lunedì 31 marzo 2014

Censura! Censura! Sei casi di censura di libri in Italia nel dopoguerra. Zuppe erotiche, mysteriosi Ferrobedò e tragedie ad alto tasso di suicidio vs la pubblica morale!

Mentre ieri tra i fumi del mal di testa scrivevo il post su alcuni scrittori ubriaconi (il caso di dire una goccia di vino nell'otre), me ne è venuto in mente uno sui più famosi casi di censura e processi vari per oscenità et similari a libri e autori. Il problema si è posto davanti alla vastità dell'argomento. Se c'è stata una cosa che gli esseri umani hanno amato fare nella loro lunga storia, quello è stato censurare (vi immaginate se passassimo completamente agli e-reader e zak un giorno togliessero la corrente a livello mondiale? Hai voglia a reperire e-book allora, censura istantanea!). Perciò ho deciso di dedicarmi ad una piccola lista di significative censure solo italiane e solo del '900, principalmente post seconda guerra mondiale, che la censura in epoca fascista è un fatto completamente a sè.
 Ripremettendo perciò che il mio è solo un timido elenco, nel caso foste affamati di sapere e di umane assurdità (imperdibile l'effetto comico della censura vintage) vi consiglio "Maledizioni" di Antonio Armano ed. Aragno. 
 E che si cominci!

"La solita zuppa" di Luciano Bianciardi: 
 Luciano Bianciardi l'ho scoperto solo l'anno scorso e me ne dolgo. C'era in lui e nelle sue storie infatti quel cinismo talvolta lassista talvolta surreale in cui devo dire mi riconosco molto. Il mondo attorno è quel che è, bisognerebbe combatterlo e invece l'unica cosa che si riesce a fare è criticarlo puntellandone le assurdità.
"La solita zuppa", strambo racconto erotico/ironico contenuto nella raccolta "L'arte di amare" ed. Sugar, vide un processo per oltraggio al pudore e vilipendio alla religione di stato in cui furono imputati Bianciardi, l'editore e persino il povero stampatore. Cosa raccontava infatti l'arguta novella? In un mondo in cui il cibo è considerato trasgressione, ognuno è costretto a legarsi in tenera età ad un solo cibo a cui deve rimanere fedele per sempre. Il povero protagonista fece bambino la cattiva scelta di legarsi al semolino e così da adulto è costretto a prendere appuntamenti di nascosto con sugose fiorentine da sbafare in gran segreto. Fin qui tutto ok, vaga fantascienza divertente. Il rovescio accade quando il protagonista in preda ai sensi di colpa esce dal suo fiero pasto e incontra un bambino intento a masturbarsi con gran sollazzo di sua madre. Il sesso, non sottoposto a nessun tabù è infatti onnipresente e naturale, quasi obbligatorio, tanto che il protagonista si lamenta con la donna che suo figlio, nonostante i ripetuti esempi sessuali dei genitori non mostri interesse al riguardo. La chiusa che reinterpreta il miracolo dei pani e dei pesci come il miracolo della moltiplicazione dei membri potrebbe causare infarti anche a molti dei venerandi cardinali di oggi. Assolti comunque.

"La ragazza di nome Giulio" di Milena Milani:
 Lessi questo libro alle superiori con grandi aspettative, mi attendevo, forte del titolo, una qualche storia di ambiguità sessuale e androginia. Fu una gran delusione. In realtà la ragazza di nome Giulio si chiamava Jules alla francese, come suo padre, e amava tradurlo in italiano come Giulio. Vittima di una madre scema e frivola, non sapendo a quale santo votarsi tenta di alleviare la sua solitudine facendo del sesso casuale. La cosa, che nella nostra epoca è ormai la regola, non era proprio ben vista nel 1964.  Dopo le sue prime trionfali vendite, il libro venne sequestrato e ne seguì un processo per oltraggio al pudore sia alla Milani che a Mario Monti, allora direttore della longanesi (scrittore purtroppo per lui omonimo di un anziano poco raccomandabile). Entrambi vennero assolti poiché i giudici riconobbero che l'erotismo non era fine a se stesso, ma si inseriva nella poetica del libro, tuttavia le matrici a piombo erano già state distrutte e si dovettero ricorreggere le bozze da capo. Detta così il libro sembra una figata, in realtà io ne ho un ricordo civettuolo, con scene di sesso non splendide e una protagonista odiosa. Ma de gustibus.

"Ragazzi di vita" di Pier Paolo Pasolini: 
L'orrenda copertina
 Processo per oscenità in più processo per oscenità in meno, dopo aver visto "Salò o le 120 giornate di Sodoma", il pensiero che abbiano processato "Ragazzi di vita" per oscenità fa sorridere. Me lo diede da leggere la prof di italiano alle superiori e per tutto il tempo ci chiedemmo con le mie compagne come una persona non romanesco-ablante potesse comprenderne il senso. Altro punto focale era il nostro incessante domandarci cosa mai fosse il Ferrobedò costantemente citato e quale oscuro ruolo avesse nella trama. Devo dire che eravamo più preoccupati dalla decodificazione che dal contenuto, ergo, ci perdemmo completamente tutta l'oscena trama a base di borgate e prostituzione maschile/minorile. Non se la persero i benpensanti dell'epoca e il libro affrontò un processo che fu persino rinviato per consentire ai giudici di acquisire la prova fondamentale: non avevano infatti ancora letto il libro. Finita che fu l'ostica lettura, ci furono perorazioni da mezzo mondo intellettuale compreso il buon Carlo Bo che fece notare come non ci fosse nessuna oscenità, ma anzi umana pietà verso i diseredati. Assoluzione.

"Altri libertini" di Pier Vittorio Tondelli: 
 Romanzo frammentato in sei racconti, figlio di una delle menti più geniali della sua generazione, deve in verità gran parte della sua diffusione popolare nientepopodimeno che a lui, Massimo D'Alema. Ai tempi in cui non faceva ancora la pelle ai suoi avversari politici, segretario della Fgci (si nasce incendiari, si muore pompieri), ne scrisse una focosa recensione sull'Espresso in cui sottolineava come si stesse facenda largo una nuova generazione priva di politicizzazione. Successone, due edizioni esaurite, la terza sequestrata e processata per oscenità per ordine del procuratore dell'Aquila. Già di suo Tondelli era un personaggio scomodo, omosessuale e non nasconderlo, in più la sua scrittura feroce, velocissima e carnale non lasciava spazio a nessuna immaginazione e mediazione. Ovviamente fu assolto e il libro rimandato alle stampe, tuttavia prima di morire Tondelli ne fece un'edizione "ripulita" che è quella attualmente in stampa per Bompiani. Il testo originale invece è ancora Feltrinelli, l'editore che all'epoca ebbe il coraggio di pubblicarlo.

 "La governante" di Vitaliano Brancati:  
Drammaturgo siciliano, marito dell'attrice Anna Proclemer, fu anche insegnante, sceneggiatore e scrittore, sua la novella "Il bell'Antonio". Colpito più volte dalla censura per le sue sceneggiature a forte carattere satirico, conobbe l'apice del divietp con il dramma "La governante", di cui gli venne impedita qualsiasi messa in scena. Di cosa parla questo immane dramma di lacrime e sangue? Il tema centrale sta tutto nell'ipocrisia della morale, rimasta identica dagli anni '50 ai giorni nostri e bisogna dire che i morti non mancano.  
Trama: La governante Caterina Leher, integerrima e calvinista va a lavorare per la nobile famiglia Platania sulla quale pesa la recente morte di una giovane figlia, suicida a causa delle rigidità paterne (morto 1 quindi). Mentre il figlio maschio della famiglia fa il cavolo che vuole come un vero manzo pre-riforma della famiglia, Caterina calunnia una cameriera accusandola di essere lesbica e ne causa l'ignominioso licenziamento. In realtà è Caterina stessa ad essere omosessuale e in tal modo ha cercato di allontanare il sospetto da lei (vedo che i gay repressi hanno sempre usato gli stessi metodi). La tragedia finisce in tragedia: la licenziata muore in un incidente durante il ritorno a casa e, gravata dal senso di colpa Caterina si suicida (morto 2-3, storia finita per mancanza di attori).
 La  censura portò Brancati a scrivere un pamphlet "Ritorno alla censura" in cui rivendicava l'indipendenza del teatro dalla morale. Fu infine portata in scena dalla Proclemer solo nel 1965 quando ormai Brancati era morto da tempo.

