martedì 25 febbraio 2020

Letture ai tempi del coronavirus! Parte I (forse)! Romanzi a base di epidemie da leggere nella settimana (speriamo solo una) di pseudoreclusione tra virus selettivi, vampiri, zombie, piante assassine e peste!

Dopo due giorni in balia del traffico ferroviario, sono riuscita infine ad approdare a Milano.

Dal Decamerone...

Ieri, come moltissimi, sono andata a Roma per prendere il treno e me lo sono vista cancellare (voglio sorvolare, ma anche no, sull'assurdo sciopero dei mezzi romani che ha aggiunto casino a casino) e col senno del poi, mi è andata anche bene.

  I treni che sono partiti sono rimasti in balia del caos per ore e ore a causa di una motivazione fantascientifica: la disinfezione della stazione ferroviaria di Casalpusterlengo.

 La situazione è ormai surreale. 

 Sono partita per il Lazio mercoledì sera che era tutto tranquillo e ieri a momenti non torno per il panico

 Devo dire che non mi sento neanche di criticare niente o nessuno, ci troviamo tutti davanti ad una situazione strana, perturbante che ci pone davanti a nuovi comportamenti, nuove domande e nuovi limiti.

...a Decameron Pie
 Che si vada un po' a tentoni mi sembra normale, come, in parte, comprendo i comportamenti esagerati, lo stupore, la sensazione di essere in una situazione nuova e complessa.

 Anzi, potrebbe essere persino una lezione: non possiamo finalmente avere risposte semplici davanti a un problema di difficile e complicata risoluzione.

 Vorrei persino sperare che potremmo trarre una lezione da tutto ciò.

 Mentre così vagheggio e vaneggio, ho scritto, in fretta e furia, forse il post più scontato da scrivere in questa situazione: le letture provviste di epidemia.

 Mi sono accorta che ce ne sono moltissime e magari nel fine settimana che sarò costretta a passare tappata in casa ci sarà una seconda parte!

Leggete e suggerite!


IL GIORNO DEI TRIFIDI di John Wyndham e CECITA' di José Saramago:

 In questi giorni in molti citano "Cecità" di Saramago, libro crudo e assai forte che smaschera l'illusione che coviamo in quella sottilissima patina di civiltà che copre la vera e terribile natura umana, ancora legata a saldissime radici violente.

 Un'epidemia si propaga per la città e oltre con una rapidità sconcertante ed ha una sola, ma nefastissima conseguenza: la cecità. 

 Nel tentativo di contenere il problema, i malati vengono spediti in quarantena, isolati da tutti gli altri. Una di loro però ha ancora il dono della vista: la moglie del medico che si è finta cieca per stare assieme al marito. 

 Sarà unica vera testimone della rapida degenerazione dei rapporti e dell'umanità delle persone in quarantena, presto abbandonate dal governo a causa del dilagare del misterioso fenomeno.

  L'idea dell'epidemia di cecità è possibile (se non altro per la somiglianza nella trama, non certo nello stile) sia venuta da un libro del celebre scrittore di fantascienza Wyndham: "Il giorno dei trifidi".

 Qui una misteriosa pioggia di comete rende cieca gran parte della popolazione, risparmiando solo i pochi che, per le cause più disparate, non hanno assistito al fenomeno. 

 La cecità si aggiunge qui ad un'ulteriore problema: una specie di piante in grado di muoversi e comunicare tra loro.

 Anche qui l'umanità ben presto dà il peggio di sé, ma la soluzione finale è assai intelligente.

 Da leggere entrambi per darci una calmata.


LA LINEA D'OMBRA di Joseph Conrad:


Potente romanzo di formazione dal forte significato simbolico, racconta il passaggio della linea d'ombra che attraversiamo lasciandoci alle spalle le belle illusioni della primissima gioventù, provate dalle prime avversità della vita.

 Il protagonista, alter ego di Conrad che in gioventù fu marinaio, con l'approssimarsi della fine dei vent'anni, ha una sorta di diserzione personale e decide di imbarcarsi su un brigantino nel sud-est asiatico.

 Una volta preso il mare, però, accadono due disgrazie: l'assenza di venti li piazza in mezzo all'oceano senza poter avanzare e l'intero equipaggio, escluso lui e il cuoco malato di cuore, sono preda di un'epidemia di febbri tropicali. 

 I medicinali mancano, la nave non avanza, il cuoco teme di morire per gli eccessivi sforzi e le cose sembrano proprio non ingranare.

 L'epidemia come metafora, da leggere.


STORIA DI UNA CAPINERA di Giovanni Verga:

Storia lancinante di una tristezza devastante, racconta le pene della giovane Maria, ragazza siciliana, orfana di madre, inserita in un convento di Catania da piccola con lo scopo di farne una suora. 

