura, dopo se ne apprezza la scrittura, ma certo non il contenuto. I romanzi di formazione danno il meglio di loro se sei ancora dentro alla fase di trasformazione (anche se ritieni che non ti riguardi o non te ne rendi conto), altrimenti rischi persino di cadere nella trappola del vegliardo che giudica il protagonista. "Eh, figlio mio, ma pure te, non lo capivi che il professore ci stava a provà?" "Ragazzo mio, ma tutti questi problemi dai a tua madre con le disgrazie che ha avuto?". 
 Il romanzo di formazione contiene anche un errore inverso: leggere troppo giovani un romanzo di formazioni future.
 Lessi anni fa, inconsapevolmente, "Solitudini imperfette" di Andrea Mancinelli. Dovevo rendermi conto che era un errore sin dalla copertina con un triste spazzolino abbandonato nella penombra. Una tragedia in cui un fresco trentenne fa tutto quello che ci aspetta da lui nella Milano da bere: il manager, tanto sesso, tanti aperitivi e tanti rimpianti. Ah, se non mi fossi lasciato sfuggire l'amore della mia vita! Ah, se non fosse morto il mio migliore amico! Una Caporetto dei trent'anni in piena regola. Appena chiuso, speravo che per me non arrivassero mai, anche se l'unica alternativa era la tomba.

HARRY POTTER:
Ok, lo so, ci sono diverse correnti di pensiero al riguardo, ma secondo me Harry Potter va sicuramente letto prima dei trent'anni. Alla stregua de "Il piccolo principe" sta diventando una di quelle saghe feticcio del cliente che non smette MAI di sognare. Se ritenete a 40 anni che il vostro libro preferito sia "Harry Potter e la pietra filosofale" c'è qualcosa che non va e non perché non mi piacciano strillettere e caramelle tutti i gusti più uno. Harry Potter è il classico libro senza sottotesto: vuole significare solo ciò che è. Ha tanta fantasia, ma nessun messaggio particolare. Sì, il bene vincit omnia, Harry Potter sopravvive grazie all'amore di sua madre e l'amicizia è il vero collante della vita, ma queste sono verità assolute che valgono solo se hai meno di una certa età, dopo sai benissimo che non è così e certo non perché di colpo diventi cinico. Minerva McGrannitt non ha problemi sentimentali e manco una vita privata e non è nemmeno la metafora di un sentimento o di un'idea superiore. Hermione Granger si sposa col suo migliore amico e diventa un pezzo grosso del ministero della magia, non ha intralci nel suo luminoso cammino. Harry ha una cotta della bandiera per Chang prima di accasarsi in via definitiva a 18 anni. Voldemort è kattivo perché aveva un problema col padre e perché era kattivo, ma non ha una vita interiore di nessun genere.
E', manco a dirlo, un libro per bambini al massimo ragazzi (sono pure generosa a metterlo prima dei 30, andrebbe letto prima dei 20).

LA TRILOGIA DI ITALO CALVINO:
E' INDISPENSABILE leggerla prima dei trenta. Non perché Calvino non sia bello dopo, Calvino è bello sempre. Semplicemente non ci si può appassionare con lo stesso struggimento, partecipazione e convinzione alle tre storie allegoriche. Qui c'è il sottotesto che manca ad Harry Potter, ma è un sottotesto che si può apprezzare pienamente solo prima che la vita venga a convincerti che no, le cose non funzionano proprio così. Puoi forse capire la magia della frase che tutti gli adolescenti vittime delle letture scolastiche (di cui io sono una fervida sostenitrice) si sono prima o poi scritti sul diario: "Certe volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane"?
 No, un trentacinquenne non può più (può rimpiangere di non averlo fatto prima) e in realtà neanche il sedicenne col diario capisce le tanti sottili metafore de "Il barone rampante" apocalittica metafora su chi è disposto a modellare pervicacemente la propria vita secondo un'idea o una vocazione inoppugnabili. Quanti ci riescono? Quanti anni si hanno a disposizione per non leggere "Il barone rampante" con la spinta a voler fare sempre meglio, a seguire le proprie convinzioni, a fronte del tempo sterminato che ci resta per rimpiangere di non averlo fatto?

IL SIGNORE DEGLI ANELLI:
Ecco papabili risultati di una tarda lettura di Tolkien.
In verità "Il signore degli anelli" è un libro che va maneggiato con cura. Sarebbe meglio leggerlo prima dei trenta perché si è ancora abbastanza lucidi da prenderlo per quello che é: un libro di fantasia. 
 Dopo una certa età, quando si è ormai disposti ad attaccarsi a tutto pur di trovare un senso alla propria vita, rischia di diventare una guida per l'esistenza per più di una persona. I casi clinici al riguardo possono diventare due: il nerd in età avanzata o l'uomo (principalmente son uomini le vittime) convinto che Tolkien ne sappia più della Bibbia.
 Il Nerd in età avanzata, convinto che debba trovare una passione che dia una sferzata di energia alla propria esistenza, se non si dà all'oratorio può trovare grandi alternative nel grande mondo degli appassionati del fantasy, una congrega di cui parlerò, aperta e criptica al tempo stesso, che parla solo nel linguaggio cifrato dei giochi di ruolo. Se un trentacinquenne legge Tolkien e in contemporanea un suo amico gli fa conoscere Dungeons&Drangons è un secondo che inizierà a cadere in un vortice che implicherà "Il trono di spade" (altro grande portale per entrare nel mondo degli old nerd), "Star Trek", "Star wars", modellini per giocare a Warhammer e vestiti per picchiarsi nei boschi vestiti da elfo.
 L'uomo convinto che Tolkien ne sappia più della Bibbia, mantiene invece un comportamento più composto, ma rischia di citarti il sommo nelle occasioni più imprevedibili, per poi scuotere saggiamente la testa quando cerchi di comunicargli che, passi "Il signore degli anelli", ma "Lo Hobbit" è davvero un libro per bambini.
 Stolti, siamo solo degli stolti ai suoi occhi.

 E voi? Ritenete ci sia qualche libro da leggere assolutamente prima dei trenta? Comunicatemelo che inizio a darmi da fare!

giovedì 21 novembre 2013

Piccoli libri per piccoli tragitti. "Lo zen nell'arte della scrittura" di Ray Bradbury o anche la gioia dello scrivere e il tradimento dei libri.

