martedì 14 giugno 2022

"Come fu che organizzai la mia unione civile" per la prima volta a Brescia il 19 Giugno da Pianeta Viola!

Come ormai saprà chi segue il blog da eoni, nel 2018 mi sono unita civilmente con la mia Dolcemetà.

 All'epoca, per stemperare la tensione di un'organizzazione da grande evento (partita come al solito in sordina al grido di "Ma no, faremo una cosa piccola" e presto degenerata), feci un po' di fumetti al riguardo.

 Erano anche i primissimi anni post legge Cirinnà quindi tutto era molto peculiare (non so quanto siano cambiate le cose in 4 anni, non so perché ma mi sento poco) per i fornitori, per l'ufficio dell'anagrafe, per i parenti e per tutte le persone con le quali avevamo a che fare.

 In anagrafe (NB Milano) fioccarono domande assurde, prima tra tutte "Dove sono i vostri mariti?".

 I fornitori ebbero sentimenti altalenanti, che andarono dai negozi di abiti da sposa che penso vorrebbero solo unioni civili tra donne per poter fare doppio incasso faraonico, alla commessa di un negozio di bigiotteria di famosa catena che arrivò ad abbracciare Dolcemetà modalità orso Yogi.

 Fu una storia di molti coming out, di genitori in pensiero, di fotografi che non sapevano come dividere il tempo tra le spose e di padri che cercavano di propinarmi tailleur pantalone perché "E' una cerimonia civile".

 Due anni fa, durante il lockdown, ridisegnai tutta la storia da capo, dandole una sua fluidità, e vi aggiunsi alcuni pezzi pedagogici sull'approvazione della legge, sull'omofobia, sul legame tra omofobia e statistiche delle unioni civili e via discorrendo. Speravo di poterlo pubblicare ma poi pufff, dopo molto rimandare non se n'è fatto nulla.

 Vorrei trovare un altro editore, ma intanto le amiche di Pianeta Viola di Brescia mi hanno invitato e siccome il libro è mio, me lo gestisco io e presto alcune copie autoprodotte saranno tra le mie mani, pronte a farsi vedere e comprare il 19 Giugno lì nelle terre natie di Dolcemetà!

 Poi si vedrà. Se appare un editore tutto ok, altrimenti 10 100 1000 di queste autoproduzioni e si comincia a vagare per l'Italia, ospite spero di tante amiche e amic*!

NON MANCATE IL 19 GIUGNO A BRESCIA, 18:30, SPAZIO ILLICH VIA DEI MILLE 22!



lunedì 16 maggio 2022

Ehi sono ancora qui (non vi libererete facilmente di me)!

Era dalla nascita di questo blog, che proprio questo mese compie 9 anni che non passavo tanto tempo senza aggiornarlo.

 Probabilmente, quando si porta avanti un progetto per tanto tempo, è inevitabile che ci siano dei momenti in cui si può dare tutto e momenti in cui, per assurdo che sia, anche un post al mese diventa difficoltoso.

 Non ho nessuna intenzione di abbandonare questi lidi, sono solo vittima di una particolare congiunzione astrale studio-lavoro. Presa da una certa ansia di aggiornarmi dopo aver cambiato lavoro e vita, mi sono iscritta a un master molto bello, ma molto più denso del previsto, e qualcosa infine ho dovuto metterla in stand by.

 Ma non temete, questo luogo continuerà ad esserci e prima o poi tornerà al suo splendore primigenio! Mi ha dato talmente tanto che ho un lungo debito di riconoscenza nei suoi confronti.

 Nel frattempo, fb e ig continuano a essere aggiornati e, spero, a giugno dovrei far uscire qualche copia autoprodotta del fumetto sulla mia unione civile (anche lì, una lunga storia che un giorno racconterò).

 Buona serataaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!




domenica 27 febbraio 2022

Il corpo è minore se non riusciamo mai a liberarci dello sguardo degli altri. Una recensione di "Corpi minori" in una Milano crudele che dona, brilla, pretende e divora

 E' un po' complicato scrivere questa recensione su “Corpi minori”, secondo romanzo di Jonathan Bazzi, astro nascente della narrativa italiana, celebratissimo dopo lo splendido (a me piacque davvero tanto) esordio, “Febbre”.

Tuttavia, sebbene tema, vista l'interminabile ondata di recensioni lusinghiere, di attirarmi gli strali di chiunque, ci tenevo a farla.

 Quando scrissi la recensione di “Febbre” ebbi l'impressione che il suo allora editore, Fandango, non avesse ben capito la bomba che aveva tra le mani e, nel tentativo (giusto a livello commerciale) di dargli maggiori pezze di appoggio, avesse puntato a presentarlo come un libro in cui si parlava anche della condizione contemporanea di qualcuno che ha fatto coming out come sieropositivo.

 In verità, come ormai ben sappiamo, quel libro parlava di altro: una giovane vita con una sensibilità altissima e un certo personale grado di inquietudine ed eclitticità immersa in un contesto familiare e periferico che di sensibile ed eclettico non aveva niente.

 Ho come la sensazione che anche “Corpi minori” sia un libro presentato (in realtà in questo caso anche pensato) con un certo tema di fondo, ma che in realtà sarebbe stato molto più efficace e sincero se si fosse accorto di parlare di altro.

 Sin dall'incipit che dal titolo che dalla frase scelta su retro della copertina, si evince che l'idea di fondo sia quella di presentare una sorta di educazione sentimentale dell'autore/protagonista (essendo, anche questo un memoir) nei confronti della persona amata e nei confronti di Milano.