 Quando scoppia un'epidemia di colera lei e le altre novizie vengono spedite in campagna dalle famiglie e lei inizia una fitta corrispondenza con una sua amica, attraverso le cui lettere seguiamo la storia. Maria infatti scopre che c'è una vita fuori casa e che quella vita la vivono serenamente i suoi fratellastri, figli di secondo letto del padre.

Tra una cosa e un'altra lei e un giovane del posto s'innamorano, ma lei, che ha passato la vita chiusa tra quattro mura non è che non sa gestire il sentimento, non sa proprio riconoscerlo!

Finirà male male malissimo, con dolore, follia e la classica sorellastra che si pigghia tutto quello che è tttuo.

 Per anni in tv hanno mandato la riduzione cinematografica e per anni ci ho pianto disperatamente. Recuperatelo.


IL DECAMERON di Giovanni Boccaccio:

 Col fatto che a scuola leggi i racconti senza la cornice, non tutti ricordano che il Decamerone inizia con le peggiori premesse: un gruppo di giovani si ritira nella campagna toscana per lasciare una città invasa dalla peste. 

 Lì, invece di darsi alle orge, passeranno il tempo a raccontarsi storie, alcune anche molto piccanti. 

 La reclusione potrebbe essere un modo per rileggere le storie già conosciute (come la mitica Simona e Pasquino, novella d'amore che ha per protagonisti due inediti giovani di non nobili natali che muoiono orribilmente per aver voluto solo lavarsi i denti) oppure dare una lettura più ad ampio raggio sulle storie meno note.

Altresì si potrebbe recuperare il bel film di Pasolini, mentre lascerei perdere la versione con Elisabetta Canalis nelle vesti di una sexy suora.


I PROMESSI SPOSI di Alessandro Manzoni:

Ahiahiahiahi cantas Manzoneeeees

 Un'adolescenza passata a lamentarsi di un romanzo scritto nell'800, cos'ha questa strana storia di due operai tessili innamorati vessati dal celebre don Rodrigo. Pomeriggi a chiederci: ma non possiamo studiare qualcosa di più moderno? 
 Ma i programmi scolastici non cambiano mai? Ministro della pubblica istruzione facci leggere qualcosa di nuovo!

 E poi ecco che il 2020 ti spariglia le carte e ti fa tornare questa storia attualissima. Ecco a voi madama peste in grande spolvero. 

 Una Milano flagellata dal morbo e due promessi sposi che cercano di ritrovarsi mentre la Lombardia trema. Probabilmente se rileggessimo davvero I promessi sposi scopriremmo che l'epidemia non è l'unica cosa in comune tra il '600 lombardo e quello odierno.

 I ricchi prepotenti non risulta siano stati mai o ancora puniti dalla storia.


L'AMORE AI TEMPI DEL COLERA di Gabriel Garcia Marquez:

 Quando l'epidemia torna utile.

 Florentino e Fermina si innamorano perdutamente nella Cartagena di un secolo fa. 

 Lei è la bellissima figlia di un vedovo poco raccomandabile (mai innamorarsi della figlia unica di un vedovo mai) e lui un telegrafista che non lascia presagire una brillante carriera.

 I due vengono separati forzatamente e lei finisce per sposare un medico più gradito al padre. Florentino non la dimenticherà mai pur concedendosi centinaia di convegni amorosi tra un avanzamento di carriera e un altro.
  Si ritroveranno ormai anziani. Lei vedova con figli, lui celibe e ancora perdutamente innamorato.

 Il colera in questo caso è galeotto visto che la nave sulla quale partono per un romantico giro fluviale viene messa in quarantena. 

 Ai tempi non esisteva smart working quindi non eri costretto a lavorare e potevi dedicarti a cose più piacevoli come un amore atteso per una vita intera.


ZOMBIE e VAMPIRI, "Quella luce negli occhi" di Bennett Sims e "Io sono leggenda" di Richard Matheson:

Non poteva mancare tra i consigli almeno un libro a tema zombiesco. 

 Preferisco altre creature sovrannaturali, gli zombie esercitano su di me davvero scarso fascino ma si prestano alla situazione. 
 Esistono infatti due tipi diversi di zombie: i revenant, ossia i morti che tornano in vita, e gli zombie per contagio.

  Le caratteristiche sono simili, le origini, anche simboliche, assai diverse.

 Qualche anno fa lessi un bel romanzo di Bennett Sims, "Quella luce negli occhi", in cui l'epidemia zombie era trattata alla stregua del terrorismo col quale aveva molte caratteristiche in comune.

 Siamo nella fase del dopo-epidemia, quando il grosso del problema è stato domato, ma qui è lì ci sono focolai sporadici, attacchi che ricordano il terrorismo che qui e lì attraversa l'Europa quando meno ce l'aspettiamo.

 Perché anche le idee malate sono mortali e invasive quanto un morbo.
 A margine non si può non citare "Io sono leggenda", precedentemente intitolato, "I vampiri", la storia di una sorta di ultimo uomo rimasto in un mondo in cui tutti sembrano essere ormai in preda ad un'epidemia vampirica (con caratteristiche zombie).

