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mercoledì 5 giugno 2019

Prigionieri del sogno di qualcun altro. 10 cose (+1) dei bei tempi andati di cui i Millennial sentono nostalgia senza averle mai vissute dalla Dc alla felicità fino a Yalta.

Dice una celebre fase di Garcia Marquez che: "la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la ricorda per raccontarla".

 E' inevitabile applicare questa massima alle nostre piccole vite, ma forse, usandola come chiave di lettura del nostro presente sempre più discutibile, potrebbe essere illuminante.


 Sfido qualsiasi trentenne attuale a non essere stato prigioniero di un sogno. Quello dei propri genitori.


 I baby boomers ritengono di aver vissuto un'epoca privilegiata e di certo hanno ragione, ciò sul quale forse e probabilmente errano è il loro strenuo e continuo tentativo di riviverla in un presente che ha connotati e caratteristiche completamente diverse e non paragonabili (anche per colpa o merito loro, altra parte che sfugge sempre).

 Pur essendo, a mio parere, una delle grandi malattie del nostro tempo (una sorta di febbre generazionale che non passa e ci rende deboli e confusi), non esistono molte pubblicazioni sul tema.
 Quella che forse meglio esprime questa mia idea svolazzante è "Utile per iscopo" un piccolissimo saggio di Wu Ming 2 che analizza le problematiche di una società di retromaniaci.
 Una società che vive nel culto del passato ha dei grandi problemi di rinnovamento e creatività perché non farà altro che tornare sulle potenzialità del passato nell'ansia perpetua di reinterpretarle, "affamata di passato".

 Ho quindi deciso, anche se magari sarà un post poco libresco (anche se un altro saggio da consigliare potrebbe essere "Contro i bei tempi andati" di Michel Serres) , di elencare le cose di cui i Millenial hanno maggiormente nostalgia anche se non le hanno mai vissute.

 Liberissimi di aggiungerne altre che ho dimenticato!


LA DC:

E il Pci. Ma più DC. 

 Nessun millenial era abbastanza senziente all'epoca per ricordare le due formazioni politiche all'opera eppure sappiamo tutti per certo che si stava meglio quando si stava peggio.

 La DC è la formazione politica più rimpianta trasversalmente da chiunque fosse lucido prima degli anni '90, al punto che la rimpiangiamo anche noi che l'abbiamo presa solo di striscio.

 Certo, i governi cadevano ogni 5 mesi (ma anche lì ci sono buchi di memoria se gente che ha visto i 345354 governi Andreotti ora bercia online di "governi non eletti dal popolo"), governi balneari, pentapartiti, trasformismi, lotte intestine che manco il trono di spade, manuali cencelli che c'erano e almeno nessuno faceva finta non ci fossero, cristiani che però "hanno approvato il divorzio" e tante altre meraviglie.

 Tutte cose che, da quanto ci raccontano, all'epoca sembravano il demonio e adesso non c'è persona che non rimpianga.

 Non abbiamo mai visto la DC all'opera ma noi millenial sappiamo istintivamente che i guai dell'Italia sono iniziati nel momento in cui la sua rassicurante ala protettiva si è allontanata da tutti noi lasciandoci in balia delle nostre (pessime) decisioni politiche.


MA ANCHE IL PCI:

Qualsiasi partito di sinistra sarà per sempre destinato a fallire finché dovrà reggere il confrontato col Pci.



 Il Pci era radicato sul territorio, il Pci parlava agli operai, il Pci aveva una vera dirigenza, il Pci aveva l'intellighenzia, la scuola di partito, Frattocchie, Togliatti e Berlinguer.

 Poco importa pensare razionalmente che il Pci fondava la sua forza principale nel fatto di essere il partito giusto nel contesto storico e sociale giusto, un partito di un presente che ormai è trapassato, poco importa anche che il territorio stesso fosse radicabile perché le persone erano diverse, più permeabili a certe esigenze e meno ad altre.

 Poco importa anche che fu un partito profondamente bigotto (ma ho parlato con tanti giovani d'oggi di partito che contrappongono diritti sociali a diritti civili come se ci fosse una gara di supremazia e non potessero andare insieme).

 Il PCI rimane il grande immortale fantasma a cui tutti aneliamo e che non può ritornare ma che bramiamo come se potesse salvarci da un sistema economico sulla via della catastrofe.

