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mercoledì 27 gennaio 2016

La montagna, questa (per me) enigmatica sconosciuta. Quattro libri di avventure drammatiche o rocambolesche vissute realmente sulla cime di crudeli montagne, tra tabù, II guerra mondiale e scelte impossibili.

Anni fa, appena trasferita al nord e in cerca (infruttuosa) di nuove amicizie, accettai l'invito di una collega ad andare a fare "una passeggiata in montagna".  
Io mi vedevo così
Era inizio Giugno, si moriva di caldo e volevo disperatamente conoscere nuovi esseri umani, così, nonostante il mio interesse per i monti sia sempre stato pari a zero, dissi di sì.
 Poiché ero abituata a chiamare montagne le in verità dolci colline laziali, pensai ingenuamente ad una specie di gita fuori porta, una scampagnata in cui avremmo camminato il giusto che ci avrebbe condotto ad una luminosa radura a pasteggiare con fave, pecorino (ok, immaginavo essendo al nord che sarebbe stata coinvolta la polenta in realtà), panini al sacco sfranti dal calore e dallo zaino e mele.
 Indossai perciò delle converse estive e portai una felpa giusto per scrupolo, fosse mai che dovessimo addormentarci sotto un pero o un pino.
 Ecco. Mi ritrovai a scalare 2000 metri con cumuli di neve che occhieggiavano ai lati del sentiero (neve a Giugno???), a pasteggiare in un gigantesco rifugio di montagna su un lago alpino praticamente da sola (altro che pranzo al sacco, tutti gli altri si erano portati i soldi per un luculliano pranzo a base di pesantate con gente del luogo che parlava solo in dialetto incomprensibile) e a rischiare la vita durante la discesa. Capirete infatti che le converse con la suola di gomma non sono proprio la cosa migliore per affrontare una discesa in mezzo alla neve con l'ansia della pioggia improvvisa. 
Finii così -.-"
Finì che mi portò a spalla un tipo che mi molestò lungamente su fb alla ricerca di un appuntamento
(se dovete scrivere un romanzetto rosa tenetela come trama valida, eccetto per il finale).
 Ecco, fine dei miei rapporti con la montagna.
 Eccezion fatta per il padre della mia amica in London che in quanto abruzzese montano provava una perversa attrazione per il Trentino Alto Adige, non penso di aver mai conosciuto una persona del centro-sud (non dico non ce ne siano) che considerino la montagna un'alternativa davvero valida al mare, almeno in estate.
 Che roba è la montagna? Se magna? 
 Per quale assurdo motivo un essere umano dovrebbe passare le sue giornate di riposo a faticare sulle rocce quando può rotolarsi sulla sabbia e spassarsela in mezzo alle onde?
 Queste mie domande qualunquiste hanno ovviamente già delle risposte e sono retoriche (resta il fatto che a me andare in montagna non piace), ma servono per introdurre il post della giornata: libri su tragiche e/o epiche avventure montane. Potete ringraziare per l'idea il cliente che mi ha chiesto il primo libro dell'elenco: "Alive -sopravvissuti".


TABU' - LA VERA STORIA DEI SOPRAVVISSUTI DELLE ANDE di Paul read Piers ed. Sperling:
 Arriva il cliente e chiede "Mi dà quel libro di montagna dove c'è la gente cannibale?" e tu dici: boh.
Poi, fortunatamente un collega ha visto il film e risaliamo al libro che racconta questa incredibile storia vera che rende credibile persino l'incidente aereo in cui hanno fatto fuori mezzo cast di Grey's Anatomy.
 Nel 1972 un aereo uruguayano che trasportava civili (tra cui una squadra di giovani rugbysti) ebbe un drammatico incidente aereo sulla cordigliera delle Ande. A causa della nebbia e di alcuni errori di calcolo umani, il pilota prese di striscio una montagna che credeva di aver superato e l'aereo atterrò in una vallata. Alcune persone morirono nell'impatto, tra cui il pilota (che fece però in tempo a dare informazioni sbagliate, che riteneva vere, sulla loro posizione), altre nei giorni successivi, ma molti si salvarono e per loro iniziò un'incredibile prova di sopravvivenza. Era il 13 Ottobre.
 Per i due mesi e mezzo successivi, i superstiti dovettero fronteggiare prove gigantesche: il gelo, la neve, una valanga che li decimò durante il sonno e la fame. 
 Quando i viveri terminarono (quasi subito visto che c'era pochissimo cibo a bordo) dovettero iniziare a mangiare i loro compagni defunti. Ad un certo punto quando fu chiaro, anche grazie al ritrovamento di una radio funzionante, che nessuno li stava più cercando credendoli tutti morti, i più in forze di loro vennero scelti per una spedizione alla ricerca d'aiuto. Ci furono vari fallimenti e altre morti, ma infine due di loro, Fernando Parrado (che si era salvato miracolosamente ben due volte nel corso della disavventura) e Roberto Canessa trovarono un mandriano dopo dieci giorni di cammino. Il 23 Dicembre vennero ritrovati i 16 superstiti (tra i quali nessuna donna) e tratti faticosamente in salvo. Ne fu anche tratto un film e francamente spiace vista la forza che dimostrarono nel sopravvivere ad ogni costo che la cosa che rimane più impressa nella memoria sia che furono costretti al cannibalismo.

FUGA SUL KENYA di Felice Benuzzi ed. Il Corbaccio:
 La mia amica che citavo nel post su "Timira" mi portò quando eravamo credo alle medie, a vedere "Sette anni in Tibet" un film che la esaltava per il tema e per la presenza di Brad Pitt (e che non esaltava me per gli stessi motivi).  
 Lo trovai mortalmente noioso. Il film narrava l'imprese dello scalatore nazista Heinrich Harrer mandato dal regime a scalare l'Himalaya per la patria. Una volta lì veniva catturato dagli inglesi e rinchiuso in un campo di prigionia da cui riusciva poi a scappare per rifugiarsi nella città proibita.
 "Fuga sul Kenya" racconta una storia meno epica, ma assai simile e spettacolare. 
 L'autore, Felice Benuzzi, era infatti un funzionario coloniale in Etiopia che nel 1941 venne anch'esso catturato dagli alleati e spedito in un campo di prigionia in Kenya. Lì, alle pendici del monte Kenya, escogita un piano: scappare dal campo, arrivare in cima alla montagna, piantare l'italica bandiera e lasciare alcuni reperti raccolti. Per riuscire però gli servono viveri, attrezzature e complici. Così la spedizione si allarga ad un medico, Giovanni Balletto e prima ad un poliziotto che viene però trasferito poco prima della spedizione e così sostituito da Enzo Barsotti che però per problemi cardiaci non riuscirà a partecipare in toto. 
 La storia è rocambolesca: i tre riescono a scappare, ma scoprono che non conoscendo bene il territorio hanno scelto una via troppo impervia, inoltre Enzo sembra non riuscire a proseguire e il tempo passa mentre i viveri diminuiscono.
 No, non finisce male, anzi, a tarallucci e vino. Avventure dalla seconda guerra mondiale.