"Cioccolata a colazione" di Pamela Moore:
 Giovanissima autrice americana, decisa dapprima a diventare attrice, fu vittima dei suoi nervi fragili e di una tendenza alla poca pazienza. Vedendo che a 19 anni ancora non era diventata una buona attrice, scrisse "Cioccolata a colazione", storia di una ragazza di buona famiglia in conflitto con sua madre che si dedica a cercare attenzione negli altrui letti (bisex). Ora che lo scrivo il riassunto è curiosamente simile a "Una ragazza di nome Giulio". Sfolgorante successo nel 1957 e sfolgorante nel 1960 il processo per oscenità di cui venne imputato il suo editore italiano Arnoldo Mondadori. I rapporti tra autrice ed editore si incrinarono e lei non ebbe la pazienza neanche questa volta di attendere. Poco dopo aver avuto un figlio si suicidò. Pochi mesi dopo il processo si concluse con la solita assoluzione. Chissà cosa avrebbe fatto se avesse saputo quale oblio sarebbe caduto sulla sua opera più famosa.

 Ovviamente sono solo alcuni casi. Li ho scelti un po' per gusto personale, un po' perché citare Rushdie forse non aveva molto senso. Anche per tale post ci potrebbero essere uno o più seguiti e non è detto che non ci siano!

lunedì 24 marzo 2014

Le maggiori fonti di ispirazione e consiglio dei clienti. Dalla sacra triade Augias-Fazio-Bignardi, ai giornali passando per la radio, ecco da dove piovono i consigli per gli acquisti librari!

Avete presente quelle orride fascette che accompagnano libri di ogni sorta promettendoci capolavori, best seller, amore eterno, prosperità e ricordi indimenticabili? Spesso uno dei titoli di merito del tomo in questione, che esso sia "1001 modi per usare un paiolo" o "Oreo o Ringo, questo è il problema?" (per me chiarissimamente vincerebbero i Ringo) è il fatto che il libro sia sulle nostre tavole tramite tam tam. Nessuna malvagia strategia commerciale, ma solo il caro buon vecchio fragrante passaparola.  
 In realtà il passaparola è solo uno degli infiniti modi con cui gli sciamanti clienti arrivano a conoscere l'esistenza di un libro. 
 Lavorando in libreria ci si accorge dell'esistenza di un magico mondo colmo di consigli e consiglieri, ma, amici passaparolari e professori costrittori a parte, quali sono le più diffuse fonti di ispirazioni dei clienti?

GENTE SUI MEZZI PUBBLICI: 
Io sono portata a credere che questo metodo sia strettamente correlato alla mania dell'oroscopo.
Più vado avanti nella vita più mi rendo conto che credere a dei segni, indizi che il destino dovrebbe casualmente lasciarci in giro per farci comprendere quale sia la giusta via, dopotutto sia un modo come un altro per tirare avanti. Uno dei segnali di Dio e dell'universo più diffusi sono i libri che la gente legge sui mezzi pubblici.
 Non sto esagerando, ma più di un cliente ispirato è giunto da me chiedendomi libri di cui ricordava vaghissimamente il titolo e ne ignorava assolutamente il contenuto.
 "Ricordo la copertina, aveva delle ali, un sole che sorge e tante farfalle. C'era la parola vita dentro."
 Quando chiedi numi su quale sia l'argomento, ecco che il cliente ti racconta la sua commovente storia: "Mi trovavo sul tram e ho visto un ragazzo che lo leggeva, gli ho chiesto com'era e lui mi ha risposto che DOVEVO assolutamente leggerlo, che mi avrebbe cambiato la vita. Così sono venuto in libreria."
 Probabilmente a chi è meno cinico di me deve sembrare meraviglioso e ricco di profondità, ma dico io, perché questo mysterioso giovane che ti indica il cammino non fornisce mai una penna e un pezzo di carta dove scrivere il titolo e l'autore o non fornisce indicazioni più precise sul contenuto?
 Altre volte il cliente fa tutto da solo. Legge qualche riga del vicino di metro (lo faccio anche io) e si sente folgorato. Poi, vuoi che il vicino sia uno di quelli che se ti metti a leggere qualcosa di suo si sente derubato e vorrebbe defenestrarti, vuoi che la vergogna vinca, non riesce a chiedere lumi e il mysterioso lettore scompare. 
 Quello che non è chiaro è che se il cosmo ti manda degli indizi, tu l'indagine comunque la devi fare.

BIBLIOGRAFIE: 
 Esse sono la fonte di incredibili riottosità. In genere capita che un cliente x un giorno si svegli e invece di inseguire una gazzella decida di appassionarsi a qualcosa, che so l'astronomia egizia. Trova un libro in biblioteca, magari degli anni '70 e lo divora. Ha capito che la strada da seguire è quella giusta, così ne vuole ancora e ancora, e prende abbondanti appunti dalla bibliografia al termine del tomo. Forte di quella si presenta in libreria reclamando a gran voce libri che:
Le care bibliografie, chiare quanto un libro in elfico.
a) Sono fuori commercio da almeno vent'anni.
b) Sono stati stampati da ignote case editrici sui monti della Sila o nell'entroterra lucano che forse ti risponderanno via fax (se il numero è ancora quello) un mesetto dopo per comunicarti che nel frattempo sono falliti e hanno donato il magazzino a una biblioteca locale che però non fa il prestito interbibliocario.
c) Non sono mai stati tradotti et messi in commercio sul suolo italico.
 Queste tre opzioni non convincono il cliente. Mai. Se questi libri sono stati citati allora ci deve essere un modo per trovarli. Ne scaturiscono conversazioni della durata di mezz'ora da cui non si cava nulla se non una qualifica di incompetente appiccicata addosso.

RADIO: 
 Io ho sempre sentito un po' di radio, in alcuni periodi più di altri, in generale sempre per farmi compagnia e ascoltare la musica.
 Credo, seriamente, di non aver mai sentito una trasmissione sui libri o in cui consigliassero qualcosa. Molti clienti mi stupiscono chiedendomi titoli che hanno ascoltato in numerose trasmissioni, non solo le più famose, ma anche ignotissime, ad orari improbabili, a opera di conduttori che per loro sono ormai degli amici e per me dei perfetti sconosciuti.
E' una modalità che mi incute molto rispetto. Tuttavia. Tuttavia la radio è uno di quei mezzi dove ascoltare attentamente e quanto meno prendere appunti sarebbe auspicabile. Per molti clienti venire da me e dirmi "Sa, ieri a radio "Due alpi innevate" hanno parlato di un meraviglioso libro su una scalata in montagna. Non ho fatto in tempo a segnarmi il titolo, ma le posso dire che la conduttrice, una signora bravissima, teneva il programma verso le cinque del pomeriggio. Ce l'ha presente? Quello con la sigla che fa...".
 No. Non ce l'ho presente. Non potrei avercelo presente neanche se fosse su Rds, figurarsi su un'ignota emittente locale. Il guaio di queste ispirazioni è che i clienti che cercano libri recensiti via radio sono quasi sempre anziani e certo da un anziano non puoi pretendere che riesca a prendere appunti alla velocità della luce. "Era qualcosa sulla guerra civile in Spagna, su signorina, quanti libri potranno mai esistere su un argomento del genere?"
Non pensi signora, ci son persone che scrivono persino di questo, da non credere eh.

LA SACRA TRIADE AUGIAS-BIGNARDI-FAZIO:
 In tv non ci sono  queste grandi trasmissioni sui libri. Esiste "Per un pugno di libri" che con tutto il bene io ricordo come un'epica palla a cui neanche nel mio periodo più nerd avrei mai voluto prendere parte. In compenso esistono questi conduttori che si fregiano di avere un'allure intellettuale e invitano ogni tre per due un qualche autore che è loro amico, che ci tengono a lanciare, che gli ha cambiato la vita, che è eccezionale, indispensabile, stimatissimo, magari fa un altro mestiere ma appena prende la penna in mano diventa Joyce e via dicendo. 
 La sacra triade Augias- Bignardi- Fazio è però quella in grado di generare più passaparola in assoluto e di far impennare le vendite dall'oggi al domani pur con le dovute differenze:
 

1) Augias: Tra i tre è quello che mi sta più simpatico, forse perché, a dispetto di tutto, mi pare quello con la dote dell'obiettività. Consiglia tomi non piacioni, spesso storici, talvolta pesanti. Ha uno zoccolo duro di acculturati coetanei che lo seguono e quando viene tirato in ballo in cose da cui vorrebbe tenersi fuori (come quando il tizio del M5S voleva mettere al rogo i suoi libri) vive momenti di gloria e di alzata di scudi.
 
