domenica 29 novembre 2020

Com'è prendere la patente da adulti e ai tempi del Covid? "Le avventure della patente. Un'avventura faticosissima"

 Finalmente, dopo un vero secolo, sono riuscita a produrre il nuovo fumetto.

 Come ho accennato varie volte, dopo il lockdown, mi sono messa in testa di prendere la patente e mi sono lanciata in questa, per me, titanica impresa. Causa attese da covid non ho ancora una data per la prova pratica, ma non si può dire che in questi mesi non mi sia impegnata.

 Da tutto ciò ho partorito un luuuuuungo fumetto, come non ne facevo da tempo (anche se ho un luuuungo progetto in pentola per tempi migliori). 

 Come scoprirete alla fine del fumetto sono impelagata in una questione ancor più complessa della patente (ci vuole poco dite voi) e ci sarà un bel fumetto anche per questo, appena avrò visto la luce.

 Bene. Ora godetevi "Le avventure della patente. Un'avventura faticosissima"!
















lunedì 16 novembre 2020

Piccole recensioni tra amici! "La forma del silenzio" di Stefano Corbetta, "Zanne" di Sarah Andersen e "L'archivio del diavolo" di Pupi Avati.

 

Mi scuso per la protratta assenza, ma presto spiegherò in quale enorme casino io sia impelagata (sì, nonostante il più o meno lockdown, no ovviamente non è niente di legale giuro!) e quali conseguenze avrà nei prossimi mesi.

 Nel frattempo approfitto per un piccole recensioni tra amici e presto dovrebbe arrivare un post sulle sorelle Mitford e finalmente un nuovo fumetto. Vediamo quanto la mia vita si complicherà ulteriormente.

 Anche per questioni organizzative sto quindi dedicando un po' più tempo a facebook dove ho iniziato con alcune dirette, ovviamente a tema libresco, e vorrei mettere presto su un progettino con le mie sorelle (ormai Kardashian, Ferragni e Willwosh hanno segnato la via dei format con fratelli dello stesso sesso).

 Ovviamente continuerò con le recensioni, ma in questo momento vorrei avere l'esercito di Ghost Writer che ogni buon Stephen King merita.

Buona lettura!


"LA FORMA DEL SILENZIO" di Stefano Corbetta ed. Ponte alle Grazie:

 E' una sorta di noir molto rarefatto in cui la cosa più interessante non è tanto la trama, che parte bene, ma poi sul finale si perde un po', quanto la curiosa, è il caso di dirlo, assonanza tra scrittura e tema del libro.

La storia racconta infatti la scomparsa del piccolo Leo, di 6 anni, dall'istituto per bambini sordi di Milano, nel quale è stato portato dai genitori, convinti che sia il modo migliore per lui per ricevere una giusta educazione.

 Siccome è il 1964 e i tempi non sono avanguardisti (e se mi si concede, in Lombardia la Chiesa ha le mani in pasta da un po' troppe parti), nell'istituto viene vietato l'uso della lingua dei segni (sì, in un istituto per bambini e ragazzi sordi) e Leo si trova di colpo in un ambiente ostile, lontano dai genitori e dall'amatissima sorella, Anna, incapace di comunicare con quasi chiunque altro. Un giorno di neve scompare, qualcuno forse l'ha visto allontanarsi, chissà magari voleva tornare a casa, e di lui non si sa più niente.

 Anni dopo, Anna riceve la visita di suo ex compagno di classe del fratellino che fornisce nuovi indizi sulla scomparsa e lei inizia a riavvolgere il filo degli eventi.

 Se l'incipit è molto interessante e la tematica davvero particolare, l'indagine non riesce a mantenere un buon livello di tensione forse a causa di vari ed eventuali elementi sentimentali che smorzano quello che, con una dose di ferocia, poteva essere uno di quei gialli crudeli sulle solitudini della città meneghina. 

Ma bisogna anche dire che probabilmente la ferocia non era l'obiettivo dell'autore che sembra voler riprodurre l'idea del silenzio con pochi dialoghi, molti pensieri, paesaggi innevati e ricordi che si perdono nelle nebbie del tempo.

 Non il mio genere, ma potrà piacere a chi ama scoprire nuovi autori italiani.


