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giovedì 26 febbraio 2015

Piccole recensioni tra amici (un post duramente combattuto durante le vacanze familiari)! Greci un po' così, bellissimi Carnet de Voyage giapponesi e una piccola grande saga familiare!

  Poichè come sa chi mi segue sulla pagina di fb, in questi giorni sono più o meno in vacanza (resort "genitori"), non riesco a seguire decentemente il blog.
 Con tutta la mia buona volontà per scrivere codesto post ci ho messo tre giorni e sono passata da mia madre che mi riempiva di domande su quanto dove e cosa faccio alla mia sorella young adult che mette continuamente a palla mtv music pure mentre fa i compiti, impedendomi di concentrarmi, alla mia sorella di mezzo che, ad esempio, al momento, mi sta chiedendo di fare da pseudocameraman per il suo video provino per "Un posto al sole" (no, non ama le telenovele, vorrebbe solo fare l'attrice di teatro).
 Insomma, tutto ciò cospira per farmi stare poco e cristianamente su internet. Tuttavia, volevo scrivere questo piccolo recensioni tra amici soprattutto per l'ultimo libro consigliato (inoltre finalmente ho ricevuto un'intervista che aspettavo da tempo e che vedrete appena sarà stata tradotta dai miei amici sfruttati per amore di codesto blog).
 Pronti a distribuire stellette?? Uan, ciù, trì!

"PERFINO CATONE SCRIVEVA RICETTE" di Eva Cantarella ed. Feltrinelli:
 Allora io amo moltissimo la Cantarella, la trovo favolosa, scrive in modo eccezionalmente interessante di un periodo eccezionalmente interessante e soprattutto di un popolo che ha iniziato con una fiammata la storia della civiltà occidentale (ma venata di mediorientale): gli antichi greci. Io consiglio tutti i suoi libri, sempre e indistintamente a chi vuole leggere qualcosa di saggistica senza essere molto abituato (soprattutto a chi pensa sia un'epica palla). 
 Ecco, però, proprio per l'amore che le porto. devo ammettere che questo "Perfino Catone scriveva ricette" non è proprio la sua opera più riuscita. Si tratta di un libro collage di articoli che sono stati raggruppati per macroargomenti, ma senza un vero pathos. Pezzetto qui, pezzetto lì, si apprendono tante cose interessanti, ma troppo spezzettate tra loro e il risultato finisce per essere quello di un puzzle che non rappresenta esattamente niente.
 Il titolo, per quanto fosse verissimo che Catone scrivesse ricette, è indubbiamente una captatio benevolentiae all'ennesima potenza nei confronti della moda culinaria imperante. Peccato bis, perché l'idea (sfruttata da altri e infatti aspettatevi un post a tema) di un libro sulla cucina degli antichi e sugli usi e costumi greci e romani legati al cibo a me sembrava ottima. Vabbeh, Eva, sarà per un'altra volta.
  Due stellette e mezzo.

"LE STRADE DEL MARE" di Rosi Polimeni ed. Memori:
Ho parlato di questo su LezPop, ma ne riparlo più diffusamente qui, poichè questo libro ha un grande pregio : contiene una storia lesbica SENZA essere una storia lesbica.
 In Italia esiste ancora questa orrenda usanza per cui una storia gay è in tutto e per tutto una storia gay, non è mai una trama universale il cui protagonista è gay, non è mai un romanzo storico in cui c'è la variabile dell'orientamento sessuale, non è mai un horror con protagonisti dello stesso sesso. Nel caso venga immesso un elemento gayo allora è SOLO una storia gaya.
 Intendiamoci, la stragrande maggioranza di ciò che esce in Italia di simile è davvero così, come se le case editrici non avessero ben chiaro che non si dovrebbe puntare a quel 10% della popolazione, ma a tutta, che insomma io mi sciroppo storie eterosessuali dalla nascita e non per questo non le trovo belle, commoventi, emozionanti o non mi immedesimo. Tanto per capire quanto sia forte il pregiudizio (come dissi in un post di parecchio tempo fa), basti pensare che fino all'avvento del filone delle 50 sfumature, lo striminzito scaffale di letteratura erotica si componeva per la massima parte di libri Lgbt che nulla avevano di erotico, per il solo fatto di essere Lgbt.
 Vabbeh, fatto 'sto spiegone sappiate che questo libro, arrivato nella cinquina finalista al premio Carver, esce da questi schemi rigidi e mostra ciò che si può fare con una buona storia,  quella quasi autobiografica dell'autrice, Rosi Polimeni, insegnante e attivista bresciana nata in Brasile e scappata dopo una tragedia familiare durante la dittatura.
  Precisamente è la storia della sua famiglia attraverso gli occhi, alternati nei capitoli, di nonna, mamma e figlia, ognuna con una vita complessa, segnata da amori mancati, matrimoni sbagliati, eredità perdute e un mare attraversato durante la molto dimenticata emigrazione italiana in sudamerica, parecchie volte, per motivi sempre diversi.
 Dico davvero, a me le saghe familiari generalmente stancano, ma questa è davvero ben scritta e soprattutto non è inutilmente lunga, anzi, condensa in duecento pagine una storia che avrebbe potuto occuparne il doppio. Ne esce un bel romanzo intenso, in cui il rapporto madre-figlia è presentato in modo assai profondo  per niente banale, da tre stellette piene.

"TOKYO" di Sara Menetti ed. Mammaiuto: 
 I carnet de voyage sono un'ottima alternativa ai diari di viaggio. Per persone come me che quando leggono dei viaggi altrui, oltre a rosicare, fanno fatica a visualizzare le immagini di cui si sta parlando correndo il serio rischio di addormentarsi, sono l'ideale. Quello di Sara Menetti sul suo viaggio a Tokyo è graziosissimo per vari motivi.
 Innanzitutto se mi dicesse, "Guarda domani scegli un posto a caso nel mondo da visitare" io comprerei un biglietto per il Giappone seduta stante. Anni e anni di anime, fumetti, libri e financo film nipponici, mi hanno portato a considerare gli Usa un posto bello paesaggisticamente, ma scontato e il Giappone un pianeta alieno che però si può visitare con sole 15 ore di viaggio.
 Lo stesso imprinting deve averlo avuto anche l'autrice di codesto libro, non a caso più o meno mia coetanea, che per tutta la durata del suo viaggio ha vissuto momenti di pura gioia nel partecipare al matsuri (una sorta di sagra estiva) dove ha messo in atto la leggendaria "tecnica delle castagne" per catturare quanti più pesci possibile alla Ranma 1/2, nel mangiare quanto più cibo locale possibile e nel visitare un ryokan fuori città. 
 I disegni, intervallati da note molto dense, variano da splendidi acquarelli per descrivere gli elementi folkloristici, contemporanei (le ragazze si Shibuya) e retaggi splendidi del passato (le miko nei templi shintoisti), a disegni più comici che descrivono le situazioni in cui Sara e i suoi amici si ritrovano cercando di assorbire quanto più possibile lo spirito giapponese (come l'esilarante esperienza al karaoke).
 Il libro, che meriterebbe un editore più grande e organizzato, è autoprodotto dal collettivo indipendente di fumettisti Mammaiuto ed è reperibile esclusivamente tramite acquisto dal loro sito o alle fiere del fumetto (erano presenti sia al BilBolBul a Bologna che alla fiera di Lucca).
 Già che fate un salto sul loro sito date un'occhiata anche ai suoi compagni e colleghi, la qualità è molto alta!
 (Ps. Il libro viene 12 euro e se volete capire se ne vale la pena, si può preleggere online!)

