lunedì 24 aprile 2017

"Cry me a river" di Alice Socal e l'effetto "Ero contentissimo" di Tiziano Ferro. Perché le persone, pur amandosi, alcune volte si lasciano? E perché questa graphic non riesce a spiegarcelo?

 Non saprei esattamente dire per quale motivo, ma ultimamente mi è abbastanza chiaro che se voglio far durare la mia relazione a lungo e con gioia non devo assolutamente compiere un passo fondamentale: comprare casa.

 Ormai la quantità di coppie (etero e lgbt) che conosco e che si sono lasciate pochissimo tempo dopo aver compiuto l'insano gesto è talmente elevata che meriterebbe un qualche studio da parte di sociologi illuminati.

 Riscontro meno incidenza tra coloro che si sposano, ma devo dire che conosco anche poca gente che si è decisa per i fiori d'arancio, quindi temo che nella mia empirica statistica personale c'entri anche questo dato.

 Generalmente queste deliziose coppie che avresti detto insieme per sempre e per sempre ancora, si lasciano letteralmente dall'oggi al domani. 
 Il carnefice di solito è sempre uno dei due (nel senso che è il famoso caso della scelta condivisa) e le storie a cui si pone fine sono davvero lunghe come matrimoni: dieci, dodici anni. Gente che stava insieme dall'inizio dell'università o quasi che, diciamo al momento fatidico, molla il colpo.

 Uno si dice, (oltre al fatto che ogni coppia è felice o infelice a modo suo e sa perché e per come si lascia), succede perché la casa per i giovini italici è davvero l'impegno della vita. Determina dove finiranno i tuoi soldi per trent'anni, dove ti stabilirai foreva e con in qualche luogo e con chi spenderai per sempre le tue energie, il tuo amore, le tue amicizie e quanto lontano dalla tua vita precedente ti adagerai senza possibilità alcuna di ritorno.
 Direi che mette un'ansia non da poco.

 Quello che mesi e anche anni dopo osservo di tanto in tanto in queste ex coppie è però il temibile effetto "Ero contentissimo" di Tiziano Ferro.

 Molti ricorderanno la canzone per l'audace allitterazione di Tiziano che canta "Ed eri contentissima quando guardando Amsterdam non ti importava della pioggia che cadeva".

 La canzone, che mi pare giusto citare, visto che è paragonabile alla statura morale di quella che dà il titolo alla graphic novel della recensione, racconta la storia di questo tizio che parla alla sua ex e gli ricorda i bellissimi giorni passati insieme, contentissimi, sotto la pioggia e la neve, ricordi di ricordi, viaggi in Olanda e altre cose.

 Oltre a rimembrare i begli inverni passati, la pungola dicendole: ma sei proprio sicura che ora stai meglio? Non è che trovi solo scuse per stare meglio e convincerti di aver fatto la scelta giusta?

 Ora, al netto del livore e delle speranze che sono lunghe a sopirsi di chi viene abbandonato, in effetti, Tiziano potrebbe aver toccato un nervo scoperto: le coppie che si lasciano pur amandosi ancora, a causa di motivi imprecisati e non sempre convincenti.

 Un temibile controsenso di cui, immagino, solo chi si trova, può dare risposte razionali: perché si pone fine a relazioni in cui l'amore non è finito? Quindi davvero la storia che l'amore certe volte non basta è vera?

 In "Cry me a river" di Alice Socal (che ebbene sì prende il titolo da "Cry me a river" di Justin Timberlake), una coppia di fidanzati che vive in un imprecisato paese straniero (o almeno io non sono riuscita a capire che posto fosse) si trova a fronteggiare un caso di "Ero contentissimo".

I due vivono assieme una quotidianità abbastanza comune a quella di tante coppie, finché, a un certo punto, senza litigi particolari, intrusioni di terze persone o altro, decidono di lasciarsi, ma di continuare, per ragioni anche di necessità contingente, a vivere sotto lo stesso tetto.

 E' l'inizio di un periodo molto confuso. Una sorta di limbo fatto di lacrime, dolore, reciproco affetto, rassicurazione e, ebbene sì, allucinazioni.

 Cioè che il lettore non riesce bene ad afferrare è il perché i due si siano lasciati, visto che, dalla quantità di lacrime versate, sembra che si amino ancora.
 All'inizio pensi sia uno di quei casi in cui i due si stanno sottoponendo a questa tortura perché, nel fondo del loro cuore, sanno che è in fondo la cosa migliore da fare: si piange tanto adesso, per piangere meno dopo.

 Succedeva ad esempio in "Effetto Casimir" della Nuke, una graphic edita da Rizzoli un paio di anni fa: lui lascia lei perché il rapporto si è logorato e vuole di più, il problema è che non riesce bene a focalizzare questo di più se non come una sorta di insoddisfazione che deriva dalla sua totale mancanza di coraggio/maturità a cui però non riesce a opporsi.

  In quel caso, dopo alcune disavventure, lui tornava da lei di corsa alla ricerca di un porto sicuro e di qualcuno che sostanzialmente gli facesse da madre e avesse coraggio e maturità al suo posto.

In questo caso, entrambi mancano di coraggio, ma non verrebbe mai da dire che sono immaturi.

  Si sono lasciati perché "le cose non funzionavano", ma da quel che vediamo noi funzionava tutto abbastanza bene, abbastanza normalmente, abbastanza quotidianamente.

 Per quale motivo quindi i due si sottopongono a questa tortura del pianto a fiumi? Di notti passate a vedere enormi gamberi saggi o vermi parlanti che escono dalla scatola dei cereali per redarguirli?

 E' la metafora del si muore un po' per poter vivere? E' un arrivederci amore ciao le nubi sono già più in là psichedelico? 

 Ecco, non si sa.
 Il problema di questa graphic è che parla di tanto, raccontandoci troppo poco dei due protagonisti: sono due chiunque e va bene, ma questi due chiunque di cosa hanno paura? Perché hanno lasciato finire una relazione in cui credevano (come dice uno dei due)? Era l'amore che non bastava? Era la quotidianità? Erano le recriminazioni di Tiziano Ferro? 

 Ed è proprio questa eccessiva mancanza di informazioni che rende poco chiara la fine: i due amanti tornano insieme con reciproco sollievo e fine delle lacrime? Sono invece finalmente arrivati allo stadio di semplici amici tanto da dividere lo stesso letto senza desiderio e col sorriso sulle labbra?

Non si tratta di una di quelle ambiguità felici, ma di quelle che lasciano uno strano retrogusto: quello che ti fa domandare (e parecchio, vista la quantità di punti interrogativi usata nella recensione) cosa hai appena letto e quanto, francamente ne ricorderai, tra uno o due mesi.

domenica 23 aprile 2017

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Non sono razzista ma...".

 Lo so, sembra che stia lasciando il blog allo stato brado, ma giuro che sto lavorando dietro le quinte per cose future che spero prima o poi si realizzino (la speranza è sempre l'ultima a morire).

