venerdì 2 febbraio 2018

Quel perduto oggetto del desiderio. "Chiamami col tuo nome" un libro e un film che smascherano un'epoca in cui siamo ormai così attenti a quel che desideriamo da non farlo proprio più.

Molti anni prima che io nascessi, (non moltissimi, ma comunque un bel po'), Caterina Caselli cantava che nessuno poteva giudicarla.

 Famosa e inconsueta canzone d'amore nella quale a cantare non era il solito innamorato disperato o incredibilmente felice, ma una tizia che aveva lasciato uno per un altro per poi tornare indietro e dirgli: "Ognuno ha il diritto di vivere come può, per questo una cosa mi piace e quell'altra no", e aggiungendo anche "C'è già tanta gente che ce l'ha su con me chi lo sa perché", modo carino per dire che nessuno si fa mai gli affari propri.

 Del resto, forse più di questa canzone, della Caselli ho sempre trovato molto più incredibile "Arrivederci amore ciao", la canzone di una che se ne va e dice a quello che lascia che deve essere pure contento e farle gli auguri, un concetto peraltro ribadito anche con una certa malvagità dallo spiegone alla ex (che poi però sposò) di Guccini in "Vedi cara".

 Viviamo in tempi in qualche modo un po' perversi.
 Non perversi perché la gente fa le cosacce nel deep web e l'Italia è prima come turismo sessuale con minori nel mondo (grandi primati concittadini, grazie a tutti voi) o almeno questa volta non intendo quel tipo di perversione.

 Viviamo in tempi perversi perché in qualsiasi campo riusciamo a trovare il pervertimento di tutto, qualsiasi cosa può essere pervertita e anzi, se non lo è, quella cosa finisce per essere un po' sospetta o di poco valore

 Anche nella narrativa sembra che la tendenza sia quella: tutto è corrotto, in ogni modo, e se non lo è non vale la pena raccontarlo.

 Certo, c'è più gusto e spesso anche più gloria a raccontare gli oscuri recessi dell'animo umano, ma per quanto io sia sempre stata poco fiduciosa nei confronti del prossimo, trovo molto faticoso sondare sempre le tenebre e mai la luce.

 Non credo che la colpa sia di tempi che improvvisamente si sono fatti più cupi, ma di una nevrosi diffusa da giudizio universale inteso come giudizio degli altri.

 Prima quel che facevamo, anche se errato, rimaneva confinato in un periodo della vita, in un paese da cui potevi allontanarti, in una cerchia che eri libero di non vedere più per il resto della tua vita. Eri libero di di mandare tutti a quel paese stile Caterina Caselli e non roderti più della gente che ce l'ha su con te.

 Adesso è difficile vivere senza l'ansia montante di finire prima o poi al centro di un palcoscenico dell'orrore e tutto si perverte, diventa corrotto, diventa nevrotico, diventa prima apparire che essere e non perché siamo effimeri, ma perché, anche incosciamente, abbiamo un terrore spesso esagerato delle conseguenze catastrofiche dei nostri sbagli.

  L'errore non è più un concetto relativo nel tempo, ma un fantasma mostruoso che rischia di non abbandonarci mai più.

 Lo facevano anche prima eh, ma prima almeno non lo sapevi. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

 Questo e altri pensieri mi sono venuti in mente vedendo il bellissimo film di Guadagnino tratto dal bel libro di Aciman e del quale credo sia superiore.

 Chiariamo, il libro di Aciman è scritto benissimo, ma forse Guadagnino aveva dalla sua un fatto incontrovertibile: il desiderio quando lo vedi è sempre più potente di quando lo leggi
 Il difficile sta nel renderlo visivamente reale e non finto e Guadagnanino e i due attori protagonisti scelti ce la fanno benissimo.

 La trama è, all'apparenza, molto semplice. 

 Una ricca famiglia ebraica italo-americana-europea passa le sue estati in un paese della bassa cremasca, in una splendida villa di famiglia spersa tra frutteti e campagna, vicina a un paesello dove le uniche cose da fare sono giocare a carte, ballare ogni tanto e farsi il bagno nei canaloni. E ovviamente fare sesso.

 Siamo negli anni '80 e anche io che sono nata nel 1984 ho fatto in tempo a passare tutta la mia infanzia e adolescenza per tre mesi l'anno nel niente assoluto della Sardegna, senza tv, senza cellulare, senza posta addirittura, che mi fosse mai arrivata una e dico una delle lettere che le mie amiche mi scrivevano. 

 Il tempo mi sembrava scorresse lentissimo e all'epoca lo detestavo, esattamente come sembra detestarlo il protagonista, il diciassettenne Elio.

 Elio è il non tipico figlio unico di queste famiglie ricche e istruite. 

