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mercoledì 9 ottobre 2013

Il libraio che fa sangue. Le clienti donne e la loro inquietante fascinazione verso il libraio vagamente piacente.

Libreria. Interno. Giorno.
Esempio di libraio che non esiste in natura.
 Una donna sulla cinquantina entra, mi vede, mi schifa, mi dribbla sicura e inizia a cercare qualcosa o qualcuno voracemente attorno. Immagino sia pazza e torno a sistemare i libri sul tavolo. Dopo un po' viene a chiedermi dove si trovi il mio collega maschio sulla quarantina che per comodità chiameremo Cicorivolta. Gli indico Cicorivolta dietro il banco informazioni e lei di colpo cambia faccia, mette su un sorriso a 45 denti, si si sistema la gonna per poi fiondarsi su di lui come un avvoltoio. Per circa mezz'ora, nonostante la coda interminabile che viene a formarsi, lo tiranneggia chiedendogli nuovi e nuovi consigli, con uno sguardo adorante che Cico finge di non notare ostinandosi a parlare dell'ultimo splendido libro di Fabio Volo.
 Lei ancheggia, sorrideggia, occhieggia, capelleggia. Poi lui viene chiamato altrove col vivavoce e lei, presa dalla lettura di una quarta di copertina appena consigliata, non se ne accorge. Cicorivolta si allontana trentaseconditrenta, il tempo di non vederselo più vicino e lei impazzisce. 
"Cicoooooooooo dove sei??? Cicoooooooooooo" inizia a starnazzare sotto il mio sguardo attonito. Vado per aiutarla e mi fissa schiafata, "Preferisco attendere Cico", dice piccata.
 Eccola, si è palesata: la cliente con la fissa erotica per il libraio.
Altro libraio frutto di fantascienza.
 Nel pantheon delle figure erotiche che passano per la mente di una donna bene tra i quaranta e gli ottant'anni inoltrati c'è lui, il libraio piacente attorno alla quarantina. Non so quale ormone si scateni in codeste donne e le porti ad equiparare un libraio al mitico idraulico nerboruto o al bagnino from Rimini, ma è un fenomeno che andrebbe studiato. Devo ammettere che il contrario non avviene. 
Non è mai capitato a me personalmente e neanche ad una delle mie colleghe donne che un cliente uomo venisse ad ammiccare con voce roca alla ricerca di consigli imperdibili. Il tono in genere è più "Serva portami questo" e non perché immaginino festini sadomaso ma solo perché ti credono, appunto, tale. 
 Invece no, le donne sanno assaltare con fare sicuro. Avevo un collega,  sulla quarantina, in una libreria di una trista cittadina di provincia dove ho lavorato, che era la nostra arma segreta. Incarnava lo stereotipo del sexy libraio come uno se lo immagina (se deve proprio immaginarselo): barba incolta, capello sale e pepe scompigliato, alto, snello, occhiale alla moda e quei maglioncini o gilet di cashmere che mi lasciano sempre perplessa. Non era un fotomodello, ma esercitava sulle sciure e sulle anziane un fascino irresistibile. Se una tizia piantava una grana sul fatto che i libri da lei ordinati erano in ritardo di mezza giornata, se una sciura minacciava la denuncia perché sua figlia era caduta da sola in negozio, bastava chiamare LUI e tutto si risolveva.
Il deliquio era immediato. Ma come sta? Che problema ha? Lo risolviamo subito. Certo d'ora in poi può sempre chiedere di me. Sorrisi svenevoli da entrambi le parti, cliente domata, felice e pure fidelizzata.
 Si era arrivati al pellegrinaggio. Entravano, chiedevano di lui con occhi gattoni e, quando non era di turno, se ne andavano lasciando noi colleghe tra lo sconcertato e il perplesso.
Che poi non esiste neanche un solo tipo di libraio hot.
 Ce ne sono tanti da riempire un calendario di GQ: il fricchettone con l'aria da Che Guevara e il capello al vento, quello che gioca con tutti i bambini con gioia e delizia pronto ad essere il padre dei tuoi figli immaginari, l'esperto di arte contemporanea che fa sognare provocanti  gite al museo con finali torbidi nel bagno per signore.
 Adesso ho ben due colleghi che rientrano nella prospera categoria del libraio che fa sangue. Il primo, più pacato e intellettuale, è il corrispondente in pantaloni del sogno erotico sulla segretaria sexy. Il secondo più vitale, lanciato e pure sgarbato, fa sue, le numerose che si riconoscono in Mariangela Melato, sciura borghese castigata da Giancarlo Giannini in "Travolti da un insolito destino".
 Entrambi hanno un loro appassionato seguito che si rifiuta di essere servito e consigliato da me o chicchessia, e attende, adorante, anche mezz'ora il proprio turno stillando odio perché tentiamo di sbolognarcele.
Mi stupisce, a fronte di tale delirio, lo scarso successo avuto da "Il libraio" di Chiara Pedrotti, imperdibile libro erotico sulla passione che scoppia tra un libraio assetato di sesso e la sciura assetata di sangue umano. Ricordo questa copertina occhieggiarmi per mesi dallo scaffale, tutte le volte che un'anziana veniva a vessarmi perché non poteva comprare i libri fino all'apparizione somma del mio collega.
 Eccovi la quarta di copertina, dove viene scomodata persino la povera Anais Nin:
"L'abitudine di trascorrere il pomeriggio in libreria fa sì che la protagonista un giorno si accorga del libraio come uomo, avvicinandosi a lui con la scusa di farsi consigliare un romanzo erotico. È lì che avvengono i primi turbamenti e nascono i primi desideri. La frequenza in libreria diventa una scusa per vedere l'uomo che la conquisterà e le farà vivere una passione degna della migliore Anaïs Nin. Non sa la silenziosa cliente che il libraio ha intuito il desiderio che si nasconde in lei e che presto le riserverà una rinnovata ed eccitante iniziazione all'eros..."
 Si vede chiaramente che costei con un vero libraio non c'è mai stata. Il vero libraio, anche hot, non ha tempo di accorgersi delle languide occhiate della cliente purr purr di turno. L'unica cosa che esercita su di lui un certo fascino sono le pile di libri ammassate con rabbia da giorni in magazzino.

