mercoledì 23 settembre 2020

Una storia d'amicizia o una battaglia per cambiare classe sociale? Una recensione della tetralogia de "L'amica geniale" di Elena Ferrante

 Ci ho messo anni a decidermi a leggere la tetralogia de "L'Amica geniale". Avevo letto un paio di libri della Ferrante e, a esser buoni, li avevo trovati fastidiosi, quindi mi riusciva difficile pensare che di colpo potesse aver scritto qualcosa di nettamente superiore.

Foto presa da Repubblica Napoli
 Poi, complice la vacanza sulla costiera sorrentina, mi sono fatta coraggio ed effettivamente, come moltissimi, ho letteralmente divorato i 4 libri in, credo, meno di una settimana.

 Prima di scrivere questa recensione, ne ho spulciate un po’ delle millemila già presenti su giornali e web, e ho notato che tutte tendono a concentrarsi sul rapporto tra Lila e Lenù.


 Ovviamente, dirà chi lo ha letto, su cosa ci dobbiamo concentrare visto che questa amicizia che dura mezzo secolo è, fondamentalmente, l’ossatura stessa della storia?

 In realtà, forse per una certa affinità di ansie e inquietudini personali con la narratrice, Elena Greco, detta Lenù, a me è sembrata molto rivelatrice una frase che lei stessa, con un certo sconcerto, si ritrova a pensare, rimuginando ormai in là con gli anni su un raccontino scritto da Lila alle elementari come di una quasi opera letteraria perduta, a metà del quarto libro: "Se il genio che Lila aveva espresso da bambina con la Fata blu, turbando la maestra Oliviero adesso, in vecchiaia, sta manifestando tutta la sua potenza? [...] L’intera mia vita si sarebbe ridotta soltanto a una battaglia meschina per cambiare classe sociale".

In effetti ci sono due cose che voglio assolutamente dire in questa recensione.

La prima è che sì. Io credo che la vita di Lenù e la tetralogia siano fondamentalmente il racconto di un titanico sforzo di una ragazza straordinariamente intelligente per cambiare ceto sociale.

Nata in una famiglia povera, ma non poverissima come quella della sua amica Lila, con padre usciere del comune, madre casalinga, due fratelli e una sorella (alla quale viene cercato di dare un vago ruolo nell’ultimo libro), Lenù studia con incredibile cocciutaggine. 

 Studia, mossa da un sentimento non ben definito che ha confusamente a che fare con la sua amicizia con Lila, figlia dello scarparo del loro poverissimo rione, bambina brillantissima, dal carattere tanto forte, quanto despotico.

L’amica geniale” è un titolo volutamente ambiguo perché se in prima battuta il lettore tende a credere che si tratti di Lila, bravissima a scuola, pronta d’ingegno, con grande e originale inventiva, nel corso del libro diventa evidente che sono entrambe e vicendevolmente le loro amiche geniali.

E non è poco, è tutto.

Se Lenù riesce nel suo percorso tenace nella vita, se non si arrende al liceo, all’università, al suo costante sentirsi fuori posto, è perché Lila rappresenta sempre e comunque un margine di confronto, uno specchio che conferma la sua esistenza in un mondo senza punti cardinali. 

 E lo stesso avviene per Lila. Se sempre, anche quando le viene imposto di lasciare la scuola, quando si trova costretta a sposarsi adolescente per sfuggire alle attenzioni di un camorrista, quando lavora in una fabbrica di insaccati in condizioni di schiavitù, se non si arrende mai è perché ha una sorta di punto fisso in Lenù.

Se Lila e Lenù sanno di esistere nello stesso istante, allora il gioco della vita, per entrambe, funziona. E infatti la storia inizia quando Lila decide scientemente di sparire e Lenù deve ricordare nei minimi particolari tutta la loro storia insieme, da principio, perché sente di avere ancora lo specchio nel quale rivedersi in caso di bisogno.

E’ una storia feroce di enorme amicizia, ma ha anche molto a che fare con la rappresentatività. In molti trovano estremamente tediose e anche capziose le polemiche sulla rappresentatività delle minoranze o anche delle donne nei film o nei media. Ma la rappresentatività costituisce un immaginario saldo a cui aggrapparsi: se ti vedi, esisti.

 Lila e Lenù si incontrano, si riconoscono e questo dà loro modo di costruirsi una vita fuori dai canoni ideali del rione. Tutte le loro coetanee e amiche d’infanzia, si sposano e mettono su famiglia molto giovani, alcune lavorano se c’è necessità, ma nessuna esce dal seminato che è stato loro accuratamente preparato. Come anche gli uomini.

 Sono le uniche a distinguersi e a combattere con tutte le loro forze (perché servono, costantemente, un’incredibile quantità di forze per non lasciarsi schiacciare dal sistema) ed è la loro ostinata amicizia, il loro confronto bellicoso e ineluttabile che rende possibile la loro ribellione.

 Hanno però due obiettivi diversi. L’obiettivo di Lila è cambiare le cose in un rione sempre più in mano alla camorra, dove lo stato non esiste (e se esiste non ha una forma che risulti comprensibile né efficace in un mondo che risponde ad altre leggi e dinamiche), e per raggiungerlo sa che l’unica possibilità è salvarsi ad ogni costo.

 Si salva da un camorrista sposando in fretta e furia un marito che detesta sin dal primo momento. Si salva dal marito scappando in un altro quartiere e finendo a fare l’operaia. Si salva dall’essere un desiderio sessuale desiderando ardentemente e contro ogni logica un’altra, sbagliatissima, persona. Si salva da un presente di miseria studiando una materia complicatissima, che non conosce nessuno.

Si salva, si salva e scappa. E se alla fine sembra che le rimanga poco tra le mani rispetto alla gigantesca fatica che l’ha perseguitata per un’intera esistenza, dovremmo pensare a quale sarebbe stato il suo destino se si fosse arresa in uno qualsiasi di questi momenti.

Salvarsi è assolutamente imperativo, anche quando il premio finale è in proporzione misero e ingiusto.

L’obiettivo di Lenù è invece lo stesso obiettivo di Nino Sarratore, l’oggetto dell’amoroso contendere tra le due ragazze, il gattomorto forse meglio descritto al maschile da parecchi decenni a questa parte. Entrambi mirano ad elevarsi socialmente. La differenza è che la prima non ne ha una vera coscienza, il secondo persegue il suo obiettivo con studiata ferocia.

Che Nino Sarratore sia detestatissimo l’ho letto ovunque (ho visto anche magliette contro di lui), eppure, diciamoci il vero, nessun uomo, forse esclusi il povero Franco Mari ed Enzo, fa un’ottima figura all’interno della storia. Gli uomini del rione sono prigionieri come le donne di un sistema patriarcale fondato sulla mascolinità tossica: devono primeggiare, devono picchiare, devono sottomettere, devono dimostrare.

