mercoledì 20 febbraio 2019

E liberaci dai nostri genitori. Una recensione de "L'educazione" di Tara Westover tra diritti dei genitori, diritti dei figli e il prezzo da pagare per essere liberi.

 E' molto importante prima di iniziare la recensione de "L'educazione" capire che il punto focale di questo specifico libro non è il fanatismo religioso. 
 Il disclaimer all'inizio, in cui l'autrice, che da quel che si evince è comunque rimasta mormone credente, spiega che la religione mormone c'entra ben poco con la sua storia, è secondo me da tenere sempre fisso, altrimenti di questo libro non ci si capisce niente.

 Lo dico per due motivi.

1) Ho dei parenti mormoni con cui ho passato tutte le estati della mia i
infanzia e adolescenza e posso assicurarvi che sono persone normalissime. 

 Sì, sono molto religiosi, come sono molto religiosi molti cattolici che conosco e, aggiungo, come di molti cattolici che conosco, onestamente non comprendo proprio tutto.

  Ho studiato qualcosa della confessione per l'esame di geografia dell'università (il professore che aveva scritto il libro credo la trovasse una religione particolarmente assurda perché il capitolo era un capolavoro del surreale) e sono persino stata al matrimonio mormone di una delle mie cugine e posso dirvi che in effetti tutto quello che viene raccontato nel libro "L'educazione" non ha praticamente nulla a che spartire con il fattore religioso.

2) Quello che la Westover racconta è secondo me uno dei grandi temi moderni: il bambino è prima figlio di qualcuno o prima cittadino dello stato? Vengono prima i diritti di un genitore a crescere il figlio come ritiene più giusto o del figlio ad avere un'educazione e una vita ritenute convenzionali e basilari?

 Detto ciò, possiamo iniziare.

 Tara Westover, iniziamo col dirlo, non potrebbe esistere in Italia per molteplici motivi. Innanzitutto è un'insegnante di Harvard che non ha frequentato nessuna scuola ed è entrata direttamente all'università (i misteri del sistema scolastico americano).

 I suoi genitori infatti sono dei ferventissimi mormoni dell'Idaho, il cui problema, come detto sopra, non era di certo il fatto che siano religiosi.
  La madre di Tara è una di quelle tipiche persone che abbraccia una religione in modo estremo come forma di ribellione. Ad una madre rigida e ossessionata dalla forma, aveva opposto uno stile di vita rurale mettendosi, è il caso di dirlo, letteralmente nelle mani di dio.

 Il padre di Tara, (che per tutto il libro, lei è convinta sia bipolare, ma non essendoci una diagnosi vera, a chi legge sembra solo una sorta di sadico con manie di grandezza), è la quintessenza di tutto il peggio del peggio possa girare in materia di complottismo: non crede allo stato, alla medicina, all'istruzione in un crescendo da film dell'orrore.

 Mentre molte persone ultimamente amano dire che non credono allo stato, alla medicina e all'istruzione poi però quando hanno un problema serio corrono dal medico, dal commercialista, dall'avvocato o dal tecnico studiato di turno, i genitori di Tara rimangono fedeli alla linea: puoi cadere da un'impalcatura per metri e battere la testa, puoi avere un incidente a 200 km orari, puoi essere affettato da un attrezzo mobile sventrarottami, ma il medico puoi star certo non verrà chiamato.
 La tua sopravvivenza dipende solo dal Signore che è nei cieli o, pensiamo noi, dalla selezione naturale.

 (Poi qui ci sarebbe anche da dire che, almeno secondo me, alcuni incidenti Tara li sopravvaluta per forza perché altrimenti ci troviamo davanti a una famiglia che Wolverine te dico fermete).