 Peraltro ho appena scoperto, dopo due anni che stanno insieme, che il fidanzato della sorella YA come lavoro rifà siti internet, quindi ho visto la luce e il sopito progetto (sopito per mancanza fondi) di restaurare il blog e renderlo più cooool e decente, sta rivedendo la luce. Chissà un giorno chissà.
 Vabbeh, in questa domenica bando alle ciance ed ecco finalmente una nuova vignetta!
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Non sono razzista ma..."


mercoledì 19 aprile 2017

I sogni hanno un prezzo. Vale la pena pagarlo? Il confine tra sfruttamento, sogno e insensata ostinazione esiste? E come capiamo di averlo raggiunto? Una recensione di "Piccoli furti" di Michael Cho.

 In questi giorni ho avuto un'interessante conversazione con l'admin di un altro blog (qualcuna ne conosco anche io).

Si discuteva di un male che affligge la nostra generazione: fino a che punto è lecito spingersi per raggiungere i propri sogni?

 Niente paura non eravamo manco arrivate al mercimonio del corpo o simili, il punto era ancora più teorico: se dopo un tot di anni in cui si tenta e ritenta e ritenta di raggiungere a ogni costo un obiettivo non si riesce, è lecito tentare?

 Non partivamo da una questione astratta, ma da una notizia specifica che non citerò esattamente perché non è il fulcro della questione e poi rischiamo di perderci in millanta giri poco pertinenti.

 Alcuni lavoratori/volontari/nonsocomesidefiniscequestaposizionelavorativa lavorano per anni con un misero rimborso spese quasi full time. Visto che dopo nulla si smuove e cominciano a protestare, ma in realtà c'è da tener conto che essendo un posto nella pubblica amministrazione, anche nel caso prima o poi si aprisse una posizione, ci sarebbe sempre un concorso pubblico a cui potrebbe (giustamente) partecipare chiunque. E quindi tutto diventa un attimo vano.

 Sapendo ciò, ha senso continuare a lavorare per poche lire per inseguire un sogno? 
 Ma soprattutto è il giusto modo per farlo? Non ci staremo autosabotando a forza di eccesso di disponibilità? Perché per il sogno ogni sacrificio, materiale e/o morale è lecito?

 La nostra generazione, o buona parte, ha potuto, grazie a genitori che riuscivano a mantenerla,  inseguire lungamente determinati obiettivi che magari tardavano ad arrivare.

 E, badate bene, non sto dicendo che sia sbagliato, soprattutto quando i famosi obiettivi corrispondono a posizione lavorative che sono appannaggio di una sorta di élite che ne detiene un'ottima parte per diritto di ereditarietà (quindi non è per mancanza di talento che non si riescono ad afferrare).

 Si vede bene in "Tutta la vita davanti" di Virzì, quando la laureata in filosofia senza santi in paradiso cerca inutilmente un lavoro proprio nell'editoria.
 Non solo riceve molte porte in faccia, ma deve anche ascoltare l'amica non laureata, interpretata da Caterina Guzzanti, che le fa una di quelle tirate senza senso di chi tanto ha madre e padre che l'hanno sistemata nella casa editrice di amici.

 Certo, poi c'è anche chi ce la fa senza padrini e madrine e sono molti e devono lavorare il triplo (anche lei nel finale ce la fa più o meno), ma c'è anche chi daje e daje non riesce comunque ad arrivare al traguardo.

 Succederebbe anche se tutti fossimo pari ai blocchi di partenza per semplici questioni numeriche, ingoiare il rospo quando sai che non è proprio giusto è la parte peggiore della faccenda, ma non è che semplicemente potrebbe aver senso mollare il colpo? Riconoscere, come cantava Caterina Caselli che "Si muore un po' per poter vivere"?

 Cos'è questo preambolo? Un inno al "piegate la schiena e adattatevi"?

 No, è più che altro un invito a leggere "Piccoli furti" Michael Cho ed. Rizzoli Lizard che spiega molto meglio di me il senso di empasse in cui ci si trova a cicliche ondate nella propria esistenza e a cosa si arriva quando ci si rifiuta di affrontarle.

  (che io, forse traviata da Boris ho letto Corinna tutto il tempo, ma non è importante) è una trentenne americana che ha studiato lettere e voleva scrivere "il grande romanzo americano", un'ambizione tanto comune nei film e nei telefilm, quanto, diciamo la verità, anche nella vita reale (ho avuto la fissa persino io).
Corrina

 Siccome le tasse scolastiche americane non sono come quelle italiane e ha un debito piuttosto consistente da ripianare al riguardo, decide di trovarsi un altro lavoro temporaneo, pagare e poi chiudersi in casa a scrivere.

 E' quello che pensano in molti. Lo confesso, è quello che pensavo anche io: ma sì, intanto lavoro in libreria (che sottolineo era per me già un lavoro papabilissimo, ma a 25 anni, quando ho iniziato, avevo anche altre aspettative, sensate o meno che fossero) e intanto mi guardo intorno.

 La stragrande maggioranza di quelli che riescono ad afferrare un buon contratto poi rimangono lì. 

 Per ottime ragioni intendiamoci: fuori il mondo del lavoro è pessimo, arrivi a 30 anni in un secondo e la parola "sogno" assume altri significati che non rimandano più solo ad avventura e cose meravigliose, ma anche a povertà, ansia, precariato, impossibilità di costruirsi un'esistenza e altre simpatiche amenità. Il terrore del futuro inizia a uccidere l'avventura (o magari, ti dici, sono le prime avvisaglie del buonsenso).

 Se poi il lavoro somiglia in qualche modo a quello che volevi davvero fare è ancora meglio, no? Hai quasi il sogno e un lavoro, chi sta meglio di te?

 Corrina è in questa situazione. Subito dopo la laurea ha trovato lavoro come copy in un'agenzia pubblicitaria in cui le insegnano che loro sono "i sognatori del capitalismo", che inventare nuovi assurdi oggetti di consumo, come il profumo "per bambine" è giusto e necessario e, dulcis in fundo, la sera l'azienda ti fa trovare pure l'open bar.

 Tra il capo che fa discorsi alla Steve Jobs e come Steve Jobs si veste e seraficamente si comporta, privo di un vero ordine morale che non sia il raggiungimento del successo e del denaro fine a sè stesso, preda di una pesante solitudine e del rimpianto per i suoi sogni di scrittura ormai sepolti, Corrina vaga molto silenziosa per una New York che da brava grande città ti fa sentire come un naufrago su un'isola deserta.

 La sua valvola di sfogo, perché anche lei è umana e in realtà deve scaricare in qualche modo la pressione che comporta un mondo che non le appartiene, è appunto commettere piccoli furti in un anonimo negozietto, sempre lo stesso.

Non fa del male a nessuno pensa, il commesso al banco viene pagato lo stesso, l'azienda è sicuramente assicurata e lei subito dopo si sente meglio.

