domenica 22 luglio 2018

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Ricerche".

Ed ecco a voi una scena che in realtà avviene abbastanza spesso in libreria.
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Ricerche"!


  Per quanto nel mondo dei telefonini sembri impossibile perdersi figli, nipoti, consorti e congiunti vari, in realtà ciò avviene abbastanza spesso e i librai diventano simpatici inviati di "Chi l'ha visto?", costretti, di tanto in tanto, a ricorrere al mezzo supremo: il vivavoce.

 Armati di microfono si richiamano al punto informazioni pargoli, nonni e via discorrendo (raramente poi sappiamo come va a finire, ma confidiamo nel bene).

venerdì 20 luglio 2018

L'insostenibile minuzia della giallistica giapponese.Da Keigo Higashino a "Tokyo express" siamo noi a tradurre solo i gialli nipponici più noiosi della storia o li scrivono proprio così?

 Chiunque abbia dai 35 ai 25 anni non può non aver mai visto una puntata di detective Conan.

 Oddio, probabilmente non lo ha visto chiunque non seguisse i cartoni animati, ma il punto è che i giapponesi erano riusciti a produrre e rendere interessante anche un fumetto su contortissime indagini condotte da un ragazzetto, ridotto da non ricordo quale magheggio, nel corpo di un bimbo di otto anni.

 A parte l'inquietante rapporto con la sua fidanzata rimasta adulta che dava brividi di orrore a tratti, era anche interessante, tuttavia non lo si seguiva con lo stesso trasporto della signora in giallo.

  Lì, se diventavi uno spettatore assiduo e capivi il meccanismo, riuscivi pian piano a scoprire l'attimo in cui l'assassino si tradiva e potevi smascherarlo.

 In detective Conan questo era impossibile.

 Tale era la minuzia del dettaglio che tradiva l'assassino da rendere non solo impossibile riuscire a scoprire l'assassino, ma anche seguire decentemente l'indagine.

 Ho sempre pensato che questo eccessivo attaccamento ai particolari che umanamente sfuggirebbero anche al più consumato dei detective fosse legato a una certa incapacità del mangaka di intessere una trama con reali colpi di scena.

 E invece.

 Qualche anno fa comprai tutta contenta un giallo di Keigo Higashino, uno dei pochissimi giallisti nipponici tradotti in italiano.

 Si trattava di "L'impeccabile" uno di quei gialli della "camera chiusa" che a quanto sembra piacciono molto ai nipponici.

 La storia raccontava l'omicidio di un uomo di affari trovato morto avvelenato in casa sua. Nessuna traccia di effrazione, nessuna impronta, nessuna traccia in generale.
 Sua moglie, una bella insegnante di cucito patchwork (peraltro ho trovato lo stesso curioso mestiere in un manga, si vede che in Giappone è una cosa diffusa), era a km di distanza al momento del delitto, tuttavia l'ispettore Kusanagi la vede è SA che l'assassina è lei.

 Non è che ha esitazioni oppure ha un vero motivo per sospettare di lei, no, lui lo SA. E passa conseguentemente tutto il libro a cercare la prova che la incastri.

 Una noia discretamente mortale perché le indagini si arrovellano su minuzie che nella realtà sarebbe impossibile notare, un accanimento senza senso che non lascia mai spazio al dubbio e, ricordo, un finale talmente forzato da essere fantascientifico.

 Pensai di aver beccato il libro sbagliato.


Ci riprovai un anno dopo con un altro libro di Keigo Higashino "Il sospettato X" nel quale sempre l'ispettore Kusanagi indaga sulla morte di un uomo violento che minacciava ex moglie (una sorta di entreneuse avvenente) e la figlia adolescente.

 Anche qui. Non c'è nessun ragionevole motivo, nessun indizio, niente di niente per dubitare dell'innocenza delle due donne e invece Kusanagi SA che sono colpevoli e passa un libro intero a perseguitarle in tante e tali forme che più che un giallo sembra un romanzo sullo stalking.

 Pensai fosse un problema di Keigo Higashino e invece mi è poi capitato di leggere un suo particolarissimo romanzo, non giallo, "La seconda vita di Naoko" nel quale, dopo un incidente mortale, la mente della madre finiva per entrare nel corpo della figlia.

 Un romanzo splendido, delicato e con quel pizzico di morboso che solo i giapponesi sanno dare (ma in mano a un occidentale, col senso di colpa epico che ci ritroviamo, un libro del genere sarebbe finito in tragedia ve lo assicuro).

  Come poteva Higashino aver scritto un libro tanto bello e dei gialli tanto pallosi?