 La famiglia di Tara è composta da svariati fratelli e una sola altra sorella, tutti maggiori, più o meno cresciuti allo stesso modo (i più grandi per un periodo erano stati mandati a scuola e poi ritirati): tendenzialmente isolati in questa casa praticamente autarchica sotto una montagna, con un padre convinto della prossima fine del mondo, e una madre che fa la levatrice in casa senza nessun titolo medico mentre confeziona litrate di prodotti omeopatici che, negli anni, renderanno ricchi questo gruppo di sciamannati.

 Il tutto è peggiorato da uno dei fratelli maggiori, una sorta di stalker sadico che, per motivi difficili da comprendere, i genitori si rifiutano di riportare all'ordine mentre si dedica a violenze varie sui fratelli.

 Il titolo del libro, "L'educazione" è un po' fuorviante, perché se da una parte racconta di come Tara riesce ad affrancarsi dal destino sicuro di succube totale della propria famiglia grazie all'educazione universitaria (improvvisamente capisci la funzione sociale delle università religiose: sapendole religiose, i fanatici almeno lì i figli ce li mandano), dall'altra la storia parla di altro.

 La storia, almeno a mio parere, parla delle conseguenze nefaste degli atteggiamenti fanatici che la società, in nome della libertà di un singolo, si rifiuta di affrontare.

 Io penso che molti esseri umani abbiano una certa tendenza al fanatismo, a bramare in modo totalizzante un qualche tipo di esperienza. Si capisce anche perché: può essere inebriante, può essere una chiave d'interpretazione sicura per un mondo incerto, può far sentire potenti, superiori.

 E' una sorta di strada per l'inferno molto invitante.

 Tuttavia, è anche una strada molto lampeggiante: la razionalità ti dice subito "Bello, se fosse così facile, tutti la imboccherebbero. Probabilmente c'è qualcosa che non va".

 Ovviamente la razionalità è quella cosa che fa completamente difetto a chi abbraccia stupidaggini come "Credo al gender!" "Le scie chimiche ci uccideranno!" "Posso volare, ma mi hanno convinto che non posso" o si declina in cose tipo "La mia E' l'unica religione!" o "Hai la pelle di colore diverso ergo sei inferiore".
Il punto è che alcune forme di fanatismo hanno delle conseguenze che vanno oltre la propria persona e fanno danni a terzi che non c'entrano niente.

 Se, avvisato in ogni modo, libero da qualsiasi forma di coercizione, tu pensi davvero che l'omeopatia possa guarire il tetano, figlio mio che ti devo dire, qualcosa è andato davvero storto a un certo punto nell'educazione delle masse di questo paese, ma tutte le conseguenze sono tue.

 Ma nel momento in cui queste tue pare fanatiche ricadono su persone terze, persone che non sono TUE, ma sono cittadini con loro diritti, come nel caso di Tara, i tuoi figli, allora fermi tutti.

 La cosa più agghiacciante del libro di Tara Westover è proprio questa incapacità dello stato di proteggere i figli dai genitori. 
Tara non è neanche stata dichiarata alla nascita, ma nove anni dopo e invece di toglierla alla famiglia, nell'ufficio preposto alla trascrizione tutto è solo burocraticamente difficile perché non ricordano dettagli come la data di nascita.
 Una roba che spalanca le porte a qualsiasi nefandezza: se non dichiari una persona, quella persona non esiste e PUOI farne qualsiasi cosa dalla prostituzione al traffico d'organi a non voglio neanche immaginare cosa.

 E' terrificante.

 Come sono terrificanti quelle notizie che si sentono di tanto in tanto di genitori che fanno curare malattie gravissime dei figli con l'acqua e le rose o che portano alle estreme conseguenze un 'otite pur di non curarla.

 Ma senza essere neanche così estremi: per me è assurdo anche che un genitore possa decidere di tenere il figlio a studiare a casa invece che a scuola (a scanso di comprovati problemi di un qualche tipo) o frigni perché la costringono a vaccinare il figlio CIOE' a proteggerlo da malattie potenzialmente mortali.