"ZANNE" di Sarah Andersen ed. Beccogiallo:

 Prima prova di Sarah Andersen fuori dai fumetti umoristici (o almeno, prima prova tradotta in Italia).

 La forma narrativa brevissima è rispettata, stavolta però la protagonista non è lei in versione superdeformed, ma una vampira centenaria darkettona che si innamora di un licantropo un po' hipster boscaiolo (che in effetti è la declinazione più licantropesca versione anni 2000 che si riesca a immaginare).

 La vita di coppia di una coppia sovrannaturale, sospesa tra la voglia di cedere all'istinto della propria specie e la quotidianità dell'innamoramento, è la miccia che rende interessante questa ennesima variazione sul tema.

 Di fumetti lui/lei, anche umoristici, ce ne sono a bizzeffe e inventare qualcosa di nuovo che possa renderlo interessante non è cosa da poco. Inoltre, immagino che questa idea sia un omaggio della Andersen verso quella che è un'ossessione che condivido con lei: halloween.

 Azzeccato anche il formato del libro, piccino, con copertina rigida e un vago design retrò. Molto vampiresco.


"L'ARCHIVIO DEL DIAVOLO" di Pupi Avati ed. Solferino:

 Tocca dirlo. Tanto era stato grazioso il primo libro, "Il signor Diavolo", con la sua inquietante commistione di orrori di provincia, creduleria popolare, forse davvero sovrannaturale, e i danni del radicamento politico del cattolicesimo nel nord-est, tanto questo secondo libro è davvero confuso, strano, inutile e oggettivamente incredibile.

Incredibile nel senso che seriamente non si può credere che l'editor del libro non abbia avuto il coraggio di dire ad Avati (che sottolineo, di solito, nella sua produzione sovrannaturale e horror io amo e superamo) che va bene tutto, ma l'intero libro si regge su una cosa non credibile: nessuno sa se l'archivista è vivo o morto, e se è davvero lui ad andare in archivio, perché NESSUNO va mai in archivio.

 Adesso. Davvero. Io capisco che gli archivi sono visti come posti inquietanti e persino io ho fatto un fumetto in cui invitavo Dario Argento ad ambientarci un inquietante film a base di omicidi tra i compactus, ma non è possibile che NESSUNO vada mai in archivio se non l'archivista. E soprattutto che NESSUNO veda MAI l'archivista se non vagamente.

 E la strana spiegazione per la quale: la scala è stata murata durante la guerra, ma tanto c'è il montacarichi, è un po' assurda. 

Va bene che le leggi sulla sicurezza sul lavoro negli anni '50 non dovevano essere all'avanguardia, ma varie domande sorgono spontanee: se il montacarichi si rompe, l'archivista come torna su? Fa letteralmente la morte del topo perché tanto nessuno va in archivio e sa se è vivo o morto? 

E se proprio non ci interessa niente dell'archivista-topo, i documenti del ministero di grazia e giustizia saranno ben importanti no? Se scoppia un incendio che si fa? Si lascia bruciare carta e ministero perché hanno murato la porta?

 Ma poi dici, vabbeh, stiamo parlando di un archivio di un buco di posto, può essere tutto, ma questo è l'archivio del ministero di grazia e giustizia!

 Poi un'altra cosa curiosa è questa faccenda che l'archivista lavora di notte e di giorno va a casa a dormire (che io dico, a sto punto fate qualsiasi altro lavoro perché soli, in un sotterraneo, tutte le notti, in compagnia di enormi pantegane, manco il fantasma dell'opera o il conte di Montecristo). A livello di organizzazione di lavoro di un ministero, tanto più quello di grazia e giustizia, mi pare un attimo strano però su questo, al limite, potevo anche accettare la licenza poetica.

 Questa falla fondamentale, attorno alla quale gira tutto il libro, che ha varie trame, non tutte ben spiegate, che a un certo punto si uniscono tra loro, in vari picchi di malvagità democristiana, lo rende molto debole, come debole lo rende la non ben sfruttata intuizione dei sogni cimiteriali fatti in contemporanea da più persone sparse per l'Italia (tipo Sense8).

 Un peccato, però, visto come finisce, ci sarà di sicuro un seguito. Possiamo quindi sperare che sia il solito problema di tutti i film numeri 2 di una saga: non sono veri film, ma film di servizio per cercare di sviluppare la trama (e non ce la fanno mai).

martedì 27 ottobre 2020

This is Halloween! Il programma della settimana sui social de I dolori della giovane libraia! E non dimenticate di inviare le vostre storie di fantasmi!

