giovedì 27 novembre 2014

Autori che hanno avuto successo solo post mortem: è possibile scrivere tutta la vita senza avere (quasi mai) un pubblico? Suicidi letterari, reclusioni, mitizzazioni e prigioni nelle vite di quattro autori famosi a posteriori.

 Uno dei grandi successi dell'anno è stato "La verità sul caso Harry Quebert" di Joel Dicker, un po' perché la trama non mi attirava, un po' perché mi riesce difficile consentire a libri moderni di tal stazza di occupare il mio tempo di lettrice (diffido sempre delle opere contemporanee sul migliaio di pagine, preferisco subiscano prima il tribunale del tempo), non l'ho letto. 
Tuttavia ho apprezzato il giovane autore che ha candidamente confessato di essersi dato un'ultima chance: aveva provato a proporre i suoi precedenti romanzi a destra e a manca e questa era la sua ultima speranza, dopo avrebbe chiuso bottega.
 Lo so che c'è tutta una specie di mistica romantica dietro la scrittura, che non se ne può fare a meno, che un vero scrittore scrive sempre e comunque, dovunque. In tanti che si credono anche buoni scrittori o scrittori, pensano che basti essere pervasi dal dio, come scriveva il buon Democrito, e zam praticamente si va di scrittura automatica.
 Io ci credo poco. Credo sia vero che l'ispirazione non vada a comando, ma non credo ai libri che "si scrivono da soli", alle persone (fatti i salvi i geni assoluti) che per buttare giù un libro ci mettono due mesi, nessun ripensamento, nessuna revisione, nessun tormento.
 Leggo perennemente nelle interviste che "le storie erano dentro di loro e chiedevano solo di uscire", ma non riesco a crederci. Sarà perché anche io scrivo, ma sono più della scuola masochista alla Capote: "Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta serve unicamente per l'autoflagellazione".
 Qualsiasi cosa non può essere abbastanza buona e non sarà mai abbastanza. Per quello mi faceva simpatia l'autore del caso Harry Quebert, perché si era dato un tempo (poi per carità, penso che avrebbe continuato a scrivere, ma non ad accanirsi).
 Il mantra che prima o poi sei hai talento qualcuno ti scoverà è smentito da numerosi autori e autrici che nella storia sono morti bellamente sconosciuti, per poi diventare famosi solo anni dopo la morte. Per carità una cosa bellissima, però, io farei un pensiero supplementare a queste persone che, armate solo della frusta, senza mai ricevere la carota del successo, hanno perseverato per tutta la vita nella scrittura, con coraggio, frustrazione e talvolta disperazione.
 Vogliamo vedere alcuni casi? E vediamoli!

GUIDO MORSELLI: 
Peraltro io vorrei leggere il suo "Roma
senza Papa"
Se ci fosse un santo patrono degli scrittori morti senza aver avuto successo in vita, Morselli dovrebbe averne la carica sopra ogni ombra di dubbio. 
 Nato in una famiglia benestante nel 1912, inseguì per tutta la vita il desiderio di diventare uno scrittore, scrisse numerosi saggi e romanzi principalmente di fantascienza, scrisse industriosamente per anni. 
 Convinto della poca vocazione, dopo la guerra, visse di una piccola rendita familiare che gli consentì di dedicarsi completamente alla scrittura, tuttavia nessun editore accettò mai di pubblicare i suoi numerosi scritti.
  Nonostante le consegne brevi manu, le innumerevoli visite alle case editrici, il lavoro incessante, non ci fu mai per lui soddisfazione, caso esemplare che rimane inspiegabile a decenni di distanza. Fino alla sua morte produsse articoli, reportage e romanzi con cui cercava di inseguire le mode editoriali, riuscì quasi a pubblicare con Rizzoli, ma all'ultimo saltò tutto. Calvino apprezzò il suo stile, ma non si impegnò nell'aiutarlo.
  Il suo ultimo romanzo, "Dissipatio H. G." uscì postumo, poichè nel 1972 dopo decenni di insuccessi Morselli, stremato dalle delusioni si suicidò. Nel suo diario già nel 1959, scriveva:
Tutto è inutile. Ho lavorato senza mai un risultato; ho oziato, la mia vita si è svolta nella identica maniera. Ho pregato, non ho ottenuto nulla; ho bestemmiato, non ho ottenuto nulla. Sono stato egoista sino a dimenticarmi dell’esistenza degli altri; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho amato, sino a dimenticarmi di me stesso; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho fatto qualche poco di bene, non sono stato compensato; ho fatto del male, non sono stato punito.  Tutto è ugualmente inutile” 

EMILY DICKINSON:
 Al contrario di Morselli la Dickinson non cercò mai il successo in vita.
 Fu il suo un caso di autore che non può fare a meno di scrivere, ma senza fare della pubblicazione delle sue opere e della necessità di avere un pubblico la sua ragione di vita.
 E' un caso a mio parere particolarissimo, giudtificato esclusivamente dal genio, poiché immaginare di vivere chiusi per decenni in una casa, circondata solo dalla propria immaginazione, la propria sorella e infinite poesie scritte per un pubblico immaginario, richiede una costanza e una passione assolutamente straordinarie.
  Al momento della morte infatti delle moltissime poesie scritte dalla Dickinson, ne erano state pubblicate neanche una decina. Fu sua sorella che invece di bruciarle, come le era stato chiesto, decise di pubblicarle.
 In lei, la figura dell'autore immerso completamente nella propria arte implode
Erano, come si suol dire, altri tempi. Passioni così estreme nel nostro razionale mondo contemporaneo, sono irripetibili.

GOLIARDA SAPIENZA: 
 Scrittrice (e attrice) siciliana dalla vita tormentata, Goliarda Sapienza è un altro famosissimo caso di autore italiano rivalutato solo post mortem. 
 Durante la sua lunga vita, un'educazione peculiare ricevuta in gioventù da genitori socialisti e rivoluzionari, le donò un punto di vista eccentrico nei confronti del suo tempo che ella tentò di esprimere in vari modi. Iniziò attrice, tentò di finire scrittrice. Sebbene al contrario di Morselli, riuscisse ad avere degli sponsor editoriali, non furono mai abbastanza potenti da consentirle una grande pubblicazione che arrivò solo a fine anni '90, quando la casa editrice viterbese Stampa Alternativa pubblicò finalmente "L'arte della gioia". 
 Il libro, ripreso poi da Einaudi, divenne un grandissimo successo, tanto da scatenare la riedizione o primissima edizione di tutte le sue opere. Riconoscimenti che questa autrice, che durante la stesura del suo capolavoro si era ridotta in tale povertà da finire per rubare a casa delle amiche (e per questo finì in carcere), non vide mai. 
Si godette indubbiamente la vita più del povero Morselli, però che cavolo.

ROBERTO BOLANO:
 Bolano fa parte non tanto degli autori che hanno avuto successo da morti, quanto di quegli scrittori che sono diventati del MITI dopo la morte.
 Accade per una serie di congiunzioni, non ultima, nel mondo moderno, una grande capacità di fare del buon marketing su una figura che si presta al marketing. Non si vuol dire che Bolano, già famoso in vita (ma almeno in Italia non così famoso), non meriti la sua grandissima celebrazione postuma, tuttavia la capacità avuta dai suoi eredi di affidare la gestione del patrimonio ad un grandissimo agente letterario, ha concorso indubbiamente a rendere questo scrittore morto ad appena 50 anni, una figura mitica. 
 La sua biografia, in alcuni punti nebbiosa e particolare, si presta. Narrava infatti di essere giunto in Cile poco prima del colpo di stato e di essere fuggito dalla prigionia grazie ad alcuni suoi amici diventati guardie del regime. Tuttavia non c'erano prove (o quasi) della sua effettiva presenza nello stato, come del suo rocambolesco viaggio di andate e ritorno. Diventato famoso non in gioventù, ma dopo aver compiuto qualsiasi umile lavoro per poter riuscire un giorno a vivere di scrittura, morì quando le luci della celebrità erano finalmente su di lui: a 50 anni esatti in attesa di un trapianto di fegato mentre lavorava indefessamente al suo ultimo libro.
 La sua ultima opera "2666" è diventata uno di quei classici in cui è impossibile scindere l'autore dall'opera. L'idea che fosse il suo ultimo respiro letterario le conferisce quell'aura mitica che solo gli anni potranno confermare.

 Per concludere, ci tengo a citare Lovecraft, che, in vita non vide mai riconosciuto effettivamente il proprio talento, e infine decise che fosse meglio smetterla di imbrattare carte. Non tutti i geni hanno la forza di non sentire il bisogno di un pubblico, certe volte serve qualcuno che ti dica quanto sei bravo.