I padri di Lenù e Lila sono quasi pupazzi sullo sfondo. I mariti di entrambe le ragazze non sono alla loro altezza e si comportano, seppure con le dovute differenze di status e cultura, allo stesso modo: si attendono una moglie che li riverisca e riversi ogni energia nell’accudimento dei figli e del focolare domestico.

Gli unici personaggi maschili che non cercano di soffocare le intelligenze delle due ragazze sono: Michele Solara, il camorrista (quando sei all’apice della catena alimentare puoi permetterti di infrangere le regole perché nessuno può dubitare della tua integrità) e Nino Sarratore che, nonostante dissemini, soprattutto in gioventù, episodi in cui reagisce in modo infantile alla superiorità di Lila e Lenù, in età adulta, tutto sommato sarà lo sprone che porterà Lenù a scrivere ancora, a liberarsi di un marito lamentoso, a credere in un futuro da scrittrice.

Ovviamente lo fa in base ad un suo calcolo personale. Tanto Lenù si affida alla corrente e riesce nella sua ascesa sociale grazie al suo talento letterario, tanto Sarratore (che non ha il jolly del talento) si prodiga in ogni modo per raggiungere il suo obiettivo.

E’ non solo un trasformista della politica, ma anche della vita. Tiene il piede in mille correnti diverse, in mille relazioni diverse, tra mogli, amanti, compagne, figli disseminati qui e lì con una certa assoluta scienza. Solo Lila, osserverà Lenù molti anni dopo, è sfuggita a questa sua ossessiva persecuzione della sua irresistibile ascesa.

Perché Sarratore ha accettato una relazione che poteva compromettere la sua ascesa?, si chiede, rodendosi, Lenù, che lo ama sin dall’infanzia. E teme sia accaduto perché, al contrario di tutte le altre donne con le quali si rapportava in relazione a ciò che loro potevano dargli, Nino era sinceramente innamorato di Lila.

Visto il personaggio in prospettiva, è difficile vederci un sentimento sincero. Sembra invece una sbandata giovanile, di quelle che prendono insensatamente e che, a posteriori, vanno ridimensionate e dimenticate.

Tuttavia è facile giudicare Sarratore con gli occhi di Lenù. 


Se Lenù non avesse potuto fare affidamento su un talento e un buon matrimonio, cosa sarebbe stato di lei? Sarebbe diventata forse un’insegnante di liceo e i suoi sogni di una vita migliore, più stimolante e indipendente, cosa sarebbero diventati?

Ciò che Sarratore persegue con feroce calcolo, a Lenù arriva quasi per grazia ricevuta. Lo dirà lei stessa nel libro di aver sempre avuto una grande fortuna. Di certo nessuna fortuna sarebbe venuta a visitarla se non avesse studiato con ostinazione e non avesse lottato, anche da adulta, per essere una donna libera, ma resta il fatto che la massima di Moll Flanders rimane, come sempre, attualissima.

La dignità ce l’ha chi può permettersela”.

C’è un secondo elemento che rende Sarratore e Lenù distanti nel loro atteggiamento. Quando si entra all’interno di un altro ceto sociale, l’attrito è fortissimo.

In Lenù assume la sensazione di una costante inferiorità, un mondo nel quale non è mai abbastanza raffinata o intelligente. Durante l’università, la Normale di Pisa, viene presa in giro per il suo aspetto e il suo accento, sospettata di furto, ha pace solo quando qualcuno “garantisce” per lei, come i suoi due fidanzati, entrambi benestanti e conosciuti. Perché il bel mondo l’accetti ha bisogno di qualcuno che validi e in qualche modo giustifichi la sua intrusione.

Lenù lo sa e si chiude a riccio, cerca di adattarsi, di rubare il modo di stare al mondo, ma è un esercizio che risulta difficilissimo a chi lo pratica senza esservi nato.

Qualche mese fa lessi un articolo bellissimo, “Il lavoro culturale ha bisogno di una lotta (creativa) di classe”, in cui l’autore descriveva benissimo quello che sente Lenù e che, devo dire, sento anche io.  Racconta come il lavoro culturale in Italia sia mediamente appannaggio delle classi sociali superiori, un gruppo ristretto di persone provvisto dello stesso milieu, qualcosa che chi giunge dall’esterno, pur con grosse dosi di recitazione ed immedesimazione (le stesse che, a vagonate, usa Nino Sarratore), non può essere assolutamente replicabile.

 Gli outsider, come in tutti gli ambienti progressisti, vengono accettati, ovvio, ma raramente vengono davvero assorbiti. Serve un qualcosa di straordinario come un talento geniale, una carriera sfolgorante, un qualcuno di geniale e sfolgorante che attraverso matrimonio o amicizia “garantisca” per te.

 E questa sensazione che Lenù ha sin dalle scuole medie, che si sviluppa già al liceo classico, con la professoressa Galiani decisa a vendicarsi della poveraccia che crede abbia rubato il fidanzato alla sua figliola cresciuta con ogni cura, esplode all’università e soprattutto nell’enorme confusione del periodo successivo.

 

Quando gli anni ’60 e ’70 arrivano coi loro slogan e le loro anche sincere (sul momento) rivendicazioni sociali, di colpo sembra che le differenze di classe possano essere appianate.

 O almeno, sembra a chi queste differenze non le ha mai davvero subite (la figlia della prof Galiani, la sorella del marito di Lenù, Franco Mari che è uno dei personaggi più coerenti e tra i miei preferiti) lasciando perplesso chi, come Lenù, non riesce a non vederci della maniera o chi, come Lila, teme di essere usata per scopi politici e poi lasciata al suo destino.

 E nessuno dei tre né Lila né Lenù né Sarratore si fida.

 La prima perché mentre gli altri parlano di operai E’ l’operaio, ma per sua natura non può diventare un operaio di stampo ideologico, la seconda perché sa quanto possa essere doppia la natura di chi proviene da un ceto sociale superiore e cerca di tenere una mente aperta lottando contro uno spirito di autoconservazione di classe (lo stesso che avrà lei nel quarto libro quando sua figlia scapperà col figlio di Lila, devo dire forse la parte peggiore della serie) e Sarratore perché avendo un atteggiamento più utilitaristico e meno utopico delle varie ideologie dominanti, sa che prima o poi, tutte, vanno ad esaurimento.

 Alla fine, fondamentalmente i tre, pur con percorsi diversi, riusciranno a distinguersi dalla gente del rione che avrà destini più o meno infelici tra malattie, post terrorismo, manovalanza della camorra, povertà.

