domenica 19 maggio 2019

Piccole recensioni tra amici! Una pessima biografia di Mary Shelley, il favoloso "Dracula e io" di Morozzi e la nuova collana manga della Bao Publishing.

Ed ecco finalmente un nuovo gruppetto di recensioni.

Visto che avevo un po' di tempo mi sono dilungata e sono ben tre: una stroncatura devasting, un super consiglio, e la recensione di una nuova collana di fumetti. Insomma, da leggere ne avrete.

 In queste ultime settimane invece sto facendo un po' fatica a trovare qualcosa che mi appassioni seriamente, devo applicarmi un po' di più nella ricerca, anche se i giorni sembrano scappare, come al solito.

 Vabbeh, capita, peccato che questa penuria sia proprio ora che è tornato novembre e si sta una bellezza a casa con la borsa dell'acqua calda sui piedi a leggere.
 Questa settimana m'impegno.
 Meglio che leggiate le recensioni.
  Let's go!

"La ragazza che scrisse Frankenstein" di Fiona Sampson ed. UTET:

 Si tratta di una recensione assai tardiva visto che ho letto questo biografia, assai malriuscita, lo scorso autunno, ma, come in quei flash in cui ti ricordi che non hai mai buttato il tupperware pieno di avanzi dello scorso mese, mi è tornato in mente che non ne avevo mai parlato.

 C'è poco da dire. La biografia di Mary Shelley raccontata da Fiona Sampson è davvero brutta aiutatemi a dire brutta.

 Sembra quasi che la scrittrice stia potentemente antipatica alla sua biografa, impegnata a descriverla come una sorta di manipolatrice che ha avuto l'inspiegabile fortuna di incappare in una delle più grandi intuizioni letterarie degli ultimi due secoli.

La Sampson ci presenta la Shelley come una ragazzina, poi donna, incostante, capricciosa, una sorta di miracolata che, giovanissima e civettuola, riesce ad accalappiare l'avvenente e talentuoso Shelley che convince a metter su una sorta di fuitina MA con sorellastra al seguito, alla quale, in tal modo, rovina la vita.

 Ben lontano dall'arrovellarsi sul come e il perché una ventenne inglese abbia potuto concepire una dei più straordinari e conturbanti incubi sulla procreazione della storia, si concentra in modo quasi teleromanzesco su tutti i vari rivolgimenti amorosi di Mary, del consorte che la tradiva pure coi sassi e della sorellastra Claire.

 La figura di Claire sembra turbare particolarmente la Sampson che credo, abbia tentato di usarla come sorta di doppio sventurato e simbiotico di Mary.

Completamente dimentica del fatto che Claire e Mary non sono due sorelle Woolf, Virginia e Vanessa, entrambe a loro modo talentuose (ovviamente una bel più dell'altra), la Sampson cerca di mostrarci Claire come vittima della terribile Mary, che con la sua volontà ferrea l'avrebbe legata al suo infelice destino, condannandola prima a cercare di sedurle il consorte e poi a diventare la stalker infelice di Byron, alla quale darà anche una figlia, Allegra, morta bambina.

 Il problema è che Claire non sembra proprio il doppio di nessuno, ma lei sì  una che si è trovata assolutamente per caso a frequentare, grazie alla sorella, alcune delle più grandi menti dei suoi anni. E' lei la miracolata senza talento che vaga a riporto della sorellastra dopo aver accettato, magari per fascinazione, magari per giovanile accecamento, a una fuga d'amore che onestamente non la riguardava.

 La Sampson diventa in breve quel che un biografo non dovrebbe essere: un giudice che si lascia andare a insinuazioni psicologiche labili, molto arbitrarie e non sostenute da nulla. 
 Cerca di farci vedere la Shelley attraverso i suoi occhi e non in modo obiettivo, concentrandosi su minuzie che sosterrebbero i suoi ragionamenti e tralasciando lunghi anni.

 Una pessima biografia che dà fastidio leggere. Cercate assolutamente altro.


"Dracula e io" di Gianluca Morozzi ed. Tea:

Gianluca Morozzi è uno di quegli autori di cui sento parlare da anni e che da anni colpevolmente decido più o meno casualmente di non leggere. Una roba del tipo "Ma sì dai ora no, dopo sì".

Il motivo principale è che non amo particolarmente le storie con scene splatter, mi disturbano proprio, anche al cinema (sopporto solo quelle dei vecchi film perché boh sembrano più finte), così cerco sempre di evitare i libri che le contengono. Limiti miei, lo so.

 E' capitato però che leggessi una recensione di "Dracula e io" su giornale e mi venisse voglia di provare a leggerlo davvero stavolta: Dracula, un serial killer, un protagonista disagiato e spiantato, fumetti, il tutto nella Bologna di oggi. Era troppo allettante per non prenderlo.

 E infatti, mille cuor per questo libro favoloso, l'esatto genere di trama che mi piacerebbe trovare ben più spesso, ma che l'editoria italiana, per motivi troppo misteriosi, non ama frequentare.

 La storia inizia quando Dracula, vampiro millenario che può nascere e morire un numero (finito) di volte, decide di tornare nella sua magione bolognese, città a quanto sembra, estremamente alchemica e vampirica.

 Il suo ritorno coincide con la strana, inquietante e violenta presenza di un serial killer incredibilmente sadico che inizia a mietere vittime, non risparmiando nessuno, bambini e donne incinte comprese.

Nel frattempo, il disagiato protagonista del romanzo, Lajos, squattrinato proprietario di una fumetteria che ha comprato coi soldi del padre, famoso romanziere alla Dan Brown ormai deceduto, vive un'esistenza passiva sbavando dietro la commessa venticinquenne del suo negozio e sperando di pubblicare un romanzo decente (prima o poi). 

 Nel suo stesso palazzo vivono i suoi migliori amici che hanno accattato per quattro spicci gli appartamenti dello stabile lasciati sfitti per anni a causa dei loro sinistri precedenti: una tranquilla donnina del palazzo, una ventina di anni prima, aveva fatto fuori tutti gli altri  inquilini perché "Glielo aveva detto la nebbia".

 Le esistenze di Lajos e Dracula si incrociano nel momento in cui il secondo decide di scovare il serial killer, reo di aver ucciso una sua storica amic*, e di aver bisogno di un aiutante umano.