E voi conoscete qualche altro povero autore che in vita se l'è vista davvero brutta e solo in mortem è stato ricoperto di allori? Scrivete e scrivete!

giovedì 20 novembre 2014

Un piccole recensioni tra amici in onore di quella gloriosa terra piena di tortellini, mayali e comunisti che è l'Emilia Romagna: investigatrici, Rimini e Tondelli per un Eden immaginario.

Ed ecco che come penultimo post della settimana vi ripropongo (si vede tutta la buona volontà dell'inizio), piccole recensioni tra amici #2.
Il titolo di questo libro, pur escludendo la parola
maiale, sintetizza bene il mio pensiero mitico
su tale amabile regione.
 In verità volevo scrivere un altro post, ben più laborioso, ma questi giorni ho tempo quanto una donna con tre figli gemelli lattanti, perciò ecco che recensirò piccolezze o meglio, in questo caso grandezze, ossia due libri che hanno in comune molte cose: sono scritti entrambi da donne, molto toste, molto brave ed entrambe provenienti da quella meravigliosa regione che è l'Emilia Romagna.
  Da bambina, questa regione troppo lontana da me che ho visitato troppe poche volte, aveva nel mio immaginario le fattezze di una regione incantata.
  Innanzitutto si favoleggiava che tutti fossero di sinistra (un luogo dove la sinistra vince sempre era una specie di Eden della giovane politicamente impegnata), era sempre prima, assieme alla Toscana (altra regione del mio cuore), in tutto ciò che riguardava la qualità della vita e l'impegno nel sociale, vi aveva sede un'università che avrei frequentato molto volentieri (l'Alma Mater of course) e si mangiava superbene.
 La patria del tortello, della salsiccia, delle feste dell'Unità, dei salumi e del maiale, era davvero una sorta di valle incantata. Il fatto che io non sia riuscita a mettere piede a bologna che a 25 anni ha poi contribuito a cristallizzare questo immaginario.
 Mi è rimasta perciò questa infantile/giovanile passione per questa terra, che viene sostenuta peraltro dalle performance dei suoi scrittori che riescono ad ottenere spesso una variazione sul tema preferito da troppi scrittori italiani: la provincia triste e abbandonata, ove si commettono ogni tipo di nefandezze (ci avevo scritto anche un post un annetto fa).
 Gli scrittori, perlomeno quelli che ho letto io, provano un qualche tipo di amore per la loro terra e non si limitano ad additarla come luogo da cui scappare in preda alle febbri, ma ne offrono un panorama alla odi et amo.
 Le due recensioni di cui sotto rendono bene l'idea.


 "QUO VADIS BABY?" di GRAZIA VARESANI:
 Nell'ormai lontano 2004 (oddio sono passati 10 anni di mio), andai a vedere l'omonimo film in un piccolissimo cinema di provincia.
  Le circostanze vollero che vedere un giallo ambientato in inverno, immersa in un'insopportabile calura estiva, rendesse l'ambiguità della storia straordinariamente efficace, e rimane tutt'ora uno dei film che mi sono in assoluto più goduta al cinema. 
Ricordo chiaramente che era estate, io ero vestita troppo pesante e la sala non era adeguatamente arieggiata. Risultato: morii di caldo, ma mi godetti in modo straordinario il film.
 Per motivi inspiegabili ho aspettato dieci anni per leggere il libro da cui è tratto, il primo in cui appare l'investigatrice privata Giorgia Cantini. Io non ho particolare simpatia per queste donne non toste, di più, che non devono chiedere mai, ruvide come la carta vetrata e sempre in cerca di una specie di amore che alla fine però in fondo non vogliono, tuttavia il personaggio disegnato dalla Varesani ha una sua forza che emerge sopra gli stereotipi che rischiano di soffocarla. In particolare "Quo vadis Baby?", rispetto agli altri della serie (che comunque si fanno leggere molto molto molto volentieri), riesce ad affondare il coltello in quei rapporti familiari propri delle famiglie che si autodistruggono per eccesso di ostentata e malata normalità. 
 Il padre carabiniere in carriera, uomo tutto d'un pezzo, severissimo e impenetrabile, sposa, manco a dirlo, la persona sbagliata. Per quel moto dell'animo che spesso hanno le persone con una natura ben definita, sceglie per la vita una compagna completamente opposta e ci sono incontri che come reazioni chimiche possono ingenerare solo enormi catastrofi. Così la moglie si suicida, la seconda figlia, Giorgia, rileva l'attività di famiglia, ma gestisce la sua vita personale in modo completamente anarchico e la prima, Ada, vezzeggiatissima principessa, diventa una ragazza disposta a tutto per ottenere quello che vuole.
  Il personaggio di Ada, la cui morte misteriosa morte ha definitivamente frantumato quel che rimaneva di tutti gli altri, è molto interessante. Non è una vittima, non è positiva, non è completamente negativa, è solo qualcuno che tecnicamente pecca di hubrys. Ce ne sono tanti, persone che commettono l'enorme errore di credersi più talentuosi, più forti, più furbi, di ciò che in realtà non sono, e corrono disperatamente verso la catastrofe. La cornice bolognese tetra e funestata da personaggi pietosi (nel senso che ispirano pietà), rimane solo a sfondo di quella che è una tragedia greca su tutta la linea. Ripeto, il migliore della serie, visto che negli altri la cornice, pur apprezzabilissima e originale, diventa invece la parte forte della trama.

"HAI MAI NOTATO LA FORMA DELLE MELE?" di MABEL MORRI:
 Mabel Morri è un'autrice che per sentito dire conosco da un bel po' di tempo. 
 Sapevo di questa fumettista preinternettiana, che non potendo usufruire dei blog ancora a divenire, stampava i suoi lavori su fanzine autoprodotte con la casa editrice/collettivo Studio Monkey, per poi distribuirle brevi manu in giro. 
 "Hai mai notato la forma delle mele?", recentemente ripubblicato dalla RenBooks in un bel formato dal prezzo, secondo me, eccezionale (12,90 è un affare), raccoglie i 4 gloriosi numeri che ne uscirono. 
 Il libro è composto da tante storie, quasi tutte brevissime con racconti nell'intermezzo scritti ovviamente con la cara vecchia macchina da scrivere, che non hanno in comune nessun filo logico a livello di trama. Ciò che le unisce è la comune, davvero ben resa, descrizione di un mondo.
 L'autrice, classe 1975, è riminese e si vede. Nelle sue storie viene fuori quella gloriosa provincia che vive la vita in due tempi: quello invernale, lungo, abbastanza lineare, senza particolari momenti di eccitazione, e quella estiva, in cui, in nome del turismo, si riempie e nasce a nuova vita.
  Ho sempre pensato che questi luoghi donino una particolare prospettiva a chi ci vive, abituato a vedere la propria vita correre su due binari temporali completamente diversi. Mabel Morri ha, secondo me, quel tocco tondelliano che si vede benissimo in quello splendido libro che è "Rimini". Persone e personaggi autoctoni e provenienti da luoghi lontani per pochi brevi giorni, si incontrano e danno vita a infinite possibilità, rendono possibili un enorme ventaglio di storie.
 I disegni così pieni, poi, particolareggiati, appuntiti, i dialoghi colloquiali, senza ricercatezze letterarie, rendono poi bene quel linguaggio tondelliano diretto ed estremamente visivo. Avevo letto da qualche parte, che la scrittura di Tondelli restituiva le luci velocissime e livide di quegli anni '80 pieni di luci al neon e del buio dei locali, ebbene Mabel Morri riesce a disegnare quelle luci. 
E perciò davvero ve la straconsiglio.

 Bene, detto ciò ne approfitto per salutare tutti gli emiliani e i romagnoli (non ricordo mai chi è chi) e se vorrete consigliare qualche libro su codesti gloriosi luoghi o di qualche loro glorioso autore, commentate, consigliate, commentate!!

Noto solo ora un altro punto in comune: stranamente entrambi i libri hanno come titolo una domanda. Coincidenze? Io non credo...

mercoledì 19 novembre 2014

Avviso ai naviganti che ci tengono a contribuire al blog: prende vita come una pianta grassa piena di spine e amore "Piccolissime recensioni tra amici"!

