mercoledì 14 febbraio 2018

In verità non so perché sono triste. Sei letture (anzi otto) dal film "Chiamami col tuo nome" tra Diabolik, Eraclito, Montaigne, Antonia Pozzi e Conrad.

 In questa settimana di vacanza che ho passato a casa mia nel Lazio, sono successe varie cose strane.

  La più strana di tutte è stata la morte improvvisa di una persona che conoscevo benché appartenesse più ai miei ricordi che al presente e che vorrei ricordare in modo opportuno più avanti.


 Ero già in una fase ampiamente riflessiva per motivi un po' inspiegabili, penso capitino a tutti settimane così, ma questo triste e incomprensibile lutto l'ha ampiamente catalizzata, forse come non accadeva da anni.

 Succede credo ciclicamente a ogni essere umano, tanto che già il celebre incipit de "Il mercante di Venezia" la racconta con una precisione inquietante: 
 "In verità non so perché sono così triste; mi stanca e voi dite che vi stanca; ma come l'abbia presa, dove l'ho trovata,. o me la sono procurata, di che sostanza è fatta, da dove è nata devo capirlo; e così ottuso mi rende la tristezza. che faccio fatica a conoscere me stesso."
 Mio padre, come ogni anno, mi ha regalato una gift card da spendere nelle due librerie del mio paese purtroppo poco fornite, almeno delle cose che piacciono a me (bisogna dire che io sono anche abituata all'opulenza sfacciata della libreria dove lavoro, quindi forse sono anche un po' fuori tara) e quindi la mia wishlist era sostanzialmente inutile.

 Presa dallo sconforto, mi è venuta l'idea di prendere qualcuno dei libri citati in "Chiamami col tuo nome", la cui visione continua in qualche modo a ossessionarmi come non mi capitava da anni, come se avesse toccato un nervo scoperto.

 Ovviamente non ho trovato nessuno dei libri citati (a parte uno che però già avevo), ma scartabellando su internet mi sono accorta che nessuno aveva ancora avuto l'idea di scriverci un post.
 Ho perciò pensato che magari qualcuno, da qualche parte, potesse avere il mio stesso stato d'animo e magari una lista del genere poteva tornargli utile.

 In alternativa, almeno un po', scrivendo questo post,  mi sono scaricata.


FRAMMENTI COSMICI di Eraclito:

 L'avvenente dottorando Oliver si trascina dietro, stile coperta di Linus, un'edizione critica in inglese de "I frammenti cosmici" di Eraclito, filosofo molto conosciuto e al contempo molto oscuro del VI° sec. a. C.

 Conosciuto fuori dai licei (ma spesso anche dentro ai licei) per due frasi quotate e memate ovunque: "Panta rei" o "Non si può scendere due volte nello stesso fiume", simbolo di un incessante divenire che è l'ossessione di tutti noi comuni mortali (o almeno lo era finché non ci siamo convinti di vivere un eterno carnevalesco presente).

 Nel film le nostre certezze vengono fugate nell'unica frase del libro che viene letta (da Elio):

   "Lo scorrere del fiume non significa che tutto cambia e quindi non possiamo riviverlo, ma che alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento"

 Eraclito sta sostanzialmente dicendo ad Elio: "Buttati o tradirai te stesso" ed è quello che Elio, saggiamente fa.

 Tuttavia, se pensate di gettarvi sui frammenti di Eraclito alla ricerca di verità su voi stessi, state in guardia, egli non è sempre così chiaro e potreste scervellarvi parecchio (proprio come accade a Oliver che finisce per scrivere una di quelle tipiche frasi da tesi che sembrano un post di Fusaro quando è preso bene al mattino e che non vogliono dire niente, ma essendovi implicate parole altisonanti sembrano colme di verità). Tuttavia, scervellarsi un po', di questi tempi, non è che faccia poi così male.

 Se vi mettete alla ricerca, dovrebbero esserci in giro "Frammenti" ed. Bur, "Eraclito. Testimonianze, imitazioni, frammenti" ed. Bompiani e "Dell'origine" ed. Feltrinelli.


ANTONIA POZZI:

 Non essendo una grande appassionata di poesia, prima di trasferirmi al nord non conoscevo assolutamente questa giovane poetessa milanese, morta suicida ad appena ventisei anni, che molto amò le persone e le montagne.