 Non so se la rubrica diventerà settimanale, ma insomma questa settimana ho un piccolo libro per un piccolo tragitto da consigliarvi ergo ve lo consiglio. Non so se vi addentrate mai nella magica sezione di scrittura creativa, prima di lavorare in libreria io lo facevo raramente perché ho sempre pensato che: A) Tanti consigli finiscono per confonderti/influenzarti- B) Non penso che possa realmente esistere un manuale di scrittura creativa. A mio parere o sai scrivere o non lo sai. Anche se, vista la quantità di porcherie che giungono giornalmente, mi rendo conto che la facoltà di discernimento e l'autocritica non sono di questo mondo.
 Da quando lavoro nel sacro luogo invece, mi sono resa conto che nella sezione di scrittura creativa ci sono effettivamente dei manuali, ma soprattutto è infarcita di piccoli, incantevoli libri che ti spacciano come consigli di grandi scrittori, quando sono solo raccolte di articoli e saggi che nel corso della loro vita tali sommi hanno scritto a proposito della propria carriera.
 Nella massa ho trovato questo bellissimo libretto di Ray Bradbury edito dalla DeriveApprodi: "Lo zen nell'arte della scrittura". Ok, sono d'accordo con chiunque provi orticaria, disgusto e ribrezzo per qualsiasi libro si intitoli "Lo zen e l'arte di fare qualcosa". Ormai con lo zen ci puoi fare tutto, le pulizie, innamorarti, scalare una montagna, cucinare un uovo. Lo zen è fuori e dentro di noi. 
 Tuttavia devo scagionare il curatore dell'edizione italiana: non è stato lui ad inventarsi il titolo per far alzare le vendite, "Lo zen  nell'arte della scrittura" è proprio il titolo di uno dei saggi contenuti in questa raccolta del caro Ray. Se mi si permette peraltro, il più brutto. Dal mio punto di vista infatti, la scrittura non ha proprio nulla di zen, anzi, è un continuo affannare, arrabbiarsi, cercare e sentirsi ora felici ora frustrati. Ma Ray ha sicuramente più ragione di me.
In questo piccolo libro Ray Bradbury fa secondo me una cosa da vero scrittore: è sincero senza smantellare il mito. Io gli scrittori che mi dicono che è tutta fatica e tecnica e il talento c'entra fino ad un certo punto non li capisco. Sembra che facciano i servi della gleba, tanto che ti viene da dirgli, guarda falla finita con questa sofferenza e molla la penna, il pc o qualunque cosa usi per scrivere e vai a fare l'ingegnere. La gioia infatti è uno dei caposaldi del mestiere di scrivere di Bradbury, per lui chiunque non la provi è un falso scrittore

"Ho sempre cercato di scrivere la mia storia. Dategli un'etichetta, se volete, chiamatela fantascienza o fantasy o mistery o western. Ma, nel profondo, tutte le buone storie sono un solo tipo di storia, la storia scritta da un singolo uomo e dalla sua verità individuale. [...] Com'è che uno si dà per vinto? Perchè sceglie degli obiettivi incoerenti. Perché vuole la fama letteraria troppo presto. Perchè vuole guadagnare troppo presto"

 Tutte problematiche che affliggono tanti pseudoscrittori (anche di successo) di adesso. Siamo pieni di giovani prodigi che non si ripetono, di libri con trame vergognose, di guizzi magari d'inventiva che si perdono nell'inesperienza. Anche secondo me non c'è per forza bisogno di essere un enfant prodige. Ci può volere del tempo a trovare la propria storia.

"Nel corso del mio ventesimo e ventunesimo anno di età, ho girato intorno a mezzogiorni estivi e a mezzanotti di ottobre sentendo che nelle stagioni chiare e in quelle scure ci doveva essere qualcosa che ero veramente io. L'ho trovato infine, un pomeriggio. Avevo allora 22 anni"

La storia che iniziò a rendere Bradbury (secondo le sue testuali parole) un vero scrittore fu infatti "The Lake", scritto a 22 anni. 

"Scrissi il titolo "The Lake" sulla prima pagina di una storia che sarebbe finita due ore più tardi. Due ore dopo ero seduto alla macchina da scrivere sotto un portico al sole, con le lacrime che cadevano dalla punta del mio naso e i capelli dritti sul collo."

Per dieci ininterrotti anni, Bradbury aveva inseguito una buona storia. Il suo metodo di lavoro era la continua riscrittura settimanale di un racconto che abbozzava di Lunedì. Indefessamente provava e provava, senza perdersi d'animo, poi un giorno venne "The Lake". 
 Altra genesi interessante è quella dello splendido "Fahrenheit 451", raccontata nel saggio "Investire gli spiccioli" parla invece delle mille distrazioni che uno scrittore con una vita familiare e sociale non infelice deve affrontare per costringersi in casa a scrivere invece di scorrazzare per il mondo.
 "Non lo sapevo, ma stavo letteralmente scrivendo un romanzo da quattro soldi. Nell'estate del 1950 mi costò 9 dollari e 80 cents scrivere e terminare "The fire man" che più tardi sarebbe diventato Fahrenheit. 451"

Tentato infatti dal continuo giocare con le due figlie piccole, Bradbury si chiudeva nella sala dattilografia della biblioteca dell'Università della California, lì noleggiava una macchina da scrivere per mezz'ora e poi scriveva come un pezzo per far rendere al massimo il suo investimento. In capo a poche settimane il capolavoro che tutti conosciamo era tra le sue mani.
 C'è poi il capitolo dedicato alla lettera di un prestigioso ammiratore, un curioso articolo sul suo odio verso i paesaggi irlandesi (li detestava), un'immaginaria Repubblica di Platone robotica in cui una generazione di ragazzi e bambini convince bibliotecari e professori a leggere Asimov e a nutrirsi di fantascienza.
 Poi, cita un lungo pezzo di "Fahrenheit 451", il momento in cui Montag, il pompiere, entrando in casa del suo capo Beatty, scopre che è piena di libri. Ne domanda le motivazioni, sconcertato, e Beatty gli risponde che lui possiede quei libri, ma non li legge, li lascia morire, perché loro lo hanno tradito.

 "Io i libri li ho mangiati come l'insalata, i libri sono stati il mio sandwich a pranzo, il mio pasto, la mia cena e il mio spuntino di mezzanotte. Ho strappato le pagine, le ho mangiate col sale, le ho condite con salsa piccate...E poi..."
 E Montag, prontamente, "E poi?"
"Beh, la vita mi è venuta addosso". Il capo dei pompieri chiude gli occhi per ricordare. "La vita, la solita, la stessa. L'amore che non era proprio quello giusto, il sogno che si è inacidito, il senso che andava a pezzi. La morte che è andata troppo presto dagli amici che non lo meritavano, l'omicidio di qualcuno o di qualcun'altro, la pazzia di qualcuno vicino, la morte lenta di una madre, il suicidio improvviso di un padre, una carica di elefanti, un attacco di malattia. E da nessuna parte, da nessuna parte quello giusto per quel momento, da infilare nel muro pericolante della diga che crolla per mandare indietro il diluvio, dare o prendere una metafora, perdere o trovare una similitudine. E al confine lontano dei trenta e vicino all'orlo dei trentuno, mi sono tirato su, tutte le ossa rotte, ogni centimetro della mia carne scorticato, ammaccato, sfregiato. Mi sono guardato allo specchio e ho trovato un vecchio perso dietro la faccia spaventata di un giovane, ho visto l'odio per tutto e per tutti, così lo chiami tu, che vada in malora, e ho aperto le pagine dei libri della mia bella biblioteca e cosa ho trovato? Cosa? Cosa?"
Montag suppone "Le pagine erano vuote!"
"Perdinci! Vuote! Oh, c'erano le parole, sì, sì, ma correvano sui miei occhi come olio bollente, non significavano niente. Non davano nessun aiuto, nessun sollievo, nessuna pace, nessun rifugio, nessun vero amore, nessun letto, nessuna luce."