lunedì 7 ottobre 2013

Chi governa davvero il mondo? Le grandi teorie della Kospirazione. Il club Bilderberg e i rettiliani nazisti passando per bambini viziati con superpoteri

Ricordo una battuta di Luttazzi, quando ancora era in giro e non si era lasciato cogliere dalle paranoie, che suonava più o meno così (cito a memoria perché ovviamente non ho il libro con me, mi pare fosse "Satyricon"): "Ho trovato un professore che fa quadrare tutti i collegamenti di tutti i misteri italiani da Ustica alla strage di Bologna, l'unica falla è che Andreotti dovrebbe essere un aborigeno austrialiano e c'è qualcosa che non va".
 Ho riesumato il buon Daniele per introdurre questa fascia di libri allucinanti che negli ultimi tempi, forse complice qualche guru in vista, si stanno propagando con un virus prodotto in laboratori malvagi, nelle librerie: parlo dei libri sulle grandi kospirazioni mondiali.
  Premetto: ci sono due tipologie di libri sulle kospirazioni. 
1) Kospirazioni vere ma con titoli a effetto pronti a scatenare ondate di panico e svenimenti tra le sciure tipo "Pane e bugie" o "Cibo Criminale".
 2) Kospirazioni che fanno capo al club Bilderberg.
 Allora, io non so chi ha dato vita a questa isteria di massa, fatto sta che prima infilavamo i libri sul club Bilderberg in New Age, ora possono giungere financo alla sezione di Economia. E questo mi pare uno dei chiari segnali del perché l'economia va a rotoli. Per chi fosse rimasto fuori dal mondo e non sapesse cos'è questo club, trattasi di una sorta di cenacolo di ricconi, (di cui vi informo che per l'Italia ha fatto pure parte Bernabè, uno a cui hanno venduto l'azienda mentre dormiva), che tirano le sorti del mondo come grandi burattinai. Costoro si incontrano in hotel di lusso per tre giorni l'anno, si danno pacche sulle spalle, si mettono d'accordo per far fallire qualche stato, scatenare guerre civili ed espandere multinazionali poi via, tutti a casa col gelato. Bernabè che organizza una guerra civile quando non sa nemmeno a capo di cosa stia, devo dire mi fa sorridere.
Ma non fa sorridere tutti i fruitori di "Il club Bilderberg" di Daniel Estulin, i cui cenni biografici di cui lui è l'unica fonte, ci informano che è nipote di un colonnello del KGB e figlio di un dissidente torturato dal KGB (e qui nella mia mente parte la scena dell'antico console romano che consegnò il figlio colpevole alla morte). Costui, (che alla domanda su come ottiene le informazioni, dice che le prende dal grande archivio del nonno spia) stravende e ha dato ovviamente vita ad un suo epigono italiano, Domenico Moro, che, tanto per rimarcare subito la questione, piazza il celebre occhio nel triangolo che appare su tutte le massonike bankonote amerikane in copertina.
 Ma non temiamo, Estulin ha già dimenticato il padre dissidente dandosi al romanzo d'azione con l'imperdibile "Kospirazione Oktopus", con tanto di polpo in vista. Lui novello Ken Follett. 
Chi invece non dimentica e continua a sfornare libri inquietanti, fortunatamente ancora non assurti all'olimpo della geopolitica seria è questo David Icke, ex giornalista sportivo della BBC (vedete i danni delle risorse umane contemporanee?) grande fautore della teoria del komplotto rettiliana.
 Sì lo so sembra X-files ma non è, anzi, costui vende più e più tomi fondati sul questo grande assunto: in verità la terra sarebbe governata da una misteriosa razza aliena rettiliana (una sorta di club Bildelrberg ufo) che grazie ad alcuni ibridi, tra cui la regina d'Inghilterra, governa le sorti del mondo. Anche Obama fa parte della cerchia e la luna è in realtà un grande computer posto lì a controllarci, inoltre, sappiate l'ascesa di Hitler al potere e lo sterminio degli ebrei sarebbero stati causati da una grande kasta di bankieri ebrei e rettiliani. No lui non è antisemita, non può esserlo se in realtà la colpa è dei rettiliani (che poi casualmente si ibridano con dei ricchi rappresentati del popolo ebraico), no? E' ovvio. Nel dubbio un po' di gruppi nazisti lo appoggiano e lui continua a sfornare gigalibri che vengono tradotti e riportano anche i partecipanti annuali alle riunioni del club Bilderberg. Mario Monti perfido rettiliano, in effetti anche Crozza notava un certo irrigidimento innaturale nella sua figura.
Ma secondo me il tocco di classe è quando riesce a collegare i rettiliani ad un altro filone di delirio komplottistico molto in voga: i bambini viola o indaco che coi colori si fa sempre casino.
 Secondo lui questi bambini viola ci salveranno dal controllo rettiliano perchè sono in grado, coi loro poteri, di difenderci dal controllo che esercitano sulle nostre menti.
 Che cos'è un bambino viola? Allora, per alcuni soliti esperti americani e alcune madri ottenebrate dall'amore per il proprio scaraffone, è un bambino dotato di immaginazione e doti superiori ai normali esseri umani. Non pensate al piccolo genio, pensate a dei piccoli viziati. Il tuo bambino non ha voglia di leggere e preferisce trastullarsi ore col pc? Signora mia è un bambino viola, lui SA già cosa gli piace, non devi limitare la sua immaginazione e le sue voglie. Si rifiuta di andare a scuola perché vuole giocare tutto il giorno? Sta esprimendo le sue doti di leadership, altro che capricci!
 Questi piccoli tiranni, che cresceranno probabilmente ignoranti visto che decidono loro se e come studiare, sono supportati da veri esperti. Da "I bambini indaco" di Lee Carroll e Jan Tober vi riporto le seguenti biografie.
 Debra Hegerie: Per 14 anni ha svolto la professione di ragioniera che impegna tipicamente il "cervello sinistro". Poi ha deciso di seguire una carriera più orientata verso il cervello destro lavorando part-time come consulente di viaggio e sensitiva. Ha fondato un'azienda che tiene conti commerciali per terzi e consulenze medianiche. (?!?).
 Poi ci sono Karen Eck, da sempre ricercatrice della verità e Peggy e Steve Dubro che "Hanno ricevuto il grande dono della conoscenza universale".
 Finché uno si fa grasse risate sull'argomento va tutto bene, ma quando questi libri vendono e donne incinte ti vengono a chiedere robe sui bambini indaco perché "la ginecologa  me l'ha consigliato", non inizi forse a pensare ad una grande kospirazione di delirio kosmico e a preokkuparti?
 Io sì.

sabato 5 ottobre 2013

Haruki Murakami, il David Lynch della narrativa contemporanea. Anche se tendete a schifarlo, una possibilità, credetemi, se la merita.