 Nel film, Elio regala le sue poesie alla sventurata Marzia che in realtà è abbastanza intelligente da aver sgamato di essere solo un vago passatempo nell'inquietudine di Elio, in fervente attesa che Oliver gli faccia un cenno.

 Letterario presagio a uno strano e splendido finale sulle montagne della bergamasca (anche se credo nulla potrà mai farmi vedere in una luce migliore Bergamo), Antonia Pozzi nella sua breve vita scrisse molto del suo amore per la montagna e forse le poesie che la riguardano sono le più autentiche giunte fino a noi. Ma andiamo con ordine.

 Antonia Pozzi nacque in una famiglia dell'altissima borghesia milanese nel 1912, alle superiori intrecciò una relazione con uno dei suoi professori prima che i genitori la costringessero a troncarla non senza traumi.
  Frequentò l'università assieme a molti di quelli che divennero gli intellettuali dell'epoca, ma a 26 anni si suicidò ingerendo barbiturici e andando a morire in un campo innevato vicino all'abbazia di Chiaravalle. 

 Per alcuni versi la sua storia ricorda quella di Sylvia Plath:ipersensibile e schiacciata da una personalità maschile manipolatoria, la Plath quella del marito (che mi potete dire tutto, ma uno che manipola i diari e le poesie della moglie, quasi ex, post-mortem, per me è un farabutto), la Pozzi quella del padre, così bigotto da censurare e interpolare le poesie postume della figlia.


 Proprio per questo, probabilmente, le poesie sulla sua amata montagna rimangono le più fedeli alla poetessa, molto amata qui in Lombardia e spesso misconosciuta nel resto d'Italia.

 Se volete leggerle, esistono, fortunatamente per voi, varie cose in commercio: "Poesie" ed. Ancora , "Guardami, sono nuda" ed. Clichy, "Lieve offerta. Poesia e prose", Bietti ed.
Un interessante saggio è "Per troppa vita che ho nel sangue" ed. Ancora e c'è anche un documentario, "Poesia che mi guardi".


DIABOLIK:

 Anche se internet e smartphone sembrano essere tra noi da un secolo, è in realtà abbastanza recente la fine di quelle mortali eppure adesso così desiderabili, estati di assoluto nulla in cui il tempo sembrava dilatato all'infinito.

 Anche io ho passato tutta la mia infanzia e adolescenza per tre mesi nel nulla della Sardegna pre-turismo di massa (lo so, lo ripeto sempre, ma, lettori assidui, faccio sempre il conto che qualcuno di nuovo capiti fortunosamente qui ;) ) a oziare, disegnare, scrivere su quaderni e quaderni, studiare, uscire la sera con gli amici a vedere sempre le stesse bancarelle, andare al mare e dormire tantissimo.

  E leggere tantissimo, anche perché nessuno aveva la tv e onestamente nessuno ne sentiva la mancanza.

 Ho raccontato svariate volte di come il paese sardo di mio nonno, per piccino che fosse, avesse (e ha tuttora) una libreria bellissima, tenuta da un libraio davvero davvero bravo, con un catalogo eccezionale e dove spendevo tutte le mie paghette (e mio nonno sapendo che finivano in libri ne elargiva copiose); ebbene, di fronte sorgeva una grande edicola, enorme, dove potevi trovare una barca di fumetti (ma pochissimi manga purtroppo, anche se curiosamente la libreria teneva degli yaoi random) che io e i miei amici consumavamo letteralmente nell'attesa che uscisse il numero successivo.

 Nel film il fumetto prescelto e consumato in ogni dove è "Diabolik" che invece ho quasi sempre bellamente ignorato, a parte rari casi in cui qualcuno in casa lo comprava per disperazione.

 Per la cronaca e per il post, sappiate che questo natale è uscita un'interessante raccolta "Diabolik fuori dagli schemi" in cui ci sono tante brevi storie disegnate e scritte da grandi autori italiani con protagonista il ladro mascherato.


CUORE DI TENEBRA di Joseph Conrad:

 Conrad è un facilissimo e felicissimo autore-metafora.