 Il dubbio che qualcosa in generale non tornasse nella giallistica giapponese prese definitivamente piede quando decisi di dedicarmi a "L'uomo che voleva uccidermi" di Yoshida Shuichi in cui una ragazza muore dopo un'uscita serale.
 Ho retto un centinaio di pagine prima di arenarmi definitivamente nella noia marasmatica delle minuzie.

Evidentemente sono un essere cocciuto perché, quando è uscito "Tokyo express"  un classico del giallo nipponico, a quanto sembra amatissimo in patria, ho deciso di dargli una possibilità.

 E lì ho capito che quello dei giallisti giapponesi è proprio un perverso modus operandi.

  Nel libro due giovani, un ragazzo e una ragazza, vengono trovati morti su una spiaggia. Visto che, a quanto sembra, in Giappone il suicidio di coppia non è poi così raro, la questione viene subito derubricata come tale e si va oltre.
 Lui, Sayama, è un funzionario coinvolto in uno scandalo di corruzione lei, Otoki, un'entreneuse (un'altra, sì) che è probabilmente la sua amante anche se nessuno ne ha mai saputo niente.

 L'inizio, devo dire, è molto intrigante perché c'è un uomo d'affari che per motivi oscuri chiede a due colleghe della ragazza di cenare con lui per poi pregarle di accompagnarlo alla stazione del treno.
 Le due, un po' stupite, accettano per poi scorgere qualche binario più giù la loro collega Otoki salire in treno con Sayama.

 Ecco, l'inizio parte davvero bene e continua per un po' per poi schiantarsi sulle rive del piattume (anche se comunque di livello estremamente superiore ai soporiferi gialli di Higashino) quando l'investigatore di turno si fissa su un colpevole e va oltre ogni ragionevole incrocio d'indizi per provare la sua intuizione.

 Devo dire che almeno qui una base per sospettare dell'assassino c'è, ma è il contorto incrociare continuamente orari di treni e aerei che a un certo punto rende quasi più interessante una ricerca di offerte per l'alta velocità su Trenitalia.

 Questa attenzione ossessiva dei gialli nipponici per i dettagli che rende la narrazione difficoltosa, piatta e noiosa mi è ulteriormente incomprensibile alla luce del fatto che altri libri "non di genere" presentano invece una sorta d'investigazione all'occidentale.

 Rileggendo dopo anni "The ring" l'horror dal quale venne tratto il celebre film (bello il film, molto più bello e particolare il libro) mi sono resa conto che lì si tratta di un giallo in piena regola. Un giallo all'italiana in salsa giapponese.

 Il giornalista protagonista deve scoprire chi ha fatto il video e perché prima che scadano sette giorni o morirà.
 Conduce quindi un'indagine al cardiopalma che procede effettivamente per indizi e non per dettagli oggettivamente impercettibili e senza che fino all'ultimo ne conosca i risvolti.

 Si apre quindi una domanda a cui forse sapranno rispondermi gli appassionati di narrativa giapponese (che magari hanno anche la fortuna di leggere in lingua originale): è il canone della giallistica giapponese ad essere fissato su regole palloserrime agli occhi di noi occidentali oppure, per perversi motivi, vengono tradotti solo gialli di tal fatta?

 Agli esperti di narrativa giapponese l'ardua sentenza.

"Litania per un lettore lamentoso" sulla rivista Andersen!

 Per la serie incredibol moments (oggi arriva un nuovo post, vero però), ho scoperto con un tre mesi di ritardo che sul numero di Aprile della rivista Andersen c'era una bella recensione di "Litania per un lettore lamentoso"!

Grazie grazissime!

 

domenica 15 luglio 2018

I consigli di lettura per l'estate parte I! Turchia, konbini giapponesi, vite altrove, manga tristissimi e Giorgio Scerbanenco.

 Incredibile, ma vero, all'alba del 15 luglio sto riuscendo a pubblicare la prima infornata di consigli per le vacanze 2018.
Ill. by Cynthia Kittler

 Confido che in realtà andiate quasi tutti in ferie ad Agosto, come usa a Milano, così almeno i miei sforzi avranno un senso.

 Intanto, mentre faccio le ennesime cose matrimoniabili, ieri mi sono imbattuta in una pasciuta bancarella di libri usati al mare e ne ho approfittato per prendere tre libri tra i quali "La collina dei conigli" che, colpevolmente, non avevo mai ancora letto in vita mia.

 Bando alle ciance! Ecco a voi la prima infornata di consigli per le letture estive!