 La domanda che si pone la Westover è: fino a che punto possiamo arrivare prima di capire che per salvarci dobbiamo in qualche modo tradire le persone che amiamo (e che per inciso non stanno facendo il nostro bene)?

 E la domanda che ci poniamo noi leggendo è: fino a che punto è lecito che un genitore abbia potere sui propri figli?

 Le famiglie disfunzionali sono tante, ogni famiglia, parafrasando Tolstoj, è disfunzionale a modo suo.

 Ma alcune famiglie, è inutile negarlo, lo sono più di altre.
 Le famiglie dove se sei gay ti portano dall'esorcista, se sei sovrappeso o poco portato allo sport i tuoi genitori ti fanno sentire in colpa e ti umiliano, se sei timido vieni deriso, le famiglie dove se porti un ragazzo di colore/altra religione/altro ceto sociale è guerra.

L'amore fa la differenza di solito. Alcuni genitori, per amore, dei propri figli, rinsaviscono e fanno ammenda, ma è inutile negarlo, molti rimangono della propria allucinante opinione.

 E ai figli non rimane che la doppia scelta radicale davanti alla quale si sono trovati Tara e i suoi fratelli: diventare come chi li ha cresciuti, o, dolorisissimamente, rompere del tutto, e nessuna delle due è una scelta senza conseguenze.

 Il libro, anche se non sembra dal mio contorto e accorato post, è davvero scritto benissimo, si divora, ma non voglio nascondervi quanto sia agghiacciante.

 Tuttavia mette davanti all'evidente conflitto che da sempre anima il rapporto tra genitori e figli.

 Un conflitto che ci deve essere eh, mio padre mi dice sempre che "I genitori fanno i genitori e i figli i figli, ognuno fa il lavoro suo" che è come dire: io ragiono così e non mi smuovi, ma è ovvio che tu ragioni in modo diverso e non ti smuovi. Deve essere così, altrimenti non si sbaglia mai e non ci si affranca mai.

 Ma per la Westover e molti altri figli questa scelta non c'è: se non pensi come i tuoi genitori li perdi e se, per non perderli, pensi come loro, hai perso te stesso.

 E quanti figli accettano di perdere loro stessi pur di non tradire le persone che hanno sempre amato di più?
 Persino lei, si comprende, non ha ancora capito se il prezzo pagato per la sua libertà non sia stato troppo alto.
 Ma noi che leggiamo e abbiamo il lusso di vedere le cose da una certa distanza, sappiamo che è valso la pena pagarlo.


giovedì 14 febbraio 2019

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Cristo è partito"! (E bonus Radiodeejay).

Ed ecco a voi una nuova vignetta a sorpresa. 
Me ne sono rimaste un po' in canna visto che negli ultimi mesi non ero stata così prolifica causa il solito tempo mancante.

 Il tempo ora è ancor meno, ma volevo festeggiare il fatto che l'altra mattina una santa donna, anzi, santa libraia di nome Alessandra di Torino, ha parlato dei miei libri e del blog nel programma radiofonico del mattino del Trio Medusa su Radio Deejay.

 Se volete ascoltarla sono al minuto 52 al link: Chiamate Roma Triuno Triuno - Radiodeejay

 In tutto ciò, preannuncio che oltre ad un nuovo post, sto anche cercando di stendere un nuovo fumetto, preannuncio anche che, contro ogni aspettativa, anche gli utenti dell'archivio dove lavoro hanno uscite degne di nota, quindi ci sarà  da sbellicarsi. Ogni tanto posto qualche indizio su instagram, abbiate fede!

 Intanto, quella che secondo me è una delle migliori dell'ultimo anno.
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Cristo è partito".



giovedì 7 febbraio 2019

Un post che dovevo scrivere. A Chiara e al pensiero magico che piega la linea del tempo.

A Chiara


E' molto che devo scrivere questo post.
 E' un anno che devo scrivere questo post, ma non ho mai avuto il coraggio di farlo.

