mercoledì 28 febbraio 2018

Nuova presentazione di "Quanti dolori, giovane libraia!" alla Feltrinelli di Genova il 5 Marzo alle 18!

Il post del giorno è quasi finito, ma casco troppo dal sonno (e sono stata distratta dall'inutile e assurda ricerca dei sacchetti per i confetti del matrimonio: ma quanti ne esistono????).
 Vi lascio perciò la locandina dell'incontro alla Feltrinelli di Genova il 5 Marzo alle 18!


lunedì 26 febbraio 2018

Piccole recensioni tra amici! "Una sorella" di Bastien Vivès e "Le ricette della signora Tokue" di Durian Sukegawa, una graphic e un romanzo tra dolcetti, turbamenti estivi, ragazze ideali e discriminazioni secolari.

 C'era oggi materiale per far ben due post, ma visto che ho ricominciato gli alacri studi per l'alacre nuovo mysterioso libro che dovreste vedere in autunno, mi sono detta:
"Meglio che sforno entrambe le recensioni se no qua andiamo direttamente al mese prossimo".
 Finalmente sono di nuovo in un periodo di buona in cui la ventura vuole che trovi libri che mi piacciono, eccovi perciò due consigli per rendere più sopportabile questo colpo di coda invernale che rende tutto ancora così gelido e la primavera ancora così lontana.


 Let's go!


UNA SORELLA di Bastien Vivès ed. Bao Publishing:

 Bastien Vivès è uno di quei tipici fumettisti (ma io direi proprio autori in generale) che sin da giovanissimo è stato idolatrato come un "enfant prodige"

 Nel 2007 pubblicò infatti una graphic che è rimasta il suo lavoro più noto, "Il gusto del cloro", uno di quei libri che se fosse un film sarebbe un film francese con la luce azzurrina, due giovani attori emergenti dal bel faccino e un dialogo ogni mezz'ora.

 Parlava infatti di un ragazzo e una ragazza che si incontrano solo in piscina e senza premeditazione, condividendo infinite silenziose vasche e, ogni tanto, qualche confidenza.

 Lo stile di Vivès, fatto di linee semplici e veloci, per i suoi attuali standard era quasi debordante visto che, col tempo, è precipitato verso un'essenzialità sempre maggiore.

 Questa scelta che, personalmente, ho trovato in particolare poco felice nei suoi volumetti a vignette pubblicati da Bao ("Tu lo leggi il mio blog?" "L'importanza di chiamarlo fumetto" ecc) probabilmente è uno dei motivi per cui Vivès non mi ha mai particolarmente colpito. 

 Non mi piacciono quelle cose così d'autore da sforare nell'evanescente sia nel tratto che nel contenuto (e rimango dell'opinione che le vignette non siano roba per lui), per questo non avevo grandi aspettative per "Una sorella". E invece.

 "Una sorella" è un libro bellissimo.

 Ha in sé tutti i grandi tòpos dell'adolescenza che vanno molto di moda ora (sono sempre andati di moda, ma adesso sembra che nessuno sia più stato adolescente in un periodo che non vada da giugno a settembre): estate, primi amori, primi turbamenti sessuali e sensuali, primi schiaffi in faccia dal resto del mondo.

 Il libro parte in un modo un po' duro, tra l'altro, curiosamente, dallo stesso incipit delle cugine Tamaki de "E la chiamano estate": un aborto spontaneo.

 Due fratellini, Antoine di 13 e Titi più o meno della metà degli anni, stanno andando in vacanza coi loro genitori nel solito posto di mare dove staranno due mesi.

 In macchina i genitori advanced gli spiegano che verranno a stare con loro, per una settimana, un'amica di famiglia che ha appena avuto un aborto spontaneo ed Helene, la sua figlia sedicenne di primo letto (sì lo so è un'espressione che fa tanto '600).

 L'inizio vede i due fratellini alle prese con cose infantili: pokemon, disegni di pokemon, sfide tra pokemon, noia varia ed eventuale. Poi una mattina Antoine apre gli occhi e nel letto davanti a lei dorme una bellissima ragazza bionda: Helene.

 Basterà una settimana per scaraventare Antoine da un'infanzia tranquilla e ormai noiosa a un'adolescenza in tumulto. 

C'è da dire che Helene che diventa per una settimana, sorella maggiore, oggetto del desiderio, imprevedibile sconosciuta, inconsapevole salvatrice e probabilmente (e disgraziatamente) modello femminile di vita a cui Antoine tenderà per i decenni successivi, è fin troppo archetipale.

 Più che una ragazza in carne e ossa, sembra un ideale in cui tutti i tredicenni etero del mondo vorrebbero incappare nella propria esistenza: la misteriosa ragazza poco più grande che apre la porta sul mondo splendido e doloroso degli adulti.

 E' triste, è selvaggia, è matura, non sembra avere difetti se non quello di essere una ragazza tendenzialmente troppo sola. 

 E' bellissima, sensuale e fa esattamente quello che un tredicenne vorrebbe facesse (e gli facesse) la ragazza più grande che gli piace.

 Se c'è un neo nella storia, direi, è questo qui

 Per il resto è una storia ben dosata, dolce, con quel senso di meraviglia e di ansia per la vita adulta che ti prende quando inizi a uscire dal torpore prolungato dell'infanzia: quando sarò finalmente grande? Quando arriveranno i diciotto anni? Quando potrò fare ciò che desidero? Quando ciò che desidero sarà alla mia portata?
 E c'è spazio anche per lo schiaffo finale, per quel contatto agognato col mondo degli adulti che si rivelerà umiliante e doloroso e, per poco, fatale.

 Ma Antoine dimostrerà di avere quel che serve per sopravvivere davvero nei mari giganteschi nella vita: amici e buonsenso.

 Straconsigliato.


LE RICETTE DELLA SIGNORA TOKUE di Durian Sukegawa ed. Einaudi:

 Dalla copertina e dalla quarta di copertina, questo libro sembrava un po' una cosa in stile "Ramen girl".

 Nel film, la sfortunatissima Brittany Murphy (attrice morta giovane a causa di intossicazione da una muffa infestante!) si trovava in Giappone al seguito del fidanzato prima di essere mollata dall'oggi al domani. 

 Alla ricerca di uno scopo nella vita, finiva per diventare apprendista cuoca di ramen presso uno scorbutico giapponese che le insegnava la vera severità nipponica ridando un senso alla sua vita incasinata.