 Oggi parlerò di uno scrittore che è tra i miei preferiti, pur costringendomi negli ultimi tempi nella triste condizione della fan delle origini che si sente tradita, sentimento in genere proprio del sottobosco rock di tutto il mondo. Parlo di Haruki Murakami.

 Dato che da quando l'Einaudi ha deciso di lanciarlo come punta di diamante (proponendoci  "1Q84" come il suo grande capolavoro e riservandogli per la legge del contrappasso una copertina indecente) è diventato enormemente popolare, mi ero ripromessa di non parlarne, poi siccome non amo la mia coerenza interiore ho cambiato idea.

 Murakami è uno scrittore che amo moltissimo per la sua capacità di scrivere storie assurde rendendole perfettamente coerenti agli occhi del lettore. Se lui ti dice che un uomo parla coi gatti tu non lo prendi per pazzo, se ti parla di misteriosi omini che costruiscono strani bozzoli non stai lì a domandarti che razza di libro sia, e se una donna vede il suo doppelganger e di colpo i suoi capelli diventano bianchi è tutto comunque ok.

 La follia credibile di Murakami e i suoi misteri irrisolti, (nonostante per tutto il libro noi si legga i continui e incessanti tentativi del protagonista di arrivare ad una verità), lo rendono a mio parere il David Lynch della narrativa contemporanea. Aggiungendo l'ulteriore effetto di straniamento che deriva dal suo essere giapponese e quindi appartenente ad una società e a schemi di valori completamente diversi dai nostri, la miscela è a dir poco perfetta.

 Mi stupisco che l'italiano medio e la sciura media lo trovino ultimamente affascinante. Pur notando in lui un evidente peggioramento, mi chiedo sempre: cos'è che costoro vedono?
 Perché la stessa persona che ama "Amore zucchero e cannella" non può apprezzare "La ragazza dello Sputnik". E' come se uno che sente Gigi D'Alessio provasse ardente amore anche per Leonard Cohen. 
 C'è un evidente errore di sistema da qualche parte. Perciò non posso che affidare il mio sconcerto ad un mix di marketing e moda. E' di moda leggerlo è di marketing continuare a dire che diventerà il prossimo premio Nobel alla letteratura.

Io ce l'ho in quest'edizione
 Baldini e Castoldi.
 Detto ciò, affermo il mio amore per Murakami sin dai tempi del mio fortunoso acquisto di "Norwegian wood", libro che deve il suo titolo italiano con l'aggiunta di Tokyo Blues, alla casa editrice Feltrinelli che non si mostrava convinta, ai tempi della prima edizione in Italia, della forza evocativa del beatlesiano titolo. Una poca convinzione che deve aver perdurato a lungo visto che dopo il non splendido "A nord del confine ad ovest del sole" ha poi passato la mano e i diritti all'Einaudi.
 Se qualcuno si mostrasse reticente alla lettura o avesse letto solo lo strombazzato e incocludente "1Q84", dovrebbe a mio parere gettarsi su "Dance dance dance"- "L'uccello che girava le viti del mondo" e "La ragazza dello Sputnik".
 Tra le raccolte di racconti regna invece "I salici ciechi e la bella addormentata".

 "L'uccello che girava le viti del mondo" è secondo me il suo vero verissimo capolavoro. Nella storia di Toru Okada (Toru e Watanabe sono un nome e un cognome per qualche arcano motivo carissimi a Murakami che li usa sempre), alla ricerca di sua moglie, tenuta prigioniera da qualcuno in qualche luogo, viene raccontata la Storia dell'invasione giapponese in Cina. Interi vividi capitoli sulle violenze della guerra raccontate da un reduce. Capitoli che ai fini della trama sarebbero irrilevanti eppure importantissimi all'economia della lettura.

 "Dance dance dance" è invece il proseguimento di "Nel segno della pecora".
La storia mi è stata a lungo incomprensibile finché non ho scovato a casa di una mia zia la prima edizione Longanesi di "Nel segno della pecora", un'inspiegabile traduzione italiana fatta direttamente dalla traduzione inglese (?). Solo leggendo questo primo capitolo che è stato fuori commercio per anni si capisce almeno vagamente di cosa stiamo parlando. Chi è Kiki la misteriosa donna dalle orecchie perfette tanto invocata in "Dance dance dance"? Chi l'uomo pecora così ostinatamente cercato?

 Ora che l'Einaudi ha fatto una nuova traduzione potete persino avere il lusso di leggere la storia in ordine cronologico!