 Un anno fa è morta una persona, non la vedevo da tempo e non eravamo rimaste in contatto dopo le superiori. Di tanto in tanto mi era capitato di incontrarla perché era la migliore amica di una mia amica e anche a causa di questi gradi di separazione, onestamente, non mi sembrava giusto scrivere questo post.

 Poiché non era religiosa non ha avuto un funerale in chiesa e alla fine, un anno fa, siamo finiti tutti a salutarla al cimitero

 Appena arrivati io e altri compagni delle superiori ci siamo ritrovati in mezzo ai parenti stretti e agli amici più cari e saggiamente uno di noi ha detto: "Andiamo in un angolo, non è qui il nostro posto". E in effetti, il mio posto continua a non essere lì.

 Tuttavia ho deciso di scrivere comunque questo post perché credo che quando qualcuno che è stato nelle nostre vite muore, tutto quello che possiamo fare è trovare il modo di farlo esistere ancora, da qualche parte, in qualche modo.

 Quando facevo le superiori, nel mio liceo c'era una compagnia teatrale.
 La teneva un professore d'italiano di una sezione dello scientifico che in gioventù aveva fatto molto teatro anche a livello serio. Era un uomo buono che amava Pirandello, Eduardo e altre cose che noi, alle superiori, non è che amassimo così tanto.

  Lui ci donava perle del teatro italiano e noi sognavamo di interpretare Shakespeare convinti che solo cimentandoci in cose roboanti (e che non facevano parte del programma di letteratura italiana) avremmo avuto la giusta gloria.

 Iniziai a frequentarlo subito, il primo anno, anche se non conoscevo nessuno. 

 All'epoca la compagnia era presa da una pièce che si rivelò molto disgraziata: "La zia di Carlo". Disgraziata perché, nonostante tutti quelli che recitavano, quasi tutti alunni dell'ultimo anno, mi sembrassero bravissimi e bellissimi, era una storia così assurdamente piena di personaggi e situazioni che alla fine non si riusciva mai a provarla tutta fino alla fine.
 L'impresa, infine, naufragò e vennero portate in scena dei piccoli sketch di De Filippo. Quel primo anno non feci niente, se non dare le battute sotto il palco, ma fui molto orgogliosa di essere rimasta fino alla fine visto che dal punto di vista dell'inserimento nei nuovi contesti io sono un motore robustamente diesel: carburo lentissimamente e prendo il via solo dopo un po' (poi lo prendo bene, ma all'inizio non sapete la fatica).

 L'anno dopo, i bravissimi e bellissimi dell'ultimo anno andarono tutti all'università e ci fu un improvviso vuoto generazionale. Di colpo, anche se avevamo solo quindici anni, io e una manciata di altri eravamo quelli grandi, potevamo avere le parti importanti e smetterla di essere ai margini dello splendore altrui. Inaspettatamente presto era giunto il nostro momento e posso assicurarvi che lo facemmo fruttare.

 Quel gruppo di teatro per l'intera durata del liceo fu un posto meraviglioso.

 Uno di noi, anni dopo, al funerale del professore che lo aveva aperto, in modo completamente gratuito e facendosi carico di ogni problema, disse che non era solo una compagnia di teatro scolastica, ma il posto in cui eravamo tutti liberi di essere noi stessi. La persona a cui ho letto questo post prima di pubblicarlo ha detto che era come per i bambini di "It": tutto andava bene perché noi eravamo insieme.

 Eravamo: "Persone e basta che vuoi avere vicino, persone con le quali hai bisogno di essere; persone che hanno costruito la loro dimora nel tuo cuore."

 Anche adesso non ho un solo ricordo negativo di quel frangente della mia vita. Non sono i ricordi che si abbeliscono, posso assicurarvi che di qualsiasi altra cosa abbia fatto, in qualsiasi altra cosa mi sia cimentata, ci sono state luci e ombre, com'è normale che sia.
 Per questo mi è così difficile spiegare quel periodo, perché solo dopo anni ho capito quanto sia eccezionale.