2) Daria Bignardi: 
 E' uno degli idoli delle sciure acculturate. Vi ricordate le intrepide amiche fornite di laurea umanistica mai usata che si precipitano alle presentazioni? Ecco, lei ne è la santa patrona. Acculturata e a modo, chic nel vestire cheap nel corteggiare spudoratamente tutti gli uomini piacioni sopra i 40 anni che passano per la sua trasmissione, presenta spesso libri da dama di carità 2.0. Tragiche storie di vita vissuta, conduttori volgarotti che sfornano biografie in cui ci parlano delle ferite del loro passato, politici piacioni, scrittori occhieggioni animano i suoi consigli librari in un curioso mix di radical-chicchismo e pop-becerismo. Il risultato è che gli amanti di Maria De Filippi non riescono a seguirla perché quando stanno per commuoversi si sentono sparare una ventata di cultura che li destabilizza, e gli amanti della cultura si chiedono come si possa definire un premio nobel e un cuoco che si è scoperto scrittore il giorno prima parimenti imperdibili e affascinanti. La sciura, nel dubbio, va in deliquio.
3) Fabio Fazio: Amico del mondo, sembra una specie di Jep Gambardella ma buono. Conosce tutti e da tutti è riamato a suon di sorrisi, calde strette di mano e misteriosi ammiccamenti su fatti privati a cui accennano in diretta per poi parlarne dietro le quinte. Le sue recensioni e interviste agli scrittori sembrano riferirsi a un unico grande libro dove indicativamente i personaggi sono meravigliosi, la commozione è alle stelle, dentro ci sentiamo smossi e dopo non potremo fare a meno di pensare. La domanda cattiva non giunge mai, la curiosità nemmeno, la risata sempre.
 Si apprezza però la mancanza di piacioneggiamento con le scrittrici donne over 40.
 Grande ousider: Roberto Saviano. Se vuole può smuovere le classifiche anche lui. Mai dimenticherò il caso de "Gli ebrei di San Nicandro" libro di cui non credo avremmo mai venduto mezza copia se lui non ci avesse messo lo zampino.
 
GIORNALI:  
Quali recensioni avrà letto Lenin sulla Pravda?
Un grande classico che cito per dovere di cronaca. In genere per i librai sono il miglior tipo di passaparola perché il cliente, a meno che non si fidi della sua fallace memoria, ha la giusta pensata di strappare il pezzo di carta col titolo e l'autore e portarlo fin da te.
 I guai iniziano quando le recensioni son sbagliate e confondono il titolo con l'autore, l'autore col titolo, il curatore con l'editore, l'argomento col  numero di pagine. Pare impossibile, ma accade e allora non solo risalire all'oggetto bramato diventa complicato, ma convincere il cliente che carta non sempre canta lo è ancora di più.
 Segnalo poi la mania dei giornali di recensire libri fuori commercio o che devono ancora uscire. Per il cliente "libro appena recensito" può essere uguale solo a "libro appena uscito o almeno in commercio". Ebbene non è così, ci son tanti di quei classici o bei libri fuori fuori catalogo da non poterli contare (ma da poterli recensire a quanto pare sì).

MODE DEL MOMENTO: 

Tecnicamente questo è un caso di passaparola, che però dimostra come questo mezzo sia potentissimo e non per forza di matrice spontanea (anche il passaparola può essere aizzato con strategie di marketing). Sia che provenga da una campagna pubblicitaria spietata o che scaturisca da un'imprecisata voglia collettiva di appassionarsi a qualcosa random, la moda del momento è velocissima e inarrestabile. Per qualche settimana (raramente per qualche mese o qualche anno addirittura, vd. Twilight o le 50 sfumature) i clienti iniziano a chiedere un libro specifico, prima son pochi, poi si moltiplicano esponenzialmente. Non si capisce se a monte c'è stata una recensione o se la recensione sia stata consequenziale al delirio. Fatto sta che inizia la danza pazza degli ordini. Se ne chiedono centinaia di copie, le case editrici concorrenti, impreparate, mettono mano al catalogo per ristampare in velocità qualcosa di simile, le tipografie lavorano a ritmi impressionanti. Panico, delirio poi stoooooop. Come la moda è iniziata così improvvisamente finisce. E i magazzini delle rese si riempiono. Un anno dopo, di tutto quel delirio nessuno ricorda quasi più nulla.

 E voi, da cosa traete ispirazione per i libri da cercare in libreria?

giovedì 20 marzo 2014

Cinque tipologie di librai tra le più diffuse (e talvolta moleste). Da quello che resiste a quello di catena passando per il pedagogo, gli esemplari più comuni degli ammaestratori di libri!

Il libraio de "La storia infinita". Se ve lo ricordate non era poi tanto cortese.
Forse deviati dal fatto che continuo ad elencare specie su specie di clienti molesti, vi sarete fatti l'idea perniciosa che noi librai e libraie di vario ordine e grado, si sia tutti fantastici e meravigliosi.
 Errato. Anche i librai, come tutte le persone di questa terra, possono essere maleducati e fastidiosi, fissati e logorroici. Ciò che semplicemente rende i clienti più molesti (oltre al fatto che la maleducazione non paga mai in termini strettamente economici, quindi il libraio deve sorridere felice anche quando vorrebbe far volare il cliente oltre lo scaffale) è la statistica. Quanti sono i clienti potenziali in rapporto ai librai? Centinaia di migliaia a uno.
 Ecco che quindi vi propongo una piccola lista di tipologie di librai esistenti (visti da libraia e da cliente che poi alla fine una è vittima di questi sdoppiamenti della personalità e dei ruoli e ad un certo punto va in crash):

IL LIBRAIO RESISTERE RESISTERE RESISTERE: 
 Una specie diffusissima. Il libraio che resiste contro tutti e tutto ha praticamente un'innumerevole selva di nemici da combattere: il tasso di lettura infimo in Italia, la crisi, gli ebook, gli affitti stellari, la concorrenza, la distribuzione ecc ecc ecc. Ma lui RESISTE. E' la sua parola favorita, qualsiasi cosa tu dica entrando nella sua libreria lui ti annuncia che sta resistendo. Il suo non è un lavoro, ma una barricata perenne, il che è vero, giusto, nobile e meraviglioso, tuttavia credere di essere l'ultimo scudo all'inevitabile avanzata dell'ignoranza collettiva può essere un attimo esagerato.
 Alcuni dei librai che resistono dimenticano che il cliente lì dentro è entrato tecnicamente per aiutarli a resistere (comprando) e non gli giova sentirsi ripetere ogni tre per due che loro stanno davvero facendo di tutto per riuscire nell'impresa. Magari anche il cliente nel suo piccolo sta facendo qualsiasi cosa per non perire, che so è un precario che si concede l'unica gioia di comprarsi una graphic novel di tanto in tanto, una madre di famiglia che vuole solo della pace perchè ha tre gemelli di tre anni che la tiranneggiano e cerca solo pace e non altre persone che gli ricordino quanto stia diventando orrendo il mondo.
 Ok resistiamo resistiamo resistiamo, ma non rintroniamo.

IL LIBRAIO CHE CONOSCE IL MONDO: 
No lui? No party
Vi ricordate il periodo in cui Fiorello perculava allegramente Gianni Minà, magnifico anfitrione a Cuba, memore di incredibili avventure assieme a pacchi di gente famosa da Maradona a Paco Pena al pupazzo Gnappo? Ecco, il mondo delle librerie è pieno di Gianni Minà.  
 Questi colleghi nella loro vita, breve o lunga che sia hanno conosciuto un quantitativo impressionante di gente famosa, editori potentissimi, scrittori da Strega. Colazionano con magnifici redattori, partecipano a party esclusivi e in gioventù hanno frequentato persone ormai entrate nella leggenda.
Il vero libraio che conosce il mondo non si vanta di questo suo parco amicizie o del suo passato, anzi, lo vela pudibondo. Poi, di tanto in tanto, lascia cadere osservazioni del tipo "Ah, ieri sono stato a cena con Umberto Eco, non sai la noia" oppure "Sì, ci è arrivato un libro sui cinquanta migliori editor italiani, uno sono io, che palle". E tu lì sconcertata tenti di vedere con nuovi occhi il collega della porta accanto. Quali segreti nasconde? E perché li nasconde? I tentativi di estirpargli informazioni di qualsiasi genere si schiantano davanti a muri d'indifferenza, così per evitare di sembrare una stalker demordi. Fino alla prossima confessione del tipo "Durante la XXI legislatura sono stato ministro.."