 Invece NO.

 "Le ricette della signora Tokue" non parla di nessuno che si salva tramite il cibo, ma di una cosa completamente diversa: la discriminazione in Giappone.

 I giapponesi sono un popolo di certo meraviglioso, con una cultura millenaria meravigliosa (e che spero di vedere in viaggio di nozze civili), ma che abbiano un problema con l'accettazione del diverso lo sapevo ben prima di questo libro.

 Sapevo ad esempio della discriminazione nei confronti della minoranza Ainu, il vero gruppo etnico originario del Giappone (il ceppo etnico dominante in Giappone adesso si ritiene provenga dalla Cina) e sono stanziati principalmente a nord del paese, nelle isole dall'Hokkaido in su verso la Siberia e la famosa Kamchatka.

  Sapevo della discriminazione di vera e propria casta verso il gruppo dei Burakumin ossia i discendenti dalle famiglie che nei secoli passati si dedicavano a mestieri considerati impuri, ossia tutti quelli in cui c'era da brigare con animali o uomini morti, dai macellai ai preparatori di cadaveri (addirittura esisteva un elenco scritto di famiglie discendenti da Burakumin a cui i datori di lavori si rifacevano per rifiutarne l'assunzione).
Vi assicuro è un film assolutamente da vedere
per nulla triste e molto commovente

 Ci si può fare una vaga idea della cosa vedendo quel bellissimo film, vincitore anche dell'oscar come miglior film straniero, che è "The Departures" in cui un violoncellista licenziato diventa un tanatoesteta nell'ambito della complicatissima cerimonia funebre giapponese.

 Per quanto tenti di tenerlo nascosto, quando la moglie lo scopre lo abbandona e lo rifiuta in quanto impuro, come anche gli amici.
  Il suo principale, uomo raffinato e colto, è completamente solo e la donna che lavora con loro lo fa principalmente perché è un'emarginata dall'oscuro passato.

 Il film, nonostante ciò, è comunque delicatissimo e ironico e, se non lo avete visto, vi assicuro che ne vale la pena.

 Ebbene, per riallacciarsi alla signora Tokue, tramite questo romanzo ho scoperto un'altra agghiacciante forma di discriminazione in Giappone che non solo è ai confini della realtà, ma anche della violazione dei diritti umani. 

 Non ve la spoilero perché "il segreto della signora Tokue" è il vero perno della storia e non arriva nel finale, ma circa ad un terzo.

 L'inizio sembra dei più innocui, un uomo, uscito di prigione dopo una condanna per spaccio di marijuana, porta avanti un negozio di particolari dolci giapponesi, i dorayaki (una sorta di pancake ripieno di marmellata di fagioli rossi), ma lo fa senza passione, principalmente per un debito di denaro e riconoscenza verso la padrona del posto.
I fagioli rossi giapponesi sono dolci e si chiamano Azuki,
forse non tutti sanno che il cognome di Mila Azuki si riferisce
proprio ai capelli rossi della ragazza 

 Un giorno si palesa una vecchina con un problema alle mani e un barattolo di marmellata deliziosa che lo implora di farla lavorare lì.

 Chi è la dolce signora Tokue? E perché sembra così ansiosa di lavorare in un negozietto anonimo a settant'anni suonati?

 Non posso dirvelo, ma posso assicurarvi che scoprirlo non solo vi spezzerà il cuore, ma vi farà anche vergognare, perché sappiamo benissimo che tutti voltiamo le spalle a qualcuno che vorrebbe solo vivere la sua vita senza essere visto sotto l'occhio unico del pregiudizio.

 Questo dice la storia della signora Tokue, così assurda, così incredibile, così insopportabile eppure terribilmente vera.

Ps. So che ne è stato tratto un film omonimo che ora vorrei vedere e ora vado (davvero) a cucinare degli pseudodorayaki che mi è venuta fame solo a scriverne.

 E voi avete già letto i libri? Conoscete una ricetta perfetta per i Dorayaki? Avete visto il film della signora Tokue? Testimoniate!

domenica 25 febbraio 2018

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "La cruda verità".

 Ed ecco a voi una nuova vignetta, volevo postare direttamente domani un post frivolo in occasione della calata di Burian, il gelido vento siberiano che allontana da me l'amaro calice della primavera in arrivo (quest'anno peraltro sono stranamente in vena di primavera, forse per merito di "Chiamami col tuo nome", sempre che faccia la vera primavera e non inizino temperature di giugno ad aprile come l'anno scorso).

Ah, intanto inizio a seminare il verbo: il 5 Marzo sarò alla Feltrinelli di Genova per presentare il libro!

 Ecco a voi una nuova vignetta realmente avvenuta!
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "La cruda verità"!



venerdì 23 febbraio 2018

"Dolcemetà alle prese con Elle Sposa"! Un simpatico intermezzo fumettoso per difendere le spose non eterosessuali.

 Ed ecco a voi la nuova puntata del fumetto in coming sull'unione civile!
 Grande protagonista di oggi è Dolcemetà che è partita quale futura sposa riluttante per poi diventare futura sposa princess mood.

 Una nota: nel fumetto viene nominata tale Smeralda che apparirà in un fumetto successivo, ma cronologicamente precedente a questo. Ella è la testimone di Dolcemetà, un'amica veneta very peculiar.

 Ebbene bando alle ciance. Godetevi questo primo simpatico intermezzo!

 "Dolcemetà alle prese con Elle Sposa"! 





lunedì 19 febbraio 2018

Piccole recensioni tra amici! "Ultima notte ad Alessandria" di Aciman e "Drinking at the movies" di Julia Wertz tra dolcetti al miele, mondi che finiscono e trasferimenti traumatici.

 Oggi, in questa sempre più rara giornata a disposizione, avevo tanti bei progetti, quasi tutti vanificati dalla tortura a cui sono stata  sottoposta dalle 8 alle 18.

 Ho sostanzialmente avuto operai a trapanare per le due pareti esterne ininterrottamente da ore. Voi vi chiederete perché non abbia preso la via della biblioteca. Eh, magari.

 I suddetti operai infatti hanno nell'ordine: incidentalmente fatto due buchi nel muro e tranciato un filo della corrente, motivo per il quale hanno poi vagato per casa mia alla ricerca del punto di raccordo per sostituirlo solo che, a causa di precedenti lavori, non lo hanno trovato.