 Di giorno è l'unico a potersi aggirare, ma la notte le creature lo cercano per farne uno di loro. Il finale è assai interessante.

 L'epidemia come mutazione, la resistenza senza compromessi ad un nuovo presente malato come la fine di un'era e della propria vita.


BONUS TRACK, LE EPIDEMIE nella fantascienza femminista:

 Ho scritto ben due post sulla ricorrente presenza nella fantascienza femminista di epidemie in grado di sterminare il genere maschile.

 Solitamente sono involontarie, nel senso che non c'è premeditazione: semplicemente un morbo arriva e falcidia il genere maschile. 

 Che sia presente nella scifi femminista ha in realtà varie motivazioni non per forza riconducibile ad un'insita malvagità.

 In primis è più semplice pensare ad una società di sole donne rispetto ad una società di soli uomini per motivi riproduttivi (con le donne la risolvi con la partenogenesi o altre tecniche scientifiche et voilà il bebè è servito, con gli uomini beh, la faccenda si fa più complessa per ovvi motivi), sia di interdipendenza (è complesso immaginare una società di soli uomini che non vada in para all'idea di non risolvere la questione sessuale con l'omosessualità punto). 

 Inoltre è improbabile immaginare una sorta di distopia femminile se gli uomini non vengono estromessi con la forza in qualche modo (e l'unica forza in grado di farlo tout court è un morbo).

Dulcis in fundo, un mondo patriarcale è già esistito, non bisogna immaginarlo, uno matriarcale apre a ben altre possibilità immaginifiche. 

 In tant* ci hanno pensato: potete leggere il mio post: "La mysteriosa fantascienza femminista" (rimane uno dei miei preferiti sul blog).

E per la seconda parte: SUGGERITE SUGGERITE SUGGERITE!


La brava nuora in azione!

Nel frattempo sono anche tornata.


domenica 16 febbraio 2020

Sovrani mitteleuropei everywhere! Ludwig di Baviera e l'incresciosa fissa degli Asburgo per l'endogamia tra follia, genetica malandata, Luchino Visconti e Wagner!


Ad un mese e più dal mio ritorno dal viaggio viennese, ecco finalmente il secondo post scaturito dal mio improvviso delirio per i sovrani della mitteleuropa.

 E' da un po' che lo stavo finendo (noterete che mi sono fatta prendere la mano) e nel frattempo la mia attenzione si è spostata verso i sovrani di altre zone. Ho terminato una biografia di Caterina II di Russia e ne ho ordinata in biblioteca una su Cristina di Svezia.

 Confido che tale passione terminerà, ma il vero problema è che ho scoperto che leggere le vite dei reali ha una grande influenza calmante sui miei livelli di stress. 

 Ho trovato davvero una cosa che mi fa staccare il cervello sulle fatiche quotidiane, quindi abbandonarla è davvero davvero difficile.

 Per evitare che questo blog diventi "l'eco delle case regnanti" o viri pericolosamente sull'erudito araldico, ho ordinato in biblioteca anche vari libri giappi che volevo leggere da tempo.

 Comunque, bando alle troppe ciance, vi lascio con degli imperdibili consigli di lettura su Ludwig di Baviera e la casata degli Asburgo!

 Sia mai che scopriate rilassino anche voi!



LUDWIG II di BAVIERA:

 Uno dei miei sogni segreti, quando leggo le cronache dei reali, è che questo si riveli davvero una scheggia impazzita nel sistema.

 Non intendo una scheggia alla Harry e Meghan, due che sostanzialmente vorrebbero fare la stessa vita da ricchi dediti alle charity, ma senza obblighi formali (cioè star tipo hollywood ma solo per il fatto di essere reali), ma gente che proprio parte per la tangente.

 Forse Diana un po’ ci si avvicina, ma penso un po’ a cose come Giangiacomo Feltrinelli il miliardario comunista o a Patty Hearst che viene rapita e poi diventa parte della banda armata.

 Sogno insomma un principe repubblicano o, che ne so, una principessa che molla tutto e va a fare il medico sulla striscia di Gaza.

  Questo esistere inodore, incolore, insapore che ormai praticamente tutte le monarchie hanno, è probabilmente il sintomo più evidente della loro completa inutilità nel ventesimo secolo, almeno in occidente.

 Stanno zitti e non commentano perché non devono interferire con la politica. Bene, ma allora, che ci stanno a fare lì?

Comunque. Una delle figure che più si avvicina a questa mia idea di rottura è Ludwig di Baviera, conosciuto qui in Italia principalmente per il film che gli dedicò Luchino Visconti.

 “New Pope” di Sorrentino si basa sull’assunto del: cosa accadrebbe se una personalità borderline e giovane diventasse papa? Più o meno è quello che è successo in Baviera all’epoca di Ludwig. Cosa è accaduto quando una personalità borderline, con tendenze fantastiche e, a completare il tutto, cattolico devoto e omosessuale, diventò re.