 E voi ne avete già letto qualcuno? Vi interessa qualcosa? Buona giornata (io cerco di riprendermi dalla congestione da sushi -.-").

lunedì 23 febbraio 2015

Il marketing e i libri: 'sto matrimonio s'ha da fare, si è mai fatto, si sta facendo o non si farà mai? Le falle nel sistema viste dalla libreria: titoli per lettori sbagliati, copertine che tanto chissenefrega, "casi" montati male e fascette pericolosissime.

 Premetto che codesto post, che tocca una delle corde più inquietanti e inquiete del settore editoriale, è basato sul totale empirismo ossia sulla sensazione personale et il riscontro che ho in libreria quando lavoro. 
 
E' l'editoria baby
Poiché comprendo che nulla posso contro dei gigagrafici finanziari
che indubbiamente le case editrici pagheranno per ottenere da consulenti preferibilmente laureati alla bocconi o da esperti di comunicazioni provenienti direttamente dallo Ied/Iadap, prendetelo come una specie di mini vademecum della suocera in salsa libresca. Che così fa arguto, non mi prendete troppo sul serio e magari, dico solo magari, qualcosa posso vagamente azzeccare.
 Il marketing del libro è una cosa che inquieta tantissimo gli editori, o comunque così appare da fuori, per chi vende i libri. Non si capisce se è perché chi se ne occupa prende il libro per un bene di consumo come un altro (quindi preparare una campagna per un nuovo romanzo o i nuovi cappelli di HM diventa un po' identico), se perché magari non si riesce ad evincere cosa passa per la capoccia del cliente-lettore (fondamentalmente perché non lo si incontra mai, per quello ci sono ovviamente i librai, raramente interrogati in merito, manco non fossero una parte attiva della filiera) o se perché esiste una monumentale idiosincrasia tra il mondo dei lettori immaginato e quello reale.
 Oh, un motivo ci deve essere, altrimenti non mi spiego come mai ogni volta che mi si pare davanti una campagna per la promozione della lettura o di un'ondata di sconti, mi sembra di trovarmi davanti a una pubblicità progresso (con la stessa non proprio convincente sensazione).

LO SPAVENTEVOLE, MA SOLITAMENTE BANALE, TITOLO: 
Esempio a caso. Peraltro ve lo dico è
controproducente per un altro motivo:
se il cliente non ricorda null'altro, se non
che il titolo è "Buio" o ha la parola "Buio"
dentro. Si rischia di non trovare mai il tomo
a cui esso si riferisce.
Il titolo fa parte del pacchetto "Quando vendi qualcosa l'abito fa il monaco".
 Quindi, è vero che grandi autori, che so, di gialli, possono permettersi la singola parola "ASSASSINO" o "LAMA" con la certezza di essere venduti, tuttavia 'sta cosa non può essere rapportata a chiunque. 
 Io non so precisamente cosa istighi le case editrici a mettere un titolo piuttosto che un altro, se rispettino la volontà dell'autore, se seguano le strategie di marketing cercando di infilarsi di rapina in una moda fortunata (ne avevo parlato ne "Lo strano caso delle traduzioni italiane dei titoli stranieri" ) o se suona più un titolo di un altro, tuttavia se tutto ciò viene fatto senza considerare il vero target dei lettori del libro o anche, oserei dire, il senso del ridicolo, finisce che o lo comprano le persone sbagliate (e ciò non è bene perché "ogni lettore ha il SUO libro", non quello di un altro) o non finisce in mano a quelle giuste. 
 Esempio su tutti, una recente vittima della mia presa per i fondelli su fb. A lavoro trovo questo libro con una tipa che salta la corda in copertina e il titolo "La verità, vi spiego, sull'amore", frase scelta per la copertina: "Sai volare?" "No, ma faccio dei salti altissimi".
 Non avevo la minima idea di chi fosse l'autrice e il mio cervello l'aveva immediatamente immagazzinato come una saga familiare (idea nata dalla foto vagamente vintage) al femminile, con amore e zuccherosità e prese di coscienza sui grandi significati della vita.
 Poi, dai lettori della pagina, ho scoperto che l'autrice tiene un blog dal significativo titolo, Ti asmo, che insomma non rievoca proprio cupcake e zuccherosità e cassate da sfornare con la nonna.
 Perciò keep calm e pensate a un titolo col (giusto) effetto un tempo ci sapevano fare ("Quer pasticciaccio brutto de via Merulana", "Il castello dei destini incrociati", "Il sentiero dei nidi di ragno" ecc.). Tocca avere un talento anche per questo.

LA COPERTINA SERVE O NO?: 
Delle copertine ho parlato ogni tanto. Talvolta, giusto talvolta, anche in Italia ne fanno di assai belle (alcune case editrici più di altre), la stragrande maggioranza delle volte sono inquietantemente banali, assurde o sbagliate.
 Analizziamo. La copertina banale con la tipa di spalle, i fiori al vento, il mare di fronte ormai è tipo il bollino di qualità di qualsiasi trama del filone amoroso Garzanti. E' talmente codificata che pure le case editrici non Garzanti si sono adattate anche perché sanno di arpionare le sciure giuste. Può essere triste, ma funziona e ha un senso. dem le indistinguibili copertine del filone erotico, sempre lì con una bocca bene in vista. Se volete comunicare all'appassionato del genere che quel libro è del filone, le copertine tutte uguali possono non essere una cosa sbagliata.
 Il punto è che ci sono dei libri che vorrebbero e dovrebbero essere unici, come "Sottomissione" di Houellebecq o "1Q84" di Murakami, cioè autori pesanti che meritano di essere trattati in un certo modo (e  all'estero ricevono tale trattamento, andate a cercare la bellissima copertina inglese de "L'incolore Tsukuru" di Murakami e ne riparliamo). Invece "1Q84" che fu spintissimo all'epoca dell'uscita, ebbe la stessa copertina abbastanza orrenda, anonima ed identica, per entrambi i libri (usata peraltro per un altro libro di cui, pietà non ricordo il titolo) e quella di Houellebecq ha dato vita ad una recente querelle riportata da Il libraio. Poiché risultava identica o quasi a quella di un precedente romanzo di Silvia Ballestra, sempre ed. Bompiani, è stato domandato ecco, perchè? E parte della risposta è stata: 
 "Il punto è che gli editori (che pure spesso hanno le idee confuse) e i lettori sanno che una copertina non è l’immagine che la abita"
 Ok, per carità, però con le enormi possibilità a livello visivo consentite ormai dal web che permette a decine di migliaia di fotografi e illustratori di venire alla luce, è davvero necessario proporre sempre le stesse cose? L'abito non fa il monaco, ma una bella copertina magari fa vendere (un pochino) di più. 