 Divertente, con un ritmo incredibile, piacevolmente horror, intelligente, scritto benissimo. Uno di quei romanzi che è un piacere leggere.

 Spero nel sequel, nel prequel, nel tutto. Spero diventi una serie, una saga, un film, qualsiasi cosa!
 Mi è davvero piaciuto, se si riesce a intuire. Straconsigliato.
 Ah, vi lascio una bonus track: grazie a questo libro, pieno di chicche storiche molto gustose, ho scoperto l'esistenza di questa iscrizione (vera) bolognese di epoca medievale.
« D.M.
Aelia Laelia Crispis
né uomo, né donna, né androgino
né bambina, né giovane, né vecchia
né casta, né meretrice, né pudica
ma tutto questo insieme.
Uccisa né dalla fame, né dal ferro, né dal veleno,
ma da tutte queste cose insieme.
Né in cielo, né nell’acqua, né in terra,
ma ovunque giace,
Lucio Agatho Priscius
né marito, né amante, né parente,
né triste, né lieto, né piangente,
questa né mole, né piramide, né sepoltura,
ma tutto questo insieme
sa e non sa a chi è dedicato.
Questo è un sepolcro che non contiene alcuna salma
Questa è una salma non contenuta in alcun sepolcro
ma la salma e il sepolcro sono la stessa cosa »


Paura eh?


La nuova collana manga Bao Publishing "Aiken":

 La Bao Publishing si è lanciata, come altre case editrici italiche di fumetti, su una nuova collana dedicata ai manga. 

 Al contrario della collana della Coconino, ad esempio, in cui le storie hanno più l'aspetto della graphic novel vera e propria, i manga Bao sono dei manga manga come siamo abituati a vederli: piccolo formato, prezzo molto contenuto, e, i primi tre titoli, ci restituiscono tutto quello che vediamo abitualmente nei manga slice of life, ossia liceali, episodi autobiografici, senso del dovere nipponico, fantascienza interpretata in modo originale (almeno per noi occidentali).

 Con mia grande sorpresa, dei tre titoli, quello che mi è piaciuto di più era quello sul quale riponevo meno aspettative: "Dosei Mansion".

 Dunque "Fior di biscotto" sono una serie di racconti slegati tra loro, ma con personaggi ricorrenti che raccontano le vicende di persone che gravitano attorno alla stessa scuola: docenti e studenti in primis.
 Le storie hanno, secondo me, un andamento altalenante. Alcune sono molto graziose, altre sono un po' riviste, ma per chi ama il genere slice of life e ha superato l'età dell'adolescenza può essere una lettura molto apprezzabile.

"Henshin" è invece una raccolta di storie del disegnatore di "Kill the giants" Ken Niimura. 

Anche qui l'andamento delle storie, tutte o quasi slegate tra loro, è altalenante, anche se di sicuro è rivolto a un pubblico più adulto (non adulto nel senso che vi sono delle porconerie, ma adulto in senso di maturo).
  Alcune sono piccole perle, come la storia d'apertura e quelle autobiografiche che costellano in modo irregolare il volume.

 Ken Niimura ci racconta del suo amore per i gatti in un modo folle degno di Murakami (cosa che ormai mi fa sospettare che proprio i giapponesi abbiano un rapporto molto strano coi gatti). Desiderosissimo di possedere un gatto, decide infine di non adottare un randagio a cui si è affezionato (ma non ha mai visto) perché lo considera una sorta di gatto protettore della città, impegnato a far del bene per le strade.

E', a mio parere, il terzo titolo la vera sorpresa: "Dosei Mansion" della stessa autrice di "Fior di biscotto", Hisae Iwaoka. 

Si tratta del primo volume di una serie abbastanza breve che racconta le vicissitudini di un lavavetri spaziale.

Ebbene sì. In un futuro in cui la terra è diventata inabitabile, quel che resta dell'umanità vive in un'enorme stazione orbitante divisa in tre piani corrispondenti a tre caste. Ai piani alti vivono le persone più ricche o più dotate, e viceversa ai piani bassi. 

 Essendo la stazione spaziale coperta di vetrate, qualcuno deve pur pulirle, e qui entrano in gioco questi lavavetri spaziali che, dietro compenso, ripuliscono gli enormi vetri con perizia.
  Il giovane protagonista ha perso il padre durante un'operazione di pulizia e decide di seguirne le orme. Lì fuori inizierà a vedere cosa accade dentro le case e scoprirà che dietro ogni persona che richiede i suoi servizi si nasconde una piccola grande storia.

 Sorprendente, originale, dei tre è in assoluto quello che mi sento di consigliare di più, ma i miei son gusti ovviamente!
 Attendo con gioia il secondo volume!

lunedì 13 maggio 2019

"Relax e rehab in Grecia". Diario di una vacanza rigenerante tra pasqua ortodossa, picchi dell'aquila, viaggi in bus, insalate, tanto sonno e accidentali frattaglie

Finalmente sono riuscita a terminare l'interminabile fumetto sulle mie vacanze greche.
Mai come quest'anno ne avevo un viverrimo bisogno e devo dire che sono tornata rigenerata, segno che le ferie dovrebbero essere molte di più (ora che lavoro in ufficio, anche per me è la sagra del luogo comune)!
 Non aggiungo molto altro perché ho fatto un fumetto chilometrico se non "Grazie Grecia, ora dormo bene di nuovo!".

 "Relax e rehab in Grecia". Diario di una vacanza rigenerante.













giovedì 9 maggio 2019

Il salone del libro e la sindrome di Cornelius Caramell. Un instant fumetto (talmente instant che la questione si è già risolta) su ciò che penso di questa deplorevole e anche un po' disgustosa questione.

Volevo scrivere un post in occasione della questione del salone del libro/fasci, ma sono stata battuta dalla tempistica e dal fatto che mi ero presa un po' di giorni per decidere se andare o meno.

 Alla fine avevo deciso e, visto il tempo stringente, avevo prodotto un fumetto che ho postato iersera su fb più o meno contemporaneamente alla decisione del comitato del Salone di escludere la casa editrice fascista che, per ovvie ragioni, soprattutto in un salone dedicato a Primo Levi, non avrebbero mai dovuto metterci piede, manco con l'idea, manco per sbaglio.

 Comunque, qui lascio il fumetto che dice più o meno tutto quello che avrei voluto dire, in breve. Dovendo andare di corsa e avendolo praticamente disegnato quasi tutto in pausa pranzo sul tavolo di un locale, non è proprio una bellezza grafica, ma il concetto rimane.

