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mercoledì 6 settembre 2023

La versione di padre. Una recensione di "L'amica geniale" uscita direttamente dalla penna di mio padre

 PREMESSA

 Questo post è molto particolare. In questi mesi mio padre ha voluto leggere la tetralogia di "L'amica geniale" di Elena Ferrante.

 Aveva visto le prime due serie ed essendo lui napoletano si era incuriosito e mi aveva chiesto i libri.  Quando li ha terminati, come molt3, ha elaborato una sua teoria sul rapporto tra Lila e Lenù e più in generale sul significato del libro.

 Con un inaspettato colpo di scena, ha deciso di scrivere un post sulla sua teoria che ci teneva  a condividere. E' un post molto più stringato di quel che mi aspettavo, visto che a voce ha una soluzione a qualsiasi obiezione al riguardo. In caso di dubbi, però, risponderà nei commenti su fb (attraverso me).

 Ho trovato interessante questo desiderio paterno e mi sono chiesta quanta parte di quella generazione rimane fuori dal dibattito letterario, quanta necessità ci sarebbe di più luoghi di condivisione che non siano solo virtuali e di come si dia per scontato che la letteratura sia un gioco di tutti i lettori e le lettrici, ma di come in realtà non lo sia più.

 Cosa rimane oltre al virtuale per condividere un'idea e cominciare una discussione? E' un dubbio che mi pongo io a latere di questo post, che vi lascio leggere senza più rubare spazio.

 "L'AMICA GENIALE" una recensione di P. Mango

 Per comprendere le impressioni che ho avuto leggendo “L’amica geniale” e di conseguenza le riflessioni che farò, non si può prescindere dalla realtà italiana degli anni ’50 e ’60.

 Chi vorrà, potrà approfondire, l’analfabetismo era altissimo, spesso si veniva fermati alle elementari, pochi continuavano per la licenza media, pochissimi per il diploma e la laurea era appannaggio dei ceti abbienti.
 
 Veniamo al dunque. Leggendo “L’amica geniale” ho avuto come l’impressione che l’autrice abbia un po’ giocato sulla dualità di questa amicizia, lasciandoci credere che esistono due bambine, amiche, che crescono, che evolvono ognuna a modo suo, ma che continuamente hanno bisogno l’una dell’altra, ed è questo il punto. 

 Io penso che Lila in realtà non esista e che serva all’altra come fonte d’ispirazione per proseguire nella sua vita.
 
Lenù immagina, attraverso Lila, come sarebbe stata la sua vita se non avesse studiato, e da qui porta avanti due storie di vita parallele.
 
 Ne ha bisogno perché le radici non si possono dimenticare, ne ha bisogno perché per anni si sente inadeguata al nuovo ruolo che le compete per gli studi che ha portato avanti e perché al tempo non era facile un inserimento in ambienti culturali a loro modo chiusi.
 
 Pertanto fino a quando la protagonista (perché la protagonista è solo una) non farà quel salto culturale,(e ci vorranno anni, addirittura la maturità), ha bisogno di tornare a casa, al rione, al quartiere, alla famiglia d’origine.
 
Questo perché non è ancora pronta al salto definitivo di classe sociale, e quando alla fine lo farà, quella parte di sé stessa che nel libro è Lila, sparirà.
 
 In poche parole, Lila sparisce quando Lenù ha risolto la sua dualità, affrancandosi dall’ambito familiare e culturale in cui è cresciuta.
 

martedì 5 novembre 2019

Piccola città, bastardo posto. Scrittori che hanno detestato le città dove hanno vissuto (ma che forse, senza di esse, non avrebbero scritto i loro capolavori).

 Se c'è un posto nella mia esistenza che non ho sopportato con tutte le mie forze, quello è stato Bergamo.

  Non me ne vogliano i bergamaschi, ma come cantava Guccini la ricordo "come un incubo oscuro, un periodo di buio gettato via".

 Quanto sono stata infelice in quella città è difficile spiegare anche se, anni dopo, a posteriori, posso ovviamente dire che la maggior parte delle colpe fossero ovviamente mie (sebbene continui a pensare che il luogo non ne sia completamente esente).