Intendiamoci, non è che la famiglia di Ludwig fosse proprio un nucleo di specchiata lucidità.

Suo nonno Ferdinando era stato costretto ad abdicare a furor di popolo dopo un assurdo affaire senile con tale Lola Montez, al secolo Eliza Rosanna Gilbert, irlandese che si fingeva spagnola, ballerina di flamenco e di altre erotiche danze di sua invenzione. Il re fece follie per lei, nella disapprovazione generale e fu il pretesto col quale si diede fuoco alle polveri di complesse questioni politico-religiose all’interno dell’impero.


 
Il padre di Ludovico, Massimiliano II di Baviera, morì quando Ludwig aveva 19 anni rendendolo re.

In principio Ludwig sembrò dimostrare un vago buonsenso. Seppur forzatamente si interessava agli affari di stato e, grazie alla mediazione di sua cugina Sissi, alla quale era molto affezionato, si fidanzò con la sua sorella più giovane e a lei molto somigliante: Sofia.

 Ludwig da un lato diceva di voler combattere la propria omosessualità, dall’altro (fortunatamente) faceva ben poco per farlo, circondandosi di bei giovanotti, ora nobili, ora attori, ora stallieri, che ricopriva di doni e col quale viveva fiabesche serate nei suoi castelli.

 Ebbe comunque d’un tratto l’idea che forse il matrimonio gli avrebbe giovato e quindi, anche su pressione della duchessa Ludovica, madre di Elisabetta e Sofia, si fidanzò con quest’ultima.

 All’inizio, quando si trattò di arredare le nuove stanze per la sposa e comprare sontuose carrozze matrimoniali andò tutto bene, ma poi si saltò da un rinvio all’altro finché il duca Max, padre della ragazza, gli chiese d’esser chiaro e lui si sentì libero di rompere il fidanzamento. 

Non ci riprovò mai più e continuò a imporsi a fasi alterne di porre un freno alle sue frequentazioni maschili, ma la cosa aveva durata brevissima.

Anche gli affari di stato smisero di essere una questione di suo interesse: esattamente come sua cugina Sissi, che lui adorava, sembrava essere autocosciente di trovarsi ad un punto ormai morto della storia (lo stesso figlio di Sissi, Rodolfo, prima di suicidarsi erede dell’impero austriaco, era assai perplesso sull’utilità di re e imperatori nel XX° secolo).

Perso in un sogno norreno, incontrò in Wagner colui che poteva dar corpo alle sue visioni.

 Lo invitò a Monaco e lo coprì letteralmente di doni e denaro, ma se Ludwig era strano non è che il compositore avesse una vita tanto morigerata.

 Il musicista era infatti coperto di debiti a causa di due questioni irrisolte che si peggioravano a vicenda:
 1) Non era un buon manager di sé stesso e quindi non riusciva a farsi pagare abbastanza per le sue opere e i suoi allestimenti.
2) Aveva uno stile di vita originale e assai dispendioso. Considerava infatti indispensabile vivere in un certo (lussuoso) modo per poter scrivere le sue opere.

Quando comprese che Ludwig aveva sviluppato una vera ossessione per le sue opere (si identificava in particolar modo con Lohengrin, il cavaliere cigno), cercò di trarre il maggior vantaggio possibile da questa amicizia, non facendosi scrupolo a chiedere denaro e addirittura ad usare il sovrano per coprire la sua tresca amorosa dell’epoca, quella con Cosima Liszt, all’epoca signora von Bulow.

 L’ossessione per le opere wagneriane fu uno dei maggior sintomi di quella che divenne “la follia” di Ludwig; egli inseguiva un mondo fiabesco e incantato che non poteva trovare confronti con la fine delle monarchie, ormai imborghesite e senza nessun’aura mistica o divina.

 Ovviamente le cose degenerarono. Dopo una ventina di anni di stranezze, dopo aver salassato le casse dello stato per la costruzione di castelli fiabeschi e aver ignorato a oltranza i suoi doveri di sovrano e la corte, la nobiltà iniziò a pensare che forse fosse il caso di destituire un re che dimostrava, anche se in modo non conclamato come suo fratello minore Otto, segni di follia tipici della famiglia Wittelsbach.

  Così, nonostante il popolo bavarese amasse un sovrano che alla fin fine, considerando la guerra una perdita di tempo, aveva risparmiato loro anni di snervanti conflitti, venne infine dichiarato pazzo da un intrigo di palazzo che coinvolgeva suo zio Liutpoldo (che regnò poi come reggente) e rinchiuso in un castello, guardato a vista da infermieri. Vi rimase un solo giorno poiché venne trovato mysteriosamente annegato assieme al suo medico curante il giorno successivo.

 Sotto il suo regno in effetti la Baviera perse la sua indipendenza a seguito della guerra austro-prussiana, tuttavia si potrebbe interpretare la questione in un altro modo.