IL LIBRAIO CON LA FUNZIONE PEDAGOGICA: 
L'anziano tenero libraio e la curiosa contadinotta Belle
Di tutte le figure mitologiche questa è sicuramente la più mitica.
Non nel senso della più fantastica, ma nel senso di quella più appartenente ad un pantheon inesistente cantato da innumerevoli romanzi. Son pieni i libri di questi librai che consigliano sperduti giovani di provincia (o almeno principalmente di provincia) che traboccano amore verso le lettere, uniche speranze in un panorama di ignoranza che li vorrebbe contadini o muratori. Non so se questa figura esista più, se lo è, è ormai rara come un panda. Da cliente non ho mai incontrato un libraio desideroso di impedagogirmi, da libraia non ho mai incontrato un cliente desideroso di essere impedagogito. Di tanto in tanto quando qualche adolescente chiede numi, mi trastullo con l'idea che forse gli sto per consigliare il libro che gli cambierà la vita, quello che li farà scoprire genietti della fisica o dell'astronomia, che gli aprirà gli occhi.
 Deve trattarsi di una specie di delirio di onnipotenza applicato alla libreria. I chirurghi salvano vite umane, ai librai piace pensare che salvino vite psichiche. Ma appunto piace, non è detto che lo facciano.

IL LIBRAIO DI CATENA: 
 Essere ambiguo a metà tra due mondi, quello nobile del libro e quello inquietante del capitalismo, esso viene percepito spesso come una specie di commesso che dovrebbe però avere la facoltà dell'onniscenza.
 In quanto non proprietario, ma brugola del sistema, esso è visto da una parte della clientela come un burattino senza scopo e senza volontà. Per i komplottisti/tuttologi egli non fa ordini, non vede rappresentanti, è obbligato a manipolare le classifiche e a consigliare solo i libri che le malvagie case editrici grandi mettono loro tra le mani. Sorta di macchina umana atta solo a sistemare libri scelti da un grande burattinaio in un grande palazzo, può essere vessato a piacimento da un'orda umana.
  In realtà il libraio di catena è solo un essere umano come tutti gli altri (spesso laureato che il mondo è pieno di laureati materie umanistiche che cercano uno stipendio fisso in libreria) non manipolato da nessun burattinaio, ma effettivamente alle dipendenze di qualcuno in alto. Può essere amico dei librai indipendenti senza che questi gli lancino un'ordalia e gli ricordino che per colpa sua devono resistere resistere resistere.
 Tuttavia il libraio di catena che si sente libraio tout court  inside (perché aveva una libreria sua ora chiusa o perché avrebbe voluto averla e non ha potuto) vive un conflitto interiore degno del Leopardi: sono o non sono un vero libraio? E cosa sarà di me?

IL LIBRAIO SOCIALMENTE IMPEGNATO:  
Devendra Banhart rende bene la tipologia
Vi ricordate il cliente  fricchettone? Esistono anche i librai fricchettoni e sono tanti. Il libraio fa infatti parte di quei lavori percepiti come nobilmente utili alla società. Ci sono gli insegnanti, i guardia parchi, i medici senza frontiere e i librai.
In genere il libraio socialmente impegnato ha un amore sconfinato per i bambini, le piante e gli animali. Organizza incontri in cui madri possono allattare felicemente in pubblico e i bambini ascoltare meravigliose storie da studenti universitari che si guadagnano la pagnotta vestendosi in modo ridicolo e cantando con una chitarra in mano. Ci tengono sempre a fare proposte molto settoriali sull'ecologia, la lotta alla mafia (riconoscete la libreria socialmente impegnata dal logo di Libera appiccicato in vetrina) e le culture più ignote della terra.
Il suo punto forte in genere sono le presentazioni che possono essere di due tipi:
1) Presentazione di un libro di una piccola casa editrice su argomenti equi e solidali come la coltivazione sostenibile della tapioca in Papua Nuova Guinea. Il libro in genere vende solo in quell'occasione e tutti sono concordi nel dire che ciò avviene chiaramente per lo strapotere delle grandi case editrici.
2) I cicli di incontri. Una volta al mese viene un personaggio X (di variabile importanza) a parlarci di un tema cruciale. Grande hit l'epistemologia. Filosofi di vario grado e provenienza dissertano davanti ad un pubblico ispirato. Poco, ma ispirato.
 Quanta ignoranza a questo mondo signora mia, quanta.

(Colleghi che mi leggete (se ci siete) state quieti, se fà pe' ride. So che resistete è nobile, so che tutte le fricchettonate da me elencate rendono il mondo un posto migliore, perciò volemose bene funiculì funiculà, tarallucci e vino e via. Ah, è solo la prima parte non ho finito).

mercoledì 19 marzo 2014

"Perché non era previsto che noi sopravvivessimo". Tra anarchiche giapponesi e texane, poetesse ambigue e garibaldine coraggiose, bozzetti biografici di donne che hanno fatto la storia e la storia non ricorda.

Cartolina contro le suffragette.
 In occasione della festa delle donne ero in altre faccende affaccendata (primariamente avevo un grandissimo sonno per un attacco di cosmica insonnia della notte precedente), perciò il post commemorativo sulla grandezza, la magnificenza, lo splendore e tutte quelle cose lì del genere femminile, venne saltato a piè pari.
 Come ho detto varie volte amo molto le biografie per quel senso di magnificenza e onnipotenza che ti donano dopo averle lette. Ti rendi conto che Giovanna D'Arco era una contadina che ha guidato le armate francesi alla vittoria mentre tu all'età sua eri al massimo una matricola universitaria che piangeva sul suo ultimo esame non dato per codardia.
 Ci sono vari libri che riportano bozzetti di avventurose vite al femminile. 
 C'è un motivo se furoreggiano e spopolano ben più di quelle degli uomini: è la quantità di avversità storiche, familiari e sociali contro cui tutte loro hanno dovuto combattere. Anche gli uomini hanno avuto i loro problemi per carità, ma come cantava Audre Lorde: "Per tutte noi questo istante e questo trionfo, perchè non era previsto che noi sopravvivessimo".
 E se guardate alla storia del mondo davvero è incredibile come siano sempre esistite donne che non si sono fatte schiacciare.

Iniziamo con "Americane avventurose" di  Cristina De Stefano ed. Adelphi. Nell'indice di scrittrici, fotografe, attrici e giornaliste,  sono due le vite hanno attirato la mia attenzione:

HILDA DOOLITTLE:
Nonostante il cognome che ormai io (come molti altri penso) assoceremo per sempre al veterinario in grado di parlare con gli animali, la cara Hilda fu una poetessa e soprattutto una di quelle classiche persone che non ti spieghi come, ma in vita loro hanno conosciuto solo personaggi straordinari.
  Innanzitutto quindicenne ebbe un breve fidanzamento con Ezra Pound, poi iniziò la sua lunga carriera di bisessuale saltabeccante con Frances Gregg assieme alla quale partì per l'Europa, dove rimase praticamente per tutta la vita. Qui si sposò, ebbe una figlia da un altro uomo, poi una relazione con D.H. Lawrence, poi ebbe una lunga storia con un'altra poetessa, Bryher, con la quale fondò una rivista di cinema. A quel punto si infilò in una complessissima storia a tre, prima con una terza donna, poi con un terzo uomo che sposò la Bryher. Al colmò della mosaica complessitàm quest'ultima e il neomarito adottarono la figlia della Doolittle, la quale aveva deciso di andare in analisi nientemeno che con Sigmund Freud in persona. Tra poesie, ispirazioni alla mitologia classica e interesse per la psicanalisi ebbe vari esaurimenti e infine morì nel 1961. 
Se i bisessuali cercano una santa patrona, posso assicurare che mai persona ha avuto le carte più in regola. 