Come noterete, sull'ormai incasinatissima barra destra del blog c'è una nuova apparizione: le piccolissime recensioni tra amici.
Forza, non volete essere affascinanti protagonisti pieni di stelle
come l'incantevole Creamy?
 Chi mi segue su fb, (dove spendo buona parte del mio tempo libero), saprà di questa geniale idea avuta a seguito della richiesta di un'assidua commentatrice che chiedeva in qual modo i lettori del blog avrebbero potuto interagire con esso oltre a commentare random.
 Il mio cervello ha fumato per una giornata intera e poi ecco l'idea: parafrasando la neonata rubrica di recensioni di dimensioni meno giganti del mio solito, ho partorito "Piccolissime recensioni tra amici".
 Sostanzialmente qualunque lettore del blog lo desideri, può mandarmi tramite la mail lagiovanelibraia@libero.it o in pvt sul fb della pagina, una recensione di uno o due righe al massimo, di un libro che vuole assolutamente consigliare al mondo o che, al contrario, vuole distruggere perché nessuno incappi nel suo stesso errore.
 Le uniche regole oltre alla lunghezza sono:

1) Dovreste mandarmi anche una foto del libro fatta a vostro piacimento (con voi nascosti dietro una siepe, col libro appeso ad un camino, col libro solo in un teatro ecc. ecc). Ovviamente tutto nei limiti del buon gusto che tanto se no, non la pubblico.
2) E' fatto assoluto divieto di recensire un libro di cui siete autori, mogli o mariti, parenti e amici degli autori. E' vero che non posso avere la certezza al tremila per mille visto che non vi conosco, ma vi prego di essere eventualmente corretti.
3) Se distruggete un libro dovete motivare (ergo non vale "Porcata megagalattica. Punto") e non dovete essere offensivi o volgari in modo gratuito, ironici ovviamente sì, satirici pure, ma insomma lo sapete voi.

 Sappiate che non esistono doppioni. Quindi se Pinco Pallo ha già recensito il libro del vostro cuore o distrutto il libro dei vostri incubi, ebbene potrete farlo anche voi. Non esistono doppioni, visto che non possono esistere opinioni doppione!
 Dato questo elenco che manco la signorina Rottermaier, ringrazio ufficialmente Chris Po in quanto primo donatore di recensione e Tina Pica in quanto miccia che ha messo in moto codesta novità.
 Attendo consigli allora!

 (Mi sa che la barra comunque è ormai troppo incasinata e dovrò modificare un po' il layout del blog).

martedì 18 novembre 2014

In un mondo dominato dall'economia e dai suoi diktat, serve ancora il liceo classico? E a cosa? Apologia di un baluardo di un differente modo di pensare, concepire, sperare e interpretare il mondo.

In questi giorni, in quel di Torino, c'è stato un finto processo al liceo classico. 
 Attaccato da più parti con l'accusa di essere obsoleto e inutile per l'attuale mercato del lavoro (se leggi mercato delle vacche stai solo avendo un serio misunderstanding freudiano), poco "cool" e poco sensato nel nostro globalizzato mondo dove o conosci sei lingue e sai usare il computer come un hacker o non sei nessuno, ha visto quest'anno un tracollo delle iscrizioni.
 Con mio sommo sbalordimento pare che solo il 6% dei neoiscritti alle superiori abbia scelto quella che la generazione del mio non troppo vecchio padre considerava la scuola in grado di sfornare "la nuova classe dirigente".
Credo di averlo detto più di una volte: io ho frequentato il liceo classico.
  Non l'ho fatto perché speravo di dirigere qualcuno o perché lo consideravo un liceo d'elite o per volontà dei miei genitori (i quali anzi, avevano ampiamente caldeggiato lo scientifico) o perché, poeticamente, credevo che mi avrebbe aperto sterminati orizzonti.
 L'ho fatto, molto più prosaicamente, perché ero una fan sfegatata di Indiana Jones e sognavo, un giorno, di girare il mondo alla ricerca di anfore maledette, oggetti introvabili e specificatamente la tomba di Alessandro Magno. I miei, che non navigavano certo nell'oro, avrebbero potuto fare ciò che fanno con molta più solerzia molti genitori (soprattutto quelli che nell'oro ci navigano e ci tengono a che i loro figli continuino il loro aureo percorso) ossia persuadermi che con materie più scientifiche alla mano mi sarei arricchita con soverchia facilità.
Non lo fecero. Si fidarono, in linea di massima, di quell'ormai nebuloso principio che è lo studiare ciò che piace e ciò per cui si è portati. Io ero sempre stata una capra in matematica e bravissima a scrivere (e facevo giù inutili furori in latino in terza media, durante le ore che il professore di italiano ci propinava di rapina) così, non videro motivazioni per costringermi a capreggiare al liceo tradendo le mie naturali inclinazioni.
 Da quel che leggo e da quel che sento da svariati anni , con più forza da quando mi sono laureata in una materia assolutamente non spendibile nel mercato (anche perché si tratta di una materia che non ha mercato, ma rientra nell'ambito dei servizi al cittadino e quindi non è per sua natura in grado di produrre denaro), le materie umanistiche sarebbero ormai carrozzoni del passato completamente inutili.
 In realtà trovo l'odio verso il liceo classico non solo miope, ma anche abbastanza cretino. Studiare in un liceo del genere non preclude certo la possibilità di iscriversi a materie scientifiche. Non parlo di rarità, ma di numerosi studenti che scelgono medicina e non ultimo il migliore, documentato e reale, amico di mia sorella, che ha appena vinto un dottorato in Fisica in un'assai importante università pubblica.  Liceo classico alle spalle e nessunissimo pentimento al riguardo.
 Collegare perciò la frequentazione del liceo classico all'automatica iscrizione a Lettere e Filosofia è perciò, a mio parere, la prima delle cretinate.
 La seconda è credere che il problema si annidi in quello che non solo è un ottimo liceo, ma farebbe benissimo alla stragrande maggioranza degli italiani. 
 Quando, prima dell'avvento dei social network, le statistiche dipingevano un popolo di analfabeti, io strabiliavo assolutamente convinta di un macroscopico errore di valutazione.
   Certo, i casi disperati alle scuole medie ce li avevo anche io, ma erano, sembrava, uno o due pecore nere di cui tutti dopo la licenza media persero le tracce (ok, avevo anche una compagna di classe che durante gli esami confuse l'Africa con l'America del Sud, ma era appunto una su 25). 
 Ora, il meraviglioso mondo di internet, mi ha permesso di vedere coi miei occhi e toccare con la mia tastiera l'abissale ignoranza linguistica di un popolo che se Dante potesse vedere precipiterebbe all'inferno seduta stante.
L'ho pescata da internet e faccio notare come il tizio che si è
occupato di fondellare la ragazza, abbia sottolineato il verbo,
completamente dimentico del fatto che "Un'altra vita" chiede
l'apostrofo, anzi, direi che lo implora.
 Gente che non ha ancora compreso che l'italiano non è il francese e infila accenti non richiesti in ogni dove "stà invece di sta, sò invece di so", la totale incomprensione di quello strambo fenomeno linguistico che è il troncamento (innumerevoli gli italiani che nei tatuaggi sognanti si fanno scrivere "Ho bisogno di un pò di vita"), e questo senza infilare il dito nella sintassi, questa sconosciuta.
Com'era possibile che dopo innumerevoli anni di scuola dell'obbligo si potesse arrivare a non mettere due parole in fila e quattro in croce?
Tale ignoranza pervicace di italiani che, stando alle statistiche non hanno abbandonato certo la grammatica in favore della fisica (statistiche internazioniali ci danno zappe in entrambi i campi), genera plotoni estremisti altrettanto folli: i grammarnazi che stanno lì con la penna da errore blu a carpire l'errore certo in cui incorrerai, il congiuntivo che dimenticherai, la virgola che metterai tra soggetto e verbo.
 La penna blu aiuterà il loro ego, ma certo non consente loro di vedere il vero fulcro del problema che non è quello di riuscire a portare a casa un dieci e lode sul tema.
 Il punto è che si incolpa il liceo classico di un innumerevole serie di nefandezze di cui è completamente esente.
1) Chiunque imbocchi il liceo, anche scientifico, anche linguistico, sa con cognizione di causa che dovrà necessariamente iscriversi ad un'università per completare la sua formazione. 
2) Se c'è un istituto che viene trattato in modo obsoleto, ebbene, quella è l'università.
 Ho studiato come una pazza materie di cui non solo mi domando tanto l'esistenza, ma soprattutto il motivo di esistenza nel piano di studi. Cattedre tenute in piedi per professori che dovevano andare in pensione da tremila anni, crediti sparsi in ogni dove come bollini del latte in materie che post-riforma Moratti non si sapeva dove infilare. Il problema di abolire robe come "Storia degli ordinamenti degli stati italiani" in corsi di laurea che beneficerebbero assai di più di corsi specifici su programmi informatici inerenti alle materie di studio (ce ne sono a pacchi anche per gli umanisti, non crediate che a loro non serva conoscere il codice html o xml), è dell'università, non del liceo classico.
La protagonista della seconda serie de "I liceali", una rarissima
serie tv italiana a mio parere fatta bene. Nella seconda serie il tema
del "A cosa serve studiare ora? A cosa serve studiare una materia
umanistica a ora? A cosa serve studiarla se sei una persona con
pochi mezzi economici?", viene trattato benissimo.
 Il liceo classico, per l'età particolare dei suoi studenti, rientra nel campo della formazione non solo culturale della persona, ma della persona stessa. 
 Si studia filosofia non per diventare filosofi, ma per comprendere che il mondo non è quello che ci danno per certo.
 La storia, la letteratura greca, quell'assurdo popolo folle che erano gli antichi greci, in grado dalle loro microscopiche città stato di creare le basi di una civiltà che esiste tutt'ora, sono le chiavi che uno studente ha per sempre nelle sue tasche per interpretare liberamente il mondo.
 La tristezza del vedere persone laureate fidarsi della prima bufala web che passa, del primo linciaggio mediatico, dedicarsi all'indignazione cieca davanti ad un servizio di denuncia in tv, ad un articolo, senza porsi delle domande, sentire il bisogno di una ricerca, provare la sensazione di non sentirsi trattato come una pecora, ma come un essere pensante che pone domande, ebbene la tristezza è ormai all'ordine del giorno.
 La camera mortuaria che si sta preparando al liceo classico, in favore di materie "cool", economia in particolare, fa parte di un più ampio disegno, per niente complottista, ma estremamente rapace, della modellazione del mondo secondo nuovi (e in un certo senso anche antichi) criteri. Criteri che non hanno basi solidali, non hanno basi sostenibili, non hanno a cuore i desideri e i bisogni di tutti, di coloro che hanno meno possibilità, sia materiali che mentali, che non hanno in mente una società equa. 
 Il mondo, ci insegnano i nuovi rampanti che inneggiano alla morte delle materie inutili perché non produttive, è di chi guadagna, di chi produce denaro, di chi si appropria del maggior quantitativo di moneta sonante.
 Ed è estremamente necessario a chi questa moneta sonante ce l'ha effettivamente in  mano, che non solo tutti diventino il più individualisti e competitivi possibile, ma che costoro non si pongano mai domande, non si chiedano mai se c'è qualcosa di errato nell'interpretazione della realtà che viene loro offerta.
 Inoltre deve ormai passare chiaro un concetto:
 Se non ce la fai non è il mondo che sta prendendo una chiara piega, sei tu che, evidentemente, non ti sei impegnato abbastanza. Perché non hai superato tutti gli ostacoli? Perché non hai lavorato sodo? Perché non hai studiato? Tutto era per te possibile, sei solo tu che non l'hai voluto. Certo avevi meno soldi di altri, eppure persone più povere di te ce l'hanno fatta, la tua è tutta una scusa. 
 Il tuo destino è quello che ti meriti, non prendertela con la società, non cercare altre interpretazioni
 Il messaggio è già passato, il senso di colpa per non essere diventati abbastanza già instillato. L'attacco al pensiero, al metodo, a quella scintilla che può accendere ancora le menti è già iniziato. Ovviamente non dico che non si possa avere capacità di pensiero e interpretazione studiando materie scientifiche, anzi. Ma provate a pensare all'assurdo contrario: studiare le materie scientifiche non è cool, le materie umanistiche sono l'unica vera via. E' un'imposizione orrenda, insensata, ingiusta e soprattutto folle.