 In verità, il libro, a mio parere è una grande occasione persa per parlare di qualcosa che affiora e si prende continuamente la scena, in qualsiasi momento, e che divora le varie storie sentimentali e i molti discorsi in cui l'autore si aggroviglia.

 Dico questo, subito, perché a me piace moltissimo come scrive Bazzi, ma non quando usa molti lunghi periodi circonvoluti per giustificare azioni discutibili agli occhi del lettore.

 Non sta alla narrativa essere accomodante, ma se ti esponi al giudizio poi non è scontato che io riesca a empatizzare perché qui e lì scodelli qualche lunga dissertazione sui corpi desideranti.

I corpi desideranti non sono comunque autorizzati a fagocitare le esistenze altrui.

Ma andiamo un po' oltre, perché su questo, tornerò. Il vero tema del libro, quello che si prende la scena è evidentemente MILANO.

 Milano è una città difficile da capire per chi non l'ha vissuta, come in verità tutte le città.

 Ma soprattutto è una città difficile da capire per chi non l'ha vissuta senza avere soldi o una famiglia dietro.

 Lo dico con la massima cognizione di ogni causa. Quando andai al nord, avevo letteralmente 500 euro in tasca, senza aiuti, e ho vissuto numerose situazioni picaresche che ho rivisto con una certa dose di empatia nel libro di Bazzi.

 Premetto. Non ho mai subaffittato niente a nessuno né mi sono mai permessa cose che il mio ignobile stipendio di molti anni non mi abbia concesso di fare. Lo sottolineo perché Milano è una città incredibilmente diversa, e sottolineo INCREDIBILMENTE, per chi ha e non ha i soldi.

Non è solo questione di affitto, è questione di opportunità.

 Assai più di qualsiasi città italiana, Milano è un posto dove qualcuno di brillante, pur non essendo necessariamente figlio di qualcuno, può farcela. Questo non significa che sia un paradiso meritocratico, anzi, l'alta borghesia riserva sempre le giuste quantità di posti di lavoro sopra una certa RAL ai propri rampolli. Lo fa in tutti i settori, dal commercio all'editoria, dalle multinazionali al mondo culturale.

 Diciamo che, vuoi perché comunque si percepisce che i povery talentuosi possano essere un valore aggiunto, vuoi che ci sia ancora adesso una disponibilità lavorativa assai più elevata del resto d'Italia, ci sono molte variabili impazzite. Io, lo ammetto sono stata una di queste (ho svolto un lavoro che mai pensavo nella vita, ovviamente con un RAL da povera perché poi bisognerebbe anche aprire una discussione su questo, ma non qui).

 La variabile impazzita però non può essere presa come regola e cancellare tutte le persone che, non potendosi permettere stage non pagati e master esosi, si trovano a fare lavori malpagati vivendo in posti indecenti (ci ho vissuto anche io), affittati a prezzi da strozzini da gente o fondi immobiliari che posseggono interi palazzi. 

 Non può far dimenticare il fatto che a Milano paghi tutto e paghi tutto tanto e che questo, mi spiace, non sia giustificato da niente. Io sono anni che sono inferocita con l'idea delle gabbie salariali perché non c'è nessun motivo per cui uno stipendio del nord debba valere più di quello del sud solo perché al nord si specula con maggior follia.

Sulla Milano stratosferica e sbrilluccicante che tutto ha da offrire a chi viene dalla sua periferia o dal resto d'Italia, ma solo se sei hai il cash giusto, ci sarebbe da scrivere un libro di epica generazionale.
  E, in parte Bazzi sembra, qui e lì, che desiderasse quasi scriverlo.

 Per qualche motivo però ha deciso che no, il suo sarebbe stato un romanzo d'amore in cui spiegava una cosa in verità non molto interessante: ho un fidanzato bramatissimo, ma a un certo punto mi sembra di non amarlo più, cerco di capire perché, in qualche modo lo capisco (anche se nel libro onestamente non è molto chiaro cosa succeda a tal proposito) e via come se non fosse mai successo niente.

Non voglio essere brutale e non mi permetto di giudicare l'interiorità e il vissuto di Bazzi, ma analizzo il modo in cui l'ha raccontato e in cui l'ho percepito.

 Il racconto sull'emotività dell'autore, onestamente, non è che abbia fatto grande breccia nel mio animo.  La freddezza con cui liquida il povero primo fidanzato che lo mantiene per anni, il modo feroce col quale giudica praticamente tutti coloro che incontra, tentando di capire quasi sempre come sfruttarlo al momento a suo vantaggio, il suo vagare per università proposto come inquietudine di vita e morale non è che sia proprio la lettura più digeribile del mondo.

 Il libro mostra un autore che in parte, ripeto, si espone al giudizio altrui senza farsi sconti, ma in parte sembra nascondere un approccio incredibilmente egoriferito dietro a contorti concetti filosofici rubati qui e lì da insegnanti e autrici. Una citazione di De Monticelli o Stein è inutile se il libro non riesce andare oltre a una superficie e questo desiderio tra essere e apparire esplode anche a livello universitario.

Posso studiare alla Statale, ma perché non andare al San Raffaele? La scuola dei ricchi milanesi, simbolo e status?

Il problema, in generale, di tutto il libro, secondo me si esplicita proprio lì. 

 Bazzi non sembra avere non dico una coscienza politica o di classe, perché mi rendo conto che sono termini desueti, ma una coscienza del fatto che provenire da un ambiente sociale considerato minore è una percezione che introiettiamo dagli altri, ma quando esci dall'adolescenza, deve smetterla di essere un tuo problema.