 Quindi io niet libertà e domani mattina speriamo risolvano il tutto.

 Mi sono permessa questo sfogo sia perché letteralmente mi sanguinano le orecchie sia perché non so se le piccole recensioni tra amici possano averne risentito.

 Speriamo di no!


 ULTIMA NOTTE AD ALESSANDRIA di Andrè Aciman ed. Guanda:

 In astinenza da "Chiamami col tuo nome", ho cercato nella bibliografia di Aciman un altro libro che potesse essere di mio gusto, ma, onestamente, non l'ho trovato.

 L'unico che aveva destato il mio interesse era "Ultima notte ad Alessandria" nel quale Aciman ripercorreva la storia della sua famiglia fino alla cacciata degli ebrei da Alessandria d'Egitto voluta dal presidente Nasser.

 La storia parte in un modo abbastanza confuso, ma in verità, andando avanti con la lettura non se ne può fare una totale colpa al povero Aciman che, effettivamente, ha delle origini abbastanza variegate perse in tutto il mediterraneo tra Italia, Turchia, Grecia, Spagna e infine Egitto.

 Ebrei poco praticanti, (una novità devo dire nel panorama degli scrittori ebrei dove l'identità viene, solitamente, prima di qualsiasi altra cosa) si trasferirono dalla Turchia (dove vivevano rivendicando però chiare origini italiane che nulla aveva a che fare coi disprezzati arabi) ad Alessandria d'Egitto in cerca di fortuna.

 E i suoi brillanti e un po' malandrini zii la trovano.

 Diventano spie inglesi, fondano fabbriche di tessuti, sposano donne dal carattere a dir poco forte, progettano trasferimenti in Giappone per vendere auto italiane e studiano quante più lingue possibile (tranne l'arabo) che insomma non si sa mai.
 Aciman racconta questa storia, ma ne racconta anche altre due, quella della sua famiglia ristretta, lui, suo padre e sua madre, nata sorda (curiosamente come la madre di Camus) e quella di una città che fu non è più stata: Alessandria d'Egitto.

 Non conoscevo quasi nulla dell'Egitto prima di Nasser.

Ora peraltro ho una voglia pazza di dolcetti arabi
 Avevo letto la biografia romanzata di Umm Khultum ("Ti ho amata per la tua voce" ed. E/O se siete interessati), cantante e icona nazionale egiziana, e la graphic nove, "Leda" ed. Coconino in cui Leda Rafanelli partiva a cercar fortuna in un'Alessandria d'Egitto conturbante.

 Ma a pensar bene questa Alessandria sbucava fuori spesso qui e lì nelle mie letture: Kavafis, Corto Maltese, un'Anna  Magnani che non si è mai capito se fosse nata lì o a Roma, un Ungaretti che invece, di sicuro ci nacque.

 Eppure non me ne ero mai, colpevolmente, interessata.

 Invece, leggendo il libro di Aciman ho scoperto un mondo perduto fatto della quintessenza stessa del mediterraneo: musulmani, ebrei, cristiani e ortodossi, spagnoli, turchi, francesi, inglesi, italiani, arabi, tutti insieme, pacificamente, senza estremismi e senza neanche particolari rivendicazioni identitarie.

Sono bellissimi i pomeriggi e le serate descritte da Aciman: cieli che si riempiono di quaglie stremate dalla migrazione che cadono nei cortili pronte per essere arrostite da chi le trova, tè alla menta e frittelle che grondano miele, gelati al mango, tramonti meravigliosi sul mare, le nonne che litigano al mercato del pesce, i cinema sempre pieni e le domeniche piene di cinema dalla mattina alla sera.
Da "Leda" di Colaone, Satta, De Santis ed. Fandango

 Ci sono i sarti, gli avventurieri italiani, i balconi dove giocare a carte, i marinai greci e una lingua comune fatta di ogni lingua che tutti parlano e tutti capiscono perché nessuno si arrocca su nessuna convinzione e nessuna sopraffazione dell'altro.

 Poi arriva Nasser ed è la fine di un mondo.

 Così Alessandria diventa una vittima necessaria della fine del colonialismo, il vento del nazionalismo soffia e molti europei e tutti gli ebrei vengono dichiarati persone non gradite, i loro beni confiscati ed infine espulsi dal paese.

 Aciman riesce a rendere il senso della fine di un'epoca, ma al contempo sa lasciare spazio all'avventura: se non chiudi il tuo cuore in un solo posto, puoi seminarne i pezzi in ogni dove e sentirti, ovunque, sempre un po' a casa tua.
 Se anche voi siete in astinenza da "Chiamami col tuo nome" è il libro giusto.


DRINKING AT THE MOVIES di Julia Wertz ed. Eris:

 E' da un po' che mi trascino la recensione di questa graphic che mi sono fatta regalare da mia sorella a Natale, una graphic che ha per me una particolarità fondamentale: se mai dovessi riuscire a scriverne una vorrei che venisse fuori così.
 Julia Wertz (che vi consiglio di non googlare perché il suo vero aspetto stride completamente col suo fumettoso aspetto e con tutto quello che le succede) è una giovane fumettista di san Francisco. 

 Precisamente è una di quelle fumettiste indie, che scrive cose indie, fa una vita indie, ma, al contrario di molti indie, non ha davvero un soldo né personalmente né di famiglia.

 La storia prende le mosse dal fatidico momento tra i 25 e i 30 anni in cui quella che credevi fosse la tua vita discretamente avviata, di colpo, crolla, e crolla tutta insieme.

 Julia perde il lavoro da cameriera in una caffetteria causa chiusura, il suo fidanzato la molla di punto in bianco, suo fratello, cronicamente tossico, sparisce e infine i suoi fumettosi lavori, benché apprezzati, non decollano.

 Decide che, nonostante San Francisco le piaccia e tutto sommato abbia lì famiglia e amici, sia venuto il momento di dare una svolta alla sua vita e decide di punto in bianco di trasferirsi a New York.

 E lì viene il bello, ossia il brutto, perché bisogna dirla la verità, non è sempre vero che trasferirsi sia facile.
 Non è vero che basta trasferirsi in una nuova città per trovare subito lavoro e amici, una bella casa, per sentirsi a casa e capire che quello che hai trovato è comunque apprezzabile come quello che hai lasciato.