 Intanto il tempo passa e noi lo passiamo a sospirare sperando in un impossibile ritorno. Torna torna questa casa aspetta a te.


GUERRA FREDDA:

 Manicheismo a gogò. Chi è che non ne ha bisogno? 
 Ora non si capisce più niente: russi che influenzano le elezioni americane ed europee. Europei che non sanno più se stanno coi russi, con gli americani o coi cinesi. Repubbliche ex sovietiche che non sappiamo mai bene cosa stiano combinando (quante siano) e se ci dobbiamo preoccupare.

  La Germania che, unita, ha ripreso a randellarci, sovranisti che giocano a fare i capetti da repubblica delle banane in giro per mezza europa e popoli storditi che votano per uscire dall'Europa, ma alla fine non trovano il mondo di andarsene.

 Insomma, ce lo ripetono in ogni modo: rivenisse Yalta! 

 Sì, c'erano tanti casini, però almeno avevi la certezza che gli americani e i loro alleati erano x e y e che i russi erano z e k. I cinesi chiusi in una strana e ossessiva autarchia se ne stavano per i fatti loro e tutto procedeva se non bene almeno con un senso logico.

 Eh, come si stava bene prima della caduta del muro anche se oh, la caduta del muro è uno degli eventi più importanti e commoventi dell'ultimo secolo eh!


ASSISTENZIALISMO DI STATO:

Ma volete mettere i bei tempi in cui si poteva andare in pensione con 15 anni di contributi, avere rendite dai titoli statali da capogiro, casa comprata, casa al mare comprata, i figli che stavano meglio dei genitori e via discorrendo.

Certo poi che questa cosa fosse dovuta a una congiunzione astrale irripetibile come boom economico e possibilità di creare abissali deficit di stato (ossia lasciare cambiali con scritto "pagherò" e il nome di figli e nipoti) è del tutto secondario.

 Abbiamo sostanzialmente la casa ipotecata, ma sogniamo di poter vivere come quando era nostra. 

 Nel tentativo, stiamo cercando di ipotecarla due volte, ma il gioco non riesce e ci arrabbiamo cercando colpevoli che non c'entrano niente coi nostri bagordi passati.

 Nel frattempo, misteriosamente continuiamo a non voler riscuotere le quote condominiali dagli appartamenti che non hanno mai cacciato una lira.


 LA FABBRICHETTA:

I nostri nonni sì che la sapevano lunga! 

 Altro che master, stage e perdite di tempo, bastava rimboccarsi le maniche e non aver paura di faticare!. Senza neanche il diploma crearono interi distretti industriali a gestione familiare con idee geniali e tanta voglia di fare.

 Peccato la creatività si sia diluita e che i loro nipoti non siano in grado neanche di farsi assumere in una pizzeria al quarto stage e al terzo apprendistato.

 Certo l'assetto economico mondiale era del tutto diverso, ma di certo è un particolare trascurabile.

Ma non temiamo, se continuiamo a concentrarci sul fatto di diventare dei padroncini e mai dei lavoratori, le cose non potranno fare altro che peggiorare.


PARTO E CI RISENTIAMO TRA 20 MESI:

Siamo sempre attaccati ai cellulari, non come quei tempi mitici in cui partivi e se ti andava mandavi ogni tanto una cartolina a casa.

Potevi non sentire nessuno per MESI. MESI. Potevi sparire.

Poi certo, questo poteva anche significare non sentire i tuoi cari per secoli se ti trasferivi lontano, ma al momento ci sembrano inutili sottigliezze. 

Le stesse persone che ci hanno passato la nostalgia per la libertà estrema dei bei tempi andati, ora vuole le telecamere nelle scuole, infila app nei cellulari dei figli per geolocalizzarli, controlla registri elettronici e monitora i pargoli h24, spedisce mail d'ufficio a qualsiasi ora del giorno e della notte in qualsiasi giorno dell'anno ferragosto compreso.


 Incredibile che gli stessi siano in grado di farci rimpiangere i bei tempi della mancanza di tecnologia pervasiva accusandoci di esserne dipendenti.

E però è successo.


FATALISMO:

Se si leggono le cronache degli anni '60-'70 è sconcertante pensare che le stesse persone che li hanno vissuti accettando il fatalismo degli anni di piombo, siano state in grado vivere attualmente un tale livello di paranoia che in confronto "1984" è una vacanza.