Non c'è nulla da dimostrare, nessun simulacro a cui aggrapparsi, nessuna università cool da frequentare, nessun circolo di poetesse che fanno yoga e sussurrano alle orecchie, o credulerie sulla cabbala assieme a Paola e Chiara a cui aggrapparsi.

 La Milano di adesso si basa tanto su questo equivoco: l'idea che maggiore è lo splendore sociale che puoi dimostrare, maggiore sarà il tuo valore. 

 Quindi la laurea vale di più se è privata, sei più giusto se fai un lavoro fighissimo pagato una miseria e non il commesso da Zara con uno stipendio da CCNL del commercio, lo psicologo che ti cura è bravo solo se lo paghi tanto.

Non c'è valore oggettivo della persona, c'è il valore che quella persona può mettere sul piatto perché tutti lo ammirino. Partendo da questo presupposto, è ovvio che non si possa mai uscire dall'idea che comunque i natali te li ha dati la temibile Rozzano.

 Ed è proprio per questo motivo, credo, immagino, Bazzi non sia riuscito a scrivere un racconto picaresco sulla Milano brillante e feroce di adesso. Un enorme circo dove puoi ambire a tutto, ma il tuo valore è deciso, se non dalla famiglia, dal cash, e se non dal cash dai posti che frequenti, le persone che conosci, i circoli esclusivi dove bazzichi.

Ed è, sottolineo, un'epica oscura della città che ha radici profonde. 

 Se si legge Bianciardi, Milano è sempre stata così: pronta a ingoiare i suoi abitanti non integrati, a succhiarne lo spirito dopo avergli offerto opportunità che altrove sarebbero impossibili. Non puoi vivere da nessun'altra parte, ma se ci vivi, se non stai molto attento, ne vieni spolpato.

 Ma Bianciardi aveva una coscienza di sé, di ciò che era rispetto a Milano, del rancore e della riconoscenza che le portava, del dolore che questa città gli infliggeva e della riconoscenza che le doveva, che Bazzi non sembra neanche lontanamente contemplare.

 Milano è il posto dei sogni, un parco giochi che però caspita costa e allora troviamo un pollo a cui affibbiare quasi tutto l'affitto, della scuola privata da fare anche senza i soldi per farla, della voglia di viverci, ma di lavorare anche no, di mollare l'affitto non pagato ai coinquilini e di schifarli pure anni dopo. 

 Cosa c'è oltre al corpo desiderante che desidera e fagocita e pretende e fagocita in nome di un passato di svantaggio che pone in perenne condizione di risarcimento sociale?

Cosa c'è oltre alla citazione filosofica, se poi la città (e quello che ti fa) non riesci a vederla?

 Mi spiace, ma il libro, pur scritto davvero bene, per me è un'occasione mancata. Il memoir è un genere che dovrebbe andare oltre alla pirandelliana visione della realtà, raccontarci qualcosa anche di noi, cosa che in "Febbre" succedeva. 

 In "Corpi minori", personalmente, questa astrazione almeno io non l'ho avuta e, onestamente, le recensioni basate sullo sguardo borghese che gioisce del giovane autore che viene dalla periferia (consiglierei sul tema la lettura di quel capolavoro che sono le pochissime pagine autobiografiche di Scerbanenco), mi sembrano solo una conferma della mia sensazione generale.

domenica 13 febbraio 2022

Il lavoro, questo sconosciuto. Tra Aggretsuko e "Un lavoro perfetto" di Kikuko Tsumura, la grande scomparsa del lavoro dai grandi temi della narrativa

 E' una strana faccenda quella del lavoro al giorno d'oggi.

 Pur essendo la cosa più pervasiva della nostra vita, il luogo (oddio adesso con lo smart working è spesso un metaluogo) in cui passiamo più tempo e che assorbe la maggior parte delle nostre energie, pur essendo ciò che sostanzialmente determina se mangeremo, se avremo un tetto sopra la testa e altre facezie similari, è forse uno dei grandi temi meno indagati dal mondo audiovisivo e letterario.

 Al cinema non ci sono vie di mezzo.

 Si passa da situazioni sociali di indigenza totale o a un mondo meraviglioso e completamente immaginario e probabilmente qualche trenta-quarantenne vive sul serio, ma non io e neanche le persone che conosco (che non sono neanche così poche, anche se mi rendo conto che la classe sociale fa molto).

 Apprezzo che non si attribuisca alla mia generazione quella nevrosi da matrimonio imposto che in effetti si è smesso di vivere, (da questo punto di vista siamo indubbiamente più tranquilli dei nostri predecessori e abbiamo imparato dagli orribili film di Muccino), ma quello splendido universo fatto di case di design, lavori fighissimi e un tenore di vita che adesso può permettersi solo chi è ricco di famiglia, non fa che aumentare quella sensazione di disagio che provo spesso.

 Mi chiedo sempre perché solo io sono molto arrabbiata per le condizioni lavorative in cui versiamo, strabilio quando la gente si mette a discutere con me quando dico cose ovvie come "Se uno lavora dovrebbe essere pagato" (infiniti i distinguo sul tema che vanno dal povero imprenditore che paga tante tasse all'importanza di formarsi in eterno per essere il lavoratore perfetto che un'azienda cerca per circa 3 minuti ogni 5 noviluni quando Venere è in quadrante), mi abbatto e al contempo ho istinti di rivoluzione bolscevica quando scopro che la gente non solo accetta di non ricevere un compenso, ma ha anche un certo moto di fastidio se le fai notare che spaccarsi la schiena per un rimborso spese non ha nessun senso logico.