DA GRANDI MEZZI DERIVANO GRANDI RESPONSABILITA', LA PERICOLOSISSIMA FASCETTA:
La foto è by me
Le fascette,
tanto prese in giro (anche con dovuto successo), in realtà sono un ottimo elemento tanto pubblicitario quanto di costume. E' innegabile che se camminando ti ritrovi una faccetta con uno strillo degno di una proclamazione di guerra, se buttando l'occhio vedi vagamente che il libro è primo in Germania, secondo in Lussemburgo e terzo in Mongolia, magari il dubbio e la voglia di dare un'occhiata alla quarta di copertina ti viene. Il problema è quando la fascetta diventa un boomerang. 
 Innanzitutto non si può fascettare tutto allo stesso modo, se siamo tutti d'accordo che frasi come "Una storia d'amore, di cuore, di dolore" vanno bene per romanzetti che rimarranno in commercio per due anni a dire tanto, non si può riservare lo stesso trattamento a giganti della letteratura o alla saggistica seria. Secondo boomerang: il libro consigliato da qualcuno. Ok, ci sto che fascettare un consiglio di Saviano rende, però, c'è il serio rischio che fascettare un consiglio della Gamberale, per esempio, possa risultare respingente. Non tutti i "consigliatori" hanno lo stesso appeal. O meglio, io direi sempre di calibrare il consigliatore alla lettura: se ci si ritrova "Cime tempestose" consigliato da Bella ed Edward di "Twilight" il momento brivido lungo la schiena sorge spontaneo.

PURCHE' SE NE PARLI O ANCHE "I CASI LETTERARI IN ITALIA LO SONO ORMAI DAVVERO?":
  In Italia raramente un libro suscita ormai discussioni da far stracciare le vesti. 
 Pervivere il brivido di una querelle libraria dobbiamo aspettare ogni anno che Scurati manchi lo Strega di un soffio e se la prenda coi suoi rivali o che Elena Ferrante rifiuti di svelare ostinatamente la propria identità.
Antonio Scurati che mi rendo conto solo ora
di aver visto ad almeno una decina di presentazioni
senza avere la minima idea che fosse lui
 Dobbiamo attendere momenti penosi come Vespa che fa battute sessiste alla Avallone durante la premiazione (e la Murgia di conseguenza incavolata) o che Fabio Volo scriva un libro ovviamente letto dalle masse, cosa che ci scandalizzerà tutti. Di passioni alla Moravia-Morante (con tanto di triangolo Maraini), di romanzesche storie editoriali come quella della stampa de "Il dottor Zivago", di libri trascinati in tribunale alla Pasolini o Milani, non ce n'è più traccia.
 Il massimo che smuove le acque è il buon Saviano ancora accusato di aver dato una cattiva immagine dell'Italia all'estero e di Napoli in Italia.
 E allora, se la materia umanamente prima per alzare un casino intellettuale non c'è, che si fa?
 Si cerca di creare "il caso". 
Le case editrici puntano tantissimo a far passare un libro per "un caso". Era "un caso" anche "La solitudine dei numeri primi" (ad esempio libro dal bellissimo titolo) e non per aver risvegliato le coscienze, ma per la giovane età dell'autore vittorioso allo Strega. E' anzi sarebbe, ad esempio, un caso Zerocalcare, ma non perché è il primo fumettista da Pazienza che vende millanta copie, ma perché rappresenta un'Italia non rappresentata da nessuna parte.
 Su questo punto si potrebbero scrivere fiumi di critiche, di domande, di dubbi, di stupori. Qualcuno lo fa? No, perché sembra che in generale "il sistema" non sia neanche più in grado di crearlo IL CASO. Lo crea su motivi essenzialmente numerici: numero di copie, di traduzioni, di vendite, sul fatto che era nato sul web e finito con successo sul cartaceo. Il caso è il numero, non è più l'anima.
 E allora se ne parla pure di questo esordiente x che ha venduto tre edizioni di seguito, ma finito lo stupore iniziale, non rimane niente, neanche il ricordo. 

 E voi? Siete concordi? Pensate sia un post inutile? La copertina manco la guardate? I titoli neanche li leggete e scegliete guidati da una rabdomanzia interna? Testimoniate!

giovedì 19 febbraio 2015

Il riassunto fumettoso di "50 sfumature di grigio" parte seconda. Sempre ovviamente per come l'ho letto io!

Ed ecco la parte seconda del riassunto delle 50 sfumature.
Premetto che la qualità della scannerizzazione è lievemente pessima a causa di un problema alquanto cretino: avendo finito il quaderno di Tiger con cui di solito disegno e che ha le precise dimensioni dello stupido scanner, ho usato un altro quaderno ben più gigantesco. pensavo di essere stata nei limiti giusti, ma mi sbagliavo...
Vabbeh, godetevi questa seconda parte e stasera avrò un post di avviso ai naviganti un po' particolare.
Riassunto di "50 sfumature di grigio", parte seconda!






martedì 17 febbraio 2015

La prima parte del tragico fumettoso riassunto di "50 sfumature di grigio". Perlomeno per come l'ho vissuto io.

Dopo il post di ieri in cui parlavo di tutto tranne che della trama eccovi la prima parte fumettata dell'imperdibile trama delle 50 sfumature di grigio, perlomeno come le ho vissute io.
 Tenete presente che essendo il libro un susseguirsi clamoroso di eventi tutti identici potrei aver fatto confusione sul susseguirsi delle cose, ma non temete il succo non cambia.
 Ed ecco per voi "50 sfumature di grigio" un riassunto. Prima parte.
 (La seconda potete trovarla qui ).



Un'analisi filologica di "50 sfumature di grigio" coraggiosamente letto con risultati inaspettati (no, per inaspettato non intendo che è un bel libro). Tra noia profonda, donne spaccapalle, vergini delle rocce, harmony e principi azzurri i tre motivi per cui ha, secondo me, affascinato le masse.

Come ho detto su fb e scritto anche in uno o due post precedenti, mi sono cimentata nella titanica impresa di leggere il primo libro della trilogia delle 50 sfumature di E. L. James (finora mi ero limitata, per dovere di cronaca a leggere alcuni pezzetti qui e lì). 
Due sono le cose che mi hanno spinto a sottopormi a tale esperimento di lettura:
1) Un articolo di Internazionale in cui si sottolineava che il rapporto tra i due protagonisti fosse malato e non per questioni di preferenze di giochi sessuali, ma perché lui era uno stalker.
2) Comprendere come mai migliaia di donne in tutto il mondo ocheggino al solo nome di Christian Grey e al suono del titolo di questo libro. Come il povero Mereghetti si sciroppa porcherie inenarrabili proiettate al cinema, come Aldo Grasso è costretto a visionare fiction da infarto prodotte dalla tv italiana, anche io volevo antropologicamente gettarmi in prima persona e comprendere il segreto di codesto successo.
 Ce l'ho fatta? In realtà non credo, tuttavia, con mia grande sorpresa, questo libro si è rivelato assai diverso da quello che credevo. Di cui sotto i motivi.

IL RITMO:

A sentire le donne che si danno di gomito mentre parlano ridacchiando in libreria con la sacra trilogia in mano, a leggere i blog delle fan, seconde solo a quelle di Twilight (mi spiace ma le Twilight mom per ora non le batte nessuno per assurdità, forse solo le madri fan di Marco Carta), a spiare i meme della pagina fb delle appassionate del libro, sembra di essere sull'orlo della lettura del libro che cambierà la tua esistenza.
 Ora, io avevo messo in conto che ciò non mi sarebbe accaduto, tuttavia con mio sommo sconcerto ho scoperto che questo libro è principalmente una cosa: palloso.
 E' noiosissimo-issimo-issimo-issimo-issimo-issimo. 
 Potrei scrivere issimo per una pagina.
 Già dopo le prime 70 pagine volevo ammazzarmi. Non è solo scritto in modo discutibile, ma ha un ritmo inesistente che ricorda le onde al mare nei giorni in cui non tira una bava di vento: impercettibili e trascurabili. Quando pensi che stia per arrivare un qualche tipo di climax ecco che questi due fanno sesso e basta. Si scambiano mail e fanno sesso, fanno sesso e si scambiano mail.
 Non sai per cosa stare in ansia: faranno sesso nelle prossime venti pagine? Litigheranno?
 Ah, poi, anche il sesso, non se ne vede per un'intro lunghissssssssssssssssima un corteggiamento lunghissssssssssssimo. Meno male che era un libro trasgressivo,  "Romeo e Giulietta" in confronto erano due fulmini di guerra, tempo tre secondi e già s'erano baciati. Era il 1500.