DOROTHY DANDRIDGE: 
 Forse tutti non sanno che (ma non lo sapevo neanche io prima di leggere il libro), questa bellissima attrice fu la prima afroamericana candidata all'oscar, precisamente come migliore attrice. Cantante e intrattenitrice precocissima assieme alla sorella, il suo inizio di carriera è la più classica delle storie del grande sogno e riscatto americano. Sua madre, povera, ma con vena artistica, le lancia come cantanti nel circuito delle chiese, la loro fama si spande e pochi anni dopo Dorothy inizia la sua carriera d'attrice. 
 Non erano però tempi adatti per un'attrice di colore, tanto meno per lei, che raffinata e bellissima, usciva fuori da tutti gli stereotipi hollywoodiani allora in voga. Il suo aspetto non la rendeva credibile nè come schiava nè come domestica (non c'erano parti altre parti per le attrici afroamericane se non stravaganze come la regina della giungla che infatti impersonò). Tuttavia ebbe la fortuna e il talento di incappare in uno dei pochissimi ruoli buoni adatti a lei: protagonista nel musical "Carmen Jones" per cui e be la nomination. Fu il picco della sua carriera che iniziò poi una rovinosa parabola discendente. La sua vita privata fu un disastro, la sua unica figlia nacque malata, si coprì di debiti e non trovò più nessun ruolo che le si addicesse (continuando strenuamente a rifiutare tutti gli altri). Morì per overdose a 42 anni.

Libro dal tono più politico, foriero di insolite storie di sangue, fatica e politica è invece "Anarchiche" di Lorenzo Pezzica ed. Shake.

NOE ITO: 

La storia di questa donna, morta ad appena 28 è straordinaria. Nacque alla fine del 1800 in un'agiata famiglia giapponese e si sposò giovanissima con la speranza di emigrare in America. Quando le fu chiaro che non sarebbe avvenuto, lasciò il marito per un suo insegnante da cui ebbe due figli. L'insegnante in questione non era l'ultimo degli sconosciuti, ma il traduttore giapponese di Max Striner e assieme a lui iniziò una presa di coscienza politica a seguito della quale inizierà un'incessante produzione giornalistica. Femminista ante litteram, traducendo un'opera di Emma Goldman, conobbe il suo nuovo compagno, l'anarchico Sakae Osugi per cui abbandonò il marito e dal quale ebbe quattro figlie (non so se potete immaginare le proporzioni dello scandalo in una società come quella giapponese e a inizio '900). Assieme diedero una forte spinta alla costruzione del movimento anarchico in Giappone.
La loro fine fu di una tale epica tragicità da sembrare un romanzo. Nel caos completo che seguì al terribile terremoto nella regione del Kanto,  furono entrambi uccisi (assieme ad un loro piccolo nipote) da un gruppo di militari e gettati in un pozzo.  L'omicidio (più precisamente lo scempio successivo all'omicidio) creò grande impressione nel paese e vi fu un processo con tanto di condanne. Comminate non appena le acque si furono calmate.

LUCY PARSONS:
Donna dalla genealogia complessissima che vedeva fondersi origini indiane, afroamericane, statunitensi e messicane insieme, nel dubbio fu discriminata da tutti per tutto.
 Ciò non la rese una piccola donna insicura, ma forgiò in lei una fede politica inattaccabile. Sposò Albert Parson, bianco e antischiavista col quale dovrà scappare dal Texas a Chicago a seguito delle minacce del Ku Klux Klan. Nella nuova città i due radicalizzarono le loro convinzioni politiche e iniziarono un'incessante partecipazione alle lotte sindacali dell'epoca. Albert venne licenziato e Lucy aprì una piccola sartoria per sostentare la famiglia. Poi, avvenne l'irreparabile. Durante le lotte per ottenere le 8 ore lavorative, in un'azione anticrumiraggio davanti ad alcune fabbriche ci furono degli scontri con la polizia. Ci furono quattro morti tra i manifestanti. Il giorno dopo ci fu un nuovo assembramento a cui partecipò anche Albert Parson, la polizia intervenne di nuovo, qualcuno fece scoppiare una bomba che uccise alcuni poliziotti. Ne seguì un processo che condannò a morte sette anarchici tra cui Parson. Lucy non si perse d'animo e fino alla morte continuò la sua lotta sindacale, scrisse articoli e litigò con altri appartenenti al movimento. 
Celebre la sua antipatia con un'altra grande anarchica Emma Goldman. Il quibus del loro odio appartiene ad un'altra epoca: la discriminazione delle donne è legata solo al regime capitalista o ci sono altri fattori?

Per ultimo viene un recentissimo libro della Sinnos editrice ad opera di Assia Patricelli e Sergio Romani, "Cattive ragazze. Quindici storie di donne audaci e creative". A differenza dei precedenti due non solo è in forma di fumetto, ma racconta storie di donne famosissime e storie di donne che hanno fatto la storia, eppur sono rimaste nell'ombra.

ELVIRA CODA NOTARI: 
Ancora adesso le registe donne sono poche e quelle affermate e rispettate ancora di meno, ma anche loro hanno avuto un'antesignana salernitana: Elvira Coda Notari.
  Costei ebbe pochissimi anni dopo l'invenzione del cinematografo, una serie di straordinarie intuizioni che la portarono a fondare una casa di produzione propria e a dirigere più di sessanta film. Assieme al marito colorava la pellicola manualmente, si aggiudicava i diritti delle canzoni napoletane da cui poi traeva i soggetti e le sceneggiature dei film che dirigeva. Le sue storie raccontavano i drammi e le sventure della popolazione più indigente, proponendo però una recitazione naturale e non enfatica (come di moda all'epoca) e una visione della donna non stereotipata. I suoi film ebbero un immenso successo in Campania e nella comunità italiana in America, dove aprì persino una succursale della casa di produzione. 
 La fase calante avvenne con l'avvento del fascismo che osteggiò grandemente la circolazione e l'esportazione dei suoi film. Accusati di non proporre un'immagine consona della donna e della patria vennero censurati, costrinsero Elvira alla semiclandestinità. L'avvento del sonoro e dei suoi costi diedero il colpo di grazia all'attività di questa pioniera che si ritirò in provincia.

ANTONIA MASANELLO:
Nata in veneto durante la dominazione austriaca, a 15 anni partecipò attivamente ai moti del '48. Sposatasi con Bartolo Marinello che condivideva i suoi ideali patriottici, si imbarcarono assieme su una delle spedizioni che partivano per la Sicilia a dar man forte ai Mille di Garibaldi. 
 Qui si travestì da maschio, diede false generalità spacciandosi per Antonio Masanello e combatté valorosamente non risparmiandosi niente e gettandosi nella mischia. Nessuno si accorse del suo travestimento (leggenda vuole che Garibaldi invece sì avendole visto i capelli lunghi sotto il berretto) e fu congedata con onore quando i mille entrarono a Napoli. Ritornata a casa, morì appena un anno dopo in miseria e sconosciuta, per tisi, probabilmente contratta a seguito dei patimenti subiti in battaglia.
 La sua storia ebbe grande eco, anche in America e sulla sua tomba troneggia l'epitaffio che Francesco Dell'Ongaro compose per lei:

 "L'abbiam deposta la garibaldina,
all'ombra delle torre di San Miniato
colla faccia rivolta alla marina
perché pensi a Venezia e al lido amato.
 Era bella, era bionda, era piccina,
ma avea cuor da leone e da soldato!
E se non fosse che era nata donna,
porteria le spalline e n on la gonna,
e poserebbe sul funereo letto,
colla medaglia del valor sul petto.
Ma che fa la medaglia e tutto il resto?
Pugnò con Garibaldi e basti questo!"

Oh, poi magari voi queste storie già le conoscevate tutti e solo io vivevo nell'ignoranza, ma ci tenevo a farci un post. Alla fine sembrano tutte non vite vere, ma romanzi.

lunedì 17 marzo 2014

Una modesta riflessione generazionale dopo una fiera del fumetto e un convegno nazionale per biblioteconomi. Perché la rete si sta sostituendo alle biblioteche? E chi è che fa davvero cultura adesso?

Sono stata circondata da vari Brunetta dormienti in queste
giornate.
Questa settimana, in un raptus di iperattività fortunatamente sostenuto dall'alta pressione e dal bel tempo, sono andata a due eventi potenzialmente diversi eppure uniti da un comune denominatore. 
 Ossia mi sono trascinata ad un convegno nazionale per biblioteconomi/bibliotecari/altre cose che ci girano attorno dal titolo "La biblioteca connessa", e subito dopo al Cartoomics, la fiera del fumetto di Milano.
 Devo dire che la concomitanza straordinaria tra le due cose mi ha reso molto chiaro perché in Italia i ragazzini leggano poco, perché in biblioteca ci vanno quasi solo gli studenti a cercare pace e requie, e perché non siamo in grado di creare un circolo culturale virtuoso.
Premessa doverosa: è OVVIO che ci siano dei bibliotecari superavanzati, realtà davvero d'eccellenza e percorsi di ricerca d'avanguardia, il mio discorso si riferisce alla condizione GENERALE delle biblioteche in Italia.