 Ed ecco, con un giorno e un evento di ritardo (la testa in questo periodo è altrove), il programma delle settimana di Halloween su ig e fb!

 So che alcuni che leggono il blog non possiedono i social, ma una mia amica che non possiede fb mi ha assicurato che le dirette lì si possono seguire senza dover necessariamente avere un profilo.

 Posto quindi il programma e un invito a unirvi al grande evento di venerdì sera: una diretta fb in cui leggerò, assieme a mia sorella di mezzo e consorte, le storie di fantasmi (intese anche come creepy, strane, assurde) che chiunque potrà inviarmi sui social o via mail.

Unitevi! Sì, quest'anno sono andata pesante coi festeggiamenti social di Halloween, ma l'ho fatto scientemente per due motivi: 

1) Mi distraggono in un momento molto complicato.

2) Spero distraggano anche voi in un momento molto complicato.

 Teniamo duro. Non dobbiamo far cedere i nervi ora. Ce la faremo.





venerdì 23 ottobre 2020

Non sono scomparsa! Durante la settimana di Halloween, grandi festeggiamenti su ig e fb!

 So che sembro scomparsa e avete ragione, ma, tra un paio di mesi, se non veniamo di nuovo reclusi in casa, saprete esattamente cosa sto tramando (e probabilmente avrò molto più tempo da dedicare al blog).

 Nel frattempo, sto continuando ad aggiornare i social, ma chi mi segue solo qui, sa che non abbandonerò mai il fortino, diciamo che sto solo usando tutte le mie forze per compiere un'impresa discretamente titanica.

MA. Voglio preannunciarvi che per la settimana di Halloween ci saranno grandi festeggiamenti su instagram e facebook che, per forza di cose e di mezzo mediatico, non potranno svolgersi anche qui (moooolte dirette).

 Se volete unirvi, i social si chiamano tutti allo stesso modo, ovunque: idoloridellagiovanelibraia.

Domenica sera o lunedì pubblicherò il grande programma dei festeggiamenti halloweenosi così da agevolarvi, nel caso voleste unirvi virtualmente!

E comunque, in alto i cuori! Ce la faremo!


domenica 11 ottobre 2020

Ma quindi i libri che avevo portato in vacanza com'erano? "Fiori sopra l'inferno" di Ilaria Tuti, "A Venezia...un dicembre rosso shocking" di Daphne du Maurier e i

Con circa un mese e mezzo di ritardo
, finalmente, nel bel mezzo del mese di Halloween, trovo il tempo di recensire i libri che ho portato in vacanza con me.

 Giuro che non si tratta di lassismo né (solo) del solito carico di lavoro a lavoro, ma di una lunga serie di questioni delle quali vi renderò partecipi lungamente nei prossimi mesi quando avrò bisogno di secchiate di sostegno morale.

 Nel frattempo, mentre la seconda ondata sembra tornare a sommergerci, cerco di mettermi in paro almeno con quello che ho letto nelle ormai lontane vacanze (anche se mi sembrano finite ieri, quest'anno il sentimento del tempo si è totalmente inceppato).

 Forza, ce la faremo, ce la faremo, ce la faremo. Intanto leggiamo ed halloweeniamo!

Informazione di servizio: 
 "Dal primo ottobre sto consigliando su fb e instagram un libro al giorno per il mese di Halloween. In molti ormai mi chiedevano consigli senza che bisognasse per forza fare una ricerca filologica dei miei 2000 post a tema e li sto accontentando. Se passate sui profili social del blog, troverete post e dirette video."


  A VENEZIA...UN DICEMBRE ROSSO SHOCKING di Daphne du Maurier:

 Ho visto solo lo scorso anno l'omonimo film tratto dal racconto di Daphne du Maurier (poi, omonimo per modo di dire visto che in inglese non ha ovviamente questo strano titolo buffo) e di primo acchito non mi era particolarmente piaciuto. Lo avevo trovato molto molto lento e mi aveva annoiato prima della fine.

