giovedì 30 aprile 2015

Ma #ioleggoperché, alla fine, ha funzionato o no? Approcci stantii, grande racconto mancato, trasmissioni patchwork, titoli di dubbio gusto e il povero Carlo, che ignorerà per sempre di aver perso la grande festa di cui era ospite atteso.

 Quando andavo alle medie, i miei professori, non so se vittime di qualche aggiornamento scolastico o di un'idea che altrove aveva avuto successo, decisero di tentare una strada innovativa per migliorare i voti di chi in classe traballava.
La grande intuizione fu quella di costringere,  con la complicità dei genitori, chi era più bravo in alcune materie a fare i compiti con chi era meno bravo. Un'idea vecchia come il cucco che però vedeva qui una scienza forzosa: magari due in classe non si parlavano o si stavano antipatici, ma ecco che dovevano condividere i pomeriggi a fare compiti di matematica.
 Ne fui vittima anche io. Venni costretta saltuariamente a ripassare italiano con una ragazza che non era proprio una cima in materia, nel disperato tentativo di passarle per osmosi la mia scienza. La compagna di classe in questione non mi stava neanche antipatica, anzi, ma i risultati furono pressocchè inesistenti. Io la aiutavo e lei diligeva anche, ma in modo distratto.
 I compiti li faceva, ma il giorno dopo lo stesso faticava a dare una spiegazione sensata del racconto dell'antologia di italiano.
 I risultati furono omogeneamente pessimi per tutta la classe e il maggior ricordo che mi rimane di questa esperienza, che morì in una sola stagione, fu un epico mal di stomaco da pasta al gorgonzola preparatoci da mia nonna, orgogliosa del mio ruolo di insegnante improvvisata.
 Questo episodio di fallimento scolastico è secondo me una metafora calzante per il tanto atteso #ioleggoperché.
 In realtà non volevo scriverne nulla perché, francamente, ho faticato a seguirne il senso nei mesi di preparazione, tuttavia mi ha colpito il fatto che a posteriori si abbiano due correnti di pensiero in proposito abbastanza diverse:  "E' stata una cosa toccante e stupenda, ancora, ancora, ancora" e "Per per favore basta mai più". In particolare un articolo di Aldo Grasso (che so che sta sulle scatole a molti e ultimamente ha fatto un pezzo sui ggggiovani choosy da denuncia, ma generalmente mi piace abbastanza) ha bocciato senza rimedio questa manifestazione creata per convincere i non lettori a leggere.
 Chi ha ragione? Tentiamo di analizzare le cose con ordine.
 E' inverno, sento parlare di un fantomatico io leggo perché con l'hashtag davanti. 
 Il mio primo pensiero è: 'sta cosa fa tanto pubblicità progresso con i matusa che cercano di spiegare ai ggggiovani per come se li immaginano che leggere è una cosa estremamente figa, degna di un hashtag, degna di twitter. Un po' come quando i tuoi genitori facevano insensate battute giovanili all'apparire dei tuoi amici: magari ci stavano pure, ma in bocca a loro erano agghiaccianti.
 Ma insomma, non voglio essere bastian contrario, ci stanno provando, diamo loro fiducia. Così, scrivo una bella mail all'ufficio stampa e chiedo: ciao, sono la blogger x, mi pare un'iniziativa interessante, avete qualcosa per i bookblogger? Che so, un simboletto di affiliazione, delle iniziative a cui partecipare da hashtaggare, qualsiasi cosa da far girare con cognizione di causa sul web?
 Fidandomi di quel mitico cancelletto che prometteva un sapiente uso dei social network, della rete e delle sue funzionalità, mi attendevo una risposta assai più sensata di: rimani aggiornata guardando il sito, ciao.
 La visione di mio padre che tenta di fare il giovane e viene bruciato da una domanda delle mie amiche di cui comprende lo 0%, costringendolo ad una repentina ritirata, si affaccia con forza alla mia mente. In ogni caso, visto che preferisco leggere e occuparmi di cose che mi piacciono invece che inseguire gente random, mi disinteresso e torno alle mie faccende blogghesche.
 Vedo che ogni tanto c'è qualche cosa di carino, tipo il povero Guccini che cerca di fare la sua disperata parte, e scopro la lista dei libri che i "messaggeri", questi volenterosi volontari, dovrebbero consegnare ai non lettori per invitarli a leggere. Davanti a codesto elenco, capisco che un groviglio di interessi editoriali (almeno spero) misto a pessimo gusto, misto a non so quale idea di fondo, ha condannato a monte il vero obiettivo dell'iniziativa: far leggere chi non legge.
Ecco l'elenco per capire:

Kader Abdolah, “Il corvo”Kamal Abdulla, “Il manoscritto incompleto”Age & Scarpelli, Mario Monicelli, “Brancaleone”Silvia Avallone, “Acciaio”Alessandro Baricco, “Oceano Mare”Ronald Everett Capps,“Una canzone per Bobby Long”Paola Capriolo,“L’ordine delle cose”Massimo Carlotto,“La verità dell’Alligatore”Sveva Casati Modignani,“Lo splendore della vita”Cristiano Cavina “I frutti dimenticati”Andrea De Carlo,“Due di due”Diego De Silva “Non avevo capito niente”Khaled Hosseini,“Il cacciatore di aquiloni”Erin Hunter,“Warrior Cat. Il ritorno nella foresta”Emily Lockhart,“L’estate dei segreti perduti”Margaret Mazzantini,“Splendore”Giuseppe Munforte,“Nella casa di vetro”Yōko Ogawa,“La formula del professore”Maria Pace Ottieri,“Quando sei nato non puoi più nasconderti”Daniel Pennac,“Come un romanzo”Roberto Riccardi,“La foto sulla spiaggia”Luis Sepùlveda, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”Marcello Simoni,“Il mercante di libri maledetti”Andrea Vitali Galeotto fu il collier”.