 Scusate la lunga citazione, ma era incantevole e la sento particolarmente adatta a queste giornate, per me, un po' difficoltose. In ogni caso il libro è incantevole e dimostra che per fare lo scrittore la prima cosa che serve non è la fatica, ma la gioia di scrivere.
 Leggetelo leggetelo leggetelo (e fatemi sapere!).

lunedì 18 novembre 2013

Libri da sala d'attesa. Le infide caratteristiche dei libri scelti per prolungate attese e i consigli (non richiesti lo so) per evitare le loro astute trappole!

Per varie e numerose ragioni, in questi giorni mi trovo a dover annegare tra mille faccende burocratiche.
Disegno di Norman Rockwell.
 In Italia l'equazione al riguardo è molto semplice e sempre la stessa: faccenda burocratica=ufficio e ufficio=ore e ore e ore di attesa. Sin dalle superiori, come il resto della cittadinanza, mi sono trovata ad attendere una quantità di tempo a dir poco imbarazzante in sale d'attesa varie ed eventuali. Nei miei ricordi i due casi più spaventosi risalgono ad un malauguratissimo certificato di sana e robusta costituzione del liceo, per cui collezionai di seguito quattro ore dal medico e altre tre in posta. Un evento così epico, da rimanere impresso a fuoco nella mia memoria. Non so se ci fosse una pandemia, il ritiro della pensione, l'ici in scadenza o che altro, fatto sta che riuscii a terminare il terrificante "La città della gioia" di Dominique Lapierre rimanendo poi a fissare il soffitto per un tempo imprecisato.
 Cosa si fa infatti quando si sa di dover attendere per ore in un punto? In genere ci si arma di un libro, il quale, subdolo prontamente ci tradirà.

 CARATTERISTICHE TIPICHE DI UN LIBRO SCELTO DURANTE UNA PROLUNGATA ATTESA:  

Libro evidentemente non
da sala d'attesa del dentista.
1) L'argomento principale si rivela essere proprio quello che, per questioni di tatto/crisi d'ansia, non dovrebbe essere toccato in quella circostanza specifica. 
 Se state aspettando di farvi visitare dalla ginecologa, come minimo la protagonista del vostro presunto romanzo d'amore prenderà le febbri puerperali e il marito amorevole si rifarà una famiglia con l'amante ventenne di origine francese (se vi ricorda un film specifico avete ragione).
Se siete il cinquantesimo in lista per l'esame di sociologia, gli studenti goliardici e beoni del vostro libro fino a quel momento super spassoso, non solo non passeranno più un esame, ma perderanno la borsa di studio e finiranno per dover rinunciare agli studi dandosi ai più biechi lavori (poi uno di loro farà immancabilmente lo scrittore e si risolleverà dalle tristi sorti, ma per gli altri non c'è speranza). Lui sa dove colpirvi dove fa più male, non avete scampo.

 2) La pallosità. Se, esperti della malevolenza libresca, avrete cercato di virare sul sicuro evitando romanzi con una qualche attinenza al reale, puntando a storie fantasy, vampiresche e classici vari, puntualmente beccherete l'unico libro della saga o della sterminata produzione letteraria dello scrittore-monumento che è praticamente illeggibile. Prendiamo appunto "Gli eredi di Shannara" di Terry Brooks. Già non amo come scrive e trovo che le sue trame siano scopiazzate un po' in giro, figurarsi cosa può essere un tomo che non ha ragione di esistere. Nel tentativo, infatti, di allungare quanto più possibile il brodo, ha scritto un libro di esclusiva preparazione ad una nuova (per lui danarosa) saga. Non succede nulla se non introdurre i personaggi e montare le trame. Una cosa del genere ha ragione di esistere? Certo, per l'unico motivo di essere proprio il fatidico libro che sceglierete per tediarvi sull'infinito e immondo intercity Milano-Roma. Otto ore soli col nulla.
 Altra possibilità è che siate le uniche persone a cui il libro dell'anno, quello che TUTTI, pure la persona col 99% di compatibilità su Anobii vi ha consigliato, faccia schifo e pietà. E' un caso comune ed in genere è pure più frustrante degli altri perché: a) In genere quel libro specifico l'avete comprato e non preso in prestito. b) Non vi capacitate che proprio voi siate gli unici a non coglierne la profonda bellezza.

Con l'Ulisse di Joyce dovreste
andare sul sicuro.
3) Il libro è troppo corto. Vuoi che tutti gli anziani della città abbiano l'influenza lo stesso giorno in cui ti trascini a fare il certificato medico, vuoi che quel giorno all'anagrafe i computer abbiano un problema letale che li rallenta mortalmente, l'attesa che credevi dovesse durare al massimo mezz'ora si dilata all'infinito. Così, quel libretto corto corto che avevi portato per non caricarti di troppo peso o quell'infinito tomo di cui ti mancavano solo le ultime cinquanta pagine, finiscono prima di subito. E', se vogliamo, una legge di Murphy della libreria applicata al lettore. Anche qui ho il mio esempio personale. Fidando di dover solo ritirare una ricetta, avevo portato con me "Il dio delle piccole cose", mi mancava l'ultimo capitolo. Praticamente ho fatto in tempo a rileggerlo e, come si sa, rileggere un libro che hai finito il giorno stesso non è che sia il top della vita.

CONSIGLI A CHI DEVE PORTARSI UN LIBRO PER UNA PROLUNGATA ATTESA: 
Ormai esperta di lunghi viaggi in treno, posso con certezza darvi queste direttive al riguardo.
 Innanzitutto, portate con voi uno di quei libri che DOVETE leggere (perché è un classico immortale, perché l'ha scritto il vostro vicino di casa che l'ha pubblicato con ilmylibrostupendo.itte e attende la vostra recensione, perché avete un esame tre giorni dopo e state rimandando da mesi la sua ostica lettura). La mancanza di un wi-fi decente e di un modo per distrarsi favoriranno oltremisura l'arduo compito.
In verità il libro non parla degli
 amorazzi di Kant, ma rende bene
 l'idea.
 Seconda possibilità: armatevi di un libro del vostro scrittore favorito di cui avete centellinato l'opera nel timore che finisse. C'è sempre qualche opera minore da saccheggiare. Può dirvi male (come ha detto male a me con le ultime edizioni di Mishima), ma al 90% vi dirà bene. Certo la bibliografia del vostro SOMMO personale si sarà assottigliata, ma per una buona causa. 
Terza possibilità: le biografie. Non a tutti piace la saggistica, ma a chiunque piace farsi i fatti degli altri. E' statistico e matematico, anche se molti potrebbero giurare sulla testa dei propri parenti che così non è. Le biografie, se ben scelte, possono catapultarvi in un altro mondo, epoca, pensiero e forma mentis in poche rapide mosse. Ce n'è per tutti i gusti, gli amanti di robe militari possono calarsi nelle vesti di Napoleone, le leziose signore in quelle della principessa Sissi e chi ama il torbido inganno in quelle dei Borgia. Chi ama il cinema può saccheggiare pettegolezzi su Fellini e la Magnani, chi gli scrittori leggere l'opera completa delle perversioni sessuali di D'Annunzio.
 Il quid delle biografie sta nel suscitare una forza emulatoria che in genere ti lancia verso mille battaglie. 
Sali sul treno assonnato e in balia di Trenitalia, scendi col coltello tra i denti pronto a conquistare Babilonia come Alessandro Magno.
 Il tempo passa e ti galvanizza pure. E scusate se è poco. 