In tempi in cui di denaro non ce n'era, in un'Italia devastata, veniva scritto nella costituzione,
"Art.4: La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società." 

Ora, opulenti e bramosi di ulteriore opulenza, in troppi rincorrono con assai più foga quelle figure imparruccate che infestano la sezione di economia, Donald Trump che manda tutti al diavolo, Kiyosaki che consiglia, nei suoi saggi sul produrre denaro come ragione di vita, a non leggere libri se non quelli di economia.
 Sirene che rendono folli i marinai sciocchi che tra le tempeste ascoltano canti dolcissimi e mortali infrangendosi sui marosi.
 E' questa solo una sciocca citazione omerica, eppure chissà perché e chissà per come, anche i più sfegatati sostenitori delle materie economiche non potranno non vederci la più esatta delle fotografie della realtà.

Ps. E comunque, sottolineo, se fossi stata brava nelle materie scientifiche mi sarei iscritta più che volentieri a Chimica, solo che, ahimè, non era nelle mie naturali inclinazioni.


venerdì 14 novembre 2014

Bookcity Milano 2014: presentazione della mostra "Nuvole sul lavoro"!

 Sei vacante per Bookcity Milano e non sai cosa fare e dove andare perché ci sono sette miliardi di eventi tutti bellissimi e interessanti?
 Ti piacciono i fumetti (soprattutto quelli satirici) e i racconti (soprattutto satirici)?
 Il 15 Novembre alle ore 17:30 presso la Biblioteca in Porta Venezia, Via Frisi 2/4 c'è la presentazione della mostra di illustrazioni, racconti e fumetti "Nuvole sul lavoro" by la rivista acetilsatirica "Aspirina"!
 Si parla, si ride, si intervista e se magna pure. Accorrete numeros*!!
 (Scusate il tono da invito di compleanno delle elementari).


giovedì 13 novembre 2014

I 5 visitatori tipo di quelle incantevoli (non sempre) bolge che sono le fiere del libro. Turisti insopportabili, onnivori incontentabili, accompagnatori e ninja simboli di un italico popolo molto magnaccione

 Novembre, tempo di BookCity a Milano e dicembre, tempo di Fiera della Piccola e media editoria di Roma (fichissima andateci), poi a maggio c'è il sopravvalutato salone del libro di Torino, e poi quello per ragazzi di Bologna, e quello di Pisa, e quello della Microeditoria e quello dell'usato, e quello del libro indipendente, volante, pensante, rampante, ronfante.
 Insomma, in Italia si leggerà poco, però alle fiere e ai saloni del libro e del fumetto ci si va molto parecchio.

 La sordida motivazione per cui questo strano fenomeno prende vita è a mio parere una:
Albertone tu sapevi già tutto
1) A noi ce piace de magnà e beve e nun ce piace da lavorà.
 Ossia, come benissimo sintetizzato da "La società dei magnaccioni", finché si tratta di trastullarci e vedere il lato ludico della faccenda, noi italici potremmo essere un popolo edonisticamente imbattibile. La difficoltà arriva quando, oltre a vedere i padiglioni infiocchettati, oltre a farti offrire la 'nduja dalle case editrici locali calabresi, oltre a partecipare agli incontri con lo scrittore fico per poi farci un selfie, oltre alla degustazione dei vini mentre qualcuno in sottofondo si impegna in un reading, ebbene, arriva il momento in cui devi comprare un libro e possibilmente leggerlo.
 Si chiama: momento epic fail.
Detto ciò, se il biglietto di ingresso non è troppo alto e se vale davvero la pena, a me andare ai festival e ai saloni del libro piace. E' quel meraviglioso momento in cui riesco a vedere i libri finalmente decontestualizzati dalla libreria e a riapprezzarne il valore. Amo principalmente quella miriade di case editrici medie e piccole che propongono cataloghi talvolta improponibili, hanno storie affascinanti e mi offrono la 'nduja. Sostanzialmente amo il momento ludico anche io, con la differenza che, al contrario di molti i libri, li compro e me li leggo persino.
 (Agli incontri vado raramente perché ci sono sempre file epiche che mi fanno perdere un sacco di tempo).
 Comunque in quali categorie possiamo suddividere gli abituali frequentatori di festival, fiere e saloni del libro? Eccole stilate for voi e solo for voi.

Il TURISTA DELLA DOMENICA:
 Sono i guardoni. Non interessati davvero all'evento, ma interessati a partecipare (e a dire di aver partecipato) all'evento, i guardoni scoprono dai giornali e soprattutto dalla tv dell'esistenza di un posto famoso, dove tanta gente famosa è ospite e dove un sacco di gente va.

 Se è in un arco di km a loro congeniale (il guardone è quasi sempre autoctono), ci vanno come simpatica alternativa al centro commerciale d'ordinanza.
 Costoro arrivano con una vaga idea di ciò che stanno per fare o vedere, molestano gli standisti con domande idiote ("Ma vendete solo libri?") e si fanno foto ogni trenta secondi, postando su fb status del tipo "Sn alla fiera del libro. Cioè troppa kultura" (con relativo codazzo di commenti di amici increduli, divertiti o dediti al compianto: "Oggi gioca la magggica e te stai a vede li libri. Io boh").
 Non comprano nulla, non afferrano un catalogo o un volantino neanche per sbaglio fosse mai che dovessero leggere almeno quello. Riconoscono solo i libri delle star televisive e possono fare cinque minuti di fila per un incontro con Fabio Volo salvo poi andarsene sbuffando per la disorganizzazione che li costringe a fare file interminabili. Se portano il figlio, il bambino di sicuro si perderà o piangerà o strillerà o romperà le scatole tutto il tempo, a loro e ai poveri visitatori che sono lì per un motivo.
 Il loro unico conforto è il bar dove mangiare dolci scongelati e bere coca cola. Grazie a dio hanno un tempo di sopportazione pari a due ore al massimo. Poi, sono subito fuori, diretti ad un centro commerciale a vedere almeno il secondo tempo della magggica (o del biscione o del Napoli o di qualsiasi squadra).