  Io credo avrei optato per l'amatissimo "La linea d'ombra" l'unico libro della mia vita il cui incipit mi abbia mai sconvolto.
 A 22  mi arrivò addosso come un treno la chiarezza con cui riusciva a raccontare quello che sapevo presto mi sarebbe aspettato: la fine crepuscolare della primissima giovinezza, ormai agli sgoccioli con tutto ciò che avrebbe comportato.

 Guadagnino o Ivory hanno optato per "Cuore di tenebra" spostando anche il significato metaforico di Elio: per crescere non bisogna per forza spingersi verso l'esterno, anche un viaggio verso l'interno della propria anima spesso può portarci lontano.

 La storia del marinaio Marlow che ripercorre una tratta verso l'interno dell'Africa profonda e inesplorata, abitata da popolazione sconosciute e terribili, ma al contempo affascinanti, alla disperata ricerca di un misterioso e ambiguo personaggio, Kurtz, è metaforica da sempre.

 Siamo davvero chi crediamo di essere o nascondiamo qualcosa, nel profondo di noi stessi, che risale in superficie solo in alcune estreme condizioni?
 Siamo davvero buoni come pensiamo? Cattivi come pensiamo? Coraggiosi, pavidi, felici, tristi, capaci d'umanità, incapaci d'amore come crediamo, da sempre, di essere? O c'è dell'altro in noi?

 Ci vuole coraggio per intraprendere il viaggio verso il proprio cuore di tenebra  perché spaventoso è ciò che potremmo trovarvi, nel male, ma anche nel bene.

 Ed è quello che sembra dire il padre a Elio nel suo lungo monologo finale: quel coraggio vale sempre la pena d'averlo, anche se potremmo pagarlo carissimo.



MONTAIGNE E DE LA BOETIE:

 Nel suddetto bellissimo discorso finale che il padre fa ad Elio cita due frasi in francese: "Perché ero io" "Perché era lui".

 Sono del filosofo francese Montaigne a proposito della profondissima e intensa amicizia che lo legò a de La Boétie per quattro anni prima che questi, prematuramente, morisse.

 Leggendo "Sull'amicizia" (che si può trovare generalmente ne "I saggi") è in realtà difficile non scorgervi i tratti di un'amicizia amorosa, ma non voglio certo mettermi ad attribuire esperienze di vita a Montaigne.



Vi cito perciò solo uno dei pezzi in cui rievoca la presenza dell'amico:
 "Se mi si chiede di dire perché l'amavo, sento che questo non si può esprimere se non rispondendo: 'Perché era lui; perché ero io'. C'è, al di là di tutto il mio discorso, e di tutto ciò che posso dirne in particolare, non so qual forza inesplicabile e fatale, mediatrice di questa unione. 
Ci cercavamo prima di esserci visti e per quel che sentivamo dire l'uno dell'altro, il che produceva sulla nostra sensibilità un effetto maggiore di quel che produca secondo ragione quello che si sente dire, credo per qualche volontà celeste: ci abbracciavamo attraverso i nostri nomi. 
E al nostro primo incontro, che avvenne per caso, in occasione di una grande festa e riunione cittadina, ci trovammo tanto uniti, conosciuti e legati l'uno all'altro, che da allora niente fu a noi tanto vicino quanto l'uno all'altro."


HEPTAMERON di Maargherita di Navarra:

 Una delle poche scene un po' manierate del film è quella in cui la madre di Elio, fine intellettuale alto-borghese, entra col suo solito fare finto noncurante nella sala in cui marito e figlio cercano di distrarsi dalla noia estiva declamando un improbabile "Dov'è finito il mio Heptameron?".
Peraltro, ci tengo a sottolineare, che il film di Guadagnino, a
quelli tanto idolatrati di Muccino je dà 'na pista

 Tuttavia a tal proposito, mi sento di scomodare un mio ricordo romano.

 Nell'ormai lontano 2007, per sei mesi seguii un corso di sceneggiatura a cui si accedeva per selezione strettissima e che, dopo 4 livelli di prove variegate e assurde, spremeva infine 20 persone dal succo.

  Il suo grande lato positivo era che, infine, i prescelti non avrebbero pagato nulla. 