 Le domande sorgono spontanee e sono molte. Innanzitutto, come si può pensare che una persona che non legge decida improvvisamente di concedere una possibilità a Kader Abdolah o "Come un romanzo" di Pennac? Perché una scrittrice raffinata come la Ogawa è stata infilata qui dentro?
 A nessuno viene in mente che se un adulto scientemente evita di leggere, non sarà rifilandogli un autore che non ha mai sentito manco per sbaglio o un titolo evidentissimamente da lettore appassionato ed esperto, che verrà convinto?
 Immaginiamo questa scena edificante.
 Carlo è un brav'uomo, ha due figli, ama appassionatamente l'inter e la sua principale ragione di vita è seguirla in trasferta. Lavora come impiegato da qualche parte e l'ultimo libro che ha letto risale alle scuole superiori e francamente non ne ricorda il titolo perché ha preferito dimenticarlo. 
Carlo esce in un pomeriggio d'Aprile che non si decide ad essere nè bello né brutto, ha deciso di farsi una passeggiata innocua, ma incontra un gruppo di festanti persone che lo circondano gioiose invitandolo a prendere un libro.
 Convinto di essere finito tra le grinfie di un gruppo di gioiosi avventisti del settimo giorno o di mormoni o di testimoni di Geova o militanti di lotta comunista, tenta di schermirsi giurandosi cattolico praticante e iscritto al Pd anche se non vede una chiesa da anni e pensa che Renzi sia l'anticristo. Il gruppo cerca di risolvere il misunderstanding mettendogli in mano alcuni titoli.
 Legge e vede: "Nella casa di vetro" di Giuseppe Munforte, "I frutti dimenticati" di Cristiano Cavina e "Il corvo" di tale Kader Abdolah. Le copertine tutte identiche gli impediscono anche solo di capire l'argomento, (non c'è scritta neanche la trama sul retro della copertina!), ma, in ogni caso, nessuna sembra la biografia di Zanetti, l'unica cosa cartacea che potrebbe entrare in casa sua.
 Confuso da tutto quel caos, e un po' diffidente (perché caspita quella gente vuole regalargli dei libri? E' un'iniziativa del governo? Gli faranno firmare qualcosa per poi costringerlo a comprare scatervate di libri per anni, come è successo a suo cognato?) Carlo si allontana con mestizia. E' allora che una ragazza tenta un ultimo assalto qualificandosi come "messaggera": "E' per convincere la gente a leggere", gli dice sorridendo.
 Carlo sorride, prende candido il libro dalle sue mani e capisce che la sua intuizione non era sbagliata: sono davvero i Testimoni di Geova.
 The end!
 Sarà suppongo avvenuto un po' ovunque. Del resto, se uno non legge non sospetta neanche che sia in corso una complicata manifestazione di rilevanza nazionale indirizzata proprio a lui.
 Ma veniamo infine alla grande serata. Convinta ci fosse un dispiego di energie in piazza Gae Aulenti per tutta la giornata, mi reco lì verso le 15 per disegnare. Passano le ore e non succede niente.
 Ad un certo punto iniziano le iniziative per i bambini, semifallimentari fino all'arrivo dell'amato topo Geronimo Stilton che però fa la sua apparizione quasi alle otto,quando decido di tornare a casa chiedendomi insistentemente perché nessuno abbia deciso di organizzare qualche incontro un po' prima dell'ora di cena.
 Il mio cervello pensava di aver letto da qualche parte una roba immaginifica (frutto chiaramente dei miei sogni più accesi): avevo capito che ci sarebbero state delle letture di lunghi pezzi, ad alta voce, per tutto il pomeriggio, con persino degli sketch o delle interpretazioni teatrali. Un'idea assolutamente irragionevole.
 Torno a casa e inizio a vedere il programma. La prima immagine che mi si para davanti è Benedetta Parodi che, sempre più ossuta, ammette di non saper fare una beneamata mazza, mentre un Favino solo nella bufera cerca di portare a casa un programma patchwork non ben amalgamato.
 Svanisce la Parodi che, per un attimo, avevo temuto co-conduttrice e iniziano una serie di ospiti a catena, alcuni riusciti (fantastico il momento in cui Rocco Tanica compiange Manzoni con toni da Barbara D'Urso), altri insensati: perché il vincitore di sanremo giovani con la canzone a tema omosex "Amami uomo" sta cantando "Pop"? Che caspita c'entra?
 C'è un'improvvisazione teatrale buttata a caso con Sabrina Impacciatore, mentre Carofiglio racconta una storia molto toccante su un'amata libreria comunista dell'infanzia. Insomma una specie di minestrone di cui Favino cercava coraggiosamente di tenere le fila senza che ci fosse un forte filo conduttore a tenerla.
 Ad un certo punto, dopo tante belle parole e bei racconti, ho spento, lievemente annoiata e con un certo senso di "Ma quando finisce?" nell'animo. Tutto bello tutto giusto, ma proprio non c'eravamo.
 Io leggo perché con l'hashtag davanti è stata una lodevole iniziativa combinata assai male. Non voglio sparare a zero a prescindere perché per troppi anni non si è fatto nulla e ora che finalmente si smuove qualche acqua va bene tutto. Del resto a non far niente siamo bravi tutti.
Però è stata un'iniziativa con tre grossi problemi: è nata vecchia nonostante l'hashtag, non aveva un'idea di racconto universale dietro e, soprattutto, era evidentissimamente fatta per i lettori e non per i NON lettori.
 La sezione di marketing e di mass media scoppia di libri che insistono sul fatto che per vendere un prodotto, al giorno d'oggi, devi vendere una storia. 
 Il mulino bianco che ci vende il mondo buono, la Star che ci vende gli operai felici di lavorare e di fare un brodo proprio per te, la piccola azienda a conduzione familiare che esporta lenticchie e va all'expo. Ci stanno vendendo tutti delle piccole storielle che appassionano. Non è una roba nuova.
 Le storie, il racconto, sono ciò che lega tutte le epoche del mondo. Ci sono dal principio, da Giovanni l'apostolo che diceva che "Dio era il verbo e il verbo era presso dio", ad un immaginario comune intessuto di miti, di ricordi, di leggende, di aneddoti, di metafore. Chi legge i libri dovrebbe essere più cosciente di chiunque che ciò che ti spinge a leggere è la capacità di ritrovarsi dentro ad una storia in qualche modo ti porti fuori dalla realtà per mostrartene un'altra che altrimenti non avresti mai visto.
 #Ioleggoperché pensava di tirar fuori il racconto dai lettori: guarda ti racconto perché leggo così piace pure a te. Ma l'approccio è fondamentalmente noioso a monte, didascalico, pedante e con un vago tono pedagogico. Non basta mettere una brava in italiano a fare i compiti con una incapace per farle capire dove sbaglia. Servono altri approcci, più coinvolgenti, che comportino passi più piccoli, un irretimento più mascherato del mettere in mano un libro scelto da terzi (la grande maggioranza dei titoli proposti non li leggerei neanche io).
 Quello che andrebbe raccontato ai non lettori, che si stanno perdendo qualcosa che pensano di poter avere anche con altri mezzi.
 E' una delle più grosse scuse dei non lettori: io non leggo perché ascolto musica, perché tanto viaggio, perché ho altre passioni. Come se le passioni potessero essere interscambiabili tra loro.
 Una campagna per coinvolgere i non lettori deve fare perciò due cose:
 1) Arrivare ai non lettori con tutti i mezzi possibili e più subdoli, ma anche credibili.
 Prendere un rapper x e fargli dire qual è il suo scrittore preferito, non serve se il contesto non è credibile. La sensazione finisce per essere quella di uno che recita la poesia per avere la paghetta a Natale. Puoi anche metterci passione in nome dei cinque euro che ti darà tuo nonno, ma i tuoi cugini vedranno la verità.
 Rocco Tanica che mi parla del caro estinto Manzoni con toni sarcastici era, per esempio, azzeccatissimo nel programma. Surreale, ma colto. Moderno, ma ironico. Era uno dei pochi al posto giusto al momento giusto (e aggiungerei con la presenza scenica giusta).
2) Devi convincere qualcuno che pensa la lettura sia una palla a leggere. Non basta dire che siamo tanti messaggeri e ce la faremo, questa non era una campagna per le persone a cui piace leggere che si galvanizzano a vicenda! Era una campagna per i NON lettori.
 E proprio per questo, a maggior ragione, i libri scelti erano quasi tutti epic fail: bisognava avere robe come "Open" di Agassi, la biografia di Zanetti o di Totti, dei grandissimi successi editoriali o qualcosa che fosse simile (se non "Angeli e demoni" di Dan Brown, poteva andare benissimo la Asensi), Camilleri, De Crescenzo!
 Io leggo perché aveva un'impostazione sbagliata già dal titolo. 
 Io GIA' leggo, siete voi che dovete scoprire quanto è bello e dovete scoprire le vostre motivazioni, con le mie non ci fate niente.
 Che l'anno prossimo, se si ripeterà, la campagna sia fortemente aggiustata, più moderna, più organica, meno meno meno retorica, meno meno meno autoreferenzialità del lettore, dello scrittore, dell'addetto ai lavori. Mentre snocciolate le citazioni a effetto, il non lettore dormirà: vi rendete conto che se non legge quasi sicuramente non sa di chi siano le belle parole spappardellate?
  Le vignette del mio blog fanno ridere, ma se c'è gente che crede che Mark Twain sia una casa editrice allora dovrebbe venire facile capire che col non lettore non stiamo manco al punto di dargli un libro (che poi ripeto, ma si può dare "Una canzone per Bobby Long" a uno che non legge dai libri scolastici delle superiori?), stiamo ancora prima: all'educazione alla lettura.
 Forza, ce la potete fare. La linea guida è: se sembra una pubblicità progresso non va bene. Vedrete che con questo assioma in mente, sbagliare sarà meno difficile.