"LA CASA SUL BOSFORO" di PINAR SELEK ed. Fandango:

 Se amate le storie corali e il medio oriente, questo potrebbe essere il romanzo per voi.

  sbagliando tantissimo, ma vivendo secondo i loro incrollabili principi, praticamente come noi non sappiamo più vivere.
In una Turchia a cavallo tra gli anni '80 e la fine dei '90, alcuni ragazzi diventano faticosamente adulti,

 Così Salih, falegname sulle cui spalle pesa il sostentamento della famiglia, per orgoglio rifiuta l'aiuto del proprio maestro e arriva a perdere tutto, anche l'amore della sua Sema che arranca quasi trentenne nel tentativo di diventare farmacista (un serio monito a tutti quelli che "vabbeh non studio ora, ho tempo dopo", no, non sempre c'è tempo dopo).

 Ci sono i colpi di stato, la clandestinità, la giovane Elif che rimane imprigionata nei suoi stessi sogni rivoluzionari senza capire che la vera rivoluzione non la si fa (se non in casi estremissimi) con le armi, ma ogni giorno, combattendo contro la morale comune per essere felici.

 Molti personaggi intrecciano le loro vite in un quartiere povero di Instabul, dove tutti si conoscono e spesso si aiutano, ma da cui tutti vogliono scappare, verso l'Europa, verso l'Armenia, verso il vasto mondo.

 Un bel libro, da leggere sotto un sole nostalgico, che racchiude bene il senso di una bella frase di Rosa Luxemburg che lessi, in una sua raccolta di lettere, anni fa:

 "Allora ero fermamente convinta che la “vita”, la “vera” vita esistesse in qualche posto lontano, laggiù, oltre quei tetti. Da allora continuo ad inseguirla. Ma essa si nasconde sempre da capo dietro altri tetti. Alla fine è stato tutto un gioco crudele con me, e la vita reale è rimasta lì, nel cortile."


"OUR SUMMER HOLIDAY" di Kaori Ozaki ed. Dynit:

La Dynit edizioni sta portando in Italia una serie di volumi autoconclusivi molto molto belli  (I'm waiting for "Blue" di Kiriko Nananan), per gli appassionati di manga il consiglio estivo è il bello, ma assai triste, ve lo dico, "Our summer holiday".

 Due ragazzini di 11 anni fanno amicizia a scuola. Portano entrambi un pesante fardello che non li porta ad essere proprio le persone più socievoli della terra: Natsuru ha perso suo padre per una malattia, mentre Suzumura vive col nonno malato e il fratellino minore perché il padre, pare, si  trova in mare come pescatore.

 A causa di un gattino che Natsuru raccoglie per strada, ma non può tenere a casa e che Suzumura accetta di custodire, i due iniziano a frequentarsi e la solitudine che li avvolge sembra diradarsi leggermente durante l'estate.

 C'è qualcosa però che non torna da subito nel menage familiare di Suzumura e persino Natsuru inizia ad accorgersene, anche se nessuno potrebbe mai immaginare.

  Il finale non posso ovviamente raccontarlo, ma è per condotti lacrimali forti.


"TRADITORI DI TUTTI" di Giorgio Scerbanenco ed. Garzanti e "IL FABBRICANTE DI STORIE" di Cecilia Scerbanenco ed. La Nave di Teseo:


 Scerbanenco è stato un grandissimo giallista morto, purtroppo, all'apice della sua carriera negli anni '60, proprio quando aveva trovato il suo graal personale: il personaggio di Duca Lamberti.


I suoi libri, riletti ora, sono un concentrato di pulp ai nostri occhi politicamente scorrettissimo (e onestamente meno male che certe definizioni di gay, prostitute e stranieri siano diventate ai nostri occhi agghiaccianti), ma pur essendo invecchiato parte del linguaggio, le storie rimangono sorprendentemente belle, vivide e appassionanti.

 Il mio primo consiglio, quindi, è di leggere le sue avventure di Duca Lamberti, medico radiato dopo aver praticato un'eutanasia a una paziente (siamo negli anni '70!!) che si converte in poliziotto grazie a un caro amico del padre.

 Vi consiglio caldamente tutti i quattro libri: "Venere privata", "I milanesi ammazzano al sabato", "I ragazzi del massacro" e "Traditori di tutti", ma proprio "Traditori di tutti" è, a mio parere, un capolavoro assoluto.

 La storia intreccia un delitto contemporaneo a una colpa antica nell'antico diktat delle colpe (ma anche delle vendette) dei padri che ricadono sui figli.

 Tuttavia, ciò che rende questo libro davvero speciale non è tanto la trama, ben combinata, quanto il messaggio: nelle giuste circostanze tutti possiamo tradire tutti.

 Ma soprattutto non tutti abbiamo bisogno delle giuste circostanze: dietro la maggior parte di noi ci sono delle belve pronte a tutto per la sopravvivenza, un tornaconto personale, avidità.

 Un messaggio sempre attuale.

 Come è sempre attuale il messaggio delle colpe che prima o poi si pagano perché i crimini rimasti impuniti non scompaiono, prima o poi esplodono, come una granata che deflagra uccidendo chiunque vi capiti a tiro.