 E infine "La ragazza dello Sputnik" che mi è molto caro per via del personaggio di Sumire. 
Murakami ce l'ha con i personaggi lesbici, li infila ostinatamente in ogni trama, ma son sempre secondari o avventure di passaggio. Con Sumire rende onore a questa sua perseveranza creando uno dei migliori personaggi femminili descritti da un autore uomo negli ultimi decenni: un'aspirante scrittrice, innamorata di una donna adulta che ha una grande epifania lesbica risolta in una scomparsa che lega la vita, l'amore, il terrore e la scrittura in un'unica grande metafora.
Nell'antica Cina, intorno alle città si erigevano delle alte muraglie, nelle quali venivano costruite delle grandiose e splendide porte, - dissi, dopo aver riflettuto qualche istante. - A queste porte era attribuito un significato molto importante. Il loro scopo non era solo quello di permettere alla gente di entrare e uscire, ma si credeva che in esse abitassero gli spiriti della città. O che avrebbero dovuto abitarvi. Sai come facevano gli antichi cinesi a costruirle?”
Non ne ho idea”, disse Sumire.
Andavano nei luoghi dove in passato si erano svolte delle battaglie, e lì raccoglievano tutte le ossa, sparse per terra o sepolte, che riuscivano a trovare. In un paese ricco di storia come la Cina, i campi di battaglia non mancavano certo. Poi all'ingresso della città costruivano delle enormi porte in cui venivano incastonate le ossa. Gli abitanti speravano che, grazie a questo tributo in loro onore, i soldati defunti avrebbero protetto le loro città. Ma non era ancora abbastanza. Finito di costruire le porte, radunavano un certo numero di cani vivi e con il pugnale gli tagliavano la gola. Quindi versavano il loro sangue ancora caldo sulle porte. Mischiando le ossa consumate e il sangue fresco, gli antichi spiriti avrebbero acquistato un potere magico. O almeno questo è ciò che credevano.”
Sumire aspettava in silenzio il seguito della storia.
Scrivere romanzi è un pò la stessa cosa. Puoi raccogliere tutte le ossa che vuoi, costruire la porta più splendida del mondo, ma ciò non basta a produrre un romanzo che sia vivo. Una storia, in un certo senso, non appartiene a questo mondo. Per creare una vera storia è necessario un battesimo magico, che riesca a mettere in contatto questo mondo con quell'altro.”
 Poi ecco, ci son sempre quelle millanta pagine sui little people che nun se possono sentì, ma a fronte di quanto prodotto prima, io mi sento ancora di difenderlo e di invitare gli scettici a dargli una possibilità.
 Per finire voglio lasciarvi con l'ascolto che mi sono autoinflitta a oltranza ai tempi della scoperta di "Norwegian Wood". Ecco a voi la non memorabilissima canzone dei Beatles, che, per chi l'avesse ignorata, parla di un tizio che dopo aver passato una notte a dormire nella vasca di una tipa che non si è concessa, per vendetta dà fuoco ai suoi bei mobili di legno. Romantici no?


giovedì 3 ottobre 2013

Miti e leggende sulle librerie! Strambe e inquietanti credenze della clientela: dagli scaffali semoventi alle liste di proscrizione per aspiranti nazisti!

Come tutti i luoghi che suscitano emozioni diverse da persona a persona ed esistono, in verità, da qualche secolo, le librerie sono ammantate da un certo numero di stravaganti miti e favolose leggende (tutte brutte non temete). Era una cosa che prima di lavorarci non avevo mai immaginato, per me la libreria era quel posto meraviglioso, con un buon profumo di carta dove poter stanziare in pace per ore. Invece, gran parte della clientela cova dentro di se inquietanti immagini e strambe figurazioni del possibile.
 Quelle che andrò a proporvi oggi non sono disgraziatamente di tipo storico, tipo "Si racconta che la prima libreria venne edificata a..", ma convinzioni inossidabili e inappellabili ora divertenti, ora perplimenti, ora bohenti. Tutte, mi chiedo da dove nascano.

LA GLOBALIZZAZIONE APPLICATA ALLA LIBRERIA:
Penso che sia in assoluto il mito più diffuso in assoluto. A parte la fetta di persone che entrano e ti chiedono dove mai siano capitati ("Ah questa è la libreria xxxx?" "Non nota una scritta grossa come una capanna all'ingresso??"), ci sono quelli che ti domandano se a Milano qualche libreria ha il tomo che stanno cercando. Per qualche intendo quale delle TUTTE esistenti. Perché molta gente è convinta che: librerie indipendenti, catene varie, libri nei supermercati, multicenter e compagnia bella, siano tutte una grande famiglia. E qui esistono due varianti: 1) Sono come le tabaccherie. Tipo nazionalizzate. 2) "Ma sa, ormai tutti comprano tutti, pensavo che eravate tutti una cosa sola come la coca cola. Quindi non sa darmi un elenco ragionato di tutte le librerie giuridiche e universitarie, con tanto di indirizzo, orari e numero di telefono...peccato!"
 Signora mia, non escludo che arriveremo alla grande multinazionale della libreria, ma la invito a dare un'occhiata alle leggi del mercato, del regime di monopolio e soprattutto ai posti dove entra!

HARRY POTTER E LA CAMERA DEI SEGRETI:
Il cliente arriva, non ti chiede stranamente nulla. Vaga spaesato per tipo mezz'ora. E' talmente sotto shock che saresti quasi tentato di andargli a chiedere se ha bisogno di qualcosa, ma ti freni. Dopo un'altra mezz'ora viene da te, viso pallido, occhio sbarrato e ti chiede "Dove avete messo i libri di storia?? L'altra settimana erano qui! Non ci sono più!". Ovviamente i libri di storia sono sempre al loro posto, se un cambio di scaffale si fa avviene tipo una volta o due l'anno. Ma il cliente sconvolto non ci sta "Voi, voi, cambiate scaffali, spostate i libri, le stanze, i settori, ogni settimana! Ogni giorno! Non trovo mai nulla!". Ed è a quel punto che io mi immagino come Harry Potter quando torna in camera sua la sera, con le scale che si spostano formando sempre nuovi percorsi. Scaffali che si incontrano e si scontrano, clienti che cadono nel baratro. e libri volanti che si spostano magicamente.

LE LISTE DI PROSCRIZIONE: 
Questa è la più bella. Ci sono dei clienti, voi non pensiate necessariamente folli, che credono a delle fantomatiche liste di proscrizione. Pensano che, (in un modo che fatico a comprendere), le librerie nascondano da qualche parte delle liste di clienti che comprano determinati libri. 
 Tipo se io vedo un tizio comprare un libro su come coltivare le droghe leggere, sono lì lesta a segnarmi il nome (Come??? Leggo nel pensiero il numero della sua carta d'identità??), se noto uno strano interesse per la sezione di criminologia eccomi già papabile ospite di Studio Aperto, pronta a mostrare le loro generalità nell'elenco della gente con letture morbose "E' un assassino di sicuro! Leggeva sempre i libri di Lucarelli!". 
 L'apice della paranoia è stato raggiunto da questa allegra famigliola, padre, madre, figlia femmina più o meno liceale. Arrivano e chiedono mesti il "Mein Kampf" perché la figlia vorrebbe tanto leggerlo. Tuttavia, aggiungono, "Non vorremmo finire in quella lista che tutte le librerie tengono delle persone che leggono il Mein Kampf."
 "Questa lista non esiste", gli fa notare una mia collega allibita.
 "Certo che esiste! Lo sappiamo! Lo sanno tutti!"
 "Le giuro che non teniamo liste di nessun genere."
 "La prego, non faccia così ci aiuti. Non possiamo segnare il futuro di nostra figlia."
 "Non abbiamo liste! C'è la privacy e noi NON teniamo liste!"
 "Lei non vuole proprio aiutarci, non sappiamo dove andare speravamo che qui ci avreste aiutato."
 "Signore NON ci sono liste!"
 "Ah, la libertà dov'è finita..."
 Nessuna rassicurazione è riuscita a sconfiggere la granitica convinzione del padre di famiglia con figlia 16enne smaniosa di leggere il manifesto hitleriano. Mesto, è tornato a casa, convinto che altrimenti avremmo passato il suo nome (che mi domando ancora come avremmo potuto evincere) direttamente ai servizi segreti, senza passare per il via.