Ps. Ovviamente massimo rispetto per i volontari, io apprezzo sempre sempre sempre sempre chi fa qualcosa invece di lamentarsi e basta. Ripeto, a non far niente siamo bravi tutti. E poi, magari nella massa uno di questi famosi 240.000 libri ci è effettivamente finito a casa di un non lettore, e se non ha ispirato lui, potrebbe ispirare il figlio o la figlia non abituati a vedere materiale cartaceo in casa. Un libro in più in giro non fa mai male (a meno che non sia 3MSC).

Pss. Nessun Testimone di Geova si senta offeso, por favor, prendevo solo scherzosamente in giro l'attitude al proselitismo.

martedì 28 aprile 2015

La seconda parte del riassunto fumettoso di "Tre metri sopra il cielo". Scene da "Arancia meccanica", cene sociali teppiste, obiettivi raggiunti, complessi di Edipo irrisolti e troppo altro in un lacrimevole finale.

Ed ecco la seconda parte del riassunto a fumetti di "Tre metri sopra il cielo" (la prima potete trovarla qui).
 Ora che ho finito questo libro abominevole posso dire con cognizione di causa che:
1) Moccia ha un'idea della violenza molto inquietante.
 La scena di Step che saccagna di botte l'amante della madre e poi va a piangere disperato da Pollo è una roba allucinante. Per prima cosa non siamo nel medioevo con i parenti maschi che puniscono la donna disonorata e il disonoratore. Secondo poi, non esiste in nessun caso che tu ammazzi di botte qualcuno e passi anche per quello col cuore ferito. Non che non siano cose che non vadano scritte, (il mondo, lo sappiamo, non è sempre un bel posto), ma che si tenti di mettercele come se quella fosse la mossa disperata di un cuore ferito e soprattutto mai pentito, sempre convinto di essere nel giusto, è assurdo. Doppiamente inquietante che questo si sia infilato in un best seller per ragazzi.
2) Moccia ha un'idea della società un po' strana. Per lui esistono i borghesi figli di papà e i teppisti (a volte figli di papà a volte no). Basta. Quella massa di gente, tipo me, tipo la maggior parte delle persone in Italia, che frequentava buone scuole pubbliche, non figli di papà e non teppisti, con qualche interesse che può variare dalla politica alla lettura, dal canto allo sport, non sono considerati.
 Tutti i figli di papà sono dei borghesi insopportabili e posso comprendere le borghesucce ribelli (fino all'iscrizione all'università) che cercano di uscire dagli schemi attingendo momentaneamente ad altro bacino. Tuttavia non si capisce perché per le borghesi tale bacino sia composto unicamente da delinquenti picchiatori. 
In qualsiasi caso, la tortura è finita. Godetevi il frutto delle mie fatiche: "Tre metri sopra il cielo" parte II!









domenica 26 aprile 2015

Quattro letture per il 25 Aprile, il giorno in cui l'Italia vide la fine di un incubo (di cui fu ampiamente connivente) durato più di vent'anni. Dai singoli ad un intero popolo che seppero dire NO, dal coraggio immenso delle donne al sacrificio estremo di sette fratelli, per non dimenticare mai.

 Ieri è stato il 70esimo anniversario della Liberazione, un 25 Aprile che pare tanto lontano, ma era a malapena due generazioni fa. 
Quest'anno grande pubblicità è stata stranamente fatta in tv, dopo anni in cui dovevi quasi vergognarti a festeggiare una ricorrenza fondante della storia d'Italia. All'inizio ero sorpresa piacevolmente, poi ho iniziato a notare che si parlava di festa per la libertà, liberi da tutti i regimi, tutte le dittature, tutto misto, di tutto un po'.
 Insomma, il 25 Aprile non è come il primo Maggio, generica festa di tutti i lavoratori. 
 Il 25 aprile l'Italia si liberò con l'aiuto degli alleati, ma anche con una sollevazione popolare da parte di giovani coraggiosi cresciuti sotto il regime fascista che seppero vedere oltre l'indottrinamento, di antifascisti perseguitati o costretti a nascondersi durante il ventennio, di tante persone che dopo anni di connivenza si svegliarono improvvisamente (un po' troppo come fa notare il Pertini di Paz: "Prima della liberazione eravamo 4 ora siamo 40 milioni"), ecco l'Italia si liberò da un regime ben preciso: quello fascista.
 Anni di revisionismo ci hanno consegnato leggende come "Il cattivo tedesco e il bravo italiano", titolo anche di un bel libro della Laterza by Filippo Focardi.
 Il concetto era che: ok, i fascisti c'erano, ma era una roba all'acqua di rose, mica come il nazismo, il nostro era un regimetto così, una farloccata durante la quale i treni arrivavano in orario, è stata fatta la riforma della scuola da Gentile e le leggi razziali ci furono imposte, ma non è che ci credevamo davvero.
Andrea Pazienza ovviamente
Beh, che qualcuno informi gli ebrei del ghetto di Roma a cui venne fatto credere che spogliandosi di tutto il loro oro avrebbero avuto salva la vita e invece sono stati prima depredati e poi deportati in massa. Mi sa che loro alla storiella non ci credono.
 Comunque codesto non è un post per analizzare la storiografia della resistenza, ma per proporre delle letture ad hoc per la celebrazione.
 Lo dedico idealmente al partigiano a cui era intitolato il mio liceo.
 Il primo preside, curiosamente omonimo di un grande della letteratura italiana, aveva fatto la resistenza ed era molto amico di questo ragazzo che venne catturato, torturato e ucciso dai fascisti. Le tracce che rimasero di lui sono raccontate in "Lettere dei condannati a morte della resistenza italiana" ed. Einaudi: una scritta col sangue sul muro del carcere e una pagnotta rafferma su cui aveva scolpito un addio alla madre. Null'altro. Aveva 27 anni.

 Di seguito i miei consigli. Buone letture!

"PREFERIREI DI NO" di Giorgio Boatti ed. Einaudi: 
Fiumi di inchiostro si sono scritti sulla resistenza durante, un po' meno su quella prima. 
 Sappiamo di Matteotti, assassinato dopo il discorso in parlamento, del giovane Gobetti, morto per i postumi di un'aggressione fascista, dei fratelli Rosselli assassinati su mandato mentre erano rifugiati in Francia,  meno di altri  piccoli coraggiosi. 
 In "Preferirei di no" si narra la storia dei 12 professori che soli su 1250 ordinari all'università si rifiutarono di prestare giuramento al regime fascista
 Si trattava di: Francesco Ruffini, Mario Carrara, Lionello Venturi, Giorgio Errera, Vito Volterra, Giorgio Levi Della Vida, Edoardo Ruffini Avondo, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Ernesto Buonaiuti, Gaetano De Sanctis, Mario Carrara.
 Non erano gli antifascisti sovversivi e infuocati che si potrebbero immaginare, anzi, a molti professori segretamente comunisti e socialisti venne consigliato di giurare per continuare un'opera di resistenza all'interno dell'università onde evitare di lasciare il posto a soli professori convintamente fascisti.
  I 12 appartenevano a branche svariate e diversissime, dalla filosofia alla chimica, dalla matematica all'antropologia, tutti erano accomunati da uno spirito critico che impediva loro di cedere, anche solo per convenienza, (persero la cattedra, vennero ostracizzati dal mondo accademico e da quel momento furono ovviamente sorvegliati speciali), anche solo con intenti di eventuali resistenze accademiche sul lungo periodo, al giuramento. Dissero no.
 Mille furono i modi in cui si giustificarono i tanti, anche illustri, che dissero sì: alcuni "tenevano famiglia", altri temevano la povertà, altri lo consideravano un pro forma che non avrebbe modificato il loro insegnamento. Ma non era un pro forma dimostrare che era possibile, in qualche modo, fare i conti con la propria coscienza, sapersi caricare sulle spalle il rischio di opporsi a qualcosa che non potevano in nessun modo sopportare.
 E' una resistenza meno spettacolare, ma forse la più significativa: troppi si voltano dall'altra parte di fronte all'orrore dicendo che hanno qualcosa o qualcuno da proteggere. Alcune volte esistono cose che superano tutto questo, ed è riconoscerle che ci rende esseri umani degni di questo nome.