 Dopo il congresso di Vienna il presagio di un grandissimo cambiamento era forte, il tempo delle guerre tirate allo sfinimento per mezza regione in più era giunto al termine, e Ludwig decise di concentrarsi non su ciò che presto non avrebbe avuto più senso (un impero), ma su qualcosa di eterno: l’arte e l’architettura.

 Del resto è questo ciò che è davvero rimasto: la romantikstrasse costellata da castelli fiabeschi e una fama di re amato e non certo pazzo, “unser kini”, il nostro re, come ancora viene ricordato in Baviera.

Si possono trovare alcune biografie sul re cigno:

 “Ludwig” di Greg King ed. Mondadori, “Ludwig II” di Franz Herre ed. Bompiani  e “Luigi II di Baviera. Il prigioniero di un sogno” di Jean des Cars ed. Mursia.

Sul suo rapporto, intenso e complesso, col compositore Richard Wagner, esiste un libro della Archinto ed. “Parsifal e l’incantatore” di Nicola Montenz.

Infine Klaus Mann ha provato a immaginare gli ultimi giorni, da triste recluso, terrorizzato dall’idea di dottori e manicomi, come suo fratello Otto, nel libro “Finestra con le sbarre” ed. Il Saggiatore.


CARLO II di SPAGNA detto LO STREGATO:

 L’ultimo Asburgo spagnolo fu probabilmente colui che avrebbe dovuto mettere in guardia le corti europee (specialmente gli Asburgo che avevano delle regole talmente stringenti in fatto di matrimoni da non trovare altra gente con cui imparentarsi) dalla loro mania di sposarsi solo fra consanguinei.

 Il povero Carlo II di Spagna infatti, unico figlio maschio sopravvissuto di Filuppo IV fu il frutto definitivo di uno scellerato numero di sposalizi tra consanguinei.

 Suo padre Filippo ebbe due mogli e svariati figli, ma solo tre raggiunsero l’età adulta, due maschi e una femmina: Carlo Baltasar, Maria Teresa e Carlo II.

 Il primo maschio, Carlo Baltasar, giunse all’età di 17 anni prima di morire improvvisamente per malattia, (probabilmente appendicite), lasciando il sovrano sprovvisto di un erede e quindi impegnato a risposarsi in fretta e furia.

 La scelta cadde sulla povera promessa sposa del defunto delfino: Marianna d’Austria, alias sua nipote. La quindicenne era infatti la figlia della sorella del re (che proprio non voleva portare una ventata di sangue fresco in famiglia) e i figli ebbero tutti qualche problema: due morirono in fasce, una crebbe, fece in tempo a sposare il solito zio e a partorire i soliti figli che non brillavano per salute e a morire giovanissima, uno morì ancora infante e, infine, l’ultimo, Carlo appunto, divenne re.

 Nessuno ci avrebbe scommesso visto che già da neonato dimostrava una quantità di problemi di salute non irrilevante, e i numerosi precettori ebbero a lungo paura di forzare l’unico principe: rachitico, timido, appariva poco intelligente e inoltre possedeva il classico mento degli Asburgo, quella che dalle mie parti chiamano “scucchia”: la mandibola avanzata in avanti. 

Oltre a essere un problema estetico (non che gli Asburgo brillassero per bellezza si potrebbe dire) portava una serie di problemi di masticazione e, ovviamente, logopedici.

 Col tempo, comunque, Carlo, che per le sue numerose malattie veniva detto “lo stregato”, dimostrò di essere ben più lucido e intelligente di quanto tutti sperassero e riuscì a prendere le redini dello stato del quale sua madre era reggente da quando era bambino.

 Ovviamente si sposò, ben due volte. La prima con una principessa francese, Maria Luisa D’Orleans, che tecnicamente, avendo anche ascendenze inglesi e italiane, avrebbe potuto generare un qualche erede sano. Purtroppo, quando morì, dopo dieci anni di matrimonio molto felice, nessuna gravidanza si era mai intravista all’orizzonte.

Si ricorse quindi a un secondo matrimonio, con una principessa tedesca, dal carattere a quanto sembra poco accomodante, ma di famiglia di provata fertilità, ma anche in questo caso non ce ne fu.

 A posteriori, anche in base alle descrizioni post-mortem del sovrano, si è pensato che il sovrano soffrisse di un qualche tipo di ermafroditismo, da qui la sua sterilità. Il ramo asburgico di Spagna si estinse definitivamente quando l’unico nipote maschio sopravvissuto dalla discendenza della sua sorellastra Maria Teresa morì di vaiolo a 6 anni.

Continuando a sposarsi tra loro, nel disperato tentativo di conservare il potere, infine gli Asburgo suicidarono un ramo dinastico dando il via alla guerra di successione spagnola.

Un filino più intelligente si rivelò lo zio di Carlo, il fratello di sua madre Marianna, che iniziò a capire la malaparata alla morte della terza moglie e di un cospicuo numero di figli in fasce.

