mercoledì 27 maggio 2020

Piccole recensioni tra amici! "Il colpo di grazia" di Marguerite Yourcenar e "L'ora del destino" di Victoria Shorr (che mi ha fatto venire una gran voglia di Jane Austen).

Torno finally con un piccole recensioni tra amici!

Ill by Talyta Xavier
La vita lentissimamente si risveglia (o almeno lentissimamente qua in Lombardia, non credete alle foto dello spritz qua a Milano la situazione sembra ancora post atomica) e anche la mia voglia di leggere. 

 Purtroppo, non mi sono ancora fatta abbastanza coraggio per entrare in una libreria: vengo assalita da questa sensazione di "afferra tutto quello che vedi alla cieca e scappa" dalla quale probabilmente ci metterò parecchio tempo a liberarmi.

 Però penso che andrò presto: uno dei due libri che ho recensito oggi mi ha fatto venir voglia di colmare una mia grossa lacuna, Jane Austen.

 Ho letto solo "Orgoglio e pregiudizio" e qualche racconto minore, ma ora ho un'improvvisa voglia di precipitarmi nella campagna inglese. Per ora tampono coi film, ma insomma, vorrei avere le mie belle pile grasse di libri da spulciare a mio piacimento.

 Bando alle ciance, godetevi questa doppia recensione!


IL COLPO DI GRAZIA di Marguerite Yourcenar ed. Feltrinelli:

  Nel desperado tentativo di leggere qualcosa di maggiormente pregnante, mi sono dedicata a  questa novella lunga di Marguerite Yourcenar. Ha funzionato, sia perché non era più lunga di 100 pagine sia perché la storia, è tanto comune quanto particolare. Si tratta della variazione sul tema del classico: lei ama lui che però ama un altro.

 In questo caso il protagonista è Eric, un ex soldato che, una ventina di anni dopo i fatti, racconta gli eventi che segnarono la sua giovinezza durante una sorta di resistenza in stile Deserto dei Tartari in Curlandia.

 Eric infatti, si era ritrovato a difendere, assieme all'amico ed amante Conrad, la magione di famiglia di quest'ultimo dalle truppe bolsceviche che scorrazzavano in quel delle repubbliche baltiche dopo la rivoluzione.
Marguerite Yourcenar, "Il colpo di grazia"

 In un clima di stasi totale, in questa magione e nel piccolo villaggio circostanze, i molti uomini e le poche donne, stanno all'erta contro incursioni e attacchi e temono il momento in cui arriverà il peggio. 

 Conrad ha anche una sorella, la giovane Sophie, che si innamora di Eric e fa di tutto per manifestargli i suoi sentimenti. Eric, con la sicurezza tipica di chi tanto sa che non si innamorerà mai, ma è al contempo vezzeggiato e lusingato dall'atteggiamento della ragazza, finge di non capire cose palesi, le dà qui e lì la sensazione di intuire e forse poter ricambiare, diventa improvvisamente freddissimo e poi disponibile.

 La povera Sophie, che già sta vivendo una vita di forti disagi, viene sballottata da una speranza all'altra finché ad un certo punto non prenderà una decisione radicale.

 Il libro è, non c'è bisogno di dirlo, raffinatissimo.

La storia tra Eric e Conrad è purtroppo talmente velata che per intuirla bisogna rileggere attentamente qui e lì delle righe ambigue della prima parte, peccato che se sfugge questo particolare, l'intera storia perde di senso (grazie al cielo viene esplicitato chiaramente almeno nella quarta di copertina).

 E' interessante vedere una situazione che il cliché vuole al contrario. Qui la gattamorta non è lei, ma lui che si bea apertamente di attenzioni che alimentano l'ego di quel che è un bell'uomo, nel pieno della sua giovinezza, un soldato che difende un fortino senza legami familiari, con un'etica, ma, sembra, particolare morale.

 Lei è invece una creatura ardente, sventurata, che rifiuta però il tipico ruolo di vittima, annichilita, passiva in attesa di un uomo che la salvi.
 La vita non le renderà giustizia, ma nel finale, che non posso scrivere per non spoilerare troppo, dimostrerà di aver cercato con tutte le sue forze di essere padrona del suo destino.
 Peccato che, anche se ci piace crederlo, non ne siamo mai davvero del tutto artefici.