INFINITO TURNOVER:
Ok, che è l'epoca del precariato, ok che esistono contratti con scadenze vergognose e stipendi ancor più vergognosi (che non chiamerei manco più stipendi francamente), ma pensare che il personale delle librerie sia vittima di una danza frenetica che lo vede cambiare settimana dopo settimana mi pare eccessivo. Molti clienti sgranano gli occhi cercando di capire quando come e perché ti ha già visto. Dov'era la signorina dai capelli rossi che mi aiutava la settimana scorsa? Vi licenziano così facilmente? Sono certo che qui lavoravano due gemelle siamesi che mi hanno aiutato a cercare un libro due giorni fa! E quel ragazzo con la cresta blu che mi ha suggerito il libro sullo Yoga e Gesù (esiste!) è già sparito? Che mondo! Che gente! Quando se ne vanno ti domandi sempre in quale negozio siano entrati la settimana prima.

LA MANIPOLAZIONE DELLE CLASSIFICHE: 
Questo mito è molto diffuso, specialmente tra chi crede che gli italiani abbiano un livello culturale superiore alla realtà dei fatti. Ricordo una devastante discussione su Anobii, in cui si accusava una sorta di cupola mafiosa editoria/libreria di manipolare le classifiche nazionali, ree di piazzare Fabio Volo al primo posto. Ebbene, posso dirvelo con certezza: la cupola delle classifiche non esiste. Fabio Volo finisce veramente al primo posto. Come è finito in classifica Sangiorgi, come Gramellini ha venduto davvero millanta copie, come seriamente è stato al primo posto il libro partorito insieme da Lucarelli e Camilleri (nonostante il gran bene che voglio al creatore di Montalbano) che era una sonorissima schifezza. Le classifiche (delle singole catene almeno, non so come facciano i giornali) vengono stilate in base al venduto nazionale. Il venduto nazionale ci informa che gli italiani amano spesso delle porcherie. Ma di che ci stupiamo? Non siamo forse invasi ogni giorno su fb e company da strane frasi (senza senso) sul senso della vita con tramonti, cani, bambini, nonni a far da contorno? Quelle frasi amatissime vengono da libri amatissimi. Spesso orribilissimi. Spesso vendutissimi.

 Questa è solo la prima delle incursioni mitologiche della libreria. C'è ancora da sviscerare molto altro....Tremate! Almeno come tremo io tutti i giorni!
 E voi? Ci sono dei miti particolari che avete sentito sulle librerie? Rendetemene partecipe!

mercoledì 2 ottobre 2013

"Quand'è che ti sposi?". Inquietanti libri di vessazione matrimoniale: donne serve, sesso santo e unioni tra le stesse fasce di prezzo!