 Poi, quando il salone sarà finito, farò un post un po' più discorsivo perché la questione non è chiusa, è solo iniziata. Nel bene e nel male il libro è tornato a essere un oggetto politico e non solo commerciale, una questione che ci tengo a riprendere.

 Intanto vi dico che, vista l'esclusione, sarò al Salone del Libro a vagare tra gli stand e di sicuro sabato dalle 16 alle 17 allo stand 001 edizioni.

Forse riuscirò a rimanere anche domenica, ma non garantisco. 

Ultimamente sono una vecchiarella che per mantenersi un attimo sveglia cerca di risparmiare le forze!





venerdì 3 maggio 2019

Tremate tremate le streghe son tornate! Consigli libreschi per la notte di Valpurga, l'halloween primaverile dove le streghe vanno a spasso.

Come sa chi segue questo blog e i miei social da tempo, ho una vera e incontrollata passione per Halloween.

 Non sono una che si appassiona mai a nessuna festa, ma l'estetica di Ognissanti, unita al fatto che capita nel mio mese preferito dell'anno (e nella mia stagione preferita, per me dovrebbe sempre essere autunno), unita alla mia passione per la narrativa di genere, creano una specie di cortocircuito mentale che mi fa diventare una di quelle che fa il countodown tutto l'anno come le folli che aspettano il Natale dopo da santo Stefano.

 Direte "Hai poco a cui pensare", dirò io "Qualcosa tocca pur fare per rendere la vita meno amara e monotona". E poi ognuno ha le sue passioni.

 Pur tuttavia, attendere per 12 mesi filati un unico mese e un'unica notte è un po' frustrante, così quando ho scoperto l'esistenza della notte di Valpurga ho pensato potesse essere un'ottima scusa per tirare fuori zucche, scope e ragnatele anche solo per una notte.

 Cos'è vi chiederete voi? 

 La notte di Valpurga è quella precisamente a cavallo tra il 30 aprile e il primo Maggio e, secondo il folklore tedesco e scandinavo, era la notte in cui le streghe si davano a sabba sfrenati.

 Tuttavia, prende il nome da una santa (ebbene sì, santa Valpurga) sepolta in Baviera il cui sarcofago trasuda tuttora uno strano liquido, chiamato "Olio di santa Valpurga", che avrebbe poteri taumaturgici e che le suore imbottigliano e vendono ai fedeli.

 Immagino che il miracolo sia non beccarsi la peste.

 In ogni caso, quest'anno la festa a tema stregonesco capita a doppio fagiolo visto che sono completamente drogata di "Sabrina vita da strega" (mi sono anche pentita di non aver pensato prima che avrei potuto dedicarmi a una festa a tema horror anni '80, ma ad Halloween recupererò).
 Se anche voi volete seguirmi nella mia follia, ecco alcuni consigli libreschi a tema!

Loputyn:

 Se non conoscete la fenomenale Loputyn, al secolo Jessica Cioffi, dovete recuperare subito.

 Una fumettista e illustratrice che, a mio parere, ha avuto una crescita artistica straordinaria in pochissimo tempo.

 Da ingessati fumetti vittoriani da Gothic Lolita, (anche la sua estetica personale è molto sul genere) ha trovato la sua via in un mondo popolato da streghette che incarnano perfettamente l'archetipo del femminino, potente, incomprensibile, selvaggio e consapevole.

 Le sue giovani streghe vivono a contatto con la natura, non hanno paura del sangue (neanche del proprio, specialmente durante la luna), sono giovani e sensuali, si amano tra loro e tuttavia amano misteriosi ragazzi lupo, alla luce della luna. Il loro è un mondo davvero strabiliante. 

 Di primo acchito il tutto appare come la fantasia di una fanciulla innocente amante della natura selvaggia e diventa in pochissimo tempo un'allegoria delle forze selvagge e incomprensibili (in parte, quindi, magiche) che governano gli istinti umani.

 Il tratto, soprattutto nella sua ultima opera, la più riuscita, "Francis" è spaventosamente maturato (cercatevi i suoi acquarelli su instagram, sono spettacolari) e la trama, anche se sembra esile, ha una sua originale potenza.

 In cima al monte Orfano, la giovane Metillia, è tutto, tranne che una brava strega apprendista: invece di prepararsi al suo ultimo esame da strega, perde tempo, non studia e sa già che non ce la farà.
 Tuttavia l'ultima notte prima della grande prova incontra Francis, uno spiritello che ora è volpe, ora un ragazzo volpe, ora altro.

 No, non è la storia di Cenerentola coi topini che risolvono tutto, ma una fiaba gotica dai contorni sinistri, meravigliosamente disegnata. Leggere per credere.

E seguitela sui suoi profili social, pubblica illustrazioni SPETTACOLARI.


La figlia di Dracula di Bram Stoker:

 Il racconto che mi ha svelato l'esistenza della notte di Valpurga era contenuto in una raccolta che ho comprato da Bloodbuster, una cineteca/libreria di genere in Via Casati a Milano. 
Si intitola "A cinema col mostro" e raccoglie un mucchio di chicche da cui sono stati tratti film horror (avevo anche scritto un post all'epoca). 

 Tra di loro, quando lo lessi, spuntò "La figlia di Dracula", (titolo originale "L'invitato di Dracula", ed è così che si trova ora in alcune raccolte) ed è un capitolo espunto del "Dracula" di Bram Stoker in cui il protagonista, Harker, è una sorta di protoeroina vergine e rincoglionita tipica degli Slasher.

 E' il giorno prima della notte di Valpurga e l'ignaro e sempre felicione Harker, se ne va a spasso per la campagna tedesca, tutto contento perché è bel tempo e lui può fare una scampagnata. 

 Tutti, davvero TUTTI gli dicono di tornarsene a casa perché presto calerà la spaventosa notte di Valpurga, quella in cui il diavolo esce, le streghe corrono sulle loro scope e "i morti viaggiano in fretta".
  Ma niente, incurante come un'adolescente americana bionda e vergine qualunque, lui continua nella sua gita avventata.
  Ad un tratto vede addirittura un sentiero che porta a un villaggio disabitato da quando gli abitanti avevano iniziato a notare strani cadaveri che rimanevano intatti e anche ben rosei e pasciuti nelle loro tombe. Beh! Perché non andare a dare un'occhiata? Rischierà di finire molto male.
 Scritto benissimo, involontario capostipite di un genere che adesso è appannaggio solo di ragazzine che devono rimettere a posto la morale americana. 