 Mi guardo attorno e nessuno parla mai davvero di lavoro se non quando qualcuno ne muore. 

 E anche lì, sono mesi che seguo con molta attenzione la vicenda della giovane dottoressa morta in Trentino a seguito di presunte (scrivo presunte perché fino ai tre gradi di giudizio si passano i guai) vessazioni, mobbing e bossing sul posto di lavoro.

 Lo seguo perché in passato alcune di quelle cose sono capitate anche a me e ho provato a parlarne con qualcuno, ma lo scetticismo generale (oltre a un certo fastidio) impongono poi un silenzio imbarazzato.  Devi andare avanti. Se sei fortunat* ci vai. E io in effetti ci sono andata. 

 Ma questo mi ha reso ancora più arrabbiata verso chi dipinge una generazione travolta da lavori favolosi e fantasiosi che nella realtà sono spesso trappole con orari assurdi e stipendi da fame, solitamente in mano ad un'élite di persone per puro merito ereditario o comunque estremamente caldeggiato dal milieu sociale di provenienza.

 Per dare una misura dell'imbarazzo in cui la produzione letteraria e audiovisiva versa, l'unica serie in cui ho visto vagamente affrontare il problema delle sottili trame psicologiche che possono rendere la vita lavorativa un inferno è stata Aggrestuko (per chi non sapesse di cosa parlo, potete andare qui).

So che molti non hanno apprezzato la nuova serie e in effetti anche io l'ho trovata sul finale un po' stralunata come se l'autore non sapesse bene come uscirne. Per il resto però i passaggi in cui il direttore delle risorse umane, il capo ufficio e il CEO collaborano per indurre i lavoratori al licenziamento, è forse una delle cose più veritiere che ho visto produrre sul mondo del lavoro negli ultimi anni.

 Forte di un immaginario statunitense, il mondo del lavoro che vediamo narrato ha sempre qualcosa di estremamente fiabesco.

 Il lavoratore/eroe del racconto è vessato e poco apprezzato nonostante le sue potenzialità. 

 Di solito la colpa non è solo del capo malvagio, ma anche sua perché è troppo timido, non si impegna o osa avere una vita privata. Accade qualcosa che porta il lavoratore a decidere se soccombere o sopravvivere ed egli, facendo sforzi sovraumani, andrà oltre i suoi limiti e diventerà il lavoratore modello (o se è donna sceglierà la famiglia o un lavoro più consono all'equilibrio tra vita privata e lavorativa).

 Quest'idea che il lavoratore sia sempre in qualche modo co-colpevole del proprio disagio è inquietante ed è solo l'ultima delle evidenti prove che il capitalismo ha vinto perché ci ha, come ne L'invasione degli ultracorpi, letteralmente svuotati di noi stessi e trasformati in altro.

 

Forse non a caso, essendo il Giappone un posto dove esiste una parola (karoshi) per indicare la gente che muore di super lavoro, mi è capitato di leggere anche un libro dedicato al mondo del lavoro: "Un lavoro perfetto" di Kikuko Tsumura.

 Non ne avevo letto recensioni positive, ma a posteriori ho come la sensazione che molte di esse dipendessero più dalle aspettative sul libro che sul libro stesso.

 Se si parla di lavoro l'idea, probabilmente, è che l'argomento debba necessariamente essere affrontato con la gravità che gli compete.

 In realtà il lavoro è un macrotema, come l'amore o le relazioni, quindi meriterebbe non dico altrettanti testi, ma molti punti di vista differenti e anche racconti che ondeggino tra la satira, la commedia, il reportage sociale per carità, e la psicologia.

 Quindi non ho trovato strano che il libro avesse dei toni più leggeri del dovuto nell'affrontare in verità un punto molto interessante: è possibile vivere il lavoro in un modo non totalizzante?

 La protagonista, dopo un burn out, si mette alla ricerca di un lavoro che sia il meno impegnativo possibile dal punto di vista mentale. 

 In questo la aiuta una sorta di navigator (a quanto sembra in Giappone l'idea del navigator funziona) che le propone di volta in volta lavori potenzialmente molto semplici, ma sempre con un tocco un po' surreale: guardare video di videosorveglianza per scoprire dove si trovi la refurtiva nell'appartamento di uno scrittore, appendere manifesti in giro per il quartiere, recuperare persone perdute in giro per un parco pubblico.

 Devo dirvi che mi sono immedesimata tantissimo nella protagonista perché anche io ho vissuto dei mesi in cui l'ultima cosa che volevo era un lavoro che mi impegnasse a livello mentale. Attualmente sembra che l'unico rapporto di lavoro benvisto e possibile nei confronti del lavoro sia un rapporto di totale assorbimento.  

 Noi dobbiamo farci assorbire dal nostro lavoro, qualsiasi altra modalità è vissuta con sospetto e anche una certa nota di biasimo.

 Nonostante i suoi buoni propositi, la protagonista si trova impelagata in una serie di situazioni che rendono ogni lavoro potenzialmente stupido, di colpo molto più impegnativo.

 In parte sono le richieste aggiuntive che ogni datore di lavoro fa in modo più o meno esplicito, in parte però c'è anche la sua volontà e il fatto che sia una donna molto intelligente e intuitiva. Non sono solo le pressioni esterne a spingerla a rendere più impegnativo il suo lavoro, ma anche la sua intelligenza impedirle di vivere in modo automatico anche l'impiego più semplice.