Ormai sono in una trista età in cui la gente inizia a sposarsi, in massa.
 Non paga di tale gesto ortodosso, si pregia anche di iniziare a domandarti in altrettanta massa quand'è che lo fai anche tu. Ciò avviene sia che tu sia fidanzata sia che tu non lo sia. Far parte della comunità glbt non ti salva per due motivi: 
1) Sfugge il particolare che in Italia non si può fare e quando glielo fai notare ti dicono che puoi sempre andare all'estero. 
2) Visto che non hai messo i manifesti e una non ha scritto in faccia "sono lesbica", tutti i conoscenti o semiestranei, a cui magari hai omesso di dirlo, pongono comunque con foga la stessa domanda.
 "Quando ti sposi?"
 Questa estate mi sono fatta una cultura sui giornalazzi femminili che in genere leggo solo al mare per vedere cosa fa secondo la stampa la mia perduta generazione. Pare che i giornalisti abbiano ravvisato in noi una certa inclinazione a rivalutare il matrimonio. Così è stato tutto un fiorire di articoli su quanto è bello sposarsi a 25 anni, come è stupendo sentirsi al sicuro col proprio marito a 21 anni in punto, quanto è fantastico rimodernare l'abito di nozze di tua nonna ecc. ecc. Ovviamente tutti gli sposi novelli che posavano, avevano abiti stupendi, cerimonie da sogno e facevano lavori che mi chiedo sempre dove si trovino, tanto meno a 25 anni tanto meno in Italia. 
 Il matrimonio insomma, va di moda. Come ultimamente va di moda (dicono che è la crisi), rivalutare la maternità. Quando il soldo manca l'affetto familiare cresce, ma io direi che cresce la morsa del tradizionalismo.
 Come spiegarsi in altro modo il successo che mi lascia rabbrividente, di stucco, sconvolta e anche un filino disgustata di "Sposati e sii sottomessa" di Costanza Miriano
 Questo libro dal titolo assurdo (preso direttamente da un'attualissima lettere di san Paolo a non so chi), giunse in libreria tra l'ilarità generale. Pensavamo fosse una cosa di umorismo. Quando ci siamo accorti che era una cosa seria abbiamo pensato che non avrebbe mai venduto. Quando ha venduto tanto e tanto e tanto al punto di esser stato perfino tradotto, io ho capito definitivamente che c'era qualcosa che non andava. 
 La tesi di questo libro agghiacciante, che ha un seguito altrettanto intimidatorio ("Sposala e muori per lei"), è che l'uomo è cacciatore, la donna angelo del focolare, se proprio devi lavorare perché la società l'impone sappi che devi vezzeggiare tuo marito, che non si accorga insomma che non è lui a portare le braghe in famiglia. 
 Del resto uomini e donne appartengono, ella dixit, a due razze diverse, quindi ovvio che uno abbia certe inclinazioni e l'altro altre. Nello specifico è notorio che sin dalla nascita le donne hanno il germe della cura e del servizio, se no come te lo spieghi che hanno l'utero e gli uomini no?
 Capito? Anni a far giocare maschi e femmine con gli stessi giochi, (anni fa visto che ora alla femminuccia va il tulle da ballerina al maschio il finto computer), poi arriva costei e ci svela che se tuo marito vuole stare a casa e tu vuoi fare la manager, signora mia c'è qualcosa che non va. Ovviamente tali consigli di perfetta matritudine e moglitudine vengono da una che fa la giornalista rai, quindi non è che sta a casa a fare la calza tutto il giorno, le sue soddisfazioni lavorative se le prende. Consiglio un giro sul suo blog per capire fino a fondo di quanto stiamo parlando. Io vi posto solo alcune edificanti parole del suo post intitolato "Sottomissione":
 "Una donna può anche fare tutto in casa ma schiacciare suo marito in altri modi, oppure può manovrarlo subdolamente, comandarlo fingendo di obbedirgli. Tutti abbiamo sicuramente conosciuto almeno una donna di quel tipo, nelle sue infinite varianti: gatta morta, finta bambina, matriarca silenziosa, generale con la veletta, passivo aggressiva, quella modello “caro non mi sento bene ma lo faccio perché sono una santa” e varie altre versioni con molti optional.La sottomissione alla quale mi hanno invitato tante persone sagge che ho conosciuto, e che io a mia volta ho proposto nelle lettere alle amiche, è il desiderio leale e onesto di servire lo sposo."
Sì, servire. 'Sta parola che gira da giorni anche per la gaffe cosmica di Guido Barilla ha la stessa radice della parola SERVA. Una può provare piacere a cucinare per i suoi cari, se se la sente e non è un diktat, ma da qui a servire ce ne corre. Comunque non potete capire se non andate sul suo blog: è da fantascienza, leggete le biografie dei suoi collaboratori e capirete. Si passa dalla cattolica old fashion amante dello shopping, a quella che si è convertita un giorno sentendo parlare del paradiso, passando per Cyrano, un tizio che facendo scempio del vero senso del Cyrano originario, si proclama vittima, credendosi ironico, dei pregiudizi attualmente vigente sugli uomini occidentali e cattolici. Ma del resto cosa pretendiamo da un'autrice in grado di aggiungere,
 "E' la generosità infatti, il tasto debole dell'uomo, è per questo che san Paolo lo invita a morire, mentre la donna deve lavorare sul suo desiderio di controllo e manipolazione, come dice chiaramente l'apostolo nella lettera agli Efesini."
Non so se tutte le donne ci debbano lavorare, lei di certo sì. 
Vorrei poi allegare a tale pozzo di scienza altri due libri. Uno ve lo giuro surreale e l'altro di cui ancora mi chiedo perché la Guanda abbia trovato interessante la pubblicazione. Il primo è una perla, di cui devo la scoperta a una mia collega, e si chiama "Il sesso santo" ed. Segno.
 Scritto da tre coppie di giovani sposi ipercattolici che rimangono nel totale anonimato perché punta sulla scabrosa questione del sesso matrimoniale (oh mio dio!), sviscera con presunta modernità ciò che si può fare e ciò che non si può fare a letto dopo il sacramento ovviamente.
  Dunque, premettiamo che i sei sono ad un punto che chiamano il pene pipino e la vagina la cosina, l'ano non me lo ricordo ma credo fosse tipo laggiù, comunque il senso della storia è "Non lo fò per piacer mio, ma per dare figli a Dio". Se devi procreare puoi fare tutto, altrimenti sta fermo che è meglio. Se sei gay e ti dai solo baci a stampo, loro provano comunque pena, compassione a angoscia per te che sei condannato ad una vita di tristezze e dolori, ma non vai all'inferno. Nel caso facessi sesso sappi che satana ti aspetta col forcone in mano. La masturbazione vicendevole è ok, solo se uno dei due non ha raggiunto l'orgasmo. Non ricordo esattamente quando è possibile andare laggiù o quando è preferibile che il pipino incontri la cosina.
 Il risultato è un mix assurdo di morbosità e castità, tipico di quelle persone che vorrebbero, ma non possono e allora sublimano. Credo sia difficile da trovare in libreria, ma se ce la fate una letta vale la pena.

 E in ultimo lui, "Il matrimonio d'amore ha fallito?", un incrocio tra un libello pieno di livore e un vademecum del perfetto conservatore. In codesto libro, l'autore, tale Pascal Bruckner, fa la figura dello stolto di buddista memoria che guarda il dito e non la luna. Praticamente, a fronte dell'aumento dei divorzi, del propagarsi delle famiglie allargate e compagnia bella, non si domanda se forse l'istituzione matrimoniale per come la conosciamo noi, non sia ormai un tantino superata. No. Lui ravvisa tale fallimento nel fatto che prima ci si sposava per ragioni raziocinanti come i soldi, l'appartenenza alla stessa fascia di prezzo, le connivenze tra famiglie, insomma il calcolo, ora per amore. 
 Può mai una scelta irrazionale dare risultati razionali? 
 Ma certo che no signori miei. E allora forza w il matrimonio combinato, quello per unire sontuosi patrimoni e mettere più privilegi possibile nel bottino!
 Quello che mi sono chiesta sfogliando questo imperdibile tomo è stato: ma è col denaro che poi condivide il letto per tutta la vita?
 I conservatori, quella simpatica casta da cui non ci libereremo mai e che ci tengono sempre tanto a farti sapere come devi vivere la tua vita.

lunedì 30 settembre 2013

Disamina ragionata del cliente al telefono. Fisicamente lontano, rompipallamente vicino.