 Il racconto della du Maurier è invece una forma condensata della storia e riesce a tenere un ritmo particolarmente incalzante, oltre a essere un curiosissimo thriller, molto molto originale.

 La storia è quella di questa coppia inglese che si è concessa una vacanza a Venezia per riprendersi dalla morte inaspettata della propria figlia a causa di una malattia. Hanno un altro figlio, maschio, che sta in collegio, ma non è di grande consolazione ai genitori che adoravano la figlioletta perduta.

Nel film invece la coppia si trova a Venezia per lavoro (lui è un architetto e sta restaurando una chiesa) e la figlia è morta in un incidente domestico annegando in un lago nel grande giardino di casa.

 A Venezia i due incontrano due misteriose sorelle, una delle quali è cieca e sostiene di avere poteri psi e di poter vedere lo spirito della bimba. La bimba sembra essere molto preoccupata e vorrebbe che i genitori andassero via il prima possibile da Venezia.

 L'uomo è convinto che le due siano delle ciarlatane, ma la moglie le prende sul serio e, per la prima volta dopo mesi, sta meglio. Peccato che lo spirito, vero o falso che sia, ha ragione e i due in effetti farebbero meglio ad andare via da Venezia il prima possibile.

 L'atmosfera è inquietante, Venezia il posto affascinante e al contempo spaventoso che alcuni autori anglosassoni credono sia, e il finale un vero inaspettato (e folle) capolavoro.

 Se non lo avete letto e amate i gialli all'italiana e gli horror un po' di maniera ve lo consiglio caldamente.


UN'INDAGINE IMPERFETTA di Susan Hill:

Mi sento in dovere di scrivere due righe perché nessun altro possa cadere nel mio stesso errore fidando nella bellezza delle sue novelle gotiche: questo giallo è ORRENDO. 

 Nelle sole prime 80 pagine Susan Hill riesce a concatenare una tale serie di disgrazie e omicidi inquietanti da poterci riempire 10 libri. Il tutto aggravato dal fatto che niente di quello che succede sempre avere un nesso logico con la scena immediatamente precedente.
 Uno di quei libri che è fuori commercio per un buon motivo. NON cercatelo.


FIORI SOPRA L'INFERNO di Ilaria Tutti ed. Longanesi:

 Ero particolarmente entusiasta di leggere un libro di Ilaria Tuti visto che tutti mi decantavano la bellezza del suo ultimo romanzo, "Fiore di roccia", ma questo nostro libresco incontro non è andato come speravo.

 La storia aveva ogni potenziale per piacermi: un giallo con vaghe venature horror, descrizioni molto rarefatte di luoghi splendidi e un po' perturbanti, come le misconosciute campagne friulane, una certa attenzione sanguinosa, ma non morbosa ai dettagli.

 La storia di questo strano serial killer che sembra seguire una sorta di logica tortuosa, collegata ad un gruppo di bambini che spia nei boschi, era anche affascinante, ma è falcidiata dalla parte poliziesca.

 Non c'è un solo personaggio del gruppo investigativo che ispiri la minima simpatia.

 La protagonista, Teresa Battaglia, una donna che soffre di un passato non ben rivelato e ha una malattia non ben rivelata che nasconde ai colleghi, è insostenibile.

 Non capisco per quale motivo logico dovrebbe ispirare rispetto una donna perennemente sopra le righe e molto molto antipatica che maltratta immotivatamente il nuovo arrivato in commissariato, reo, poveretto di non essere un montanaro e di venire dalla città.

 Sarà che in generale disapprovo e anche disprezzo questo modus operandi (dai contorni vagamente patologici) molto in voga nei luoghi di lavoro che mira a rendere il più possibile un complicato inferno l'inserimento dei nuovi venuti (manco fosse una colpa essere assunti), ma era davvero difficile sostenere l'incomprensibile bullismo della faccenda.

 La storia, che ha un debito abbastanza evidente con la scrittura di Camilla Lackberg (tragico e strano avvenimento del passato che ha ripercussioni imprevedibili sul presente), mi è anche piaciuta, come, dopo il mio viaggio in Friuli dello scorso anno, ho amato l'ambientazione, ma davvero è difficile leggere un libro in cui tutti fanno a gara per essere il più antipatici possibile.