 Una sorta di trappola perfetta, alla quale riesce a sfuggire di volta in volta solo chiudendo il rapporto lavorativo.

 I capitoli, ognuno dedicato a un lavoro diverso, sono sostanzialmente dei microracconti e il finale è molto consolatorio e giapponese.

 Tuttavia il punto a mio parere è stato centrato: è possibile decidere volontariamente quale sarà il nostro rapporto col lavoro? Non sottovalutiamo tutti i fattori che come esseri umani e non automi ci rendono da una parte fallaci e dall'altra spesso troppo intelligenti per mansioni che svolgiamo o veniamo costretti a svolgere? 

 Quanto controllo abbiamo sul nostro lavoro e quanto il lavoro e le persone che ne fanno parte hanno controllo sulla nostra vita?

 Sono questi grandi temi sui quali amerei leggere molti romanzi, oltre alle dinamiche del sole cuore amore, delle famiglie disfunzionali, dei dilemmi interiori che ci macerano.

  Il lavoro non è solo il casuale sfondo per qualche dinamica relazionale o il romanzo alla Zola con grande affresco storico e drammatiche lotte sociali. Non è neanche un tabù, come invece sembriamo trattarlo sia nella vita reale che in quella di finzione.

 Il lavoro deve tornare ad essere centrale nel discorso, in tutti i discorsi e nella narrativa.

 Narratori di oggi e di domani, ci siete?

 

venerdì 14 gennaio 2022

Piccole recensioni tra amici. Due recensioni perdute di halloween: "Lucifero e la bambina" di Ethel Mannin e "Il seme del male" di Joanne Harris

Ebbene, sono rimasta indietro di una cosa come 74396401 post, quindi stasera mentre Dolcemetà guarda l'ennesima serie di RuPaul (ma quante ne esistono?), ho deciso di terminare una bozza che avevo iniziato ad halloween e mai terminato.

 Spero di scrivere a breve il post su "Tempi eccitanti" di Noise Nolan (che mi è piaciuto abbastanza) e "Un lavoro perfetto" di Kikuko Tsumura (che mi è piaciuto moltissimo).

Per far sì che ciò avvenga, smetto di perdere tempo e vi lascio alle mie letture della stagione di halloween, del resto non è mai troppo tardi per leggere un buon horror!

A voi!


LUCIFERO E LA BAMBINA di Ethel Mannin ed. Agenzia Alcatraz:

 L'ho detto più volte, non amo i libri che hanno per protagonisti i bambini. 

 Questo perché ricordo abbastanza lucidamente (non so se è così per tutti) cosa e come pensavo io da infante e ciò non coincide praticamente mai con quel che gli autori mettono in bocca ai loro piccoli geniali protagonisti.

"Lucifero e la bambina" dell'ingiustamente misconosciuta Ethel Mannin (no, non è un cognome veneto, c'ero caduta anche io) si è rivelato una delle pochissime issime (se non unica) eccezione a questa mia regola di base.

 La protagonista è una bambina sveglia senza essere il genio della situazione, che fa ragionamenti da bambina e che, soprattutto, vorrebbe vivere come la persona che è: un essere umano ricco d'immaginazione, fantasioso, energico, pieno di fiducia nel prossimo.

  E il libro racconta quel che succede a una bambina in un contesto di genere repressivo. Cosa vuol dire prendere una bambina ricca di vita e d'immaginazione e cercare a ogni costo di addomesticarla fino a schiacciarla.

 Il libro corre lungo il crinale del sovrannaturale. 

 Un giorno in cui tanto per cambiare si è ficcata in un pasticcio, la piccola Jenny incontra uno uomo strano e affascinante che porta sul capo due corna di caprone. Le dice di essere il diavolo e le rivela che lei, proprio lei, è una piccola strega, erede di due lontane antenate streghe e di colpo la bambina che si sentiva fuori posto, troppo diversa dalle altre coetanee, così beneducate e tranquille, sente di avere la risposta a tutte le sue domande.

Sta al lettore decidere se alla fine di questa lunga cavalcata nell'infanzia e nella primissima giovinezza di Jenny, la storia sia da ascriversi agli orrori sovrannaturali o agli orrori perfettamente reali.

 Qualsiasi cosa si decida di credere, la storia racconta molto bene, nonostante sia ambientato negli anni '30, cosa fu alla base della caccia alle streghe: il tentativo di una società repressiva, patriarcale e crudele, di annullare e divorare metà del genere umano, quello femminile. 

 Jenny non è diversa dalla stragrande maggioranza delle bambine di adesso, desiderosa di giocare senza vincoli, curiosa e molto vivace. Eppure, per l'epoca, anche una bambina vivace veniva vista dagli adulti come un'onta da sopprimere in ogni modo, con le buone quando andava bene (l'insegnante che la prende a benvolere senza però davvero comprenderla perché animata da motivi altri rispetto al benessere della bambina), con le cattive quando andava male (le percosse ripetute e violente da parte della madre adottiva, terrorizzata dalla possibilità che diventi una donna perduta come la madre biologica).

Non si sa che Lucifero faccia davvero parte di questa storia, ma quel che è certo è che l'umanità è stata sempre l'artefice di qualsiasi orribile finale.


IL SEME DEL MALE di Joanne Harris ed. Garzanti:

 Non ho mai letto nulla di Joanne Harris, famosissima autrice di "Chocolat", libro che non ho mai avuto desiderio di leggere, ma del quale, ammetto, avrò visto il film almeno 20 volte (senza mai capire la vera età di Juliette Binoche). 