 Qualche anno fa iniziai a frequentare un'associazione in cui ho trovato molte amiche, ma che ho poi abbandonato per sopraggiunti litigi. Ricordo che già dalle prime riunioni pensai chiaramente: "Guarda come stiamo bene adesso, devo imprimermelo bene nella mente perché un giorno molte di noi non si parleranno più".
 Non era una cassandrata, era una constatazione: in tutti i gruppi prima o poi qualcuno litiga o si trova un motivo per mandare a monte qualche progetto o ci sono tensioni, spesso anche causate da qualche bega amorosa.

 Quel gruppo di teatro del liceo fu un posto incantato, non un litigio, non una tensione, non un dramma o qualcuno che se ne sia andato sbattendo la porta. Non ho un ricordo negativo di nessuno, anzi. Non ci fu neanche un così elevato numero di coppie, considerando che eravamo tutti liceali un fatto quasi fantascientifico. Penso dipendesse in parte dal fatto che in realtà prendevamo il teatro molto sul serio.
 Non era un modo per perdere tempo e nessuno ci costringeva. Non eravamo spinti da qualche progetto scolastico e neanche eravamo premiati in qualche modo se continuavamo a frequentarlo.
  Ci andavamo perché ci piaceva recitare.
 Quindi tutti i mercoledì pomeriggio e, talvolta, il sabato, quando si avvicinava la rappresentazione, provavamo diligenti, chiacchieravamo, cercavamo le scenografie, ci divertivamo.

 Dopo le superiori ho rivisto poche di quelle persone. Molte, come me, si sono trasferite in altre città, anche in altri stati, eppure tutte le volte che è capitato di rivedersi è, anche se sembra abusato dirlo, come se ci fossimo lasciati il giorno prima.
 Si dice che i dolori uniscano molto più delle grandi gioie, ma posso dirvi che non è sempre così. Ho così tanti bei ricordi con quelle persone che hanno sempre, ovunque siano, un posto speciale nella mia vita, perché lo hanno avuto nel mio passato.
 Hanno contribuito a rendere un'adolescenza che avrebbe avuto mille motivi per essere un autentico disastro, una terra che posso ricordare con nostalgia e rimpianto.

 Dopo la morte di questa persona ho pensato lungamente di scrivere un post in cui consigliavo dei libri che potessero in qualche modo parlare di lutti da superare o simili, ma per quanto abbia pensato e per quanti libri siano stati dedicati alla morte di persone più o meno care, nessuno e niente mi sembrava adatto.
 La morte è qualcosa di così incredibilmente ignoto, di così definitivo e incomprensibile da non poter essere davvero raccontato.
Solo un libro mi ha dato uno spunto: "L'anno del pensiero magico" di Joan Didion.

 Onestamente non ve lo consiglio, è strano, tristissimo e non parla certo della morte in modo universale. Racconta di un anno terribile in cui la Didion ha perso prima il marito amatissimo e poi la figlia, un lungo straziante peana che non ha nulla da insegnare se non che il dolore è un incredibile abisso.
 Però mi ha colpito il pensiero magico


 La Didion continuava a pensare, conscia della completa assurdità della cosa, che ad un certo punto la linea temporale avrebbe smesso di proseguire, dritta e imperterrita, e, ad un certo punto, sarebbe tornata indietro. 
 Non credeva ovviamente che sarebbe successo, ma aveva la continua sensazione che quel terribile momento sarebbe terminato e tutto sarebbe in qualche modo tornato al suo posto. 
 E' un pensiero che ho spesso anche io: ho sempre la sensazione che i miei ricordi non siano solo ricordi, ma qualcosa che un giorno tornerà.

  Quei giorni del liceo sono lontani sì, ma ho sempre il retropensiero che ad un certo punto ritorneranno.