 Genitori e nonni passano il tempo a raccontarti gli anni di terrorismo interno, agguati, rapimenti e stragi come gli anni più tranquilli mai vissuti in Italia.

Sì, succedevano delle cose, ma era così, era il fato, il destino, la sorte, quella a cui noi millenial non sappiamo affidarci (e neanche più loro a quanto sembra).

 Erano anni bellissimi, non come quelli di adesso che non sai mai cosa può succedere.


POSTO FISSO:

 Se c'è un concetto che è difficile spiegare alla maggior parte dei genitori quello è il posto fisso. Rimane loro inspiegabile come figli che hanno studiato per il doppio dei loro anni facciano lavori per i quali prendono la metà, se non la metà della metà dei loro.

 Un tempo a 20 anni e con un diploma potevi comprare casa e campare una famiglia. Ora non siamo neanche in grado di pagarci una stanza. Ah, il posto fisso che non sappiamo più meritarci!

Poi certo, se vediamo i film a episodi degli anni '60-'70 non è che la vita del lavoratore sembri proprio una pacchia, ma con una raccomandazione si risolveva tutto.

 Mica dobbiamo pensare male, erano altri tempi.


QUALSIASI ARTE ERA AL TOP DELLA SUA MERAVIGLIA:

La musica era meglio. C'era il vero rock. Lo Strega lo vincevano Bassani e la Morante. Gli artisti avevano una vera coscienza politica. Pasolini scriveva editoriali. I Beatles e i Rolling Stones. Jules e Jim e la Nouvelle Vague.

La swinging London. Raffaella Carrà che preveggeva Lady Gaga. I parrucchieri avevano già provato qualsiasi tipo di pettinatura e colore. La minigonna. Antonioni e Fellini. L'arte era vera arte. La provocazione vera provocazione. La droga non era manco vera droga, ma un modo per aprire le porte della percezione. Brigitte Bardot. I figli dei fiori.

L'unica cosa sui quali siamo liberi di non avere l'ansia da prestazione è l'informatica che, almeno quella, non c'era.

 E ovviamente si stava meglio.


LOTTA DURA E SENZA PAURA:

 Ti ricordi quella strada? Eravamo io e te? E la gente che correva e gridava insieme a noi! Ma tutto quel che voglio pensavo è solamente amoreeeeee

Qualsiasi tentativo di battaglia potremmo o vorremmo mettere in atto non sarà mai paragonabile alle conquiste dei bei tempi che furono.

 Poco importa che la lotta dura e senza paura sia difficilissimo concepirla e farla in una società liquida e in un mondo globalizzato.
 Il senso di sconfitta collettivo permane.

 Quando si diceva che i lavoratori di tutto il mondo avrebbero dovuto unirsi non era una boutade, ma un secoletto dopo si è scoperto che i lavoratori non sono naturalmente di sinistra e la cara vecchia competizione per la sopravvivenza e la selezione naturale possono essere applicate su scala lavorativa.

 Ma non illudiamoci, la colpa non è mai di un sistema che anche loro hanno contribuito a creare, la colpa sarà sempre nostra che non siamo abbastanza duri, abbastanza puri, abbastanza senza paura.
 Ah, se avessimo vissuto 50 anni fa! 


LA FELICITA':

 Dicono tutte le leggende che effettivamente il boom economico fu un periodo di assoluta e straordinaria felicità e che gli anni '80 yeah quanta spensieratezza nonostante il capitalismo prendesse il volo e vuoi mettere gli anni '90 quando ancora potevi prendere un aereo senza fare 2 ore di controlli?

 I tempi andati, in confronto ai nostri, sono un concentrato di energia e speranza che appare sempre più come una mitica età dell'oro verso il quale i nostri anni non possono che essere definiti che stanchi, logori e decadenti.

 La nostalgia per un periodo in cui non tutti fossero perennemente arrabbiati e incattiviti è forte, ma fu vera gloria?
 Non lo sapremo mai, intanto rimpiangiamo di aver perso l'opportunità del secolo per essere felici.

Una canzone ben riassume cotanto rimpianto verso l'età dell'oro italiana: "L'estate di John Wayne" di Raphael Gualazzi. Da ascoltare in loop.







mercoledì 3 aprile 2019

Svanire, annegare, forse sognare. "Tutto chiuso tranne il cielo" di Eleonora Caruso un romanzo sui grandi pesi che certe volte la vita adulta toglie e non aggiunge.