 Prima, non mi era mai successo di detestare una città.

 Ho sempre amato moltissimo il posto dove sono cresciuta e ho sempre trovato splendida la città dove avrei voluto vivere e sono riuscita a passare un solo bellissimo e fondamentale anno della mia vita, Roma.

 Non avevo mai preso in considerazione l'idea di vivere altrove, ma si sa, l'amore fa fare cose orribili.

 Perciò quando mi trasferii a Bergamo venivo da una città che adoravo e in cui mi trovavo benissimo, vicino a casa, che conoscevo da sempre, un posto che mi sembrava il centro di tutto.

 Trovarsi dall'altro capo d'Italia in una cittadina dai costumi diciamo diversi (non essendo una fervente cattolica o un'amante della montagna molte attività mi erano precluse), senza nessun amico, senza parenti e senza, ovviamente, lavoro, fu lo shock totale. 

 L'amore aiutava, ma l'amore non è che può tutto e, anche quando mi trasferii a Milano, le cose non andarono bene per altri due anni. Quattro anni che mi sono sembrati infiniti, in cui ho detestato ogni singolo ciottolo che ho calpestato.

 Eppure, senza quei quattro anni non avrei niente di quello che ho oggi: l'amore, il lavoro, il blog, i fumetti, i miei nuovi amici.

 Le città che amiamo hanno una grande influenza su di noi, ma assai più misteriosa è l'influenza delle città che odiamo.

 Se anche non fosse vero che l'odio è composto per tre quarti dal nostro amore (e non lo è), di certo è un sentimento potente in grado di accendere qualcosa di forte dentro di noi.
Quando riusciamo a dominarlo, a non lasciarci sconfiggere, possiamo farne grandi cose.

 Per dare man forte al mio delirio, ho ideato questo post sulle città detestate dagli scrittori (o sugli scrittori che detestarono alcune città).

 Di sicuro ci sono tanti altri esempi che saprete fornirmi e che io, ovviamente, attendo con ansia!


OVIDIO E TOMI:

 Uno dei capostipiti dell'odio per un luogo è indubbiamente Ovidio.

 Il ritratto che i professori fanno alle superiori di questo prolifico scrittore è ai limiti di "Chi" o "Novella 2000". Descritto come un raffinato viveur, dedito alla bella vita, alle poesie e alle feste, benvoluto dalle alte cariche e con una verve creativa irresistibile, a un certo punto viene spedito a languire e, infine, a morire, sul Mar Nero, nell'attuale Romania.

 Di colpo la capitale sgargiante gli viene proibita, proprio a lui, stella incontrastata del belmondo romano.

 Perché? Per come? L'ipotesi più accreditata, o che ti lasciano intendere al liceo, propro in nome del momento Novella 2000, è che avesse avuto una storia con la donna sbagliata: la figlia dell'imperatore Augusto.

 Di certo c'è che per sua stessa ammissione qualcosa combinò e quel qualcosa lo portò in un esilio talmente drammatico da spingerlo a scrivere un complesso di componimenti detto "Tristia".

 L'attacco riassume tutto il dramma di chi si consuma di nostalgia:

 "Senza di me - ma non sono geloso - andrai, piccolo libro, a Roma: ahimè, che non è permesso andarvi al tuo padrone. Va', ma disadorno, come si addice al libro di un esiliato. Infelice, metti l'abito che si conviene a questo mio tempo!"


LEOPARDI e QUALSIASI CITTA':

 L'emblema assoluto della persona che riuscì nella rara impresa di odiare praticamente tutte le città in cui mise piede fu Leopardi.

 E' la cosa che più mi rimase impressa alle superiori su quello che è in realtà uno dei più grandi poeti italiani della storia. Ma cosa vogliamo farci? Non faceva altro che lamentarsi!

 Recanati no perché era un posto sperduto nelle Marche, il padre tirannico, la gobba, l'infelicità. Possiamo capirlo del resto, in tanti ci siamo sentiti stretti nel posto dove siamo nati.