QUELLO CON UNO SCOPO:
Preciso come un ninja, abile come uno schermidore, silenzioso come un colibrì, quello con uno scopo è colui che si è scaricato il programma il giorno stesso dell'uscita dal sito ufficiale. 
 Lo ha studiato sottolineando gli incontri, gli scrittori e gli stand da vedere dividendoli per colore a seconda dell'importanza. 
 Ha comprato il biglietto in prevendita per evitare le code, calcolato al centesimo quanto spenderà e sa con precisione svizzera quanto tempo prima mettersi in fila per avere il suo libro firmato o partecipare ad un incontro. 
 Se è davvero appassionato ad una specifica fiera o festival del libro, avrà programmato con un anno di anticipo le sue ferie in modo da poterci passare almeno due o tre giorni in modo confortevole ed efficiente, dividendo i padiglioni o le zone della città ospitante interessate in mattini, pomeriggi e sere. generalmente non perde tempo al bar, neanche per un caffè. Ha una piccola scorta di cibo simile alla razione k dei militari in missione, col necessario per sopravvivere: panini, acqua, termos, antidolorifici per il mal di testa e qualche merendina. Reperibile solo tramite qualche messaggio, va alla fiera assolutamente solo, al massimo con un amico che saluta la mattina affidandolo al suo destino, per cenare con lui verso sera. Ognun per sé, dio per tutti.
 La fiera del libro è una cosa seria, non stiamo mica a pettinare le bambole.

L'EDUCATORE:
 Sarà che non ho tra le mani nessuno di abbastanza piccolo da educare (nipoti, figli, pronipoti, figli di amici), ma provo poca simpatia per questa categoria.
  L'ansia da ipereducazione che hanno dei genitori fa venire il mal di testa a me, figuriamoci a 'sti ragazzini. Genitori ansiosi di inculcare in loro il sacro spirito della cultura e della lettura (cosa buona e giusta per carità), trascinano neonati per ore in bolge da delirio e si lamentano se c'è la ressa che non fa passare il passeggino manco fossimo sul Lungotevere. 
Bambini di quattro o cinque anni trascinati per laboratori fichissimi, ma che dopo sei ore forse diventano un filino pesanti. Pargoli esposti come trofei in lotte tra galli tra genitori: "Il mio ha fatto il laboratorio per costruire un libro, quello per riconoscere le lettere dal colore e quello per scrivere la storia più bella" "E' niente, il mio ha fatto tutti e tre e poi l'ho portato anche al laboratorio di lettura e agricoltura a piantare un nuovo bosco per avere nuova carta per nuovi libri"! 
 Le competizioni genitoriali e la pretesa che un posto per addetti ai lavori o persone che cercano di farsi un'idea di cosa gira per il mondo editoriale, debba essere per forza anche un luogo per i bambini, rende l'educatore particolarmente molesto. 
 Arma d'ordinanza: il passeggino Suv con cui calpestare gli improvvidi che si parano sul suo strettissimo cammino.

L'ONNIVORO:
 L'onnivoro arriva con uno zainetto e torna con due zaini, sette borse di tela, venti libri e cataste di cataloghi, pubblicità e brochure che probabilmente non leggerà mai
Odissea Time
 Convinto di dover vivere più a fondo possibile la magica esperienza del festival librario gira come una trottola in preda ad un delirio di onnipresenza. La cartina dell'evento che gli è stata consegnata all'ingresso diventa la mappa dei viaggi d'Ulisse in un perenne arenarsi da uno stand all'altro, da un incontro all'altro, da un firmacopie all'altro.
 Vede di tutto un po' e completamente nulla. 
 Come può stare seduto per un'ora e mezza ad un incontro, interessantissimo per carità, se nelle sedici sale accanto relatori forse più interessanti o autorevoli stanno dando del loro meglio? Quindi sbocconcella pezzi di fiera in un enorme mescolone che raramente dà frutti. Se è molto fortunato e ben predisposto, questo suo trottare schizzato lo condurrà serendipitamente da qualche parte, ma il più delle volte lo consegnerà all'uscita con un vago senso di incompiutezza, volantini e cataloghi che raramente lo interessano davvero, nessun libro comprato e la sensazione di non aver afferrato pienamente lo spirito del luogo e dell'evento.
 Dove ha sbagliato? Eppure ha cercato di seguire sedici incontri, di vedere tutti gli stand, di parlare con tutti gli espositori, di fare tutte le foto!
 E non si rende conto che il problema sta proprio in quel "tutto".

L'ACCOMPAGNATORE:
 E' una vittima degli eventi. Per qualche motivo che spazia dall'amore all'amicizia alla perdita di una scommessa, alla non piena comprensione di ciò che stava per fare, l'accompagnatore è quella persona che scopre di aver avuto il giorno di riposo da lavoro nel giorno sbagliato.

La faccia di Clive Owen è simile a quella di molti accompagnatori
 Ha accettato di accompagnare un suo amico o fidanzato desideroso di partecipare all'evento con più ore di fila richieste o psicopaticamente onnivoro e quindi intento a correre ovunque, e ne scopre la gravità solo dopo il principio di emicrania che inizia ad avvolgerlo senza pietà verso la settima ora di seguito in piedi senza mangiare.
 L'accompagnatore generalmente non ha le forze di abbandonare il suo aguzzino che, in preda alla gioia e alla felicità assoluta, non fa che ringraziarlo della splendida giornata insieme e ad offrire caffè che li tenga in piedi fino a quando l'ultimo visitatore del salone o della fiera saranno usciti. 
 Ci sono due possibilità di sopravvivenza per l'accompagnatore.
 1) Se è interessato in qualche modo ai libri si sforzerà di trovare del bene, magari staccandosi dal suo aguzzino e cercando quello che gli interessa. La scusa migliore per riuscire nell'intento è fingere di cercare il bagno e fingere di non ritrovare il punto dove avevano deciso di rincontrarsi. Il cellulare si spegne e la colpa viene data al classico sovraccarico delle linee.
2) Se l'accompagnatore preferirebbe buttarsi da un ponte piuttosto che tenere un libro in mano può solo farsi chiamare da un amico compiacente che simuli una grave emergenza in famiglia. Da non usare se l'aguzzino è il coniuge (in quel caso la sopportazione è l'unica via).

 E voi? Conoscete altri tipi di visitatori? Io lo confesso, sono molto troppo onnivora...

martedì 11 novembre 2014

Nuova rubrica: "Piccole recensioni tra amici"! Recensioni mignon (per i miei standard) di libri vari ed eventuali che mi passano tra le mani. Per cominciare: Dylan Thomas, Shopping e inutili magie giapponesi

Tutti i bravi bookblogger hanno delle rubriche fisse.
Peraltro sono legata a Creamy dal fatto che mia
madre, quando ero bambin,a sosteneva somigliassi
a Yu.
 E il venerdì fanno shopping in libreria, e la domenica si rotolano tra i prati col loro libro preferito postando foto su twitter al grido di "Domenica con libri e prati #157", e il lunedì si impegnano a recensire solo autori indocinesi, e la quarta domenica del mese parlano solo degli autori che iniziano per S.
 Insomma trovano il modo di strutturare il loro blog in modo meno caotico del mio e indubbiamente più saggio, sia perché ciò dà una parvenza giornalistica al blog, sia perché così magari alcuni lettori che si appassionano a determinate rubriche stanno lì che aspettano con ansia la nuova foto della blogger che si sdraia in un campo di lupini #158. 
 E' una cosa che ho cercato di fare anche io con "Rieduchescional libraia" o "Piccoli libri per piccoli tragitti", tuttavia sia in casa che a lavoro posseggo uno schema organizzativo che non mi permette di condurre qualcosa in modo lineare, vivendo in un caos perpetuo. Tutto ciò per dire che le rubriche fisse proprio non sono il mio genere.
 Nonostante ciò, ho deciso di inaugurare una nuova rubrica, senza alcuna cadenza, dal titolo "Piccole recensioni tra amici" (parafrasando il libro di Arto Paasilinna "Piccoli suicidi tra amici") in cui farò delle recensioni non lunghissime di quei libri che ho letto,ma farci un post lungo diventa un po' difficile.
 Simbolo di tale rubrica sarà l'incantevole Creamy, poichè, come scrissi nel post sui bookblogger, dare voti ai libri, mi trasmette sempre quella sensazione di coccarda: "Tieni tesoro, meriti due stelline brill brill".
 Inizio con due romanzo e una biografia. Let's go!