L'ORA DEL DESTINO di Victoria Shorr ed. SEM:

 Sono stati scritti fiumi d'inchiostro su 2 delle 3 grandi donne delle quali Victoria Shorr ha deciso di parlare nel libro: Giovanna d'Arco e Mary Shelley. 
Victoria Shorr "L'ora del destino"

Entrambi protagoniste di una vita incredibile, romanzesca, talmente straordinaria da far pensare a personaggi inventati e non a persone realmente esistite: una ragazza che diventa capitano di Francia senza formazione alcuna, vince battaglie e muore infine bruciata sul rogo dopo aver tenuto sotto scacco inquisitori teoricamente assai più preparati di lei per settimane, e una giovinetta inglese di buona famiglia che scappa di casa, vaga per l'Europa assieme al suo grande amore e scrive uno dei più perturbanti incubi dell'epoca moderna.

 E poi c'è lei: Jane Austen, universalmente nota per avere una biografia deludente in rapporto al suo straordinario genio. 

 Una donna che ha vissuto nella tranquillità della campagna inglese, senza nessun palpito, nessun grande amore, nessuna tragedia, nessun evento straordinario se non il suo straordinario talento.

 Eppure questo libro vale la pena leggerlo proprio per la sua di biografia. 
 E' vero, Jane Austen non ha avuto nessuna vita avventurosa, ha avuto semplicemente la vita qualsiasi di una qualsiasi donna del suo tempo, con la fortuna di un immenso talento.

 Ma leggendo questa piccola biografia è chiaro che senza la sua piccola vita i suoi grandi libri non sarebbero mai  esistiti

 La Austen parlava di ciò che conosceva e ne parlava benissimo, talmente bene che rimane una delle autrici più amate al mondo: relazioni, amori, ansie, complicati equivoci e ambizioni.

 Il grande equivoco sta nel credere che tutto sia confinato al romantico mondo dei matrimoni, d'amore o d'interesse che siano. 

 Il matrimonio è in Jane Austen quello che è la ricerca del lavoro per una ragazza, ma anche per un ragazzo contemporaneo.

 Le ragazze dell'epoca di Jane dovevano sperare di nascere in una famiglia benestante o di possedere una grande bellezza, dovevano affrettarsi a trovare un marito entro un determinato periodo della vita, prima di restare irrimediabilmente zitelle. Questo richiedeva una serie di sfiancanti riti sociali che le mettessero in mostra la merce,

Bisognava spiccare nella massa, fare un buon affare, giocare tutte le proprie carte in una disperata corsa contro il tempo dalla quale dipendeva tutta la propria esistenza.

 Esattamente quel che succede adesso a chiunque, dopo il diploma o l'università, cerchi lavoro.

 Allo stesso modo essere benestanti o belli aiuta, avere le giuste relazioni aiuta, frequentare i circoli adatti, entrare per qualche colpo di fortuna o per furbizia nei posti giusti.

 I libri di Jane Austen sono così moderni perché raccontano un mondo che ancora esiste e che lei visse in prima persona: nata in una famiglia non abbastanza benestante, non era abbastanza bella e neanche, sembra abbastanza appetibile per altri meriti sul mercato.

 Per anni non attirò quasi nessuno, nonostante fatiche incessanti e speranze disattese. Ed esattamente come avviene a tanti che aspettano la loro grande occasione per poi accorgersi che non era ciò che volevano davvero, quando in extremis le giunge la proposta perfetta, lei rifiuta.

 Credetemi, è davvero una storia che sembra come tante ed è invece illuminante sul crinale delle nostre esistenze. 

 Perché noi non siamo praticamente mai Giovanna d'Arco né Mary Shelley. Siamo persone comuni, che vorrebbero solo smetterla di impelagarsi in faccende molto complicate per riuscire ad arrivare a quel minimo di gioia, esattamente come Jane Austen e le sue eroine.


venerdì 22 maggio 2020

Le recensioni di mezzo! "Cani malati in val padana" di Francesco Rago, una giovinezza tra la via Emilia, la Lombardia e una spolverata di Culicchia.

 Intro di servizio:

Intanto spoiler della recensione di oggi. Il film tratto dal libro
omonimo di Culicchia con un Mastandrea giovanissimo
 Come ben sapete io ho due principali format per una recensione: recensione lunga ed elaborata (che mi porta via svariate ore) e le Piccole recensioni tra amici (che essendo meno elaborate e più brevi mi portano via meno ore, a meno che non mi impelaghi in qualche roba complessa). 

In ragione del mutato tempo a disposizione, ho creato una via di mezzo (della quale magari voi non sentite il bisogno, ma almeno io mi sento meno in colpa quando mi trovo con un post che non è né una cosa né l'altra). 
 Codesto format viene battezzato: "Le recensioni di mezzo", per non sbagliarci.