Tuttavia il resto della sua esistenza non può che suggerirci due possibili soluzioni: o si trattava di una persona particolarmente lamentosa e incontentabile, oppure, più empaticamente, le sofferenze interiori ti rendono insopportabile qualsiasi luogo.

 Questo perché.

 Roma no, perché se la immaginava in un modo dai libri e invece si rivelò un luogo squallido e corrotto.

 E Milano no perché era noiosa e c'era un pessimo clima.

 E Firenze no perché era fetidissima ed ebbe una serie di quegli sventurati affari amorosi con donne nobili, già sposate che proprio non lo volevano.

 Napoli non si capisce bene, forse trovò una certa pace perché era una città che più si confaceva al suo carattere o forse perché finalmente aveva finalmente un amico (qualcuno dice anche un amore): Antonio Ranieri. Certo è che alla fine ci morì.


GUCCINI e MODENA:

 Non è propriamente uno scrittore, anche se è ANCHE questo, ma Guccini è di certo colui che mi ha dato lo spunto per questo post.

 In autunno mi piace ascoltare alcune sue canzoni, come "La canzone dei dodici mesi" o "Eskimo", ma quest'anno mi è presa brutta anche con "Piccola città" che avevo sempre sottovalutato.

 Alcuni versi come "Piccola città che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele", mi spezzano il cuore per la nostalgia.

  Ed è strano, visto che per sua stessa ammissione Guccini dedicò questa canzone alla sua città natale: Modena, in un momento di particolare adorazione verso la città d'elezione del suo cuore, Bologna.

 Per lui Modena rappresentava un periodo oscuro del dopoguerra, quando miseria e mancanza di prospettive non riempivano proprio il cuore di un giovane di belle speranze.

 Eppure è difficile pensare che questa sia canzone cattiva verso una città, è un tale concentrato di ricordi d'infanzia, di quel periodo che, qualsiasi cosa faremo, ovunque andremo, chiunque conosceremo, rimarrà la nostra pietra d'angolo, da lasciare stupefatti.

 Più passano gli anni, malgrado faccia nuove cose, per quante persone conosca, rimango sconcertata dalla forza invincibile di quei primi vent'anni della mia vita, un monolite che niente riesce a scalfire nel bene e nel male.


SIMONE de BEAUVOIR e ROUEN:

 Quando piangevo il mio esilio bergamasco, una delle cose che mi davano una certa speranza nel futuro era il pensiero che anche Simone de Beauvoir aveva passato due odiosi anni in una cittadina di provincia dove l'unica cosa che le faceva passare il tempo era andar per montagne.

 Il posto in questione era Rouen, dove insegnava in una scuola femminile dove non succedeva mai niente se non qualche scandalo lesbico tra insegnanti e storie varie di esuli russe bianche.

 Rouen era quanto di più noioso potesse accadere a una delle più grandi scrittrici del novecento: il nulla cosmico, la noia, un lavoro che la appassionava solo a tratti e il pensiero continuo che la vita stesse scorrendo in tutta la sua potenza. Altrove.

 Fu però anche il posto dove Simone de Beauvoir conobbe un'alunna fondamentale per la sua esistenza di scrittrice, quell'Olga che le diede successivamente l'idea per "L'invitata", il suo fortunato romanzo d'esordio.


BIANCIARDI e MILANO:

Milan l'è un gran milan, ma è anche una città difficile, dura, che tanto dà, ma molto di più chiede. 

 Pochi posti in Italia possono vantare un tale ventaglio di possibilità per chi desidera lanciarsi verso più grandi orizzonti, ma pochi posti risucchiano in modo altrettanto voluttuoso energie e stipendi. 

 Bene lo sapeva Luciano Bianciardi che basò la sua opera narrativa sull'ossessione che questa città (e il lavoro che gli aveva dato) procurò a un'esistenza sempre in lotta.

 Voglio dirlo, pochi scrittori mi danno un senso d'immedesimazione, d'identità, come Bianciardi. 