"CONFESSIONI DI UNA VITTIMA DELLO SHOPPING" di Radhika Jha:
 Libro già citato in occasione del post sui libri coi titoli tradotti peggio in italiano, è una di quelle opere giapponesi che generalmente piacciono a tutti gli appassionati dell'oriente e possono lasciare svariati punti interrogativi in tutti gli altri.
 L'autrice, indiana, ha vissuto molti anni in Giappone, ed è riuscita a fare un'ampia provvista di quella morbosità estrema nei rapporti e nel rapporto col corpo che codesto amabile popolo fa mostra di possedere.
 Nella storia, una ragazza, Kayo, dal seno very procace si sposa giovanissima e fa un figlio quasi subito, così senza un vero perché. Negli anni successivi diventa una classica donna abbrutita dalla vita, sciatta, con un marito che ama i suoi seni e un'altra figlia al contrario di lei volenterosa e intelligente.
  Tutto regolare ,sennonché ad un certo punto, riappare dal niente la sua migliore amica d'infanzia, Tomoko, una donna bellissima vestita grandi firme dalla testa ai piedi. Grazie a lei, Kayo scopre il grande fascino dello shopping compulsivo, del possedere vestiti meravigliosi e di sentirsi grazie ad essi una persona migliore.
 Poiché io questo grande fascino dello shopping l'ho provato raramente (peraltro in genere mi appassiono assai di più alle cose per la casa che al vestiario), tecnicamente tale discesa negli inferi dei debiti fatti per entrare in possesso delle ultime scarpe in coccodrillo di Prada, avrebbe dovuto annoiarmi prima di subito.
 In realtà il libro ha poco a che fare con lo shopping e ne ha sai di più col capriccioso animo umano.
 Cosa spinge una ragazza che non vuole essere giudicata solo dal suo seno (che in Giappone fa tre quarti di bellezza pare), che non vuole vivere la stessa vita di sua madre, a sposarsi giovanissima rinchiudendosi volontariamente in una gabbia? In quale modo la pressione sociale può influire sull'anima di coloro che si sentono più deboli e anelano all'accettazione a qualsiasi costo, anche il più folle o irragionevole?
 Questo libro fa ciò che ci si aspetta da un romanzo:racconta un fatto per svelarti un essere umano e non è poco, non è poco.
Voto: 7 e 1/2

"DYLAN THOMAS. ESSERE UN POETA E VIVERE DI ASTUZIA E BIRRA" di PAUL FERRIS:
 In questi giorni si festeggia (oddio festeggiare è un verbo inquietante) l'anniversario della morte di Dylan Thomas, meraviglioso e strambo poeta inglese, morto giovane a causa di una commistione di problemi respiratori (broncopolmonite unita ad un'eccessivo inquinamento presente in città durante il suo ultimo e letale viaggio a New York).
 In realtà prima di leggere questa accuratissima biografia di Paul Ferris edita da Mattioli 1885, avevo (complice una scarsa conoscenza della letteratura inglese contemporanea), un'idea molto romantica della sua persona.
Sapevo che come molti poeti, specialmente se provenienti dal volgo e non da famiglie benestanti, aveva vissuto lungamente in povertà o grazie all'aiuto di mecenati, ma ignoravo davvero il suo lato ambiguo.
  Un poeta tanto geniale quanto assolutamente ambizioso sin dalla più tenera età, quando, viziato e incoraggiato da due genitori che sentivano (specialmente il padre) di essere anch'essi superiori alle persone che li circondavano, inviava poesie a riviste e concorsi. Tale era la sua smania di vincere e primeggiare che nonostante il talento precoce copiò, poi scoperto, una poesia non sua, senza pentirsene.
 Aveva, al contrario, di molti poeti della sua generazione, un comportamento molto edonistico ed egoistico, poco proiettato all'esterno, in empatia col mondo, ma non coi problemi del mondo. Il suo atteggiamento picaresco, quasi da Puck della situazione, attraversò nel tempo tutte le parti della sua breve vita: un poeta della sua risma (conscio del suo talento al contrario di tanti altri scrittori che in vita si reputarono banali, come Lovecraft), non aveva remore nell'implorare i suoi numerosi benefattori, con lettere che travalicavano di parecchio la soglia della dignità. Sposato ad un'effervescente ragazza irlandese, Caitlin MacNamara, molto amata (e talvolta odiata visto che a Dylan non piaceva nei suoi periodi americani che gli si ricordasse di possedere una famiglia), ebbe svariati amori (anche bisex nel suo primo periodo cittadino). E soprattutto tra una poesia e una preoccupazione, beveva e beveva e beveva.
 La biografia è davvero un tesoro per gli appassionati, più impegnativa per chi si approccia a lui per la prima volta e viene investito da una quantità di informazioni gigantesca.
 Apprezzo maggiormente le biografie che gli autori riescono a strutturare tentando di empatizzare col personaggio (insuperabile "Il talento di miss Highsmith") rendendolo più una persona, che la figura bidimensionale di un libro di letteratura,  cosa che manca a questo lavoro, seppur grandioso.
 Ps. Mi ha molto divertito scoprire che il nome Dylan, prima che il poeta diventasse famoso, fosse un nome molto raro, proveniente dalla citazione di una saga nordica.
 Voto: 7

"IL DOLORE LE OMBRE LA MAGIA" di BANANA YOSHIMOTO:
  Ho già spiegato come io non riesca a staccarmi da questa autrice per sentimentali motivi di origine adolescenziale (mi colpì tantissimo quando avevo quattordici anni e per tantissimo intendo che mi spalancò un mondo) e continui a leggerla in nome di quell'antico amore. Questo libro è il terzo di una tetralogia, 100 paginette per ogni libro. Il primo, "Andromeda Heighs" non era ovviamente all'altezza dei suoi primi libri, ma almeno aveva uno spunto di storia, non era moralista e sembrava possedere alcuni spunti interessanti. Il secondo, uscito pochissimi giorni fa è un pianto.
 Io apprezzo molto i libri e anche i film che parlano dei momenti vuoti della vita. Quelli in cui vorresti fare disperatamente qualcosa, ma qualunque direzione ti appare sbarrata, chiusa da un muro invalicabile.
 Sono momenti di stasi dovuti ad un misto di sfortuna e scoraggiamento che gettano gli esseri umani in un limbo frustrante. Mi ci sono ritrovata ed è per questo che amo molto il film "Somewhere" di Sofia Coppola che in molti considerano un'epica palla.
 Questo libro cerca un po' di riprodurre quel fatale momento di vuoto, fallendo miseramente. Più che il vuoto della vita, questo interminabile libretto sembra un esercizio di scrittura della Yoshimoto, in evidente difficoltà nel riempire 100 pagine di un qualche significato. E' tutto un amore per la vita, una fatica, un andare avanti, che per carità, avrebbe anche un senso se fosse vagamente sentito dall'autrice. Invece, il tutto risulta freddo, inutile e noiosetto. Se un editor fosse passato dalle sue parti avrebbe tranquillamente depennato tutto, per andare avanti e saltare dal primo al terzo, che come un'idiota so già che leggerò.
 Voto: 1.

Ah un appunto sulle nuove uscite. Ho comprato tutta diligente la prima edizione di "1Q84" all'uscita. Una copertina discutibile peraltro ripetuta sui due libri, al colmo dell'originalità.
 Ora è uscita una seconda edizione, cofanetto, bellissima. Mi sento un tantinello presa in giro ecchecavolo.

Ah, tenete presente che io sono come le insegnanti delle superiori, mi tengo coi voti molto bassi, così potete fidarvi che quando vedete un 9 o un 10, sto parlando di qualcosa di davvero superlativo.

I dolori della ggggiovane libraia su "Il libraio". Quale onore (e una certa idea)!