 Per quanto? E perché?

 La storia rischia di prendere una piega da filmaccio americano, ma si salva, pur finendo troppo bene per giudicarla un buon ritratto generazionale.

 Le cose non finiscono così bene, non sempre e soprattutto non subito.

 Perché in realtà il vero problema penso sia attaccarsi disperatamente all'idea che le cose debbano prendere subito una piega giusta, altrimenti abbiamo perso.

 Ha senso continuare a lavorare dieci anni sottopagati (NB sto parlando del farlo per non rinunciare a un sogno, non del farlo perché costretti dagli eventi avversi) o peggio ancora infilarsi in un tunnel di stage gratuiti (sempre stata dell'idea che per non essere pagata a quel punto sto a casa, a meno che dopo 6 mesi non mi assumi con la certezza del 3000 per 1000) perché quello è il lavoro che vogliamo disperatamente fare?

 Ha senso non riuscire a pensare che potrebbe ripresentarsi in futuro, in altre forme, in altri posti? O che non esista proprio nient'altro che possiamo considerare al suo posto?

 Non sto dicendo che lo abbia, sto dicendo solo di non fare come Corrina: pensare che sia normale compiere piccoli furti, ignorare certi segnali che ci stanno avvisando che il sogno non solo è cambiato, ma ci ha cambiato, e magari non in meglio.

 I sogni hanno spesso un prezzo e la domanda è sempre la stessa da sempre: vale la pena pagarlo?

Incontro del 20 alle 21 a Fuori Tempo di Libri! Si trinca con me, Manuela Mellini e Zampextra!

Eccomi, ritorno tra i vivi dopo i bagordi (e il lavoro) pasquale!

 Stasera vi sarà una bella recensione, intanto vi lascio la locandina dell'incontro che farò a Fuori Tempo di libri domani assieme a Manuela Mellini.

 Purtroppo riuscirò a fare l'evento, ma causa orari lavorativi (e viaggio) non ad andare alla fiera che dopo aver fatto la campagna pubblicitaria più silenziosa della storia sembra in realtà essere interessante e piena d'incontri. Vabbeh, sarà per l'anno prossimo!

 Eccovi la locandina dell'incontro del 20 alle 21 in Piazza San Marco (Milano, zona Brera). 
Si trinca.
Ps. Ovviamente la locandina non l'ho fatta io, visto che con paint non si possono ottenere questi effetti.


sabato 15 aprile 2017

"Fatti e usanze meravigliose del popolo dei magazzinieri". Un fumetto su questo mysterioso popolo, così simile ai nani di Tolkien: chiusi nelle viscere della terra, diffidenti verso gli elfi e grandi mangiatori di leccornie.

Finalmente sono riuscita a finire il fumetto sul meraviglioso popolo dei magazzinieri!
 Apparsi brevemente nel fumetto sul magazzino magico, hanno suscitato grande curiosità nell'immaginario popolare e infine sono approdati di diritto a un fumetto a loro dedicato.
 Spero che possa rispondere alle vostre domande su di loro! 
 E Buona Pasqua!
 "Fatti e usanze meravigliose del popolo dei magazzinieri" todo per voi!








mercoledì 12 aprile 2017

Fegatelli! La nuova rubrica sui libri che mi aiutano a tenere il livello di lettura costante mentre cerco very imperdibili tomi: geishe, montagne e molto fair play.

 La settimana scorsa, nonostante abbia passato quasi tutto il mio tempo laziale in quel di Roma, sono riuscita comunque a farmi passare, come ogni volta, la nuova fissazione televisiva dalle mie sorelle.

 L'ultima volta ero risalita con la risata malvagia di RuPaul (nel frattempo ho visto due stagioni e mezza, la dolce metà ha fatto una full immersion ed è arrivata a ben cinque), stavolta con "Boris"7.

 L'avevo visto tutto anni fa, ho persino il film e la seconda stagione, ma, malgrado la magnificenza intrinseca, erano anni che non facevo una ripassata.

 Ora, cosa c'entra tutto questo con noi e con queste recensioni che finalmente rendono di nuovo questo blog un bookblog?

 Con la fascinazione che mi ha lasciato la parola "fegatelli" pronunciata da René durante la puntata sulla pubblicità occulta di una merendina.

 Sostanzialmente sono i riempitivi che raccordano più scene principali e l'ho trovato particolarmente adatto per quelle recensioni piccoline di libri che in realtà leggo tra un libro che mi piace molterrimo e un altro. I fegatelli riempiono quel necessario vuoto che serve ad aiutare il lettore forte a mantenere il suo grado di lettura standard giornaliero anche in assenza di volumi particolarmente interessanti.

 Tutti i fegatelli sono perciò libri gnègnè?

 Non è detto. 
 Magari sono bei libri, ma, semplicemente non sono adatti a me che ho gusti particolari e diciamo forse non sempre condivisibili dalle masse (per dire, non amo particolarmente gli autori americani contemporanei che potrebbe essere un piccolo problema).

In ogni caso non temete, quando il fegatello è proprio andato a male non mi farò scrupolo di dirlo.

 Ah, la differenza (ideale) con le piccole recensioni tra amici sta nel fatto che, almeno teoricamente, le piccole recensioni dovrebbero essere più particolareggiate.

Vediamo se alla fine diventa tutto un piccolo fegatello tra amici o riesco a tenerli separati, non garantisco.

 Finito lo spiegone, let's go!


LA FINE DELL'ESTATE di Harumi Setouchi ed. Neri Pozza:

Molti anni fa, ricordo persino chiaramente il giorno, era il 2 Giugno che da poco era tornato festa nazionale della repubblica, (potrei dire con bastante precisione che fosse il 2001), passai l'intera giornata a leggere un bellissimo libro di Harumi Setouchi: "La virtù femminile".

 A dispetto del titolo, purtroppo fuorviante, erano le sue romanzate memorie di geisha poi divenuta monaca buddista (aver letto questo libro tratto da un'esperienza in prima persona mi ha peraltro sempre dissuaso dal leggere "Memorie di una geisha" che a quel punto ai miei occhi è diventato un surrogato di cui potevo fare a meno).

 Ne ho il ricordo vivido di una lettura coinvolgente, una di quelle che appunto, anche se è l'inizio dell'estate, la scuola sta finendo ed è festa, riesci solo a stare a casa perché vuoi assolutamente finire un libro (altro ricordo vivido è l'aver visto quel giorno, non meno di 30 volte, il video di Imitation of life dei Rem che Mtv mandava inspiegabilmente a ripetizione).

 Anche per questo ricordo, come avete potuto capire molto forte, mi aspettavo molto da "La fine dell'estate" altro romanzo della Setouchi, incidentalmente trovato in biblioteca.

 Invece, che delusione.

 Si tratta sempre di un frangente autobiografico, ma assolutamente privo delle violente emozioni e dei dissidi che laceravano il primo.