 Spesso bisogna stringere i denti per non assecondare la bruciante voglia di mandare tutto all'aria e tornare indietro. 

Sembra sempre così facile e condivisibile del resto: perché devo soffrire in un posto che non sento mio e sentirmi così sradicata, lontano dai miei amici e dalla mia famiglia? Basta prendere un treno o un aereo e rinunciare a tutto, capitolare, e tutto tornerà a posto.

 Eppure, sappiamo bene che spesso, se non molliamo è perché tornare indietro non è così semplice e neanche così conveniente. Se siamo andati via un motivo c'era e continuerà a tormentarci rendendo impossibili le nostre di nuovo troppo semplici giornate.

 Julia ci mette un anno a sentirsi a casa.

 Un anno in cui beve troppo, cambia casa mille volte, fa millemila lavori diversi, alcuni pessimi e sottopagati, altri meno pessimi e meno sottopagati, scopre il clima di New York (a quanto sembra a San Francisco è sempre un meraviglioso settembre, mentre NY ha un clima simile a Milano con inverni molto più freddi), viene trattata male, licenziata e bistrattata.

  I suoi lavori non vendono abbastanza, la sua concentrazione è pessima a causa del troppo bere, l'apatia sempre in agguato.

 E' una sensazione di frustrazione che ho provato anche io, continuamente, incessantemente, per i due terribili anni in cui ho abitato a Bergamo e anche per i primi due in cui ho abitato a Milano.
 Quattro anni che mi sono sembrati infiniti, senza amici, quasi sempre chiusa in casa, sempre più abbattuta. Ma sono stati anche i quattro anni in cui, per disperazione ho aperto questo blog grazie al quale mi sono successe poi tante cose magnifiche.

 Ed è la stessa cosa che ci racconta la graphic novel autobiografica della Wertz: stringere i denti non è mai vano, affannarsi non è mai vano, cercare un senso in giornate sempre uguali e spesso sempre peggiori non è mai vano.
  Vano è arrendersi o pensare che non finiscano o che non si possa cavarne qualcosa di buono.

 Lo so, sembra una frase da film americano, ma è davvero così e vorrei ci fossero parole meno retoriche per dirlo.
 E in verità penso che sia questo che la Wertz è riuscita a fare: raccontare in modo poco retorico un momento che pur non avendo ragione di essere terribile si è rivelato comunque difficile e allo stesso tempo necessario.

sabato 17 febbraio 2018

Altro che la scarpetta di Cenerentola! E' la misura dell'anello di fidanzamento davvero impossibile da scoprire! "L'anello", un nuovo periglioso e fumettoso capitolo.

 Ed ecco che, con insolita regolare cadenza, posto un nuovo capitolo sulle mie vicissitudini della preparazione della mia unione civile.
 E' il fondamentale capitolo della scelta dell'anello, poi qualcuno mi spiegherà come l'ha risolta meglio di me, se vuole.
 Ecco a voi "L'anello"! Un nuovo periglioso capitolo.








venerdì 16 febbraio 2018

Avviso ai naviganti! Il 23 febbraio alle 18 presento "Quanti dolori, giovane libraia!" alla Feltrinelli di Pavia! Accorrete!

 Mentre si accumulano le cose da fare in modo esponenziale, senza che io riesca a porvi un argine (anzi, vedendole aumentare giorno dopo giorno), oggi sono finalmente riuscita a finire un nuovo capitolo del fumetto sull'unione civile (che posterò forse domani o domenica) e la locandina per la presentazione a Pavia il 23 febbraio alle 18 presso la Feltrinelli locale!

 Lombardi accorrete! Vi aspetto numerosi e numerose!


mercoledì 14 febbraio 2018

In verità non so perché sono triste. Sei letture (anzi otto) dal film "Chiamami col tuo nome" tra Diabolik, Eraclito, Montaigne, Antonia Pozzi e Conrad.

 In questa settimana di vacanza che ho passato a casa mia nel Lazio, sono successe varie cose strane.

  La più strana di tutte è stata la morte improvvisa di una persona che conoscevo benché appartenesse più ai miei ricordi che al presente e che vorrei ricordare in modo opportuno più avanti.


 Ero già in una fase ampiamente riflessiva per motivi un po' inspiegabili, penso capitino a tutti settimane così, ma questo triste e incomprensibile lutto l'ha ampiamente catalizzata, forse come non accadeva da anni.

 Succede credo ciclicamente a ogni essere umano, tanto che già il celebre incipit de "Il mercante di Venezia" la racconta con una precisione inquietante: 
 "In verità non so perché sono così triste; mi stanca e voi dite che vi stanca; ma come l'abbia presa, dove l'ho trovata,. o me la sono procurata, di che sostanza è fatta, da dove è nata devo capirlo; e così ottuso mi rende la tristezza. che faccio fatica a conoscere me stesso."
 Mio padre, come ogni anno, mi ha regalato una gift card da spendere nelle due librerie del mio paese purtroppo poco fornite, almeno delle cose che piacciono a me (bisogna dire che io sono anche abituata all'opulenza sfacciata della libreria dove lavoro, quindi forse sono anche un po' fuori tara) e quindi la mia wishlist era sostanzialmente inutile.

 Presa dallo sconforto, mi è venuta l'idea di prendere qualcuno dei libri citati in "Chiamami col tuo nome", la cui visione continua in qualche modo a ossessionarmi come non mi capitava da anni, come se avesse toccato un nervo scoperto.

 Ovviamente non ho trovato nessuno dei libri citati (a parte uno che però già avevo), ma scartabellando su internet mi sono accorta che nessuno aveva ancora avuto l'idea di scriverci un post.
 Ho perciò pensato che magari qualcuno, da qualche parte, potesse avere il mio stesso stato d'animo e magari una lista del genere poteva tornargli utile.

 In alternativa, almeno un po', scrivendo questo post,  mi sono scaricata.


FRAMMENTI COSMICI di Eraclito:

 L'avvenente dottorando Oliver si trascina dietro, stile coperta di Linus, un'edizione critica in inglese de "I frammenti cosmici" di Eraclito, filosofo molto conosciuto e al contempo molto oscuro del VI° sec. a. C.

 Conosciuto fuori dai licei (ma spesso anche dentro ai licei) per due frasi quotate e memate ovunque: "Panta rei" o "Non si può scendere due volte nello stesso fiume", simbolo di un incessante divenire che è l'ossessione di tutti noi comuni mortali (o almeno lo era finché non ci siamo convinti di vivere un eterno carnevalesco presente).