E voi? Avete altri inquietanti ricordi di libri da sala d'attesa?

venerdì 15 novembre 2013

La legge di Murphy in libreria: "Un libro che è stato in mezzo alle palle/ovaie quando non doveva, puntualmente sparirà nel momento del bisogno". I casi più comuni.

Come tutti i luoghi e le cose di questa terra, anche la libreria è soggetta ad alcune leggi di Murphy.
 Tali leggi peraltro dimostrano come il libro sia in verità un oggetto dotato di vita propria talvolta dedito a sottili perfidie. Tu lo vedi lì, quieto e silenzioso, colmo di saggezza, in realtà lui sta tramando in ogni modo per renderti la vita difficile.
 Ma qual è la più grande legge di Murphy della libreria?
Eccola, da me personalmente elaborata, tutta per voi:
 "Un libro che è stato in mezzo alle palle/ovaie quando non doveva, puntualmente sparirà nel momento del bisogno".
 Ma andiamo di seguito a vedere in quali e frequenti circostanze questa maledizione colpisca librai e clienti.

LA MALEDIZIONE DELLA BIBLIOGRAFIA SCOMPARSA: 
 Spesso e molto volentieri, i docenti soprattutto universitari (ma la maledizione colpisce sin dalle elementari) amano dare bibliografie da studiare colme di libri fuori commercio. Già spiegare ad un cliente che sì, sul serio il suo professore gli ha rifilato un saggio su Kant edito un'unica volta nel '69 da una casa editrice in provincia di Foggia e mai più ristampato, la beffa maggiore si presenta quando il libro è appena scomparso dal commercio. Pensando che sia ancora reperibile, l'innocente libraio lo ordina fiducioso. Nel giro di un mese ordini su ordini si accumulano, inevasi, con clienti lividi di rabbia a perseguitarti. Cosa è accaduto? La più subdola delle cose: l'astuto libro ha pensato bene di esaurire le sue scorte non appena è diventato il testo principale seguito da un corso di almeno trecento persone. Quelle trecento persone ovviamente pensano che tu, perfido libraio, abbia deciso di perdere delle vendite e di giocargli un tiro mancino per il solo gusto di farlo. E' elementare Watson. I libri non scompaiono da un giorno all'altro, o no?

LE RESE: 
Il grande mondo delle rese è l'incubo di ogni libraio. Novità su novità invendute si accumulano minacciose sugli scaffali, costringendoti ad una scrematura praticamente settimanale che porta via quantità infinite di tempo prezioso. Cos'è infatti una resa? Il libro che tu decidi di rispedire all'editore perché delle venti copie del presunto capolavoro del 2013 e del mancato Pulitzer dell'anno (o del cardinale poi non diventato Papa), non ne hai venduta nemmeno una. E che dire di quel libro sui graffiti pompeiani che in un attimo di follia avevi ordinato e giace invenduto occupando dieci centimetri di prezioso spazio sul ripiano di storia antica o del catalogo sugli orologi a cucù svedesi di almeno quattro chili che qualcuno, 3 anni prima, aveva pensato bene di far entrare nel catalogo del negozio?
 Ecco nell'esatto momento in cui tu, ingenuo libraio, pensi che sia giunto il momento di disfartene possono avvenire due cose.

 IN CASO DI NOVITA':
Corrado Augias. Le sue recensioni sono l'incubo
di ogni libraio (probabilmente sorride perché lo sa).
Quel saggio sui manufatti sumeri di arte tessile su cui l'editore aveva puntato tanto da caldeggiartene l'ordine in almeno 50 copie, non vende da due mesi. Esasperato dalla disperata ricerca di un posto dove stiparlo o dove metterlo meglio in disperata mostra ne rendi 48.
 Ebbene, quella sera stessa Fabio Fazio o Corrado Augias (i vecchiumi son più affar di Augias in genere) ci farà uno speciale descrivendolo come "il libro dell'anno". Tesserà le lodi dell'autore invitandolo in studio e scopriremo che il libro non parlava solo di rocchetti di pietra e aghi di granito, ma del vero senso della vita e della comunità. Solo leggendolo potremo riscoprire i nostri veri valori, chi siamo e da dove veniamo.
 Il giorno dopo, orde barbariche entreranno in libreria, improvvisamente desiderose di apprendere l'arte della tessitura sumerica facendoti maledire quel guizzo di zelo del giorno prima in cui l'hai tolta di mezzo.
 Pressata, la riordini nuovamente. Puntualmente arriverà dieci giorni dopo, quando ormai il rocchetto di pietra/senso della vita sarà passato di moda per tornare ad essere solamente uno stupido rocchetto.

 IN CASO DI SEDIMENTO ARCHEOLOGICO: 
Quel caspita di libro sul welfare rumeno è riuscito a rimanere saldo al suo posto per almeno 4 anni, non ti spieghi nemmeno tu il motivo. Improvvisamente decidi di renderlo. Non appena lo avrai lanciato in magazzino, un cliente, colto dall'estasi del momento verrà a richiedertelo ( ve lo giuro, decine di episodi documentati!). Con tutta la pazienza del mondo lo cerchi nella massa dei libri già pronti per la partenza. Lo trovi e sei ben felice di essertene così disfatta. Due ore dopo un altro cliente viene a chiederti lo stesso libro. Glielo ordini. Per scrupolo, non sia mai che i servizi sociali rumeni siano di colpo di moda e non te ne sei accorta, ne ordini anche un'altra copia. Ebbene, lei, maligna riprenderà il suo polveroso posto sul ripiano, pronta a restare dormiente per altri 4 anni, fino al prossimo giro...

L'INSPIEGABILMENTE INTROVABILE: 
Hai passato una giornata a ficcare libri ovunque. Non hai ancora capito bene perché ma ti è arrivata la "Storia dei Longobardi" di Paolo Diacono in otto copie.
 Ricordi con assoluta precisione di averne piazzati tre al loro posto nell'ordine alfabetico per autore. Sono pasciuti, azzurri VISIBILI. Il giorno successivo, uno studente frustrato viene a chiedertelo. Ben felice di far prendere il volo ad almeno una copia, vai a prenderla con fare sicuro e trionfante e scopri che nessuna delle tre copie è dove le avevi messe tu. Sparite. Nel nulla. Le cerchi ovunque, devono esserci. Va bene i furti, ma chi mai potrebbe rubare in un solo pomeriggio tre copie della "Storia dei Longobardi"?? Bossi?? Maroni? Una sezione della Lega in gita? Dopo dieci minuti di infruttuosa ricerca, ti butti allora sulle altre copie che avevi messo da parte come scorta. Niente, svanite nel nulla anche loro. Chiedi ai colleghi, nessuno le ha viste, mai nominate, mai coperte.
 Se non  fosse per il catalogo, che ti dà ragione, penseresti di trovarti in una di quelle smagliature temporali di Matrix: quelle otto copie sono esistite veramente o le hai solo immaginate?