LA MORTE SOSPESA di Joe Simpson ed. Il Corbaccio:
 Scritto da uno dei due protagonisti della vicenda narra un evento avvenuto nel 1985 durante la scalata della Siula Grande sulle Ande. Joe Simpson e Simon Yates sono due alpinisti inglesi che raggiungono la vetta della Siula e poi iniziano a scendere in cordata (spero si dica così, alpinisti non ammazzatemi). 
 Ad un certo punto Simpson scivola e si rompe una gamba. La discesa che per altro doveva essere rapida visto che avevano finito provviste d'acqua e gas, diventa così estremamente difficoltosa.
 Yates lega allora Simpson e decidono di scendere calandosi lungo il fianco della montagna, ma ad un certo punto, senza accorgersene (a causa delle condizioni climatiche) giungono ad uno strapiombo dove Simpson rimane sospeso. Dopo aver tentato in ogni modo di issarlo alla fine per non essere trascinato con lui, Yates taglia la corda che lo tiene legato all'amico che precipita per 45 metri.
 Solo che. Simpson non si sa come, nonostante i 45 metri e la gamba rotta, non muore e riesce a tornare al campo base dove trova un disperato Yates che è tornato con gran fatica e ossessionato dai sensi di colpa.
 Persino io conoscevo la storia di Reinhold Messner accusato di aver abbandonato il fratello Gunther durante la scalata del Nanga Parbat, ma, se ho ben capito, nel diciamo codice etico degli scalatori (che somiglia molto a quello dei navigatori) è ammissibile che per salvarsi, in condizioni estreme, sia lecito sacrificare l'anello debole della catena.
 In ogni caso Yates fu accusato pesantemente per la sua scelta e Simpson scrisse il libro (da cui è stato tratto anche un documentario) anche per difenderlo. Scrisse che non aveva avuto scelta e al posto suo si sarebbe comportato allo stesso modo.

EVEREST 1996 di Anatoli Bukreev e ARIA SOTTILE di Jon Krakauer: 
 Il libro dell'alpinista Anatoli Bukreev e di Jon Krakauer giornalista (e alpinista) diventato famoso alle masse grazie a "In to the wild" rappresentano un caso estremamente interessante, poiché raccontano lo stesso drammatico evento a cui hanno partecipato entrambi, ma ne riportano versioni differenti, con differenti accuse.
 La vicenda del contendere riguarda due spedizioni che divennero poi una sola molto corposa per raggiungere la cima dell'Everest. Si trattava della fine degli anni '90, l'alpinismo estremo era ormai una questione di grandi numeri. Prima c'erano solo scalatori solitari, iniziavano a nascere imprese assai costose che organizzavano gruppi organizzati guidati da scalatori esperti e sherpa per alpinisti esperti, ma non professionisti. Scott Fischer che fu la vittima più famosa delle nove che rimasero uccise nell'evento, aveva appunto una società del genere e si ritrovò a salire assieme al collega Bukreev e al suo gruppo.
 Il dramma si consuma tra il 10 e l'11 maggio 1996.
  Tutti gli scalatori raggiungono la vetta, ma con ore di ritardo rispetto al previsto, il tempo, inizialmente buono peggiora e così inizia l'incubo. Iniziò una tempesta di neve che costrinse ad accelerare la discesa causando problemi d'ossigeno e d'orientamento ai partecipanti. Alcuni di loro, come Fischer, morirono per embolia (parte del contendere tra Krakauer e Bukreev sta proprio sull'assenza o la presenza di alcune bombole d'ossigeno che avrebbero consentito la sopravvivenza di alcuni di loro), altri rimasero bloccati nella neve, incapaci di orientarsi.
 Bukreev fu l'unico ad uscire alla ricerca dei dispersi, dati ormai per morti, e ne trasse tre in salvo. Un altro si salvò da solo raggiungendo da solo il campo base il giorno successivo semiassiderato.
 Fischer non ce la fece. Rimasto indietro con uno sherpa, lo convinse a proseguire senza di lui e fu trovato solo la mattina dell'11 sempre da Bukreev, ormai morto. Il suo corpo fu ritrovato nel 2008, ma la famiglia espresse il desiderio che rimanesse lì, tra i ghiacci.
 Il dibattito sulle eventuali colpe umane della tragedia coinvolse Krakauer e Bukreev e i loro sostenitori e detrattori, ma si interruppe presto. Nel 1997 una valanga uccise a 37 anni Bukreev mentre scalava l'Annapurna.


Sì lo so, ho scelto tutti casi estremi. Per la montagna si possono citare le imprese di Bonatti o i resoconti dei grandi, c'è tempo e ci saranno post, non temete!





Il blog linkato su Cosmpolitan.it in un articolo sulla narrativa lesbica contemporanea! Oh yeah!

Mentre scrivo un post a tema MONTAGNA (ebbene sì) che probabilmente vedrete in nottata, ci tengo a linkarvi un articolo apparso in mattinata su Cosmopolitan.it a cui ho collaborato ed in cui c'è il prezioso link al mio blog.
 Tema dell'articolo: la narrativa lesbica contemporanea
 Finalmente, ovviamente grazie alla cura e all'attenzione della giornalista, Gabriella Grasso, un articolo che non dice cose per sentito dire, con una buona selezione nella gallery (ove c'è anche lo mio zampino). Sempre W "Carol" e Patricia Highsmith che hanno permesso un'attenzione improvvisa e necessaria sul tema.
 Di cui sotto i link all'articolo e alla gallery.
 Vi annuncio che nell'articolo c'è persino il mio nome di battesimo, così sarete liberi di guardare con sospetto tutte le sventurate libraie che lo condividono con me (ed essendo comune saranno molte, grazie madre grazie padre per non avermi dato nomi facilmente identificabili, oh yeah!).

 Di cui sotto i due link!!




E per la gallery con i 17 titoli consigliati: 

martedì 19 gennaio 2016

Perché gli esseri umani costruiscono uomini elettrici? Cyborg, automi e robot nella storia dell'umanità tra fantascienza e "Identità cyborg", Erone, miti, cyberspazio, papi scienziati, teste parlanti e anatre.