Ed ecco che subito lo inuguro con un libro che mi ha ricordato tante letture dei vent'anni:


CANI MALATI IN VAL PADANA di Francesco Rago ed. Ultra:

 C'è tutto un filone narrativo che coinvolge libri et film che a me personalmente piace moltissimo.

  Mi ci rivedo molto, anche se disgraziatamente i protagonisti sono solitamente uomini o forse proprio per questo, così posso risparmiarmi quelle cose presuntivamente femminili in cui mi sono sempre rispecchiata fino a un certo punto (tutto quel florilegio di turbamenti sentimental-sessuali da corpo che cresce, si trasforma e capisce, che mi facevano orrore da adolescente e mi fanno orrore anche adesso).
Se non avete letto questo libro alle superiori/
università mannaggia a voiiii. "Tutti giù per
terra" è un must assoluto! 

 Si tratta dei libri alla "Jack Frusciante è uscito dal gruppo", alla Culicchia prima maniera (il suo "Tutti giù per terra" rimane tuttora uno dei miei libri preferiti), alla Tondelli, alla "Santa Maradona", alla Morozzi, al primo Matteo B. Bianchi col suo "Generation of love"

 Libri che hanno molto in comune: giovane ragazzo (etero o gay, in questo caso l'orientamento sessuale non è assolutamente una discriminante), stranamente dell'area nord-ovest del paese con una speciale concentrazione in Emilia Romagna (mia personale terra dei sogni), è giunto alla fine della primissima giovinezza e non sa cosa fare.

 Le superiori non hanno apportato nessun significativo arricchimento personale e l'università sembra una terra abbastanza ignota e dalla quale nessuno si aspetta abbastanza niente.
 Si hanno sogni ma neanche così enormi, la carica sessuale di un post-adolescente (esplosiva), l'impaccio di un post-adolescente (altrettanto esplosivo), la pressione della famiglia che si aspetta da te, come del resto la società, un comportamento improvvisamente adulto.

 Ora che hai 19 anni saprai di certo cosa devi fare. O almeno fino alle fine degli anni '90 i diciannovenni avevano di queste aspettative che adesso in una giovinezza dilatata all'infinito (dai giovani, ma soprattutto dalla società che ti tratta da imberbe fino ai 45 anni e passa) sembrano spostate in avanti.

Storie sospese tra servizio militare/servizio civile, ormai reperto storico del passato per noi lettori nati da inizio anni '80 in poi, prime esperienze amorose e il grande ceffone in faccia del futuro post diploma: ehi bello, credevi davvero che adesso potessi avere il controllo della tua vita?

 Mi sono sempre piaciute perché fondamentalmente è così che, servizio militare a parte (anche se ho comunque fatto un anno di servizio civile), mi sono sentita dopo il diploma, nei primi anni dell'università, con l'aggravante dell'essere meno dedita per natura a un cazzeggio vario ed eventuale,  che mi è sempre colpevolmente mancato (stupido senso del dovere rovinagiovinezze).

 In questa quarantena dettata da una nostalgia per il passato e per casa mia che ha assunto ormai livelli patologici, ho trovato una vera sorpresa sulla scia del genere, sapientemente nascosta da un'orrenda copertina: "Cani malati in val padana" di Francesco Rago.
"Cani malati in val padana" di Francesco Rago

 Il protagonista, Stefano Baroni detto Ruben, che in questi libri ha sempre un livello di mimesi con l'autore elevatissimo, ha 19 anni alla fine degli anni '90

E' uno degli ultimi ai quali tocca il servizio militare che lui trasforma in civile venendo destinato all'ufficio oggetti smarriti in quel di Piacenza (o provincia non ho ben inquadrato). Non ha particolare successo con le ragazze e, quando lo ha, c'è sempre qualcosa a rovinare la festa. 

 Non sa se iscriversi all'università, ma dopotutto, dopo un'incandescente estate in fabbrica perché no? 
 E, dulcis in fundo, sogna di diventare scrittore.

 La prima parte mi è piaciuta moltissimo. Amo questa giovinezze di provincia quando non sono drammatiche e crepuscolari o fonte di qualche episodio disagiato di giovani psicopatici che si danno alla droga o alla tortura dei deboli.