 La biografia di Scerbanenco, "Il fabbricante di storie" scritta dalla figlia Cecilia, si prospetta entusiasmante, se non altro perché è difficile non trarre un bel libro dalla vita che lui ebbe: figlio di un professore ucraino e di una ragazza italiana, nacque a Kiev per poi trasferirsi in fasce a Roma.

 Quando scoppiò la rivoluzione russa (ebbene sì) suo padre fu dato per disperso e la madre rientrò improvvidamente in Ucraina per cercarlo. Appresa la morte, riuscì miracolosamente a fuggire su una nave messa a disposizione dallo stato italiano che fortunosamente non affondò sotto i bombardamenti.

 Visse quindi una giovinezza romana particolarmente povera, per poi trasferirsi a Milano dove partecipò alla resistenza e la storia è ancora lunga.

 Io ho letto la ventina di pagine autobiografiche che scrisse e che si trovano alla fine di una delle storie di Duca Lamberti (perdonatemi, non ricordo quali). Venti pagine folgoranti, in cui mi colpì un dato che sembra essere sparito dalle biografie degli scrittori contemporanei: la consapevolezza non tanto di classe, quanto di alcuni segnanti differenze sociali.

 Scerbanenco, che visse in povertà per buona parte della sua vita, (motivo per il quale si fece poco scrupolo intellettuale a produrre materiale scritto di ogni genere e per un pubblico considerato medio-basso) ebbe sempre chiara la differenza tra chi si trova dalle differenti parti della barricata.

 E la consapevolezza è il primo passo per distruggerla, la barricata.
 Magari la figlia sarà riuscita a restituirci la magia, io ci spero.


"LA RAGAZZA DEL CONVENIENCE STORE"  di Sayaka Murata ed. E/O (e uno Sconsiglio: "LE SORELLE DONGURI" di Banana Yoshimoto":


Anche quest'anno non mi sono fatta mancare il nuovo libro di Banana Yoshimoto. 

 Mentre mi chiedo perché non traducano una raccolta di racconti dal titolo "Occulto" che ormai la nostra perduta autrice giapponese ha scritto anni fa, vengono portati in Italia libri che onestamente avrebbero poco valore anche come racconti.

 "Le sorelle Donguri" parla di due sorelle molto attaccate, vittime di un'allucinante serie di sventure personali che, ad un certo punto, decidono di aprire una sorta di sito internet in stile posta del cuore dove dare conforto alle persone che vivono momenti difficili.

 Lo spunto è anche carino, peccato che la trama svanisca nel niente perdendo qualsiasi sostanza e finendo così, in una nuvola di fumo. 

 Peraltro la cosa assurda è che, volendo, un aggancio per dargli un minimo in consistenza c'era anche (una donna scrive di aver perso il marito proprio mentre una delle sorella Donguri sogna un fidanzatino del liceo morto da poco, bastava raccordare le cose), ma Banana rifiuta anche quello.

 Per noi orfani della Banana Yoshimoto che fu, però, potrebbe esserci un barlume di speranza: ad agosto esce "La ragazza del convenience store".

 I convenience store, konbini, sono una sorta di drogheria aperta h24 molto diffusa in Giappone il cui concetto è: trovare tutto quello che ti potrebbe servire, subito, ovunque.

 Keiko, un'anticonformista in una società rigidissima come quella giapponese, trova lavoro a diciotto anni in uno di questi konbini nella speranza di adattarsi al mondo e smetterla di essere un pesce fuor d'acqua.

 Diciotto anni dopo ancora non ce l'ha fatta, poi incontra Shirara, un nuovo dipendente che viene licenziato quasi subito e lì qualcosa scatta.

 Cosa? Non lo so perché attendo trepidante di leggerlo anche io. Magari abbiamo trovato la nostra Banana Yoshimoto in seconda.

mercoledì 11 luglio 2018

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "What?!".

 Sto preparando una serie di cartoline dalla libreria, summer edition, intanto vi lascio con l'ennesimo momendo genderrrrrr delle richieste in libreria.
 Sta diventando talmente tanto un'ossessione che stanotte ho sognato che stavo preparando una proposta di libri in stile "Dalla parte delle bambine" (lavoro pure nel sonno).
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "What?!"


domenica 8 luglio 2018

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Mash-up".

 Ed ecco a voi, mentre faccio una maratona di "The ring" notturna che posto en passant una nuova esaltante vignetta presa dal grande calderone dei genitori che cercano libri per le vacanze dei propri pargoli.
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Mash-up"!


martedì 3 luglio 2018

"L'abominevole ricerca delle fedi"! Un fumetto matrimoniale a base di oscillazioni dell'oro, carrozze, Napoli e fusilli.