 I PERSONAGGI:
I personaggi di questa specie di romanzo che si svolge in pare qualche settimana, ma dà l'impressione di accadere in una decina di giorni scarsi, si contano sulle dita di una mano e sono talmente piatti che mia sorella piccola che scrive fanfiction sui One Direction, in confronto, è Jane Austen.

 Analizziamoli pure:

CHRISTIAN GREY:
Costui poteva uscire solo dalla penna di una donna. 
 Ventisette anni, bellissimo, ricchissimo, proprietario di un non precisato "impero delle telecomunicazioni" a cui non bada praticamente mai perché è troppo impegnato a fare sesso o a mandare mail (ricorda un po' la protagonista di The "Lady" di Lory del Santo, boss di una non specificata "agenzia pubblicitaria con sedi in tutto il mondo" che non lavora mai).
  Vittima di un'infanzia che pare scritta da Stephen King in una sera di depressione profonda, viene adottato da due miliardari in vena di adozioni (adottati anche un fratello e una sorella random). A 15 anni scopre i piaceri del sesso con un'amica della madre (vedi le sciure che te combinano?), che lo inizia alle gioie dei rapporti sado/maso, dominatore-sottomesso. 
 (Avviso che è inutile chiedermi specifiche tecniche riguardo codeste pratiche, perché mi sono sentita esentata dall'approfondimento nel momento in cui mr. Grey, davanti alle domande della sua amata tutta da istruire, le risponde: "Vai su wikipedia").
Dalla sciura primigenia la strada diventa tutta in discesa finché non incontra lei, la vergine delle rocce, Anastasia Steele, che lo conquista e di cui si innamora praticamente subito, ma che vuole piegare alle sue abitudini sessuali. Abitudini sessuali che includono il gatto a nove code, ma non il sesso anale che mai verrà praticato in tutta la trilogia, pare.
 Ha un animo da stalker ben in evidenza che lo porta a intercettare i telefoni di donne conosciute da due giorni e di far loro una piazzata per un drink in più senza nessun diritto. La cosa darebbe sui nervi oltremodo se non esistesse lei, Anastasia Steele.

ANASTASIA STEELE:
 Non si capisce se sia bella o brutta. Pare che nonostante non faccia sport e mangi come un uccellino sia una sorta di gnocca stratosferica che guida un vecchio maggiolino, vuole lavorare nell'editoria e nel frattempo si mantiene agli studi lavorando in una ferramenta. Cenerentola spicciame casa.
 Nonostante sia talmente gnocca e trasudi feromoni da ogni poro è arrivata a ventuno anni vergine e con uno o due pomiciate sul groppone (ah, come ha fatto notare qualcuno nei commenti, dimenticavo che costei non si è manco MAI masturbata). Fantascienza is in.
 Quando incontra mr Grey però vuole saltargli immediatamente addosso, cosa che fa e ripete di continuo traendone svariati orgasmi che le danno molto da pensare: chi sono? Dove vado? Perché mi innamoro?
 Codesta ragazza possiede due doti naturali:  nonostante non abbia mai fatto sesso, è una sorta di divinità in materia (epico il pezzo del sesso orale) e soprattutto è un'immane spaccapalle.
In qualsiasi caso concordo con la gnoccaggine di Dakota Johnson
 Se c'è un motivo per cui questo libro rimanda il femminismo indietro di millanta anni non è tanto la relazione tra lei e mr Grey basata sul rapporto "stalker-io ti salverò", ma l'esistenza del personaggio di Anastasia. Noiosa, inutile, senza senso, parla sempre sempre sempre, si crede spiritosa e non lo è, chiede in continuazione a questo tizio che problemi ha, qual è il suo passato, chi sono le sue donne, perché non si fa fare questo e quello, lei ha bisogno di sapere, lei deve capire.
 Ad un certo punto, fossi stato in Grey l'avrei presa, rivestita e spedita in Congo col mio jet privato. Una piaga monumentale. E invece, nonostante questo assillamento da fidanzata onnipresente e onnipretendente, lui la ama, la ama, fa per lei cose mai fatte prima, come presentarla alla madre, dormire con lei, fare il sesso alla vaniglia (pare che fare sesso in modo "normale" si dica così, suppongo su Saturno). 
 Inoltre ciò che ammazza definitivamente il personaggio è la scelta stilistica di farle dire una cosa e fargliene pensare un'altra. Quando parla è pure senziente, ma due righe dopo scopri che aveva prodotto un pensiero da oca che solo il suo super-Io aveva tenuto a freno a fatica. Per non parlare di quando sente "la sua dea interiore", essere metafisico che danza coi veli, si sotterra, si lusinga e fa altre cose, come un tamagochi, ogni volta che lei prova una forte emozione. Di tutte le donne sulla terra, Mr Grey sceglie lei. Poi uno dice che la verginità non è sopravvalutata.

GLI INUTILI PERSONAGGI DI CONTORNO:

I familiari di entrambi: che ci sono, non contano niente, non dicono nulla. Padri assenti, madri sagge, fratelli misti.
Gli amici: Mr Grey non ha amici, ma ha un tirapiedi ex marine che è un incrocio tra Lerch e Mami di "Via col vento",
 Ana è più fornita: ha due bonazzi che le vanno dietro e ai fini della trama servono solo a ingelosire mr Grey,  una migliore amica che se la fa, guarda caso, col fratello di mr Grey e fosse amica mia verrebbe padellata di continuo perché non si fa i cavoli suoi mai.
Fine.

ELEMENTI DI DISTURBO CHE MI HANNO ECCESSIVAMENTE SFRACASSATO LE OVAIE:

1) Non si può scrivere un libro in cui una tizia si morde il labbro ogni tre righe e ogni tre righe lui svalvola al suono di "Miss Steele sai che effetto mi fai quando mordi il labbro". Ad un certo punto ti viene voglia di menarla anche a te Miss Steele.

"Hate mail", autore ignoto
2) 'Ste caxxo di mail. Io non avrei mai potuto stare con mr Grey per un motivo principale che è più grave dell'orientamento sessuale e pure della stanza delle torture e del piacere: le mail.
 Ma due esseri umani con una vita possono umanamente passare ore e ore e ore a mandarsi mail in cui non si dicono una ceppa?? 
 Si stuzzicano, scherzano (male tra l'altro perché entrambi hanno seri problemi con l'ironia e i tre quarti delle volte non capiscono che l'altro scherza), si confessano, si domandano, si chiedono, si vezzeggiano, prendono lo stesso appuntamento per sedici volte, si rassicurano. Abbattetemi. Io non reggo due messaggi su whatsapp ogni tre ore figuratevi una maratona di grafomania. 