IL FALLIMENTO DELLA CASA EDITRICE:
In Italia è tempo di crisi per tutti, figurati per le case editrici che fanno parte di uno scomparto in crisi perenne. Case editrici piccole (e talvolta neanche tanto piccole) falliscono, anche senza preavviso. 
Di colpo non solo i libri del loro catalogo non vengono più ristampati, ma devi anche rimandargli indietro i titoli che hai già in casa. Interi settori di nicchia (che in genere svaniscono case editrici specializzate) spariscono gettando nel panico e nel dramma schiere di dottorandi in fisica delle particelle, cybersex, tatuaggi e scrittori dell'est Ecuador. Tu libraio sei anche segretamente felice di rimandare indietro cose oggettivamente invendibili, ma l'aficionados è prostrato. Davvero non ci sono speranze di rivedere in commercio "Storia ragionata delle mele del sud-est asiatico nel XII° sec." ed. Fratelli Gemelli Prussiani? Com'è possibile che abbiano fallito?

Altri e numerosi sono i motivi per cui un libro scompare o non è reperibile, ma pochi come quelli di cui sopra ti fanno pensare all'esistenza di una legge superiore della sfiga libraria. O peggio ancora allo spirito maligno del libro che è lì e si fa spostare e maneggiare, innocuo e silente, mentre invece è sempre pronto a fartela pagare....


giovedì 14 novembre 2013

E per la neonata rubrica "Piccoli libri per piccoli tragitti": "Lettera a D." di André Gorz, quando l'amore va oltre il tempo.

André Gorz con sua moglie Dorine
Ogni tanto consiglio dei libri piccoli, ma comodi da portare in giro, quando per qualche motivo si deve saltabeccare tra i mezzi pubblici e/o percorrere piccole tratte e tutto serve tranne che portarsi un tomo di 2000 pagine in giro. Se per alcuni la soluzione è l'e-reader, per me può anche essere scegliere dei libri piccoli, eppur gustosi, che spesso sopiscono tra gli scaffali nascosti da tomi ben più corposi. A questo punto ho deciso di dar corso ad una rubrica senza precisa cadenza nominata "Piccoli libri per piccoli tragitti".
 La inauguro oggi con un consiglio che da tempo viaggia nella mia mente "Lettera a D." di André Gorz.

Come avrete notato nel mio blog, per motivi di gusto personale e perché francamente mi capita di trovare raramente belle opere sul tema, consiglio pochi libri che hanno anche vedere con l'amore che siano saggi, fumetti, romanzi o altro.
  "Lettera a D." è uno dei rari libri sull'amore che mi ha davvero colpito, probabilmente perché va a colpire uno dei miei punti deboli: l'illusione che un amore, pur tra mille traversie, difficoltà, litigi e tutto quello che l'amabile vita ama riservarci senza esclusione di colpi, possa durare per sempre.
 Andrè Gorz era un intellettuale e filosofo austriaco vicino a Sartre che in gioventù conobbe una splendida attrice inglese di nome Dorine dalla pelle di madreperla e i capelli rossi. La corteggiò malgrado lei avesse un promesso sposo ad attenderla a Londra e nonostante lui fosse ancora un signor nessuno che si barcamenava tra mille lavoretti tentando di terminare i suoi primi studi filosofici. Lei, straordinariamente, ricambiò.
 "Lettera a D." è un libretto di appena 68 pagine che ha varie particolarità. Si tratta infatti di un'appassionata dichiarazione d'amore che Gorz, ormai ottantenne scrisse a sua moglie, afflitta da una malattia degenerativa che l'aveva spinto a ritirarsi per poterle stare accanto. In esso ripercorre la loro storia d'amore con una passione insolita, ricordando tutte le minuzie, dal momento in cui l'aveva vista per la prima volta a quando per ragioni varie ed eventuali non voleva sposarla (si va dal filosofico "Non credo nel matrimonio" al prosaico "Non so essere fedele") e lei gli disse "Ok cercati un'altra".  Quando infine cedette (nonostante le resistenze di sua madre che arrivò a spedirgli un esame grafologico per dimostrare quanto fossero incompatibili) non se ne pentì mai, perché come scrive:
 "Prima di conoscerti non avevo mai trascorso due ore con una ragazza senza annoiarmi e farglielo sentire. Quello che mi appassionava di te era che tu facevi accedere a un altro noi. I valori che avevano dominato la mia infanzia non vi avevano corso. Quel mondo mi incantava."
 Il mondo di Dorine era insolito per una ragazza degli anni '50. Figlia di una splendida donna che la ebbe da un marito presto invalido di guerra, fu allevata da un uomo che lei chiamava "il padrino", secondo compagno della madre, presso il quale fu abbandonata.
Cresciuta senza un posto nel mondo, proprio come Gorz, figlio di ebrei vittime dell'antisemitismo di un'Europa in guerra, aveva reagito cercando di imporsi con tutte le sue energie, facendosi decine di amici, recitando, lavorando, non scoraggiandosi mai. 
 "Amavo la tua fragilità dominata dalla tua fragile forza. Noi eravamo entrambi figli della precarietà e del conflitto. Eravamo fatti per proteggerci reciprocamente l'una dall'altro. Avevamo bisogno di creare insieme, l'uno attraverso l'altra, il posto nel mondo che ci era stato negato in origine"
 Con grande sincerità Gorz fa autocritica per tutte quelle volte in cui l'aveva lasciata sola invidiandole la sua capacità di far fronte alle cose della vita, di quando nel suo libro "Il traditore" fece di lei un terribile ritratto di cui le chiese poi perdono, non capacitandosi della sua crudeltà. Ammette i suoi errori e la magnifica ricordando il suo corpo di madreperla, il suo amore senza sosta, incondizionato.
 E infine,  spaventato dalla malattia e dall'oscurità, conclude l'incessante accavallarsi dei loro ricordi felici con un'inquietante profezia,
 "La notte vedo talvolta la figura di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserti, cammina dietro a un carro funebre. Sono io. Sei tu che il carro funebre trasporta. Non voglio assistere alla tua cremazione, non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri."
 Ed era una promessa la sua. Nell'autunno del 2007 Gorz si suicidò insieme alla moglie amatissima nella loro casa in Svizzera. Il giorno dopo aveva un appuntamento per parlare alla tv tedesca di "Lettera a D.".
 Il sottotitolo del libro è "Storia di un amore" e ve lo consiglio, consiglio e consiglio ancora.

mercoledì 13 novembre 2013

Intervista a Hugues Barthe, autore delle bellissime graphic novel "L'estate ''79" e "L'autunno '79"! (Nonché la mia prima intervista ad un autore straniero)!