 Nella sua totale insofferenza verso un mondo ipocrita, verso tanti salamecchi, verso i ricchi che si atteggiano a poveri e i poveri che venderebbero l'anima pur di essere (o peggio apparire) ricchi, mi rivedo in un modo quasi straniante.

  Probabilmente perché Milano ha su di me la stessa impressione: un luogo verso il quale sono andata (io più casualmente di lui) e che mi ha dato in un certo senso ciò a cui aspiravo, ma anche un posto dove chi è insofferente e "contro" trova un'esasperazione ai suoi pensieri tortuosi.

 Bianciardi lottò fino alla fine per non integrarsi in un mondo che disperatamente lo avrebbe accolto e divorato. Milano della quale non poteva fare a meno e che infine lo distrusse.


GOETHE e L'ITALIA:

Il grand tour nel sud dell'Europa era il must per giovani del nord e mitteleuropa dell'ottocento.

 Erano molto innamorati dei nostri cieli, di un buon clima che potesse guarire le infinite malattie polmonari che molti lutti addusse ai nordeuropei e di, incredibile ma vero, una certa libertà di costumi.

 Leggere adesso "Viaggio in Italia" di Goethe è un vero spasso.
 Nessun travel blogger può permettersi di essere così sincero, né, probabilmente vorrebbe (ho in canna da tempo un post sui rapporti tra blogger e servizio al potere che non ho cuore di pubblicare), ma Goethe, che non aveva problemi social e neanche di autobranding poteva pur scrivere quello che gli pareva.

 Scopriamo perciò che Venezia non gli piacque particolarmente, la considerò sporca e poco accogliente, che a Firenze si concentrò immotivatamente su monumenti minori e che visitò Bologna di una manciata di ore decretando fosse noiosa e per niente affascinante.

 Pieno di pregiudizi verso Roma che da buon protestante considerava il corrotto centro del cattolicesimo, scopre invece una città viva e piena d'interessi in cui si intrattiene piacevolmente prima di partire alla volta di Napoli, amatissima e dove secondo me c'è la frase top del libro.

 Un locale infatti gli dice che al nord: "sempre neve, case di legno, gran ignoranza e denaro assai".

 Il gran finale però non è all'altezza.
La Sicilia si rivela un luogo troppo difficoltoso però il nostro che si imbatte in una Messina rasa al suolo dal terremoto, in grandissime difficoltà di viaggio nell'entroterra e in generale Goethe è ormai folgorato dalla sympatia napoletana che non ravvisa nei siciliani (infatti a un certo punto prende armi e bagagli e torna prima a Napoli e poi a Roma).

 Un gran tour così sincero adesso sarebbe impossibile. Nessuno vuole finire male all'epoca dei social.


DOSTOEVSKIJ e SAN PIETROBURGO:

Strano forse a dirsi vista la preminenza dell'atmosfera cittadina nei suoi romanzi, ma Dostoevskij detestava la sua San Pietroburgo. 

 I motivi di tale odio possono essere stati molteplici: nato a Mosca vi venne spedito dal padre per frequentare un'accademia militare in vista di una carriera che non prese mai il via (e che non prese neanche mai in considerazione davvero).

 Era, San Pietroburgo una città che doveva forse apparire strana all'epoca, lui la descrive "astratta e premeditata", essendo stata costruita dallo zar con uno scopo preciso: quello di sembrare una città quanto più simile all'Europa.

 In perenni economie, cambiò venti casi scrivendo un capolavoro dietro l'altro, ci sarebbe comunque riuscito lontano da lì?


JOYCE  e ROMA:

Roma è una città con la quale i nordici, intesi come nord Europa, hanno sempre avuto un ambiguo rapporto.

  Keats ci andò tentando di non morire (e ci morì), gli Shelley ci persero una figlia (in generale l'Italia non portò fortuna alla loro prole) e Joyce, a quanto sembra, la odiò visceralmente.

 Mentre già si trovava a Trieste, rispose a un annuncio di lavoro di una banca che cercava in quel di Roma un corrispondente in grado di leggere e scrivere in varie lingue.