Innanzitutto, come ogni bravo Asburgo, prese in moglie sua nipote, la suddetta Maria Teresa, dal quale ebbe tre figli morti subito e una femmina che partorì l’erede designato al trono di Spagna salvo perire a sei anni. Allora si risposò, e pure stavolta, con una consanguinea (anche se un filino meno, ma ci voleva poco): Claudia d’Austria e, se possibile, andò peggio visto che sposa e le bambine che vennero morirono tutte nell’arco di due anni.

Infine la scelta cadde su una principessa non asburgica, ma di area tedesca: Eleonora del Palatinato-Neuburg che aveva in dono una genetica assai meno disastrata e ben 16 trisavoli tutti diversi. 

 Nacquero finalmente 10 figli sani che raggiunsero tra alterne vicende tutti l’età adulta. La stirpe continuò poi fino a divenire Asburgo-Lorena col matrimonio della famosa Maria Teresa d’Austria col marito Francesco Stefano di Lorena e si estinse infine nel 1916.

 Se siete curiosi di saperne di più su una delle famiglie nobiliari più antiche d’Europa ecco i consigli:
Sulla storia della famiglia Asburgo
“Storia degli Asburgo” del solito Jean des Cars LEG edizioni.
“Gli Asburgo” di Andrew Wheatcroft ed. Laterza

domenica 9 febbraio 2020

La letteratura ha poco a che vedere con la giustizia. Il caso "Cummins", il verismo e il romanzo, il chi può parlar di cosa, gli scrittori catfish e il rischio manuale Cencelli.

 Durante una delle mie presentazione di “LESBOOM!”, mi venne chiesto quali libri lgbt letti nell’ultimo anno mi sentivo di consigliare.

Risposi, tra gli altri, “Cinzia” di Leo Ortolani, un libro che avevo trovato straordinariamente puntuale e sensibile (ovviamente nella tipica comicità ortolanesca). A tal proposito, mi venne fatta una curiosa domanda:

“Alcuni nella comunità lgbt pensano che Ortolani non avrebbe dovuto scrivere un fumetto su un argomento non suo, la comunità transgender, tu cosa ne pensi?”.

Rimasi discretamente strabiliata perché non avevo pensato neanche un secondo sull’opportunità che un autore si cimentasse o meno su un determinato tema. Inoltre, in quel caso particolare, mi aveva molto colpito la capacità di un autore non direttamente coinvolto di riuscire a farci dell’ironia: un’impresa difficilissima.

 Mi aveva oltretutto stupito, venire a sapere, durante una presentazione, che Ortolani per non rischiare di sentirsi troppo vincolato dal terrore di offendere qualcuno, avesse deciso, dopo un’iniziale momento di ricerca, di procedere a braccio. Pensai che è in casi come questi che si misura il talento di un autore: quanto più ci si inoltra in acque a noi poco note tanto più il rischio di annegare è grande. Ma è quello che fa un vero autore: esce da sé stesso per entrare nelle vene del mondo.

E’ a questo episodio che ho pensato davanti alla polemica sul romanzo di Jeannine Cummins: “Il sale della terra”, al centro di una polemica negli Stati Uniti dopo che l’ottimo ufficio stampa della casa editrice (che pure vi ha investito un milione di anticipo, quindi ci sta che usi l’artiglieria pesante) è riuscito a piazzarlo nel club di lettura di santa Oprah Winfrey della tv generalista.

 Il romanzo racconta la storia di una libraia messicana e di suo figlio, costretti a fuggire drammaticamente da Acapulco agli USA, dopo che la famiglia è stata sterminata a causa delle inchieste sui cartelli della droga del marito della protagonista.

 La letteratura, o meglio, l’editoria, come tutti i settori fatti anche di commercio, segue le mode e i temi del momento

 Adesso, grazie a Trump che costruisce muri e pensa che rinchiudere una manciata di bambini in delle gabbie al confine col Messico, sia la soluzione per il problema dell’immigrazione, le storie di confine sono tornate alla ribalta. Uno dei casi più eclatanti è stato “L’archivio dei bambini perduti” di Valeria Luiselli.

Proprio la Luiselli, che sarà pure messicana, ma il nome tradisce chiare origini italiche (il tema su quante generazioni indietro tocca andare per stabilire il diritto a parlare di un argomento o meno dovrebbe a sto punto essere affrontato), è una delle accusatrici.

 Il punto ruota tutto intorno a una nuova ossessione americana che i fan di Netflix avranno intravisto affiorare qui e lì nelle serie tv: puoi permetterti di parlare di una cosa  solo se ne sei direttamente coinvolto.

 Questa teoria parte ovviamente da un assunto buono e che affonda le sue radici nelle pessime usanze del passato, quando, a parlare di un argomento sull’etnia, sulla minoranza X o anche solo sulle donne erano sempre i soliti maschi WASP. Cosa ne può sapere un WASP di quello che hanno passato latinos/afro/lgbt e via discorrendo?