 Sono le parti in cui mi riconosco: episodi che sembrano trascurabili se non ci fosse sempre, da qualche parte, quell'oscuro dettaglio di follia. 
Cose che nei film filerebbero liscissime e nella vita reale prendono pieghe surreali. Personaggi talmente assurdi per essere veri che poi, puntualmente, finisci per incontrare con livelli di follia esponenzialmente maggiori, anche nella realtà.

Mi è quasi spiaciuto che la seconda parte virasse su Milano (che attualmente non è né il mio posto né il mio argomento preferito) e sulla storia che i giovani scrittori dovrebbero forse smettere di raccontare: il giovane scrittore che vuole diventare scrittore e in qualche tortuoso modo ce la fa.

 Perché le storie di quel tipo entrano in una prospettiva di realtà e aspettative che guastano un po' il contorno di genuina follia che rende divertente i libri della vita quotidiana di un ventenne.
 Lo immettono in una carreggiata di ambizioni e obiettivi, che, dieci anni dopo, ti rendi conto, non c'era alcuna fretta di imboccare.

 Come cantava Guccini "A vent'anni tutto è ancora intero", quindi perché affannarsi così tanto a fissarlo in una cornice finendo per tirarlo troppo e romperlo?

 In ogni caso, sentori personali a parte, è un libro fresco, grazioso, perfetto per un pomeriggio estivo un po' nostalgico.

PS Assolutamente insensata la copertina che fa pensare a un saggio su cani problematici. Capisco che un libro non dovrebbe giudicarsi dalla copertina e questo ne è l'esempio lampante, ma sembra ci si dimentichi, di tanto in tanto, che un lettore, entrando in libreria, viene attirato anche dalla copertina che, se non altro, dovrebbe comunicare velatamente il contenuto del libro.
 Ora, per carità, sono esistiti libri con copertine oscene diventati successi imperdibili, ma mi sento propensa comunque a credere che vestire un libro bene possa aiutarlo nel suo, già difficoltoso, ciclo di vita.

venerdì 15 maggio 2020

Se si spezza il legame. Pensieri sparsi sulla lettura in quarantena: tra blocco del lettore, educazione alla lettura ed empatia.

In questo periodo di quarantena e post quarantena (che tra le restrizioni, la paura e il maltempo alla fine si sta rivelando una prosecuzione della quarantena con un'ora d'aria), ho vissuto un disagio che sembra essere stato comune: il blocco del lettore.
Illustrazione di Junghyeon Kwon

 Prima o poi nella vita capita a tutti i lettori di sperimentarlo.

 A me personalmente era accaduto solo una volta, durante l'università, a posteriori probabilmente a causa del forte stress.

 Fu probabilmente il periodo più insensatamente produttivo della mia vita (c'è del miracoloso in quel che uno riesce a fare quando ha la mente giovane e fresca): per un'intensa primavera-estate feci un tirocinio universitario di trenta ore a settimana in biblioteca, preparai 6 esami, il tutto dando ripetizioni e facendo lavoretti secondari (e ovviamente vivevo anche).

 Non ricapitò mai più quel periodo di gloria che iniziai scartabellando con gioia nel catalogo, ora tutto per me, della biblioteca e terminai col cervello che mi scoppiava appena cercavo di aprire un libro.

 Fino all'autunno riuscii a leggere in totale un solo libro, "Lolita" di Nabokov, e assicuro che non c'è nulla di rivelatore in questa scelta del tutto casuale.

 Alla fine se ne andò come era venuto. Ricominciai a leggere con calma e l'ansia di non riuscire più ad appassionarmi a mezzo romanzo o saggio, terminò.

 Durante questa quarantena, come molti altri, sono stata nuovamente vittima del blocco.
Avevo iniziato tutto sommato coi migliori propositi: finalmente leggerò tutti i libri accumulati che vagano orfani per caso!
 Due gialli e un fantasy erano scivolati via abbastanza bene. Poi ho cercato di alzare un po' il tiro con un libro che avevo comprato mesi fa e mi ero lasciata come vera chicca per un momento speciale: "Un giovane americano" di Edmund White.

  Ed è stato un grosso grosso errore.

 La narrativa di intrattenimento si chiama così per un motivo: intrattiene. La letteratura è un'altra cosa.

 Ha bisogno di concentrazione, immedesimazione, una certa dose di astrazione e riflessione. Molte cose che finiscono in -one, quindi.

 Tutte cose che non hanno abbondato a casa di nessuno in questi mesi. Soprattutto il maggior pregio della letteratura, ossia la capacità di trasportare il lettore altrove, è venuta completamente a mancare a causa della totale mancanza di miss astrazione.