Molto meglio i sogni gotici e spaventosi di fine '800, così trasgressivi e immorali.


La signora del gioco di Luisa Muraro ed. La Tartaruga:

 Prima che la Muraro finisse la sua parabola nelle tristi polemiche sulla gpa, ebbe il merito di mostrarci la storia da un punto di vista femminile, all'epoca, il 1976, concetto completamente rivoluzionario. 

 La signora del gioco fa parte di questa sua produzione da recuperare: racconta i processi per stregoneria cercando di scavare attraverso uno studio meticoloso delle fonti storiche, nella vita, nelle credenze, nell'anima delle donne che gli uomini distrussero con la scusa del demonio.

 Se i documenti sono scritti infatti dagli inquisitori o chi per loro, la voce delle donne rimane comunque visibile, nelle confessioni a lungo autobiografiche, nelle fantasie estorte come confessioni che attingono a un immaginario popolare pagano che il cattolicesimo non riusciva a estirpare.

  La stessa signora del titolo è un'immaginaria creatura, una sorta di grande dea, che ricorre nei racconti di queste donne vittime di una delle più enormi, spaventosi e violente campagne di repressione e oppressione del regime patriarcale.

 Tutto ciò che veniva considerato malvagio e pericoloso nel femminile, la sessualità percepita come autodeterminazione e piacere, il sapere, il carisma, la stessa volontà di resistere alle insidie e alle richieste da parte dell'uomo dominatore e padrone assoluto, doveva essere estirpato alla radice.
 Morirono a migliaia, dopo indicibili torture, ma la loro voce resta nei documenti, basta cercarla.

A tal proposito è un interessante documento la confessione di Madeleine Bavent che fu al centro di un caso di possessione collettiva in un convento francese all'inizio del 1600.
 La sua confessione racconta una storia di umanissimi abusi che prendono la forma di demoni dell'inferno con una vittima che viene fatta passare per complice consenziente.

 E conosciamo tutte benissimo questa storia, incredibilmente contemporanea che non troviamo il modo di estirpare.

 La confessione si può trovare in Italia edita da Clichy con testo a fronte in francese "La strega. Una storia vera" di Madeleine Bavent.

Una notte sul Monte Calvo:

Per la serie c'è sempre una prima volta, ecco la recensione di una sinfonia: "Una notte sul monte Fato" di Musorskji in cui un giovane sogna un sabba sfrenato di streghe e demoni interrotto dalle campane di una chiesa che l risvegliano, in preda al terrore.

Poiché non ho praticamente nessuna competenza musicale posso solo raccontare i ricordi che sono curiosamente legati a questa sinfonia.

 La mia professoressa di musica delle medie, nei numerosi e disperati tentativi di inculcarci un po' di cultura musicale (più volte raccontati in questo blog, segno che qualcosa quella povera donna è riuscita a ottenere) ci fece ascoltare fino alla nausea questo curioso componimento.

 Non so dire perché fosse così fissata, posso solo pensare fosse colpa del film "Fantasia", un altro suo cavallo di battaglia che ci fece vedere più volte. 

 Ricordo come lo trovassi un film strano e anche parecchio inquietante, non capivo bene quello che, probabilmente rivisto da adulta, mi apparirebbe come una sorta di curioso avanguardismo.

 Credo immaginasse che un cartone animato potesse entrare nelle nostre teste di rapa e che ancor meglio potesse funzionare la parte più spaventosa, ma non tenne conto dell'oscuro terrore che quel film ci incuteva. 

 "Una notte sul monte Calvo" fu infatti il colpo di grazia. L'ascoltammo allo sfinimento e divenne seconda nel nostro personale odio solo a "La primavera" di Stravinskji che non dovevamo solo ascoltare ma ANCHE vedere in un balletto di uomini semiprimitivi che all'epoca ci sembrava noiosamente ridicolo.

 Ebbene, la notte di Valpurga è il giorno adatto per la vendetta dell'insegnante di musica: "Una notte sul Monte Calvo" risuonerà tra le stanze della mia piccola casa quale colonna sonora, anche le streghe viaggiano veloci.


E voi avete stregoneschi suggerimenti?? Intanto gli impasti per i dolci sono pronti!

mercoledì 1 maggio 2019

La trappola delle vite immaginarie. "Vita segreta della bambola solitaria", Dare Wright e l'abisso di solitudine che separa la realtà dalla finzione.

Pochi film hanno fatto più danni all'immaginario collettivo quanto "Il favoloso mondo di Amélie".

 Non tanto per il film in sé, grazioso, sognante, con una sua estetica accattivante, quanto per aver convinto molte persone che sì, la vita può essere davvero favolosa se solo tu sai coglierne il lato magico.

 Tu non lo cogli perché la vita non è (solo) favolosa e ti chiedi dove stai sbagliando nonostante il tuo tagliar frangette, portare nani da giardino in giro per il mondo e i tentativi di concupiscenza di personaggi bordeline.

 Personalmente sempre pensato che l'Amélie protagonista fosse una persona che un tempo si sarebbe definita "semplice di spirito", che riusciva però a piegare la realtà a suo piacimento, complice un contesto estremamente protetto.

 I vicini sono gentili, i piccoli commercianti anche, i colleghi, tutti si affannano per non distruggere quello che è un mondo favoloso nel senso di favolistico dove gli uccelli cinguettano, i passeri svolacchiano, le mele sono deliziose, la musica meravigliosa e i colori straordinariamente vividi.

 Intendiamoci, non penso che cercare di trasformare la propria quotidianità in qualcosa di piacevole, di piegarla ai nostri desideri, sia malvagio, dico solo che, al contempo, bisogna essere realistici, altrimenti il muro in faccia che fatalmente incontreremo non ci lascerà scampo alcuno.

 Non siamo Amélie e forse neanche Amélie è completamente in se stessa.

 E' più o meno su questa mancanza di percezione della realtà che Dare Wright, una misteriosa e celebre scrittrice e fotografa di libri per bambini, ha costruito la sua vita e la sua carriera, splendidamente raccontate in una biografia appena uscita per la E/O "Vita segreta della bambola solitaria" di Jean Nathan.