Circa un anno fa è uscito un libro abbastanza insolito per il panorama editoriale italiano: "Le ferite originale" di Eleonora Caruso.

 Era insolito per tanti motivi, dal modo in cui era scritto alla rara volontà (rara per gran parte della narrativa italiana non di genere) di uscire dai soliti rassicuranti schemi editoriali fatti di libri molto costruiti che ormai sembrano seguire una sorta di ricetta: una spolverata di amica geniale, un pizzico di Volo, un po' di pepe alla cinquanta sfumature, un filo di malinconia anni '80, qualche lamentatio generazionale o sui genitori che ci sta sempre bene, passati fatti da traumi che sono traumissimi gravi o robette da niente che ti chiedi sta gente dove ha vissuto se ancora si ricorda del giorno in cui un cugino gli ha strappato il braccio al bambolotto preferito.

 Ma comunque.

 "Le ferite originali" raccontava di uno splendido modello bisessuale e bipolare e della sua vita completamente frammentata a confusa.
I suoi tre amanti, Dafne la fidanzata storica, Dante il bel quarantenne solido e dal sangue freddo e Davide, sexy dottorando in materie scientifiche che non sa di essere sexy, ruotavano attorno alla sua disperazione con una certa inquietudine, incerti se farsi catturare e distruggere o dar retta all'istinto di conservazione.

 Tra le cose insolite c'era anche l'inedito prevalere dell'istinto di conservazione, materia da sempre rara nei romanzi che amano invece passioni assolute e distruttive.

 Cristian che a fatica e quasi mai con successo tiene assieme i suoi pezzi impazziti, fa molto sesso.
 Lo fa per calmarsi, lo fa per calmare, lo fa perché lo pagano, perché gli piace, perché non percepisce più il sesso come una parte di un tutto, ma come il tutto.
 La chiamano la trappola della sineddoche, quando prendi una parte per significare il tutto, ed è quello che diventa il sesso per lui, una gigantesca trappola che imprigiona tutti, o quasi, coloro che finiscono nel suo raggio d'azione.

 Non sfugge a questo incantesimo neanche il suo unico fratello, Julian, etereo diciassettenne che avrebbe già parecchi problemi di suo senza un ingombrante e debordante fratello a peggiorare drasticamente la situazione.

 Questo secondo libro, "Tutto chiuso tranne il cielo", è dedicato proprio a lui.

 Lo ammetto, nel primo libro non era un personaggio che mi avesse colpito particolarmente.
 Sapendo che ci sarebbero stati altri libri con protagonisti personaggi apparsi nel primo romanzo, avevo sperato, come molti, che la Caruso si sarebbe concentrata su Dante o Davide, invece ecco Julian, fratellino minore la cui principale preoccupazione nella vita è scomparire (cosa che narrativamente gli era riuscita benissimo visto che ricordavo poco o niente delle sue apparizioni ne "Le ferite originali").
 La storia inizia più o meno un anno dopo il libro precedente. 

 Julian è stato un anno a Tokyo dove, oltre a imparare la lingua, ha appreso la straordinaria arte di scomparire completamente in una grande città.

 E' una cosa che soffrono molto tante persone quando, per ragioni di studio o lavoro, se ne vanno da paesi o cittadine piccolissime per approdare in megalopoli più o meno mega: nella grande città non sei nessuno, non sei importante (quasi) per nessuno, nessuno ti conosce e, tendenzialmente, è interessato a farlo. Sei solo in mezzo a milioni di persone che se la passano quasi come te.

 Ad alcuni questa cosa fa impazzire, ad altri piace da morire. Julian fa parte della seconda categoria visto che ha passato una vita a cercare di fondersi col paesaggio nel tentativo disperato di diventare il collante trasparente della sua dissennata famiglia.

 Eppur c'è della vita in quel suo esilissimo corpo che non nutre quasi mai, impegnato a trascinarsi in giro fingendo di non cercare niente e in realtà sempre alla disperata ricerca di non andare mai sotto il pelo dell'acqua. Devo andare sott'acqua, si dice, ma poi sa che non ci andrà mai, perché vuole sparire, ma non vuole morire.