  Non sono scomparsi ad un certo punto io tornerò lì e saremo tutti insieme di nuovo, e poi la scuola finirà di nuovo e mi trasferirò di nuovo e troverò lavoro, e la mia vita andrà avanti e tornerà indietro come in loop.
 Aveva ragione quel nostro amico quel giorno, questo non è il mio posto e altre persone ben più di me, hanno diritto di essere tristi e ricordare quella che per loro era una presenza costante e luminosa nella loro esistenza.

 Ma è anche per loro che ho scritto questo post.
 Il pensiero magico da un certo punto di vista esiste, non è altro l'impronta persistente che alcune persone lasciano su di noi e ci permette di ritornare sempre e sempre, in qualsiasi momento, nel posto in cui siamo stati felici insieme.

Ciao Chiara


"Si sveglia da questo sogno incapace di ricordare esattamente che cosa fosse, a parte la nitida sensazione di essersi visto di nuovo bambino. Accarezza la schiena liscia di sua moglie che dorme il suo sonno tiepido e sogna i suoi sogni; pensa che è bello essere bambini, ma è anche bello essere adulti ed essere capaci di riflettere sul mistero dell'infanzia... sulle sue credenze e i suoi desideri. Un giorno ne scriverò, pensa, ma sa che è un proposito della prim'ora, un postumo di sogno. Ma è bello crederlo per un po' nel silenzio pulito del mattino, pensare che l'infanzia ha i propri dolci segreti e conferma la mortalità e che la mortalità definisce coraggio e amore. 
Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell'immortalità: una ruota. O almeno così medita talvolta Bill Denbrough svegliandosi il mattino di buon'ora dopo aver sognato, quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l'ha vissuta."

La Chiara dell'inizio e la Chiara della fine non sono la stessa persona. 

domenica 3 febbraio 2019

Cantami o diva, il dramma amoroso del pelide Achille! Una recensione de "La canzone di Achille" di Madeline Miller tra "Troy", cugini, specchietti informativi, dubbi lgbt e libri scolastici

 Mi trovavo al secondo anno di università quando uscì l'americanata a cui nessuno studente del classico poteva rinunciare: "Troy", il kolossal sulla guerra di Troia.

 Appurato che Brad Pitt avrebbe vestito i panni di Achille, tra amici e amiche che avevano fatto il classico scoppiò il totocasting: chi avrebbe fatto Ulisse? Chi Patroclo? Chi Ettore?

 Il risultato del casting, devo dirlo, per me fu apprezzabile se non per due falle nel sistema: Elena, che pur interpretata dalla bellissima Diane Kruger non era ancora abbastanza bella per essere la donna più bella del mondo (inizio a dubitare che esistesse qualcuna adatta a un ruolo simile) e Patroclo, ridotto a misero personaggio secondario, interpretato da un evanescente e imberbe versione minore e più giovane di Brad Pitt, un ragazzetto dimenticabilissimo e in effetti credo, dimenticato dalla storia del cinema.

 Il risultato del film, invece, fu ovviamente deludente nonostante un Ettore in parte e un curioso Boromir-Ulisse che eccezionalmente rimaneva in vita ed era stranamente nel personaggio.

 Il problema era altrove e non si trattava di quella spettacolosità molesta degli americani, il problema di "Troy" era aver ucciso l'elemento portante dell'Iliade: Achille e Patroclo che da amici-amanti diventavano CUGINI.

 Ma facciamo un passo indietro.

Avevo esattamente questa edizione
 Alle superiori avevo questo eroico libro di greco, il Cantarella Guidorizzi che venne fortunatamente adottato a seguito della completa catastrofe del Luigi Enrico Rossi, un manuale sul quale il mio fu professore dell'epoca cercò di farci inopinatamente studiare la questione omerica senza che capissimo assolutamente nulla.

 Me lo ricordo scritto in un accademichese astruso che gettava nello sconforto noi e il professore per motivi diversi: noi volevamo un libro che non ci facesse sentire stupide e il professore, ne sono certa, pensava che stupide dovessimo esserlo sul serio.