3) L'ascensore. Sembra che l'ascensore sia megaerotico. Non so come mai, ma a me inquietano e basta, dalla luce alle dimensioni ridotte. Se non altro ho capito perché venissero citati di continuo nei racconti Sperling privè che avevo fumettato questa estate.

4) La fissa per il cibo di mr. Grey. Ogni volta che 'sto tizio vede Ana che fa onore al suo nome e non mangia quasi mai, la costringe a mangiare. La prima cosa che le chiede è: "Hai mangiato?" e si incavola se non lo fa, se non beve, se non si ingozza come un tacchino. Detta così sembra magari anche che si prenda cura di lei, ma in realtà è una roba disturbante, viene ripetuta di continuo, come un'ossessione e l'ho trovata assai peggiore del fatto che lui si presentasse a casa di lei e sua madre di punto in bianco, materializzandosi durante un post cena madre-figlia alcolico. E' quando non sei manco libera di mangiare quando desideri allora DEVI scappare, non se il fidanzato con calma e tatto ti propone le palline vaginali.

5) Il fatto che tutti pensino immotivatamente che mr Grey sia gay. Quando un personaggio x deve esprimere una sua opinione su 'sto tizio, la prima cosa che dice è: "Pensavo fossi gay", così, en passant. Ma perché??

IL TRAMA:
 Sviscererò bene la trama domani nel fumetto, vi basti sapere che principalmente si stuzzicano male e fanno sesso bene. Parte centrale è la firma di un contratto tra lei, giovane donna appena iniziata alle meraviglie del sesso che sogna solo un principe azzurro e lui, giovane principe azzurro dal passato terribile e con voglie poco usuali. Tale contratto, che nel primo libro rimane solo su carta e mai firmato, prevede una serie di robe sessuali che i due possono o non possono fare siglando un accordo per cui lui è il dominatore e lei la sottomessa. E non stiamo parlando della Miriano, anche se forse, alla luce di ciò, dovremo rivedere il vero significato del suo imperdibile libro.

PERCHE' DUNQUE QUESTO LIBRO HA AVUTO TANTO SUCCESSO?

I motivi sono vari, in primis lo schema è usuratissimo et collaudatissimo.
 La donzella casta e l'uomo di potere malvagio vanno in giro dai tempi di "Pamela" di Richardson, della sempre citata "Tess dei d'Uberville" di Hardy, di "Jane Eyre", di "Justine e le disgrazie della virtù" ecc. ecc.
 Non che voglia paragonare le 50 sfumature a questi libri, ma l'archetipo c'è ed è storicamente molto molto forte nell'immaginario collettivo.
 In secundis, come scritto, questo libro è palesemente scritto da una donna che ha creato un uomo ok, con l'ansia di possesso, ma che si trasforma in realtà in una specie di ghepardo addomesticato, visto che abbaia tanto, ma poi appena la tizia si mette a frignare che vuole dormire con lui, lui prende un aereo e dorme abbracciato a lei. L'idea propria di tante donne di addomesticare un uomo selvaggio, loro uniche domatrici nell'universo, vede qui un trionfo senza ostacoli nè travagli interiori, (quelli li lasciamo ai personaggi non bidimensionali).
 In terzis e qui tocca dirlo, questo libro ha un solo lato positivo: le scene di sesso sono descritte bene. 
 Ora voi direte che il vero erotismo è altro e io vi do ragione. Tuttavia dovete immaginare che la stragrande maggioranza delle donne che legge questo libro (o che ha dato vita a questo delirio) o prima leggeva gli Harmony o non leggeva proprio. 
 Avete mai letto un Harmony? Io sì. 
 Ho una zia molto yè yè, che ne faceva incetta durante le estati in Sardegna. Ogni tanto, nella noia, gliene prendevo uno. Le scene di sesso erano esilaranti: gli uomini erano dotati di enormi verghe, di scettri virili, di spade palpitanti. Può una spada palpitare? Non voglio manco sapere come faccia.
 In confronto a 'ste robe, la James ha descritto delle scene pulite pulite, senza metafore con le spade e senza cose particolarmente ridicole. Per eserciti di donne abituate alle "else scintillanti" è stato, credo, come vedere la Madonna.
 Risultato:
Non mi preoccuperei più di tanto per lo stato psicoemotivo delle masse, manco degli adolescenti. In libreria arrivano libri per under 18 MOLTO peggiori, come quello della ragazzina messa incinta da un tizio che la molla, poi torna dopo cinque anni e tra i due è di nuovo amore. Queste sono le cose di cui preoccuparsi, altro che le 50 sfumature. In confronto alle trame medie dei libri per adolescenti mr Grey è quasi un santo e dico tutto.

 E voi che ne pensate? L'avete letto?A domani per una trama particolareggiata!

mercoledì 11 febbraio 2015

Un confuso post su quell'arcano concetto che è: l'indipendentòs kai agathòs. Indipendente (libreria e casa editrice) è per forza anche buono? Oppure la concezione manichea della vita non è applicabile manco in questo campo? Ditemelo voi.