 Il libro scorre via veloce, tra incontri fugaci in un'estate milanese che solo chi ha passato un'estate a Milano sa quanto sia terrificante (ragazzi, il caldo, il caldo che fa in questo posto in estate mi terrorizza per tutti i restanti mesi dell'anno): trentenni che si lamentano (mai nessuno fu più specialista di noi), padri che non capiscono bene quale genetica abbia assegnato loro determinati figli (non solo i figli si chiedono perché hanno certi padri), webstar sull'orlo della dissociazione, amici multietnici in una Milano futuristica.

 Ecco, Milano, a leggere questo libro sembra il posto fantastico dove qualunque giovane italico assetato di futuro vorrebbe vivere: multietnico, quartieri favolosi, celebrità web ad ogni angolo, architettura siderale con la periferia e il centro che distano venti minuti di tram (anche mezz'ora, ma se venite da Roma mezz'ora di tram è praticamente centro città).
 Il posto dove vorresti vivere, poi realizzi, come me, che ci vivi e, beh, si sta benissimo (a parte d'estate dove ti maledici per la tua sconsiderata scelta), ma non siamo ancora alla Tokyo italiana (ma bisogna lavorarci).

 E' un libro solo all'apparenza leggero che racconta un enorme peso interiore, la voglia di potersi permettere di essere sé stessi e il dramma di non riuscire a concederselo.

 Julian non si odia, la sua non è una storia di generico malessere giovanile dovuta al male di vivere o a una famiglia disastrosa. Dà l'impressione che anche senza di essa non avrebbe avuto una vita semplice perché non se la sarebbe permessa.

 E' una di quelle persone perennemente protese verso un'ideale di felicità perpetua generale irrealizzabile: nessuno deve ferirsi, nessuno deve essere infelice, tutto può essere riparato. E siccome ogni cosa ha un prezzo, il sacrificio sarò io.

 Ma la vita non accetta (sempre) sacrifici volontari, non ne ha bisogno, perché ha una direzione che non possiamo governare da soli.

 Il libro racconta l'estate di questa consapevolezza, l'idea di un'onnipotenza adolescenziale che fa i conti con l'età adulta incalzante.

 E certe volte, anche se ce l'hanno spesso raccontata in un altro modo, non è per forza un male.

venerdì 16 maggio 2014

Le cinque cose da non fare in libreria secondo me medesima (ossia una libraia): essere tristi, non maltrattare i librai, evitare domande ovvie e saper quel che si vuole, tanto per iniziare.

Come scritto su fb, ieri mi è capitato di leggere l'articolo di Libreriamo Le cinque cose da non fare in libreria
Sì, sto parlando con te.
Dopo aver letto il titolo penso: ah, finalmente qualcuno ha visto la luce e ha deciso di consigliare adeguatamente il prossimo suo.  Leggo poi l'articolo e scopro che non è serio, cioè i consigli che dà sono quelli da "cliente che non smette mai di sognare". Sostanzialmente non devi annusare i libri, sorridere loro, uscire scontento dalla libreria, entrare correndo entusiasta e mettere a posto i libri (precisiamo, se ne vedo uno voltato lascialo lì che non è casa tua).
 Poiché secondo me queste sono TUTTE cose che in libreria si devono fare, ho deciso di stilare per i clienti, una sorta di mio decalogo ideale delle cose da non fare in libreria, quelle vere però. Ora, io non becco mai gente che annusa i libri, ma dovessi trovare qualcuno non mi scandalizzerei, anzi. Inoltre sorridete e siate entusiasti, mica lavoriamo in un monastero! Ci fa felici vedere qualcuno very happy in giro, e poi non temete di parlare coi libri, io magari sarò fuori di testa o faccio troppi turni da sola, ma faccio spesso lunghe chiacchierate con loro. "Devo renderti o no?" "Cosa devo fare con te? Ti ho esposto ovunque, sei bello, ma non vendi, perchè??" "E tu, orrido libro, spiegami perché vendi nonostante la tua oscena copertina, qual è il tuo segreto"? Il giorno che mi risponderanno pure, internatemi.
 Ma andiamo a vedere cosa NON fare in libreria sul serio:

NON TRATTATE IL LIBRAIO DI TURNO COME UN SERVO/MENTECATTO:  
Non siamo Dobby sappiatelo
Capisco che in ragione dei soldi che vi siete guadagnati magari tenendo a bada a vostra volta orde di persone spesso insopportabili, pretendete devozione e riguardi, tuttavia ricordatevi che in negozio vi sono (ancora) persone e non robot. 
 Sono esseri umani che richiedono l'uguale cortesia che voi pretendete. Certo, molti di noi alla fine, dopo anni di maltrattamenti diventano diffidenti e magari vi fissano con sguardo torvo, ma magari sono ore che tengono a bada clientela ingestibile. 
 Sappiate che quando un libraio risponde in modo brusco a qualcuno gentile poi viene assalito per ore dai sensi di colpa, pare che ciò invece non succeda ai clienti. Analogamente, sapere la collocazione, il contenuto, la reperibilità, la distribuzione di migliaia di libri non è facile come molti pensano (in quanti scrivono persino qui che fare il libraio in realtà è solo mettere in ordine alfabetico libri di cui ignoriamo il contenuto!). Capire se un libro è ordinabile o meno non richiede due secondi netti come molti clienti scocciati pensano. Se il libraio ti dice che deve chiamare una casa editrice ignota, chiedere le condizioni di vendita, capire come farselo spedire perché non ha distribuzione ecc. ecc. non è un cretino, ma una persona che vuole renderti un servizio e magari evitare che torni dopo tre settimane senza aver ricevuto il tomo e insultandolo. Pensate che magari dall'altra parte c'è qualcuno che sta cercando di fare un buon lavoro e non un cretino messo a caso. Non so, così, fatevela passare per la mente questa stramba idea.

TENTATE DI NON FARE DOMANDE LAPALISSIANE:  
E' una libreria, non siete in "Labyrinth"
Quando un cliente entra in negozio pum il suo cervello si spegne spesso all'istante.
 Si assiste ad una sorta di istantanea regressione infantile in cui l'essere umano ritorna allo stato di pupo. Dove sono? Chi sono? Perché sono qui? Quindi inizia a inondare i librai che magari stanno servendo altri clienti con domande come: posso uscire di qui? Indicando il muro. Oppure trovare impossibile uscire e entrare dalla stessa porta. Gli dici di guardare il libro in basso a destra e vanno a sinistra, gli indichi una proposta di libri su un lato e loro si mettono a fissare l'estintore protestando "Non vedo libri!". L'orientamento viene perso e persino il concetto di "Vada in fondo alla sala" li sconvolge. Non parliamo poi dell'immane fatica che pare comportare fare 10 metri a piedi: "Il libro è laggiù? Ma io non ci vado! Che scherziamo?", manco gli dicessi di scalare il Cervino. Chiedono se vendi pomodori, se fai fotocopie e perché non gliele fai, dov'è 'sto cazzarola di bagno, se esiste l'edizione economica di un libro uscito il giorno stesso. Forza ragazzi, capacità di ragionamento, ce la possiamo fare, ce la possiamo fare.

SAPPIATE QUELLO CHE STATE CERCANDO:
"Che libro cercavi?" "Eh non me lo ricordo" "Aspetta,
ti leggo la mano così lo capirò subito."
 L'ho ripetuto settemila volte. Il libraio è lì per vendervi le sue merci, nulla lo rende più felice, ma voi dovete sapere cosa volete! Andate forse da H&M a chiedere un vestito che non sapete se è un pantalone, una maglietta o un cappello? Entrate in pasticceria e chiedete alla tizia al banco di indovinare il vostro gusto della giornata dicendo solo che "Vi piace il dolce"? Non credo. Allora entrare in libreria e chiedere di portarvi tutti i libri sulla II guerra mondiale mentre siete seduti su una sedia a sbocconcellare biscotti, non ha senso. Non ne ha chiedere libri sulla "Luna" senza sapere se volete un romanzo o un libro di antropologia. Il libraio non ha il dono dell'onniscenza a pretendere che vi porti tutti i libri presenti in libreria che nominino il nostro amato satellite è impossibile (oltre che inutile). Non dico che dobbiate per forza conoscere la bibliografia che vi serve, ma almeno sapere se quando chiedete qualcosa di "COMUNICAZIONE" vi riferite all'ingegneria o alla pnl, sarebbe quanto meno auspicabile. Non che al libraio non vada di lavorare, ma il dono della lettura del pensiero e della veggenza non ci è ancora stato dato in dotazione. Un'altra cosa. Le rassegne tv e stampa. So che dirmi che "una trasmissione che fanno sempre alla quattro di mattina su radio 54 ha nominato questo libro di cui non ricordo l'autore" per voi è già un'informazione, ma lo dico: i librai non vengono forniti di un elenco di tutti i libri che vengono nominati sui mezzi di telecomunicazione giornalmente. Non dico che non sarebbe utile, dico che non ce l'abbiamo (e nè io sono obbligata a fare i compiti a casa e vedermi Augias e Fazio per sapere cosa mi chiederete il giorno dopo).