 Da una parte ho anche voglia di leggere i successivi, dall'altra l'idea di trovarmi a leggere i deliri dell'ennesimo sociopatico di genio mi è onestamente molto respingente. Forse anche no.
 

mercoledì 23 settembre 2020

Una storia d'amicizia o una battaglia per cambiare classe sociale? Una recensione della tetralogia de "L'amica geniale" di Elena Ferrante

 Ci ho messo anni a decidermi a leggere la tetralogia de "L'Amica geniale". Avevo letto un paio di libri della Ferrante e, a esser buoni, li avevo trovati fastidiosi, quindi mi riusciva difficile pensare che di colpo potesse aver scritto qualcosa di nettamente superiore.

Foto presa da Repubblica Napoli
 Poi, complice la vacanza sulla costiera sorrentina, mi sono fatta coraggio ed effettivamente, come moltissimi, ho letteralmente divorato i 4 libri in, credo, meno di una settimana.

 Prima di scrivere questa recensione, ne ho spulciate un po’ delle millemila già presenti su giornali e web, e ho notato che tutte tendono a concentrarsi sul rapporto tra Lila e Lenù.


 Ovviamente, dirà chi lo ha letto, su cosa ci dobbiamo concentrare visto che questa amicizia che dura mezzo secolo è, fondamentalmente, l’ossatura stessa della storia?

 In realtà, forse per una certa affinità di ansie e inquietudini personali con la narratrice, Elena Greco, detta Lenù, a me è sembrata molto rivelatrice una frase che lei stessa, con un certo sconcerto, si ritrova a pensare, rimuginando ormai in là con gli anni su un raccontino scritto da Lila alle elementari come di una quasi opera letteraria perduta, a metà del quarto libro: "Se il genio che Lila aveva espresso da bambina con la Fata blu, turbando la maestra Oliviero adesso, in vecchiaia, sta manifestando tutta la sua potenza? [...] L’intera mia vita si sarebbe ridotta soltanto a una battaglia meschina per cambiare classe sociale".

In effetti ci sono due cose che voglio assolutamente dire in questa recensione.

La prima è che sì. Io credo che la vita di Lenù e la tetralogia siano fondamentalmente il racconto di un titanico sforzo di una ragazza straordinariamente intelligente per cambiare ceto sociale.

Nata in una famiglia povera, ma non poverissima come quella della sua amica Lila, con padre usciere del comune, madre casalinga, due fratelli e una sorella (alla quale viene cercato di dare un vago ruolo nell’ultimo libro), Lenù studia con incredibile cocciutaggine. 

 Studia, mossa da un sentimento non ben definito che ha confusamente a che fare con la sua amicizia con Lila, figlia dello scarparo del loro poverissimo rione, bambina brillantissima, dal carattere tanto forte, quanto despotico.

L’amica geniale” è un titolo volutamente ambiguo perché se in prima battuta il lettore tende a credere che si tratti di Lila, bravissima a scuola, pronta d’ingegno, con grande e originale inventiva, nel corso del libro diventa evidente che sono entrambe e vicendevolmente le loro amiche geniali.

E non è poco, è tutto.

Se Lenù riesce nel suo percorso tenace nella vita, se non si arrende al liceo, all’università, al suo costante sentirsi fuori posto, è perché Lila rappresenta sempre e comunque un margine di confronto, uno specchio che conferma la sua esistenza in un mondo senza punti cardinali. 

 E lo stesso avviene per Lila. Se sempre, anche quando le viene imposto di lasciare la scuola, quando si trova costretta a sposarsi adolescente per sfuggire alle attenzioni di un camorrista, quando lavora in una fabbrica di insaccati in condizioni di schiavitù, se non si arrende mai è perché ha una sorta di punto fisso in Lenù.

Se Lila e Lenù sanno di esistere nello stesso istante, allora il gioco della vita, per entrambe, funziona. E infatti la storia inizia quando Lila decide scientemente di sparire e Lenù deve ricordare nei minimi particolari tutta la loro storia insieme, da principio, perché sente di avere ancora lo specchio nel quale rivedersi in caso di bisogno.

E’ una storia feroce di enorme amicizia, ma ha anche molto a che fare con la rappresentatività. In molti trovano estremamente tediose e anche capziose le polemiche sulla rappresentatività delle minoranze o anche delle donne nei film o nei media. Ma la rappresentatività costituisce un immaginario saldo a cui aggrapparsi: se ti vedi, esisti.