 L'autrice, una  giornalista, ricorda un giorno un curioso libro che aveva letto da bambina: "Vita segreta della bambola solitaria" che aveva per protagonista una splendida bambola, molto sola, che riceveva la visita di due orsi, papà e figlio, che decidevano di rimanere per sempre con lei.

 La storia che procedeva più o meno come un fotoromanzo, divenne famosissima e diventò una serie di venti libri, attualmente introvabili (in Italia alcuni li tradusse la Bompiani).

 La Nathan scoprì che dell'autrice, l'enigmatica fotografa e modella di origine canadese Dare Wright, non si sapeva quasi nulla.

  La rintracciò, incosciente, in una clinica e iniziò, con l'aiuto dei suoi numerosi amici, a ricostruire quella che si rivelò una strana, fragile esistenza che ebbe un'unica grande gioia e un'unica grande tragedia: sua madre Edith.

 Edith Stevenson era una quotata ritrattista canadese che sposò assai giovane un giornalista di belle e non mantenute speranze. Ebbero due figli, un maschio, Blaine, e una femmina, Dare, per poi divorziare.

 Blaine andò a vivere col padre che si risposò e morì giovane e Dare rimase con sua madre.
 I due fratelli non si rividero per vent'anni, fino a quando Dare non lo rintracciò e i due divennero attaccatissimi.

 Se Blaine ebbe una vita non comodissima, ma tutto sommato abbastanza normale, Dare divenne la bambola della madre, una di quelle persone bramose di costruire a costo di grandi sforzi, molta menzogna e molte manipolazioni, una realtà costruita da lei stessa.

 Grazie al suo lavoro riuscì a inserirsi nell'alta società e si costruì una parvenza di vita e un'immagine sociale che corrispondeva ai suoi più strenui desideri: artista famosa con figlia graziosa, entrambe perfettamente curate e vestite, viaggi, interviste, nessun nuovo amore a intralciarle l'esistenza all'orizzonte.

 Edith era in grado di manipolare la sua esistenza in modo tale da farla somigliare al suo ideale. E' una cosa che richiede una grande forza, molta fortuna e una certa dose di talento.

Aveva tutto, le serviva solo qualcuno che la aiutasse a tenere in piedi questo grande teatro dell'esistenza.

 Non volendo un nuovo marito, dopo che il primo si era rivelato un totale fallimento, scelse sua figlia, una bambina, poi ragazza, poi donna, docile, timida, molto schiva e bellissima.

 Riuscì a renderla dipendente da lei al punto che Dare, nonostante un matrimonio ormai annunciato, rinunciò per non abbandonarla, non ebbe mai altri amori e, sembra, mai amanti.
 Passò con lei ogni estate, qualsiasi momento libero, ne fece la sua confidente, aiutante, migliore amica, compagna irrinunciabile.

 Eppure qualcosa dentro Dare doveva covare, come un fuoco sotto una cenere troppo spessa, una solitudine che suo fratello e i molti buoni amici che ebbe, non riuscirono mai a riempire, tanta era la distanza che sua madre metteva tra lei e il resto del mondo.

 Riuscì a raccontarlo nei libri per ragazzi che iniziò a pubblicare in modo del tutto casuale: la protagonista era Edith (sì aveva dato alla bambola il nome di sua mamma), una meravigliosa bambola che sua madre le aveva comprato da bambina. Edith era una bambola incredibilmente sola che finalmente incontra due orsacchiotti che, nonostante numerose marachelle, decidono di non abbandonarla (il suo più grande terrore).

 La sua padroncina non appare mai, ma si sa che vivono nella casa di una donna, anch'essa invisibile, provvista di meravigliosi abiti e trucchi.

 Anche nelle agli altri libri prodotti da Dare appare questo strano conflitto tra un protagonista inchiodato a una condizione quasi di prigionia e il desiderio se non di libertà, almeno di amicizia, di compagnia che allevi una triste solitudine.

 Ed è strano leggere questa biografia in cui speri, proprio come accadrebbe in un buon romanzo, che accada qualcosa a cambiare la vita della protagonista, a trarla dalle grinfie troppo amorose e interessate di sua madre, a renderla finalmente una bambola meno solitaria, ma non succede niente, proprio come non succede niente di salvifico in troppe vite.

 Può accadere che qualcosa si metta in moto contro la nostra volontà, ma è assai più probabile e fortunoso che la nostra sorte cambi se lo desideriamo noi per primi.

 Dare non desidera mai, vive attraverso sua madre, rimane allo stadio di bambola che gioca con altre bambole per tutta un'intera esistenza che avrebbe potuto essere assai più luminosa e grandiosa.

 Era bellissima, era talentuosa, era intelligente, ma era intrappolata nella vita ideale di qualcun altro, nel set cinematografico perpetuo di qualcuno che aveva messo ogni cosa al suo posto per vivere in un'enorme finzione.

 Edith visse mentendo fino alla fine, dopo la sua morte la vita di Dare divenne terribile.
 Chiuso il grande teatro in cui era rinchiusa dalla nascita, si ritrovò in una realtà che non conosceva davvero e che rimase incapace di affrontare fino alla fine dei suoi giorni.

 Ecco cosa succede alle vere Amélie.

 Amo sempre leggere le biografie, se ben scritte, si riesce quasi sempre a rintracciare il momento esatto in cui una vita che era avviata in un certo modo finisce per deragliare nel bene e nel male o per rimanere incredibilmente identica e monotona.

 In tutti e tre i casi c'è sempre un evento scatenante, un amore non corrisposto, finito, oppure un grande amore mai arrivato, un matrimonio, una morte, dei figli.

 E' affascinante immaginare le possibilità, interrogarsi su ciò che noi avremmo fatto e, in alcuni casi, come quello di Dare, soffrire per tanta vita sprecata.

 Ma anche vero che è un gioco impossibile, la vita che viviamo è sempre e solo una summa di tutto ciò che ci è accaduto. Se Dare si fosse sposata forse sarebbe stata felice o forse sarebbe morta di parto e non avrebbe mai scritto i suoi libri, forse avrebbe divorziato dopo pochissimo, forse, forse, forse, forse sarebbe accaduto tutto e niente.