Finalmente, dopo un sacco sacchissimo di tempo, riesco a postare il nuovo fumetto sull'unione civile.
 Delle millanta cose che stanno accadendo/sto organizzando, ha infine avuto la precedenza il fumetto sulle fedi nuziali!
 Che c'avrò mai da dire in proposito chi lo sa, direte voi. Eh, ce n'è ce n'è.

 "L'abominevole ricerca delle fedi", un fumetto tutto d'oro!










domenica 1 luglio 2018

Basta un po' d'impegno e il romanzo va su. L'occasione sprecata di "Orrore" di Pietro Grossi tra illustri predecessori, aspettative tradite, vita nei boschi e la trama che certe volte serve eccome.

 Come in tutti i posti di provincia, circondati da una certa boschività, anche nel mio paese si rincorrevano leggende sulla presunta presenza di sette e riti satanici.

Le rovine di Canale Monterano appaiono anche ne "Il marchese
del Grillo" che, forse non tutti sanno che era duca di Bracciano
Nulla di mai comprovato , non pensate alle bestie di Satana che stavano mille e passa di km a nord, ma avrò sentito decine di volte terribili storie di gatti che svanivano, case nelle quali i fratelli di Tizio, Caio e Sempronio (mai Tizio, Caio e Sempronio in persona) si erano introdotti furtivamente trovandovi scritte sui muri, gatti immolati e altre amenità.


 Del resto i luoghi suggestivi dove ambientare fantasticherie horror (lo stesso Dario Argento ha abitato per anni in una villa in quel di Cerveteri) non è che manchino: dalla chiesa scoperchiata in cima a una collina in un parco naturale con tanto di albero al centro, ai boschi fitti, passando per le terme abbandonate.

 Probabilmente non esiste paese di provincia, boschivo o meno, che non abbia la sua dose di oscure dicerie: fatti di cronaca del passato, cugini di cugini che asserivano di aver visto fantasmi, case abbandonate, mostri, maniaci e chissà che altro, senza che però ci fosse uno straccio di prova o, almeno, il cugino del cugino in persona a confermartelo.

 Un esperto d'antropologia forse saprebbe dirci esattamente il nome di questo fenomeno che, nonostante i secoli e i cambiamenti, perdura pervicace in vari topoi, tra i quali l'immancabile casa infestata.

 Una buona fetta di chi ha frequentato il liceo è incappata fatalmente nella famosa versione di Plinio il Giovane sulla casa stregata, una sorta di insuperato archetipo copiato a oltranza per i millenni successivi.

 Plinio racconta di come filosofo Atenodoro fosse capitato ad Atene e si fosse insospettito per il prezzo un po' troppo modico di una certa casa. Facendo le dovute ricerche aveva scoperto che essa era infestata dallo smagrito spirito di un vecchio che si trascinava lamentoso in catene.

 Deciso a venire a capo del mistero, affitta la casa e attende che lo spirito si manifesti. Quando accade, si mostra coraggioso e segue il fantasma fino al posto che egli gli indica e sotto il quale, scavando, trova le ossa incatenate dell'uomo.

 Sostanzialmente la trama di infiniti horror.

 All'archetipo della casa stregata ricorre anche Pietro Grossi in "Orrore".

 Un aspirante scrittore, che vive in America assieme alla giovane moglie e al figlioletto di pochi mesi, torna in Italia e rimane affascinato dalla folle storia che il suo migliore amico d'infanzia e la moglie gli raccontano a proposito di una casa.

 Pochi mesi prima, i due avevano scoperto per puro caso una casa disabitata in un bosco, proprio vicino al paesello di campagna dove affittavano una villa per i fine settimana. 

 Dentro quella casa avevano fotografato alcuni strani particolari: il foglio col disegno di un bambino, un bagno perfettamente pulito nella sporcizia generale, circondato da sospette taniche e tutta una serie di elementi fortemente inquietanti tra i quali una maschera di cartapesta.

 L'aspirante scrittore, affascinato dal potenziale della storia (io fossi stata in lui più che una cosa horror avrei paventato qualche losco rifugio per mafiosi latitanti) decide di non ripartire per l'America e di rimanere a indagare. 

 Ci sarebbe da dire una cosa ogni tanto ad alcuni scrittori: se avete una buona idea e una buona scrittura, mettetevi l'anima in pace e prendetevi il tempo necessario per scriverci un romanzo.

 I racconti hanno il loro fascino, ma non è che se una cosa è corta è sempre legittimata a non avere una trama, soprattutto se stiamo parlando di racconti "di genere".
 I migliori racconti horror-sci-fi-fantasy hanno in loro tutto un mondo in miniatura: un'idea fulminante sviluppata bene in cui si sacrifica qualcosa (in genere lo sviluppo del personaggio a discapito del colpo di scena). 