  Joyce rispose e fu assunto andando ad abitare vicino via Frattina. Tuttavia, come scrisse in numerose lettere al fratello, odiò Roma con tutte le sue forze.

 Sette mesi pessimi che gli bastarono a decidere di scappare, ma che vengono ritenuti dagli studiosi fondamentali nella genesi del suo capolavoro, l'Ulisse, confermando questo strano rapporto fruttuoso tra scrittori e città profondamente odiate.


martedì 8 gennaio 2019

Piccole recensioni tra amici! "Tutto quel buio" e "L'inferno è una buona memoria" tra noir poco surreali e saggi su vecchie glorie del fantastico.

 Mentre cerco di trovare il tempo per un fumetto importantissimo, (ma per questo fine settimana giuro che lo farò perché è davvero troppo importante), e rantolo dalla stanchezza, cerco di smaltire un po' di recensioni.


 E' un periodo molto stancante, un inizio anno che definire pieno di novità è fortemente riduttivo.


 Mi spiacciono tutti questi misteri, ma voglio dire tutto nel modo migliore possibile e penso che il modo migliore sia un fumetto.


 Godetevi intanto questo "Piccole recensioni tra amici"!


TUTTO QUEL BUIO di Cristiana Astori ed. Elliot:

 E' stata una piacevole sorpresa, anche se non quanto avrei sperato fino all'ultimo, questo giallo con venature horror di Cristiana Astori.

 Scovato per caso in un Libraccio dove ho preso l'abitudine di andare per preservare il mio stipendio e riuscire ad arrivare a fine mese (lo so, esistono le amiche biblioteche, ma ultimamente non esiste il tempo per andarci), mi ha incuriosito sin dalla quarta di copertina, una cosa, sottolineo, che non mi succede quasi MAI.

 La storia inizia in modo insolito: c'è la classica esperta che deve partire per recuperare l'antico vaso e portarlo in salvo MA stavolta l'antico vaso non è né un vaso né il solito libro o quadro maledetto.

 Si tratta infatti di una rara pellicola ungherese degli anni '20  svanita nel nulla e ricercatissima da danarosi, eccentrici e pericolosi collezionisti di tutto il mondo.

 Susanna Marino è una giovane esperta cinematografica che si arrabatta facendo la cameriera e prendendo, di tanto in tanto, commissioni per ritrovare perdute pellicole pericolose.

 Nel suo recente passato c'è un tragico lutto, nel suo tragico presente un problema di narcolessia e non solo. Il tutto condito da genitori che vorrebbero lasciasse Torino per tornare da loro in provincia e una cronica mancanza di denaro.

 Un giorno, un misterioso collezionista le commissiona il ritrovamento della pelicola Dracula Halalà, la prima che vedrebbe Dracula sul grande schermo e la copre di soldi e la spedisce a Budapest a cercarla.

 Lì, seguendo un flebile filo che s'intreccia con la tragica storia del '900, risale la corrente in un susseguirsi di cibarie ungheresi (che sembrano molto gustose), episodi horror al limite del sovrannaturale, morti, poliziotti non proprio sveglissimi e sexy violinisti.

 Allora.

 Inizio col dire che io muoio dalla voglia di leggere libri con trame simili, stile gialli all'italiana: trame inquietanti, con personaggi allucinanti e momenti di puro horror.

 Cristiana Astori rispetta tutto questo, anche troppo.

 Il debito che alcune sue scene hanno con l'immaginario dei gialli all'italiana, è anche troppo elevato, diciamo al limite della scopiazzatura. Il che va anche bene, ma bisognerebbe ricordare che nei gialli all'italiana certe robe estreme funzionavano perché l'intero film si reggeva su una totale surrealtà.
 Il problema del libro è che invece fa affidamento su un senso di irrealtà, quello che prova costantemente Susanna ogni qual volta accade qualcosa di strano, ma anche di particolarmente ordinario. 

 Tutto le appare irreale e ci tiene a ripeterselo e a ripetercelo, ed è la cosa più sbagliata del pianeta perché uccide l'atmosfera noir e un po' torbida che dovrebbe man mano crearsi.