Mentre tu te ne stai lì a governare libri, anziani, ragazzini, clienti normali, clienti con cui ti va persino di dissertare, improbabili richieste, drammi, deliri e pazzi ecco che squilla. Il telefono.
 Il dubbio se rispondere o meno dura di solito manco due secondi ed è dettato dall'unica terribile legge: se hai tempo DEVI rispondere. Il "sei hai tempo" starebbe per: se non hai nessuno fisicamente davanti. Che poi dieci persone si materializzino magicamente nei cinque secondi successivi sono affari tuoi.
 Il cliente al telefono è nella mia personale hit parade della molestitudine superiore a tutti, lo batte solo il cliente che vuole umiliarti con astuzia e perizia perché per almeno cinque minuti vuole sentirsi come Leonardo di Caprio sul Titanic: il re del mondo. 
 Perché tale astio per il cliente al telefono? Perché, a mio parere, la chiamata al telefono, se proprio non vuoi trasportare il tuo fisico corpo in negozio, è giustificata da una sola cosa: chiedere una vera informazione: "Avete x libro che passo a prenderlo?". Per il resto tenete giù la cornetta che la libreria non è un call center.
 Ma passiamo in rassegna i casi più comuni di molestitudine telefonica.

 IL CLIENTE CHE CHIAMA PER CHIEDERE COSE FUTILI
Nel mio immaginario personale questo tizi* se ne sta seduto da qualche parte, di colpo ha un'idea tipo: "Voglio avere un libro sulle lontre marine dell'Africa meridionale, chissà se in libreria ce l'hanno!", oppure "Mmm, chissà se la libreria è aperta". Invece di accendere un computer che sicuramente ha per controllare se esistono libri di tal sorta o vedere l'orario, si attacca al telefono per dieci minuti per poi chiederti: siete aperti? A che ora chiudete? Che orario fate la domenica? Per caso avete una sezione sulle lontre marine? No, non cerco niente di particolare, era solo una curiosità.
 Bene, dammi il numero del tuo ufficio che lunedì mattina alle otto e mezza, nel delirio totale, ti chiamo per chiederti che carta usate per stampare i documenti.

IL CLIENTE CHE PROPRIO NON PUO' VENIRE: 
 Costui o costei non possono proprio venire. Hanno figli che escono dalla scuola, mariti che se non le trovano a casa chi li sente, un lavoro che dura dalle 7 di mattina alle 9 di sera e gli impedisce di entrare nei negozi (come comprano vestiti? Come il cibo? boh), e sperano tanto che tu possa risolvere i loro problemi. Potresti tenere un libro da parte un mese e mezzo? Non c'è un modo per spedirglielo (richieste di questo genere arrivano da persone che abitano a tre fermate di metro)? Non posso proprio fargli il favorino di portarglielo a casa brevi manu?

IL CLIENTE CHE TI PIGLIA PER UN CALL CENTER:
 Ti chiamano e si attaccano al telefono trenta minuti e passa convinti che tu sia un call center pronto a risolvere tutti i loro problemi. Da: "Il sito non va", a "Mi saprebbe dire dove posso comprare i libri per la scuola media di mia figlia?", passando per "Ho bisogno di un libro per domani ma è fuori commercio mi dica dove trovarlo".
  I migliori sono quelli che ti chiamano dall'altro capo d'Italia senza motivo. 
 "Salve chiamo da xxxx in Basilicata, avrei bisogno della Divina Commedia."
 "Mmm noi siamo a Milano, c'è un motivo specifico se ha chiamato noi?"
 Risposte tipiche: "E' stato il primo numero che ho trovato su internet" "Mi fido più di voi perché siete al nord" (autorazzismo).
 Tenti di far ragionare il cliente: non ha senso chiamare dall'altro capo d'Italia, un libro del genere può trovarlo anche più vicino. Si aprono allora le dighe: ma io sono un cliente, non può spedirmelo, no, non posso andare nei negozi perché abito lontano, no non me la cavo con internet, no, non ho figli, nipoti, parenti e vicini che possono aiutarmi, no, non ho carta di credito (ve lo giuro). A quel punto, secondo lui, tu come puoi procurare un libro ad un uomo che è dall'altro capo d'Italia, munito solo di soldi contanti inchiodato in una casa su un monte? L'ideona del cliente solo e abbandonato da chiunque è: noi spediamo il libro per posta e lui, in busta (dobbiamo fidarci è un gentiluomo) ci rispedisce un assegno o del denaro contante.
 E lì altre ore a spiegare che non si può fare, forse negli anni '30 era ancora possibile, eh si signore è uno schifo sì. Nel frattempo in libreria i clienti fisici si sono stufati, ti hanno insultato e se ne sono andati da venti minuti. 

IL CLIENTE CHE NON SA MANCO PERCHE' TI HA CHIAMATO:
Chiama, desidera un libro, te lo fa cercare ovunque, magazzino compreso, scatole arrivate il giorno stesso. Lo trovi lo trovi perfavore. Pensi ad un esame che deve dare l'indomani, ad una questione di vita o di morte, ti fa passare venti minuti a cercare un libello di 20 pagine confuso col resto dello scaffale e quando lo trovi, candido, ti dice: "Mmm non so se riesco a passare, guardi, non lo tenga da parte, vedo io."
 Per quale motivo hai chiamato???

IL PROTESTATORE
Chiama gridando. Mentre gli altri si presentano in questo modo che mi sconcerta, dandoti del tu e dicendomi "Ciao sono Ivana mi serve questo" o "Salve sono l'avvocato Mazzotti puoi cercare...?" (a che prò mi dici che ti chiami Ivana??), il protestatore grida. Un ordine è in ritardo, un libro che doveva uscire non è uscito "Dove lo teniamo nascosto?? Dove??", il libro che ha comprato è senza dieci pagine (lo giuro a voi tutti: è un errore della tipografia!). Vuole parlare con responsabile, direttore e amministratore delegato, tutti insieme. Non ti fa capire nulla, grida e basta, qualsiasi cosa tu dica. Se cerchi di farlo ragionare ti ribadisce chiaro che "No, non vuole ragionare". La tecnica se grido mi danno ascolto è un'idiozia ve lo dico, non succede come nei film che se uno insiste allora il problema magicamente si risolve. 
 In genere l'unico modo per placarlo è passargli qualcuno che gli sembra davvero in alto nella scala gerarchica e gli dirà le stesse identicissime cose che gli avete detto voi, ma che in qualche modo lo rassicureranno maggiormente. Le sue grida hanno avuto effetto: ha parlato con un superiore.
 In tutto ciò dovete immaginare una sorta di incubo postmoderno in cui, mentre servi il cliente fisico, il telefono squilla in continuazione seminando il panico. Chi ci sarà dall'altra parte? Quale voce sarà pronta a vessarti?
 L'anziana che vuole il libro consigliato da Augias tre anni fa una mattina e pretende che tu faccia la ricerca su internet?
 La madre di famiglia che vorrebbe tanto le portassi a casa, magari con un caffè, l'opera omnia di Peppa Pig?
 Il terrore corre lungo il filo.

sabato 28 settembre 2013

"Fun home" di Alison Bechdel, (e tutte le sue altre opere!) una graphic novel sulla vita e il conto che ci riserva alla fine. Non per forza così terribile.