 Un lampeggiante "Che peccato" era apparso nel mio cervello già all'epoca di "Accabadora" della Murgia: una bella intuizione, una storia apparecchiata con personaggi, sviluppi in divenire, dissidi interiori e via discorrendo e pam, appena ingrana muore in una ventina di pagine.

 Tu stai lì e ti chiedi: perché? Per quale arcano motivo è successo?

 Cosa ha impedito alla Murgia di scriverci una bel romanzo stile realismo magico in salsa sarda con annessi e connessi lungo almeno 250 pagine in più? Boh.

 Viene in mente che solo la pigrizia può averla fermata perché un finale così repentino su una storia che stava praticamente nascendo non ha senso alcuno.

 Anche "Orrore" di Pietro Grossi ha lo stesso identico problema.

 I gialli all'italiana sono stati un felicissimo momento della cinematografia italiana, peccato che non si ricordino romanzi all'altezza (forse Scerbanenco si presta).

 Eppure la struttura dei film di Dario Argento, ad esempio, sarebbe perfetta per un libro giallo: è un'indagine nella quale lo stesso investigatore, un perfetto outsider finito in mezzo alla faccenda per puro caso, ad un certo punto rischia di soccombere.

 Il libro di Grossi, sebbene preoccupantemente breve, sembrava poter in qualche modo colmare la lacuna: i presupposti c'erano tutti: l'outsider, la storia strana, forse troppo strana, l'amico di una vita che sembra stranamente sospeso tra la voglia di spingerlo nella casa e il desiderio di farlo scappare, l'ossessione del protagonista per le oscure pieghe del mondo, un paesello che sembra fuori dal tempo,

 Inizia in modo fulminante, finisce in modo inquietante, il problema è che manca tutta la parte al centro.

 La cosa interessante dei gialli all'italiana e, se vogliamo, anche quella più difficile non era tanto l'idea di fondo, quanto l'indagine. 

 I comprimari inquietanti, il passato oscuro che interferisce col presente, quell'elemento, lampante fin dall'inizio che non siamo capaci di vedere (persino Grossi cita questa frase di Argento), false piste, oscuri avvertimenti, un senso di pericolo che precipita protagonista e spettatori/lettori nell'ansia crescente.

 Ecco.

 Grossi questa parte la salta e decide di precipitarci per una cinquantina di pagine (il libro ne conta un centinaio) in una sorta di mistica comunione tra protagonista e il bosco dove cerca di intravedere chiunque possa entrare nella casa.
 La noia.

 L'indagine si arena all'inizio, l'unico altro personaggio è una tizia che serve per sfogare carnali istinti, l'ansia che parte ben congegnata, svanisce nelle soporifere riflessioni di un uomo che ad un certo punto inizia a sentirsi un sasso nel bosco.

 Anche per quello non si comprende bene come il protagonista possa precipitare nel suo abisso interiore.

 Casualmente qualche giorno fa mi è capitato di vedere "Un ragazzo d'oro" di Pupi Avati (il cui capolavoro assoluto per me rimane "La casa dalle finestre che ridono" non le robe melense successive) nel quale il protagonista finiva anch'esso risucchiato da una sua personale ossessione che lo precipitava nella follia.

 In entrambi i casi c'era un evidente forzatura nell'improvvisa instabilità mentale dei protagonisti.

Da "La casa dalle finestre che ridono"
 Cioè, se tu vuoi che uno passi da una vita normale a una nel quale sta fuori come un balcone, devi lavorare seriamente, non basta un'ideuzza buona e qualche para mentale sulle bellezze campestri stile "Into the wild".

 Come si dice a Roma "Volemo er sangue" che alla fine c'è pure, ma talmente veloce, talmente buttato come un sasso in uno stagno che intuisci, qualcosa capisci e rimani ancora più insoddisfatto.

 Ci sono libri che vengono buttati  in caciara perché onestamente lo scrittore non sa bene dove andare a parare, ma stavolta Grossi lo sapeva eccome, ed era anche una buona idea. 
 Allora, perché sprecarla così?

martedì 26 giugno 2018

Parte il favolosoh contest del pride! Fotografa il fucsieggiante tomo in compromettenti pose queer!

 Mentre la mia vita viene fagocitata da cose da adulti rognose che portano via una barca di tempo, tipo la dichiarazione dei redditi, vi propongo un contest a tema pride!

 Si vinceranno ovviamente, per evitare problemi di ogni genere con la legge, solo cose dal valore economico nullo, ma incredibilmente stupende: alcuni segnalibri a tema pride che posterò appena avrò finito di produrli!