 Nel film le nostre certezze vengono fugate nell'unica frase del libro che viene letta (da Elio):

   "Lo scorrere del fiume non significa che tutto cambia e quindi non possiamo riviverlo, ma che alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento"

 Eraclito sta sostanzialmente dicendo ad Elio: "Buttati o tradirai te stesso" ed è quello che Elio, saggiamente fa.

 Tuttavia, se pensate di gettarvi sui frammenti di Eraclito alla ricerca di verità su voi stessi, state in guardia, egli non è sempre così chiaro e potreste scervellarvi parecchio (proprio come accade a Oliver che finisce per scrivere una di quelle tipiche frasi da tesi che sembrano un post di Fusaro quando è preso bene al mattino e che non vogliono dire niente, ma essendovi implicate parole altisonanti sembrano colme di verità). Tuttavia, scervellarsi un po', di questi tempi, non è che faccia poi così male.

 Se vi mettete alla ricerca, dovrebbero esserci in giro "Frammenti" ed. Bur, "Eraclito. Testimonianze, imitazioni, frammenti" ed. Bompiani e "Dell'origine" ed. Feltrinelli.


ANTONIA POZZI:

 Non essendo una grande appassionata di poesia, prima di trasferirmi al nord non conoscevo assolutamente questa giovane poetessa milanese, morta suicida ad appena ventisei anni, che molto amò le persone e le montagne.

 Nel film, Elio regala le sue poesie alla sventurata Marzia che in realtà è abbastanza intelligente da aver sgamato di essere solo un vago passatempo nell'inquietudine di Elio, in fervente attesa che Oliver gli faccia un cenno.

 Letterario presagio a uno strano e splendido finale sulle montagne della bergamasca (anche se credo nulla potrà mai farmi vedere in una luce migliore Bergamo), Antonia Pozzi nella sua breve vita scrisse molto del suo amore per la montagna e forse le poesie che la riguardano sono le più autentiche giunte fino a noi. Ma andiamo con ordine.

 Antonia Pozzi nacque in una famiglia dell'altissima borghesia milanese nel 1912, alle superiori intrecciò una relazione con uno dei suoi professori prima che i genitori la costringessero a troncarla non senza traumi.
  Frequentò l'università assieme a molti di quelli che divennero gli intellettuali dell'epoca, ma a 26 anni si suicidò ingerendo barbiturici e andando a morire in un campo innevato vicino all'abbazia di Chiaravalle. 

 Per alcuni versi la sua storia ricorda quella di Sylvia Plath:ipersensibile e schiacciata da una personalità maschile manipolatoria, la Plath quella del marito (che mi potete dire tutto, ma uno che manipola i diari e le poesie della moglie, quasi ex, post-mortem, per me è un farabutto), la Pozzi quella del padre, così bigotto da censurare e interpolare le poesie postume della figlia.


 Proprio per questo, probabilmente, le poesie sulla sua amata montagna rimangono le più fedeli alla poetessa, molto amata qui in Lombardia e spesso misconosciuta nel resto d'Italia.

 Se volete leggerle, esistono, fortunatamente per voi, varie cose in commercio: "Poesie" ed. Ancora , "Guardami, sono nuda" ed. Clichy, "Lieve offerta. Poesia e prose", Bietti ed.
Un interessante saggio è "Per troppa vita che ho nel sangue" ed. Ancora e c'è anche un documentario, "Poesia che mi guardi".


DIABOLIK:

 Anche se internet e smartphone sembrano essere tra noi da un secolo, è in realtà abbastanza recente la fine di quelle mortali eppure adesso così desiderabili, estati di assoluto nulla in cui il tempo sembrava dilatato all'infinito.

 Anche io ho passato tutta la mia infanzia e adolescenza per tre mesi nel nulla della Sardegna pre-turismo di massa (lo so, lo ripeto sempre, ma, lettori assidui, faccio sempre il conto che qualcuno di nuovo capiti fortunosamente qui ;) ) a oziare, disegnare, scrivere su quaderni e quaderni, studiare, uscire la sera con gli amici a vedere sempre le stesse bancarelle, andare al mare e dormire tantissimo.

  E leggere tantissimo, anche perché nessuno aveva la tv e onestamente nessuno ne sentiva la mancanza.

 Ho raccontato svariate volte di come il paese sardo di mio nonno, per piccino che fosse, avesse (e ha tuttora) una libreria bellissima, tenuta da un libraio davvero davvero bravo, con un catalogo eccezionale e dove spendevo tutte le mie paghette (e mio nonno sapendo che finivano in libri ne elargiva copiose); ebbene, di fronte sorgeva una grande edicola, enorme, dove potevi trovare una barca di fumetti (ma pochissimi manga purtroppo, anche se curiosamente la libreria teneva degli yaoi random) che io e i miei amici consumavamo letteralmente nell'attesa che uscisse il numero successivo.

 Nel film il fumetto prescelto e consumato in ogni dove è "Diabolik" che invece ho quasi sempre bellamente ignorato, a parte rari casi in cui qualcuno in casa lo comprava per disperazione.

 Per la cronaca e per il post, sappiate che questo natale è uscita un'interessante raccolta "Diabolik fuori dagli schemi" in cui ci sono tante brevi storie disegnate e scritte da grandi autori italiani con protagonista il ladro mascherato.


CUORE DI TENEBRA di Joseph Conrad:

 Conrad è un facilissimo e felicissimo autore-metafora.

  Io credo avrei optato per l'amatissimo "La linea d'ombra" l'unico libro della mia vita il cui incipit mi abbia mai sconvolto.
 A 22  mi arrivò addosso come un treno la chiarezza con cui riusciva a raccontare quello che sapevo presto mi sarebbe aspettato: la fine crepuscolare della primissima giovinezza, ormai agli sgoccioli con tutto ciò che avrebbe comportato.

 Guadagnino o Ivory hanno optato per "Cuore di tenebra" spostando anche il significato metaforico di Elio: per crescere non bisogna per forza spingersi verso l'esterno, anche un viaggio verso l'interno della propria anima spesso può portarci lontano.

 La storia del marinaio Marlow che ripercorre una tratta verso l'interno dell'Africa profonda e inesplorata, abitata da popolazione sconosciute e terribili, ma al contempo affascinanti, alla disperata ricerca di un misterioso e ambiguo personaggio, Kurtz, è metaforica da sempre.