 Due settimane fa disgraziatamente non lavoravo di domenica.
 Dico disgraziatamente perché, se non fosse che altrimenti non vedrei mai civilmente la mia dolce metà che fa un orario da ufficio di epoca fordista, a me lavorare la domenica (pazzi a parte) piace perché mi libera da quella schiavitù ben raccontata da Venditti in "Buona Domenica".
 Ossia, quell'ansia da inizio settimana mista a svogliatezza che ti assale in un pomeriggio che ti senti in dovere di impegnare in ogni modo. Ma vabbeh, comunque, nel tentativo di impegnare codesto pomeriggio, mi sono trascinata in una camminata infinita per arrivare ad una libreria indipendente tanto decantata e parecchio lontana dalla mia amata abitazione.
 Si narravano leggende maravigliose su codesto posto così ho pensato che ne valesse indubbiamente la pena. Invece, dopo quasi due ore di cammino, entro in questo posto e scopro di essere precipitata in una sorta di iperspazio hipster figheggiante.
 La struttura era carina, il bar delizioso, peccato per il catalogo in vendita sospeso tra il pretenzioso, l'insipido, l'inutile e lo scelto male.
 A prescindere dal gusto personale dei librai che magari poteva non coincidere col mio (magari dal blog do un'altra impressione, ma non credo di essere l'arbiter elegantiae della selezione libraria), il problema era decisamente un altro. Era una libreria palesemente allestita in modo diciamo "politico".
 Erano:
1) Quasi completamente assenti libri di grandi case editrici nella sezione di narrativa.
2) Presenti ampi spazi di case editrici indipendenti che non si capiva se fossero state pescate dal mucchio con un criterio logico o no (alcune erano palesemente cooool tipo la Minimum Fax, ma di altre non si capiva bene).
Se si parla di stalinismo librario non posso non mettere
un significativo manifesto maoista
3) Ok, vuoi tenere le piccole e medie case editrici, seppure con criteri misteriosi, perché tanto quelle grandi le tengono tutti e vuoi differenziarti, però....la scelta  del catalogo era inquietante. Un mix di titoli che non avevano nessun appeal tra vecchiaggine, palese noia e nessun criterio che apparisse logico neanche in questo caso (classici mischiati con romanzi di scarso interesse con chicche letterarie che prese singolarmente comunicavano assai poco, magari in un percorso ragionato sarebbe stato un filino diverso).
 In due ore lì dentro sono riuscita a trovare 3 e dico 3 titoli vagamente interessanti e ci ho messo del serio impegno.
 La saggistica mi è parsa scelta discretamente a caso e il top è stata la parte sulle graphic novel. Aveva uno spazio ampio, non si capiva se per motivi di amore da parte del libraio o perché fosse cooool (era coooool anche la clientela, tutta gggggiovane e benvestita, io boh, mi trascinavo a leggere in libreria in nessun particolare stato estetico quando studiavo), ma riusciva nello straordinario intento di avere poco e niente.
 Escludendo Zerocalcare, che pur pubblicato dalla Bao fa tendenza ed è uno di noi, c'erano case editrici scelte in modo randomico, con particolare attenzione per i collettivi indipendenti. Cosa fichissima e giustissima (molti li avevo visti al BilBolBul), ma perché? Cioè perché quasi solo quelli? Se si cercava di ravvisare un senso logico nella composizione del catalogo era impossibile comprendere cosa passasse per la mente dei librai.
 Idem per la parte dei bambini. Esistono tanti libri bellissimi che erano riusciti accuratamente ad evitare proponendo una scelta estetica molto simile a quella delle graphic novel: i disegni e le storie privilegiate erano quelle un po' underground o con disegni molto particolari o con messaggi non proprio da bambini (per capire cosa intendo per libri da bambini non da bambini leggete "Confesso che ho desiderato" Kite edizioni), discretamente inquietanti.
 Sono uscita da lì con un grande interrogativo: ma ha senso tenere una libreria con un catalogo palesemente "politico"? Cioè ha senso allestire una libreria non secondo un gusto personale, un occhio al commercio (perché ripeto, il commercio dei libri è sempre commercio) e un tentativo di fare una proposta sensata al cliente/lettore?
Se non avete fatto il classico goooglate kalòs kai agathòs!
 Perché se ci fosse stato un gusto personale allora i librai avrebbero dovuto spiegare come fosse razionalmente possibile non amare manco un libro edito da Einaudi o Rizzoli, che va bene la malvagità delle grande case editrici ecc, ma escono tante belle cose anche da lì. 
 Noto che molti bookblogger e molte querelle delle case editrici indipendenti nascono da un assunto che non trovo completamente giusto: "indipendente=buono", un indipendentòs kai agathòs.
 Come se non fosse possibile che le case editrici indipendenti, pur avendo un'eccezionale cura (ormai perduta da quelle grandi) nella grafica, nel formato, talvolta persino nella carta, possano prendere delle cantonate maestose, produrre cose discutibili, tradurre robe che si sarebbe stato meglio lasciare solo in lingua originale.
 Idem, non ha senso, a mio parere, e lo dico da lettrice che compra anche e spesso nelle librerie indipendenti (e che come scritto nel post sulle migliori librerie della mia vita riconosce che una libreria indipendente con un libraio capace e appassionato del suo lavoro in modo serio è un tesoro per la vita), pensare che una libreria indipendente sia per forza migliore di una di catena o per forza migliore in generale. 
 La libreria di quella domenica pomeriggio era francamente orrenda, con un catalogo assurdo. E mi ha ricordato un'altra libreria, sempre gestita in modo "politicamente figo" da proprietari giovani assai maleducati con la clientela e più impegnati a trafficare con gli amici che con i clienti (ovviamente secondari, e ve lo dico in questo caso da una che sta dall'altra parte della barricata) in cui ho cercato di andare qualche volta prima di rinunciare, presa dall'irritazione totale.
 Cosa voglio dire con questo post?
1) Una libreria progettata per essere pheeeeega per me non ha nessun senso. Non lo ha perché attuare una politica del genere alla cultura è controproducente sia per il commercio e secondo me offensivo per il lettore che non ha bisogno di essere guidato come un bambino verso "il bene".
2) Molti lettori che danno addosso alle catene e dicono di sostenere le indipendenti poi comprano la qualunque su Amazon.
 Dal mio punto di vista è inutile dire che il panorama culturale si appiattisce, i centri storici stanno diventando tutti uguali, ormai in centro c'è solo Prada e una volta qui era tutta campagna, se poi non si usa il proprio potere (di clienti e quindi di soldo) per fare qualcosa.
 Cioè se frignate per la libreria tanto graziosa del centro che chiude e poi sventagliate il buono regalo di Amazon allora sò lacrime di coccodrillo.
3) Come avevo scritto in un post tempo fa, abbandoniamo l'equazione orwelliana: libraio indipendente buono-libraio di catena cattivo. Anche io vorrei da morire una libreria mia, piccolo particolare: non c'ho i soldi. Non c'ho manco una casa da impegnare, non ho nessuna garanzia, non ho niente. Ma amo i libri. Che devo fà? L'unico modo è lavorare per altri. E' capitata, per ragioni numeriche di assunzione ovviamente, che fosse una catena e non un indipendente, sono meno brava o attendibile per questo? E il mio "padrone" se indipendente è per forza più bravo o migliore di me?
4) Leggere indipendente è cosa buona e giusta e caldeggiabile. E' giusto dare spazio e pubblicità alle realtà che non possono permettersi visibilità, però io lo confesso non ho MAI scelto un libro per la casa editrice. Io scelgo quello che mi piace. Quello che consiglio in questo blog è frutto di ciò che vedo a lavoro, del mio interesse, dei miei giri in altre librerie ecc. ecc. Prima viene il contenuto poi il resto. Questo perchè per me indipendentòs kai agathòs non esiste. Esiste il gusto personale.

Spero si sia capito il senso di questo confuso post.
Non si offenda nessuno, ma parliamone, secondo me è un argomento fondamentale. Talvolta sembra ci siano dei tabù: i libri si vendono per fare (anche) soldi, l'editoria serve (anche) a fare soldi (per questo ad esempio trovo assurde le incitazioni a non vendere i libri di Fabio Volo o della Newton in nome della cultura, saranno discutibili, ma vendono e pagano affitto e stipendi). Montroni aveva scritto un libro con un titolo esemplificativo: "Vendere l'anima". E' quel che si fa e non è vergogna, per nessuno.

 Voi che ne pensate? Sempre che riusciate a capire cosa volevo dire -.-

venerdì 6 febbraio 2015

4 regole semplici semplici (eppure inapplicate nel 90% dei casi) per una presentazione libresca di sicuro successo: passione, musica, buon gusto, pochi amici e un po' di verve che non state a messa!

 Ieri, mentre scrivevo il preambolo al fumetto sulle mie disavventure alla presentazione di un libro lunedì scorso, mi stavo un po' dilungando su cosa a mio modesto parere, si dovrebbe fare e non fare quando si porta in tour un amico libro.
Attensciòn!
 Non sono consigli del tipo: proponetevi così e cosà al libraio, ma consigli più su come rendere gradevole e appassionante una presentazione degna di questo nome.
 Non dico che sia facile e non mi permetto nemmeno di insinuare che i miei consigli siano dogmi assoluti (alla papità bookblogghesca non sono ancora giunta), tuttavia da fruitrice di molte presentazioni a cui ho assistito spesso per obbligo lavorativo (leggi: mi trovavo a lavoro durante l'evento), mi permetto di dare qualche consiglio.
 Non fosse altro che magari riesco ad evitare a qualcuno quelle presentazioni più noiose della messa di Pasqua a mezzanotte.
 Insomma, se vi interessa qui di cui sotto ci sono i miei 4 ingredienti per una presentazione di sicuro successo! Pronti a far faville?