"IL POPOLO CHE DISSE NO" di Lidegaard Bo ed. Garzanti:  
Davvero in tutta Europa il nazismo attuò il suo piano di sterminio della popolazione ebraica senza che le nazioni riuscissero ad opporre una vera resistenza per timore di ritorsioni, connivenza, convenienza, terrore o menefreghismo? Non proprio.
  Hannah Arendt ne "La banalità del male" fa un elenco dei diversi modi in cui i cittadini dei vari stati si comportarono nei confronti delle leggi razziali e della deportazione degli ebrei e già lì vengono fuori molti e variegati distinguo. Ci furono però due casi molto particolari di popolazioni che trassero in salvo i loro concittadini ebrei: i bulgari (che impedirono con grandi manifestazioni ai tedeschi di deportare gli ebrei bloccando i treni su cui molti erano già stati fatti salire a forza) e i danesi. 
Su questi ultimi  è stato scritto un bel libro, "Il popolo che disse no" nel quale si porta alla luce il coraggio di un popolo che seppe salvare 6500 dei 7000 ebrei presenti sul territorio nazionale con una catena di solidarietà e resistenza che coinvolse tutti i cittadini fino al re Cristiano X di Danimarca.
  I danesi si erano lasciati invadere dai tedeschi con relativa tranquillità, non opponendo eccessiva resistenza, ricevendone tuttavia in cambio un trattamento meno duro di altri stati. 
 Svariati poteri erano inoltre lasciati al re in carica. 
 Cristiano X era un uomo autoritario, ma decisamente peculiare e astuto, che non si sottomise mai davvero ad Hitler: i numerosi aneddoti presentano infatti un sovrano che opponeva quella resistenza minima, ma decisiva per conservare la dignità della sua nazione.
 Due su tutti l'irrinunciabile giro in carrozza tra le vie della città per mostrarsi presente ai suoi sudditi e la crisi del telegramma (sostanzialmente Hitler gli aveva scritto un biglietto d'auguri per il compleanno lungo come un papiro e lui aveva risposto "Grazie mille ciao").
 La stessa dignità che mostrarono i danesi quando fu chiesto loro di consegnare gli ebrei: il popolo disse no. Quando la Germania chiese ai danesi di consegnare i loro ebrei, nessuno denunciò i propri concittadini e, nell'arco di due settimane, presi anzi una complessa rete che permise loro di migrare in Svezia o di nascondersi ai nazisti.
  Leggenda vuole che lo stesso re avesse fatto cucire la stella gialla di Davide sul bavero della sua giacca, ma è l'esagerazione di un frase comunque potente. Al primo ministro che gli chiedeva cosa avrebbero fatto se i nazisti avessero chiesto agli ebrei danesi di girare con la stella di David, lui rispose "Allora la indosseremo tutti". Anche i 500 che vennero comunque deportati non furono lasciati al loro destino: il governo danese fece pressioni e trattò perché essi gli venissero restituiti.
 Un episodio che dimostra come anche nelle condizioni più estreme si possa scegliere. E un popolo in coro scelse di dire no.

"UN FIORE CHE NON MUORE" di Ilenia Rossini ed. Red Star Press:
Per molti anni si è sminuito il peso attivo avuto dalle donne nella lotta partigiana , uno dei veri viatici fondamentali per l'evoluzione del ruolo femminile nell'arcaica società italiana.  Generalmente si attribuiva alla parte femminile della resistenza un ruolo minoritario, di supporto, come se comunque essere una staffetta o ospitare partigiani ricercati non fosse in qualche modo pericoloso, fondamentale o causa di eventuali torture e condanne a morte. 
 C'era invece una parte di supporto che era fondamentale e non secondaria, ma anche una parte femminile dedita ad azioni di battaglia sul campo. Finalmente negli ultimi anni sono andati in stampa vari libri sulle donne resistenti, come "La resistenza taciuta" ed. Bollati Boringhieri, sulle vite di dodici partigiane donne.
 Il libro che mi sento di consigliare per chi volesse avvicinarsi a questo argomento è però "Il fiore che non muore" perché permette di avere un primo approccio più generale, una sorta di introduzione all'argomento tramite tante piccole biografie, i comunicati dei Gruppi di Difesa della Donna, gli appelli alle donne resistenti delle varie città e altri documenti della resistenza dedicati specificatamente alla parte femminile a cui, finalmente, veniva riconosciuto un ruolo necessario, un'importanza mai raggiunta prima. 
Elsa Oliva
Molte sono le storie di queste ragazze, spesso giovanissime, che rischiavano la vita con uno sprezzo del pericolo inimmaginabile  (e a mio parere doppiamente inimmaginabile visto il modo in cui venivano educate le donne all'epoca).
 Su tutte spiccano alcune storie che lasciano a bocca aperta, come quella di Elsa Oliva che, giovanissima, appartenente ad una famiglia antifascista, iniziò ad impegnarsi nella resistenza con attività di supporto. Dopo l'armistizio, lavorando all'anagrafe di Bolzano, produsse numerosi certificati falsi che salvarono la vita ai militari deportati dai nazisti.
  Scoperta, venne catturata per essere processata in Germania, ma riuscì a fuggire e a raggiungere i suoi genitori a Domodossola. Tuttavia, poiché era ricercata dalle SS decise di unirsi al fratello partigiano sui monti. Qui, si impegna nella lotta in qualità di combattente e, dopo numerose operazioni, viene di nuovo catturata. Prima che venga emessa per lei una sentenza di morte, simula il suicidio riuscendo a fuggire con l'aiuto di alcuni religiosi per poi tornare alla lotta sulle montagne. Sopravvivrà infine alla guerra.
 Altre ragazze, coraggiose, non ce la fecero, come Norma Pratelli a cui il Corriere della Sera ha dedicato una piccola web series in questi giorni, torturata e uccisa dai nazifascisti il giorno prima della liberazione della sua cittadina, Massa Marittima. O come Edera Francesca De Giovanni che, partigiana, venne torturata e infine uccisa. A 21 anni questa ragazza prima di morire gridò ai suoi assassini: "Tremate!Anche una ragazza vi fa paura!"
E poi ci sono Iris Versari, Piera Galassi, Teresa Vergalli...Ancora non avete cercato il libro?

"I MIEI SETTE FIGLI" di Alcide Cervi ed. Einaudi: 

Per concludere questa rassegna non posso non citare il libro di Alcide Cervi, il padre dei sette celebri fratelli assassinati tutti insieme durante il regime fascista. Il loro rimane uno degli episodi più celebri della resistenza a causa del suo particolarmente epilogo drammatico.
 I fratelli Cervi appartenevano ad una famiglia contadina stanziata vicino Reggio Emilia e politicamente assai attiva. Socialisti convinti, erano impegnati sia in attività di resistenza attiva sia di supporto offrendo ospitalità a moltissimi partigiani.
 Catturati durante un rastrellamento fascista, furono uccisi tutti insieme per rappresaglia dopo che alcuni partigiani ebbero ucciso Davide Onfiani, segretario comunale di Bagnolo in Piano. Lasciarono alcuni figli che crebbe Alcide Cervi assieme alle nuore vedove poiché la madre dei Cervi morì nel giro di pochissimo di crepacuore.
 Nel libro, il padre dei Cervi rievoca le lotte politiche della sua famiglia sottolineando l'impegno sempre vivo dei suoi figli che si dividevano tra l'intenso lavoro nei campi a cui applicarono notevoli migliorie attraverso studi da autodidatti e la lotta antifascista. 
 Il padre, che li appoggiava pienamente, ricorda alcuni episodi di vita partigiana, i molti ragazzi nascosti e infine il tragico epilogo. Sopravvisse ai sette figli uccisi fino al 1970, quando novantacinquenne morì.
 Oltre al libro di Alcide Cervi, vari altri libri sono stati scritti sulla vicenda, fu dedicato loro un film con protagonista Gian Maria Volonté, Calamandrei scrisse la tragica epigrafe per la madre che non resse al dolore e nell'album "Appunti partigiani" dei Modena City Ramblers si può ascoltare "La pianura dei sette fratelli".