 Siamo davvero chi crediamo di essere o nascondiamo qualcosa, nel profondo di noi stessi, che risale in superficie solo in alcune estreme condizioni?
 Siamo davvero buoni come pensiamo? Cattivi come pensiamo? Coraggiosi, pavidi, felici, tristi, capaci d'umanità, incapaci d'amore come crediamo, da sempre, di essere? O c'è dell'altro in noi?

 Ci vuole coraggio per intraprendere il viaggio verso il proprio cuore di tenebra  perché spaventoso è ciò che potremmo trovarvi, nel male, ma anche nel bene.

 Ed è quello che sembra dire il padre a Elio nel suo lungo monologo finale: quel coraggio vale sempre la pena d'averlo, anche se potremmo pagarlo carissimo.



MONTAIGNE E DE LA BOETIE:

 Nel suddetto bellissimo discorso finale che il padre fa ad Elio cita due frasi in francese: "Perché ero io" "Perché era lui".

 Sono del filosofo francese Montaigne a proposito della profondissima e intensa amicizia che lo legò a de La Boétie per quattro anni prima che questi, prematuramente, morisse.

 Leggendo "Sull'amicizia" (che si può trovare generalmente ne "I saggi") è in realtà difficile non scorgervi i tratti di un'amicizia amorosa, ma non voglio certo mettermi ad attribuire esperienze di vita a Montaigne.



Vi cito perciò solo uno dei pezzi in cui rievoca la presenza dell'amico:
 "Se mi si chiede di dire perché l'amavo, sento che questo non si può esprimere se non rispondendo: 'Perché era lui; perché ero io'. C'è, al di là di tutto il mio discorso, e di tutto ciò che posso dirne in particolare, non so qual forza inesplicabile e fatale, mediatrice di questa unione. 
Ci cercavamo prima di esserci visti e per quel che sentivamo dire l'uno dell'altro, il che produceva sulla nostra sensibilità un effetto maggiore di quel che produca secondo ragione quello che si sente dire, credo per qualche volontà celeste: ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi. 
E al nostro primo incontro, che avvenne per caso, in occasione di una grande festa e riunione cittadina, ci trovammo tanto uniti, conosciuti e legati l'uno all'altro, che da allora niente fu a noi tanto vicino quanto l'uno all'altro."


HEPTAMERON di Maargherita di Navarra:

 Una delle poche scene un po' manierate del film è quella in cui la madre di Elio, fine intellettuale alto-borghese, entra col suo solito fare finto noncurante nella sala in cui marito e figlio cercano di distrarsi dalla noia estiva declamando un improbabile "Dov'è finito il mio Heptameron?".
Peraltro, ci tengo a sottolineare, che il film di Guadagnino, a
quelli tanto idolatrati di Muccino je dà 'na pista

 Tuttavia a tal proposito, mi sento di scomodare un mio ricordo romano.

 Nell'ormai lontano 2007, per sei mesi seguii un corso di sceneggiatura a cui si accedeva per selezione strettissima e che, dopo 4 livelli di prove variegate e assurde, spremeva infine 20 persone dal succo.

  Il suo grande lato positivo era che, infine, i prescelti non avrebbero pagato nulla. 

Questo evitò quello che spesso accade in scuole private, corsi privati e master: tanta gente coi soldi e qualche sparuto plebeo che si ammazza di fatica per permetterselo (o ammazza di fatica i risparmi dei suoi).

 Ovviamente qualche danaroso c'era e fu proprio una danarosa che una notte mi ospitò nella sua casa a Trastevere. 

 Mi svegliai e mi ritrovai in un film di Muccino. Ve lo giuro.

 Il padre architetto, la madre casalinga di lusso mezza isterica, la governante con la crestina, il fratello studente che diceva parolacce a tavola e la cameriera che mi portava e sportava cose dal tavolo della colazione. 

 Fui seriamente sconcertata per due motivi:
 Il primo era che Muccino quindi non ci stava mentendo coi suoi insopportabili film fatti di isterici borghesi che si inventano i tipici problemi di esistenze senza problemi.

 Il secondo era più kantiano, ossia mi parve abbastanza che la realtà che io vedevo e vivevo e quella che vedevano e vivevano quelle persone erano così lontane da non potersi mai incontrare. E chissà quante persone trovavano la mia vita altrettanto fantascientifica.

  Ero giovane e ingenua.

 Quindi in realtà io alla scena della madre dell'Heptameron ci credo, ci credo che esistano delle famiglie intellettuali in cui quando piove una prende un libro e lo traduce all'impronta dal tedesco ai suoi cari.

 Ma veniamo al libro. 
 Non sapevo assolutamente dell'esistenza di questa sorta di Decamerone dei nobili alla francese, scritto nientepopodimeno che da una regina, Margherita d'Angouleme, moglie di un re di Navarra del XVI° sec che fu fine scrittrice e abile politica.

 La cornice è copiata sostanzialmente dal Boccaccio: un gruppo di giovani nobili, uomini e donne, rimane isolata in campagna non a causa della peste, ma da una sorta d'inondazione che ha distrutto un ponte che li collega alla civiltà.
  Per passare il tempo si raccontano ben 72 novelle sul tema dell'amore, alcune, pare, anche abbastanza piccanti.

 Quella che la madre di Elio comincia a raccontare è talmente calzante al film che credevo fosse stata inventata.
 Un cavaliere e una dama diventano amici, ma non riescono a confessarsi il reciproco amore, poi un giorno il cavaliere le chiede "E' meglio parlare o morire?".

 Purtroppo non sappiamo come finisce la storia dei due amanti.

 Ahimè, sembra che in commercio non esista nessuna edizione integrale, ma solo una raccolta di 15 novelle pubblicate dalle edizioni del Faro.
 Se siete mortalmente curiosi, all'usato potreste trovare l'integrale che fece l'Einaudi dei bei tempi che furono.


FOLLETT E ASIMOV:

Nell'immagine a inizio post, Elio è poggiato su una pila di libri in italiano

 Se ne riconoscono due su tre (quello rosa se qualcuno riesce a decriptarlo, io non sono riuscita). Me ne sono accorta scrivendo questo post: si tratta de "La cruna dell'ago" di Ken Follett, un romanzo di spionaggio, amori e tradimenti durante la seconda guerra mondiale e l'altro è "Il club dei vedovi neri" di Asimov, una raccolta di racconti gialli e che, per inciso, non ho letto.