L'AUTORE:
 Voi direte, che consiglio è?
L'autore è il punto focale di ogni buona presentazione che si rispetti: ci siamo trascinati fin lì per vederlo e ci aspettiamo qualcosa che ovviamente non può essere uno spettacolo, ma un minimo deve destare la nostra attenzione.
 C'è un solo problema: l'autore, bene che va, sa scrivere, non è certo detto che sappia anche intrattenere o rendersi simpatico al pubblico. 
 Un po' c'ha ragione: il suo compito è scrivere cristianamente e con competenza (se si tratta di saggistica in particolare), non istrioneggiare, tuttavia, sempre ricordandosi che il magggico mondo dell'editoria ha comunque a che spartire col commercio, tra i suoi compiti c'è anche, aiutare a vendere il suo libro. Può piacere o non piacere, ma nella vita soprattutto lavorativa, si fanno tante cose a noi odiose, gli scrittori (a meno che non si stia parlando di qualche divinità letteraria), non fanno eccezione. Perciò caro autore mio il tuo compito è:
1) Essere presente a te stesso e mostrarti interessato. Non esiste che sei scocciato o con la faccia del "cosa mi tocca fare".
2) Essere vagamente partecipativo. Non sei l'anima della festa? Va benissimo, ma sforzati di dirci perché hai scritto il libro e perché tra mille milioni dovremo comprarlo. Ho capito che te l'hanno pubblicato e hanno creduto in te, ma non basta. Devi convincermi che ci può essere qualcosa per cui valga la pena metterti in coda tra le mie letture al posto degli altri millanta libri che teoricamente avrebbero la precedenza.
3) Fai il santo piacere di non dire che sei lì perché ti hanno obbligato e te ne staresti volentieri dietro la tua santa scrivania. Non ti hanno mandato a spalare carbone in miniera.

I CO-PRESENTATORI:
  Pare 'na stupidaggine, ma come ha dimostrato il fumetto di ieri, i co-presentatori sono FONDAMENTALI. Magari hai l'autore meglio predisposto del mondo, ma le persone che lo accompagnano riescono a rovinare tutto. L'one man show non se lo permette manco Umberto Eco, quindi almeno una (secondo me meglio due) controparti, dovrebbero essere presenti a fare domande e magari a fare considerazioni intelligenti su un libro che si spera abbiano letto.
Invece spesso i co-presentatori: 
A) Non hanno letto il libro.
B) Si dimenticano di non essere loro i protagonisti della serata e sproloquiano a tutto andare su cose che non c'entrano niente e/o lasciano poco spazio all'autore, l'unica persona di cui ci dovrebbe teoricamente fregar qualcosa.
 C) In realtà, seppur pieni di buona volontà, sono stati scelti senza un criterio logico e finiscono per fare la figura di Raffaella Carrà che cerca di fare la simpatica in un programma che è una copia di X factor: sì, ok tanta buona volontà, sei bravo, ma perchè stai qui?
 Diverse le cause che portano una pessima scelta dei copresentatori, prime tra tutte: portare un amico e non una persona vagamente esperta in nome del "lui mi conosce meglio di chiunque altro" o invitare randomicamente l'unica persona con qualche appeal mediatico che potrebbe accendere un interesse tra le masse. Per persona con mediatico appeal parlo di chiunque, dall'attore al sindaco, al direttore della sagra paesana dove ci si appresta a diffondere il verbo libresco.
  Io punterei più che altro su qualcuno che sappia quello che fa e possa sopperire alle mancanze dell'autore: es. se lo scrittore diventa un peperone ogni volta che apre bocca, che il copresentatore lo metta a suo agio e riesca a parlare in sua vece in caso di crisi di panico.

INTRATTENIMENTO:
 Ovviamente se siete Franzen non avete bisogno di fare qualcosa di complementare alla vostra presentazione, tuttavia, soprattutto se siete esordienti, secondo me prevedere, nei limiti del possibile (se il posto dove presentate è d'accordo e attrezzato ecc.), una parte che vada oltre lo schema: blablabla-autore-blablabla-dibattito/domande (oh per favore fatela 'sta parte che l'autore che si nega è out da quel dì).
 Per qualcosa di complementare non intendo danzatrici del ventre o clown che fanno palloncini per i bimbi, ma un qualcosa che possa essere inerente.
  Se state presentando un libro di astronomia, magari prevedete due slide interattive, se è un romanzo coinvolgete un attore capace che legga il pezzo in un modo un po' più passionale (pure qui, autori scegliete bene i pezzi da leggere, che facciano capire qualcosa del romanzo!!), se si tratta di racconti romantici portatevi un chitarrista che faccia il sottofondo musicale senza che incappiate nei drammi della Siae. Sono cose che sembrano piccole e invece colpiscono l'immaginario e se fatte bene non solo incuriosiscono, ma danno anche l'idea che l'evento sia stato particolarmente pensato e curato.
 Unico vero problema: il buon gusto. In questo caso si svelerà la vaga idea estetica dell'autore o dell'editore e si rischia con facilità di cadere nel trash. Perciò misura e lasciate il corpo di ballo piumato a casa, non serve dispiegare tutta la vostra potenza, serve dispiegare quel minimo di potenza che aiuti a far risaltare il libro.

LA PASSIONE:
 Pare 'na caxxata e invece alla maggior parte delle presentazioni a cui sono andata io, sembrava di essere a messa in attesa dell'amen. 
 Quello che più manca ad una presentazione è spesso la passione. Scrivere, se lo si fa sul serio, è un atto molto passionale, in tutti i sensi: passionale perché nel libro si riversano tutte le proprie aspettative, il proprio amore, i ricordi, una visione del mondo, una storia che si ha, per qualche motivo, l'ansia di raccontare (se si tratta di saggistica di un argomento che è al centro dei nostri pensieri per mesi o anni), e passionale in "passione di Cristo" style.
 A quante presentazioni avete sentito scorrere effettivamente amore lacrime e sangue? Io gran poche.
Quando qualcuno vi dice che scrivere è un'attività tanto carina e sollevante sappiate che o mente o non scrive sul serio: scrivere come diceva il buon Capote è una frusta, che ti viene consegnata da dio unicamente per l'autoflagellazione.
 Quest'autunno ho assistito (a lavoro) a quella di Recalcati per il suo libro "L'ora di lezione", dedicato alla passione che serve nell'insegnamento per crescere buoni figlioli e cittadini. Ora, mai avuta la minima fascinazione per Recalcati, la didattica e la pedagogia (inoltre lo avevo già sentito altre volte e avevo pseudodormito), ma in quell'occasione, vuoi che fosse particolarmente ispirato, vuoi che l'argomento lo toccasse molto da vicino, fece una perorazione davvero fantastica. Mescolò ricordi di infanzia milanese, alla politica, ad una maestra straordinaria, a rimembranze generazionali e a molto altro. Non sembrava neanche lui. Alla fine sentivi di voler leggere il libro per sapere se fosse in grado di colpirti allo stesso modo.
 E' questo quello a cui serve una presentazione: ispirare alla lettura.

E voi siete d'accordo? Mettereste altre regole? Pensate che le mie siano farlocche? Testimoniate!

mercoledì 4 febbraio 2015

Libri per bambini che forse hanno più da insegnare agli adulti. Seconda infornata di titoli bambineschi, stavolta non per piangere, ma per imparare cose che avremmo dovuto conoscere tanto tempo fa o che forse conoscevamo, ma diventando vecchi barbogi, abbiamo dimenticato.