 Voi ne avete letto qualcuno? Quali suggerireste sull'argomento? 

venerdì 24 aprile 2015

Il riassunto fumettoso di "Tre metri sopra il cielo", parte I! Bulli, cape, camomille, moto, teppisti dai nomi improbabili, secchione da schiavizzare, furti, necessità impellenti e un tocco di letame.

Come era già successo per il fumetto sulle 50 sfumature, anche nel caso di codesto riassunto di "Tre metri sopra il cielo" di Moccia, la pietra dello scandalo è un articolo di Internazionale di Nadia Terranova che puntava il dito contro i "lettori onnivori"
Moccia dovrebbe accendere un cero a Scamarcio (che, nonostante
tutto, ho sempre trovato persino io che sia davvero bello).
La sua tesi arrivava a giuste conclusioni, ossia che non basta leggere per essere intelligenti o aprire la mente (basta vedere le sentinelle in piedi), molo dipende da cosa leggi. Il presupposto però era un po' sbagliato: secondo me un lettore non diventa lettore vero da subito, la maggior parte partono, giustamente, da letture onnivore, l'importante poi, è elevarsi.
 Sulla pagina di fb di codesto blog molti si sono scatenati ponendo come lettura onnivora fatta in ggggioventù "Tre metri sopra il cielo" che all'epoca piacque loro alquanto.
Ora, io ho mancato la follia dei 3MSC di un soffio e mi sono ben guardata dal recuperare tale prodigio. 
Tuttavia qualche anno fa, quando mi ero messa in testa di imparare (senza successo) lo spagnolo, mi sciroppai tutti e tre i film tratti dai due libri della saga di Moccia.
 Perchè tre?
 Perché uno era l'originale italiano, fatto con mezzi scadenti, con una Babi che definire legnosa è riduttivo e uno Scamarcio imberbe che fu l'unica causa del successo in vhs di questa roba. 
3MSC alla spagnola
Il secondo era il remake spagnolo! Perché, dovete sapere, i nostri cugini iberici ci hanno fatto un film sul libro di Moccia e manco un filmetto come il nostro, ma una specie di kolossal con mezzi assai più grossi, una Babi meno gnègnè e uno Step che pareva uscito da Jersey Shore.
Il terzo era "Ho voglia di te" in cui una Laura Chiatti fuori tempo massimo faceva la parte di una diciannovenne stalker di Step dai tempi delle superiori.
 Il motivo per cui feci incetta visiva di queste cose fu il linguaggio praticamente terra terra, di una semplicità e linearità imbarazzante (ho visto in spagnolo anche quelli italiani). 
Il libro è, mi stupisco, non solo pallosissimo, ma violentissimo.
Le ragazzine vengono molestate di continuo da machi con le moto o la macchina, sono pseudobullette che per insultarsi a vicenda si dicono in continuazione che sono grasse, e non hanno altro interesse che non sia mantenersi in linea. I maschi sono maniaci ansiosi di fare a botte arrabbiatissimi coi loro genitori incapaci di dare amore (?), cosa che, a quanto pare li giustifica in tutte le loro nefandezze.
 Su tutto regna Moccia che ci consegna quello che a me parrebbe un libro da non far leggere a un adolescente manco per sbaglio e che invece ha scalato le classifiche per anni. Tristezza estrema.
 Ma capirete meglio con il riassunto fumettoso di "Tre metri sopra il cielo"!Parte I!












mercoledì 22 aprile 2015

Editor o non editor? Questo è il problema! Codesta figura tarpa le ali creative degli scrittori o è un essere fondamentale per la buona riuscita di una storia? Non lo so, ma intanto un romanzo che forse andava rivisto meglio, qualche risposta me l'ha data.