 La cosa forse che rimane interessante è che tutti vi riusciranno anche perché avranno con la propria prole un tipo di rapporto poco esplorato nella letteratura contemporanea. Adesso le cose sembrano solo due: distacco e freddezza totale o l'alone mistico dell’amore assoluto e inspiegato.

 Tutti e tre invece amano i propri figli, ma nessuno di loro gli sacrifica o ne fa il centro della propria esistenza. 

 Lila lo fa per un breve periodo col primogenito, ma si rende presto conto che l’educazione può poco se l’ambiente e l’indole sono di altro genere. 

 Lenù ama le proprie figlie, ma ama anche avere una propria esistenza. Quindi non sacrifica alla loro tranquillità un matrimonio ormai arenato né si fa scrupolo di portarle a vivere in un rione povero di Napoli quando potrebbero vivere nell’agio coi ricchi nonni genovesi. Sbaglia? Ha ragione?

 Malgrado trovi il pezzo delle figlie adolescenti il peggiore del libro, penso che il finale del loro rapporto sia giusto e in qualche modo onesto.

  Lenù è una donna indipendentissima e il rapporto con le figlie non poteva essere di natura diversa. E intendiamoci, io non do nessun giudizio morale. Anzi. Forse perché sono cresciuta con dei genitori molto simili, mi trovo costantemente spiazzata dalla retorica della maternità amorosissima, dai genitori iperpresenti, dalla cappa di attenzioni costante. Mi sembra assurdo sia l’unico modo per essere genitori e che sia l’unico modo degno di essere raccontato per non passare come dei genitori indegni.

Cosa penso dunque di questa tetralogia (scusate la recensione lunghissima)? 

Che ha un’enorme fascino perché la Ferrante è riuscita in due cose, rare:

1) Indovinare tre personaggi in modo vividissimo e farli interagire tra di loro in modo continuo e convincente (i personaggi secondari sono talmente poco caratterizzati che fino alla fine alcuni li ho confusi).

2) Raccontare quello che stranamente viene poco raccontato in un paese come l’Italia: la quasi estraneità tra ceti sociali e l’incredibile attrito quando qualcuno tenta l’ascesa.

 La complessità e in qualche modo la tragicità dello scontro dovrebbero essere forieri di storie, invece ci si concentra quasi sempre sulle grandi tragedie interiori della borghesia o del mondo quasi pasoliniano dei ceti più bassi. 

 Qui e lì si appiccano sentimenti di categoria (il piccolo borghese con grandi ambizioni, l’operaio che vorrebbe ma non può, il provinciale che si inventa imprenditore e soccombe, il ricco borghese che ha qualche sicuro problema con mogli e figli ecc), ma non si indaga mai sull’ambivalenza di questa coesistenza. 

 Sul fatto, ad esempio, che può interessare una scalata sociale per alcuni fattori culturali, per una maggiore ricchezza di prospettive, ma che al contempo si possono disprezzare alcune pieghe decadenti, alcune pose artefatte, il totale distacco dal mondo reale. In questo senso il personaggio di Lenù è assolutamente perfetto.

Spiace, e lo dico sinceramente, che non si possa sapere di più sull’autrice. Perché anche se l’opera esiste oltre l’autore, alcuni sentimenti hanno sete di spiegazione e di approfondimento, anche solo per il gioco tra Lila e Lenù, per vedersi rappresentati, per avere la certezza che qualcun altro esiste come te in quel momento e in qualche modo sta giustificando la tua esistenza stessa.

martedì 22 settembre 2020

Il male entra dove viene invitato. Una recensione di "Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe" di Grady Hendrix

 Quando lavoravo in libreria, una delle cose che più trovavo assurde, divertenti e moleste allo stesso tempo, era la collocazione dei libri di Fannie Flagg.

  Il nome non dirà molto a tanti, ma se vi dico che è l’autrice del libro da cui è stato tratto il film “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” forse riuscirete a inquadrare lei e il problema.

Fannie Flagg
Sin dalle copertine, discretamente a mio parere discutibili, delle edizioni Bur, la collocazione di Fannie Flagg sembra quella di uno zuccheroso romanzo rosa. 

 Magari non rosa rosa sul livello di Harmony o del manager sadico che si innamora della santarellina di turno (aridatece i medici che salvavano le orfanelle avvenenti dalla povertà, erano più dignitosi), ma un rosa un po’ vintage in stile “I ponti di Madison County”, roba insomma che si colloca in quell’incerto mondo della narrativa rosa che però è una spanna letteraria sopra.

In verità i libri di Fannie Flagg sono scritti con piglio di certo ironico e hanno per protagoniste donne picaresche, ma che di rosa hanno ben poco. Sono donne, innanzitutto, che vivono in un contesto sociale molto preciso: quello del sud degli Stati Uniti, dove si mangia molto bene, sembra, per carità, ma il razzismo e il sessismo sono a livelli fuori controllo.

Il film “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” non dà un’idea abbastanza veritiera del contenuto dei suoi libri.


Lo stesso film si prende un paio di licenze di trama
così grosse da distruggere gran parte della portata eversiva della storia:

1) Un personaggio omosessuale diventa nel corso della vita eterosessuale.

2) La scomparsa dei gemelli di colore Jasper e Artie, diversissimi e speculari, specchio delle possibilità di vita di un afroamericano in un America intrisa di razzismo.

Alla fine, nel ridimensionamento generale, si evince solo che le due protagoniste hanno una specie di amicizia amorosa che è poi quella grande nebulosa dove vengono di solito ficcati i rapporti tra donne: amicizie intime, ma insomma, nulla di davvero serio. Ovviamente, pur mancando i gemelli, si parla di razzismo, ma il contesto quasi favolistico non rende i toni più drammatici e struggenti del libro.

Con questi presupposti potete facilmente evincere che non esiste alcun motivo logico e sensato per il quale un’autrice del genere dovrebbe avere copertine zuccherine vivacchiare negli scaffali della narrativa rosa. Meriterebbe ben altro trattamento e ragazzi, se l’autore fosse un uomo, senza per forza cercare il sessismo in ogni dove, lo avrebbe.

Eppure. Ho sempre trovato in qualche modo interessante l’idea di una specie di cavallo di troia tra gli scaffali. Una lettrice media (anche un lettore per carità, ma la statistica pende verso le donne in questo caso) va cercando una storia d’amore senza impegno e pem, si ritrova trascinata in una faccenda molto più grande, più complessa, più struggente. Considerando che non ho mai visto riportare indietro una copia di questo libro, il cavallo di Troia ha sempre discretamente funzionato, o almeno spero.