 La fantascienza è uno dei miei generi preferiti per molti motivi.
 Il principale è che, essendo stata considerata (ed essendo ancora considerata da molti), un genere per ragazzini, assolutamente secondario rispetto all'Alta" letteratura (conosco librai che considerano sconveniente mettere Huxley nella sezione di fantascienza perchè "merita" di finire in narrativa generale), ha sempre potuto sperimentare e trattare argomenti scottanti senza che benpensanti, conservatori o chi per loro ci mettessero eccessivamente bocca. 
 Devo dire che personalmente la branca che più mi affascina sono le ucronie e le distopie, mentre non ho particolare passione per gli alieni e manifesto un contenuto entusiasmo per i robot nonostante abbiano avuto un ruolo involontariamente importante nella mia vita universitaria.
 Eppure, di tutte le creature futuribili finora prodotte dall'immaginazione umana, i robot sono probabilmente quelle su cui l'umanità intera dovrebbe riflettere di più, come dovrebbe farlo tutte le volte che deve vedersela con tutto ciò che rappresenta un suo doppio e, in tal modo, un suo Altro.
 Ultimamente mi è capitato di leggere due libri curiosamente gemelli. Il primo è un grande classico della fantascienza, "Sogni di robot" di Asimov, il secondo "Identità Cyborg" di Daniela Gulino ed. Albo Versorio, un saggio sulla storia degli automi.
 In realtà il libro di Asimov non si concentra tanto sui sogni dei robot quanto sull'impatto che la tecnologia avrà sulla storia umana sempre più dipendente da computer onniscienti, sempre più ossessionata dalla riduzione del margine di rischio in qualsiasi decisione.
 I racconti in cui l'uomo demanda il proprio libero arbitrio ad un computer sempre più intelligente sono indubbiamente i più profetici e spaventosi della raccolta, tuttavia nell'introduzione Asimov dimostra di credere assai più nelle sue profezie robotiche.
 Un giorno, pensava lui, i robot cammineranno con noi e faranno onore al nome (dal ceco robota "schiavitù") datogli dallo scrittore e drammaturgo ceco Karel Capek nel testo teatrale "R.U.R. I robot universali di Rossum" che immaginava per loro un futuro da schiavi dell'umanità. Al contrario di Capek che parlava in realtà di cyborg, ossia di costrutti non meccanici, ma organici, simili ai replicanti di blade runner, Asimov non si avventura nella coesione organica tra uomini e robot, ma rimane nell'ambito della tecnologia.
 Nel suo immaginario i robot sono talmente simili agli uomini da poter sviluppare una coscienza e pensieri  che sfuggono alla programmazione impostata. Eppure Asimov li percepisce non come parte dell'umanità, ma come specie altra, tanto da avere la necessità di creare un bellissimo personaggio, quello di Susan Calvin, una robopsicologa che viene chiamata ogni volta che i suoi superiori si piegano all'inaccettabile ammissione che esista una psiche nelle loro creature di ferro.
Se per i costruttori i robot non sono altro che macchine da smerciare in un'ottica capitalista (e più volte è ripetuta la frustrazione di non riuscire a smerciarli sulla terra per la diffidenza della popolazione), talvolta devono piegarsi all'evidenza e chiamarla per comprendere quello che per loro è qualcosa di assolutamente incomprensibile: una serie di variabili assai simili al libero arbitrio e ad una coscienza che alcuni robot finiscono per sviluppare contro il volere dei loro creatori.
 Nel libro di Daniela Gulino, un saggio veloce e molto chiaro, che affronta un excursus storico della figura del robot, si evince come Asimov possa aver anche inventato le leggi della robotica e Capek il nome, ma la fantasia di un essere artificiale creato dall'uomo a sua immagine e somiglianza (o a immagine e somiglianza di altre creature viventi) è sempre esistita, e ha assunto valenze e terrori diversi a seconda del rapporto del momento tra esseri umani, religione e scienza.
Questo perché il tema del doppio, del replicante, del robot, del cyborg come creatura frutto del genio umano, a lui sottoposta e al contempo passibile di rivolta, rappresenta sin dagli albori della conoscenza un grande e terribile desiderio dell'umanità: la possibilità di essere creatore al pari degli dei, o della natura.
 Il punto è che il terrore degli esseri umani rimane ancorato alla limitatezza della loro stessa umanità: se non abbiamo niente di divino, chi ci garantisce che un giorno queste creature non ci diverranno superiori? Senza contare che se c'è proprio una cosa per cui l'umanità tutta non ha mai brillato è sempre stata la comprensione e accettazione dell'Altro. L'altro, il diverso da noi pur pacifico, pur ammesso alla nostra cerchia, rimane sempre per noi fonte di turbamento e timore. E deve essere controllato, e, all'occorrenza, allontanato ed eliminato. L'altro non siamo mai noi.
 Sto riuscendo a spiegarmi? Non ci sto riuscendo? Per chiarire quello che dico riprendo gli episodi più gustosi di questo piccolo e densissimo libro, scoprirete cose che noi umani..


ERONE: 
Il sistema di apertura automatica delle porte dei templi
Se i komplottisti fossero un po' più colti e un po' meno pecoroni (ma in quel caso, immagino, non sarebbero komplottisti) probabilmente ambienterebbero gran parte delle loro fantasie komplottare in quello straordinario periodo che è stata l'antichità in Grecia.
 Gli antichi Greci, e in misura minore i loro cugini romani, hanno sviluppato conoscenze straordinarie che abbiamo opportunamente dimenticato in quasi blocco durante i terribili secoli bui.
 L'idea del robot (costruzione completamente artificiale) e del cyborg (costruzione in parte artificiale e in parte organica) esisteva già nei loro miti: Dedalo costruiva esseri antropomorfi che si muovevano autonomamente (e di cui Socrate discute brevemente nel "Menone"), mentre Efesto, dio del fuoco, aveva una serie di aiutanti forgiati da lui stesso. Più simile ad un cyborg per via della sua vena vitale era il gigante Talos.
Se volete approfondire
Forgiato da Efesto, fu donato a Minosse per difendere Creta, cosa che faceva con solerzia lanciando giganteschi massi verso le navi non gradite attorno all'isola. Fu ucciso dagli argonauti che approfittarono del suo unico tratto, e perciò debolezza, umano: la vena che si rendeva visibile sulla caviglia. Trapassata da una freccia ne causò la morte istantanea.
 L'idea perciò dell'esistenza di esseri antropomorfi, ma artificiali, era perciò già presente nell'immaginario greco e i valenti scienziati e tecnici dell'epoca, liberi da molti dei pregiudizi che caratterizzarono l'infausto medioevo, si sentirono liberi di sperimentare in tal senso.
 I risultati più celebri che molto avevano a che vedere con lo studio della pneumatica, furono la colomba di Archita e i marchingegni di Erone. La prima era opera di Archita, tarantino, politico e seguace di Pitagora, amico di Platone considerato il fondatore della meccanica, e consisteva in una colomba di legno in grado di volare di ramo in ramo grazie ad un gioco di contrappesi ed aria compressa (non chiedetemi, io per quel che riguarda fisica e matematica sono a livello degli uomini preistorici). 
 Il secondo, Erone di Alessandria, vissuto probabilmente nel I sec. a. C. , fu un inventore talmente straordinario da assumere caratteri mitici. A lui si devono molteplici automi semoventi da usare nelle rappresentazioni teatrali e fontane spettacolari, la pompa idraulica e l'eolipia, un marchingegno che tramite il vapore riusciva ad aprire e chiudere automaticamente le porte dei templi (altro che elettricità), inoltre creò dei teatrini in grado di mettere in scena rappresentazioni teatrali autonome e, una sorta di distributore di acqua nei templi che si azionava inserendo una moneta. Proprio come un distributore automatico.
 Paura eh?

PAPA SILVESTRO II:
 Di tutte le storie inquietanti  avvenute nel medioevo, quella che coinvolse il povero papa Silvestro II, conosciuto anche come il Papa Mago,  si è guadagnata senza dubbio il mio amore.
Una delle macchine descritte nel compendio di Al-Jazari
sulla teoria e pratica delle arti meccaniche
Nel medioevo trafficare con automi o creazioni antropomorfe di qualsiasi genere era molto malvisto  in quanto, voler replicare l'operato divino era non solo sconsigliabile, ma anche segnale di malvagità quasi certamente di radice demoniaca. Di automi nel medioevo si occupavano o gli arabi (nella loro concezione, tentare di imitare il creato era visto non come emulazione, ma come omaggio verso il creatore) o alchimisti. In qualsiasi caso gente ritenuta non raccomandabile.
 Il risultato, almeno in Europa, fu che, anche a causa della perdita di molte delle tecniche scoperte dagli antichi, le ricerche sugli automi assunsero connotazioni di stampo esoterico che finirono per ammantare di una patina magica alcuni sofisticati automi del passato.
 Un esempio per tutti le mitiche teste parlanti.
 A quanto sembra questi marchingegni a forma di testa umana esistevano nell'antichità classica e venivano usati come oracoli in nome di antichi miti che vedevano teste vaticinanti quali protafoniste (il principio di funzionamento aveva le sue origini sempre nell'eliopilia anche se non so immaginare come). Ovviamente una testa in grado di rispondere sì o no era quanto di più demoniaco potesse partorire una mente medievale, ma la scienza araba aveva continuato a produrre degli automi molto realistici e riuscì a diffondere parte delle sue conoscenze tecniche almeno in Spagna dove probabilmente il futuro Silvestro II le apprese.
Silvestro II simpaticamente in compagnia del
demonio
Per farvi capire il livello a cui gli arabi erano giunti, basti pensare che Al-Jazari, considerato il padre della meccanica e degli automi d'oriente, costruì una barca su cui si muovevano suonatori e vogatori e creò, tra gli altri, una donna automa che aiutava i convitati a lavarsi le mani versando loro l'acqua, oltre a meravigliosi orologi e ad una fanciulla che serviva il the caldo.
 Gerberto d'Aurillac, salito al soglio pontificio come Silvestro II, è stata una figura estremamente stravagante e mai più ripetuta nel parterre di papi che può vantare il cattolicesimo. Si trattava infatti di un papa scienziato, versato nell'astronomia, inventore ed estremamente colto in ambito scientifico, tanto che si prodigò (lo so, questa sembra vera fantascienza) per la diffusione di molte conoscenze perdute in occidente in ambito filosofico, matematico (reintrodusse l'abaco) e astronomico.
 Era insomma, un papa molto molto strano e la Gulino ipotizza potesse essersi dedicato anche alla costruzione di automi, precisamente di una testa parlante.
 Ovviamente non potevano non nascere su un personaggio del genere credenze e leggende di ogni tipo. Così, nell'immaginario comune, una probabile testa meccanica divenne un essere demoniaco e si attribuirono queste sue conoscenze ad un'improbabile unione con una maga musulmana in combutta col diavolo.
 L'avreste mai detto?