Quando morì Steve Jobs vennero fuori una serie di particolari sulla sua esistenza che persone non interessate alla vita di un capitalista moderno (tipo me), si sarebbero tranquillamente risparmiate.
Vignetta esemplificativa di Lish e dei suoi tagli
Purtroppo la sua vita si prestava. Dato in adozione dai genitori universitari, non seppe per molti anni che quegli stessi genitori avevano avuto (e tenuto) dopo di lui, un'altra figlia che divenne una scrittrice conosciuta come  Mona Simpson.
All'epoca lessi un articolo su codesta Mona che scrisse un romanzo d'esordio tradotto anche in Italia, "Dovunque ma non qui" in cui, si riconosceva il pesante intervento di un editor assai famoso ai tempi, Gordon Lish.
 Costui, scrittore e scopritore, tra gli altri, di Raymond Carver, amava il minimalismo e pare fosse famoso per il lavorio che applicava, secondo la sua estetica, sui lavori altrui che gli passavano tra le mani.
 Qualche anno fa, mi capitò di partecipare a un workshop di tre giorni molto coool (gratuito, ogni tanto capita, c'era gente che pur di farlo, con mio sconcerto, si inerpicò dalla Sicilia), in cui Raul Montanari tenne una lezione in cui parlò anche di editing. Fece notare come le opere di un tempo che, per carità passavano una vita e selezione editoriale assai più travagliata e pesante dei nostri bulimici tempi, venivano stampate così come lo scrittore le aveva scritte.
 Avremmo le infinite divagazioni scientifiche che riempiono "Moby Dick" se il libro fosse stato scritto oggi? Molto probabilmente no, qualche solerte editor l'avrebbe di certo tagliate.
 Sulla base di codesti episodi, ho sempre considerato l'attività degli editor discretamente sospetta. A leggere le biografie degli scrittori statunitensi contemporanei, come la Highsmith, l'editor era uno spauracchio che si agitava nelle loro menti e aveva un potere che, per i cultori dell'ispirazione voluta dal dio, risultava un'ingerenza insopportabile.
 Carver perciò sarebbe stato lo stesso senza Fish? Mona Simpson avrebbe avuto il medesimo successo? La Highsmith avrebbe scritto libri che vengono tuttora portati continuamente al cinema (a proposito non vedo l'ora che esca "Carol"!)?
 Essendo sull'altra sponda, ossia quella di coloro che scrivono e aspirerebbero ad essere prima o poi letti, per molto tempo ho pensato che fosse un'ingerenza alquanto indigesta. Poi l'altro giorno mi è capitato di leggere un romanzo che mi aveva incuriosito da molto tempo.
 Si tratta di "Tokyo Love" di Silvia Accorrà, il primo di quella che promette di essere una trilogia.
 Volevo leggerlo perché questo libro, nella trama, apparteneva chiaramente a un genere che mi stupisco sempre di trovare raramente in libreria: i libri che vorresti leggere. 
Quando ero adolescente sentivo assai più forte il bisogno di leggere libri le cui trame si avvicinavano al mio immaginario. Mi chiedevo sempre: perché gli scrittori scrivono chiaramente così tanti libri che in realtà non vorrebbero leggere?
 Ci sono tanti motivi per cui si scrive e non starò a sviscerarli in questo post.
 Tuttavia tra la sperimentazione, il libro che uno dichiara di avere "l'urgenza di scrivere", il personaggio che frulla nella mente, la storia personale che deve essere raccontata, il riempitivo della bibliografia ecc. ecc., trovare delle trame di cui si noti immediatamente il gusto nell'aver creato proprio quella storia è raro.
 Facendo un paragone culinario, è come se uno chef amasse da morire i muffin, ma, lavorando in un ristorante d'alta classe non potesse abbassarsi a servire ai clienti un piatto così cheap.
 I libri che gli scrittori scrivono secondo il proprio gusto si riconoscono subito, magari non sono i migliori della propria produzione, ma di sicuro sono diversi dal resto della bibliografia, è il "Norwegian wood" di Murakami o "Ernesto" di Saba per dire.
 Comunque, senza scomodare grandi nomi, sebbene la quarta di copertina arrivasse a rievocarmi persino Mishima, (gente del calibro di Mishima io la scomoderei solo in rari casi altrimenti è un boomerang) ero partita assai fiduciosa: le recensioni su anobii e in giro mi dicevano che si avvicinava assai allo stile della Yoshimoto (cosa assai più probabile, anzi, considerando quanto essa sia amata in Italia ho sempre trovato strano che nessuno tentasse di imitarne lo stile) e che si trattava di una storia d'amore tra due donne, una giapponese e una straniera.
 Inizio a leggere. Parte benino, sembra una cosa alla minimum fax, ggggiovani autori dalle trame preziose (certe volte anche troppo), poi inizio a incappare in termini che non ho mai, colpevolmente sentito. Scopro che in italiano esiste una parola "artatamente" che la Treccani mi assicura sia in uso o "ecolalica", altro lemma a me ignoto. Per carità, colpa mia, ma già il fatto che in frasi alla Yoshimoto, con un linguaggio perciò molto chiaro e semplice, cristallino, apparissero termini che forse sono più da romanzo di Eco, mi lasciava perplessa.
 Ma vabbeh, questa è una mia idea stilistica. Il problema è stato che, andando avanti, la trama, graziosa e anche interessante, procedeva con un ritmo abbastanza preciso e buono, ma la sintassi iniziava a mostrare segni evidenti di agonia.
 La storia di Mimi, sexy ventenne giapponese che piomba a casa della zia a Tokyo, la quale sta ospitando la protagonista, studentessa occidentale che si innamora all'istante di lei, era carina. Era proprio la storia che ogni tanto mi piacerebbe leggere.
 Tutta l'atmosfera un po' manga che io e miei coetanei nerd amiamo, un contesto un po' diverso che aiuti a variare il tema della semplice storia d'amore "lei incontra lei", erano proprio quel che stavo cercando.
 Ma, l'insostenibile scorrettezza della sintassi mi portava a due possibilità:
1) Il libro non era stato corretto. Cioè era stato mandato in stampa come l'editore lo aveva ricevuto. Non capisco se no perché neanche le virgole fossero al posto loro, perché fosse pieno di frasi lunghe di cui si evinceva il senso, ma la cui sintassi era, se non altro, contorta, e perché, senza tagliar paragrafi, non si erano sistemati in modo più organico i capitoli.
2) Altra possibilità: chi ha corretto il libro forse era alle prime armi o non lo so.
 Un libro del genere mi ha fatto capire che, Gordon Lish, con la sua estetica estrema, era forse un unicum non consigliabile (per quanto pienamente efficace a quanto sembra), ma che, la figura dell'editor non è poi così sospetta.
 Esistono libri che magari meriterebbero una pubblicazione, ma, prima, un'abbondante ripassata per mano di qualcun'altro. 
 E' un concetto ben spiegato all'inizio del primo libro di "1Q84", probabilmente l'unico pezzo davvero apprezzabile di quel libro sovraccarico (che a sua volta avrebbe avuto bisogno di qualcuno che tagliasse le infinite ripetizioni con l'accetta): il protagonista e un suo amico si ritrovano tra le mani un romanzo che ha qualcosa di particolare, ma è scritto in una forma non proprio splendida.
  L'autrice, una sedicenne, ha partecipato ad un concorso per scrittori esordienti e il suo romanzo ha una forma pessima. Tuttavia, i due intuiscono che sotto la sintassi da rivedere completamente,  brucia, in effetti, quel qualcosa che rende il libro speciale rispetto agli altri, già perfetti, che sono arrivati. Così i due lo limano (nell'ombra) portandolo alla vittoria e a un grandissimo successo.
 Ovviamente non mi azzardo a dire che "Tokyo Love" sarebbe stato un grandissimo successo, ma di certo, sistemato e rivisto meglio, sarebbe stata una storia piacevole da leggere, una di quelle che ogni tanto, vorresti (o almeno io vorrei) leggere: leggere, un po' alla Yoshimoto prima maniera, un po' manga, con una storia d'amore non banale.
 Un peccato. Editor, vi ho rivalutato.

Ps. Nel caso codesta figura fosse stata presente, allora non so, c'è qualcosa che mi sfugge. E' pur sempre diritto del lettore non apprezzare.

mercoledì 15 aprile 2015

Non è proprio tutta farina del tuo sacco Suzanne! Gli illustri predecessori di "Hunger Games" da cui l'autrice ha attinto a piene mani: vittime anni '70, principi di non ingerenza, esseri semiumani, tributi e liceali sanguinari.

 In questi ultimi tempi, per puro caso, la mia dolce metà ha sviluppato un attaccamento very nerd ad "Hunger Games" (è il mio influsso malefico visto che se c'è una persona che prima di conoscermi non era nerd, era la mia dolce metà). Avevamo visto per caso il primo film un annetto fa e le aveva fatto un po' impressione, perciò tutto mi aspettavo tranne che scegliesse circa due settimane fa di comprare i primi due libri in inglese per iniziare a divorarli.
La prima gif animata del blog, attimo di commozione.
 Da lì è arrivato il terzo libro, poi il secondo film con le card speciali limited edition (ormai è come Penny di "The Big Bang Theory" alla quinta o sesta stagioni, sta assumendo un atteggiamento nerd contro il suo volere per pura osmosi) e ora che lo sta finendo guarda con cupidigia il primo dvd del finale, fresco fresco d'uscita.

 Questo suo amore improvviso mi ha dato l'idea per questo post.
 Suzanne Collins dice di aver avuto l'idea della trilogia zappingando in tv tra immagini di guerra e quelle dei reality carichi di finzione e di fintissima umanità. Mi è bastato vedere una puntata dell'ultima isola dei famosi con la Marcuzzi seminuda con un'espressione tremendamente affranta e un'orda di semignoti che si sforzavano di dire che starsene per un po' a panza all'aria e stomaco presuntamente vuoto (ma ceretta e sopracciglia sempre rifatte) aveva loro cambiato la vita, per essere propensa a credere alla sua genuina dichiarazione.
 Tuttavia Hunger Games ha svariati illustri predecessori mitici e letterari che vi elencherò di seguito sia come spunti di lettura, sia come spunti di "Suzanne, forse però non è proprio tutta farina del tuo sacco". Let's go!

IL MITO DEL MINOTAURO:
 I greci avevano già gli Hunger Games, o quasi. Narrano i miti che nel periodo in cui Creta dominava su Atene, il re di Creta Minosse fece una grande idiozia: si fece regalare da Poseidone un bel toro possente per sacrificarglielo, ma poi, una volta visto quanto fosse bello se lo tenne sacrificandogli una bestia di second'ordine.
  Il re dei mari non gradì e così si esibì in una vendetta un po' particolare: fece innamorare la moglie di Minosse, la regina Pasifae, del toro. Ebbene sì, la donna venne presa da una zoofilia talmente violenta che, per placarla, l'allora ingegnere capo della corte, Dedalo (il padre di Icaro) costruì una sorta di giumenta finta in cui la regina potesse infilarsi per accoppiarsi col toro (non mi chiedete come). Da tale sordida unione nacque un mostro: il Minotauro, corpo umano, testa di toro, affamato di carne umana. 
 Il poveretto venne rinchiuso in un labirinto sempre progettato da Dedalo e lì se ne stava tutto il tempo, impossibilitato a uscire. In qualche modo però doveva mangiare e così Minosse pensò di imporre a Atene una sorta di pagamento: ogni anno (fonti dicono ogni 9, ma immagino che il Minotauro avesse fame più frequentemente) la città doveva scegliere sei fanciulli maschi e sei fanciulle femmine tra i figli dei nobili della città. I dodici sventurati venivano mandati poi nel labirinto e lì cercavano di sfuggire il più a lungo possibile al Minotauro per poi perire tra le sue fauci. La cosa andò avanti finché il figlio del re Teseo, si offrì volontario ("I'm volunteer!") per fermare la scia di sangue. Andò infatti a Creta, sedusse la figlia di Minosse, Arianna, che gli donò il celebre gomitolo, un google maps ante litteram che gli concesse di ritrovare l'uscita del labirinto una volta che, dentro, ebbe ucciso il Minotauro.
Finì male e bene: il Minotauro venne ucciso, ma Teseo tornando mollò ingratamente un'Arianna innamorata di lui sull'isola di Nasso (alcuni dicono che il detto "mollare in asso" venga da lì) dove però venne raccolta dal dio Dioniso, invaghitosi di lei. In compenso Teseo tornando fece un casino con le vele, mise su quelle nere e il padre, convintosi così che fosse morto, si gettò nel mare annegando.