 Comunque, come fu come non fu, fummo graziate col più comprensibile Cantarella Guidorizzi il quale, più o meno subito dopo Archiloco mise le mani avanti con uno specchietto informativo sul fatto che ecco, ragazzi miei, la società greca era di certo patriarcale, ma non era affatto eteronormata.

 Sostanzialmente, tutto quel cantare di avvenenti giovinetti che si sarebbe disteso davanti a noi per il resto dell'anno scolastico (indimenticati Cirno, ma soprattutto il giovane Smerdis, poveretto) era dovuto al fatto che mentre nella maggior parte delle società è l'eterosessualità l'unico orientamento sessuale ammesso nell'ordine sociale, i greci avevano una concezione più elastica e molto diversa che prevedeva un peso rilevante della bisessualità.

 La cosa poneva tra noi molti saggi dubbi di vario genere: se i greci potevano essere tutti bisessuali (anche se secondo precisi criteri, regole ecc ecc) non è che non ce la stavano raccontando giusta con questa storia che dopotutto dovevamo essere tutti etero? Ma poi, com'era possibile che tutti lo fossero? Ma poi poteva essere vero? Ma poi, a noi, fondamentalmente che ce fregava?

 Ovviamente lessi solo qualche anno dopo "Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico" libro stupendo sempre della stessa Eva Cantarella, intanto la perplessità era gettata.

 Tra un giovinetto e l'altro giungemmo infine all'Iliade col pelide Achille e la sua funesta ira che lutti infiniti addusse agli achei.

 A questo punto non credo sia necessario, ma farò un breve recap dell'Iliade a beneficio di chi ha fatto lo scientifico.

 Siamo a Troia, i Greci stanno assediando la città da circa dieci anni: ufficialmente per riprendere la bella Elena scappata dal legittimo marito Menelao per gettarsi tra le braccia del playboy Paride, ufficiosamente per conquistare un'utile città del Bosforo, depredare e saccheggiare.
 Tutti i principi greci sono là, compreso il pelide Achille, figlio dell'eroe Peleo e della ninfa del mare Teti che di tanto in tanto appare per fare qualche profezia che poi alla fine si avvera sempre pure se tutti cercano di non farla avverare finendo poi per farla avverare per forza.

 La storia comincia quando Achille decide di non combattere più per una faccenda di schiave e di oltraggi: Agamennone, l'intrattabile fratello di Menelao, ha dovuto restituire la bella schiava Criseide al padre perché costui è dotato del bonus sacerdotale.

 Non puoi offendere un sacerdote altrimenti scateni la ferocia del suo dio (incomprensibile al liceo perché tutti non decidessero di fare i sacerdoti) che in questo caso è Apollo e ha mandato una pestilenza tra gli achei causa rapimento di Criseide.

 Poiché l'intrattabile Agamennone non accetta di essere l'unico a non avere più la schiava bottino, fa mandare a prendere Briseide, la schiava di Achille, il quale si fa saltare il picchio per l'oltraggio e decide di non combattere più.

 Passa un giorno, passa un altro, succedono varie cose e alla fine i troiani decidono di provare l'attacco all'accampamento greco,. A quanto pare senza Achille, lo spirito guerresco langue parecchio. Patroclo allora, decide di mettersi l'armatura di Achille e di fingere di essere lui per risollevare gli animi degli achei stremati.

 Purtroppo invece di rimanere nelle retrovie come promesso, si getta nella mischia e infine muore, ucciso da Ettore.

 Fino a qui la storia fila. E' da qui in poi che, se poniamo Patroclo e Achille amici o cugini, la storia inizia a filare un po' meno.

 Achille infatti, alla morte dell'amatissimo Patroclo, parte di capoccia, compie stragi e infine uccide Ettore. Non pago fa scempio del cadavere trascinandolo intorno alla città di Troia attaccato alla biga. Non pago lo lascia a marcire in giro mentre piange l'amato Patroclo. Poi fortunatamente Priamo va a reclamare il cadavere, piangono insieme e per il povero Ettore è finita.