Perché questa solita lunga intro che sembra non c’entri molto con “Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe”?

Perché “Pomodori verdi fritti alla fermata di Whistle Shop”, in qualche modo è un’ideale preambolo di questo libro dal titolo altrettanto lungo.


L’autore, Grady Hendrix, spiega all’inizio di aver voluto mettere sua madre contro Dracula,
in uno scontro evidentemente impari. Il motivo per il quale lo scontro è impari però non è tanto da attribuirsi a motivi sovrannaturali quanto all’humus nel quale lo scontro si sviluppa.

La protagonista, Patricia Campbell, è una casalinga di inizio anni ’90. Ha un marito medico poco presente e perennemente a lavoro, il tipico coniuge che non si rende conto che il motivo per il quale può stare 14 ore a lavoro e tornare in una casa pulita, con due figli che non barboneggiano abbandonati a loro stessi, il frigo è pieno, la tavola imbandita, le bollette pagate, la madre invalida accudita, non è per grazia divina, ma perché qualcuno se ne è occupato.

Anche i figli, un maschio e una femmina, sono il solito concentrato di odio adolescenziale. Non per colpa di qualcuno, ma bisogna forse venire a patti che ci sono degli anni in cui genitori e figli sono pianeti che orbitano vicini, ma che non possono mai sfiorarsi, pena una collisione disastrosa.

La sua unica gioia è un gruppo di lettura che ha con alcune altre donne del quartiere. In principio leggono libri impegnati, poi, grazie all’idea di una di loro, nasce un secondo gruppo dove si dedicano a letture ben poco da casalinghe: delitti atroci, cronaca nera, serial killer, omicidi efferati.

Il male cartaceo è in qualche modo catartico della frustrazione reale. Per giunta, il fatto che li leggano all’oscuro di mariti con un’apertura mentale degna degli anni ’50, dà quel gusto del proibito, del proprio pezzetto di vita segreta, che non guasta.

Tutto sembra scorrere più o meno normalmente fino al giorno in cui Patricia viene aggredita da una vicina in preda ad un’incomprensibile frenesia, quasi rabbiosa. E’ un’anziana del vicinato che muore lasciando la casa ad un suo lontano nipote, un uomo avvenente e ambiguo che Patricia prende immotivatamente in simpatia.

Da quel momento tutto prende una strana piega. Alcuni bambini del quartiere dove vivono a maggioranza persone di colore, iniziano a deperire e suicidarsi o scomparire e, quando Patricia decide di aiutare la badante della suocera a indagare, le cose peggiorano drasticamente.

Il male sovrannaturale in effetti c’è. Vampiri che succhiano il sangue di innocenti dei quali non interessa a nessuno (ennesima conferma che la colpa è sempre di chi muore), ma il vero orrore si annida nella presa di coscienza di Patricia.

Patricia si rende rapidamente conto che poco è cambiato dai tempi in cui i mariti internavano le mogli troppo vivaci o troppo intelligenti o troppo poco accomodanti. E capisce anche che la parola di una donna vale sempre meno di quella di un uomo, anche agli occhi delle persone a cui vogliamo più bene.

La vera trappola, che permette la morte seriale di innocenti, è un contesto sociale che cambia per non cambiare mai.

Ora le mogli sono laureate, ma lasciano comunque il lavoro per accudire la famiglia che altrimenti non avrebbe mezzi per andare avanti. Ora le mogli guidano, hanno un conto in banca, una vita sociale, ma mai che questa vita sociale sia eccessiva o tolga tempo all’accudimento della famiglia, soprattutto se questa cosa si connota nel campo dello svago fine a sé stesso (ah! Togli tempo alla tua famiglia per le tue amiche!).

L’isolamento cresce in proporzione al calo dell’autostima che non trova più conferme da nessuna parte: né in un lavoro che non c’è più, né nei figli che sono presi da altro, né dagli amici che si sono stancati di essere chiamati, a dire tanto, una volta al mese, né dal coniuge, preso da un mondo esterno dal quale sono escluse.

Il quadretto è anni ’50, ma riguarda vaste sacche molto trasversali del mondo odierno e ha conseguenze che si espandono a macchia d’olio. Il doppio carico di lavoro, la minor autorevolezza, la perenne sensazione condizione di minorità. Ed è in questa trappola che il male fa il nido.

 E in questo caso è particolarmente parlante una delle peculiarità dei vampiri, una delle poche che Patricia cerca in "Dracula" per trovare conferma: i vampiri non possono entrare se non vengono invitati.

E il male è esattamente così, entra dove lo si invita.

Sa chi colpire, sa tra chi cercare sponda, sa svanire dopo aver seminato distruzione. Forse, col tempo, e con le serie tv che lo fanno sembrare una cosa molto più manichea e semplice e tutto sommato dai risvolti meno malvagi del previsto, ci siamo dimenticati quanto sottile e astuto possa essere il male.

Il finale è molto Stephen King vecchia maniera e in tono con un libro che vuole raccontare qualcosa di serio senza prendersi troppo sul serio.

Incredibilmente ironico e soddisfacente nonostante il prezzo da pagare. Un bell’horror scorrevole e gustoso, come non ne leggevo davvero da tempo.

mercoledì 5 agosto 2020

Buone vacanze 2020! Incredibile ma sono arrivate davvero!!

E finalmente anche quest'anno le vacanze sono arrivate!

Incredibile, ma vero considerando che ci sono stati momenti in cui credevo non sarebbero mai arrivate e che, dopotutto, ormai il futuro fosse effettivamente fuori da ogni nostro personale controllo.

Spero che questa mia incredulità e il molto nervosismo di questi mesi, si trasformi in relax e molta energia visto che, comunque vada, sarà un autunno tosto e con grandi sorprese (anche fumettose, ma non dico nulla che porta male, ho le prove).

Buone ferie a chi ci va e buon lavoro a chi continua a lavorare!

Su fb e ig continuerò ad aggiornare, qui ci si vede e legge a fine mese!



lunedì 3 agosto 2020

Il diavolo si annida nella paura. Una recensione di "L'estate che sciolse ogni cosa" tra supposizioni personali, patti col diavolo e versi di Lucrezio.

 Alle superiori frequentavo probabilmente l’unica classe della terra con un elevato numero di componenti femminili nella quale nessuna e sottolineo nessuna era minimamente versata nel benché minimo sport.

 Questo rendeva possibile l’impossibile, ossia che persino io, che non sono mai stata assolutamente portata per l’esercizio fisico (unico sport in cui riuscivo: tiro con l’arco perché lo trovavo divertentissimo) sembrassi un’atleta di discreta statura. 