Qualche tempo fa, ho recensito due graphic novel di Hugues Barthe, "L'estate '79" e "L'autunno '79".
 Questo autore francese, raccontava con durezza e un'insolita poesia che mi era capitato di trovare solo nel secondo me a lui molto affine Craig Thompson, la storia della sua infanzia/adolescenza. Cresciuto in una di quelle famiglie che al giorno d'oggi si direbbero disfunzionali, era vittima di un clima di violenza creato dal padre alcolista e da una madre che, incapace di reagire, cercava aiuto, sostegno e vendetta nei tre figli. Descritta così, questa graphic novel sembra la porta dell'inferno e invece Barthe è riuscito a raccontare questi fatti con distacco e persino dolcezza verso il ragazzino che era e il ragazzo che riuscì a ribellarsi a un destino già scritto e abbandonare il suo paese di provincia.

 Il primo lavoro che trovò per scappare dalla casa natia fu....il libraio. Anche per lui, come per tanti, i libri erano stati un rifugio e un porto sicuro in anni terribili.

Hugues Barthe
Dunque, perché questa infinita introduzione?Perché in un attimo di follia ho contattato Barthe per chiedergli se fosse disponibile ad un'intervista per il mio blog. Ebbene lui si è dichiarato addirittura onorato e ha risposto con estrema velocità e precisione, cosa che mi ha lasciato stupefatta e felicissima. 
 Quella di seguito è l'intervista che mi ha concesso!

Quando ha deciso che sarebbe diventato un fumettista?


Ho cominciato molto presto, disegnavo storie ancor prima di imparare a scrivere. Era il mio mezzo d'espressione. Ero molto timido e parlavo pochissimo, mi esprimevo soprattutto con i fumetti. Non è cambiato molto da allora, anche se ora parlo un po' di più. Ho l'impressione di avere sempre disegnato. Non potevo fare altro.

Qual è il suo metodo di lavoro?

Lavoro a casa mia: alla mattina scrivo le sceneggiature e al pomeriggio le disegno. Ho degli orari molto cadenzati, come in un ufficio. Lavoro tutti i giorni. E' l'unico modo per proseguire dato che un libro a fumetti è molto lungo da realizzare. Ogni volta che finisco 50 pagine le mando al mio correttore di bozze, che mi fa dei commenti. Al di là di questo lavoro in completa autonomia, devo gestire bene il mio tempo. Tengo anche alcuni corsi di scrittura nelle scuole, che mi permettono di mantenere un contatto sociale.


Cosa leggeva da bambino? E c'è un libro che ha cambiato la sua vita?

Leggevo la contessa di Ségur, un'autrice forse non famosa in Italia. 
Oggigiorno viene considerata come una scrittrice rivoluzionaria, eppure sapeva raccontare delle storie molto avvincenti per i bambini. 
 Altrimenti avevo una passione per Pinocchio che rileggevo molto spesso. Inoltre leggevo di frequente anche Tin Tin. Penso che la mia vocazione per i fumetti venga da là.

Lei è stato anche un libraio, quali erano gli aspetti più positivi e quali i più negativi del suo lavoro?


Prima di lavorare in libreria pensavo che i librai passassero le loro giornate a legger i libri. Nella realtà, fanno molta manutenzione, trasportano tonnellate di scatoloni, è molto fisico. E' un bel mestiere grazie al contatto con la gente, ma io non ero tagliato. Non sopportavo di vedere dei libri mediocri essere in cima alle classifiche e altri, di qualità superiore, rimanere nell'angolo.

Uno scrittore e/o un libro che vuole assolutamente consigliare?

Uno scrittore austriaco: Thomas Bernhard, tutti i suoi libri in particolare l'ultimo “Extinction”. Dostoevskij soprattutto “L'idiota” e “Delitto e castigo”. E Proust. 
Per i fumetti "Jimmy Corrigan" di Chris Ware è IL gran capolavoro degli ultimi anni. Ogni volta che lo rileggo mi commuovo fino alle lacrime. E' stato tradotto in italiano?
(ndcs. Sì, è stato tradotto da Mondadori, Strade blu).


Ne "L'estate '79" e "Autunno '79" lei parla della storia della sua famiglia, molto dura. Quali sono state le reazioni dei suoi lettori?

Molti lettori si sono identificati nel mio personaggio, anche se non hanno vissuto lo stesso tipo di storia. Credo che questi due libri parlino dell'adolescenza in generale e vadano oltre la mia storia personale, ma è ugualmente vero che altri lettori sono stati disturbati dal mio racconto definendolo impudico, cosa in cui io non mi ritrovo affatto. Ho cercato di mantenere una certa distanza nel mio modo di narrare.

Cosa l'ha spinta a raccontare una storia così personale?

E' il progetto che mi ha scelto. Quando mi è venuta quest'idea, mi è stato impossibile scrivere d'altro. Dovevo sbarazzarmi di questa storia per riuscire ad andare oltre. Era necessario. Da quel momento, in quanto lettore, amo i libri-confessione, gli autori che non si nascondono e liberano la loro verità.

Ha un autore italiano preferito?

Ho letto Dino Buzzati. Più recentemente “Caos calmo” di Veronesi, che mi è piaciuto molto. E “Il romanzo di Ferrara” di Bassani. Ho anche una grande passione per il cinema italiano. 

E-reader o carta stampata?

Sono molto affezionato al libro tradizionale. Amo sentire l'odore della carta, l'e-reader non ha odore! 

Verrà prossimamente in Italia a presentare la sua graphic novel?

Non ho in previsione un viaggio in Italia prossimamente, ma può darsi che venga tra qualche mese. E' un paese che adoro e che conosco molto bene, soprattutto Firenze e Roma.

Ringrazio ancora tantissimo il signor Barthe per la sua intervista e la disponibilità, le sue due graphic novel citate sono edite in Italia dalla casa editrice Clichy.
 Inoltre, poiché questa intervista si è svolta completamente in francese (lingua da me studiata solo alle medie), ringrazio Giulia per aver tradotto con velocità e precisione le mail e Federica per aver tradotto l'intervista di Barthe.
So che pare una cosa da serata degli Oscar, ma senza di loro quest'intervista non sarebbe mai stata possibile!

martedì 12 novembre 2013

"Il debito sarà pagato", ciò che insegna Steinbeck in un'epoca in cui si confondono le tenebre con la luce e la luce con le tenebre.