 Tale eccessiva reazione per un compagno d'arme che era letteralmente onnipresente a suonare, dormire, ascoltare, parlare con il pelide Achille, era abbastanza sospetta anche per noi che non eravamo riuscite a decifrare il Luigi Enrico Rossi e che ci fosse del tenero tra i due era evidente pure senza lo specchietto preventivo del Cantarella Guidorizzi.

 Appurato quindi che ci trovavamo davanti a uno yaoi di estrema potenza greek edition, in molte dobbiamo aver anelato un libro che sta storia d'amore ce la raccontasse senza tutto quel fastidio della guerra, pestilenze, sacrifici umani, schiave insignificanti e via dicendo.

 Madeline Miller ha fatto proprio questo: ha scritto quella storia.

Qualche anno fa avevo letto un libro grazioso , scritto da un'italiana molto giovane, Francesca Petrizzo, si chiamava "Memorie di una cagna" e raccontava la storia della guerra di Troia vista dagli occhi di Elena, la quale, dalla nascita in poi, non era stata altro che un giocarello nelle mani del fato o di qualche uomo.

 Madeline Miller ha sostanzialmente seguito la stessa traccia, ripercorrendo una serie di miti ha ricostruito la vita di Patroclo, raccontata da lui medesimo.

 La vicenda prende le mosse dalla sua infanzia fino alla morte e ancora oltre, e sembra il classico libro scritto sull'onda del "Vorrei leggere una storia del genere, ma nessuno l'ha ancora scritta QUINDI LA SCRIVO IO."

 E in effetti è una storia d'amore lunga tutta la vita con tanto di madre che si oppone all'unione dei giovini (in verità l'unica, gli altri prendono la cosa in cavalleria), tradimenti, fughe, rapimenti e infine la lunga guerra.

 Qualcuno su fb mi ha scritto che alcune persone lgbt non l'hanno apprezzato.

 Posto che anche io ne faccio parte e ne sono entusiasta, immagino che sia dovuto al fatto che i libri, in genere, non vengono apprezzati in massa in base al proprio orientamento sessuale.

 Un'altra ipotesi è che non sia piaciuta la classica contrapposizione tra Achille virilissimo e Patroclo, dolce e poco amante della guerra.


In realtà, lo schema classico greco della bisessualità istituazionalizzata greca in realtà era basato sull'esistenza di un erastes, più adulto, e un eromenos, più giovane, e non sarebbe poi così lontano dalla narrazione se non fosse per due particolari.

 Il primo è che Patroclo nell'Iliade è più adulto (nel libro della Miller invece Patroclo e Achille sono perfettamente coetanei), una cosa che era comunque vista in modo strano (dico strano non dico vietato e neanche proibito) anche nell'antica Grecia anche se la cosa importante, in realtà, era trovarsi una moglie con cui avere figli legittimi, meglio se maschi e poi a letto con chi ti pare.

 In secondo luogo, Patroclo nell'Iliade è effettivamente rappresentato come un uomo più dolce del pelide Achille, quasi fosse la sua parte complementare.

 Tanto che anche la storia delle armi scambiate, con Patroclo che si finge Achille, spalanca le porte al già citato discorso della mimesi nell'amore omosessuale: io ti amo e vorrei essere te (se volete seguire questa mia farneticazione potete andare al post su "Una vita come tante").

 Anche in base a questo, la Miller ha secondo me scritto un romanzo appassionato e appassionante, certamente non molto accademico e, da un certo punto di vista, neanche particolarmente profondo, ma in compenso tenero, dolce e moderno.

 E' uno di quei classici libri che è un vero piacere leggere, consigliatissimo!


Ora però sono curiosa: cosa ne pensate di "Troy"??
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