Qualche anno fa, in una calda ottobrata romana che bramo con ardore da quando vivo al nord, non esisteva la legge Levi (per chi ancora non ne fosse a conoscenza è quella legge che impedisce di fare più del 25% di sconto sui libri, noi tutti ringraziamo). In quei giorni stava chiudendo la storica libreria Rinascita (per poi rinascere mesi dopo sotto altre forme) e c'era il 30% su tutti i libri. Siccome mi sentivo particolarmente depressa, anche se non avevo molto denaro da dare all'industria editoriale, ho deciso di fare come le donne delle riviste femminili: di gratificarmi con un regalo fantastrabilioso. "Fun home" di Alison Bechdel. Ne avevo vagamente sentito parlare da qualche parte e il disegno non mi dispiaceva, così lo comprai. L'acquisto fu uno dei più azzeccati della mia vita per due motivi:
Sono entrata e ho puntato il settore delle graphic novel che, puntualmente, era già stato saccheggiato. Ma ecco apparire dalle tenebre
1) Questo libro fantastico è già  inopinatissimamente fuori commercio (Rizzoli che te dice il cervello???).
2) Mi ha fatto scoprire Alison Bechdel.
 Alison Bechdel è una fumettista americana dalla vita banale e particolare insieme. Come si evince da "Fun home: una tragicommedia familiare", è vissuta fino alla fine delle superiori nella provincia americana, non particolarmente squallida, ma ovviamente non particolarmente eccitante.
 I suoi genitori erano due insegnanti cattolici che sembravano usciti da un libro di Yates. La madre, aspirante attrice, aveva visto sfumare tutte le sue aspirazioni sposando il padre di Alison, un uomo col mito di Fitzgerald (dovrò indagare meglio sull'influsso che Fitz ha sugli uomini americani perché, pur considerandolo un ottimo scrittore, fatico ancora a capirne l'idolatria che essi ne fanno) con un MA grosso come una capanna. Ma omosessuale. Uno di quegli omosessuali repressi pubblicamente, ma non privatamente, che durante il matrimonio e nonostante tre figli non smetterà mai di avere storie con ragazzi molto giovani. La Bechdel che viene a scoprirlo solo adulta, quando dichiara in famiglia la propria omosessualità, costruisce su questo doppio coming out, su questa vita parallela tra lui e suo padre, un libro fantastico.
Infarcito di riferimenti letterari, di finezze di una trama che si interseca in più punti e che, nonostante tutti gli ingredienti per una famiglia disfunzionale, falsa, prosperata (male) sull'inganno, donano  infine un quadro tragicomico, quasi nostalgico di un interno americano anni '60-'70.
 Il colpo di teatro, ciò che rende la trama vera, ma da un certo punto di vista completamente surreale è già nascosto nel titolo: la sua 'fun home' non è solo una casa ironicamente divertente, ma il luogo di lavoro di suo padre 'funeral home'. Insegnante e impresario di pompe funebri (azienda di famiglia) al tempo stesso.
 Se riuscite a trovarlo, in qualsiasi modo, è uno di quei libri che non consiglio neanche di prendere in prestito ma direttamente di comprare!
 In Italia di quest'autrice bravissima sono poi arrivati: "Dykes" (con un'inutile, sconcertante, prefazione di Melissa P. suppongo sempre perché lesbica = sesso, e un sottotitolo imbecille che mi rifiuto di scrivere), una raccolta di strisce tradotta in modo incivile, sulla vita di un gruppo di amiche lesbiche e non, che da qualche decennio la Bechdel pubblica su varie riviste. Di queste, persino io che mastico malissimo le lingue, consiglio la versione originale.
 E infine, "Sei tu mia madre?", che avevo comprato con tante speranze quest'inverno, e invece si è rivelato un buco nell'acqua. E' il tentativo della Bechdel, speculare a "Fun home", di parlare del rapporto con sua madre facendo riferimento ai classici non della letteratura, ma della psicanalisi. Un fiasco su tutti i fronti: pesante, forzato, forzoso, farraginoso. Le ellissi narrative risultano confuse, il concetto di fondo anche. Più che del rapporto con sua madre, sembra che volesse parlare di quello con le sue varie psicanaliste.
 Già che siamo in tema Bechdel, c'è un libro che voglio consigliare come complementare a "Fun home": trattasi de "La lingua perduta delle gru" di David Leavitt.
 Non è una storia autobiografica né un ritratto di famiglia, rientra piuttosto nei canoni del romanzo di formazione: ragazzo gay insicuro di sé incontra ragazzo gay sicuro di sé e vive la sua prima storia d'amore. Parallelamente suo padre e sua madre vivono un dramma tutto interiore: al coming out del figlio, il padre segretamente omosessuale ripensa a tutta la sua vita e la madre, che viene a scoprirne il segreto, non ne fa un dramma, ma analizza con triste precisione l'arco delle loro vite ormai unite per sempre. 
 Il più grande punto in comune di queste storie non è tanto l'omosessualità, quanto quella qualità umana che, secondo me, è il segreto di una vita sempre e comunque dignitosa: la capacità di reggere il peso di tutte le proprie scelte riuscendo, infine, a tirare le fila e a pensare che il percorso fatto, comunque sia andata, ha sempre avuto dei lati positivi.
 Pensando alla vita di suo padre, vissuto in un'epoca in cui era quasi impossibile essere gay alla luce del sole, la Bechdel pensa:
  "C'è un certo opportunismo emotivo nel dichiararlo una tragica vittima dell'omofobia, ma è un filo logico problematico. Innanzitutto mi rende più difficile biasimarlo. Poi mi porta in un cul de sac curiosamente letterale. Se mio padre avesse fatto il suo coming out da giovane, se non avesse incontrato e sposato mia madre... che ne sarebbe stato di me?"
ps. Questo è il sito della cara Alison, fateci un salto: Alison Bechdel, sito ufficiale.
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