 Non è per forza una teoria sbagliata o per meglio dire, non lo è quando effettivamente le case editrici o qualsiasi arte audiovisiva ti propone solo autori WASP, solitamente maschi che, miracolosamente sono sempre meglio di tutto ciò che non è maschio bianco caucasico possibilmente protestante al massimo cattolico.

Perciò, devo dire, che se la polemica fosse stata improntata solo sul conservatorismo dell’editoria e sui rapporti evidenti di potere tra gruppi dominanti e dominati nel diritto alla rappresentazione, allora avrei intravisto un barlume di senso nella polemica.

Nel momento in cui la polemica si sposta su un’impostazione ideologica: tu DEVI parlare solo di quello che sei, allora dico un attimo fermi tutti.

La letteratura non è memoir.

E’ evidente che parte dell’equivoco parta proprio da qui. Da anni la narrativa subisce una certa fascinazione per le storie che hanno una base di vissuto come se questo fosse garanzia di maggior forza, lasciando ampio spazio all’ambiguità.

 Le derive di questa mania sono stati alcuni scrittori catfish (ai quali ho dedicato un post qualche anno fa): uno dei casi più celebri sono quelli di J. T. Leroy autrice di “Ingannevole è il cuore sopra ogni cosa”, complicata storia di abusi e fughe che l’autore disse di aver provato in prima persona. Si scoprì poi che l’autore era un’autrice e che la persona che la interpretava nelle occasioni pubbliche era sua cognata.

L’episodio avrebbe dovuto spingere a una riflessione: la sottile linea di confine sulla qualità intrinseca di un libro e la fascinazione della storia personale dell’autore.

 A tal proposito, due casi dovrebbero mostrarci la contraddizione.

 Il primo è raccontato in un romanzo, “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. 

 La sorella del protagonista frequenta un corso di scrittura creativa all’università e, oltre ad aver intrecciato la classica relazione col professore anziano e affascinante, sa per certo che il suo libro a base di esperienze borderline da figlia di papà sarà presto pubblicato. Una chiara frecciatina di Cameron all’andazzo del: non importa come è scritto, importa chi lo ha scritto.

Il secondo, invece, dovrebbe ribaltare ogni certezza ed è la nostra cara Elena Ferrante. Un’autrice di cui nulla sappiamo, che potrebbe essere un uomo, una donna, un gruppo di scrittori, un pappagallo ammaestrato, ma che fa gridare all’unisono i critici: non importa lo scrittore, importa la scrittura (che è condivisibile sul breve periodo, ma sul lungo periodo della critica insomma).

 Il rapporto tra scrittore e contenuto non è perciò una materia così semplice da affrontare.

Anche io penso che, se si vuole fare buona letteratura e non letteratura commerciale (ma bisogna tenere presente che esiste pure questa), la sensibilità di un autore verso un determinato tema sia importante. Ma questo non perché ci metta un bollino di autenticità, ma perché ci mette quel bollino di “buone intenzioni” che è assolutamente necessario.

 Le buone intenzioni garantiscono il fatto che si è studiato, si è entrati in empatia, si è scelto di raccontare una determinata storia rispetto a un’altra perché per qualche motivo lo scrittore la sente sua

 Questo qualche motivo non può e non deve essere per forza il vissuto personale, altrimenti si arriva a ridicolaggini come la Cummins che deve resuscitare una nonna portoricana per dire che ha almeno un quarto di sangue latino e quindi è autorizzata a scrivere una determinata storia.

E’ ovvio altresì che nessuno scrittore è vincolato a questo sacro patto morale, ma in teoria avere una propria etica personale dovrebbe mettere al riparo da certi errori di valutazione, di pregiudizio, di indagine verso un qualcosa che fondamentalmente non si conosce a fondo. 

 In alternativa “le buone intenzioni” dovrebbero mettere al riparo almeno dalle accuse di sciacallaggio o dal sospetto di doppi fini (tipo un sovranista che scrive un romanzo d’immigrazione).

 Prendiamo un classico (adesso considerato per ragazzi, io lo lessi alle elementari e piansi come una fontana): “La capanna dello zio Tom” di Harriet Beecher Stowe.

 Il libro, assai criticato a posteriori per aver alimentato una serie di pregiudizi sulla solita idea del “nero magico” che tutto sopporta, fu scritto da una donna bianca. 

 Se il risultato letterario è dunque opinabile e il suo racconto è carico di inesattezze e pregiudizi fu comunque un romanzo che ebbe il grande merito di smuovere le acque in favore dell’abolizionismo. Giusto? Sbagliato? 

 Oggi si direbbe la seconda, ma rimane ai fatti che, per quanto carico di difetti, il libro contenga una forza innegabile. 

 La forza che deriva dalla letteratura e non dalla morale.

Si potrebbe opinare, ma c’è poco da farlo: la letteratura e il gusto dei lettori non sono soggetti a nessuna particolare “giustizia”.