Certo, bisogna dire che l'autrice sin dal titolo mi aveva avvertito: se è la fine dell'estate non puoi che attenderti il letargo delle passioni (l'autunno è la mia stagione preferita, ma non sembra esserlo per i creatori di proverbi e metafore che lo dipingono come l'ineluttabile preludio della fine) e infatti è proprio così, con l'aggravante che c'è anche il letargo della scrittura.

 La trama. Tomoko, affermata creatrice di stoffe, convive con un uomo sposato che passa parte del suo tempo con lei e parte con la legittima famiglia, formata da moglie e figlia adolescente.

 Il triangolo regge perché in fondo a Tomoko, donna indipendente economicamente, ma non emotivamente, reduce da un traumatico divorzio dopo il quale le è stato impedito di vedere la figlia, va bene.
 Poi un giorno torna la causa del divorzio di Tomoko: Ryota. Un tempo allievo giovane e spregiudicato del suo ex marito, si palesa come un debosciato a cui però Tomoko, ormai annoiata da otto anni di clandestina, ma ormai noiosa relazione, non sa resistere.

 Avrebbe dovuto essere credo, il ritratto del fatidico momento in cui ci si rende conto che le passioni di gioventù, rivissute venti anni dopo, non sono che una pallidissima imitazione di ciò che fummo in grado di vivere.

 Anzi, forse, ci dimostrano una cosa ancor peggiore: se non abbiamo la forza di evolverci, a quarant'anni rischiamo di essere una pallida e patetica imitazione di ciò che fummo a venti.

 Argomento forte, resa davvero deludente. Consiglio moltissimo "La virtù femminile", questo è molto evitabile.



FAIR PLAY di Tove Jansson ed. Iperborea:

Molti miei colleghi (colleghe principalmente) vanno pazzi per i libri dell'iperborea che un catalogo raffinato e originale.

 In verità io riesco ad appassionarmi meno (e colpevolmente) agli scrittori del nord Europa, ma per qualche misterioso motivo, ho l'impressione che tra qualche anno, quando avrò una vita meno tumultuosa, li troverò molto più adatti ai miei umori.

 In realtà il misterioso motivo potrebbe ravvisarvi benissimo in un libro come Fair Play che racconta, in una manciata di frangenti di vita quotidiana, la storia d'amore, ormai giunta alla fase della terza età, tra due artiste: Mari e Jonna (che mi sono accorta non si chiamasse Joanna solo molto oltre la metà del libro).

 Le due vivono assieme in una casetta su un'isoletta della Finlandia (mi pare di capire non lontana da Helsinki visto che lì hanno i loro studi), un posto selvaggio e pieno di quello sferzante e gelido vento marino che buoni scrittori nordici sanno restituire assai bene sulla carta stampata.

 Qui ricevono visite inaspettate (la vecchia ex scout ossessionata dal ricordo della madre di Mari, una delle fondatrici delle girl scout in Finlandia), ospitano allieve più giovani di cui sono poi neanche troppo velatamente gelose, ricordano momenti della loro lontana infanzia.

 C'è anche un piccolo frangente oltreoceano, in un vecchio albergo del sud degli Stati Uniti, dove esiste un altro piccolo mondo, dove altri piccoli esseri umani hanno scavato il loro posto esatto, la loro vita perfettamente rodata e rassicurante.

 Non succede molto in Fair Play, anzi, tecnicamente non succede proprio niente, ma è straordinaria la voglia di vivere delle due protagoniste che a settant'anni sono ben lungi dall'adagiarsi sul fine vita, ma continuano a sognare, viaggiare e amarsi appassionatamente.

 Ogni età della vita ha le sue velocità, l'importante, sembra dire Tove Jansson (che a sua volta aveva una compagna artista con cui visse fino all'ultimo) è ricordarsi di non rimanere immobili prima della fine. Il mondo può essere terribile, ma rimane, anche un grande e straordinario posto e decidere di rimanere fermi perché il traguardo finale è ormai vicino, non ha molto senso.
E' sempre meglio correre a perdifiato fino in fondo.


IL SILENZIO COPRI' LE TRACCE di Matteo Caccia ed. Baldini e Castoldi:

Per la prima volta in vita mia sono stata invitata a sorbire un brunch in una casa editrice. Immaginavo un evento gianfilipposo, ma quando mi si offre del cibo raramente so rifiutarmi. 
 Devo dire che, malgrado la bontà delle torte salate, non c'è stato molto di gianfilipposo e l'autore, Matteo Caccia, si è sottoposto a quasi due ore di incessante perorazione della sua causa.
 Insomma, ci ero andata non proprio convinta, ma la sua abnegazione mi ha convinto a dargli una possibilità.

 Intendiamoci, non è che pensassi male a priori del libro, semplicemente parla di un argomento che in genere mi interessa poco: la montagna e tutto ciò che le concerne.

 Rudi uomini di montagna che parlano poco e conoscono il senso della vita, l'aspra natura che insegna l'esistenza e quella ruvida reticenza che vorrebbe mettere in risalto l'essenzialità dei rapporti umani, ma rischia di urtare seriamente chi la scambia per maleducazione.

 Alla fine l'ho letto e devo dire che ci sono tanti temi in questo libro, forse troppi.

 La storia è scritta bene, piacerà di certo agli appassionati di montagna e a chi ama la scrittura minimalista fatta da frasi brevi, impressioni decise e taglienti e, appunto, una certa essenzialità.

 Il protagonista, Zambo, un (sembra) giovane uomo molto taciturno, vaga per le montagne dell'appennino ligure-toscano tra incontri, la ricerca di un amore, lupi che ripopolano le valli tra il terrore degli autoctoni (non solo gli esseri umani possono essere percepiti come una minaccia esterna, ma anche gli animali che pur non hanno mai attaccato l'uomo) e molti ricordi.

Il problema, credo, sono proprio quei ricordi che danno l'impressione di leggere due trame diverse non completamente fuse tra loro.

 La prima, quella dell'uomo che cerca di intravedere un confine tra la civiltà e la natura, che lotta con sé stesso  per riuscire a intuirne la portata e la forma potendo così infine decidere da che parte stare.

 La seconda è legata ai numerosi ricordi che il protagonista ha del padre, eroe della resistenza, modello unico (la madre, staffetta partigiana scoperta e uccisa, mai conosciuta) e al contempo inarrivabile.

 Ecco, è come se i due livelli di racconto avessero due protagonisti diversi, uno impegnato a liberarsi dalla civiltà per fondersi con la natura, l'altro ossessionato dai ricordi paterni al punto da anteporli ai propri.

  Il continuo intersecarsi dei due piani toglie ritmo alla lotta principale: quella di un uomo che cerca di fondersi con le proprie spietate montagne.

 Piacerà ai molti che amano Corona e Cognetti, la montagna e gli amici cani.


lunedì 10 aprile 2017

"L'orribile e disgustosa moda della primavera 2017", un fumetto modaiolo. (E a margine: è uscito un mio racconto su "Toilet"!).