 Quando ho trovato questo suo strano primo libro all'usato a ottobre ho pensato fosse davvero un'interessante coincidenza halloweenosa e così, nonostante gli sconsigli su fb, l'ho fatto mio.

 E' in effetti un'opera prima molto acerba. Ruota tutta attorno a una frase letta dalla Harris su una lapide e appare in tutto e per tutto il classico esercizio di stile da scuola di scrittura creativa: "Puoi riuscire a costruire un intero romanzo su qualcosa che ti è rimasto stranamente impresso?"

 Diciamo che la Harris ha tentato, ma non è riuscita. A mio parere non tanto per l'immaturità come scrittrice, quanto per un problema, in verità, comune a molti romanzi: l'idea di base è graziosa, ma può reggere un racconto e non un romanzo.

 Una giovane pittrice, Alice, vive una vita solitaria e poco vivace, ma un giorno riceve inaspettatamente la chiamata del suo ex fidanzato che le chiede di ospitare la sua nuova ragazza, la fragile e bellissima Ginny. Alice, sebbene infastidita, accetta, ma scopre ben presto che Ginny è molto poco indifesa e si circonda di molti amici inquietanti che vede solo di notte. Chi è davvero? Una creatura dell'altro mondo o una tossica manipolatrice?

 Alcuni momenti, come la parte stranamente action nel finale, sono più riusciti e in verità si nota già quanto la Harris avesse una mano promettente.

  Tuttavia, la storia è troppo lunga per le sue potenzialità e non mostra nessun elemento di particolare novità, come del resto sembra ammettere anche la Harris nella prefazione, quando sembra quasi scusarsi per questo suo esordio poco convincente. Cercavano una nuova Anne Rice e, in effetti, avevano trovato un talento, ma non certo del genere gotico.

 Rimane una graziosa lettura per gli appassionati del genere. Per tutti gli altri, lasciate stare.

lunedì 20 dicembre 2021

I consigli di Natale del 2021! Giappone, fantasmi, classici natalizi, Stonewall, cataclismi, Vietnam, Rosi Braidotti e molto altro

 In questo anno che ha ormai insegnato come il senso del tempo sia ormai completamente alterato, il Natale che avevo a lungo bramato è praticamente già arrivato.

  Lo scorso anno in questo periodo mi accingevo a traslocare (un trasloco interregionale a Natale durante una zona rossa non lo auguro neanche al peggior nemico) e il Natale era lievissimamente passato in secondo piano. 
 Non solo, ovviamente, niente giri natalizi causa ondata Covid, ma neanche gioie casalinghe visto che gli addobbi erano rimasti nelle scatole e non avevo neanche il tempo per dei biscotti mielosi.

 A un anno di distanza, ho fatto l'albero e oggi persino i biscotti ed ero pronta a godermi un Natale in grande stile salvo scoprire che siamo passati dal 2 al 19 dicembre non si sa come e non si sa quando.

 I miei post dei consigli natalizi sono quindi periti sotto il fuoco del mio lavoro e ho deciso di lanciarmi in questo post con brevi e si spera ficcanti suggerimenti. So che è tardi, ma insomma: le vacanze non sono ancora iniziate, sicuramente qualcuno che non avrete previsto vi farà un regalo che dovrete ricambiare, alcuni festeggiano la befana e altri fanno i regali solo la mattina della vigilia di Natale stessa.

Ma bando alle ciance e iniziamo (finalmente!):


"FUORI SEDE. VITA ALLEGRA DI UNA FEMMINISTA NOMADE" di Rosi Braidotti ed. Castelvecchi:

Rosi Braidotti, filosofa femminista nata in Italia e trasferitasi da ragazza in Australia, ha scritto un'autobiografia di sicuro fondamentale per chiunque abbia studiato il suo pensiero, parte integrante del dibattito sul post umano e la soggettività nomade. Ma anche un modo per iniziare a conoscerla se non si si è mai imbattuti in lei prima.


SE AVESSI DUE VITE di Abbigail Rosewood ed. E/O:

 Io amo tantissimo le storie d'oriente da sempre perché spalancano mondi quasi sempre ignoti alle nostre conoscenze letterarie scolastiche.

"Se avessi due vite" racconta la vita di una donna nata in Vietnam e cresciuta in un accampamento militare dove un soldato e un'altra ragazza, ritrovandosi poi a cercare il loro affetto e il loro amore in persone simili a loro anche anni dopo, quando sarà lontanissima, in America. Appena l'ho visto mi è venuta subito voglia di leggerlo, come mi succedeva di tanto in tanto con una certa foga alle superiori (e 9 su 10 il mio intuito non sbagliava mai)


RACCONTI GIAPPONESI di AA VV Einaudi ed.:

 Lo sapete, per un nippofilo che si rispetti, qualsiasi cosa sia giapponese è oro, e se è di qualità saliamo al livello del platino. "Racconti del Giappone" è curato da Antonietta Pastore (la traduttrice di Murakami) ed è un'antologia di 25 racconti di autrici e autori giapponesi e non che hanno per protagonista lo splendido (ma complesso e forse anche troppo conservatore) paese del Sol Levante.


DEMONI VENTI E DRAGHI di Andrea Feniello ed. Laterza:

 Lo so, regalare libri che ci ricordino che siamo in preda a un cataclisma può non sembrare una grande idea.

 Eppure c'è chi stempera le proprie paure con la conoscenza e trova consolatorio e speranzoso sapere che gli esseri umani, nei secoli, hanno dimostrato un'enorme capacità di adattamento alle più incredibili avversità. Ecco, mi sembra il libro del Natale perché qua o si impara a cambiare o si soccombe.