 Del resto “nel paese dei ciechi chi ha un occhio solo è re” (anche se il racconto di Wells "Nel Paese dei Ciechi" direbbe il contrario).

 Comunque, questo determinò che fossi costretta a giocare nei due tornei sportivi scolastici nei quali tutti eravamo coinvolti a gironi: pallavolo e calcio. La pallavolo era mista, il calcio, che veniva comunque giocato con sprezzo del pericolo su un campetto di asfalto, era almeno genderizzato.

 Non fummo in grado mai di vincere una partita, ma alcune compagne di classe, nel tentativo di peggiorare la già drammatica situazione, coniarono per noi alcuni slogan ad hoc e siccome eravamo una classe del classico, non erano slogan normali. Il mio ancora me lo ricordo: “Laura Mango Laura Mango per te carmina lucida pango!”.

Ecco. L’unico merito di queste partite è aver impresso nella mia memoria, per sempre, questo verso di Lucrezio che letteralmente (almeno così mi spiegarono all’epoca, latinisti non uccidetemi) vuol dire: “Rendere poesie lucide a furia di lavorarle con la pietra pomice”, averle quindi lavorate a lungo con un attento e laborioso cesellamento delle parole.

 Mi sembra che nessun verso descriva meglio questo libro del quale avevo molto sentito parlare (benissimo) prima di riuscire a leggerlo: “L’estate che sciolse ogni cosa” di Tiffany McDaniels.

 Di solito non mi fido delle grandi pubblicità altrui sui libri, ma stavolta molti elementi mi portavano a pensare sarebbe andata bene: il libro è ambientato negli anni ’80 (1984 precisamente), provincia americana, estate, caldo, ragazzini, inquietudini, velature horror. Insomma, gli ingredienti c’erano tutti.

 La storia è ambientata a Breathed in Ohio nel 1984, uno di quei tranquilli e agghiaccianti paesini dove tutti si conoscono, va sempre tutto bene e quello che va male basta che nessuno lo sappia, nessuno lo veda e siamo tutti felici perché possiamo fingere non esista.

 La famiglia Bliss, composta da madre (Stella), padre (Autopsy, sì esattamente) e due figli, (Grand, liceale e Fielding sui tredici anni) vive tutto sommato agiatamente nel suo villino sogno americano

 Eppure. Autopsy è un giudice che prende molto seriamente il suo lavoro e vive col dubbio, fortissimo, di aver commesso degli errori nel separare il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia, la menzogna dalla verità. 

 Per questo decide di mettere un annuncio sul giornale e di invitare il diavolo a casa sua.

 Si presenta dopo qualche tempo un ragazzino di colore dagli occhi verdissimi, vestito poveramente e con una ciotola. Dice di essere il diavolo e si fa chiamare Sal.

 Ovviamente la famiglia Bliss tende a non credergli e lo prendono in affido, certi che sia un ragazzino scappato di casa. Eppure. Il ragazzino sa molte cose, parla in modo molto profondo, particolare e ha i segni di due grandi cicatrici sulla schiena.

 In paese, complice il caldo, alcuni episodi sfortunati e un vicino particolarmente insistente e dai tratti maniacali, iniziano a credere che possa essere la verità e che Sal sia il diavolo e debba essere punito.

 Dove può portare il delirio collettivo? Di cosa siamo capaci quando smettiamo di ragionare e troviamo possibile e preferibile credere all'assurdo?

 La lingua del romanzo è particolarmente ricercata, tanto che in alcuni momenti si ha la sensazione che sia forse un po’ troppo costruita.

  In altri invece ha serpeggiato nella mia mente una domanda: e se mi sembrasse costruita perché ormai sono abituata a leggere in una lingua scorrevole e particolarmente standardizzata?
 E’ raro leggere stili particolari, i libri ormai tendono a somigliarsi un po’ tutti a livello lessicale e sintattico, è la bellezza della storia, la costruzione dei personaggi che fanno la differenza. 

 Così, forse, abbiamo dimenticato che è bello anche carmina lucida pango, avere versi luminosi e cesellati, una lingua che sia più complessa e meno ovvia.

 In ogni caso, anche io ho trovato la prima parte del libro molto meno appassionante della seconda, ma, a mio parere è per un motivo di trama che vado ora a sviscerare.


 A QUESTO PUNTO SE NON VOLETE SPOILER NON ANDATE OLTRE


Perché io finisca questa recensione è necessario un grosso spoiler, quindi se volete evitarlo non andate oltre.


 La prima parte della storia porta a pensare che Sal sia effettivamente il diavolo

 Sa cose particolari e personali, parla in modo molto mistico, si muove con una sicurezza e un'autorità che non sono propri di un ragazzino spaventato e in fuga, inoltre non viene mai spiegato il particolare della pelle scura e degli occhi verdi.

 La prima parte è quindi molto onirica, se non fosse Fielding a raccontare la storia e a infilarci qui e lì considerazioni terra terra di un ragazzino di tredici anni, sembrerebbe a tratti di leggere un qualche tipo di romanzo con pretese filosofiche.

 Circa a metà romanzo il registro, non linguistico, ma di ritmo e intreccio, cambia completamente.

 La storia prende forma, i personaggi, rimasti quasi solo sullo sfondo a far da corollario a Sal, saltano fuori con potenza e iniziano a giocare la loro partita.

 Stella Bliss e il suo terrore della pioggia che la rende agorafobica, Grand e i suoi terrori, così semplici eppure con conseguenze così ingiustamente devastanti nel 1984, i demoni di una provincia in preda alla canicola, al pregiudizio e alle apparenze. 

Tutti iniziano a muoversi, come attori che dopo essere rimasti congelati sulla scena a causa di un monologo troppo lungo, finalmente possono recitare.

 Il mio parere personalissimo, che però mi sembra sostenuto qui e lì da alcuni contraddizioni poco spiegabili (il gesto di Autopsy come avvocato difensore nel finale), l’angoscia perpetua (quasi paura) di Fielding per il resto dell’esistenza, è che la McDaniel sia partita con un’idea e poi abbia cambiato gradualmente posizione.

 Sembra quasi che l’idea fosse: faccio credere che Sal sia il diavolo, poi facciamo che tutti credono sia un ragazzino, poi in realtà è il diavolo. 

Solo che poi, mentre raccontava le vicende della famiglia Bliss e della sua devastazione, la trama l’abbia portata altrove.

 Ci sta eh. Molti autori dicono che i personaggi, alla fine, fanno ciò che desiderano loro, che stravolgono trame, acquisiscono quasi vita propria. Solo che il libro risulta poi sbilanciato: con una prima parte onirica e una seconda molto più d’intreccio, quasi alla King (King se lui carmina lucida pango ovviamente).