 Un libro non rimane impresso perché è “il libro più giusto”, che ci piaccia o meno dobbiamo farcene una ragione.

Un altro esempio, potrebbe essere “La corsa di Billy” di Patricia Warren. Addirittura una donna etero che scrive in prima persona la storia di un uomo gay. Il libro ebbe un enorme successo pur essendo carico di stereotipi tanto da sfociare qui e lì nel fantasy (il seguito, “La corsa di Harlan” è praticamente fantascienza lgbt).

 Rimane tuttavia un romanzo particolarmente amato nella comunità lgbt per aver saputo sfidare, all’epoca, il perbenismo imperante e aver raccontato, pur con i toni del melodramma, le ingiustizie insensate a cui una persona gay poteva andare incontro solo per il proprio orientamento sessuale, dal licenziamento all’esclusione per principio dalle gare agonistiche.

(A tal proposito vi consiglio di leggere un piccolo saggio estremamente interessante di David Leavitt “Possono esserci libri gay?” contenuto nella raccolta “La nuova generazione perduta” ed. Mondadori).

 Tecnicamente sia la Warren che la Beecher Stowe si macchiarono dello stesso reato della Cummins: lesa veridicità.

Ma il punto, continuo a dire, rimane questo: la narrativa non deve essere vera.

 Il peccato originale, semmai, avviene in alcuni casi spacciati come autobiografici, come Lilin che ha fatto passare “L’educazione siberiana” come vita vissuta salvo essere smascherato a posteriori.

 E tutto questo discorso volendo sorvolare sull’annosissima questione di genere: le donne devono scrivere di donne ed essere lette da donne e uomini scrivono di uomini ed essere letti da uomini. Del resto, scusa, un uomo cosa ne può sapere e una donna cosa ne può sapere.

 Ci abbiamo già provato in passato e ci abbiamo messo qualche annetto a liberarcene almeno parzialmente (ancora non del tutto se esiste “la narrativa rosa”). Può una donna immedesimarsi in un uomo e viceversa?

 Prendiamo il caso del mondo fantasy e della fantascienza.

Generazioni di autrici costrette ad avere pseudo nomi maschili per essere prese sul serio. Il colmo dell’ipocrisia si raggiunse l’anno in cui in un’antologia di racconti di fantascienza, nell’introduzione, si scrisse che “Kate Wilhem è la donna da battere quest’anno, ma l’uomo da battere è Tiptree”.

 Peccato che James Tiptree Jr. fosse anch’egli una donna: la psicologa Alice Sheldon.
 Magari sarebbe stato interessante sapere se non avessimo avuto idea di chi fosse realmente Jeanine Cummins, se ci sarebbe stata questa polemica.

 Un romanzo deve solo essere un buon romanzo, non un saggio non un memoir: godibile, interessante, appassionante, anche a costo di non essere vero. E io onestamente, questo, dalle recensioni uscite, non l’ho capito. 

Ho capito solo che alcuni scrittori mi dicono che non devo leggerlo (improvvisi custodi della mia coscienza, ce ne sono sempre in agguato), che la scrittrice ha dovuto annullare il tour a seguito delle minacce (è normale questo?) e che qualcuno si è premurato di darmi una lista di libri alternativi da leggere sul tema (ma anche no, guarda, lascio perdere, fosse mai che domani scopro un nuovo caso Lilin e devo ricominciare da capo).

In qualsiasi caso, posto che è un interessante argomento di discussione, io sono della ferma opinione che tutti debbano continuare a scrivere di tutto, a recitare tutto, a parlare di tutto.

Certo, se lo si fa con cognizione di causa tanto meglio, ma la deriva delle pretese puriste rischia di fare un danno ben peggiore dei singoli dimenticabili casi.

 C’è il rischio che i neri possano scrivere solo di neri, i migranti di migranti, i gay di gay, gli irlandesi di irlandesi, i messicani di messicani, gli ortodossi di ortodossi e via discorrendo.

 Producendo in tal modo due effetti: la ghettizzazione degli scrittori e degli argomenti, il trionfo definitivo della maggioranza.

 Alla fine la maggioranza sarà autorizzata a scrivere solo di quello che conosce e sarà quello che la maggioranza dei lettori alla fine leggerà. E le minoranze otterranno l’effetto contrario: la quota minoranza della quota minoranza. Bene, in catalogo ho il mio scrittore africano che parla di Africa, l’ebreo che parla di ebrei e il gay che parla di gay. In parte funziona DAVVERO così, ma pretendere che lo sia in forza del purismo, ci mette in gabbia da soli.

 E io in gabbia non ci voglio stare. Quindi che tutti scrivano di tutto, i posteri e i lettori ci diranno se questo è stato un buon romanzo o un cattivo romanzo, non certo la morale pesata col manuale Cencelli vigente al momento.

 E direi di smetterla di tirare chi vuole solo campare con un minimo di buonsenso per la giacchetta.

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