In questi giorni è accaduto a Bergamo un fatto che comprensibilmente dall'altro capo d'Italia non è giunto. Dico comprensibilmente perché le province nordiche (per esperienza) sono talmente fuori dalle rotte del mondo conosciuto che, a scanso di qualche serio mezzo di informazione non ne parli, difficilmente chi si trova a Ponza, Urbino o Cagliari potrà venirne a conoscenza.
 In sostanza, un gruppo di persone nominate Sentinelle in piedi (ispirate ad un gruppo francese che contestava i matrimoni gay), in difesa della "libertà di espressione e opinione" hanno organizzato un flash mob in una delle piazze cittadine, dove si sono piazzate con un libro in mano a simboleggiare la faccenda.
 Tutto bello, sembra. Peccato che quest'alzata d'ingegno fosse nata loro per contrastare l'approvazione della legge contro l'omofobia, sempre per la storia che se impedisci a qualcuno di fare la pelle o insultare qualcun altro per motivi di orientamento sessuale, allora lo stai limitando imperdonabilmente. 
Le ragazze dell'associazione Bergamo contro l'omofobia hanno organizzato assieme all'arcilesbica e a dei cittadini pensanti, un contro flash-mob in cui sono semplicemente state ferme davanti alle sentinelle con in mano il libro, uscito recentemente per la Isbn edizioni, "Le cose cambiano". 
Cos'è cost'esso? Una raccolta di coming out di personaggi/persone italiane e americane, che incoraggiano gli adolescenti sottoposti giornalmente alla libertà d'espressione degli omofobi, a resistere, che una volta adulti, non solo saranno più forti, ma si accorgeranno che il mondo è vasto e pieno di persone migliori, di avvenimenti felici, di un futuro aperto. Uscito in allegato al Corriere della sera e in libreria, è un libro che vale la pena leggere, anche se non si fa parte della comunità glbt. Anzi, soprattutto se non se ne fa parte, per rendersi conto di quanto chiunque possa fare per rendere migliore la vita di chi è più debole. Un filo comune a molte storie è infatti la presenza di una persona sola, un amico, un parente, un genitore in grado di prendere le difese di chi si sentiva oppresso, solo e rifiutato.
 Cosa può fare infatti una sola persona? Niente o tutto?
John Steinbeck
 Uno dei miei libri preferiti è "La luna è tramontata" di John Steinbeck.
Il libro, per chi non lo conoscesse, parla dell'occupazione nazista di un piccolo paese norvegese (benché non siano mai specificate né le circostanze né i luoghi, si evincono facilmente). Non si tratta di un bagno di sangue o di "Roma città aperta", quanto piuttosto dell'immissione rapidissima di un elemento fortemente disturbante all'interno di una comunità, che dapprima stordita, inizia col passare dei giorni a macinare desideri di rivolta. 
Tuttavia la comunità fa solo da sfondo a quella che è una lotta tra due figure archetipiche: il colonnello Lanser, a capo di un'occupazione a cui fondamentalmente non crede, ma che, ciecamente, per ordini superiori ,porta avanti e il sindaco Orden. Tutto rimane in tensione per giorni, i soldati si mettono comodi, i cittadini non reagiscono. Poi, un giorno,un minatore uccide un soldato e la rivolta ha inizio. Dapprima silenziosa culmina in una serie di attentati che portano all'arresto del sindaco. Lanser è convinto che se lui si piegherà anche il popolo lo farà. Ma quest'uomo bonario e anche spaventato, dice NO. Orden preferisce morire dando vita ad un meraviglioso dialogo con Lanser.
 "Vedete signore, nulla potrà mutare la situazione. Voi sarete disfatti e schiacciati. I popoli non amano essere conquistati e per questo non lo saranno. Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combatterla nella sconfitta. Gli uomini-gregge seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomini gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerre. Vi accorgerete che è così."
 Poi, prima di essere giustiziato rievoca assieme a Lanser e Winter l' "Apologia di Socrate", il momento prima della morte del filosofo, seguita al suo strenuo rifiuto della fuga da una condanna ingiusta.
 "Critone, debbo un gallo ad Asclepiade", disse con dolcezza."Ti ricorderai di pagare il debito?"
Winter chiuse gli occhi per un istante prima di rispondere, "Il debito sarà pagato."
Quale sia questo debito è la parte più affascinante di tutte, il punto attorno a cui ruota, secondo me tutto il libro. Che debito doveva pagare Winter? Quale debito dobbiamo pagare noi? C'è qualcuno che stiamo ignorando, qualche ingiustizia, qualcosa a cui potremmo porre un rimedio? Esiste qualcosa per cui siamo colpevoli senza accorgercene? 
 E' questo che le sentinelle gay a Bergamo insegnano tanti anni dopo Steinbeck. 
Ci sono sempre uomini-gregge da combattere e non serve essere un eroe, (neanche Orden lo era), ma qualcuno in grado di dire NO anche simbolicamente.
 E pagare il nostro debito verso qualcun altro.

sabato 9 novembre 2013

Intervista a Matteo B. Bianchi, lo scrittore che fece lo gran rifiuto e scrisse uno dei romanzi di formazione più belli e divertenti degli ultimi (ormai un po' meno ultimi) anni!

Io lo posseggo in questa edizione
Ormai un discreto numero di anni fa, amavo passare alcuni pomeriggi a vampirizzare la Mel Book di Roma in via Nazionale (ora diventata Ibs, se non siete di Roma e progettate di fare un giro nella capitale fateci un salto che è bellissima), leggendo interi libri che poi puntualmente non compravo. 
 Uno di questi fu "Generations of love" di Matteo B. Bianchi, un romanzo di formazione molto ironico, brillante che mi prese subito, non solo per la scrittura, ma soprattutto per l'argomento: la formazione sentimentale del protagonista, giovine e omosessuale nella provincia lombarda. La grande novità stava nel tono con cui tale argomento veniva affrontato, c'era infatti una grande assente: la tragedia.
 Come sa chi tenta disperatamente di trovare dei romanzi a tematica gay decenti, uno dei più grandi ostacoli ad una felice lettura è l'incombente sensazione che da una pagina all'altra possa arrivare la botta di sfiga che farà precipitare tutto. Suo fratello ci scoprì, mia madre mi cacciò di casa, la società ci rifiutò, finimmo per sbaglio Pare infatti che in Italia né registi, né scrittori né sceneggiatori nè altro siano in grado di decriptare quel grande mistero che sono i ventenni.
Matteo B. Bianchi
sotto un treno mentre andavamo al municipio di NY a sposarci. Ebbene, Matteo B. Bianchi fece lo gran rifiuto e narrò la splendida infanzia e adolescenza anni '80 di un ragazzo alla ricerca di se stesso. C'è tutto: l'università, gli amici, i tradimenti, gli amori e le delusioni più autentiche che abbia mai trovato in un romanzo italiano dedicato ad una tale dedicata fascia d'età.
 E suppongo che da questo derivi anche l'indegna situazione socio-economica in cui costoro (me compresa) ci troviamo, ma vabbeh lasciamo perdere.
 Il mio contorto cappello iniziale serviva per introdurre l'intervista che Matteo B. Bianchi mi ha concesso e che (finalmente direte voi) potete leggere di seguito!

Sai che fino a quando non mi sono trasferita in Lombardia, credevo che Lentate (il posto dove era ambientato in parte "Generations of love") fosse un nome finto?
 (Uno di quei nomi parlanti che indicano lentezza...)

A dir la verità Lentate Trovanti, il nome del paese citato nel mio primo romanzo “Generations of love”, è un nome inventato! Solo in seguito ho scoperto che esisteva un Lentate sul Seveso, ma quando ho scritto il libro non ne avevo idea. So che tanti ora credono che il romanzo sia ambientato lì, ma io non ci sono neppure mai stato, non so neanche bene dove si trovi.

Cosa pensi della nuova legge contro l'omofobia?