Ed ecco che finalmente torno produttiva!

 Il giro del centro Italia in sette giorni è terminato e sono tornata stanchissima, ma felicissima. 
Ho conosciuto tante persone e sono stata alla mia prima fiera del fumetto da fumettista e non da blogger questuante (se non sei Zerocalcare devo dire che è meno faticoso e molto produttivo).

 Comunque, in settimana spero di riuscire a scrivere un post in stile tema delle elementari e soprattutto di dedicarne uno alla biblioteca di San Matteo degli Armeni di Perugia (sì lo so, l'ho già detto, ma quando leggerete il post capirete perché mi sono fissata).

 Ultima notizia di servizio: è uscito un mio racconto sulla raccolta Toilet. 

 Si può tranquillamente trovare e/o ordinare in libreria ed è un giallo ambientato nel triste e convulso mondo degli affitti universitari.

 Ecco, di seguito potete trovare il fumetto, che non è molto a tema libroso, ma domani avrete ben tre recensioni tre (e poi ne ho in mente una sul premio Strega che riuscirò a fare prima che lo proclamino, giuro).

 Ebbene, ecco a voi il primo fumetto modaiolo del blog: "L'orribile e disgustosa moda della primavera 2017"!









giovedì 6 aprile 2017

Il 7 e 8 Aprile, I dolori della giovane libraia a Romics!! Orari e padiglione.

Il blog ahimè in questi giorni tace causa settimana in giro per il centro Italia per le presentazioni del libro. 

Sappiate che la prossima settimana vi narrerò di quel meraviglioso posto che è la Biblioteca San Matteo degli Armeni di Perugia, un posto così bello da non sembrare vero (sia per il posto, sia per i bibliotecari che ci lavorano che per il modo in cui è strutturata).

 Intanto annuncio anche qui che il 7 e 8 sarò a Romics!!!

 E' la prima fiera della mia vita dall'altra parte della barricata e sono molto curiosa di vedere che differenza c'è! Inoltre non vedo l'ora di lanciarmi nel safari dei fumettisti degli altri stand!
 Nella locandina potete trovare orari e padiglione della casa editrice!
 Passate!
(E da domenica ricomincerò a postare anche recensioni, ho appena finito di leggere "Il giorno dei trifidi" e sono due notti che sogno robe apocalittiche).


domenica 2 aprile 2017

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Acqua e sapone".

Ed ecco la seconda vignetta della settimana!

Oggi è stata una giornata molto perlosa (le domeniche lo sono sempre), ma questa era ormai pronta e domani in treno verso l'Umbria mi impegnerò con le altre.

 Dopo la vignetta potrete ammirare la locandina della presentazione alla libreria Arion di Testaccio il 6 Aprile. 

Inoltre udite udite forse sarò a Romics! Il grande sogno di stalkerare i fumettisti nel loro ambiente naturale forse sta per avverarsi!

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Acqua e sapone".

Et la locandina!


sabato 1 aprile 2017

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "E io pago".

 Lo so, dovevo postare questa vignetta tre giorni fa, ma poi gli eventi mi hanno travolta e non ce l'ho fatta. 
 Mi spiace in realtà, soprattutto, non riuscire a fare le recensioni (ma nei prossimi viaggi mi trasporterò il mio fido pc altrimenti non ne esco).

 Nella vignetta di oggi potete ammirare uno di quei meravigliosi esempi di incomunicabilità tra gli esseri umani.

 Fossi in un insegnante d'italiano lo troverei un interessante esercizio sui plurimi significati delle parole.
 Come riuscire a parlare la stessa lingua senza capirsi.
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "E io pago"!





Ps. Se qualcuno capisce faccia un fischio o un commento
Ps2 Per chi fosse interessato: aggiungerò nuove date!





giovedì 30 marzo 2017

Avviso ai naviganti per tre nuovi incontri! Evento last minute il 31 Marzo a Brescia a Giappone nel chiostro e le due date in Umbria!

Giurandovi che entro stasera riuscirò a produrre una vignetta, debbo tuttavia tediarvi con un nuovo evento che definire last minute è riduttivo: il 31 MARZO sarò alla rassegna Il Giappone nel chiostro a Brescia.

 Farò ben due incontri: il primo alle 16:30 e il secondo alle 18:00. 
 Ci saremo io, i disegnetti, il mio libro e il mio amore per il Giappone condiviso con una generazione di trentenni cresciuti a pane, anime e manga.



 Di seguito potete trovare anche la pregiatissima locandina dei miei due incontri in Umbria: il 3 a Terni, il 4 a Perugia!
Scusate il tedio!


martedì 28 marzo 2017

Presentazione il 30 Marzo, ore 19:00 alla fumetteria WoT - Waste of Time! MILANO!

Tanto per cambiare questi giorni sono in giro!

 Il 30 sarò alla fumetteria WoT - Waste of time, a Milano, ore 19 (Via Adige, 7, zona Porta Romana), mentre preannuncio che il 3 sarò a Terni, il 4 a Perugia e il 6 a Roma (presto locandina al riguardo, se vi perdete e siete interessati, c'è sempre il calendario di Google in basso a destra nel blog!).

 Intanto eccovi la locandina di Wot!


lunedì 27 marzo 2017

Piccole recensioni tra amici! Due novità e un long seller: Murakami e l'arte di scrivere, il falso incantesimo dell'adolescenza di Lucia Biagi e le sugnerie di Jiro Taniguchi.

 In queste ultime settimane ho letto, in modo molto disordinato, un po' ovunque, come potevo.

 Finalmente sono riuscita a buttare già un primo "Piccole recensioni tra amici" in cui potrete trovare ben due novità e una graphic novel (in realtà due) che magari già straconoscete perché molto famosa e ormai vecchiotta (ma visto che molti non leggono graphic, magari sarà utile a qualcuno).
 Comunque, preannuncio, sono tutti e tre dei sì.

 Let's go!

IL MESTIERE DI SCRITTORE di Haruki Murakami ed. Einaudi:

 Trovo sempre affascinanti i libri in cui gli scrittori raccontano come lavorano, cosa li ha spinti a diventare autori, quali difficoltà hanno incontrato e, soprattutto, da cosa nascono le loro opere.

 Non so se si tratta di una deformazione da liceo (quando devi studiare per filo e per segno la vita di un autore e cosa l'ha ispirato nella scrittura di una certa opera o nella creazione addirittura di uno stile), ma è una curiosità che mi fa apprezzare di più lo scrittore e che, da lettrice, mi piace in particolar modo soddisfare.

 E temo sia la stessa ragione per cui quando mi si dice che "La vita di un autore non dovrebbe interessarci perché è indipendente dalla sua opera" mi viene un moto di irritazione.
 Non esiste opera senza autore, un'opera, di valore in particolar modo, non nasce dal niente, ha molte sfaccettature e, se vuoi davvero vederle tutte, è anche lo scrittore che devi guardare in faccia.