 Non ci sono seconde possibilità né vite che si possano vivere per interposta persona o bambola, e la storia di Dare, magnificamente scritta e riportata con estremo rispetto, lo insegna con una precisione e una forza davvero straordinarie.

lunedì 29 aprile 2019

Buona Pasqua (in straritardo)!!

Ehm pardon a tutti, non sono sparita, sono solo andata in vacanza per una decina di giorni.
Credetemi quando dico che ne necessitavo come mai da anni. Ero talmente stanca da aver dimenticato di preparare una vignetta di auguri.
Chi mi segue su fb o instagram sa che ho postato la seguente vignetta riparatrice prodotta estemporaneamente.


 Dopo Pasqua mi sono poi involata in Grecia, ad Atene, dove devo dire, mi sono riposata bene, ho dormito come non riuscivo da settimane e ho assistito alla Pasqua ortodossa involontariamente (nel senso che ignoravamo fosse in questi giorni prima di essere travolte dai festeggiamenti). 

Farò in settimana un fumetto resoconto delle mie avventure greche e mi auguro vivamente che i prossimi mesi siano più rilassati, tranquilli, felici e pieno di post.

Ah, ovviamente ho letto anche un bel po'! Sono stata fortunata perché sono incappata solo in bei libri, in particolare in un biopic straordinario: "Vita segreta della bambola solitaria" di Jean Nathan ed. E/O, di cui scriverò il post il prima possibile. Bellissimo-issimo-issimo.





domenica 14 aprile 2019

Piccole recensioni tra amici! Tra gialli malriusciti e emigrazione italiana anni '60: "Oltre l'inverno" di Isabel Allende e "Il figlio prediletto" di Angela Nanetti

Mentre vedo le prime vacanze dai tempi del viaggio di nozze avvicinarsi finalmente col cuore in tumulto (penso di non essere così stanca da secoli e la mia cervicale non mi dà nessuna tregua sigh), finalmente ecco a voi qualche nuova recensione di libri letti nei mesi scorsi.

 Sono stati mesi di letture tra alterne vicende: alcune molto gustose (tipo "Dracula e io" di Morozzi, il prossimo che vorrei recensire bene) altre passabili, altre proprio no (una è in questo post).


Bando alle ciance! E buoni spunti di lettura e non lettura!





OLTRE L'INVERNO di Isabel Allende ed. Feltrinelli:

Come tutti coloro che seguono la Allende (anche non spasmodicamente, tipo me) sanno, è solita iniziare tutti i suoi nuovi romanzi l'otto di gennaio, data in cui iniziò il famoso "La casa degli spiriti".

 E' un bel gesto scaramantico e, volendo, anche un buon metodo di autodisciplina per uno scrittore, ma si potrebbe anche aggiungere che non sempre le idee venute a furia di spremersi le meningi (come ammesso dalla stessa Allende nei ringraziamenti), si rivelano poi buone idee.

"Oltre l'inverno" è uno strano papocchio di tante idee mescolate in modo poco organico, spacciato inopinatamente per thriller e un finale assolutorio e surreale che definirei imbarazzante.

 Il libro che, specifico, non è scritto male (la Allende sa sempre il fatto suo), inizia durante una terribile bufera natalizia che si abbatte su NY causando vari disastri tra i quali l'accidentale tamponamento tra un ipocondriaco professore universitario, Richard, e un'immigrata irregolare del Nicaragua, Evelyn.

 Qualche ora dopo, Evelyn si presenta a casa di Richard perché non può tornare a casa: l'incidente ha danneggiato la macchina aprendone il cofano posteriore e, a quanto sembra, dentro c'è un cadavere.
 La macchina appartiene ai suoi datori di lavoro, un ex campionessa di nuoto ora depressa e in preda ai farmaci e all'alcol e al marito, un violento tizio con qualche losco affare in ballo.
 In tutto ciò, nella taverna di Richard vive una sessantenne cilena dall'incontenibile vitalità che vorrebbe tanto portarselo a letto nonostante lui la privi del riscaldamento.

 La storia è raccontata dai tre diversi punti di vista e in verità ignora il giallo fino all'improbabile finale, concentrandosi invece sul passato dei tre protagonisti.

 La parte migliore è quella dedicata ad Evelyn, probabilmente perché è l'unica che ha un'idea di fondo: lasciata assieme ai suoi fratelli maggiori in Nicaragua dalla madre emigrata negli Usa (sta storia che gli Usa non hanno il ricongiungimento familiare è assurda, ma non la più assurda del loro assurdo sistema), vive in povertà, ma serenamente assieme alla nonna finché il fratello maggiore non si unisce a una violentissima banda.

 Da quel momento in poi ci saranno tragedie a catena intrecciate al dramma dei migranti che dal Sudamerica cercano di attraversare il confine per agguantare il sogno americano.

 Gli altri due personaggi, la professoressa cilena Lucia e Richard, professore americano, sono piuttosto piatti.

 La prima con la solita storia che affonda le origini nella dittatura per poi virare verso una sorta di dramma amoroso di mezz'età, il secondo con una storia fatta da stereotipi sul Brasile e tragedie a catena che a un certo punto l'idea di fare un pellegrinaggio a Lourdes diventa l'opzione più sensata.

 Stendo un velo pietoso sul modo in cui la storia del famoso cadavere nel cofano procede: neanche in un libro per tredicenni ci si permetterebbe una faciloneria simile, con tanto di assoluzione morale a destra e a manca sul finale.
 Sconsigliato. Mi spiace Isabel, sarà per un'altra volta.


IL FIGLIO PREDILETTO di Angela Nanetti ed. Neri Pozza:

 Candidato allo Strega dell'anno scorso, avevo quel dubbio perenne del "lo leggo o no" causato sempre dai miei conflitti di gusto: è una storia lgbt e racconta anche della Londra degli anni '60 vs oddio l'ennesima storia del sud deprimente e reprimente da cui una coraggiosa donna scappa.

 Trovato all'usato, ho potuto fugare tutti i miei dubbi.

 La storia ha un che di originale, ambientata in un periodo che ci piace dimenticare: quando i migranti interni europei che arrivavano, poveri e con una mentalità retrograda, in nazioni avanti anni luce, eravamo noi.

 Il racconto scorre su due binari paralleli: da una parte la storia di Nunzio Lo Cascio ambientata negli anni sessanta tra la Calabria e Londra, la seconda, quella di Annina, sua nipote, una ventina di anni dopo (mentre la prima è più contestualizzata, la seconda è connotata in un presente vago).