AUTOMI DI VAUCANSON:
 Col passare dei secoli, anche il medioevo finì e si raggiunsero epoche più razionali in cui divenne nuovamente possibile un approccio di tipo scientifico alla meccanica degli automi. Smessi i terrori demoniaci si iniziò a percepire la costruzione di robot come una sfida tecnica e fu così che la prese anche Vaucanson, rimasto celebre per aver costruito tre marchingegni particolarmente sofisticati. 
Anatra di Vaucanson
 Il buon Vaucanson era quel che si direbbe un ingegnere in piena regola, creò infatti la catena senza fine, il tubo di gomma e il telaio per tessere. La sua grande passione furono però gli automi meccanici su cui lavoro con estrema perizia cercando di imitare alcune funzioni proprie dei viventi.
 Le sue tre opere più famose rimangono il flautista, il tamburino e un'anatra.
 I tre automi, che venivano portati in giro dal loro creatore come fenomeni della tecnica, erano straordinari per l'epoca: il primo era un suonatore di flauto traverso che muoveva lo strumento riproducendo melodie, il secondo era in grado di suonare due strumenti diversi e la terza aveva un complesso apparato digerente visibile grazie al petto trasparente.
 L'anatra era quella dei tre che si potrebbe più definire un cyborg perché nelle intenzioni del suo creatore c'era quella di farle compiere una vera e propria azione naturale: la digestione. In effetti apparentemente l'obiettivo fu raggiunto, ossia l'anatra beccava cibo ed espelleva una sorta di rifiuto. Tuttavia, anni dopo venne scoperto l'inghippo: il bolo espulso era una finzione che passava per un secondo canale. L'anatra non digeriva e gli studi pseudobiologici di Voucanson che cercò anche di produrre un automa con un apparato circolatorio funzionante, una truffa.

IL CYBERPUNK:
 E poi venne la rivoluzione industriale, i terrori di Capek, le nuove frontiere dell'automazione.
 In epoca contemporanea, dopo aver impiegato per il lavoro industriale macchine sofisticate, ma ben lungi dall'essere antropomorfe, l'automazione sta prendendo altre vie orientandosi verso quello che è stato definito un transumanesimo. I cyborg siamo noi. Sempre più simbiotici con le nuove tecnologie, iniziamo ad avere innesti non umani (viti nelle ossa, pacemaker o anche solo lenti a contatto) che migliorano la nostra vita ed entrano a far parte del nostro corpo. Le nostre stesse relazioni umani sono ormai mediate in larga parte da oggetti che di umano hanno assai poco.
 Lo stesso termine cyborg è nato non in ambito letterario, ma medico. I primi ad usarlo furono i medici Manfred Clynes e Nathan Kline a proposito di una sorta di potenziamento genetico degli esseri umani in previsione di loro eventuali viaggi spaziali.
 Non era l'idea che Asimov si era fatto della nascita dei robot (a me la cosa che stupisce di più leggendo i suoi racconti ora è il pensiero che gli esseri umani potessero viaggiare nell'universo e creare robot pensanti, ma continuassero a parlare per ricetrasmittenti), e fa un po' sorridere che l'abbia creduta la sua più grande intuizione quando pochi anni dopo scienza e tecnica hanno lasciato che il mito dell'automa si intersecasse in modo imprevedibile alla storia degli esseri umani.
 Anche la letteratura a quel punto ha dovuto cercare nuovi punti di riferimento e lo ha fatto col cyberpunk. Nel 1984, una data stranamente profetica e ricca di eventi determinanti, William Gibson manda alle stampe "Neuromante", sorta di distopia in cui si immagina un futuro in cui la vita avviene in uno spazio reale e al contempo in un gigantesco spazio virtuale, il cyberspazio, dove si può anche non morire mai. Come dice Gulino nel cyberpunk l'idea di base è che il progresso non si possa bloccare in alcun modo, nel bene (nel senso che proseguiremo verso un'evoluzione tecnologica costante) e nel male (le eventuali derive infauste di questa evoluzione non avranno rimedio). Perciò nella trilogia di Gibson, che comprende anche "Laggiù nel cyberspazio" e "Monna Lisa cyberpunk" il mondo è un posto impregnato di tecnologia,  ma socialmente liquefatto. Non ci sono più stati, ogni individuo è estremamente solo e usa il cyberspazio per sfuggire ad una realtà su cui non ha nessun potere.
 La lessi all'università, è una lettura molto particolare e ammetto di non aver sempre capito quello che Gibson cercava di comunicare, ma alla luce della crescente confusione in cui versa il nostro mondo, direi che è un passaggio obbligato.

 Ebbene, spero di avervi dato spunti di lettura fantascientifica e non. Il libro della Gulino può essere una buona introduzione per stilare una buona bibliografia su un argomento che all'apparenza sembra in genere di puro intrattenimento.
 Sembra, e continuiamo a fingere che lo sia, prima che qualche benpensante si svegli con vari decenni di ritardo e inizi a metterci i bastoni tra le ruote.

venerdì 15 gennaio 2016

Come convincere masse annoiate ad appassionarsi alle odiate letture coatte? Quattro modeste proposte per invitare gli studenti alla lettura tra ruote fortunate, scelte a turno, imprevedibilità, americanate e generi bistrattati.

 Io, come ripeto spesso, sono, al contrario di molti, una grandissima sostenitrice della lettura scolastica obbligatoria.
So che molti fanno risalire gli sconfortanti dati Istat sulla lettura in Italia a questa, per molti, orribile usanza, ma io l'ho sempre trovata una scusa. La lettura scolastica coatta per me è sempre stato un compito come un altro, molto più gradito di equazioni e polinomi, molto più amato delle ricerche di biologia sulla meiosi o dell'assonometria cavaliera.
 Francamente, se proprio dovessi ravvisare degli insondabili traumi nella mia vita scolastica, metterei al primo posto altri eventi, come il maestro d'inglese delle scuole elementari (un uomo vecchissimo e con le mani in parte mutilate a causa di un incidente di guerra che ci terrorizzava come se fossimo i ragazzini di un racconto di Stephen King), l'inutile professoressa di religione delle superiori (mi chiedo come non si siano ancora accorti che l'ora di religione produca in realtà una massa di atei convinti) o la mia prima professoressa di latino e greco del ginnasio a cui esplose una collana di giada in classe (per "esplose "intendiamo davvero che esplose di colpo spargendosi ovunque) e che rimase convinta per il resto dell'anno che il fattaccio fosse avvenuto a causa delle nostre energie negative (stavamo facendo un compito in classe).
 Devo dire che, per quanto alcune letture anche per me siano state inutili e soffocanti (ci ho scritto anche un post), non si sono mai macchiate del grave peccato del "trauma scolastico".
 Tuttavia, un coro di protesta è pur sempre un coro di protesta, perciò ho cercato di immaginare una serie di modi in cui i professori di italiano delle scuole medie e superiori possono attirare con arte e con frode i loro alunni verso la lettura.
 NB. Immagino che ci siano dei programmi scolastici da rispettare, ovviamente, perciò se ingenuamente mi macchio di proposte inapplicabili, pensate magari a come piegarle comunque alle vostre necessità. In generale la mia mente li ha partoriti per chiunque si trovi tra le mani dei ragazzini che vorrebbe invitare alla lettura (educatori, bibliotecari, professori di doposcuola ecc.).