 Quindi anche io alla fine del mio stesso post ho trovato una nuova lettura (inception giovane libraia).


 Credo non mi sia sfuggito niente, ma se così non fosse, commentate pure e unitevi a me in questo delirio.
 Ah, la mia obsession per il film non è finita, ma ha fatto vela verso porti vicini, mi sono diretta su "Ultima notte ad Alessandria" di Aciman. 
Presto su questi schermi.

lunedì 12 febbraio 2018

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Censura".

 Dopo questa strana settimana di ferie, (strana per motivi che probabilmente sviscererò nei prossimi giorni),torno finalmente a postare ed ecco a voi una vignetta fresca fresca.
 Ogni volta che succedono cose del genere rivaluto i miei genitori che, a parte la loro censura sui manga, sono sempre stati clamorosamente libertari (a quanto pare).
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Censura".

 Per la cronaca il pericolosissimo fumetto era della collana Historica, ossia la collana di episodi storici fumettati.

martedì 6 febbraio 2018

"C'era una volta...", l'ideale inizio del fumettone sulla preparazione della mia unione civile. A base di classici terrorizzanti, film americani e discorsi pseudopolitici.

Finalmente, con un po' di ritardo (parecchio) sulla mia tabella di marcia, riesco a postare il secondo pezzo che, idealmente, sarebbe più o meno l'inizio, del gigafumetto sulla preparazione della mia unione civile. 

 Ecco a voi "C'era una volta..." (al momento capitolo in divenire, quindi, come vedrete, finisce di botto), todo per voi!







Avviso ai naviganti! Mercoledì 7 alle 18 presentazione di "Litania per un lettore lamentoso" ad Anguillara Sabazia!

 Avviso ai naviganti anche qui!
 Mercoledì 7 alle 18 ad Anguillara Sabazia (sul lago di Bracciano) alla libreria Tutta un'altra storia,  via Carlo Alberto Dalla Chiesa 7 io e Marco Petrella presenteremo "Litania per un lettore lamentoso", il libro da parati che io ho scritto e lui ha illustrato.
 Lacustri vi aspettiamo!


venerdì 2 febbraio 2018

Quel perduto oggetto del desiderio. "Chiamami col tuo nome" un libro e un film che smascherano un'epoca in cui siamo ormai così attenti a quel che desideriamo da non farlo proprio più.

Molti anni prima che io nascessi, (non moltissimi, ma comunque un bel po'), Caterina Caselli cantava che nessuno poteva giudicarla.

 Famosa e inconsueta canzone d'amore nella quale a cantare non era il solito innamorato disperato o incredibilmente felice, ma una tizia che aveva lasciato uno per un altro per poi tornare indietro e dirgli: "Ognuno ha il diritto di vivere come può, per questo una cosa mi piace e quell'altra no", e aggiungendo anche "C'è già tanta gente che ce l'ha su con me chi lo sa perché", modo carino per dire che nessuno si fa mai gli affari propri.

 Del resto, forse più di questa canzone, della Caselli ho sempre trovato molto più incredibile "Arrivederci amore ciao", la canzone di una che se ne va e dice a quello che lascia che deve essere pure contento e farle gli auguri, un concetto peraltro ribadito anche con una certa malvagità dallo spiegone alla ex (che poi però sposò) di Guccini in "Vedi cara".

 Viviamo in tempi in qualche modo un po' perversi.
 Non perversi perché la gente fa le cosacce nel deep web e l'Italia è prima come turismo sessuale con minori nel mondo (grandi primati concittadini, grazie a tutti voi) o almeno questa volta non intendo quel tipo di perversione.

 Viviamo in tempi perversi perché in qualsiasi campo riusciamo a trovare il pervertimento di tutto, qualsiasi cosa può essere pervertita e anzi, se non lo è, quella cosa finisce per essere un po' sospetta o di poco valore

 Anche nella narrativa sembra che la tendenza sia quella: tutto è corrotto, in ogni modo, e se non lo è non vale la pena raccontarlo.

 Certo, c'è più gusto e spesso anche più gloria a raccontare gli oscuri recessi dell'animo umano, ma per quanto io sia sempre stata poco fiduciosa nei confronti del prossimo, trovo molto faticoso sondare sempre le tenebre e mai la luce.

 Non credo che la colpa sia di tempi che improvvisamente si sono fatti più cupi, ma di una nevrosi diffusa da giudizio universale inteso come giudizio degli altri.

 Prima quel che facevamo, anche se errato, rimaneva confinato in un periodo della vita, in un paese da cui potevi allontanarti, in una cerchia che eri libero di non vedere più per il resto della tua vita. Eri libero di di mandare tutti a quel paese stile Caterina Caselli e non roderti più della gente che ce l'ha su con te.

 Adesso è difficile vivere senza l'ansia montante di finire prima o poi al centro di un palcoscenico dell'orrore e tutto si perverte, diventa corrotto, diventa nevrotico, diventa prima apparire che essere e non perché siamo effimeri, ma perché, anche incosciamente, abbiamo un terrore spesso esagerato delle conseguenze catastrofiche dei nostri sbagli.

  L'errore non è più un concetto relativo nel tempo, ma un fantasma mostruoso che rischia di non abbandonarci mai più.

 Lo facevano anche prima eh, ma prima almeno non lo sapevi. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

 Questo e altri pensieri mi sono venuti in mente vedendo il bellissimo film di Guadagnino tratto dal bel libro di Aciman e del quale credo sia superiore.

 Chiariamo, il libro di Aciman è scritto benissimo, ma forse Guadagnino aveva dalla sua un fatto incontrovertibile: il desiderio quando lo vedi è sempre più potente di quando lo leggi
 Il difficile sta nel renderlo visivamente reale e non finto e Guadagnanino e i due attori protagonisti scelti ce la fanno benissimo.

 La trama è, all'apparenza, molto semplice. 

 Una ricca famiglia ebraica italo-americana-europea passa le sue estati in un paese della bassa cremasca, in una splendida villa di famiglia spersa tra frutteti e campagna, vicina a un paesello dove le uniche cose da fare sono giocare a carte, ballare ogni tanto e farsi il bagno nei canaloni. E ovviamente fare sesso.