 Tra le due, la storia di Nunzio è quella più riuscita, più originale, più struggente e più sentita anche dall'autrice (almeno così mi è sembrato da lettrice), la seconda, forse anche per il finale un po' boh, ha meno tensione e sembra, a un certo punto, mettere troppa carne al fuoco assolutamente non necessaria all'economia della trama.

 La parte dedicata a Nunzio però vale interamente il libro. 

 Ragazzo, s'innamora, ricambiato, di un suo compagno della squadra di calcio. Sono felici, poi un giorno arrivano i fratelli, affiliati di una cosca locale, e per lavare l'onta gli ammazzano il compagno come un cane, in mezzo alla campagna, e lo spediscono a Londra a sparire.

 Nunzio arriva in Inghilterra, traumatizzato e sconvolto.

 Inizia a giocare a calcio, ma un infortunio lo costringe a cambiare rotta e diventa cameriere in un ristorante italiano. Per anni vive in Inghilterra, ma è come se non ci vivesse.
 Impara la lingua male, non conosce nessuno, non riesce ad affrontare dentro di sé la tragedia che gli è accaduta.
Sul tema e per ricordarci "Come eravamo" ASSOLUTAMENTE
da vedere "La ragazza con la pistola" se ancora non lo avete fatto

 Poi un giorno decide di iscriversi ad un corso di lingua e conosce un giovane professore di origini nobili e dalle idee marxiste.

 Non è amore, ma è amicizia, un'amicizia che salva dal baratro della solitudine e accompagna verso una vita nuova e ricca che però...che però non posso raccontarvi perché il libro va assolutamente letto.

 La parte dedicata alla nipote Annina è meno forte forse perché assai rivista: unica figlia, per giunta femmina, per giunta bellissima, di un fratello di Nunzio, assurto alla gloria di piccolo boss locale, vive una vita da reclusa che manco all'oratorio può mettere piede perché maschi e femmine giocano insieme.

 Scopre l'amore per il teatro e il ballo, ma le ali vengono tarpate seduta stante perché l'idea è farne una giovane sposa d' 'ndrangheta appena compiuti diciotto anni.

 Anche lei dovrà fuggire a Londra, sulle tracce dello zio Nunzio di cui nessuno, misteriosamente vuole mai parlare dai tempi in cui tornò in una cassa da morto dalla terra d'Albione.

 Ripeto, se la storia si fosse concentrata solo su Nunzio, a mio parere, ne avrebbe guadagnato. C'erano molte più cose da sapere, legami da indagare, solitudini da raccontare, ma il libro, a parte il finale, funziona anche così.
Superconsigliato!

giovedì 11 aprile 2019

Gli anime sono finalmente una cosa seria! Intervista a Enrico Cantino sui suoi saggi sul fantastico mondo degli anime giapponesi della nostra infanzia!


 Un paio di anni fa circa, in libreria, mi sono imbattuta per caso in una serie di piccoli saggi dedicati al mondo degli anime giapponesi

 Mi colpirono molto perché era il genere di libri che sognavo di leggere da adolescente quando mia madre mi buttava i manga e mi impediva di vedere Ranma perché "poteva confondermi le idee" (poi si è redenta, madre non prendertela se leggi questo post).

 Immagino che molti altri attualmente trentenni abbiano covato questo desiderio di veder trattata la propria passione per manga e anime come una cosa seria, degna di saggistica seria con cui poter approfondire tutte le cose (molte) che ci sfuggivano totalmente quando ingurgitavamo ore di cartoni animati giapponesi.

 I nostri genitori vedevano combattimenti e ragazzette dalle gonne corte prefigurando per noi immani traumi infantili, noi vedevamo solo un mondo simile al nostro eppure lontanissimo. 

 Nomi che Mediaset si premurava di tradurre, ma neanche sempre (mi rimane ancora impresso che nel bel mezzo di un fiorire di Tinette e Sabrine in "E' quasi magia Johnny", la cugina continuava a chiamarsi Akane, così de botto senza senso), cibi ignoti, robottoni, un'etica del sacrificio per noi incomprensibile, gente che a 18 anni ancora non trovava il coraggio di guardare in faccia la ragazza che le piaceva, matrimoni combinati, dojo, arti marziali.

 Era come guardare cartoni animati di fantascienza, solo che quella era la vita vera di qualcuno dall'altro capo del pianeta su cui avremmo voluto saperne molto di più!

 Perciò i saggi di Enrico Cantino, piccoli, agilissimi ed economicissimi volumetti editi da Mimesis sono un sogno che dopo tanti anni si avvera e sono molto felice di avergli fatto questa intervista!

Grazie ancora per avermi risposto e per il tempo dedicato, e che si possa mangiare un onigiri insieme prima o poi!!



Ciao Enrico, ti ho scoperto per caso in libreria e sono rimasta folgorata dai tuoi piccoli saggi, quelli che ogni persona cresciuta a onigiri, anpan e cartoni giapponesi vorrebbe leggere.
Com'è nata l'idea?

In realtà l'idea è venuta ai miei amici, non a me. 

 Mi dicevano: perché non scrivi un libro sui cartoni giapponesi, visto che ne sai un sacco? E io mi sono lasciato convincere. 

All'inizio pensavo – ingenuamente – di poterlo scrivere in soli sei mesi. 

Invece ho impiegato quattro anni. Perché mi sono reso conto di una verità fondamentale: per poter parlare dei cartoni animati giapponesi bisogna conoscere la cultura che li ha prodotti. 

Allora ho iniziato una “immersione folle” nel Sol Levante, documentandomi su sistema scolastico, condizione delle donne, Shintoismo, Buddhismo, Taoismo, Bushidō e chi più ne ha, ne metta.
 Il risultato è stato un corposo saggio sulle tecniche narrative degli anime giapponesi degli anni Settanta-Novanta, suddivisi per argomenti: guerrieri, robottoni, sportivi, eroine e coppie.


Si pensa comunemente che gli anime facciano parte di una sorta di sottocultura e raramente li si include nella “cultura alta” invece tu sei stato pubblicato da Mimesis, editore molto autorevole nel campo della saggistica. È stato difficile per te trovare un editore? Com'è nata la vostra collaborazione?


Trovare un editore è stato più semplice di quanto sperassi. 