TU VUO' FA' L'AMERICANO:
 Una cosa che non ho mai ben capito è perché i professori mi costringessero a leggere un libro per poi accontentarsi di un riassunto e di seminare terrore per circa un'ora in classe sparando domande sempre più complesse per verificare che tutti avessimo letto e non ci fossimo limitati, invece, a copiarlo su internet. 
Perché se tutti detestano le letture obbligatorie a scuola, "L'attimo
fuggente" è uno dei film preferiti dagli studenti?
Una passava tre o quattro pomeriggi della sua esistenza a leggere i "Malavoglia" perchè? Ok, il verismo, Verga, la storia della letteratura, ma perchè?
 Nei film e nei libri americani capita di incontrare professori che, dopo aver letto un libro, chiedano non solo un'opinione agli studenti, ma li invitino a leggere le parti che più li hanno colpiti, li fanno ragionare su alcuni pezzi particolarmente significativi e altre cosucce del genere che rendono la lettura viva.
 Il vero problema della lettura scolastica, secondo me, non è tanto la lettura, ma il dopo.
 Se obblighi una persona a leggere devi aspettarti che non sia necessariamente felice e festante, devi dargli un motivo che vada oltre il "lo prevede il programma".
 Ora, lo so che il professor Keating de "L'attimo fuggente" deve essere uno dei professori più detestati dalle masse di insegnanti perché rappresenta una finzione difficile da ripetere (e anche nel film alla fine si vede che il suo approccio poteva produrre effetti negativi perché troppo dirompente, insomma la didattica imposta esiste per motivi seri), ma le sue lezioni di letteratura sono un archetipo interessante. I libri che si danno da leggere a scuola sono importanti, non scelti a caso: sono fondamentali per la storia della letteratura o magari raccontano la contemporaneità. Un'oretta blanda di critica letteraria travasata da un altro libro di testo a cosa serve? 
 Perciò fate gli americani! Stimolate gli studenti, fate domande che li mettano in difficoltà, costringeteli a pensare al testo che hanno letto (a imparare a memoria il box sul verismo di pagina 343 sono bravi tutti se hanno voglia), perché si comportano così i personaggi? Tu cosa avresti fatto al loro posto e perchè? Ci sarà almeno un pezzo che ti è piaciuto, no? E perchè?
 Domande, domande che vadano oltre la costruzione del testo e più sul contenuto, che tocchino più il rapporto con chi lo ha letto che col critico menzionato a pagina 554.
 Parlo ricordando la mia esperienza diretta, quella di una a cui diedero da leggere "Ragazzi di vita" di Pasolini e a cui non venne spiegato niente (e meno male che capivamo il dialetto romano), il contesto, la vita, anche la trama che non è che si capisca tanto. La lettura obbligatoria lasciata morire su un riassunto non serve a niente. Che la si renda una cosa viva! Non è vero che ai ragazzini non piace leggere, non gli piace annoiarsi che è molto diverso.

UN MESE IO, UN MESE TU: 
Ora, faccio questa proposta sulla base di altri miei ricordi di gioventù.
  Beccai un pomeriggio un mio amico degli scout a leggere "Kitchen" di Banana Yoshimoto: il suo professore di italiano aveva fatto una lista alternativa di libri a cui attingere, non solo classici, ma anche testi contemporanei molto famosi. Mi ricordo che mi parve folle (così giovane e già così reazionaria), ma interessante. 
 Non so se i professori abbiano queste libertà, ma la proposta la faccio comunque. 
 Considerando (dai dati istat e da quello che vedo in libreria) che i ragazzini non è che non leggano, semplicemente leggono quello che piace loro o che piace alla massa, potrebbe essere interessante fare un mese a testa di reciproca imposizione.
 Un mese si legge Pirandello e uno un libro scelto dalla classe che anche il professore dovrà leggere e commentare. Lo so, rischiate di finire tra le grinfie di "Un'overdose di te" o di "After", ma, se posso dirlo, scoprire cosa affascina le odierne menti adolescenti non è per forza un male, anzi.
 Se si fa una buona discussione su un libro che propone evidentemente dei rapporti sentimentali che presentano tratti un filino inquietanti (leggete la quarta di copertina di "Un'overdose di te" e parliamone, ma andando indietro all'epoca mia anche "Tre metri sopra il cielo" era agghiacciante) magari si riesce a capire cosa affascini di storie del genere e i ragazzi, che sono tutto tranne che imbecilli, finiscono pure per ragionare.
 Un mese voi, un mese loro, che ricordare la frustrazione per la lettura imposta non può che meglio disporre verso lo studentame.

OGNI MESE UN GENERE DIVERSO:
 Una cosa che non ho mai capito è perché, nonostante l'importanza nella storia della letteratura, ci fossero dei generi completamente bistrattati. Perché a scuola non danno mai da leggere libri horror? Perché non Lovecraft o Poe (se non in inglese e allora rischia di diventare un incubo vero) o anche un buon Fogazzaro con "Malombra"? Perché non si legge mai fantascienza? Perché non si leggono mai autori contemporanei? O biografie? Perché non danno mai da leggere della saggistica (magari in combutta con professori di altre materie, es. il prof di storia o matematica)?
 Si potrebbe stendere a inizio anno un calendario: ogni mese un genere diverso! E ogni mese se ne potrebbe pescare uno diverso!
Gennaio: Saga familiare
Febbraio: Graphic Novel (come danno da leggere "Nel mare ci sono i coccodrilli" di Geda, perché non "Persepolis" di Marjane Satrapi?).
Marzo: Fantasy
Aprile: Libro scelto col prof. di matematica (es. una storia dei codici crittografici della seconda guerra mondiale).
Maggio: Biografia.
 Giugno: Stilare la lista dei libri per le vacanze insieme.
Ecc.
Sì, forse si leggerà un Vasco Pratolini o un Bassani in meno (e non dico che non sia tragico), ma magari si recupera un lettore in più. Stuzzicare la curiosità per la lettura può significare una perdita a breve termine in termini di bibliografia, ma un guadagno a lungo termine in termine di lettori.

LA RUOTA DELLA LETTURA (Da mettere giù da solo o assieme agli studenti):
 La lettura è un percorso irto di imprevisti, di serendipità e di possibilità
 E' vero. alcuni autori sono fondamentali, ma è fondamentale sempre leggere solo i loro capolavori o magari sono gustose anche delle loro opere secondarie? E perché tra i libri da leggere non compare quasi mai una donna se non, per sbaglio, la Morante? Passi il medioevo, passi il periodo moderno, ma nel '900 si può attingere eccome! E va bene, dobbiamo studiare letteratura italiana, ma possibile che non si possa mai dar da leggere uno straniero? Una Austen che permetta di capire la nascita del romanzo in Inghilterra, un Baudelaire che facesse comprendere che non di solo Carducci viveva l'Europa. 
 Nella mia follia ho immaginato una sorta di ruota della lettura che ogni professore di italiano potrebbe comporre (lo so, avete da fare, ma ve ne basta una per tutti) in cui si potrebbero tentare varie combinazioni (ovviamente il metodo è la solita freccetta al centro da far girare).
 Di cui sotto vi posto una mia creazione molto basic per darvi un'idea di come me la immagino.