 PARTE I: il convegno la Biblioteca Connessa.

Le prove che sono stata al convegno
Premettendo che un convegno del genere farebbe venire il latte alle ginocchia a qualsiasi persona non del settore, i temi che si prometteva di sviscerare sembravano epici: il ruolo della biblioteca nella società dell'informazione, e-book, biblioteche in rete, le biblioteche e i social network, le responsabilità morali contro la tecnoapartheid, insomma il mondo.
 Mi presento il primo giorno e mi sorbisco 1 ora e mezza di saluti delle autorità.
 Allora, i saluti delle autorità o durano due secondi o devono avere un senso compiuto. Ovviamente in Italia dove la pompa magna e il comizio elettorale regnano, codesti saluti non hanno né l'uno né l'altro. Ergo siamo finiti in un coacervo di discorsi palesemente preparati dagli "esperti" e messi in bocca alle autorità che non hanno fatto nessuno sforzo se non leggere in modo atono e anche perplesso (del tipo "Ma che palle che è 'sta roba, cos'è?"). Aggiungo che gli esperti non dovevano neanche essere troppo tali visto che consideravano il 15% della popolazione in biblioteca un traguardo d'eccellenza e il sistema bibliotecario cittadino milanese una punta di diamante (fateci un giro e mi direte se non ci troviamo praticamente agli anni '60 ma con i computer per consultare il catalogo). Dopo aver annunciato ben 100.000 euro di denaro regionale per TUTTE le biblioteche lombarde come chissà quale finanziamento, molti dei presenti che già stavano dormendo hanno smesso di ascoltare, riaccendendo il cervello solo dopo, quando finalmente abbiamo cominciato a parlare di questa famosa biblioteca connessa.
 E qui viene il bello. In un convegno sulle biblioteche dell'unità d'Italia potevi anche mascherare il dramma, in uno sui dati bibliometrici anche, ma quando ti proponi di sviscerare il rapporto tra le biblioteche e la società dell'informazione allora ti vuoi male. Ecco che tutto l'apparato mostra la corda e si piazza una sirena scintillante addosso con scritto: IL PROBLEMA STA QUI.
 Stiamo parlando di lui: il gigantesco sul gap generazionale che intercorre tra le persone che lavora in biblioteca (età media credo 50 anni con picchi ben oltre) e i cosiddetti "nativi digitali". 
 Non si tratta di capacità di usare il pc, ma di concepire il mondo.
 Escludendo un'interessante intervento sull'etica bibliografica (di cui parlerò assicuro non è una palla anzi) abbiamo parlato per tre ore dell'aria fritta. Che cos'è facebook? Perché i ragazzi vanno su facebook? Come fa la biblioteca a usare twitter? E' giusto postare le foto su flickr? Addirittura ho assistito ad una lezione sull'uso della privacy in facebook: state attenti a chi taggate perché poi non vedete solo voi la foto, ma anche gli amici di amici.
Sempre ammesso che il bibliotecario decodifichi quello che
dice un quindicenne.
 Voi immaginate un convegno del genere ad un pubblico di 20-30enni, ma anche quindicenni, partirebbero i carciofi e i pomodori verso il palco e l'abbandono della sala due secondi dopo. Questo invece era il tono generale di TUTTA la manifestazione.
 Mi sono resa conto che un vero problema delle biblioteche italiane è il fatto che intere culture e modi di fare cultura (un tempo forse sottoculture, ma ormai quasi maggioritarie) sono invisibili ai radar di chi detiene i centri culturali del nostro paese. Il punto è che ciò non avviene per discriminazione o sottovalutazione, ma per ignoranza. Mai come in quest'epoca due generazioni si sono trovate separate da un gap tecnico così grande.
 Inizi un discorso che credi sensato e ti accorgi di parlare un'altra lingua. Loro si sconvolgono che tu ignori fatti per loro fondamentali della storia italiana, tu rimani sconcertato quando devi tradurre termini informatici base come se stessi parafrasando una lingua straniera. 
Sconcertante.

PARTE II: la fiera del fumetto.

Dopo aver insistito nell'impresa ed essermi sorbita un altro inutile giorno su "che cos'è wikipedia" e "le biblioteche scolastiche non esistono" (grande scoperta lo sa chiunque abbia fatto anche solo le medie), ho deciso di premiarmi e andare al Cartoomics.
 E' sbagliato dire che alle fiere del fumetto ci vanno solo i ragazzini, anzi, probabilmente traumatizzata (in positivo) da un quantitativo di cartoni animati giapponesi in grado di creare un immaginario generazionale, buona parte del pubblico ha almeno trent'anni e svariate persone molti di più. 
 Il delirio è degno di un gay pride. Gente che fa cosplay con vestiti meravigliosi, che grida, si fionda su stand dove vendono coserie di ogni genere da arredi japanesi kawai e assolutamente inutili, alle tutterie di Harry Potter, passando per quelle oscene fatine sexy di cui non ho mai capito il senso (ma che probabilmente piacciono a qualcuno visto che continuano ad apparire negli anni) alle bacchette magiche di legno e piume. Magliette bellissime, ma carissime (fortunatamente per me non avevo 20 euro per quella con su scritto "I'm not a princess, I'm Khaleesi", enormi Totori da mettere sul letto e ovviamente fumetti e serie di qualsiasi fumetto immaginabile con questo fiorire di case editrici che pescano ottimi fumettisti direttamente dal web.
   Insomma un mondo brulicante, chiassoso e produttore di cultura di cui stento a credere che una massa di persone sconvolte dall'utilizzo dei tag su facebook, possa conoscere l'esistenza.
  Oppure stanno diventando quel che tanti amministratori pubblici ci vedono ovvero un deposito di libri dove può lavorare qualunque persona in grado di consultare un pc?
La domanda allora sorge spontanea: le biblioteche stanno ancora svolgendo la loro funzione primaria ovvero trasmettere conoscenza?
 La mia modesta risposta sarebbe NI. 
 L'idea di democrazia posta dietro all'esistenza delle biblioteche, quella di una conoscenza libera e disponibile a tutti in modo gratuito è potentissima, è stata per molte grandi menti delle passate generazioni un viatico e un appiglio, ha rappresentato per tanti una soluzione a tanti interrogativi e problemi.
Nei paesi anglosassoni tanto per cambiare la situazione è
molto diversa.
 Ancora adesso risponde a molte necessità: fornire un patrimonio culturale gratuitamente può avere grandi capacità d'incisione su un mondo sempre più disuguale. 
 Io non faccio parte di coloro che credono che la rete sia la vera democrazia: la rete non sarà democrazia finché tutti non avranno un computer, le capacità e le conoscenze per usarlo con cognizione di causa e una connessione a disposizione liberamente (cioè non obbligatoriamente) e questo mi pare ben lungi dal divenire. E' per questo che mi spaventano tanto gli e-book e le cosiddette biblioteche paperless. 
Cosa si può fare?
 Un mondo che non cambia è destinato a finire.
Nulla rimane nel nostro immaginario più ieratico di una biblioteca monolitica e polverosa, sarebbe ora di fare un po' di pulizia. Probabilmente se aspetteremo ancora vent'anni le amministrazioni pubbliche si svuoteranno e per quel tempo le biblioteche immobili avranno dimostrato tutta la loro inutilità e magari verranno chiuse o alla meglio affidate a gruppi di volontari (come già sta succedendo).
 Si dovrebbe fare qualcosa ora, ma sembra impossibile: come si concilia un mondo che vuole disperatamente entrare e uno che detiene tutto e non ci tiene affatto a uscire (o almeno ad aggiornarsi)?
 La cosa più grottesca è che, visto il gap temporale nel recepimento delle informazioni, un giorno si rischierà di fare un convegno sulle biblioteche in pericolo e per quel giorno le biblioteche saranno già scomparse e saranno le uniche a non saperlo.

Ps. Un'altra cosa che vorrei far notare sul convegno è l'incessante via vai di persone in sala durante gli interventi, una cosa che considero maleducatissima e fastidiosa. Durante le lezioni universitarie o sei dentro entro una certa ora o entri solo in pausa, non è che sfracassi le palle a tutta la sala andando e venendo come fosse la strada dell'orto. Ecco mò l'ho almeno scritto.