 Siamo negli anni '80 e anche io che sono nata nel 1984 ho fatto in tempo a passare tutta la mia infanzia e adolescenza per tre mesi l'anno nel niente assoluto della Sardegna, senza tv, senza cellulare, senza posta addirittura, che mi fosse mai arrivata una e dico una delle lettere che le mie amiche mi scrivevano. 

 Il tempo mi sembrava scorresse lentissimo e all'epoca lo detestavo, esattamente come sembra detestarlo il protagonista, il diciassettenne Elio.

 Elio è il non tipico figlio unico di queste famiglie ricche e istruite. 

 Non tipico perché anche se è ovviamente intelligentissimo, suona benissimo e ha colti interessi, nel libro, ma soprattutto nel film, è rappresentato come un adolescente abbastanza avvenente, consapevole della sua avvenenza e molto cool. Quindi già siamo fuori dallo stereotipo tipico di questi casi non essendo egli né spocchioso e vizioso né un disadattato sociale che qualcuno deve trarre dal suo disagio.

 Un punto enorme per Aciman.

 Ogni estate i suoi genitori ospitano uno studente straniero che aiuti il padre di Elio nelle sue ricerche e quell'anno arriva Oliver, un americanone bello come una statua greca che Elio DESIDERA appena vede.

 Il verbo è importante perché Elio non se ne INNAMORA all'istante, ma, semplicemente, lo vede e vorrebbe saltargli addosso

 Non sappiamo se Elio abbia già avuto amori omosessuali o se Oliver sia il primo a suscitargli tali passioni, ma in verità non importa a Elio, non importa ai genitori di Elio, non importa agli amici, non importa a nessuno e non importa neanche a noi.

 Oliver non è l'elemento che porta ad Elio la sua grande epifania gay.



 La grande epifania che Oliver porta ad Elio è quella del desiderio.


 E' possibile incontrare una passione al cui cospetto non ti reggono le gambe, a cui pensi così intensamente tutto il giorno da sentirti male? E' possibile non dormire la notte al solo pensiero di un altro corpo sul tuo? Non riuscire più a pensare? Arrivare a una tensione tale da farsi uscire il sangue dal naso? A passare intere giorni e notti a scrivere pagine su questo incontrollabile desiderio?

 Elio scopre di sì e scopre anche che l'attesa del desiderio non lo placa, ma lo catalizza, lo incendia, lo brucia letteralmente dall'interno.

 E' un desiderio che non c'entra niente e mai col possesso. Elio non pensa: Oliver deve essere mio. Elio pensa: voglio che Oliver mi prenda, ovunque, come vuole, quando vuole, perché vuole.

 L'attore scelto per la parte di Elio (e giustissimamente candidato all'oscar) nel film è talmente bravo nel rendere questo desiderio con tutto il corpo, con lo sguardo, con l'abbandono che ci mette, da non farti neanche notare che, sebbene sia un film molto sensuale e, ad un certo punto ci sia anche un buon numero di baci, fondamentalmente non ci siano scene molto erotiche. 

 Io l'ho notato solo dopo aver letto un post in cui si diceva che il film, inizialmente in mano a James Ivory, prevedeva parti di sesso molto spinte.

 Invece, secondo me, bene ha fatto Guadagnino a toglierle perché avrebbe detonato la potenza del  vero punto centrale della storia: quel desiderio così potente che sembra passare come un uragano sul niente cosmico dell'estate padana.

Ho pensato, dopo aver letto anche il libro, che il motivo per cui questo film dalla trama potenzialmente banale, sta avendo così grande successo è per il fatto paradossale di affrontare un tema poco di moda in questa nostra pervertita società.


 Siamo tutti così impegnati ad aver paura di tutto e di tutti, a cercare l'insidia, a diffidare, a vedere le tenebre dietro la luce, da non aver più spazio per gli assolutismi che forse portano dolore, ma non crudeltà.

 Desiderare qualcosa con tutte le proprie forze può arrecare un grande dolore se lo ottieni e poi lo perdi e, soprattutto, se non lo ottieni mai.
 Imparare a maneggiare quel dolore senza che degeneri è una cosa che spesso non sembriamo più saper o voler fare.

 E' brutto fare discorsi generali e ovviamente ci sarà chi molto desidera e chi ha vissuto passioni assolute come quella raccontata nel film, ma è innegabile che la nostra epoca non sarà ricordata per questo. Non è un'epoca desiderante, è un'epoca punente.
 Un'epoca in cui chi sbaglia deve essere punito e sappiamo bene che quando si desidera qualcosa si finisce sempre, prima o poi, per sbagliare.

 Allora anche un libro come quello di Aciman che parla di una passione che ti strappa il cuore, di una voglia così intensa da mandarti il sangue al cervello, diventa non uno dei tanti libri sull'incontrollabile desiderio che può scatenarsi in ognuno di noi, ma una sorta di strano unicum che racconta una passione sopra le righe, un caso isolato e per questo affascinante.

 Siamo diventati così perbenisti da trovare particolare un film in cui il desiderio non è per forza legato all'amore. 

  Non sappiamo se Elio e Oliver siano anche innamorati oltre che amanti, personalmente credo di no e credo anche che questa ambiguità sia voluta per smascherarci.

 C'è una tendenza a voler vedere una purezza nel sesso solo quando è collegato all'amore.

  Il desiderio ormai, nei libri, nei film, nelle serie tv e anche nella realtà sembra avere un suo compimento solo se è legato a un grande amore, altrimenti è qualcosa di minore, di sbagliato, di non rilevante, un incidente sul cammino.

 Bisognerebbe capire se il problema è la perversa evoluzione dell'umanità, sempre più asettica, impaurita, nevrotica e orientata verso il possesso più che verso il desiderio, o se siamo solo vittime di una sorta di slut-shaming sociale.

 Siamo noi ad essere diventati troppo emotivamente deboli per desideri tanto forti o abbiamo solo il terrore di non poter dire come Caterina Caselli che non vogliamo essere giudicati e di finire, in qualche modo, alla gogna?
 La paura del giudizio, amplificata ormai a livelli di nevrosi, ha ucciso il desiderio fine a sé stesso?

 Si diceva un tempo che dovessimo stare molto attenti a quel che desideravamo perché avremmo potuto ottenerlo. Forse siamo diventati così attenti da aver smesso direttamente di farlo.
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