Ovvio che sia una mia idea personalissima, non supportata da niente e che anzi, di certo la McDaniels avrà invece avuto il totale controllo di una trama studiata al millimetro così eh.

 Però non so, il dubbio mi rimane. 

 Avevo avuto la stessa sensazione solo in un altro caso, con “Oceanomare” di Baricco, in cui c’è questa intro un po’ sconclusionata coi personaggi che non si sa bene cosa dicono e fanno e poi di colpo (molto prima rispetto a “L’estate che sciolse ogni cosa”) la storia assume un senso.

 Chissà. In ogni caso è un libro che vi consiglio, senza però assicurarvi che possa essere nelle vostre corde, e non perché non sia un libro di valore che non valga la pena leggere, ma perché ha un gusto elaborato molto particolare, forse più da racconto raffinato (i pezzi più magnifici del romanzo sono alcuni capitoli presi singolarmente, a mio parere, soprattutto sul passato dei personaggi).

 Rimane il fatto che la McDaniel sia riuscita a scrivere un romanzo struggente e agghiacciante al tempo stesso sul peso del male nelle nostre vite, sul male che non è una condanna ineluttabile, ma un patto che stringiamo in prima persona col diavolo quando siamo persone molto disperate o molto sospettose o alla perenne ricerca di qualcuno da odiare perché non siamo capaci di accettare quello che, effettivamente, rimane inaccettabile: il dolore di un mondo che spesso è più ombre che luce.Più dolore che amore, più male che bene. 

 E soprattutto accettare, esattamente come avviene a Fielding, che alcune scelte non sono reversibili e mai, mai, abbassare la guardia, perché è nella paura che il diavolo si annida.

venerdì 31 luglio 2020

Nessuna rivoluzione ha bisogno di autorizzazione. Sull'affaire Feltri-Gheno, l'uso sessista e politico della lingua e i rapporti di potere che non riusciamo a vedere

Da un po’ di tempo, si discute sull’uso sessista della lingua.

 Se ne discute da decenni, ma diciamo che negli ultimi tempi, complici alcuni saggi, tra i quali il dibattito in merito si è fatta più vivo.

Una discussione, stupirà molti, legittima, visto che basta fare l’esame di Linguistica 1 per sapere che la lingua è viva ed evolve in relazione alla società, ANCHE ai rapporti di potere nella società

Nella lingua italiana, al contrario di altre, non esiste il genere neutro e, in generale, si ritiene che il maschile comprenda tutto, anche il femminile.

 Te lo spiegano anche alle medie, durante le ore di grammatica, che se pure c’è una classe di 10 persone, 9 femmine e 1 maschio, saremo tutti compagnI di classe e non compagnE, perché non vale il peso numerico, ma il peso del potere. 

 Il maschile è la carta che prende tutti. Non credete, persino a noi dodicenni la cosa sembrò alquanto sospetta e ci fu persino una discussione in classe sedata come vengono sedate tante discussioni tra adulti e minori: è così. Punto.

 Ma se un dodicenne può accettare che un adulto, si suppone laureato, abbia ragione in favore di una maggiore istruzione e di un ruolo (sempre di potere), è un po’ troppo chiedere che questo avvenga anche tra persone adulte, e, come si suol dire, studiate.

 La lingua è un esercizio di potere ed è inutile che orde di accaniti difensori della lingua italiana,(che per correttezza spero perdere il lume della ragione nel tentativo di comprendere se sia più corretta la forma “famigliare” o “familiare”), fingano non sia così. 

 Altrimenti non si spiegherebbero le perpetue crisi di nervi davanti ad una donna che vuole essere chiamata ministrA e non ministrO, come se la lingua fosse un monolite che non cambia mai e noi parlassimo esattamente come Plinio il Giovane (e Plinio il Giovane a sua volta avesse parlato come Plinio il Vecchio).

 Ironizzando, credono loro, dicono che allora il giornalista dovrebbe chiamarsi giornalisto o il pilota –piloto, dimostrando in tal modo un’ignoranza dell’evoluzione della lingua che tanto credono di difendere. 

Giornalista e Pilota infatti non hanno desinenza in A in quanto mestieri d’elezione femminile (come può essere per ostetrica, e comunque non ho mai sentito un ostetrico chiamato al femminile), ma perché non tutte le parole che finiscono in A determinano il genere femminile (anche se nelle anagrafi, paradossalmente, grazie a questa logica, stanno sdoganando nomi che valgono per entrambi i sessi, avendo non tanto conosciuto varie Andrea, ma persino una Enea e alcune Vania).

 Ma non è per dissertare di desinenze che sono qui, ma per l’affaire Mattia Feltri, il quale,  ha scritto qualche giorno fa un articolo su La Stampa in cui, sostanzialmente, fa quello che fanno molti uomini etero davanti al cambiamento: cerca di ridicolizzarlo per sminuirne la portata.

 Parla dell'uso dello schwa citando una fantomatica accademica della Crusca che ne avrebbe scritto su fb, senza però nominarla. Si tratta di Vera Gheno, che non è un'accademica della Crusca, ma una collaboratrice e oltre a vari interessanti libri ha scritto questo bell'articolo per La Falla, in cui ricostruisce tutta la vicenda e parla, seriamente, dell'oggetto del contendere.

Anche la traduzione soffre del medesimo
problema. Come diceva Nanni Moretti
"Le parole sono importanti" e anche la
scelta delle parole per dire altre parole
lo è. Un testo interessante è "Il corpo del testo"
di Laura Fontanella, Asterisco ed.
 Qui potete leggere l'articolo che, chissà perché, Feltri si è sentito in animo di scrivere.
 Peraltro lo si vorrebbe rassicurare. 

 Non fa la figura del sessista perché si propone di argomentare sullo schwa, ma perché in realtà NON vuole argomentare, vuole dileggiarlo e anche fare quel vittimismo un po' insulso nel quale si crogiola chi, vi posso assicurare, la discriminazione non sa manco dove sta di casa.

Quando poi si pensa che la cosa stia andando male, si può star certi che fatalmente andrà peggio.

E' infatti intervenuta l’Accademia della Crusca con una lettera del suo presidente.

 Tu dici, vorrà un attimo dire la sua sulla questione. Invece no. 

  Il presidente, assai piccato, ci informa che l’accademica della Crusca in questione (che rimane innominata anche in questa lettera ed è sempre Vera Gheno), non è affatto un’accademica della Crusca, ma aveva solo collaborato con loro. 

 Ci tiene poi a farci sapere che ama molto La Stampa (giornale della sua città) e che comunque il suo pensiero è in linea con Feltri e che, in ogni caso si riserva di “difendere nelle sedi opportune il buon nome dell’Accademia”, non si sa infangato esattamente in quale modo.