 Non tipico perché anche se è ovviamente intelligentissimo, suona benissimo e ha colti interessi, nel libro, ma soprattutto nel film, è rappresentato come un adolescente abbastanza avvenente, consapevole della sua avvenenza e molto cool. Quindi già siamo fuori dallo stereotipo tipico di questi casi non essendo egli né spocchioso e vizioso né un disadattato sociale che qualcuno deve trarre dal suo disagio.

 Un punto enorme per Aciman.

 Ogni estate i suoi genitori ospitano uno studente straniero che aiuti il padre di Elio nelle sue ricerche e quell'anno arriva Oliver, un americanone bello come una statua greca che Elio DESIDERA appena vede.

 Il verbo è importante perché Elio non se ne INNAMORA all'istante, ma, semplicemente, lo vede e vorrebbe saltargli addosso

 Non sappiamo se Elio abbia già avuto amori omosessuali o se Oliver sia il primo a suscitargli tali passioni, ma in verità non importa a Elio, non importa ai genitori di Elio, non importa agli amici, non importa a nessuno e non importa neanche a noi.

 Oliver non è l'elemento che porta ad Elio la sua grande epifania gay.



 La grande epifania che Oliver porta ad Elio è quella del desiderio.


 E' possibile incontrare una passione al cui cospetto non ti reggono le gambe, a cui pensi così intensamente tutto il giorno da sentirti male? E' possibile non dormire la notte al solo pensiero di un altro corpo sul tuo? Non riuscire più a pensare? Arrivare a una tensione tale da farsi uscire il sangue dal naso? A passare intere giorni e notti a scrivere pagine su questo incontrollabile desiderio?

 Elio scopre di sì e scopre anche che l'attesa del desiderio non lo placa, ma lo catalizza, lo incendia, lo brucia letteralmente dall'interno.

 E' un desiderio che non c'entra niente e mai col possesso. Elio non pensa: Oliver deve essere mio. Elio pensa: voglio che Oliver mi prenda, ovunque, come vuole, quando vuole, perché vuole.

 L'attore scelto per la parte di Elio (e giustissimamente candidato all'oscar) nel film è talmente bravo nel rendere questo desiderio con tutto il corpo, con lo sguardo, con l'abbandono che ci mette, da non farti neanche notare che, sebbene sia un film molto sensuale e, ad un certo punto ci sia anche un buon numero di baci, fondamentalmente non ci siano scene molto erotiche. 

 Io l'ho notato solo dopo aver letto un post in cui si diceva che il film, inizialmente in mano a James Ivory, prevedeva parti di sesso molto spinte.

 Invece, secondo me, bene ha fatto Guadagnino a toglierle perché avrebbe detonato la potenza del  vero punto centrale della storia: quel desiderio così potente che sembra passare come un uragano sul niente cosmico dell'estate padana.

Ho pensato, dopo aver letto anche il libro, che il motivo per cui questo film dalla trama potenzialmente banale, sta avendo così grande successo è per il fatto paradossale di affrontare un tema poco di moda in questa nostra pervertita società.


 Siamo tutti così impegnati ad aver paura di tutto e di tutti, a cercare l'insidia, a diffidare, a vedere le tenebre dietro la luce, da non aver più spazio per gli assolutismi che forse portano dolore, ma non crudeltà.

 Desiderare qualcosa con tutte le proprie forze può arrecare un grande dolore se lo ottieni e poi lo perdi e, soprattutto, se non lo ottieni mai.
 Imparare a maneggiare quel dolore senza che degeneri è una cosa che spesso non sembriamo più saper o voler fare.

 E' brutto fare discorsi generali e ovviamente ci sarà chi molto desidera e chi ha vissuto passioni assolute come quella raccontata nel film, ma è innegabile che la nostra epoca non sarà ricordata per questo. Non è un'epoca desiderante, è un'epoca punente.
 Un'epoca in cui chi sbaglia deve essere punito e sappiamo bene che quando si desidera qualcosa si finisce sempre, prima o poi, per sbagliare.

 Allora anche un libro come quello di Aciman che parla di una passione che ti strappa il cuore, di una voglia così intensa da mandarti il sangue al cervello, diventa non uno dei tanti libri sull'incontrollabile desiderio che può scatenarsi in ognuno di noi, ma una sorta di strano unicum che racconta una passione sopra le righe, un caso isolato e per questo affascinante.

 Siamo diventati così perbenisti da trovare particolare un film in cui il desiderio non è per forza legato all'amore. 

  Non sappiamo se Elio e Oliver siano anche innamorati oltre che amanti, personalmente credo di no e credo anche che questa ambiguità sia voluta per smascherarci.

 C'è una tendenza a voler vedere una purezza nel sesso solo quando è collegato all'amore.