Intanto, se volete partecipare, basta seguire le istruzioni


Quest'anno puoicelebrare il mese del PRIDE  con il fucsieggiante tomo (così diamo pure un senso alla copertina fluo)!

1) Scatta una tua foto con il tomo fucsia e celebra il Pride con dettagli queer arcobaleno (o live dal Pride). Ovviamente potete anche inviarmele a lagiovanelibraia@libero.it
💙💚💛🧡💜

2) Caricala su qualsiasi canale social, fb, twitter, instagram e tagga I dolori della giovane libraia! 

3) Hai tempo fino all'8 luglio! 🌈🌈🌈🌈🌈

4) Tra tutti i partecipanti verranno scelte (da moi e Dolcemetà) le tre foto più belle più belle caricate dei bellissimi segnalibri a tema PRIDE, prodotti con le mie sante mani, che caricherò quanto prima per farvi venire l'acquolina in bocca! :Q


sabato 23 giugno 2018

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Young Signorina".

 Ed ecco che, in piena notte, giunge la nuova vignetta che farà male a molti e bene a pochi.
 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Young Signorina"!


martedì 19 giugno 2018

Quale saga di gialli nordici vale la pena iniziare? Il triplete Viveca Sten-Jussi Adler-Olsen e Asa Larsson. Due promossi e un bocciato!

 Estate, tempo di gialli e di gigaofferte in libreria.

 Poiché, quando sono molto stressata dagli eventi della vita, una delle poche cose che riescono a farmi staccare il cervello sono i gialli, quando ho scoperto che nella promozione due libri a 9,90 della Feltrinelli c'erano anche alcune serie della Marsilio, io e il mio portafoglio siamo stati molto felici.

 Ho potuto finalmente provare alcuni autori nordici di cui avevo sempre sentito parlare e capire se valesse la pena avventurarsi anche nei libri successivi delle varie serie.

 L'esperimento è andato a buon fine e mi ha preservato da successive delusioni o acquisti errati.

 Questo il mio resoconto a cui manca ancora il libro di Farinetti, "Un delitto fatto in casa" che non riesco a finire (il che, da un certo punto di vista, è comunque una recensione).

Let's go!


"TEMPESTA SOLARE" di Asa Larsson:

 Lapponia. Buio, Stelle. Una chiesa nel buio, una volta di stelle, il cielo. Buio. Freddo. Buio. Freddo. Lapponia.

 Sostanzialmente metà libro parla di quanto è buia, fredda, inospitale e isolata dal mondo la Lapponia. 
 Ogni tre per due quando il libro accenna ad avere un ritmo vago nella trama confusa, ci viene ricordato che fa freddo ed è buio in Lapponia. Tanto buio.

 Rebecka Martinsson, giovane avvocatessa che vive nella capitale dove lavora in uno studio fighissimo tipo "Suits", si trova costretta a tornare nella sua città natale, Kiruna, nella fredda, inospitale e buia Lapponia, luogo che sperava di non rivedere mai più.

 Una gloria religiosa locale, Viktor, fondatore di una sorta di setta cristiana simile a un gruppo di invasati di PNL e coaching, è stato trovato morto nella lussuosa chiesa che aveva fatto costruire grazie ai proventi degli invasati seguaci. Un omicidio inquietante, rituale e splatter: occhi cavati e mani tagliate.

 Rebecka torna per aiutare la sorella di Viktor, Sanna, una donna a cui, per tutto il tempo del libro, pensi che i servizi sociali dovrebbero aver tolto le figlie da tempo: è assente, va in catalessi per settimane, non ricorda quello che fa, ha le visioni, le allucinazioni, le premonizioni, non ricorda come si veste e perché si veste e in più, come il fratello, è religiosissima (che non c'entra coi servizi sociali, ma il fanatismo non ha di certo contribuito a renderla stabile mentalmente).

 Sanna è accusata dell'omicidio del fratello perché: 

A) Non ricorda nulla della sera dell'omicidio.
B) Ha scoperto il cadavere del fratello dopo che il suo fantasma le sarebbe apparso in sogno per dirle di seguirlo (circostanza sospetta per ogni poliziotto sano di mente).
C) Ha un coltello insanguinato in casa, anche se fondamentalmente lei non la chiude mai a chiave (perchè si dimentica) quindi potrebbe essere entrato chiunque.

 Rebecka si ritrova a scandagliare il suo passato in Lapponia. 
 Cosa può fare un'adolescente nella sterminata, buia, fredda e inospitale Lapponia? Ma farsi sedurre dalla religione, ovvio!

 Così apprendiamo una storia d'amore, tradimento, sesso e sensi di colpa che dovrebbe essere sostanzialmente la normalità, ma in mano a dei giovani fanatici diventa la madre di tutte le tragedie.