 Se si vuole calcare la mano con episodi assurdamente crudeli o con pittoreschi omicidi, io sono la prima a essere concorde (non amo lo splatter, ma il perturbante sì), ma questi hanno senso solo se la trama e i personaggi coinvolti muovono tutti insieme in quella direzione.

 In parole povere: è un buon libro che sembra scritto col freno a mano, come se si temesse di andare fino in fondo.

 Grosso errore perché certi azzardi funzionano solo se si è violentemente coraggiosi, altrimenti resta il retrogusto amaro del "Vorrei ma non posso".

 So che la Astori ha scritto altri gialli con la stessa protagonista e sono molto curiosa di leggerli per capire se è proprio un suo modus operandi oppure se gli altri hanno quel tocco di vertiginosa follia e di spericolato coraggio che consentirebbe alle sue tante buone idee di diventare assurdamente grandiose.

 In caso contrario conto molto sulle prove future! Più libri su questo filone vi prego!!


L'INFERNO E' UNA BUONA MEMORIA di Michela Murgia ed. Marsilio:

 Va dato merito a Michela Murgia di aver contribuito a riaccendere la curiosità su Marion Zimmer Bradley, bravissima e controversa autrice di fantasy e fantascienza, autrice di decine di tomi, deceduta nel 1999.

 Ho scritto due post ultimamente sulla grandiosa e magnificente opera di MZB, quella saga di Darkover ricca di inventiva, umanità, personaggi meravigliosi e peculiari sperimentazioni sociali molto anni '70 adattate al mondo medievale e tecnofobo nato su un lontanissimo e gelido pianeta.

 Tuttavia qui da noi MZB è assai più conosciuta per "Le nebbie di Avalon", riscrittura, dal punto di vista della maga Morgana, del ciclo di Avalon.

 La Murgia ha dedicato a quel grande meraviglioso libro, questo piccolo saggio che, per dovere di cronaca devo avvisare: potrebbe molto comprensibile a chi non ha letto il libro di cui parla.

 Certo, nell'introduzione ci sono numerose pagine tratte dal libro per tratteggiare il personaggio di Morgana, piccola grande pedina di un destino che combatte per tutta la vita solo per vederlo compiersi.

 La Murgia, che ammette di aver letto il libro per assoluto caso (come per assoluto caso la maggior parte dei letttori si imbattono nei libri che cambieranno loro la vita), analizza i grandi personaggi femminili che compongono questa riscrittura in cui un potere nuovo, più crudele e meno lungimirante uccide simbolicamente e non solo un antico potere, comunque violento, ma con una sua logica.

 Molti personaggi affollano questa storia vividissima:
 Ginevra, la gattamorta del "vorrei ma non ci riesco perché sono una donnina tenerina deboluccia" che tiene avvinti a sé uomini avidi di zerbinaggio passivo/aggressivo.
 La perfida Morgause che dimostra come anche le regine, in nome del potere, possano compiere orribili nefandezze.
 Morgana, talmente impegnata a non farsi dire cosa deve fare della sua vita che, alla fine, ne vive una fatta di rimorsi e rimpianti.

 Un saggio che consiglio ai veri appassionati di MZB e a chi volesse lanciarsi nell'impresa, giusta e doverose, della nuova edizione de "Le nebbie di Avalon" dell'Harper Collins.
 Purtroppo rieditata in due volumi, (belli eh, ma big money) ha svelato a noi appassionati la sconcertante verità: nonostante  le precedenti edizioni fossero state tradotte dall'ottima Roberta Rambelli... non erano integrali!

E mi raccomando, state tuned! Questa settimana grande recensione su "Cinzia"!

giovedì 1 marzo 2018

'O scrivemo strano? Le nuove mode della forma narrativa (e dell'uso del libro) tra autofiction alla francese, cell phone novel, libri da scrivere e coffee table books.

 Marzo, infine arrivò.