 Come ci si può astrarre da un presente che è irto di incognite, ansie, dubbi, incertezza verso il futuro, paura per i propri cari?

 E' vero anche che la letteratura ha una lunga storia di vite salvate e ispirate proprio dalla sua potenza salvifica in frangenti difficili. Tuttavia, quando quei frangenti arrivi a viverli in prima persona, scopri che le cose possono essere meno semplici.

 L'ordine di priorità interiore muta e così se puoi dedicare le tue energie a qualche misterioso ispettore che indaga in qualche posto del mondo con indizi sempre più contorti, ti accorgi che potresti non riuscire a riporre la stessa fiducia nelle complesse vicissitudini interiori di qualcun altro.

Dopotutto fai già troppa fatica a decriptare le tue, di vicissitudini.

 Non è un fatto nuovo neanche questo. Se vi è mai capitato di leggere un libro più volte nella vita, avrete notato che talvolta sembrava un libro diametralmente opposto a quel che ricordavate.

 Al momento quindi, "Un giovane americano" rimarrà nei miei ricordi come l'incessante e fastidioso lambiccamento di un adolescente sul proprio orientamento sessuale. Un ricordo, lo so da sola mentre lo scrivo, davvero impietoso per un libro che invece è assai amato da molti.

 Ma questo blocco dice molto sul rapporto tra lettore e libro.

Non basta che un libro sia bello se il lettore non partecipa. 
E' come andare a vedere un film tappandosi occhi e orecchie. Sei in sala sì, ma non ci sei.

 Ed è lì la falla dei nel sistema che produce i non lettori, chi ai libri proprio non si appassiona. Non basta dire a queste persone che leggere è bello o aiuta, bisogna creare un legame che convinca il lettore a fidarsi del libro. 

 Per i lettori forti è difficile immaginare quanto possa essere difficile, viene naturale, da sempre (e infatti tutti gli studi convergono verso un'opinione comune: chi è abituato a leggere sin da bambino, leggerà sempre), ma forse ora che anche i lettori forti hanno sperimentato questa mancanza di empatia con un compagno così amato, allora può essere più comprensibile l'assoluta insufficienza di politiche per l'educazione alla lettura in questo paese.

 Voglio essere sincera, nonostante gli indubbi pregi del mezzo, nulla mi spinge a pensare che internet stia migliorando la situazione. 

 Rispetto ad anni fa, se possibile, vedo in peggioramento. Anche tra i bookblogger.

Si è passati da "Mah, ho questa passione condividiamola" a "Mah, ho questo oggetto diamogli visibilità per N motivi". Non che nel secondo caso non possa esserci passione, ma l'educazione alla lettura non credo proprio passi dall'educazione al commercio.

Il mercato si è impossessato con vari ed eventuali mezzi persuasivi di mezzo e messaggio.

 Ogni tanto timidamente qualche iniziativa di promozione alla lettura cerca di contattarmi, l'ultima volta mi hanno chiesto di parlare di un libro appena uscito per spingere le persone ad andare in libreria e aiutare le librerie. Nobile motivo, ma si sa che la strada del demonio è lastricata di buone intenzioni.
 Non penso sia mio compito spingere nessuno a comprare niente, io stessa per ragioni economiche leggo principalmente libri presi in biblioteca.

 Non sono una vetrina, non mi piacciono le vetrine. E le vetrine possono convincere qualcuno a comprare qualcosa, ma difficilmente lo porteranno a diventare un lettore.

 Sono tanti pensieri sparsi che partono alla fine da un'unica domanda: perché durante questa quarantena non sono riuscita a leggere? 

 La risposta è, temo, perché sono un essere umano come tutti e i dogmi come "la lettura ci salverà" ogni tanto non funzionano in modo così automatico.

  Poi non è che non mi sia dedicata a nulla eh, ho solo scoperto che la mia concentrazione andava per altri lidi, come i fumetti (sto lavorando a un progetto del quale ancora non parlo per scaramanzia) e la scrittura (partecipare a concorsi letterari dopo 15 anni, perché no?).

 In entrambi i casi ero spinta da un obiettivo: una deadline, un giudizio, un risultato finale.

 La lettura, mettendomi sempre nei panni dei non lettori, su questo piano perde perché non è un obiettivo, non porta risultati tangibili(lo studio è un'altra cosa), serve "solo" ad arricchirci, a portarci altrove.

Ed è dura farlo quando ci sentiamo orrendamente ancorati a un presente senza orizzonti.