 E' online la nuova edizione internettiana della rivista Il Libraio.
 Tra le svariate rubriche della nuova piattaforma c'è n'è anche una dedicata ai librai blogger e il primo articolo è dedicato a questo blog, a quello de L'apprendista libraio e a Cronache dalla libreria.
 A parte il fatto che sono esaltata dal fatto che le mie indegne vignette (iniziate per caso su un quadernino) vaghino oltre i confini del blog, sono onorata per la scelta e l'accostamento agli altri due blog.
 Prima di aprire "I dolori della giovane libraia" leggevo "L'apprendista libraio" da molto tempo e non avrei mai pensato di poterlo addirittura sfiorare un giorno. A questo punto proverò a chiedergli un incontro!
 Nel frattempo, chi desidera, può leggere l'articolo e rivedere alcune vecchie vignette! 
(Oh, domani se dio vuole riesco ad attivare la malvagia tavoletta grafica).

Link all'articolo: Librai in versione blogger

giovedì 6 novembre 2014

Sul misterioso successo de "Il comunismo spiegato ai bambini capitalisti" di Gerard Thomas. Cosa rende un bignami di storia per ragazzini uno dei successi dell'anno? Forse una risposta sensata c'è, tra feste dell'Unità, nuove lotte di classe, vergogna e una certa pulce.

 Nonostante la mia sia sempre stata una famiglia molto politicizzata, mio padre ha sempre perseguito con forza l'intento di non parlare di politica a me e le mie sorelle infanti.
In tal modo le feste dell'Unità a cui andavo erano qualcosa di estremamente fumoso nella loro finalità (percepivo solo che era un luogo dove potevo fare una grande pesca e mangiare salsicce e carbonara) e l'unico accenno che abbia mai avuto sul comunismo durante l'infanzia, fu una sbrigativa e imbarazzata spiegazione sul ruolo di Fidel Castro a Cuba da parte di mio nonno.
 Avevo visto il barbuto signore in tv e avevo chiesto lumi. Mi pare che la spiegazione fu: un signore che governa un posto al di là del mare, (che poi tecnicamente non è neanche sbagliata).
 Crescendo, appresi che la festa dell'Unità era collegata alla sinistra, ma il Pci era morto durante la mia infanzia quindi eravamo già in epoca, Pds. poi Ds e tutti le sue diramazioni, da Rifondazione comunista ai Comunisti italiani, che una decina di anni fa i partiti di sinistra si riproducevano praticamente per mitosi.
 Alle superiori il mio insegnante di filosofia, un eccentrico psicologo che un giorno ci gridò la celebre frase: "Basta non voglio più essere madre, adesso voglio essere padre! Smettete di bere latte dal mio seno!", lasciò che un quarto del programma dell'ultimo anno fosse occupato dal pensiero di Marx.
 Non fu un indottrinamento, semplicemente segammo qui e lì spazio a Kant e Hegel e nessuno ne ebbe a che protestare. 
Leggemmo perciò tutte "Il manifesto del partito comunista" e ci facemmo una cultura sulla sovrastruttura, il materialismo storico e la teoria del plusvalore. Io, che bazzicavo luoghi sinistrorsi col perenne spettro di mio padre, preoccupato che mi infilassi in qualche casino epico, mi aspettavo a dire il vero che Marx si rivelasse in toto una fuffa di epiche dimensioni. 
 Rimasi quasi sconcertata nell'apprendere che non solo non era fuffa, non solo non era estremo, ma mi ritrovavo d'accordo con lui al 90% (il 10% riguarda principalmente i metodi violenti della rivoluzione del proletariato).
 Mi infilai quindi in una serie di letture che allarmarono ulteriormente il mio genitore, che già mi vedeva coi rasta e una canna in bocca pronta a rotolarmi nella terra battuta di un centro sociale: mi buttai su un compendio de "Il capitale" di Cafiero (la mole dell'originale mi atterrì già all'epoca) "Stato e anarchia" di Bakunin, "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato" di Engels (che ve lo dico è attualmente incredibilmente fuori commercio), le lettere di Rosa Luxemburg e quelle dal carcere di Gramsci (le prime bellissime, quelle del secondo un'estrema delusione).
 Leggevo, apprendevo, ingerivo, digerivo, ma non riuscivo a trovare un'applicazione pratica a quelle somme verità. nel senso che non riuscivo proprio a capire in quale modo si potesse anche volendo deviare dalla traiettoria politico-economica degli eventi e mettere in pratica quel buono che esisteva nella teoria. Anche perché era tecnicamente difficile anche solo sollevare il problema visto che qualsiasi risposta finiva con l'anatema: guarda cosa è successo ai paesi comunisti.
 Che per carità, storia l'ho studiata anche io, ma una sorta di perplessità pesante davanti anche agli effetti non completamente benefici (ed in divenire) del capitalismo, mi pareva stupido non farsela venire.
Attribuisco a questo desiderio di trovare un pensiero alternativo, uno spiraglio di possibilità e un sollievo collettivo che autorizzi a pensare che forse la nostra società non si fonda su basi aprioristicamente buone, il successo di un piccolo libro pubblicato ormai da un bel po' di mesetti dalla Clichy: "Il comunismo spiegato ai bambini capitalisti" di Gèrard Thomas.
 Era da parecchio tempo che desideravo leggerlo, ma rimandavo sempre, convinta che, nonostante il titolo bambineggiante, necessitasse di una certa concentrazione per essere assimilato. Quando infine l'ho avuto tra le mani, sono rimasta molto perplessa.
 L'ho letto in poche ore (distribuite in più giorni, ma per ragioni di tempo mio, altrimenti andava giù in un pomeriggio), e ho scoperto che non tradisce il titolo: è davvero la storia dell'idea comunista a partire dai sumeri per finire ai giorni nostri, raccontata come se fosse un bignami per undicenni.
 Dopo aver quindi riletto, per carità con piacere, cose che avendo fatto decentemente le superiori ricordavo ancora in scioltezza (l'ascesa del comunismo in Russia, i comuni medievali in Italia, Proudhon, Fourier, il povero Tommaso Campanella e via dicendo) mi sono chiesta seriamente che cosa avesse decretato il così grande successo di questo libretto.
 Dopo un po' di riflessione mi sono data una risposta: questo libro mostra una possibilità. Precisamente la possibilità di trovare del buono in un'idea o in un'aspirazione o in un sistema economico e sociale che ha avuto per la maggior parte delle pessime applicazioni (anche per degli errori di fondo che l'autore non nega, come non nega le violenze dei vari regimi). L'ho detto già nel post sul femminismo: la frase che dice "Tutti gli ismi sono uguali" è una grande idiozia.
 Un suffisso grammaticale non può avere un tale aprioristico valore dispregiativo, anche perché a guardar bene, anche capitalismo allora finisce in -ismo.
 Già il solo fatto che un titolo in cui viene citato il comunismo venga salutato con una selva di orrore e di "Eh ma Stalin in Russia" rende il successo di questo libro ancora più sensato. Anche solo pensare di trovare del buono in una teoria, in cui l'autore, infila tra i suoi fautori anche Gesù Cristo. sembra  essere  qualcosa da nascondere a tutti i costi.
 I tempi sono ormai un po' confusi, in nome di disastri lontani sembra ormai che noi si possa passare sopra a tutto, accettare tutto, trovare aprioristicamente buono un sistema che alla fine vediamo solo nel contingente e di cui non abbiamo nessuna visione d'insieme.
  Questo libro, semplice semplice, ha accentuato in me quella strana sensazione di trovarmi già all'interno di un libro di fantascienza dove la realtà è solo uno specchio di cui non vediamo il fondo. Non mi riferisco a nessun club Bilderberg e a nessun complotto, ma alla stoltezza con cui si prende per naturale e ineluttabile un sistema economico che di naturale non ha proprio niente. Noi potremmo opporci, ma semplicemente pensiamo, da bambini capitalisti, che qualsiasi alternativa ci porterà alla catastrofe.
 E allora come dice il libro:
 
"Qual è la conseguenza  di questo processo nei paesi industriali avanzati? Ovviamente il fatto che è aumentata la disoccupazione, e che pur di lavorare si è disposti a rinunciare ai diritti che i nonni e i padri avevano conquistato. Quando si è in difficoltà e senza lavoro, si abbassano le pretese e si è disposti ad accettare quasi tutto. La televisione e altre fonti di opinione cominciano a spiegarci che non c'è lavoro perché il lavoro costa troppo e che quindi occorrono flessibilità e poche pretese per lavorare e così si fanno leggi che diminuiscono o addirittura eliminano i diritti conquistati dai nonni e dai padri. E si torna al punto di partenza. Al dominio assoluto,  anche se non apparente come lo era prima del capitalismo,
 Un sociologo italiano che si chiama Luciano Gallino lo ha spiegato molto bene, chiamando questo capitalismo "turbocapitalismo" e dimostrando che la lotta di classe si è invertita. Adesso è la lotta di classe del capitalismo contro i lavoratori che non sono più un uniforme e solidale proletariato, ma una massa disomogenea di disoccupati o potenziali disoccupati disposti a qualsiasi flessibilità pur di avere uno stipendio almeno decente. I capitalisti, anzi, i turbocapitalisti hanno vinto"

 Il fatto che abbia scritto questo post con le pinze e che paventi commenti in salsa di "E allora i morti del comunismo?", mi rende alquanto inquieta.
 Non ho mai amato il soviet e non sono una di quelle che vorrebbe essere vissuta per sventolare le bandiere rosse, ma se un libretto semplice semplice dilaga in tal modo mettendo pulci in tante orecchie alla disperata ricerca di una pulce che le faccia pensare, allora beh, che vengano altri 1000 Gèrard Thomas.
 E davvero, su questo post chi se la sente (e/o ha letto il libro), commenti commenti commenti che è argomento piuttosto spinoso.

mercoledì 5 novembre 2014

"Sesso, droga e rococò" la storia del falsetto attraverso i secoli di Massimo Di Vincenzo. Da Darkness ai Pooh, da Farinelli a Prince storia di una per me stramba usanza musicale.