Non è stata ancora approvata alcuna legge contro l’omofobia, purtroppo. Recentemente sul quotidiano ligure “Il secolo XIX” e in seguito sul mio blog ho pubblicato un amaro commento sulla vicenda di un ragazzo morto suicida a causa di omofobia nel quale spiego chiaramente la mia posizione su certi temi. (Link: http://www.matteobblog.blogspot.it/2013/10/novene-isteriche.html)

Cosa leggevi da bambino?

Le mie prime, vere letture sono stati “I gialli dei ragazzi” Mondadori. Erano romanzetti che uscivano in edicola, mi sembra una volta al mese, e avevano sempre per protagonisti ragazzi adolescenti nel ruolo di investigatori improvvisati. I più celebri erano quelli americani, Nancy Drew o gli Hardy Boys, ma io avevo un’assoluta predilezione per una protagonista tutta italiana, una certa Rossana.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Non leggo mai un libro solo alla volta, ne alterno almeno cinque in contemporanea. 
Al momento sono: “La caduta”, uno splendido libro composto da brevissimi capitoli dello scrittore brasiliano residente in Italia Diego Mainardi; “Bad vibes”, l’autobiografia uscita anni fa del musicista inglese Luke Haines; il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi “Prima che tu mi tradisca”; un vecchio numero della rivista di narrativa americana “Granta” dedicato interamente alla città di Chicago, “Dieci dicembre”, una raccolta di racconti di George Saunders e un inquietante romanzo punk intitolato “Mira Corpora” del drammaturgo Jeff Jackson. 
Senza contare i manoscritti inediti che devo leggere per la casa editrice Indiana con cui collaboro.

E-reader o carta stampata?

Alterno anche quelli. Continuo a preferire la carta, ma per le letture di lavoro (inediti, riviste, ecc) l’e-reader mi è ormai indispensabile.

Hai una libreria preferita?

Ne ho diverse. La libreria che ritengo più bella in assoluto, ma perché è quasi un prototipo di libreria ideale, è “Strand” di New York. Me ne piacciono molte in Italia, ma non posso citarle perché rischio di dimenticarmene qualcuna e rischierei di offendere qualche amico libraio. Comunque sono tutte piccole librerie indipendenti.

Un autore e/o un libro che vorresti assolutamente segnalare?

Il libro più importante che ho letto recentemente è “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan. Da scrittore ne sono stato scosso: mi ha insegnato come si possano trovare ancora formule differenti e originali per scrivere un romanzo dopo secoli.

Come fu che scrivesti “Generations of love”, il libro che mi ha fatto rivalutare la musica anni '80?

Il romanzo parla della mia adolescenza e della mia prima giovinezza, quelli erano gli anni ’80 e non avrei potuto scrivere di altra musica. Detto ciò, gli ’80 sono stati una stagione straordinaria per la musica (mi riferisco soprattutto a quella inglese; quella americana era piuttosto terrificante).

Sei anche un autore tv, qual è stata in tale ambito la cosa più surreale che ti sia mai successa?

Mi ero persa tale evento, ma google immagini mi
 ha donato un frame.
Me ne sono successe moltissime. Una delle esperienze più surreali però è stata certamente quando in una puntata di “Quelli che il calcio” avevamo in programma di avere come ospiti l’artista contemporanea Marina Abramovich e la showgirl Valeria Marini e io ho avuto la folle idea che venissero intervistate insieme. 
 Il giorno della diretta è toccato quindi a me il compito di entrare nel camerino di entrambe a illustrare cosa sarebbe successo. Spiegare la Abramovich alla Marini è un conto, ma incontrare la più celebre artista vivente per spiegarle che si sarebbe confrontata con Valeria Marini... beh, è stata decisamente un’esperienza.
 Le ho detto: “Si immagini una Barbie maggiorata che parla”. La Abramovich ha riso molto e ha risposto: “Oh, I like THAT!".

Un consiglio a un giovane scrittore?

Di non pagare MAI per essere pubblicato.

Qual è il tuo metodo di scrittura di un libro?

Non ne ho. Non sono il tipo di autore che si fa schemi, progetti, che segue abitudini precise. Sono un disastro. Credevo che crescendo sarei migliorato, avrei ottenuto più rigore e sicurezza. E’ accaduto esattamente il contrario. Mi metto al computer e scrivo. Fine del metodo.

Col fallimento della Dalai i tuoi libri al momento sono un po' difficili da reperire, si hanno notizie su quando potremo di nuovo trovarli in libreria?

Ci saranno ristampe, ma in tempi non immediati e forse alcune non con lo stesso editore. Intanto a dicembre torna in libreria la mia favola di Natale “Tu Cher dalle stelle”, da tempo esaurita, in un nuovo formato, pubblicata da Playground.

Tu hai scritto un volumetto, “Sotto Anestesia”, in cui parli della creazione e vita di una fanzine sulla musica new wave creata dal niente con un tuo amico a vent'anni. Che ricordi hai di questa esperienza?

Splendidi. Il romanzetto breve “Sotto Anestesia” racconta appunto quel periodo assurdo e irripetibile in cui da studente sfigato mi sono ritrovato a vivere nei panni del presunto giornalista musicale, con incontri personali coi musicisti emergenti di allora (Piero Pelù dei Litfiba, Mario Venuto dei Denovo, Federico Fiumani dei Diaframma...), inviti a ogni tipo di concerto, le prime esperienze di editoria indipendente. Bellissimo. Il mio compagno d’avventura all’epoca era Tito Faraci, oggi divenuto il più celebre sceneggiatore di fumetti italiano. Entrambi, solo a nominare quel periodo, ci commuoviamo.

C'è qualche fanzine interessante al momento che vorresti segnalare?

Intendi fanzine vera, di carta, autoprodotta e autodistribuita? (ndcs sì intendevo quella) 
Sì, ne ho scoperto da poco una australiana eccezionale: si intitola “You!” ed è in forma di lettera. Ti arriva a casa in busta, come una normale corrispondenza, solo non sai mai chi ti scrive. Fantastica.

Noti la stessa incoscienza nei nuovi ventenni oppure li reputi morti e zombieschi come gran parte della popolazione italiana più old?

Non conosco davvero i ventenni di oggi. Direi banalità da TG1 rispondendo a questa domanda.

Progetti prossimi venturi?

Studiare danza classica! (Scherzo: consegnare il nuovo romanzo entro fine 2013. L’ho giurato a me stesso).
Grazie mille!

Sono io che ringrazio tantissimo Matteo B. Bianchi per le sue gentili risposte!
 E, visto che sono in vena di rimembranze, ho un aneddoto particolare sul modo in cui venni in possesso della mia copia di "Generations of love". Un pomeriggio poco successivo alla mia grande epifania lesbica, inerme e terrorizzata non mi decidevo ad entrare nella libreria Babele di Roma (specializzata in libri a tematica Glbt), infine mi decisi catapultandomi dentro di corsa. Il libraio, che mi fissò come per dire "questa è pazza" (e aveva ragione), mi chiese perplesso cosa cercassi e io paonazza risposi il primo libro a tematica gay che la mia memoria era riuscita a ripescare. Così fu che mi portai a casa "Generations of love", il quale campeggia felice ancora nella mia libreria. Cercatelo! Ne vale assolutamente la pena!