 Il libro procede faticosamente tra le inesistenti indagini di una poliziotta la cui caratterizzazione principale è essere incinta all'ottavo mese di gravidanza, i sensi di colpa di Rebecka e una totale mancanza di suspance che ti porta solo a domandarti dove andrà a parare tutto ciò.

 Il finale, assurdo, riesce nella rara impresa di essere ancor più deludente del libro.
 Uno dei peggiori gialli che abbia letto da un bel po' di anni a questa parte.


"LA DONNA IN GABBIA" di Jossi Adler-Olsen:

 Si potrebbe definire un giallo nordico stranamente americano.

  La trovata di fondo, quella di una donna che viene rapita e rinchiusa per anni in un misterioso bunker per motivi tutti da scoprire (anche se più o meno a metà libro diventano evidentissimi) fa molto film con Bruce Willis, disincantato detective in disgrazia, che indaga su un torbido delitto del passato.

 Il materiale è altamente infiammabile e altamente pericoloso da maneggiare,  ma Adler-Olsen in qualche modo ci riesce.

 Il qualche modo non è dovuto tanto al mistero che già da metà libro non è più tale, quanto dalla capacità di saper tratteggiare dei personaggi con una loro profondità.

 Tanto la Rebecka di Asa Larsson è evanescente e noiosa, tanto il detective  Carl Mork e il suo fido assistente siriano Assad sono ben delineati, curiosi, vivi.

 Carl Mork è il neocapo di una neosezione della polizia danese che sostanzialmente dovrebbe occuparsi di importanti cold case.

 Il governo ha insistito per la sua creazione e la polizia ha deciso di rifilare il compito a lui dopo una storiaccia: durante un'irruzione Carl e i suoi erano rimasti vittime di un agguato da parte di imprecisati e spietati delinquenti.

  Il risultato aveva visto: un poliziotto morto, uno paralizzato e lui, Carl, sotto shock e carico di sensi di colpa, ormai giudicato inadatto al mestiere.

 Invece l'indagine che Carl si ritrova ad affrontare, quella della scomparsa di una giovane, avvenente e capace politica danese, Merete Lynggaard, scomparsa su una nave anni cinque anni prima, dimostra a tutti e allo stesso Carl che ha ancora molto da dare alla causa.

 L'indagine è appassionante, gli intermezzi di Merete in gabbia un po' troppo splatter per i miei gusti, il finale all'altezza. Promosso!


"IN NOME DEL PADRE" di Viveca Sten: 

 Il problema di Viveca Sten non è la scrittura, molto scorrevole, il problema di Viveca Sten che per alcuni potrebbe essere un pregio, è che una copia identica di Camilla Lackberg.

 C'è la protagonista, Nora Linde, con una storia privata un po' diversa, non una single come Erika Falck, ma una giovane madre in via di divorzio da un riccone viziato che l'ha cornificata con trecento infermiere, ma ciccia è la stessa.

 La storia comincia quando Nora, scoperto il tradimento del marito, prende i figli per rifugiarsi nella casa di famiglia a Sandhamn, località turistica svedese dove ha una casa di famiglia. 

 Su questa isoletta da qualche mese sono un po' inquieti a causa della scomparsa di una ragazza del posto il cui cadavere viene rinvenuto da un gruppo di ragazzini (anzi, un pezzo del cadavere).

 La storia procede come la più classica delle indagini, ma a capitoli alternati precipitiamo in una piccola storia ignobile di una famiglia accaduta circa 70 anni prima. 

 Esattamente come nelle storie della Lackberg le colpe dei padri e dei nonni ricadono sui figli e omicidi all'apparenza senza senso lo assumono solo scavando in colpe antiche che tutti hanno tentato di dimenticare (o insabbiare).

 Il ritmo è scorrevole, purtroppo la perenne sensazione di trovarsi davanti a un clone della Lackberg non aiuta molto, ma si fa leggere e credo ne prenderò almeno un altro della serie.
 Mezzo promosso mezzo bocciato.

 Attendo numerose opinioni!! Avete gusti simili? Non avete nulla a che spartire? Testimoniate!


domenica 10 giugno 2018

Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Love Danimarca".


 Ed ecco, prima di mangiare al volo e involarmi al lavoro una nuova appassionante vignetta!

 Forse non tutti sanno che adesso è molto di moda, nel settore puericultura, pubblicare infinite tipologie di metodi stranieri per crescere figli svegli, sani e via discorrendo.

 Un tempo c'erano le mamme tigre cinesi (ci sono ancora), ora si è oscuramente capito che in Scandinavia sono più civili di noi e si tenta di capire come innestare tali virtù nella pupanza. Funzionerà? Chi lo sa?

 Cose realmente avvenute! Lo giuro! "Love Danimarca"!



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