Che dite? Ho fatto 4 proposte fallimentari? Le avete già tentate e ve le hanno tirate dietro? Il ministero della pubblica istruzione vi metterebbe al rogo? Le trovate senza senso o con un fondo di raziocinio? Io ho cercato di stenderle pensando ai miei vecchi desideri di liceale.
 Fatemi sapere! Poi magari ci scrivo un secondo post che ne ho altre di idee!

mercoledì 6 gennaio 2016

La befana vien di notte con le scarpe tutte rotte!! Un po' di ricordi e quattro letture per ricordare che il mondo potrà forse preferire il barbuto signore dalla giubba rossa, ma noi si griderà sempre viva viva la befana!

 Come ho già detto varie volte, da bambina l'unica creatura fatata natalizia concessa in casa mia era la Befana.

 Babbo Natale, capitalista americano, era un falso a cui io e la mia sorella di mezzo (la più piccola è arrivata quando il fervore materno nella difesa della strega romana si era un po' placato) non dovevamo piegarci.
 Avessimo passato i nostri natali a Roma sarebbe stato più semplice.
  In realtà ogni 25 Dicembre si trasformava in una prova di forza e volontà, poiché puntualmente venivamo trascinate in quel di Napoli dai parenti di mio padre, dove tutti, la notte della nascita del bambinello, iniziavano a scartare decine di regali con inusitato fervore partenopeo.

 Io e mia sorella no. Noi, stoicissime (lo ricordo con una chiarezza adamantina), ce ne stavamo ferme e buone col pensiero fisso al 6 gennaio, quando, tornate a casa, i nonni romani ci avrebbero fatto trovare l'albero, il solito amico di mia zia travestito da befana, e decine di calze, le più pregiate delle quali provenivano da Piazza Navona, l'unico luogo d'Italia dove ancora riempiono calze di pizzo con prodotti dolciari che nel resto d'Italia sono spariti dopo gli anni '50. 

A rendere ancora più magica la befana, c'era la trionfale accoglienza che ad essa veniva riservata nel mio specifico paese di provincia. Essa arrivava la mattina del 6 in treno! E tutti i bambini potevano andare ad accoglierla festante per poi ricevere il giusto dono sul palco della piazza, sulla quale si saliva ad uno ad uno (e il mio paese non è particolarmente piccolo, quindi si parla di centinaia di bambini). 

Se poi si aveva la ventura di essere figli di ferventi militanti di destra, si aveva diritto ad una seconda befana, quella che mia madre, con disprezzo, soprannominava "la befana fascista".

Foto per aumentare l'effetto nostalgia, ma appartiene
indicativamente all'epoca di mia madre
 I partiti di destra, infatti, organizzavano un'ulteriore befana nel pomeriggio, a cui tutti i bambini erano invitati per ricevere un altro dono. Inutile dire che non ci sono mai andata.

 Tutti questi ricordi favolosi e mitici ai limiti del guareschiano (a proposito, a presto post su Guareschi!), hanno ammantato da sempre la befana di ogni mio ardore e adorazione. La dolce metà, (che crede nell'inquietante Santa Lucia) ora che sono lontana da casa, viene adeguatamente vessata affinché mi faccia trovare la calza ricolma ogni sei gennaio mattina.

 In onore della vecchina e di tutta la gioia che essa mi ha donato nel tempo, ho deciso di dedicarle questo post con cui si concludono le festività natalizie. Siete pronti a sapere da quale sulfureo mondo pagano proviene?
 Let's go!

"L'INCANTO E L'ARCANO": PER UN'ANTROPOLOGIA DELLA BEFANA di Claudia e Luigi Manciocco ed. Armando:

 Le feste comandate cristiane sono piene di radici pagane (anche se ci piace dimenticarcelo millantando folli "radici cristiane" dell'Europa). In alcuni casi la cosa è più evidente, in altre meno, ma è certo che la befana, anziana, magica, a cavallo di una scopa e dispensatrice di doni non è esattamente la creatura fatata che i cattolici sentono di poter sbandierare come propria.

 Le physique du role è proprio quello di una strega in piena regola, creatura non proprio trattata coi guanti dalle gerarchie ecclesiastiche. Ma quali sono le origini della befana?

 Il culto dell'anziana sembra antichissimo e affonda le sue origine in culti pagani zoomorfi e in antichi riti della fertilità in cui le forze della natura venivano personificate da anziane leggendarie diverse nei vari corpus mitici. 

 Nell'antica Roma, in particolare, si riteneva che la dea Diana volasse sulla terra proprio nei dodici giorni tra il 25 Dicembre e il 6 Gennaio per propiziare la fecondità.

 Era il modo in cui in epoca precristiana, quando gli esseri umani non trovavano diabolico sentire una qualche connessione con la natura, si personificavano le forze misteriose, ma benevole (in fondo la primavera tornava sempre) della madre terra. 

 Nel medioevo Diana e le grandi vecchie dei miti nordici divennero streghe, con tutta l'iconografia che accompagna la befana: scopa volante, naso adunco e poteri magici di vario tipo.

 Eppure, l'anziana, soprattutto nell'Italia centrale, ha resistito! Non si è mai trasformata in una vecchia megera malvagia, ma è rimasta una vecchina misteriosa, vestita poveramente ( e "alla romana", mai saputo cosa volesse davvero dire) e che, al contrario di quel pappamolla di Babbo Natale, punisce i bambini infilando carbone nelle calze dei più cattivi.

Volete saperne ancora di più? Siete affascinati da queste origini antichissime e misteriche che per ora neanche il consumismo (calza a parte) a capito bene come fare proprio? Volete rimanere aggrappati con le unghie e con i denti ad una creatura fatata dell'infanzia che nessun americanismo deve far sparire?

 Ebbene, "L'incanto e l'arcano" di Claudia e Luigi Manciocco, ossia il libro da cui ho preso le informazioni per il mio indegno excursus, risponderà a tutto. E' un bel libro, dai toni molto seri, con numerose testimonianze etnografiche. Da dove viene? Quanti paesi europei e non hanno traccia della befana? Perché si chiama così? E cosa sono le befanate? Perché è particolarmente amata in centro Italia?
 Leggere per sapere.

 Ps. In realtà, i cristiani hanno comunque tentato di costruire una leggenda cristologica attorno alla befana. Secondo loro i re Magi vagando da Oriente verso il bambinello finivano per bussare alla porta di una vecchiarella per rifocillarsi. Terminato, i Magi domandano all'anziana se vuole seguirli per andare a portare i suoi omaggi al Bambino Gesù. L'anziana rifiuta, ma poi si pente, riempie un cesto di dolci e, non sapendo dove cercare il pupo divino, inizia a bussare di casa in casa dove, tanto per stare sul sicuro, regala dolcetti a tutti i bambini che incontra.

 Una versione un po' stiracchiatella, non trovate?

GIANNI RODARI e "LA FRECCIA AZZURRA":

 Gianni Rodari che per un lungo periodo della sua vita è vissuto a Roma e amava passare il suo tempo nella boschiva provincia, ha dedicato poesie, racconti e persino un libro, "La freccia azzurra" alla befana.