PER FAVORE SIATE FELICI: 
 Per favore entrate in libreria e sorridete. Non fate la faccia di chi va al patibolo e deve spendere soldi in qualcosa che non è cibo, macchine e vestiti alla moda. I libri sono meravigliosi, un libro ti cambia la vita, una giacca nuova no (può migliorarti la giornata, ma certo non correrà il rischio di rimanerti dentro per sempre). Leggere è una questione gioiosa, non è un dovere (a meno che non stiate studiando esami all'università che non c'entrano niente col vostro corso di laurea), è un piacere. Fatevi dei gusti personali, rischiate, parlate ai libri, sfogliateli, leggeteli pure (magari lavatevi, non sapete quanta gente che non si lava viene in libreria), se vi piace annusateli pure, ma dio santo sorridete. I librai innanzitutto non stanno lì a guardare quello che fate. Certo se vedo uno che inizia a leccare un libro (accaduto) mi inquieto un attimo, ma a meno che voi non abbiate una qualche perversione sessuale che implichi dei libri e soprattutto la libreria, potete sfogliarli, amarli e pure lasciarli infine lì perché costano troppo.
 E sì potete uscire persino scontenti che se entrate per cercare 10 libri e non ne trovate nemmeno uno, si rosica. Se l'ultimo libro della vostra scrittrice preferita è da dare alle fiamme uno se la prende, se c'è il maniaco di turno che ti rovina il pomeriggio uno vorrebbe percuoterlo. La libreria è un luogo che dà gioia, ma anche irritazione. Lo so benissimo.

RICORDATEVI CHE IL LIBRAIO NON E' UN ECTOPLASMA E SENTE QUELLO CHE DITE:
So che molti sono della scuola dell'immedesimazione organica col posto di lavoro, ma se voi state lì a dire che il libraio è un deficiente davanti a lui o che tutti dovremmo chiudere e Amazon dovrebbe regnare, che siamo dei dementi che vivono nel passato dei libri di carta o mentecatti che non conoscono l'ignoto libro che cercate, il libraio ecco potrebbe offendersi. Certo, voi lo state dicendo alla vostra amica e non a lui direttamente, ma se siete a cinque centimetri di distanza le leggi della fisica ci dicono che il suono si propaga. Alcuni sono raffinatissimi: parlano con te, poi fanno una pausa e ti insultano con l'amica che annuisce, poi riprendono a parlare con te. Ve lo dico, siamo esseri senzienti e corporei. Quando in metro mi capita di incontrare dei clienti abituali mi fissano come a dire "Oddio, ma allora esisti e vivi e ti muovi fuori da quel luogo!". Ebbene sì ragazzi.

METTERE A POSTO O NON METTERE A POSTO I LIBRI?: 
Lasciate lo sporco lavoro a chi è del mestiere
 La strada del diavolo è lastricata di buone intenzioni. 
Se vedete semplicemente un libro messo al contrario ve lo dico, potete metterlo al dritto senza problemi, idem se vedete alcune pagine piegate: nessuno è mai morto per aver osato distendere un po' di carta. Discorso diverso è quando vedete delle pile disseminate a caso e pensate di far cosa gradita risistemandole o i libri sugli scaffali non vi pare che seguano l'alfabetica e sono mescolati.  Fermi tutti! Magari quella sezione è in ordine per editore o per titolo o per argomento! Voi pensate di sistemare e invece state per rendere la vita impossibile a un libraio. E' vero, sistemare è compito nostro, non solo perché è il nostro lavoro, ma perché ci sono delle regole, magari non evidenti da seguire. Al massimo, se vi sentite servizievoli, portateceli, ve ne saremo grati.
 Sappiate che alcuni clienti poi fanno del loro peggio per renderci la vita impossibile scombinando VOLONTARIAMENTE alcune sezioni. I malvagi puntano un settore e lo mandano all'aria con regolarità. Non so che perversione sia, ma è meglio per loro se non sanno dove lavorano: potrei andare lì e rendere la loro vita lavorativa mooooooolto difficile.

Et voilà!


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