 Murakami è sempre stato abbastanza misterioso sulla sua vita (o almeno qui in Italia non è che si sappia granché).

  A spizzichi e bocconi si poteva dedurre che aveva iniziato a scrivere relativamente tardi, che aveva partecipato ai moti studenteschi degli anni '70 e che prima di scrivere aveva un jazz bar (che poi è lo stesso mestiere del protagonista di "A nord del confine ad ovest del sole"). Come curiosità italica potevamo apprezzare che avesse scritto gran parte di Norwegian Wood in un appartamento a Roma, ma per il resto c'era poco da scialare.

 Vedere perciò in libreria "Il mestiere dello scrittore" è stato fantastico.
 Il libro, purtroppo non lunghissimo, è per alcuni versi simile a "On writing" di Stephen King, un altro autore piuttosto misterioso a livello autobiografico.
 Racconta infatti cose interessanti come il metodo di lavoro, di revisione, di scelta dei personaggi dei suoi romanzi, ma anche alcune indispensabili notizie autobiografiche.

 Un capitolo in particolare mi pare sia esattamente identico all'introduzione di "Vento e flipper" e racconta il modo surreale e direi murakamiano in cui Murakami ha deciso di scrivere.

 Al contrario della stragrande maggioranza degli autori che iniziano bambini (o in seguito a una qualche esperienza di vita particolarmente intensa), all'età di 29 anni se ne stava a una partita di baseball. Vide una palla arrivare nella sua direzione e pensò "Scriverò un romanzo" e, ragazzi, lo scrisse sul serio.

Prese molto seriamente la questione, comprò fogli e penne, scrisse una prima versione che non lo convinceva, poi decise di usare uno strano metodo: scriveva in inglese e traduceva.

 Avendo un vocabolario e una capacità di espressione più limitata che in giapponese (per quanto poi divenne il traduttore di Carver, più volte citato nel libro) trovò in tal modo il suo stile: frasi brevi, concise e molto dense.

 In realtà in generale, escludendo la parte tecnica della stesura dei romanzi, simile a molti scrittori, con una regolarità maniacale (anche se al contrario di King che scrive tutti i giorni, Murakami ammette di scrivere solo quando ha una buona idea) e più revisioni, il libro mostra tutta la differenza che può intercorrere tra un autore orientale e uno occidentale.

 Murakami racconta con modestia e molto stupore del suo successo: primo libro scritto nella vita, subito premiato e accolto bene dal pubblico.

  Parla di un bambino, figlio unico, vissuto senza particolari difficoltà almeno fino quando a vent'anni, durante un'università funestata dai moti studenteschi, decise di sposarsi (non si sa perché) e di metter su un jazz bar (questo invece si sa perché: voleva un lavoro che non fosse all'interno del soffocante "sistema"). Non aveva molti soldi, s'indebitò fino al collo e lavorò come un pazzo per dieci anni. Quando infine poteva godersi il locale, iniziò a scrivere e vendette l'attività per dedicarsi completamente alla scrittura.

 La leggerezza e al contempo la freddezza con cui Murakami procede spedito nella sua esistenza sono sconcertanti: non sai se la sua vita sia il frutto di una fervente determinazione o di continue botte di fortuna (lui propende per una fusione delle due).

 Se siete appassionati di Murakami è imperdibile, se siete aspiranti scrittori anche, perché presenta il mestiere dello scrittore in modo diverso da tutte le autobiografie lavorative mai lette: c'è la parte del duro lavoro, ma anche un fortissimo desiderio di rivoluzione e opposizione all'ordine costituito che stupisce.
  Forse in generale la rivoluzione è il messaggio dell'intero libro: procedere per la propria strada, avere qualcosa di preciso da dire, farlo in modo originale, avere il coraggio di rompere gli schemi, ma anche di vivere nello stesso modo.
 E per rivoluzione non si intende spaccare vetrine o drogarsi per raggiungere il Nirvana, ma rifiutarsi, ostinatamente, di cedere alle convenzioni e alle pressioni esterne.
 Siamo gli unici responsabili del nostro destino, che è ben più che esserne artefici.


GOURMET di Jiro Taniguchi e Masayuki Qusumi ed. Planet Manga:

 Le graphic novel sul cibo che funzionano non è che siano molte e in generale il tema del cibo sulla carta stampata non è che renda tantissimo. E' il motivo per cui non riesco a trovare appassionanti i libri di Bourdain o i saggi di cucina in generale.

 Leggere di una cosa che in realtà potresti e dovresti apprezzare solo mangiandola, non solo non è il massimo, ma è proprio frustrante e francamente spessissimo poco efficace a livello visivo.

 I due volumi di Gourmet, scritti da Masayuki Qusumi e disegnati da Jiro Taniguchi, sono una felicissima eccezione che consiglio a tutti, soprattutto a due categorie opposte: gli amanti folli del cibo giapponese e gli odiatori folli del cibo giapponese.

 Ai primi perché è il paradiso, ai secondi perché così potrebbero finalmente comprendere qual è il motivo di tanto fascino del nipponico cibo (oltre ovviamente all'imprinting dei cartoni animati).

 I libri sono composti da capitoletti indipendenti e raccontano le avventure gastronomiche di un avvenente imprenditore di import/export giapponese con la passione per il buon cibo.

 Nei suoi numerosi spostamenti per lavoro sul territorio nazionale (raramente anche all'estero), invece di andare sul sicuro in qualche catena o ristorante rinomato, decide di avventurarsi in sobborghi, trattorie gestite da ex studenti, baracchini di takoyaki, nostalgiche osterie di paese dove ritrovare i sapori della propria infanzia. Sceglie cibo a portar via in stazione con attenzione, frequenta supermercati notturni, si imbarazza ad entrare in pasticcerie perché non sarebbe abbastanza virile (questa fissazione nipponica me l'ero persa) ed è un buongustaio senza tema.


 Grazie a lui si scoprono gli infiniti e incredibili piatti della cucina nipponica, per noi occidentali praticamente pietanze aliene composte da molluschi e pesci mai sentiti, combinazioni assurde, preparazioni complicatissime (si capisce finalmente perché in tutti i manga siano ossessionati dal fatto di trovare una moglie che cucini bene: una casalinga giapponese dà una pista a Cracco).

 La fame devo dire sale a tratti (molte cose non si capisce neanche bene cosa siano, io ancora mi interrogo sulla funzione dei fogli di caseina cruda), ma la vera eccezionalità del libro è l'essere riusciti a trasformarlo in una sorta di breviario di avventure meravigliose.