 Lila e Lenù si incontrano, si riconoscono e questo dà loro modo di costruirsi una vita fuori dai canoni ideali del rione. Tutte le loro coetanee e amiche d’infanzia, si sposano e mettono su famiglia molto giovani, alcune lavorano se c’è necessità, ma nessuna esce dal seminato che è stato loro accuratamente preparato. Come anche gli uomini.

 Sono le uniche a distinguersi e a combattere con tutte le loro forze (perché servono, costantemente, un’incredibile quantità di forze per non lasciarsi schiacciare dal sistema) ed è la loro ostinata amicizia, il loro confronto bellicoso e ineluttabile che rende possibile la loro ribellione.

 Hanno però due obiettivi diversi. L’obiettivo di Lila è cambiare le cose in un rione sempre più in mano alla camorra, dove lo stato non esiste (e se esiste non ha una forma che risulti comprensibile né efficace in un mondo che risponde ad altre leggi e dinamiche), e per raggiungerlo sa che l’unica possibilità è salvarsi ad ogni costo.

 Si salva da un camorrista sposando in fretta e furia un marito che detesta sin dal primo momento. Si salva dal marito scappando in un altro quartiere e finendo a fare l’operaia. Si salva dall’essere un desiderio sessuale desiderando ardentemente e contro ogni logica un’altra, sbagliatissima, persona. Si salva da un presente di miseria studiando una materia complicatissima, che non conosce nessuno.

Si salva, si salva e scappa. E se alla fine sembra che le rimanga poco tra le mani rispetto alla gigantesca fatica che l’ha perseguitata per un’intera esistenza, dovremmo pensare a quale sarebbe stato il suo destino se si fosse arresa in uno qualsiasi di questi momenti.

Salvarsi è assolutamente imperativo, anche quando il premio finale è in proporzione misero e ingiusto.

L’obiettivo di Lenù è invece lo stesso obiettivo di Nino Sarratore, l’oggetto dell’amoroso contendere tra le due ragazze, il gattomorto forse meglio descritto al maschile da parecchi decenni a questa parte. Entrambi mirano ad elevarsi socialmente. La differenza è che la prima non ne ha una vera coscienza, il secondo persegue il suo obiettivo con studiata ferocia.

Che Nino Sarratore sia detestatissimo l’ho letto ovunque (ho visto anche magliette contro di lui), eppure, diciamoci il vero, nessun uomo, forse esclusi il povero Franco Mari ed Enzo, fa un’ottima figura all’interno della storia. Gli uomini del rione sono prigionieri come le donne di un sistema patriarcale fondato sulla mascolinità tossica: devono primeggiare, devono picchiare, devono sottomettere, devono dimostrare.

I padri di Lenù e Lila sono quasi pupazzi sullo sfondo. I mariti di entrambe le ragazze non sono alla loro altezza e si comportano, seppure con le dovute differenze di status e cultura, allo stesso modo: si attendono una moglie che li riverisca e riversi ogni energia nell’accudimento dei figli e del focolare domestico.

Gli unici personaggi maschili che non cercano di soffocare le intelligenze delle due ragazze sono: Michele Solara, il camorrista (quando sei all’apice della catena alimentare puoi permetterti di infrangere le regole perché nessuno può dubitare della tua integrità) e Nino Sarratore che, nonostante dissemini, soprattutto in gioventù, episodi in cui reagisce in modo infantile alla superiorità di Lila e Lenù, in età adulta, tutto sommato sarà lo sprone che porterà Lenù a scrivere ancora, a liberarsi di un marito lamentoso, a credere in un futuro da scrittrice.

Ovviamente lo fa in base ad un suo calcolo personale. Tanto Lenù si affida alla corrente e riesce nella sua ascesa sociale grazie al suo talento letterario, tanto Sarratore (che non ha il jolly del talento) si prodiga in ogni modo per raggiungere il suo obiettivo.

E’ non solo un trasformista della politica, ma anche della vita. Tiene il piede in mille correnti diverse, in mille relazioni diverse, tra mogli, amanti, compagne, figli disseminati qui e lì con una certa assoluta scienza. Solo Lila, osserverà Lenù molti anni dopo, è sfuggita a questa sua ossessiva persecuzione della sua irresistibile ascesa.