DA SOLA di Percy Bertolini Diabolo ed.:

L'ho scopertə durante il lockdown su Ig con le avventure di Zia Pane e del temibile Paolo Fox ed era impossibile non cogliere l'enorme talento di Percy Bertolini, fumettista, muralista e artista militante.

 I suoi disegni, semplici ed essenziali eppure perfetti nel loro minimalismo sono quel tipo di controcultura che amo perché comprensibile nella sua follia, mai fine a sé stessa, ma sempre fissa verso nemici molto chiari e molto potenti. 


NATALE COI FANTASMI dI AA VV ed. Neri Pozza: 

Il gioiello natalizio di quest'anno. Riprendendo l'idea vittoriana delle storie di fantasmi scritte da grandi autori apposta per il Natale, Neri Pozza traduce questa antologia coi superfiocchi. 

Ottimi autori anglosassoni contemporanei, racconti di livello che restituiscono al lettore esattamente quello che vuole: fantasmi veri, inquietudine, magioni infestate, terrori notturni e gelidi inverni. Bellissimo. Straregalatelo.

Ps Curiosamente quest'anno anche Mondadori ha fatto uscire un libro a tema Natale e fantasmi: "Il grande libro dei fantasmi di Natale". Si tratta però di una raccolta, bella cicciuta, di racconti classici.


SERIE "LA TAVERNA DI MEZZANOTTE" di Yaro Abe ed. Bao Publishing:

Netflix si ostina a privarci dei nuovi episodi, ma Bao Publishing continua invece a sfornare con una certa regolarità il manga che lo ha ispirato.

 Gli episodi del manga sono assai più brevi degli episodi tv, ma riescono così a tessere una fitta ragnatela di relazioni tra gli avventori del locale. Un mondo fluttuante moderno in cui gli abitanti della notte sfuggono alle convenzioni sociali e vivono come possono, e come vogliono.

Ps. Non è una cattiva idea allegare un cibo giappo random al libro.


NUOVE STORIE DI NATALE di Louise May Alcott ed. Clichy:

Non siamo solo noi ad avere dubbi sui regali di Natale, anche Louise May Alcott ne aveva. Al nostro contrario però, poteva scrivere un'antologia di storie natalizie tutta nuova da regalare. Ora possiamo regalarla anche noi.


LA DONNA CHE IDEO' IL CORRIERE DEI PICCOLI di Giulio C. Cuccolini ed. Comicout:

Forse non tutt* sanno che "Il corriere dei piccoli" fu ideato da Paola Lombroso che se lo vide poi scippare, col beneplacito di un patriarcale Turati, perché donna e quindi ritenuta inadatta a gestire una rivista, nonostante fosse di sua invenzione. Questo piccolo libro inizia a renderle giustizia.


PRIDE AND PUDDING di Regula Ysewijn Guido Tommasi ed.:

 Sarà colpa della regina Vittoria, ma il nostro immaginario natalizio è tragicamente permeato da suggestioni anglosassoni non ben definite. Questo rende un libro sulla storia del pudding, alimento presente nelle diete italiane solo negli ultimi anni dietetici, appetitoso e natalizio. Il classico regalo a tema mangereccio per il parente a cui non sapete cosa regalare, ma a cui tenete.


NON TOCCHIAMO QUESTO TASTO di Luca Ciammarughi ed. Curci:

Quanto è stata realmente queer la musica classica (un mondo musicale che diamocelo riesce a essere iper conservatore e iper queer al tempo stesso)? Luca Ciammarughi ha scritto un saggio che legge la musica in un altro modo, ed è sempre bello cambiare prospettiva.


S.T.A.R. di Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson Edizioni Minoritarie:

Lo spirito di Stonewall dovrebbe aleggiare tutto l'anno e non solo in estate. Questo è il libro per tenere alto lo spirito rivoluzionario in questi tempi molto bisognosi di energie. La traduzione italiana della fanzine  STAR -Street Transvestite Action Revolutionaries che raccoglie interviste e discorsi di Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson, e molto altro.


Avrei avuto ancor più suggerimenti, ma quest'anno gli archivi mi hanno inghiottita ed è andata così! Spero comunque di avervi aiutato!

sabato 11 dicembre 2021

Ne nasce uno per ogni generazione (forse). "Strappare lungo i bordi" e la conferma di Zerocalcare come autore generazionale tra voli poetici, lazial privilege e piccoli drammi della commedia umana

 Zerocalcare, Zerocalcare, Zerocalcare.

Sono giorni che anche l'Italia che non legge fumetti ha scoperto l'esistenza di quello che è l'autore fenomeno degli ultimi dieci anni. Non autore di fumetti fenomeno, ma proprio autore di tutto il comparto letterario in generale, con anzi, ancora maggior meriti perché diventarlo partendo da una forma espressiva bistrattata lungamente in Italia ha ancora maggior merito.

 E' giunto quindi anche per me il momento di fare la recensione di "Strappare lungo i bordi" (è giunto perché sembra strano che non la faccia).

 In verità non mi ci sono immediatamente buttata a pesce perché quello che per molti è una scoperta eccezionale, a me sembra in generale la conferma di un talento che già era esploso sin dal suo esordio con "La profezia dell'armadillo".

 Trovo anzi forse significativo che sia arrivato alle ancora più masse grazie a una serie che è chiaramente una sorta di rilettura, riedizione, reboot, della sua prima storia.