"LA DECIMA (settima nell'originale) VITTIMA" di ALBERT SHECKLEY:
 Ho scoperto l'esistenza dal racconto "La settima vittima" di Albert Sheckley tramite la "Guida alla letteratura della fantascienza" dell'Odoya. Negli anni '60 infatti Elio Petri ne trasse un assurdo film di fantascienza italiano aventi per protagonisti Marcello Mastroianni, Ursula Andress ed Elsa Martinelli.
 In un futuro dove ormai le guerre hanno raggiunto un punto di non ritorno, si decide, onde evitare la distruzione del pianeta, di incanalare l'aggressività umana secondo delle regole di un gioco ben preciso "La caccia": chi lo desidera può iscriversi a questo progetto che prevede vittime ed assassini a ruoli alternati.
 Chi riuscirà a sopravvivere dieci volte come vittima e al contempo riuscirà ad uccidere le dieci persone che le vengono prefissate come assassino, può entrare a far parte del Deca-Club, che prevede privilegi e ricchezze vita natural durante. Al protagonista nel libro manca una sola vittima da far fuori per raggiungere il suo obiettivo, ma, con suo sconcerto, le viene affidata una donna, cosa che lui preferirebbe evitare. La vittima dal canto suo gli confessa, durante la caccia, di aver commesso un errore ad iscriversi al gioco perché, in definitiva, si rende conto di non riuscire a uccidere nessuno.
 Il finale non ve lo dico, ma è assai diverso da quel del film, che fu imposto a Petri dal produttore e che il regista definì buffonesco.
Potete trovare il racconto in quel prezioso tomo che è "Le meraviglie del possibile" curato da Fruttero e Solmi ed. Einaudi.

"BATTLE ROYALE" di KOUSHUN TAKAMI: 
L'autore di questo inquietantissimo romanzo, Koushun Takami, potrebbe tranquillamente citare per plagio la Collins.
 In "Battle Royale" infatti il Giappone è sotto un regime totalitario che, ogni anno, sorteggia cinquanta classi di scuola media per spedirle in un luogo isolato dove devono uccidersi a vicenda. La storia narra le disavventure di una terza media prelevata durante una gita scolastica e mandata su un'isola deserta. Qui viene applicato loro un collare attorno al collo, pronto a esplodere in vari casi: ribellione, tentativo di fuga e persino quando passa un intero giorno senza che nessuno muoia. Ogni studente riceve in dotazione un'arma casuale o uno strumento che possa consentirgli la sopravvivenza/lo sterminio dei propri compagni. Ne rimarrà soltanto uno. Scopo del progetto: terrorizzare la popolazione imparanoiandola.
 Io lessi un bel po' di numeri del manga che ne fu tratto e assicuro che si tratta di una cosa inquietantissima. I giapponesi hanno la rara capacità di riuscire a tirare fuori da qualsiasi situazione il lato più morboso e inquietante.
  Mentre noi ci si sforza di aggrapparsi al briciolo di umanità che può rimanere anche nelle situazioni più estreme, loro sembra quasi cerchino di dimostrarti che le situazioni più estreme sono, in fin dei conti, l'annullamento totale dell'umanità.
 "Hunger Games" probabilmente gli deve l'idea e l'ossatura, ma per quel che riguarda il senso, la narrazione e la crudezza, siamo su due piani completamente differenti.

"IL RACCONTO DELL'ANCELLA" di MARGARET ATWOOD:
Opera distopica della canadese Margaret Atwood, "Il racconto dell'ancella" narra la storia di Difred, una donna il cui unico scopo è dare entro tre anni un erede ad un uomo di alto livello. Se non ci riuscirà verrà spedita letteralmente a spalare rifiuti atomici condannandosi a morte certa.
 L'ambientazione post-apocalittica di questo romanzo ci presenta gli Stati Uniti d'America dopo che il mondo, stremato da una serie di guerre e dall'inquinamento atomico, ha deciso di siglare un patto di non intromissione negli affari degli altri stati. In sostanza se da una parte x c'è un golpe o una guerra civile, chi non è direttamente coinvolto, se ne sta fermo in base al principio di non ingerenza. Accade così che negli Usa si instauri da un giorno all'altro (una delle concause è il sequesto/sparizione di tutto il denaro non contante, cioè il blocco dei conti corrente, bancomat, carte di credito ecc. che paralizza la popolazione), un governo teocratico che rispedisce la condizione femminile al medioevo. 
 Ad ognuna di esse viene infatti affidato un ruolo ben preciso: ci sono le Nondonne, sterili, che vengono spedite a spalare materiale atomico, le Marte, sostanzialmente delle colf, le Zie, guardiane della morale e, tra le altre, le Ancelle, che dovrebbero procreare quando la moglie di un comandante di alto livello non ci riesce (cosa frequente a causa della sterilità causata dall'alto livello di radiazioni). 
 Ovviamente stiamo parlando di ben altro tenore letterario, ma penso che la Collins possa aver attinto anche da qui l'idea del mondo postapocalittico, di uno stato, Panem, organizzato in modo molto rigido e che sembra, misteriosamente, non avere stati esteri vicini che vogliano insidiarne la politica interna. 

E secondo voi a chi altro deve moooooolto la cara Suzanne per il suo successo mondiale?

venerdì 10 aprile 2015

Libri da leggere prima dei 17 (facciamo 18) anni. Passioni, sesso, dolori, incomprensioni e vita tra i banchi che si gustano appieno solo finché sui banchi ci siete ancora e carpite l'attimo!

Circa un annetto e mezzo fa, durante un trasloco che mi esaurì, feci un post sui libri che secondo me andavano letti prima dei trent'anni per sorbirne appieno il fascino e la forza. 

E' ovvio che i buoni libri mantengano la loro bellezza anche se li leggi a settant'anni, tuttavia è altrettanto indubbio che leggerli ad un'età particolare dona loro un'aura che altrimenti ci resterebbe ignota.
 Questa seconda lista di libri che secondo me andrebbero letti prima dei 17 (facciamo 18, ma 17 è un'età più di confine), nasce dalle grida di tutte quelle ragazzine alla ricerca degli inquietanti sick-lit ora di moda. Per sick-lit si intende quella narrativa di cui è esempio sommo attualmente, "Colpa delle stelle" di John Green, in cui il o la protagonista rischiano la morte o generalmente muoiono a causa di un male incurabile. Ovviamente sono giovanissimi. Ovviamente si innamorano perdutamente proprio pochi mesi o giorni prima di morire.
 Si potrebbe dire che la moda romantica di Jacopo Ortis e del giovane Werther, giovani suicidi per una donna (e anche un po' per la patria) sia l'antesignana storica di questo delirio giovanile che aspira ad una morte precoce per rimanere immortale nel suo assoluto. Ma, visto che non mi pare questo filone malaticcio stia sfornando capolavori, potremmo anche dire di no.
 Per invitare i ragazzini e soprattutto le ragazzine (vittime maggiori di quest'ansia da principe azzurro con la flebo o da bella addormentata nell'ospedale) che passano per volontà o per sbaglio per questo blog, a leggere altro, ecco alcuni titoli.