  Il desiderio ormai, nei libri, nei film, nelle serie tv e anche nella realtà sembra avere un suo compimento solo se è legato a un grande amore, altrimenti è qualcosa di minore, di sbagliato, di non rilevante, un incidente sul cammino.

 Bisognerebbe capire se il problema è la perversa evoluzione dell'umanità, sempre più asettica, impaurita, nevrotica e orientata verso il possesso più che verso il desiderio, o se siamo solo vittime di una sorta di slut-shaming sociale.

 Siamo noi ad essere diventati troppo emotivamente deboli per desideri tanto forti o abbiamo solo il terrore di non poter dire come Caterina Caselli che non vogliamo essere giudicati e di finire, in qualche modo, alla gogna?
 La paura del giudizio, amplificata ormai a livelli di nevrosi, ha ucciso il desiderio fine a sé stesso?

 Si diceva un tempo che dovessimo stare molto attenti a quel che desideravamo perché avremmo potuto ottenerlo. Forse siamo diventati così attenti da aver smesso direttamente di farlo.

3 commenti:

  1. Che bella recensione!
    Su questo film ho letto pareri discordi, a molti è sembrato eterno, e altri lo hanno amato.
    Complimenti per come hai parlato del desiderio, e del fatto che sembra che solo le storie oscure sembrino degne di attenzione.

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  2. Non so davvero quali parole scegliere per elogiare questa splendida recensione. Entrando in merito ad una tua riflessione, a proposito degli assoluti, ecco come la penso io: gli assoluti nella nostra società persistono, ma spesso chi vi si attiene e li vive lo fa in genere per banale e infantile goliardia, per protesta, o per esplicita convinzione di sapere che sta godendo il suo presente sempre a spese di altri e talvolta anche a spese del loro e del proprio futuro. Vivere il momento per puro materialismo. Insomma, spesso oggi vi è il rifiuto, da parte di chi si lancia, di godere di quel momento fine a sé stesso, solo per goderlo, senza tante manovre o secondi pensieri. Forse oggi si vivono gli assoluti in risposta ad un futuro che non conosciamo, ad un passato che non ci appartiene e ad un pubblico che non ci riguarda. Credo che anche questa sia LA PERVERSIONE a cui tu giustamente accenni. Avendo quindi una visione così univoca, radicale e distorta dell'assoluto e del desiderio che lecitamente si può avere di esso, ormai prosciugati della nostra spensieratezza, siamo convinti che i nostri desideri non siano mai innocenti. Per cui o accettiamo di godere di questo momento nella più totale malafede, oppure cerchiamo di controllare i nostri desideri ad ogni costo, ritenendoli sbagliati, perversi ed amorali. E, consapevoli di non essere in grado di gestire un desiderio così concepito (come l'ho descritto io), allora mettiamo in atto l'unica e più semplicistica forma di "controllo" che riteniamo la "più efficace": la privazione, la rinuncia, la punizione. La terza opzione possibile, altrettanto perversa, che tu hai messo in luce, sarebbe quella di dover per forza dare una giustificazione, una spiegazione, una legittimazione per quell'assoluto che decidiamo di vivere. E il tutto per non riuscire ad avere visioni del "desiderio" e degli assoluti che siano diverse dalla nostra nevrotica tendenza ad associare in automatico l'intensità di un'emozione, di un sentimento (compreso l'ardente desiderio di viverla) solo alla perversione; un problema che persiste sia nel momento in cui attuiamo questo assoluto, sia quando invece decidiamo di privarcene. Non sto contraddicendo il tuo discorso complessivo, anzi ho ritenuto opportuno ampliarlo precisando la mia ottica circa in che modo oggi si inquadri l'idea di assoluto.

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    1. Aggiungo, concordando con te quando dici che l'assoluto può arrecare dolore, dissentendo quando dici che non può mai essere crudele. Credo che questo dipenda da ciò che si desidera. Nel caso di Elio, chiaramente il suo fervore non sarebbe in alcun modo potuto essere considerato in malafede e crudele per sé stesso e per Oliver. Oggi, pur di non imparare a gestire, o si esplode e si perde il controllo delle proprie azioni (conseguenze comprese), oppure si attua la negazione e privazione dell'impulso, risultarndo essa stessa altrettanto dolorosa e crudele, senza mai risolvere e chiarire il pensiero di fondo. Reprimiamo ciò che crediamo di non saper controllare. Controlliamo ciò che crediamo di non saper gestire. E non gestiamo perché non sappiamo discernere ciò che vogliamo noi da ciò che vogliono gli "altri", perdendo tempo a rimuginare per discernere il giusto dallo sbagliato, snaturando così nel mentre la purezza del nostro desiderio di assoluto, il quale né risulterà a lungo andare sempre corrotto da come era stato originariamente concepito.

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