Questo evitò quello che spesso accade in scuole private, corsi privati e master: tanta gente coi soldi e qualche sparuto plebeo che si ammazza di fatica per permetterselo (o ammazza di fatica i risparmi dei suoi).

 Ovviamente qualche danaroso c'era e fu proprio una danarosa che una notte mi ospitò nella sua casa a Trastevere. 

 Mi svegliai e mi ritrovai in un film di Muccino. Ve lo giuro.

 Il padre architetto, la madre casalinga di lusso mezza isterica, la governante con la crestina, il fratello studente che diceva parolacce a tavola e la cameriera che mi portava e sportava cose dal tavolo della colazione. 

 Fui seriamente sconcertata per due motivi:
 Il primo era che Muccino quindi non ci stava mentendo coi suoi insopportabili film fatti di isterici borghesi che si inventano i tipici problemi di esistenze senza problemi.

 Il secondo era più kantiano, ossia mi parve abbastanza che la realtà che io vedevo e vivevo e quella che vedevano e vivevano quelle persone erano così lontane da non potersi mai incontrare. E chissà quante persone trovavano la mia vita altrettanto fantascientifica.

  Ero giovane e ingenua.

 Quindi in realtà io alla scena della madre dell'Heptameron ci credo, ci credo che esistano delle famiglie intellettuali in cui quando piove una prende un libro e lo traduce all'impronta dal tedesco ai suoi cari.

 Ma veniamo al libro. 
 Non sapevo assolutamente dell'esistenza di questa sorta di Decamerone dei nobili alla francese, scritto nientepopodimeno che da una regina, Margherita d'Angouleme, moglie di un re di Navarra del XVI° sec che fu fine scrittrice e abile politica.

 La cornice è copiata sostanzialmente dal Boccaccio: un gruppo di giovani nobili, uomini e donne, rimane isolata in campagna non a causa della peste, ma da una sorta d'inondazione che ha distrutto un ponte che li collega alla civiltà.
  Per passare il tempo si raccontano ben 72 novelle sul tema dell'amore, alcune, pare, anche abbastanza piccanti.

 Quella che la madre di Elio comincia a raccontare è talmente calzante al film che credevo fosse stata inventata.
 Un cavaliere e una dama diventano amici, ma non riescono a confessarsi il reciproco amore, poi un giorno il cavaliere le chiede "E' meglio parlare o morire?".

 Purtroppo non sappiamo come finisce la storia dei due amanti.

 Ahimè, sembra che in commercio non esista nessuna edizione integrale, ma solo una raccolta di 15 novelle pubblicate dalle edizioni del Faro.
 Se siete mortalmente curiosi, all'usato potreste trovare l'integrale che fece l'Einaudi dei bei tempi che furono.


FOLLETT E ASIMOV:

Nell'immagine a inizio post, Elio è poggiato su una pila di libri in italiano

 Se ne riconoscono due su tre (quello rosa se qualcuno riesce a decriptarlo, io non sono riuscita). Me ne sono accorta scrivendo questo post: si tratta de "La cruna dell'ago" di Ken Follett, un romanzo di spionaggio, amori e tradimenti durante la seconda guerra mondiale e l'altro è "Il club dei vedovi neri" di Asimov, una raccolta di racconti gialli e che, per inciso, non ho letto.

 Quindi anche io alla fine del mio stesso post ho trovato una nuova lettura (inception giovane libraia).


 Credo non mi sia sfuggito niente, ma se così non fosse, commentate pure e unitevi a me in questo delirio.
 Ah, la mia obsession per il film non è finita, ma ha fatto vela verso porti vicini, mi sono diretta su "Ultima notte ad Alessandria" di Aciman. 
Presto su questi schermi.

3 commenti:

  1. Non sai di quale novella delle 72 è quella citata nel film, vero !?
    Io conosco un po' di spagnolo e credo di aver trovato il testo per intero

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  2. io mi chiedevo se avessi invece individuato quale libro tenga in mano Elio nella scena in cui siede di fronte ad Oliver in Piazza Duomo a Crema ...

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  3. Sulla scrivania di Elio si intravvedono "Delitto e castigo" di Dostoevskij, nell'edizione allegata a Gente del 1989 (sic!), e "L'età dell'innocenza" in un'edizione per me imprecisabile.

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