 Il protagonista è un eroe il cui unico merito è quello di non aver paura di assaggiare cose nuove. Spesso viene premiato, qualche volta vive cocenti delusioni, ardisce composizioni, osserva gli altri avventori, ricorda in stile madeleine proustiana. Leggi decine di pagine in cui si ingozza di cibo a te ignoto eppure non puoi non rimanerne affascinato: gli piacerà? Sarà buona la trattoria? Chiederà il bis?
 Un piccolo capolavoro, stra-stra-consigliato. Sia il primo che il secondo volume!



MISDIRECTION di Lucia Biagi, Eris edizioni:

 Attendevo da quando l'avevo intravistoa nelle nuove uscite, questa graphic novel di Lucia Biagi.
 L'estate si addice agli adolescenti e così ,anche in questo caso, c'è un'estate passata in montagna dai nonni, una ragazzina di tredici anni che è all'inizio del periglioso cammino dell'adolescenza, una migliore amica che vuole subito diventare grande e sembra affascinante e pericolosa al tempo stesso.

 La storia procede con un espediente narrativo interessante che tiene in tensione tutto il tempo: una mattina, Federica si sveglia e al solito inizia a chattare coi suoi amici. Tutto regolare, se non fosse che la sua migliore amica, Noemi non le risponde. 

 Dormirà, si dice, ma le ore passano e di Noemi nessuna traccia. I genitori non sanno dove sia e non sembra importargliene molto e tutte le persone che Federica incontra sembrano fondamentalmente disinteressate a dove e perché possa trovarsi la ragazza.

 Ovviamente il patema cresce non solo in Federica, ma anche in noi, che, andando per flashback intuiamo che tipo di persona sia la famosa Noemi: la classica amica dell'adolescenza, magari un pochino più grande, che ogni adolescente un po' rincoglionito o ancora ancorato all'infanzia ha. Creature affascinanti che già si comportano come gli adulti, a cui da una parte vorremmo somigliare, ma da un'altra temiamo.
 Generalmente sono quelle splendenti creature che vivono solo qualche luminosissima estate da giovani, prima di infrangersi contro le mura della vita a cui, nonostante le apparenze non erano davvero preparate.

  Una quattordicenne rimane tale anche se si atteggia a diciottenne (quanto mi urtano quelli che "A quindici anni è già una donna", come se la maturità dipendesse dalla crescita delle tette) ed è un piccolo inquietante particolare che dimenticano tutti, gli adulti che se ne approfittano, i ragazzi che le attribuiscono capacità e poteri che esistono solo in apparenza, gli amici abbagliati e le quattordicenni (o i quattordicenni, capita anche ai maschi) che si illudono di aver capito tutto della vita.
 Quando l'incanto finisce, rimane ben poco.

 Ed è di questo incantesimo che si spezza che parla Misdirection: la fine dell'illusione, la realtà che irrompe crudele e rende più adulti. 

 Anche perché, va bene tutto, ma non credo che qualcuno ricordi l'adolescenza come un'ininterrotta sequela di meraviglie, anzi, c'è a quell'età una grande dose di tristezza e di delusione, di perdita della fiducia e di distruzione di sicurezza e convinzioni. Diventiamo quello a cui sopravviviamo da quindicenni.
 Consigliato.

giovedì 23 marzo 2017

E se il nostro tempo non ci rispecchiasse più? L'epoca del sospetto e la volontà di sopravvivere ad essa: recensione de "L'invasione degli ultracorpi".

 Negli ultimi anni mi sta avvenendo una cosa curiosa di cui non mi vanto affatto: mi sento un po' sfasata rispetto allo spirito del tempo.

 Dello zeitgeist e delle sue fauste conseguenze se uno lo prende in pieno surfandolo alla grandissima, avevo parlato nel post dedicato a Philip Dick che durante gli anni '70, tra lsd e controcultura, aveva passato i migliori anni della sua vita, sguazzando come un pesce nel suo oceano preferito.
 In qualche modo ho sempre avuto una buona capacità di adattamento e continuo ad avercela (prova provata è il fatto che io tenga un blog nonostante non provi questa spassionata simpatia per un internet privo di regole in cui ognuno si sente libero di dare fondo ai suoi più bassi istinti) perciò non è che da fuori si nota molto questo sfasamento.

 Mi accorgo però di fare molta fatica per quel che riguarda il discorso sulla cosa pubblica, sulla civile convivenza e su tutti quei grandi temi che in questi anni stanno diventando non fonte di dibattito etico, ma di nevrosi collettiva: uno di essi è, per esempio, la libertà di scelta del singolo nei confronti della collettività (per me, ad esempio, il bene conclamato della collettività viene prima).

 Un altro è questa insofferenza generalizzata nei confronti di tutto: tutti sono fonte di odio, invidia sociale, livore e accuse. Io, per dire, non so come si possano trovare ancora persone sane di mente che accettano di candidarsi a qualsiasi carica pubblica sapendo che nel migliore dei casi andranno incontro alle forche caudine e al pubblico ludibrio.

 Nel senso, accusare di corruzione l'universomondo sulla base di una denuncia, non è che fa diminuire la corruzione, fa solo spaventare a morte i non corrotti che, giustamente spaventati dal poter essere accostati a persone di dubbia moralità, si dicono "Sai che c'è? Me ne sto a casa", che non crediate che gli stipendi dei sindaci di paese siano più alti di un mero rimborso spese.

 Questo è per dire che ultimamente mi pare di essere finita in una gabbia di matti isterici. Poiché tento di ragionare, mi dico che magari non sono gli altri una massa indistinta di urlatori, ma io che non mi trovo più in questo tempo.

 Ho sbagliato la tempistica, magari dovevo nascere tra vent'anni o vent'anni prima ancora, non lo so, di certo mi guardo attorno e provo un certo senso di spaesamento. Poi appunto, siccome lo spirito di adattamento ce l'ho, maschero bene.

 Questo preambolo personale di cui capisco potrebbe non fregarvene niente, è per farvi capire il sincero sollievo con cui ho letto un piccolo classico della fantascienza: "L'invasione degli ultracorpi" di Jack Finney.

 Lo trovavo citato, come esempio di allegoria del delirio maccartista, in "Danse Macabre" di Stephen King e mi aveva incuriosito (fino a quel momento lo collegavo solo confusamente a un film horror di serie B mai visto).

 La storia in effetti sembra molto film di serie Z. La trama.
 In una tranquilla cittadina americana, un bel giorno al dottor Miles Bennell, giovane e fresco di divorzio, riceve la visita di una sua ex compagna delle superiori, la giovane e fresca di divorzio Becky.

 Becky asserisce che una sua amica (la bibliotecaria nubile che però, nonostante questi difetti è rimasta una persona quasi normale) è preda di una strana fissazione: è convinta che suo zio non sia più suo zio. Ossia, esteticamente e nel modo di comportarsi è identico a suo zio, ma c'è qualcosa che istintivamente la disturba e le suggerisce che non può proprio essere suo zio.

 Nell'arco di una settimana, questa strana allucinazione colpisce varie persone, costringendo Bennell a spedirle tutti dallo psichiatra cittadino, Manfred Kaufman.