Pss Sulla fiera del fumetto farò anche un fumetto, perciò scusate l'elenco da lista della spesa su ciò che ho visto.


venerdì 14 marzo 2014

L'abisso che getta uno sguardo su di noi. Da "Chi l'ha visto?" a "L'ultima lezione" di Ermanno Rea, quel che ci racconta l'insondabile mistero di una scomparsa.

 Qualche anno fa lavorai in una biblioteca per un po' di tempo (ovviamente sottopagata) e mi capitò di passarvi un'estate praticamente infernale.

 I condizionatori erano rotti, io mi vestivo molto male e non so perché mi ostinai a mettere a oltranza un paio di orrende scarpe che mi tenevano i piedi al caldo come due pietre focaie.

 In questo invitante quadretto ovviamente chi poteva (ossia l'utenza) si guardava bene dal mettere piede in un posto che, pur con tutte le porte e finestre aperte, aveva la temperatura media dell'inferno. Così, passai un luglio ed un agosto praticamente nel nulla cosmico.

 Per evitare di addormentarmi nelle ore di nulla e sopravvivere alla calura, poiché il caldo risveglia in me un'inedita passione per l'horror, oltre a leggere Lovecraft trovai un inquietante metodo per distrarmi: iniziai a leggere freneticamente il sito di "Chi l'ha visto?".

 "Chi l'ha visto" è un programma che quando ero bambina i miei genitori vedevano abbastanza regolarmente e mi ha lasciato dei ricordi che rasentano il terrore puro. Non so bene quando ebbi la forza, ma ad un certo punto mi rifiutai di vederlo e smisero anche i miei, tuttavia la sensazione di paura continuò a visitarmi per anni ogni volta che per sbaglio appariva la pubblicità in tv.

 Il sito, probabilmente perché privo della conduttrice che ti parla di storie tremende al cardiopalma, dei parenti disperati intervistati in diretta e soprattutto della terribile sigla iniziale degna di "Profondo rosso", è sempre inquietante, ma ha un suo innegabile fascino.

 Leggendolo infatti ci si fa l'idea che in Italia spariscano principalmente solo due tipi di persone:
1) Gli anziani.
2) Persone dalla vita apparentemente tranquilla che in realtà nascondono segreti abissali.

 Mai come a molti di questi casi s'addice la celebre frase di Nietzsche che se si getta troppo a lungo uno sguardo nell'abisso, allora l'abisso getterà uno sguardo su di noi.

 C'era soprattutto un risvolto che mi affascinava, ed era la logica delle indagini o meglio il fatto che le indagini si muovessero seguendo per forza una pista logica. "X faceva sempre quella strada, quel giorno l'aveva cambiata. Perché?" "Y non si fidava ad aprire la porta a nessuno eppure quel giorno l'aveva fatto. Perché?". 

Ci sono delle volte e penso che capiterà a tutti che magari un giorno ci si metta in testa di fare qualcosa di illogico, è una cosa propria dell'essere umano. Io ogni tanto per esempio parto per la tangente e decido di boh andare all'ikea da un momento all'altro o appunto faccio una strada di ritorno dal lavoro diversa perché mi va così in quel momento. 

 Magari anche agli scomparsi di colpo è andato di fare qualcosa di completamente illogico, e allora puoi scandagliare qualsiasi microscopico dettaglio di una vita (che poi da apparentemente normale si scopre intricatissima e piena di segreti), ma alla verità non arriverai mai.

 I miei arrovellamenti estivi culminarono nella lettura di uno dei sedicimila libri di Lucarelli sui misteri d'Italia e ne "La scomparsa di Majorana" di Sciascia, la cui esistenza mi rassicurava sul fatto che il mio strano interessamento avesse se non altro illustri predecessori.

 Ettore Majorana, esimio fisico di una generazione straordinaria, scomparve nel nulla dopo aver lasciato ambigue e allarmanti lettere in cui annunciava non esattamente il suicidio, ma se non altro una ragionata scomparsa. Fece seguire a queste, un'ulteriore missiva in cui annunciava di aver rinunciato ai suoi intenti (comunque misteriosi), ma invece di ritornare a casa scomparve nel nulla. Perché?

 Le innumerevoli ipotesi vanno dal suicidio, alla presa di coscienza scientifica dei futuri danni dell'evoluzione della fisica nucleare, ad una grande congiura di stato, alla volontà di ritirarsi dal mondo. Alcuni asserirono di averlo visto in giro per Napoli, poi su un piroscafo, poi in Sudamerica dove si sarebbe ritirato rinunciando ai suoi studi, altri, tra cui Sciascia, chiuso in un convento, precisamente la Certosa di Serra San Bruno.

 Questo del ritiro in convento è un grande classico delle sparizioni. Se anche voi, dopo questo post, avrete la voglia e il coraggio di mettervi a smanettare sul sito di "Chi l'ha visto?", scoprirete che in molti casi serpeggia il dubbio della crisi spirituale e della fuga dal mondo.

 Ciò che rende estremamente interessante l'ipotesi è che nel nostro mondo iperconnesso, mappato, controllato, esistano ancora dei luoghi inaccessibili, invalicabili, dove i monaci possono rifiutarsi di  fornire spiegazioni e identità di coloro che si rifugiano presso di loro e a te viene sbarrata qualsiasi entrata.

 Ed è la stessa abbazia da cui partono i dubbi di Ermanno Rea, autore de "L'ultima lezione" un'indagine, serissima, ma raccontata come un noir (e non c'è nulla di spaventoso della realtà che si fa orrore) sulla scomparsa di un'altra persona eccellente: il professor Federico Caffé, uno dei più famosi economisti italiani.

 Ormai anziano, provato da un periodo difficile e soprattutto dall'incombente tristezza dovuta all'approssimarsi del pensionamento e della sua ultima lezione universitaria, Caffè inizia a precipitare in un vortice di pensieri bui da cui niente e nessuno fu in grado di tirarlo fuori. 

 Nonostante Rea sottolinei come Caffè avrebbe continuato a dare il suo contributo accademico in altro modo, avesse avuto rassicurazioni anche istituzionali (un premio con annesso denaro attribuitogli poco prima della scomparsa), nonostante il grande affetto di molti suoi studenti, Caffè iniziò a fare strani e oscuri discorsi. 

 Le testimonianze raccolte da Rea di amici, colleghi e studenti restituiscono il ritratto di un uomo che aveva lanciato ogni possibile segnale su un prossimo evento luttuoso, dai lamenti sul fatto di non essere stato abbastanza considerato, di aver dato tanto e ricevuto poco, ai dispiaceri che la vecchiaia gli stava riservando.
  A nulla valsero le rassicurazioni e le preghiere degli amici e conoscenti, una mattina accadde. Caffè si alzò stando attento a non svegliare il fratello malato e scomparve. 

 Lo cercarono ovunque per giorni, venne fatta qualsiasi ipotesi e lo stesso Rea si appella disperatamente al buonsenso di un uomo così intelligente da aver programmato una sparizione e non una morte nei minimi dettagli, da essersi accordato con qualcuno per essere portato da qualche parte, dove non essere il disturbo che credeva erroneamente di essere diventato. 

 Magari proprio quella Certosa dove Sciascia sperava Majorana e i cui monaci negano decisamente di ospitare chicchessia (compreso uno dei soldati che sganciò la bomba di Hiroshima). Lo spera Rea e, pur non avendolo conosciuto, alla fine del libro lo speri disperatamente anche tu. 

 Perché è una storia delicata, un ritratto umano che pone molti interrogativi sul libero arbitrio, il caso e la disperazione e ti rende conscio dei tuoi limiti verso gli altri esseri umani.

 E' impossibile poter dire "Avrebbero potuto fare qualcosa per convincerlo o salvarlo", perché appare in tutta la sua evidenza l'irrevocabilità di certe scelte. 