Nel 2012 sono andato con un gruppo di amici al Salone del Libro di Torino. Fra gli stand ho notato proprio quello della Mimesis, perché nel loro catalogo erano presenti diverse pubblicazioni riguardanti la cultura giapponese. 

 Dopo il Salone li ho contattati tramite mail, spiegando che avevo scritto questo saggio sulle tecniche narrative dei cartoni animati giapponesi. Nel giro di una settimana ho ricevuto una risposta dal vicedirettore della casa editrice. 

Ci siamo sentiti per telefono e ci siamo accordati in questo senso: avrebbero pubblicato, come esperimento, due capitoli del mio libro (quelli dedicati a robottoni e guerrieri) come fossero volumi a sé stanti (con tutto quel che ne consegue: tagli, adattamenti e quant'altro). L'esperimento è andato bene. E i libri da due sono diventati sei.


Com'è nata la tua passione per gli anime? Ce n'è qualcuno che ti ha segnato particolarmente?

Qui è necessaria una premessa. Io sono del 1965. Di conseguenza ho 53 anni. Ho sempre amato i cartoni animati. Guardavo quelli trasmessi dalla Rai, quando la Rai aveva soltanto due canali (quindi andiamo indietro e mica poco). 

Gli anime mi hanno colpito fin dal loro primo apparire sugli schermi televisivi nostrani, perché completamente diversi da quelli – cecoslovacchi, ungheresi, americani, francesi, ecc. – cui ero abituato fino a quel momento. Hanno letteralmente ammaliato la mia fantasia, che non ha più potuto farne a meno. 

Diciamo che in generale qualche cambiamento su di me lo hanno operato, così come i libri che ho letto in tutti questi anni.


Quali sono i tuoi anime preferiti in assoluto e cosa ti sentiresti di consigliare al momento?


Ah, gli anime che preferisco in assoluto sono quelli robotici (con Goldrake – Grendizer per i puristi – in testa), quelli fantascientifici (Capitan Harlock su tutti) e quelli guerrieri (Polymar, Kyashan, i Cavalieri dello Zodiaco…). 

Però ho guardato veramente di tutto. Anche serie francamente imbarazzanti, come quella dedicata a Ippotommaso… 

I cartoni animati odierni mi piacciono meno: li trovo molto cerebrali e contorti. E poi durano un'eternità. Io consiglierei, soprattutto ai ragazzi, gli anime che andavano per la maggiore quando ero ragazzo (li stanno anche ripubblicando tutti in DVD). 

Disegni e animazioni non erano impeccabili, ma le storie ti prendevano tantissimo. Per lo meno, prendevano me.


Potresti dire qualche parola su ognuno dei volumetti che hai pubblicato?


Troppe sarebbero le cose da dire, ma proverò a essere acrilico.

 Quello cui tengo di più è Da Goldrake a Supercar Gattiger
 Ed è anche quello che mi ha fatto soffrire maggiormente. Perché il capitolo da cui è tratto conta più di sessanta cartelle in Word. Quindi sono stato costretto a operare molte dolorosissime esclusioni. Però ho salvato almeno due robottoni (i più importanti e conosciuti) per ciascuna categoria. 

 Da Kenshiro a Sasuke ha comportato esclusioni meno dolorose, ma anche lui mi ha fatto sanguinare un po' il cuore. 

 Da Mimì Ayuhara a Oliver Hutton è circoscritto agli sport di gruppo, perché mi ha permesso di sviluppare il concetto di squadra, fondamentale nelle serie robotiche e non solo. 

 Da Lamù a Kiss me Licia è il più breve, credo. Perché in effetti le serie sentimentali sono quelle che ho seguito meno in assoluto. 

Da Heidi e Lady Oscar riguarda gli shojo, cioè gli anime che hanno per protagonisti delle fanciulle. Dall'Incantevole Creamy a Pollon è incentrato su una particolare categoria di shojo: i majokko. In sostanza, si parla delle maghette (o streghette).

Vi ho incluso Pollon, anche se è un'aspirante dea, perché dall'episodio numero 23 la Dea delle Dee dona alla protagonista il Miracolo Bonbon, un fermaglio a forma di farfalla che le conferisce poteri magici. Li amo tutti, comunque. Perché li ho fatti io. E contengono una parte di me.

Hai in progetto di scriverne altri?

Per adesso, no. Più avanti, chissà.


Nei tuoi libri parli anche dell'aspetto sociale raccontato in alcuni manga, come i rapporti di coppia che, come ben sappiamo, sono lontani dalle regole occidentali e un po' frustranti ai nostri occhi, quando proprio non assurdi. 

Pensi che gli anime abbiano influito anche dal punto di vista sociale sui rapporti delle persone che sono cresciute guardandoli assiduamente?


 Guarda, io non sono un sociologo e non mi intendo di dinamiche sociali. 

 Però posso dirti cosa ho notato. Fino all'avvento degli anime, noi non sapevamo praticamente nulla del Giappone.
 Ci hanno permesso di accostarci a una cultura profondamente diversa dalla nostra.

 A me sembra, comunque, che abbiano esercitato una certa influenza sul cinema e sull'animazione occidentali, i quali ne hanno mutuato tecniche registiche (inquadrature, effetti speciali…) e narrative (sottotrame, colpi di scena…). E poi parliamoci chiaro: senza le streghette nipponiche, la saga italiana delle Winx non sarebbe mai nata…


Gli anime giapponesi restituiscono protagoniste femminili di tutto rispetto, Lady Oscar su tutte, impavide, indipendenti, piene d'inventiva.
 Per contro, la società giapponese rimane molto conservatrice per quel che riguarda i ruoli di genere. 
Come spieghi questa dicotomia?

È vero: le eroine degli anime sono ben diverse dalle donne giapponesi, che ci sono state dipinte come remissive e sottomesse (anche se economia e casa le mandano avanti loro). Io posso solo formulare due ipotesi. 

 La prima è che molti shojo sono ambientati in Occidente. Quindi ha abbastanza senso che le loro protagoniste abbiano caratteristiche occidentali. La seconda è che forse, gli shojo, essendo ideati da donne, potrebbero anche esprimere l'aspirazione delle donne giapponesi a una maggiore indipendenza e intraprendenza. Ma le mie, ripeto, sono solo ipotesi. E come tali, confutabilissime.

Grazie mille a Enrico!!


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