 "La profezia dell'armadillo" raccontava uno Zero con una dozzina di anni di meno, quindi  ancora legato a molti di quei ricordi adolescenziali che poi, nei dieci anni di vita successiva, tendono a sbiadire e perdere di significato.

  Ma la struttura narrativa è rimasta la stessa (come, più o meno, anche la trama) ed è a mio parere quella in cui la narrativa dell'autore funziona meglio: una cornice e tanti piccoli episodi tragicomici che sembrano slegati tra loro eppure funzionano benissimo.

 Trovo che i suoi tentativi di trama più romanzesca in senso classico abbiano sempre un fatale momento di debolezza come fosse quasi necessario sottoporsi, pur preferendo altro, alla grande prova della grande storia per essere considerato un vero autore. Falsità, ogni autore funziona meglio con una forma di racconto specifica, o almeno questo è il mio misero parere.

 Comunque a me sembra che "Strappare lungo i bordi" sia una conferma e che il più grande talento di Michele Rech sia in verità una qualità rarissima: egli riesce a leggere con estrema lucidità il vissuto della sua specifica generazione (che poi è anche la mia visto che abbiamo 1 solo anno di differenza). 

 Questo non è che vuol dire: ah sì, ma guarda è un attimo è, come fare la pasta col burro, ci riescono tutt*. No, in verità è una cosa difficilissima. 

 Ci si perde la ragione nelle case editrici a cercare di individuare l'autore generazionale, il Tondelli della situazione che spem di colpo mette su carta (o in video) il linguaggio, l'immaginario, i ricordi, le ansie, i sentimenti di una generazione.

 E' un mix talmente complesso da ottenere in modo naturale (di solito si procede randomicamente con buchi nell'acqua o inquietanti tentativi artificiali, non fatemi fare nomi) che può accadere non se ne trovi nemmeno uno per ogni generazione.

 Con Zerocalcare è accaduto
. Non è neanche stato subito chiarissimo, anche in ragione del mezzo espressivo. Eppure ha avuto un senso generazionale anche che abbia usato il fumetto e ora il cartone animato (dai, da millennial posso chiamarlo così). 

 Una generazione di genitori ha sottovalutato ampiamente quanto l'esposizione massiccia a cartoni e fumetti giapponesi abbia potuto insinuarsi in modo fatale nel passato e nell'immaginario dei trentenni (anche quasi quarantenni tra un po' dio mio..) odierni.

 Come in tutti i rasoi di Occam, quando la risposta più semplice è quella giusta, non riesco perciò a trovare particolare sorpresa nei confronti di quella che è un'ottima serie, nella quale Zerocalcare è stato fedelissimo alla sua produzione e a tutto quello che ha sempre raccontato nel modo.

  L'unica pecca è forse qui è lì l'essere troppo didascalico, ma perché capisco anche che a campare con 56381678 ansie finisci sempre per giustificarti pure quando non serve così eviti molte rogne. 

 E' in verità anche questa una costante della sua produzione e forse in un futuro in cui saremo vicini all'età di Gep Gambardella e sapremo coglierne l'insegnamento, si sentirà abbastanza libero per non mettere vertordicimila mani avanti non appena può.

 Ah, a margine, la polemica insensata sul dialetto.

 Dolcemetà ha dovuto mettere i sottotitoli, come, ho scoperto, molta gente. Il punto è che non li ha messi tanto per il dialetto, anche perché in verità non parla in dialetto, quanto per il fatto che Zerocalcare è una di quelle persone che parlano a una velocità raddoppiata.

 Se non sei autoctono è ovvio che appena ti incagli nella prima parola non decodificabile in modo immediato in italiano, tempo che ci pensi e sei già 30 battute avanti. Questo vuol dire che è forse deprecabile che Zerocalcare utilizzi locuzioni dialettali e che evochi il purismo della lingua?

 Ma giammai! Mi godo il mio lazial privilege in barba a tutto il resto d'Italia, conscia di capire al volo la mia lingua madre e conscia anche del fatto che è una lingua zerocalcariana (alla fine regà non è manco dialetto, è un italiano regionale con alcune locuzioni romanesche) senza la quale Zerocalcare istesso non avrebbe senso. 

 Non è un attore, non è neanche un autore costruito, è una persona di enorme talento che è riuscita a parlare di una generazione parlando di sé stesso. Se inizia a interpolare con robe che non c'entrano niente come una dizione della crusca che nella vita reale non userebbe mai è finito tutto.

Per il resto. Ho letto che tutt* sono entusiast* della storia dei fili d'erba e delle perle di saggezza di Zero. Tutto giusto, ma da una parte nei libri c'è già tutto ciò quindi ripeto che mancava l'effetto sorpresa, dall'altra io sono una persona orribile da quel punto di vista. Sono una persona sulla quale questo tipo di discorso ha un effetto nullo, è un linguaggio che considero, questo sì, completamente estraneo.

 Mi manca tutta quella parte di elaborazione poetica del contesto e faccio proprio fatica ad empatizzare. 
 Preferisco di gran lunga i momenti di identificazione (es. il dramma dei rapporti su MSN in cui ti sentivi Keats quando dovevi scrivere, poi quando ti incontravi non sapevi manco salutare), ma, insomma, a ciascuno il suo.

 E' bello anche che nella vita tutti si appassionino a lati diversi di una stessa narrazione e attendo trepidante la prossima stagione.

Ps Il mio episodio preferito è quello del divano di spade. L'ho rivisto un paio di volte e ho riso entrambe come una pazza.
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