All'inizio dell'università, una mia carissima amica di allora aveva un fidanzato con un sogno: diventare una star di una band di fama mondiale glam-rock.
Qualcuno li ascolta ancora? O se li ricorda?
Per ottenere il suo scopo, amava ricoprirsi di paillettes, indossare boa di piume di struzzo, pittarsi le unghie e atteggiarsi da divo consumato assieme al suo migliore amico, un nasuto bassista dai vaporosi boccoli biondi tenuti fermi da un cerchietto. 
 Assicuro al cosmo virileggiante che no, non hanno mai mostrato gaye tendenze, sognavano semplicemente di vivere in un mondo a misura di David Bowie.
 I loro idoli principali, in quell'epoca oscura, erano i "Darkness", gruppo il cui cantante raggiungeva acuti allucinanti stretto in tutine microscopiche nel bel mezzo di video dalla scenografia atroce.
 Se escludiamo questo episodio e un grande amore per il film "Velvet Goldmine", questo è stato fino a qualche settimana fa il quasi unico contatto che io abbia mai avuto col falsetto.
  Lo premetto. Io di musica capisco poco e niente. Sono anni che sento random praticamente le stesse cose: De Andrè-Guccini-De Gregori- Rino Gaetano-Baustelle (e cantautori vari ed eventuali) con rari innesti di canzoni che mi piacciono al momento. Considerando che la maggior parte dei libri di musica (e degli appassionati di musica) ti fa passare la voglia di leggerli a suon di citazioni, rimandi, riferimenti tecnici e accenni a cose, persone, città, per loro famosissime, per me ignote, di saggistica musicale credo di aver letto poco e niente in tutta la mia vita (escludendo le biografie che ho sempre leggiucchiato abbastanza). 

Tuttavia questa estate si è palesato in libreria un libro il cui assurdo titolo e la sua assurda copertina avevano attirato la mia goliardica attenzione, si trattava di "Sesso, droga e rococò. Storia del falsetto dai castrati all'Heavy metal" di Massimo Di Vincenzo ed. Arcana.
 Preso atto dell'esistenza di tale opera, il mio interesse era più o meno scemato all'istante, poi il caso aveva voluto che la7 mandasse in onda "Farinelli. Voce regina" in una di quelle sere in cui la tv (o la tv sul pc) la guardiamo io e un centinaio di vecchi sopra i 70 anni.
 In codesto film, il solito efebico Stefano Dionisi, si dibatteva come un'anguilla per la disperazione di essere stato castrato a tradimento dal fratello maggiore, un aspirante scrittore di opere liriche da percuotere con un randello. Giacché il danno era fatto, almeno Farinelli ebbe in sorte di avere un ugola eccezionale, e la usò con sommo gradimento di tutti i teatri europei finché non avvenne un fatto assurdo: la moglie dell'allora re di Spagna, uomo colto da strana depressione (allora malattia ignota) pensò bene di portarlo a corte per sollevare lo spirito del consorte. per quegli assurdi moti quasi romanzeschi del destino, il piano funzionò: il re si riscuoteva davvero dal torpore ascoltando la sua voce e volle che rimanesse a corte per cantare solo per lui.
 Il film si perdeva poi in una complessa vicenda di vendette e desiderio di paternità del povero Farinelli che ricorreva infine ad una fecondazione eterologa fatta alla maniera antica.
 La curiosità era però ormai accesa e così questo libro capitava a fagiolo. 
Dionisi Farinelli style
 Così per la prima volta in vita mia ho dato una possibilità ad un saggio musicale e fortunatamente non sono rimasta delusa.
 Allora, innanzitutto c'è da dire che il libro ha una struttura fatta apposta per i profani come me: ha brevi introduzioni storiche capitolo per capitolo, seguite da  una serie di brevi biografie condite da aneddotica
 . L'aneddotica, ed è quello che penso da sempre, è quella cosa magica che ti permette di trovare interessanti e studiare anche le materie più pallose. Probabilmente è uno dei motivi per cui in matematica sono sempre stata una zappa.
 Il libro parte da quel tragico momento, a metà '500, in cui corti reali e pontificie iniziarono a richiedere letteralmente sangue umano: quello dei ragazzini castrati. Piacevano infatti le voci bianche, ma soprattutto alla Chiesa non piaceva che le cantanti donne si esibissero, essendo la cosa considerata indecente. Così si pensò alla cosa più ovvia: castriamo i quasi adolescenti canterini più promettenti.
 Erano principalmente ragazzini poveri o che, per vari motivi, erano passati tra le mani di medici praticoni che  avevano fatto danni lì sulle loro parti basse. Eccezione a questa castrazione di classe fu il povero Farinelli che nonostante provenisse da una famiglia napoletana molto benestante, al limite della pubertà fu immerso nell'acqua calda e zak, privato di un organo alquanto vitale.
 La moda dei castrati cavalcò nei secoli moderni, fino alle soglie del fascismo.
 L'ultimo castrato di un certo successo, l'unico di cui si abbia una registrazione sonora, è Angelo Moreschi "l'angelo di Roma", morto nel 1922 tra lo sconcerto generale. Pare infatti che tutti strabiliassero nell'aver saputo che questo relitto di un'epoca che sembrava preistorica fosse ancora in vita.
 Dagli anni '20 si entrò quasi per direttissima nei favolosi anni '60. Via le tonache, via i re di Spagna affetti da melancholia e benvenuta dance!
  I falsettisti non sono più dei ragazzini sacrificati al coro della chiesa, ma dei baldi giovanotti vogliosi divertimento on the beach.
 Ed ecco che appaiono i Beach Boys e i Bee Gees che scelgono il falsetto come nuova chiave per far muovere le pelvi di mezzo mondo contagiando falsettisti sparsi in ogni dove, persino in Italia.
 Chi c'è qui da noi? Ivan Cattaneo, bergamasco alquanto queer, gli indimenticabili Cugini di campagna che sono riusciti a rendere romantica una canzone che sembra cantata da una vicina di casa in crisi d'ansia, e persino i Pooh che disseminano il loro repertorio di falsettate ad hoc (indimenticabile per me l'intro di una canzone che mi piace moltissimo "Piccola Katy" ooooooh piccola katy ooooohoooooh).

Si salta poi negli anni '80, il decennio che è riuscito nuovamente a rovinare un secolo che si era quasi ripreso dagli orrori delle guerre regalandoci yuppie e turbocapitalismo, ma il tutto con una moda inquietante e a ritmo di dance.
 Prendono il volo in questi anni pieni di tulle e jeans, il piccolo Prince, Freddy Mercury e artisti apertamente votati alla causa gay come Bronsky Beat (apparso anche nel film "Orlando") e Klaus Nomi, cantante bavarese lanciato da David Bowie scomparso prematuramente a causa dell'Aids.
 Il libro, che arriva fino al segaligno Mika, il quale in Grace Kelly gigioneggia con un falsetto di epiche dimensioni, fa venir voglia di ascoltare una discografia infinita (vi dico solo che scrivendo questo post ho mandato i Pooh in loop), si legge agilmente e non annoia mai.

 Ho un unico appunto: io non mi lamento assolutamente mai di queste cose, non dei refusi della tipografia, non della grafica e simili, ma io una rivistina all'editing finale fossi stata nell'editor o in chi per lui gliel'avrei data. In giro per il libro ci sono frasi palesemente dialettali che insomma anche no. 
 Per il resto, non so agli esperti di musica che effetto faccia questo libro, ma io ho apprezzato.
 (E comunque ora che ci penso mi piace anche Lady Gaga).

Ah, il fidanzato glam rock della mia amica, ora è un ex fidanzato e fa il truccatore e sì, è sempre molto etero.



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