Poi oh, le cose passano. Ieri pomeriggio non avevo voglia di disegnare e nemmeno di cucinare, così ho afferrato "L'amante giapponese" della Allende che vagava per casa da un bel po', in attesa di essere portato dalla suocera.
All'inizio è stato difficile, ma poi l'ho finito in una sola serata. Forse c'entra il fatto che anche la fase 2 sta finendo e in verità penso proprio sia così.

 Se sappiamo dove andare nella vita, allora possiamo anche andare altrove coi libri.

lunedì 11 maggio 2020

Cronache dalla post-Reclusione! "La libraia che cammina"

Avevo dimenticato di postare questa vignetta dei primissimi giorni di passeggiate post quarantena (ovviamente già interrotte dal maltempo). 
Tutto era molto strano, incredibilmente nuovo e un'espressione interrogativa e un po' stordita era sulla faccia praticamente di chiunque.
Ho preso indegnamente spunto da Jiro Taniguchi, mi perdonerà per questo.
Cronache della post-reclusione: "La libraia che cammina".

Cr

sabato 9 maggio 2020

Cronache dalla Post-Reclusione: "I 4 tizi con lo spritz vs Regione Lombardia"!

La fase 2 è iniziata. Io faccio le mie tranquille passeggiate in una zona tutto sommato molto tranquilla e abbastanza deserta, tra anziani che finalmente hanno capito che devono stare tappati in casa e una scarsa densità di locali che mettono al riparo dalle tentazioni.
 Tuttavia questi giorni una foto lanciata da Repubblica mostrava la Darsena stipata di gente e giù cascate di indignazione.

 Ma è davvero tutta colpa dei gggggiovani malvagi? O semplicemente non sappiamo cosa stiamo facendo? 
 Cronache dalla post reclusione: "I 4 tizi con lo spritz vs regione Lombardi"!








lunedì 4 maggio 2020

Cronache dalla post reclusione! E finalmente a riveder le stelle (o almeno il cielo di Milano)!

Oggi dopo due mesi sono uscita di casa (ho fatto una quarantena strettissima) e devo dire che sarà stata la clausura prolungata, il fatto che dopo due mesi di stop lo smog si fosse dileguato dimostrando che no, l'inquinamento cittadino non è dovuto alle caldaie e che persino Milano può avere il cielo blu blu.
Perciò, sarà banale, sarà che oggi ero stordita dall'aria aperta a livelli fotonici (non mi sono neanche ben resa conto di essere uscita davvero), sarà tutto, ma persino Milano sembrava un bel posto.


domenica 3 maggio 2020

Cronache dalla quarantena. Riusciranno i nostri eroi a sopravvivere alla fase 2? I sogni dicono di sì (e chissà che ne pensa il Covid).

E così, dopo quasi due mesi, siamo arrivati alla fine della quarantena. 

Due mesi fa Maggio mi sembrava una data lontanissima, irreale ("Chiusi fino a Maggio??"), ora che le nostre speranze si sono spostate praticamente a settembre non ho neanche più un reale senso del tempo.

 Ho letto in questi giorni vari articoli vagamente profondi sulla scoperta dell'acqua calda: il peso del virus nella quotidianità impatta meno nei posti che sono a misura d'uomo, ergo si vive meglio in paese che in città. Ma no?

 Che si vivesse con meno ansia e problematiche in paese era evidente anche prima, ma la città, al contrario di prima offriva tutto quello che adesso ci è negato: grande vita sociale, enorme offerta culturale, interscambio continuo con persone diverse e, ovviamente, maggiori opportunità lavorative.

 Insomma, si pagava un prezzo tutto sommato equo per quello che si riceveva in cambio.

 Adesso la città non restituisce nulla e offre solo enormi problemi che all'apparenza appaiono insormontabili: primo tra tutti la mobilità. 

Come muoversi in sicurezza in città con milioni di persone?

Io non mi faccio eccessive illusioni, sarà difficile, se non impossibile, anche con tutte le accortezze del caso. Lo sappiamo tutti, come tutti sappiamo che il sistema dal punto di vista economico non potrà reggere ancora a lungo.

 Allora usciamo e ce la rischiamo, ma le ansie rimangono e permangono. Così, a me capita di essere più lucida e ottimista nei miei sogni che nella realtà, in un curioso processo al contrario.

 Come sarà il mondo nuovo lo sapremo da domani, intanto un po' di paura mi sembra normale averla e continuerò a fumettare nel tentativo disperato di distrarmi e di trovare soluzioni lì dove mi sembra di non vederne.

 Buon fine quarantena a tutt*!



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...