 Ai vostri pargoli dovreste leggere Rodari a prescindere, ma per far capire loro per quale motivo Befana is better, verso il prossimo giorno dell'Immacolata (avete un anno di tempo per prepararvi, ma considerando che siamo già di nuovo a Gennaio è meno tempo di quel che pensiamo), fiondatevi in libreria alla ricerca della raccolta "Novelle fatte a macchina" e, appunto "La freccia azzurra" (di cui, se non ricordo male, esiste persino un cartone animato italiano).

 Nel primo c'è un racconto dedicato all'anziana che, svolacchiando, scopre di avere un buco nel sacco dei doni e che quelli stanno cadendo in ogni dove, seminando il panico in Vaticano (come fare satira con le fiabe, oh yeah, ma non diciamolo troppo in giro se no ci bandiscono anche Rodari) e facendo felici pastori sardi con pellicciotti per ricche amanti.

 "La freccia azzurra" invece vede la befana diventata moderna imprenditrice. Non porta più i doni a tutti i bambini, ella deve pensare al soldo, c'è la crisi (c'era la crisi già negli anni '50) e perciò visita solo le famiglie che hanno acquistato con moneta sonante i giocattoli che vende nel suo negozio aperto tutto l'anno. Inoltre, non è più un'anziana vestita di stracci logori, ella si è data una ripulita! E' (quasi) baronessa! E ci tiene molto.

 Così, mentre nel resto del mondo Babbo Natale continua a portare i regali a tutti, in Italia i bambini hanno la selezione per censo all'ingresso e i più poveri non ricevono nulla.

 Tra questi c'è il piccolo Francesco che però non rinuncia a farsi un giro davanti alle vetrine del meraviglioso negozio della befana quasi baronessa. Guardare (per ora) non costa nulla e lui sogna.

 Il negozio però non è un posto comune, la befana per quanto ormai corrotta dai tristi tempi danarosi, rimane fatata e i giocattoli sono senzienti e, al suo contrario, sono rimasti dell'idea che tutti i bimbi, anche quelli poveri, abbiano diritto alla felicità di una sera e di un gioco. Così, decidono di fare una sorpresa a Francesco, salgono tutti a bordo del trenino Freccia Azzurra e si avventurano per la città, alla ricerca di quei bimbi che li fissano con occhioni enormi, senza poterli acquistare.

 Rimango dell'opinione che un tempo i libri, tutti, fossero presi molto più seriamente e si capisse quanto potere potessero realmente avere, oltre il puro intrattenimento. Si spera di rivedere un altro Rodari, prima o poi!

PASCOLI: 

Quando si tratta di qualcosa di parapupesco, che deve risvegliare il fanciullino che c'è in noi, stiamo pur certi che Pascoli non può mai mancare.

 In realtà ultimamente, immagino sia la vecchiaia che avanza, mi sta venendo voglia di rileggerlo, ho il sospetto che, smaltita la prima giovinezza, le nostalgie dell'infanzia pascoliane possano assumere maggior senso di quanto me ne possano aver comunicato a sedici anni (quando hai appena finito di fanciullare e, stupido te, non vedi l'ora di buttarti nell'età adulta).

 Comunque, Pascoli dedicò una tristissima poesia alla befana, creatura dell'inverno che osserva mamme preoccupate ed indigenti, che guardano dormire i propri pargoli, desiderosi di ricevere un regalino dalla vecchina. Alla fine non si comprende se la befana porterà il dono ai poveri bimbi o se invece rimarrà il suo solo sguardo consolatorio. Di seguito ve la posto così potete farvi un'opinione anche voi.

"Viene viene la Befana
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! La circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.
Ha le mani al petto in croce,
e la neve è il suo mantello
ed il gelo il suo pannello
ed il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.
E s’accosta piano piano
alla villa, al casolare,
a guardare, ad ascoltare
or più presso or più lontano.
Piano piano, piano piano.
Che c’è dentro questa villa?
Uno stropiccìo eggiero.
Tutto è cheto, tutto è nero.
Un lumino passa e brilla.
Che c’è dentro questa villa?
Guarda e guarda…tre lettini
con tre bimbi a nanna, buoni.
Guarda e guarda…ai capitoni
c’è tre calze lunghe e fini.
Oh! tre calze e tre lettini.
Il lumino brilla e scende,
e ne scricchiolan le scale;
il lumino brilla e sale,
e ne palpitan le tende.
Chi mai sale? chi mai scende?
Co’ suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso
come lampada di chiesa.
Co’ suoi doni mamma è scesa.
La Befana alla finestra
sente e vede, e s’allontana.
Passa con la tramontana,
passa per la via maestra,
trema ogni uscio, ogni finestra.
E che c’è nel casolare?
Un sospiro lungo e fioco.
Qualche lucciola di fuoco
brilla ancor nel focolare.
Ma che c’è nel casolare?
Guarda e guarda… tre strapunti
con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra la cenere e i carboni
c’è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti…
E la mamma veglia e fila
sospirando e singhiozzando,
e rimira a quando a quando
oh! quei tre zoccoli in fila…
veglia e piange, piange e fila.
La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch’è l’aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.
La Befana sta sul monte.
Ciò che vede è ciò che vide:
c’è chi piange e c’è chi ride;
essa ha nuvoli alla fronte,
mentre sta sul bianco monte."
E comunque, vien vestita alla romana, viva viva la befana! E ora vado a godermi la mia calza. 

sabato 2 gennaio 2016

I libri distillati della Centauria: scandalo sconvolgente o inquietante fonte di domande? Tra barboni, faide tra lettori, oscuri antenati, tentativi d'evasione, piaceri e doveri alcune considerazioni per far luce (secondo me).