Perché Sarratore ha accettato una relazione che poteva compromettere la sua ascesa?, si chiede, rodendosi, Lenù, che lo ama sin dall’infanzia. E teme sia accaduto perché, al contrario di tutte le altre donne con le quali si rapportava in relazione a ciò che loro potevano dargli, Nino era sinceramente innamorato di Lila.

Visto il personaggio in prospettiva, è difficile vederci un sentimento sincero. Sembra invece una sbandata giovanile, di quelle che prendono insensatamente e che, a posteriori, vanno ridimensionate e dimenticate.

Tuttavia è facile giudicare Sarratore con gli occhi di Lenù. 


Se Lenù non avesse potuto fare affidamento su un talento e un buon matrimonio, cosa sarebbe stato di lei? Sarebbe diventata forse un’insegnante di liceo e i suoi sogni di una vita migliore, più stimolante e indipendente, cosa sarebbero diventati?

Ciò che Sarratore persegue con feroce calcolo, a Lenù arriva quasi per grazia ricevuta. Lo dirà lei stessa nel libro di aver sempre avuto una grande fortuna. Di certo nessuna fortuna sarebbe venuta a visitarla se non avesse studiato con ostinazione e non avesse lottato, anche da adulta, per essere una donna libera, ma resta il fatto che la massima di Moll Flanders rimane, come sempre, attualissima.

La dignità ce l’ha chi può permettersela”.

C’è un secondo elemento che rende Sarratore e Lenù distanti nel loro atteggiamento. Quando si entra all’interno di un altro ceto sociale, l’attrito è fortissimo.

In Lenù assume la sensazione di una costante inferiorità, un mondo nel quale non è mai abbastanza raffinata o intelligente. Durante l’università, la Normale di Pisa, viene presa in giro per il suo aspetto e il suo accento, sospettata di furto, ha pace solo quando qualcuno “garantisce” per lei, come i suoi due fidanzati, entrambi benestanti e conosciuti. Perché il bel mondo l’accetti ha bisogno di qualcuno che validi e in qualche modo giustifichi la sua intrusione.

Lenù lo sa e si chiude a riccio, cerca di adattarsi, di rubare il modo di stare al mondo, ma è un esercizio che risulta difficilissimo a chi lo pratica senza esservi nato.

Qualche mese fa lessi un articolo bellissimo, “Il lavoro culturale ha bisogno di una lotta (creativa) di classe”, in cui l’autore descriveva benissimo quello che sente Lenù e che, devo dire, sento anche io.  Racconta come il lavoro culturale in Italia sia mediamente appannaggio delle classi sociali superiori, un gruppo ristretto di persone provvisto dello stesso milieu, qualcosa che hi giunge dall’esterno, pur con grosse dosi di recitazione ed immedesimazione (le stesse che, a vagonate, usa Nino Sarratore), non può assolutamente replicare.

 Gli outsider, come in tutti gli ambienti progressisti, vengono accettati, ovvio, ma raramente vengono davvero assorbiti. Serve un qualcosa di straordinario come un talento geniale, una carriera sfolgorante, un qualcuno di geniale e sfolgorante che attraverso matrimonio o amicizia “garantisca” per te.

 E questa sensazione che Lenù ha sin dalle scuole medie, che si sviluppa già al liceo classico, con la professoressa Galiani decisa a vendicarsi della poveraccia che crede abbia rubato il fidanzato alla sua figliola cresciuta con ogni cura, esplode all’università e soprattutto nell’enorme confusione del periodo successivo.

 

Quando gli anni ’60 e ’70 arrivano coi loro slogan e le loro anche sincere (sul momento) rivendicazioni sociali, di colpo sembra che le differenze di classe possano essere appianate.

 O almeno, sembra a chi queste differenze non le ha mai davvero subite (la figlia della prof Galiani, la sorella del marito di Lenù, Franco Mari che è uno dei personaggi più coerenti e tra i miei preferiti) lasciando perplesso chi, come Lenù, non riesce a non vederci della maniera o chi, come Lila, teme di essere usata per scopi politici e poi lasciata al suo destino.

 E nessuno dei tre né Lila né Lenù né Sarratore si fida.