 Possiamo divertirci in un esercizio di comprensione del testo e cercare di capire quante cose sono intrinsecamente errate in questa lettera:

1) La mancanza del nome della linguista. Non è un errore, è un esercizio di potere
La lettera che trovate postata sul profilo fb
dell'Accademia della Crusca

 Quando tu non ritieni neanche che una persona sia “degna” di un nome e di un cognome, la stai automaticamente mettendo su un piano d’inferiorità. 

 Tra pari ci si confronta, tra padroni e sudditi no. Il contadino conosce il nome del padrone, il padrone non conosce il nome del contadino. Nessun generale è mai stato un milite ignoto. Avere un nome, come ci insegna persino “La storia infinita” è fonte di potere, si esiste solo in quel momento. Negli altri casi, beh, sei qualcuno di dimenticabile e trascurabile, anzi, esisti sul serio?

2) Frega qualcosa a noi che al presidente dell’Accademia della Crusca piaccia La Stampa, giornale della sua città? No, perché non ce ne frega assolutamente niente dei gusti personali di una carica accademica. L’unica figura che fa, e non so se è quella che voleva fare, è farci sapere che Sua Grazia apprezza profondamente il comportamento del giornalista, ma che insomma, mio caro, verifica meglio le fonti se no devo darti un simpatico buffetto ammonitore.

3) C’è bisogno di dire che è la solita roba che riguarda donne e minoranze e che nessuno dei due è donna o minoranza? Non che si possa avere un’opinione solo in quel caso, ma siamo di nuovo alla Parrella che strabilia quando il giornalista le dice che parlerà del Me Too con Augias. Uomini che si dicono solo tra di loro quanto sono bravi. Applause.

4) L’Accademia della Crusca, si suppone, dovrebbe esistere per motivi più validi del dirci se Qual è si scriva con o senza apostrofo. Mi aspetto, da quella che è la più conosciuta istituzione sullo studio della lingua italiana che non liquidi sdegnosamente un dibattito che potrà anche pensare marginale, ma che esiste.

 Se è giusto sottolineare un errore marchiano di attribuzione di ruoli, non sta all’Accademia della Crusca dire o non dire se alcune rivendicazioni linguistiche siano passibili o meno di studio. Già il fatto che ESISTANO le rende degne di studio, dibattito e attenzione. E non solo, non è neanche all'Accademia della Crusca che va l'immaginario appannaggio di attribuire un ranking di importanza delle questioni linguistiche.

 Ma qui torniamo al motivo della mancanza del nome di Vera Gheno. Se io fingo che qualcuno o qualcosa non esista, la ricaccio nell’ombra e preservo lo status quo. 

 Dire che sì, c’è un’esigenza rivendicata di una lingua più neutra e meno sessista e cercarne le motivazioni sociali e strutturali vuol dire ammettere che “le cose stanno cambiando” e che QUELLA COSA esiste.

 Personalmente io non credo che una lingua artificiale possa prendere piede. 

 Non riesco a immaginare realmente un futuro con libri colmi di asterischi e schwa, ma ragazzi, davvero basta l’esame di Linguistica 1 o aver fatto grammatica decentemente alle medie per capire che qualcosa sta cambiando e non in modo artificiale. La lingua prende la forma della società che la esprime e non esiste accademico che ci possa autorizzare in tal senso.

 Non esiste editoriale che possa ridicolizzare e far svanire un processo in atto.

 Arriverà un momento in cui NATURALMENTE arriveremo a una risoluzione del neutro, in cui una classe di dieci alunni con un solo maschio non userà più il maschile per definire l’insieme, e non ci arriverà perché qualcuno ci autorizzerà dai banchi di qualche centenaria istituzione, ma perché quell’istituzione dovrà prenderne semplicemente atto.

 Nessuna rivoluzione ha bisogno di autorizzazione.

lunedì 27 luglio 2020

Cosa mi porto da leggere in vacanza questa estate? Venezia, gialli, vampiri, biografie e impero ottomano per me sotto l'ombrellone!

 E anche quest’anno siamo giunti al consueto post prima delle ferie: cosa mi porto da leggere in vacanza?

Ill by David Doran
 Di solito mi faccio un giro in libreria e/o biblioteca per scegliere le cose più sugose, ma in questo strano anno mi sono affidata molto alle suggestioni personali. 

 In libreria ahimé sto andando pochissimo e quando vado, compro a colpo sicuro. Non riesco proprio a rilassarmi con l’idea che qualcuno stia per entrare, che ci sto mettendo troppo tempo, che non devo toccare troppo qui o lì. 

 Non me ne vogliano gli (ex, ma per sempre) colleghi, ma io sono proprio una che ci mette una montagna di tempo a scegliere i libri e mi porto purtroppo ancora dietro l’ansia del lockdown lombardo, quando pareva che bastasse toccare una maniglia per finire in terapia intensiva.

 In biblioteca non va meglio perché lì non si può proprio vagare a scaffale aperto (adesso, a Milano, su prenotazione, in alcune biblioteche sì, ma non nella mia di riferimento).

 Così ho fatto attentissimi studi bibliografici partendo da cose che mi piacciono o mi ispirano al momento e ho fatto un gigaordine di massa in biblioteca (dove l’opzione “prenota e passa a prendere” è una mano santa per chi lavora) E sono in attesa di una novità che mi aveva davvero ispirato tantissimo vedendola online.

Le parole d'ordine dell'estate 2020 sono quindi: VENEZIA, BIOGRAFIE, GIALLI e HORROR.

 Un paio di settimane fa, come saprà chi mi segue sui social, sono stata a Venezia. 

Ci avevo fatto un lungo viaggio molti anni fa coi miei nonni e ne avevo un ricordo splendido, così temevo di rimanere delusa dal presente. Alla fine, i ricordi, soprattutto quelli con le persone che amiamo e che non ci sono più, rischiano sempre di brillare più del presente.

 Invece, se possibile, ho trovato una Venezia ancor più meravigliosa. 

 Molto ha sicuramente giocato il fatto che sia attualmente deserta, come di sicuro non è da decenni. 

Intendiamoci, lo so che per il turismo locale è una tragedia, ma vedere Venezia con le calli deserte, un silenzio incredibile, i vaporetti con una capienza umana, i prezzi persino più bassi, nessuna coda, nessun assembramento per fare una foto decente a Piazza San Marco, senza dover sgomitare per una foto davanti al ponte dei sospiri e senza rimanere incastrati nelle viuzze dalle fiumane strepitanti di ogni parte del mondo, è davvero senza prezzo.