"PORCI CON LE ALI" di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice:
Libro che fece furore ai tempi delle rivolte studentesche, fu scritto da una giovanissima Lidia Ravera e da un po' meno giovane Marco Lombardo Radice ed è scritto con la tecnica dei capitoli alternati: uno lei, uno lui. I due hanno una storia breve e travagliata, fanno le superiori durante il delirio studentesco degli anni '70 e hanno tanti punti in comune con gli adolescenti di adesso, quanti punti non in comune. 
 A parte la questione del coinvolgimento politico che è più frutto di un tratto di una specifica generazione non riproducibile per partito preso su un'altra, ciò che davvero lascia da pensare è il differente rapporto col sesso.
 Celebre l'incipit in cui la ragazzina, Antonia, cerca in tutti i modi di masturbarsi infilando una serie di parole tanto provocanti, quanto insensate dietro le altre, il libro si snoda sulle alterne avventure dei due che, dopo essersi innamorati, fanno un gran casino.
  I ragazzini di adesso metterebbero un it's complicated su facebook, ma difficilmente si lancerebbero nelle loro complicazioni: una festa che degenera in una specie di festino con sesso a casa di un amico, rapporti sessuali con coetanei dello stesso sesso e un gran parlare di sessualità senza particolari taboo tra amici, per lettera e dal vivo.
 Detta così pare "100 colpi di spazzola", in realtà è un libro dolce, ironico, rivelatore. Ricordo che pur non essendo mai stata bigotta (addormentata sì, bigotta no), mi fece una grandissima impressione, mi resi conto che a 17 anni, in un mondo più libero, si potrebbe sperimentare senza essere vittime per forza del pregiudizio e tutti ne trarrebbero gran beneficio.

"SOTTOBANCO"  ed "EX CATTEDRA" di Domenico Starnone: 
Il primissimo libro di questo ormai famosissimo autore campano, "Ex cattedra" è il resoconto di un tranquillo anno scolastico di paura in un liceo classico dove gli alunni sono impegnati a fare tutto ciò che ci si aspetterebbe da loro: si rimorchiano a vicenda, vanno male e bene a scuola, sono secchioni o capre assolute, descrivono sordidi strafalcioni su intonse lavagne. 
 Su tutto gli occhi di un professore ironico che non giudica ciò che non può essere giudicato: nessuna età come l'adolescenza servirebbe a crescere e non a sviluppare le mitiche tre I: inglese, informatica e impresa. Altrimenti si rischia di far confusione e di ritrovarsi in un mondo spietato che misconosce la solidarietà sociale.
 "Sottobanco" è invece il libro da cui è tratto il celebre film "La scuola" con Silvio Orlando. 
 Mi capitò di recitarlo alle superiori, nella parte del preside ignorante (per l'occasione la convertimmo in una preside donna di mezz'età: feci in modo di avere una sesta imbottendo un reggiseno di mia nonna con degli asciugamani), una recita fiume di due ore e mezza anche tre che descrivevano lo scrutinio di una classe alquanto miserabile piena di casi umani, sia tra gli studenti che tra i professori. Dal professore di religione che non si lavava a quello doppiolavorista ("Cirrotta verme") e un po' porco, dalla prof. di storia dell'arte in sciura mood a quello di francese trucido e frustrato. Su tutti aleggia la mitica figura di Cardini, sventurato studente con una situazione familiare pesantissima che si sfoga sublimando il suo dolore nell'imitazione straordinaria di una mosca. Il libro descrive una situazione più organica, assai più simile al film, con la storia d'amore mancata tra i prof. Di tutti il meno riuscito è il film.
 Leggetelo finché vi trovate tra le mura di una scuola superiore. Dopo vi farà un effetto nostalgia che coprirà gran parte delle sfumature e soprattutto, magari capirete cosa si smuove nei cervelli di chi c'è dall'altra parte della barricata.

HERMANN HESSE: 
Probabilmente è un consiglio superfluo visto che non ho mai conosciuto nessuno che abbia letto Hesse dopo la scuola superiore e non prima, ma, nel caso foste in ritardo ve lo ricordo: leggete Hermann Hesse.
  Autore talmente tanto di culto tra i sedicenni da finire suo malgrado citato da Muccino nel "L'ultimo baci"o, quando fa regalare "Siddharta" a un insopportabile Stefano Accorsi da una meravigliosa Martina Stella sedicenne. Lui vede il libro che lei gli ha regalato con ardore e capisce cosa ha davanti: un'adolescente gnocca, ma pur sempre un'adolescente.
 Ciò non vuol dire che il povero Hermann sia esclusivamente materiale per i teenager, ma che, le sue storie, quasi tutte di formazione, quasi tutte su giovani uomini alla ricerca di loro stessi e soprattutto di un posto nel vasto mondo, è di certo una di quelle bibliografie a cui non si può rinunciare al liceo.
 I motivi sono tanti. Per prima cosa ha finalmente un linguaggio un filino più complesso che vi aiuterà ad uscire da un mondo di sintassi senza subordinate e coordinate, facendovi crescere come lettori. In secundis è difficile capire e immedesimarsi negli ardori estremi narrati dal buon Hesse quando ormai hai, non dico tanto, dieci anni di più. "Narciso e Boccadoro", "Demian", "Gertrud", sono personaggi che diventano vivi quanto più sentiamo di poter essere vivi noi. E nonostante tutti gli sforzi, non esisterà mai più un'epoca tanto passionale nella nostra vita.

"NORWEGIAN WOOD" di Haruki Murakami: 
La locandina del film
Non è un libro solo per adolescenti, ma quando lo lessi da adolescente mi segnò tantissimo.
 E' quel che ci vuole quando pensate di essere dei sedicenni poco svegli, quando, dopotutto, pensate che vi state perdendo qualcosa, ma non capite cosa. Tutti sembrano divertirsi così tanto più di voi, essere così tanto più al loro posto, più giusti, più sciolti, più avanti, cos'avete che non va?
 Questo libro non ve lo spiega, ma vi spiega che al mondo esistono tante persone che si sentono così e non per questo sono peggiori delle altre, o meglio, non per questo gli altri non sono migliori di voi. 
 L'adolescenza è un'età senza tempo, in cui tutto sembra possa segnarci in modo fondamentale, tanto che una figuraccia è vissuta come una tragedia, la fine di un amore come la fine di tutto (ok, il fatto che molti adulti lo pensino non gioca a loro favore, non si sono accorti ad un certo punto che dovevano crescere), la fine di un sogno come il termine delle speranze. Ed è vero, ci segna, ma come ce ne accorgiamo solo quando siamo adulti. 
Una celebre frase di Aldo Busi recita, "Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovane?", lo scrittore si rispondeva "Niente". Questo libro vi risponderà che forse rimane qualcosa. Voi stessi.

I GRANDI CLASSICI:
 "Il giovane Holden", "I dolori del giovane Werther", "Le ultime lettere di Jacopo Ortis", "La strada" di Kerouac. Questi sono alcuni dei titoli che magari vi propinano a scuole e voi state lì lì per tagliarvi le vene alla sola idea di dedicargli due o tre ore della vostra vita. 
 State calmi, il sordido professore davanti a voi non vi sta fustigando con malvagità, vi sta magari offrendo un'occasione irripetibile per immergervi con cognizione di causa in un classico che letto vent'anni dopo potrebbe aver perso parte del suo sapore. Non sto dicendo che vi piaceranno, ma solo che potrebbero piacervi.
 Es. Ho amato tantissimo "Il giovane Holden" e per niente "La strada" (che lessi caldamente caldeggiata da un gruppo di aspiranti bohemienne del mio liceo).

Prima che qualcuno eventualmente gridi "Ma guarda che non ci conosci! Noi adolescenti non siamo tutti dei decerebrati!" col tono indignato che immagino avrebbe la mia sorella young adult, sappiate che ovviamente non mi riferisco alle giovani menti che leggono già cose migliori, ma quelle di cui ho parlato nell'intro.

E voi che ne pensate? Ne suggerireste altri? Ne toglieresti alcuni?
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