 La prima perché mentre gli altri parlano di operai E’ l’operaio, ma per sua natura non può diventare un operaio di stampo ideologico, la seconda perché sa quanto possa essere doppia la natura di chi proviene da un ceto sociale superiore e cerca di tenere una mente aperta lottando contro uno spirito di autoconservazione di classe (lo stesso che avrà lei nel quarto libro quando sua figlia scapperà col figlio di Lila, devo dire forse la parte peggiore della serie) e Sarratore perché avendo un atteggiamento più utilitaristico e meno utopico delle varie ideologie dominanti, sa che prima o poi, tutte, vanno ad esaurimento.

 Alla fine, fondamentalmente i tre, pur con percorsi diversi, riusciranno a distinguersi dalla gente del rione che avrà destini più o meno infelici tra malattie, post terrorismo, manovalanza della camorra, povertà.

 La cosa forse che rimane interessante è che tutti vi riusciranno anche perché avranno con la propria prole un tipo di rapporto poco esplorato nella letteratura contemporanea. Adesso le cose sembrano solo due: distacco e freddezza totale o l'alone mistico dell’amore assoluto e inspiegato.

 Tutti e tre invece amano i propri figli, ma nessuno di loro gli sacrifica o ne fa il centro della propria esistenza. 

 Lila lo fa per un breve periodo col primogenito, ma si rende presto conto che l’educazione può poco se l’ambiente e l’indole sono di altro genere. 

 Lenù ama le proprie figlie, ma ama anche avere una propria esistenza. Quindi non sacrifica alla loro tranquillità un matrimonio ormai arenato né si fa scrupolo di portarle a vivere in un rione povero di Napoli quando potrebbero vivere nell’agio coi ricchi nonni genovesi. Sbaglia? Ha ragione?

 Malgrado trovi il pezzo delle figlie adolescenti il peggiore del libro, penso che il finale del loro rapporto sia giusto e in qualche modo onesto.

  Lenù è una donna indipendentissima e il rapporto con le figlie non poteva essere di natura diversa. E intendiamoci, io non do nessun giudizio morale. Anzi. Forse perché sono cresciuta con dei genitori molto simili, mi trovo costantemente spiazzata dalla retorica della maternità amorosissima, dai genitori iperpresenti, dalla cappa di attenzioni costante. Mi sembra assurdo sia l’unico modo per essere genitori e che sia l’unico modo degno di essere raccontato per non passare come dei genitori indegni.

Cosa penso dunque di questa tetralogia (scusate la recensione lunghissima)? 

Che ha un’enorme fascino perché la Ferrante è riuscita in due cose, rare:

1) Indovinare tre personaggi in modo vividissimo e farli interagire tra di loro in modo continuo e convincente (i personaggi secondari sono talmente poco caratterizzati che fino alla fine alcuni li ho confusi).

2) Raccontare quello che stranamente viene poco raccontato in un paese come l’Italia: la quasi estraneità tra ceti sociali e l’incredibile attrito quando qualcuno tenta l’ascesa.

 La complessità e in qualche modo la tragicità dello scontro dovrebbero essere forieri di storie, invece ci si concentra quasi sempre sulle grandi tragedie interiori della borghesia o del mondo quasi pasoliniano dei ceti più bassi. 

 Qui e lì si appiccano sentimenti di categoria (il piccolo borghese con grandi ambizioni, l’operaio che vorrebbe ma non può, il provinciale che si inventa imprenditore e soccombe, il ricco borghese che ha qualche sicuro problema con mogli e figli ecc), ma non si indaga mai sull’ambivalenza di questa coesistenza. 

 Sul fatto, ad esempio, che può interessare una scalata sociale per alcuni fattori culturali, per una maggiore ricchezza di prospettive, ma che al contempo si possono disprezzare alcune pieghe decadenti, alcune pose artefatte, il totale distacco dal mondo reale. In questo senso il personaggio di Lenù è assolutamente perfetto.

Spiace, e lo dico sinceramente, che non si possa sapere di più sull’autrice. Perché anche se l’opera esiste oltre l’autore, alcuni sentimenti hanno sete di spiegazione e di approfondimento, anche solo per il gioco tra Lila e Lenù, per vedersi rappresentati, per avere la certezza che qualcun altro esiste come te in quel momento e in qualche modo sta giustificando la tua esistenza stessa.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...