 Se potete, andate perché si tratta di un momento davvero unico.

 Complice il fatto di aver beccato giornate splendide e persino la festa del Redentore (di cui ignoravo colpevolmente l’esistenza), sono tornata con un entusiasmo veneziano che si è riversato pesantemente sulle mie letture estive.

Ma va anche bene così. Quest’anno, non potendo girare liberamente tra gli scaffali della biblioteca a farmi ispirare, dovevo avere delle idee abbastanza precise a monte così, mentre me ne starò al lago e al mare, farò parecchi giri immaginari in quel di Venezia.

 Dopo molto scartabellare bibliografie nel web, ho quindi scelto:


A VENEZIA... UN DICEMBRE ROSSO SHOCKING e altri racconti di Daphne du Maurier:



Lo scorso autunno ho visto finalmente il film, trovandolo per la gran parte del tempo mortalmente noioso. Eppure. Anche a distanza di tempo c’è qualcosa che qui e lì mi ci fa ripensare.

Mi aveva colpito particolarmente che Venezia venisse trattata non come un posto turistico, ma come un luogo di lavoro (il protagonista è lì per restaurare la facciata di una chiesa), in cui i personaggi incontrano persone del posto e intessono con loro relazioni strane. 

 Sono molto curiosa di leggere il racconto da cui è tratto, poi è un sacco di tempo che provo a leggere qualcosa della du Maurier, ma alla fine, per un motivo o un altro, lascio perdere. 
Magari coi racconti avrò miglior fortuna.


DAPHNE di Tatiana de Rosnay ed. Neri Pozza:


 Volevo leggere una biografia e mi ero orientata su quella delle sorelle Mitford uscita qualche anno fa, ma in biblioteca, a quanto sembra, sono molto ambite e c’era una certa coda nella prenotazione. 

 Ho deviato quindi verso Daphne du Maurier in persona.

 Le biografie sono il terno al lotto sommo: se il biografo è bravo, leggerai un libro spettacolare, se si è dimenticato che non sta scrivendo una tesi di dottorato, ma un libro per un vasto pubblico, si rischia di finire in una disamina minuziosa di qualsiasi cosa abbia fatto l’oggetto della biografia in quell’istante, in quel luogo, in quel momento a quell’ora.

 Incrocio le dita.


 Il TURCHETTO di Metin Arditi ed. Neri Pozza:


 Se provate a fare una ricerca bibliografica sui romanzi ambientati a Venezia, vedrete che quelli che vanno per la maggiore sono i romanzi storici che è un genere che non mi appassiona mai particolarmente. 

 Mentre amo molto le biografie, trovo il romanzo storico disonesto da un certo punto di vista, poiché tende a romanzare fatti ben più truculenti o spiacevoli (e quando non lo fa, tende a essere la versione noiosa del libro di storia).

  Malgrado la quarta di copertina dai sempiterni toni del romanzo d’appendice per giovinette (ah, i danni delle quarte di copertina all’editoria!), la storia di questo pittore ebreo di Costantinopoli, poi a Venezia, forse esistito e forse no, mi ha attirato più delle altre. Speriamo bene.


L’ALBERO DEI GIANNIZZERI  di Jason Goodwin ed. Einaudi e UN'INDAGINE IMPERFETTA di Susan Hill ed. Kowalski:


Come tutti, in estate amo leggere gialli e tendenzialmente cerco di dare una possibilità a qualche nuovo autore. Quest’anno non ho trovato nessuno scandinavo che mi intrigasse, quindi ho attinto alla mia sempiterna wishlist.

 “L’albero dei giannizzeri” andava assai di moda qualche anno fa. Era uno di quei gialli che “Macccomenonlohailetto”.

 All’epoca avevo rinunciato per il problema di cui sopra: è un indagine sì, ma ambientata a metà dell’800 a Istanbul e non se reggo le continue ricostruzioni d'ambiente dell'epoca.
 Vedremo.

 Con “Un’indagine imperfetta” spero di andare un po’ più sul sicuro. 

 Susan Hill è un’autrice contemporanea che scrive ottima narrativa gotica. Di suo ho letto “La donna in nero” e “L’uomo nel quadro” e mi sono piaciuti entrambi moltissimo. Qui si cimenta in un’indagine contemporanea nella campagna inglese. Sono molto curiosa e fiduciosa.


GUIDA AL TRATTAMENTO DEI VAMPIRI PER CASALINGHE di Grady Hendrix ed. Mondadori:


 Amo molto i film e i libri che svelano l’ipocrisia celata dietro immaginifiche famiglie perfette contenute in case perfette, contenute a loro volta in quartieri perfetti di città perfette. 

 Probabilmente perché trovo inaccettabile la perversa illusione di poter celare le magagne di un mondo progettato per una piccola élite di privilegiati che credono di meritare tutto e di essere migliori degli altri.

 Alcuni film americani di un tempo erano particolarmente crudeli e specifici in questo disvelamento (“La signora ammazzatutti”, “Edward mani di forbice”), cosa che non avviene più e non per colpa del “politically correct” come pensa qualcuno, ma per colpa del “ommiddio se faremo questo film incasseremo qualcosa? Meglio non rischiare e buttarsi sul solito prodotto confezionato per un target specifico grazie alla massa di dati personali che ormai possediamo in quantità industriale”.

 Insomma, chi ha voglia di rischiare, quando può direttamente incassare?

 Questo horror mi sembra viaggiare più o meno sulla lunghezza d’onda di quei vecchi film o sulla sempiterna domanda del vecchio Dylan Dog: chi è davvero il mostro?

 In un tranquillo sobborgo di una tranquilla cittadina Patricia Campbell si occupa di casa, cucina e suocera malata. Un giorno un uomo si trasferisce nel quartiere e prende a frequentare il suo stesso gruppo di lettura. E’ un filino strano e in contemporanea iniziano a svanire bambini di colore. Una coincidenza?
 Non vedo l’ora di leggerlo!


DRACULEA di AA VV  ed. Abeditore:


E per aggiungere vampiri a vampiri e fare anche un po’ di compiti, leggendo un classico, mi porterò "Draculea", un’antologia dell’Abeditore sulla figura del vampiro.

 Racconti vampireschi d’antan poco conosciuti, estratti e documenti su veri e presunti atti di vampirismo, per avere una visione, è il caso di dirlo, ad ampio spettro . E’ anche molto da viaggio, visto che è un quadrotto comodo da portare in giro.

Ed ecco qua. Poi, visto che quest’anno rimango in Italia e sono costretta a rinunciare all’amato Portogallo, nulla vieta che setacci qualche libreria alla ricerca di nuove perle.
 E voi? Cosa porterete in vacanza?!


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