 La faccenda, bollata come allucinazione collettiva, subisce una svolta quando una coppia di amici di Miles, Jack e Theodora, scoprono nel loro scantinato due strani baccelli che progressivamente si trasformano in loro copie perfette.

 I quattro, in un crescendo di orrore, scoprono quindi che è in atto una sorta di subdola invasione aliena: dei baccelli venuti da chissà dove, stanno prendendo il posto dei loro concittadini.
 La copia è così perfetta che distinguerli dagli originali è quasi impossibile, tanto che quando i quattro decidono di scappare e poi di tornare tempo dopo per vedere cosa è successo al loro paese, non lo trovano poi così cambiato.

 La loro città è semplicemente, orrendamente, trascurata. La vita sociale è morta, non si organizza più niente, nessuno si preoccupa più di mantenerla curata e i venditori lamentano un calo delle commissioni spaventoso.
 "Tutto quello che vedevo era rimasto identico ma sembrava diverso; eppure non sapevo con precisione in cosa consistesse la differenza. Se fossi stato un pittore e avessi dipinto la strada come la vedevo in quel momento, avrei fatto le finestre sghembe, le persiane abbassate a metà per farle somigliare a occhi che ci spiassero ostili."
 Il ritorno si rivela però un grande sbaglio.
I quattro assistono alla consegna dei malefici baccelli parassiti ad altri paesi vicini e quando vengono scoperti si danno a una fuga disperata che però finisce male. Le due coppie vengono fatte prigioniere in due luoghi diversi.

 Miles e Becky vengono sorpresi nello studio di lui, dove si erano rifugiati in cerca di riposo, dallo psichiatra cittadino, Manfred Kaufman, incaricato di baccellizzarli.

 La cosa curiosa è che in questo frangente (che contiene anche una scena molto splatter), si verifica un dialogo per certi versi simile a quello de "La luna è tramontata" di Steinbeck.

 Nel libro di Steinbeck (ovviamente molto più bello e di valore) in un paese del nord Europa occupato dai nazisti, per punire degli atti partigiani contro gli occupanti, il sindaco viene condannato a morte come rappresaglia.

 Prima della morte affronta un dialogo contro l'ufficiale nazista che preferirebbe non condannarlo a morte (un po' per non farne un eroe, un po' perché davvero non vorrebbe) e gli chiede di convincere i propri concittadini a smetterla per evitare altri spargimenti di sangue. Il sindaco, un uomo semplice, ma molto retto, ribatte fermamente:

"Vedete signore, nulla potrà mutare la situazione. Voi sarete disfatti e schiacciati. I popoli non amano essere conquistati e per questo non lo saranno. Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combatterla nella sconfitta. Gli uomini-gregge seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomini gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerre. Vi accorgerete che è così."

 Nello studio di Miles succede un po' la stessa cosa: lo psichiatra baccellizzato tenta di convincere in ogni modo Miles a farsi baccellizzare.
Le motivazioni, sono a suo dire molto valide: il baccello diventa una loro versione priva di emozioni e perciò libere dalla frustrazione e dalla nevrosi, dalla paura e dall'ambizione, da tutto quanto rende la nostra vita una continua fonte di preoccupazione.

 E poi usa l'arma di persuasione favorita: tutti lo fanno, tutti si sono piegati, non dobbiamo avere pregiudizi, dobbiamo essere aperti verso ciò che è nuovo (anche se in questo caso si tratta di una specie aliena parassita).

 "Non vi faremo del male, e quando avrete capito quello che... dobbiamo fare, penso accetterete la cosa, anzi vi domanderete perché abbiate fatto tante storie"

 Rimasto solo Miles si interroga: effettivamente che senso ha combattere?
 Una battaglia peraltro che sembra già perduta in partenza? Basterà infatti che lui e Becky si addormentino perché i baccelli prendano il loro posto e, in effetti, il sonno già si appresta e le palpebre si fanno pesanti..
 Poi però Miles pensa una cosa, una cosa che sembra straordinaria quando tutti gridano e cercano di convincerti che stai sbagliando, che devi cedere, che dopotutto resistere è solo un'inutile fatica.

 "Allora capii (Miles ndr) che c'era qualcosa che potevo fare per lei, invece di accarezzarle i capelli. Potevo convincerla. Potevo accettare ciò che Mannie aveva detto, sforzarmi di crederlo, convincere anche lei. Avrebbe potuto essere la verità, avrebbe potuto esserlo...Mentre accarezzavo la testa di Becky e la tenevo stretta a me, mentre la sentivo tremare, lasciai che il desiderio di credere si rafforzasse. Tuttavia... Budlong aveva ragione: la volontà di sopravvivere non può essere negata e sapevo che dovevamo batterci, dovevamo. Come un uomo condannato a morte cerca inutilmente di trattenere il fiato nella camera a gas, noi dovevamo resistere finché ci fosse stato possibile, dovevamo lottare e sperare anche quando non rimaneva più alcuna speranza."

 Finney scrisse "L'invasione degli ultracorpi" per parlare del delirio maccartista, quella caccia alle streghe che rese chiunque mostrasse caratteristiche vagamente fuori dalla convenzione, un papabile comunista teso a minare le basi della società americana.

 Rese chiunque una papabile spia e chiunque un papabile colpevole, distrusse carriere, pose migliaia e migliaia di americani sotto il rigido controllo dei servizi segreti (Dick riceveva visite a scopo interrogatorio continue) e rilasciò una nevrosi nella popolazione assai simile a quella che ci ha raggiunto in questi anni.

Chiunque in Europa è un colpevole: un papabile terrorista o un papabile ladro di soldi altrui.

 E proprio come nella città baccellizzata i cittadini si ritrovano su due fronti: i baccellizzati, identici a prima, convincenti, persuasivi eppure subdoli e omissivi (lo psichiatra tenta di nascondere fino all'ultimo i lati negativi della baccellizzazione, ossia mancanza di emozione e morte prematura) e gli spaesati resistenti, che non si spiegano perché, tra tutti, proprio loro non si riescano a convincersi.

 Forse, sono solo scivolati fuori dal tempo. Gli altri si sono accomodati sul nuovo spirito del tempo e loro hanno perso il treno, non riescono ad adattarsi, a trasformarsi e istintivamente resistono ai baccelli che li renderebbero come tutti.

 Non sarebbe tanto più semplice pensarla come tutti? Surfare alla grandissima lo spirito del tempo?

 Probabilmente, ma come dice Miles, "La volontà di sopravvivere non può essere negata", anche se non è più il nostro tempo, la nostra città, il nostro mondo.

 Il finale del libro rovina secondo me la metafora, bisognava essere più crudeli. O forse sono io che non ripongo una grande fiducia nella bontà e nel buonsenso altrui e anche questo strano vento passerà tra qualche anno, come tanti, nel bene e nel male prima di lui.

Ps. Il libro ovviamente mi è piaciuto!
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