Nella libreria dove lavoro viene tutti i giorni un barbone a leggere.
© askal bosch /Flickr  
In realtà ne vengono vari, ma lui in particolare legge indefessamente tutto il pomeriggio, tutti i pomeriggi, con un'attenzione e un gusto che destano quasi ammirazione. 
 Prende il suo libro, tutti romanzi d'avventura in genere (ultimamente si è appassionato a Winslow) e legge rapito per quelle cinque ore. Poi rimette il libro a posto, raccoglie le sue cose e se ne va.
 Non è l'unica persona che legge in libreria "a scrocco", lo faccio anche io quando mi trovo in stazione prima di un viaggio, lo fanno tanti anziani che potrebbero andare in biblioteca, ma (catalogo diverso a parte), immagino vogliano quello che giornate troppo solitarie non sanno offrirgli; un po' di sana confusione.
 Ma torniamo al barbone (parole usata in modo non offensivo, so che sarebbe meglio clochard ma preferisco lessicalmente barbone) bibliofilo. Perché cito questo episodio deamicisiano?
 In questi giorni in molti mi hanno segnalato un'iniziativa che mi era sfuggita visto che il delitto, almeno per ora, si sta consumando in edicola e non in libreria: i libri distillati.
 Cosa sono? Rimettendo insieme i pezzi il quibus è questo: la casa editrice Centauria ha preso alcuni romanzi di grande successo commerciale (e aggiungo, romanzi molto commerciali) e li ha tagliuzzati facendone un'edizione ridotta. Una delle vittime, per dire, è "Uomini che odiano le donne" di Stieg Larsson, che passa dalle 800 e rotte pagine alle 260. E', sostanzialmente una versione per adulti delle riduzioni dei classici che in genere si fanno per i ragazzi.
 Ora, ho letto una levata di scudi e questo post è per unirmi alla levata, ma temo che questa geniale idea non sia venuta a Centauria senza una qualche indagine di marketing. 
La pietra dello scandalo
 Voi non potete immaginare l'estrema confusione che regna negli one shot lettori, quelli che entrano in libreria una volta ogni morte di papa alla ricerca di un best seller di cui sentono l'improvvisa necessità perché altrimenti sono gli unici dell'ufficio a non poter ciarlare in pausa pranzo, (immagino nella loro testa la scritta lampeggiante "Quando finisce questo strazio e torniamo a parlare di Masterchef??"), o i genitori che accompagnano la figliolanza a recuperare i libri da leggere per le vacanze. 
 Esiste effettivamente gente che chiede se esistano edizioni ridotte (generalmente sperano in quelle dei classici) e ho sentito domandarmi anche se la differenza tra l'edizione cartonata e quella economica fosse che nella seconda tagliavano dei pezzi (credo che il ragionamento sia: se è economica si usa meno carta quindi meno storia da stampare).
 Questi casi succitati tuttavia, sono accomunati da una cosa: il dovere. Chi va cercando improbabili riduzioni, generalmente, è costretto a leggere controvoglia o senza reale convinzione, non cerca ciò quel bene chiamato "piacere della lettura" e credo che sia questo il motivo per cui generalmente non finiscono (o neanche cominciano) il libro che comprano.
 Sui motivi per cui si legge ho riempito di post questo blog e non perché mi ritenga incoerente. Semplicemente esistono molti motivi per cui si legge: per acculturarsi, per conoscere, perché ci si sente soli, per sognare, per sfuggire alla realtà, per provare a capire le emozioni degli altri e via dicendo.
 Una citazione di Pennac molto famosa recita che "Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere". Fa Bacio Perugina, ma calza al caso nostro: perché le persone hanno letto per interi i romanzi commerciali che Centauria vorrebbe smerciare tagliuzzati? Cosa ne ha determinato il successo quand'anche erano lunghi quasi mille pagine? Perché le persone che li leggevano volevano dilatare il loro tempo per vivere.
 C'è spesso questa faida tra lettori acculturati e lettori commerciali.
Umberto Eco è come l'ultima fase del cammino dell'illuminazione
del lettore: sei giunto all'apice della tua formazione quando per
distrarti leggi Tacito e Benedetto Croce
Come dico spesso, anche io non capisco bene il senso di essere lettori forti, ma solo di titoli di livello medio-basso (a quel punto se sei allenato a leggere, tenta la fuga verso l'alto no?),  tuttavia il motivo per cui tutti, anche i lettori forti, forse escluso Umberto Eco, leggiamo ogni tanto libri commerciali è uno: vogliamo evadere. Vogliamo fuggire dalla nostra vita e dilatarla verso altre.
 E' il piacere di dimenticarci completamente per qualche ora di chi siamo e cosa stiamo facendo, del posto in cui siamo, dei nostri problemi, delle beghe giornaliere, delle litigate con i coniugi, dei figli che non danno tregua, dei problemi al lavoro, del lavoro che non si trova, dell'amore che manca, che non arriva mai, che non è mai come vogliamo noi. La narrativa "d'evasione" non si chiama così per caso, essa appunto, ci aiuta ad evadere, a costi davvero bassi e con una possibilità di successo altissima.
 E' il motivo del successo delle saghe amorose degli adolescenti, tipo "After" (il sogno di sposare un One Direction), ma anche delle tregende borghesi alla Mazzantini (sindrome da telenovelasss in piena regola). La lettura in questo caso, come in quasi tutti, ma in questo in particolare è un piacere e non un dovere.
Ill. by Caro Martini
 E' quello che vedo chiaramente provare tutti i giorni al signore che citavo all'inizio. 
Un uomo che non non ha niente, e tutti i giorni viene in libreria per prendersi almeno il suo diritto all'evasione attraverso i romanzi che piacciono e non può avere (e tutte le volte che lo vedo mi parte il trip di biblioteche itineranti per senzatetto o di raccolte libri, anche se immagino che per molti non sia un problema di vitale importanza).
 E l'ho preso ad esempio non per lacrimevoli parabole da libro "Cuore", ma per rendere chiaro perché l'iniziativa di Centauria, oltre alle diecimila domande che pone anche a livello di proprietà intellettuale (Larsson, per dire, è morto, sarebbe felice di uno scempio del genere?), a mio parere, sia davvero senza senso. Se si va sul sito della casa editrice si capisce che il senso è quello di offrire una lettura smart da consumare "nel tempo di un film". Il lancio della collana recita "Abbiamo ridotto le pagine, non il piacere".
  Il punto è: se la lettura diventa una cosa da sorbire in fretta, con ansia, di corsa, dov'è il piacere? No, perché se il senso è far capire la trama allora facciamo film montati in mezz'ora e romanzi in stile bignami. Che sprechiamo carta a fare? Che si editi tutto a monte!
 Uno dei leitmotiv dei lettori è: cosa farò quando avrò finito questo libro? Quando si trova una storia bella e coinvolgente si vorrebbe che il libro fosse più lungo di diecimila pagine, si spera in seguiti, in prequel, in spin off. E' il motivo per cui attorno ai grandi successi librari sorgono una serie di libri collaterali. Le saghe fantasy, horror e di fantascienza sono l'esempio più eclatante (fatevi un giro su internet per vedere quanti libri su "Il trono di spade" esistono), ancora adesso ci sono orde di fan che sperano in un rinsavimento della Rowling e nella prosecuzione di Harry Potter e gridano al miracolo ad ogni racconto sul mondo potteriano che mette online.
 Questo perché leggere è un piacere, e non ho mai sentito nessuno al mondo che vorrebbe diminuire il tempo in cui prova quel piacere. In genere lo si vuole allungare e sorbire lentamente,non diminuire e gustare frettolosamente. 
 Quindi per chi sono questi Centauria? La risposta è: per non lettori. E la domanda successiva è: perché i non lettori dovrebbero leggere? Per sapere cosa succede in un libro di cui, come dicono molti di loro, possono vedersi un film?
 Le riduzioni in passato sono già esistite, di solito però avevano motivi pedagogici: si rivolgevano ad un pubblico che si riteneva non in grado di affrontare una lettura troppo lunga o complessa. i bambini e le persone non particolarmente alfabetizzate, anche se in molti hanno fatto notare un antenato inquietante: la selezione Reader's Digest di cui ricordo alcuni volumi a casa dei miei nonni (e ora capisco anche perché mio nonno me ne abbia sempre ben tenuta lontana).
 Non penso che la motivazione attuale si discosti tanto da quella passata e lo dico per un motivo principale: se queste riduzioni fossero stati classici tagliuzzati io avrei comunque gridato allo scandalo, ma avrei visto un tentativo appunto di avvicinare masse non proprio abituate a letture impegnative ai grandi classici. Magari qualche viaggiatrice annoiata avrebbe scoperto che Anna Karenina non era la palla biblica che pensava e avrebbe pensato di comprare un'edizione estesa, per dire.
 Ma, signori miei e signore mie, aver bisogno, dopo la scuola dell'obbligo e nella maggior parte dei casi anche il diploma, di una versione ridotta di libri come "La solitudine dei numeri primi" o "Venuto al mondo" è sintomo di un problema agghiacciante. Il punto non è essere lettori mordi e fuggi, o almeno non solo quello (se devi leggere di corsa e per forza, fai altro), il punto è che il bignamino di romanzi di nessuna particolare complessità rilevano come ci si aspetti ormai da noi un livello d'attenzione infinitamente inferiore e una capacità di comprensione incredibilmente compromessa.
 Un tempo le riduzioni erano riservate a chi non era in grado di afferrare concetti troppo complessi. Ora ce lo dicono chiaramente: guardate, vi tagliuzziamo Grisham così ci potete arrivare anche voi e godervi la lettura senza perdere tempo nelle descrizione, nelle trame secondarie, nelle sfumature, nelle caratterizzazioni dei personaggi, nelle digressioni. Senza perdere tempo a leggere, fondamentalmente.