Come mi sento oggi
Con estrema fatica, che questi giorni mi sento lanciata in un frullatore e poi shakerata come un mojito nella vita, eccovi il post del giorno, la seconda parte dei miei personali consigli dei libri illustrati per bambini.
 Forza, che si inizi, genitori e non, che tutti i libri di seguito possono insegnare molto di più agli adulti che non ai bambini, misteriosamente e forse neanche tanto.


TUTTI I LIBRI DI SATOE TONE Kite edizioni:
 Satoe Tone è una giovane illustratrice giapponese che ha fatto fortuna, ebbene sì, in Italia.
 Partita da Tokyo, dopo aver tristemente fallito le sue aspettative di gloria in Inghilterra, alla volta di Bologna (da cui era affascinata dopo aver visto i lavori alla fiera del libro per ragazzi), si fa notare da una casa editrice italiana, la Kite edizioni, che inizia a pubblicarla.
   Il suo primo lavoro è il soffice e struggente "Questo posso farlo". Soffice perché i disegni tondeggianti eppure eterei, i pastelli così morbidi da costruire batuffoli di cotone, danno la sensazione tangibile di poter stringere il protagonista della storia, un bianco uccellino che non sa fare niente. Non riesce a nuotare, a cantare e neanche a volare. Si sente inutile. Poi scopre che c'è una cosa che sa fare benissimo: diventare un albero. Così pian piano si ricopre di rami, foglie e fiori meravigliosi, e le sue piume scompaiono, inghiottite dalla corteccia e dagli arbusti. Dov'è finito quel tenero uccello? E' morto? O si è solo trasformato in qualcosa che non pensava sarebbe mai stato possibile?
 Di questa illustratrice favolosa consiglio tutti i suoi libri, tra i quali "La terra vista da qui", favola ecologica di raro incanto, su 84 pinguini alla perigliosa ricerca di un posto pulito dove rifugiarsi e trovare pace. Ovunque essi vadano esiste solo inquinamento e sporcizia e puzza, possibile che l'unico rimedio sia ritirarsi sulla luna? Il finale sembra tanto scontato eppure, se leggerete il libro, scoprirete con estremo stupore, come, tristemente non lo sia.

"UN VIAGGIO" di AARON BECKER ed. Feltrinelli :
Chi ha visto quel meraviglioso film che è "Il labirinto del fauno", horror sui generis, perché le brutture  che si affollano favolose sulla testa e purtroppo sul destino dei bambini appartengono più alla realtà che alla fantasia, riconoscerà il gessetto che la protagonista d questo silent book, usa per sopravvivere al suo mondo grigio.
 Questa bimba ignorata dai genitori troppo occupati, in una città senza colori troppo frettolosa, scopre per caso di poter aprire varchi disegnandoli semplicemente sulle superfici grazie al suo gesso rosso. Volerà raggiungendo veicoli volanti assurdi e cercherà di salvare un bellissimo uccello preso in gabbia. Anche lui risplende nel suo pervinca, su uno sfondo piatto e stanco: a chi appartiene? Chi l'ha rapito?
 I libri per ragazzi che fondono la fantasia e la realtà in un unico mondo, rimangono inarrivabili, come "La storia infinita" e "Un ponte su Terabithia", perché quando si è ormai troppo adulti fa sempre bene ricordare che c'è stato un tempo in cui credevamo davvero che tutto fosse possibile e tutto potesse esistere.

"LA VALLE DEI MULINI" di VALERIA DOCAMPO E NOELIA BLANCO Terre di Mezzo editore:

Nella valle dei mulini le persone vivono la loro vita tranquilla, il vento soffia e smuove i mulini nei campi, leggeri. Un giorno però vengono inventate le macchine perfette e non c'è più bisogno di far nulla
 Gli esseri umani potranno smettere di lavorare, leggere, disegnare e sognare, avranno solo momenti perfetti costruiti per loro dalle loro macchine perfette: perché impegnarsi tanto quando qualcuno fa cose al posto tuo e anche meglio di te? 
 La vita così inizia a scorrere talmente monotona che persino il vento non sente più il bisogno di soffiare e tutto si ferma, in una perfezione devastante. Però, in una piccola bottega, una sarta che lavora per una macchina perfetta in grado di confezionare abiti senza sbavature, sogna di poter cucire vestiti meravigliosi, inventati da lei, e la notte disegna e rimane sveglia a pensare. E' una di quelle notti che conosce un'altra persona con un sogno, l'unica rimasta a sperare oltre lei: un uomo che vorrebbe spiccare il volo, come un uccello. Dall'incontro nasce una magia dimenticata nella valle dei mulini: la passione per qualcosa, rubata dalla perfezione delle macchine. Così, la piccola sarta decide in gran segreto di cucire un abito che consenta all'uomo di volare, ma dove trovare la stoffa adatta?
 Una fiaba moderna dai disegni splendidi, sull'invasività della tecnologia: siamo così impegnati a vivere qualcosa di perfetto, che ci dimentichiamo di vivere tutto il resto, il meglio.

"IO E LEI" di MARINELLA BARIGAZZI e PETER H. REYNOLDS ed. Stampatello:
 Ogni tanto parlo dello Stampatello, casa editrice nata dal desiderio di una coppia lesbica con figli, di produrre anche nel nostro retrogrado paese dei libri per le cosiddette famiglie arcobaleno, ossia le famiglie con genitori dello stesso sesso. Non è ancora molto conosciuta, ma forse i più avranno sentito il loro titolo più celebre "Piccolo uovo", disegnato da Altan e fortissimamente osteggiato dai teocon e dai leghisti che hanno anche cercato di osteggiarne la presenza nelle scuole. 
 "Io e lei", nello specifico, non ha nulla a che vedere con le tematiche omosessuali o di genere, parla invece di quel meraviglioso tipo di amicizia che sempre rimane al cuore di tutti: l'affetto profondo che ci lega agli amici di infanzia.
  Non c'è niente da fare, si possono conoscere persone meravigliose, fare amicizie feconde e proficue nel corso di tutta la vita, ma gli amici d'infanzia avranno per sempre un ruolo particolare, un affetto di diversità insondabile. Se gli amici da adulti si scelgono per tanti motivi, tendenzialmente l'affinità profonda, quelli d'infanzia spesso sono persone che, se avessimo conosciuto a vent'anni, non sarebbero diventati altro che vaghi conoscenti. Poche cose finiscono per legarci davvero a loro (non puoi fare la conta delle cose che hai in comune quando hai 2 anni), ma tra queste ce n'è una fondamentale: il ricordo di quando ancora non si era le persone che siamo, un periodo che per nessun motivo e in nessun modo potrà mai essere ripetuto. In questo libro piccolo piccolo, due bambine abitano vicino e sono inseparabili, fanno tutto insieme anche se una delle due sembra molto più fortunata: è ricca, ha genitori che fanno cose meravigliose, gira il mondo ed è piena di giochi bellissimi. Eppure le cose non stanno come sembrano, perché ci sono cose che nessuna ricchezza può comprare.
 Da regalare a tutte le bambine con un'amica del cuore e a tutte le donne adulte che hanno un'amica d'infanzia che è rimasta nella vita come una sorella.

 E voi ne avete letto qualcuno? Vi incuriosisce qualcosa?