 E in fondo è proprio questo che tutte le storie di persone scomparse hanno in comune: questa sensazione di sorda oscurità, di incredibile, un buio imperscrutabile che va oltre la logica di tutti noi.

mercoledì 12 marzo 2014

Il gattopardo o anche l'expecto patronum dell'Italia o anche il suo daimon. E' davvero possibile ammazzarlo, come dice Friedman? Nessun libro come "I viceré" ha una risposta tanto lapidaria

In Italia siamo ossessionati da una mitologica figura d'animale: il gattopardo.
Il povero Bersani riceve il bacio della morte (politica)
da parte del giaguaro/gattopardo.
 Questo felino turba i sogni di molti e da un certo punto di vista, può essere assimilato all'orologio della morte. Sapete cos'è? Un insetto che si infila nel dorso dei libri e lì stanzia. Leggenda vuole che una persona che stia per morire riesca a sentirlo pulsare come fosse il ticchettio di un orologio, l'orologio che scandisce gli attimi che mancano alla tua fine  (sì lo so fa estremamente schifo). Il gattopardo funziona allo stesso modo. Se una persona non gattopardesca lo nomina o si propone di farlo fuori, ecco che la sventura e la peste si abbatteranno su di lui.
 Bersani ne è l'esempio più luminoso. Il figlio di un benzinaio si proponeva di smacchiare il giaguaro (cugino felino del gattopardo) e non solo non ha vinto le elezioni col botto, ma una serie di sfighe cosmiche si sono abbattute su di lui per punirlo dell'orrida hubrys.
 A cosa è servito questo dotto preambolo a base di insetti, anatemi e felini?
 Alle mie perplessità davanti ai libri come quello di Alan Friedman "Uccidiamo il gattopardo". Sottotitolo del libro: "La gente ha capito. I politici no. Il paese vuole cambiare. Davvero."
 Esso è solo l'ultimo dei saggi sulle presunte italiche voglie di cambiare che schizza primo in classifica. Se si desse un'occhio alle novità dell'attualità da un anno a questa parte, secondo quel che esce in libreria dovremmo essere  un paese che lotta con le unghie e con i denti per far fuori la propria classe politica, desiderosi di un cambiamento vorace e invocatissimo, solo che la classe politica non lo capisce e stranamente e pervicacemente rimane attaccata alle proprie poltrone.
 Pare che l'effettiva possibilità che il popolo italiano in realtà non abbia nessun interesse a cambiare, non sfiori nessuno. 
Perché Friedman culla l'elegante illusione che noi saremmo in grado di ammazzare un animale sì tanto forte, feroce e mimetico?
 Perché egli vive in mezzo a noi, intorno a noi, in molti casi siamo noi, ma ha una cosa che non avrà mai di noi: la mentalità non anglosassone.
 Egli, sornione e fiducioso, braccia conserte e accusatore di un grande trappolone Napolitano-Monti ci occhieggia certo che prenderemo la tessera elettorale alla mano e faremo la rivoluzione. Il libro schizza primo in classifica e questo dovrebbe essere la prova provata che ha centrato il tema. Se voi foste dei librai, avvezzi a vedere annualmente grandi successi di popolo finire nel dimenticatoio l'anno successivo non vi fareste alcuna illusione.
 I libri di attualità, molto più che in tanti altri settori, NON sono lo specchio del paese. Tutti i giorni mi giungono novità che parlano di un'Italia che poi non si vede realmente. Nessuno parla del gattopardo che è in noi, tutti indicano quello fuori di noi. E' una cosa freudiana da un certo punto di vista, uccidere la parte oscura dentro di noi è mai possibile? Certo che no. 
  Alcuni popoli hanno delle parti oscuri e dei demoni interiori più seri e/o meno dannosi o più dannosi in altri ambiti, noi italiani abbiamo lui il gattopardo. Esso è daimon di socratesca memoria e expecto patronum insieme: lo evochiamo quando siamo terrorizzati, pensando e invocando tutto ciò che ci rassicura. Egli appare e con un balzo si mangia lui, il famoso cambiamento, per noi alla stregua del dissennatore di harrypottiana memoria. 
 Il libro di Friedman farà la stessa fine di tutti i suoi illustri predecessori: tra quindici anni lo troveremo nelle bancarelle dell'usato o in quelle miserande cassette dove cercano di smerciarti vecchie glorie libresche brossurate a 5 euro.
 Sono solo due i libri che un italiano e un cronista avventato che invoca l'uccisione di felini immortali dovrebbero leggere:
1) Il gattopardo.
2) I vicerè
 Se il primo, forte anche di un film bellissimo, è famoso urbi et orbi, il secondo ha goduto nel tempo di minor fama. Balzato agli onori del vasto pubblico con quell'orrendo film che ne fece Faenza pochi anni fa (io tutta giuliva dopo la lettura mi sono precipitata a recuperarlo e l'ho trovato pessimo), "I viceré" di Federico De Roberto  ha la forza dei grandi romanzi ottocenteschi e una modernità inquietante. Sotto molti punti di vista è molto più affilato e preciso nel suo analizzare il demone gattopardesco del nostro popolo e supera nettamente il libro di Tomasi di Lampedusa.
 La storia, per chi la ignorasse (ma se la ignorate correte a comprare il libro, farà felice le serate dei vostri prossimi giorni) parla della famiglia Uzeda, siciliana, discendente di mitici vicerè spagnoli, antica, ricca e temuta, in un range di anni che va dal 1855 al 1882, ossia pieno Risorgimento.
 E' in atto la più grande rivoluzione italiana. L'Italia che si unisce, i mille, il parlamento, nord e sud insieme, caos. Il libro inizia con una morte e finisce con una morte. Muore la matriarca lasciando tutto al figlio prediletto, uno scansafatiche che vive in Toscana, e la legittima al primo figlio che finge di rispettare i desideri materni. Lei ha voluto così e lui obbedisce. Poi ordisce e trama e senza troppa fatica,  fingendo sempre di essere profondamente costretto a certe decisioni e accentra nuovamente su di sè tutti i poteri. Non è il principe di Salina, ma un uomo avido, dalla mente chiusa e il polso fermo.
 Attorno a lui si muove una corte di sorelle, una destinata a mostruose gravidanze (isteriche, feti mostruosi, immaginarie), l'altra a un borghese garibaldino, una delle figure più tragiche e insieme archetipiche del libro.
 Il vecchio Uzeda è la nobiltà potente e antica, il  garibaldino, colui che crede ciecamente nell'ideale e fino all'ultimo lotta per quello in cui ha creduto e solo alla fine si accorge con orrore che non sono i nobili a non voler schiodare,  ma il popolo a non voler cambiare.
 Il gattopardo per eccellenza è Consalvo, il bello e astuto figlio di Uzeda. Mai piegato alla volontà paterna, come sua sorella (che finirà per sposare il fratello del suo innamorato solo per compiacere i genitori), Consalvo litiga ferocemente con lui in uno scontro che è più generazionale che ideologico. I tempi cambiano e Consalvo vuole il posto che fu del padre e dei suoi avi, quello dei viceré, ma lo vuole con le regole nuove.
 Che cos'è un vicerè? Così recita wikipedia: "Colui che governa, in rappresentanza del sovrano, una provincia, una colonia o in generale una parte di regno, detta vicereame."
 Consalvo vuole il vecchio potere di famiglia, ma si serve delle nuove regole. Si propone come il nobile che ripudia i nobili, l'uomo nuovo che saprà rigettare il vecchio mondo perché da lì viene e ne conosce le astuzie, è il ricco che rappresenta il povero, perché non è come lui, ma come lui si sente. E il popolo, osannante, si spella le mani ai suoi discorsi.
 Questo è quello che egli dice alla folla che lo acclama durante un discorso elettorale: 
"Io seguirò le sorti di quel partito che ci darà la libertà con l'ordine all'interno e la pace col rispetto all'estero (Benissimo, applausi), di quel partito che realizzerà tutte le forme legittime conservando tutte le tradizioni (Bravo!Bene!), di quel partito che restringerà le spese folli e largheggerà nelle produttive (Vivissimi applausi), di quel partito che non presumerà colmare le casse dello Stato vuotando le tasche dei singoli cittadini (Ilarità generale, applausi), di quel partito che proteggerà la chiesa in quanto potere spirituale e la infrenerà in quanto elemento di civili discordie (Approvazioni), di quel partito, insomma, che assicurerà nel modo più equo, per via più diritta, nel tempo più breve, la prosperità, la grandezza, la forza della gran patria comune (Applausi generali)"
 E questo è quello che succede ancora alla popolazione che presuntamente vorrebbe ammazzare il gattopardo. Ossia vivissimi applausi, vivissime promesse.
  "La storia", dice Consalvo dopo aver battuto lo zio garibaldino, colui che davvero si era battuto per il cambiamento, "è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. le condizioni esteriori mutano; certo tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d'oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio quasi universale non è né un popolano, né un borghese, né un democratico: sono io, perché mi chiamo principe di Francalanza."
 "La nostra razza non è degenerata, è sempre la stessa".
 Ed è per questo che il Gattopardo non può essere ammazzato e tra tre anni il caro Friedman se ne starà pasciuto e sorridente tra le cassette della frutta in svendita.
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