 Non so come sia possibile che autunno e inverno volino in questo modo indecente (e i mesi caldi non passino mai), ma siamo già di nuovo in primavera anche se con la neve tardiva non si direbbe.

 Da pochi giorni a Milano è finita la fashion week e voi direte chissenfrega, mi unisco al coro, ma mi è sembrata l'occasione per scrivere finalmente un post che volevo fare da tempo: quello sulle nuove mode in libreria.

 Non le mode nella narrativa (a cui vorrei dedicare un altro post), ma mode della forma narrativa.

 Avevo già fatto un post sui libri degli youtuber e sulle light novel (i romanzi tratti dai manga di successo), e per questo non li ho inseriti in questa rassegna che rimane comunque cicciottella.

 Curiosi? Cominciamo!

AUTOFICTION o AUTOBIOGRAFIA ALLA FRANCESE:


 E' sugli schermi, in questi giorni, un film francese tratto da un libro dell'autrice Delphine de Vigan "Da una storia vera": "Quel che non sai di lei".

 Ricordo che l'avevo leggiucchiato quando era uscito un paio di anni fa trovandolo carino, ma un po' sonnolento.

Era anche abbastanza disturbante il fatto che, malgrado l'autrice fosse Delphine in persona, si lasciasse intendere qui e lì che tutto poteva essere accaduto davvero, ma anche no.

 Scoprii che si trattava di un genere letterario, nato in Francia qualche decennio fa, e conosciuto come autofiction o autobiografia alla francese: l'autore decide di scrivere un romanzo usando sè stesso come protagonista, ma attribuendosi fatti fittizi.

 Il tutto serve a dare un manto di ambiguità alla faccenda: questo sarà successo davvero o no? Questi episodi saranno reali o no? Lo avrà detto davvero o no?

 In realtà trovo qualsiasi giochino con la personalità dello scrittore, una furbata di cui la storia della letteratura non ha bisogno (che poi è lo stesso motivo per cui trovo ipocrita la scelta di Elena Ferrante o chiunque si celi dietro di lei).

 In ogni caso, se ben ci si riflette, è il solito furto in salsa francese, Dante ci aveva pensato molti secoli prima a inoltrarsi in prima persona in una selva oscura.


CELL PHONE NOVEL:

 Questa definizione probabilmente non vi dirà niente ed è effettivamente un genere che in Italia, almeno apparentemente, non ha ancora preso piede.

Di cosa si tratta?

 Di romanzi nati sul cellulare per essere fruiti sul cellulare. Non tablet, non portatile, proprio cellulare.

 Ne ho scoperto l'esistenza tramite un manga abbastanza trascurabile e abbastanza brutto, "Mission of love", una specie di shojo (manga per ragazze) un pochino-ino erotico, in cui la protagonista, Yukino, è una scrittrice di cell phone novel molto seguita.

 Il concetto è lo stesso dei vecchi romanzi a puntate e ne ha alcuni punti in comune: l'autore è quasi sempre nascosto da uno pseudonimo, ogni puntata termina con un hype, un momento di suspance, il tema è solitamente amoroso.

 Due però sono le grandi differenze: la lunghezza e il passaparola.

 Essendo romanzi per cellulare i capitoli assomigliano più a dei tweet che a dei capitoli di un romanzo, sono perciò brevissimi.

 Inoltre le cell phone novel viaggiano tramite passaparola, soprattutto, come si intuisce anche dal mezzo, tra un pubblico molto giovane.
 In una classe di liceo qualcuno inizia a leggerlo e zoom il romanzo può diventare virale, con la stessa potenza e la stessa casualità che caratterizza qualsiasi cosa provenga dal web.


 Non so se in Italia circolino effettivamente dei romanzi sotto questa forma, immagino in realtà di sì, come circola bene o male tutto, purtroppo dopo i 25 anni si apre un gorgo dopo il quale rimani all'oscuro di tutto.

 Tuttavia in libreria ci sono una serie di libri che corrispondono sia narrativamente che graficamente a questo stile.

Parlo dei libri di Massimo Bisotti e Antonio Dikele Di Stefano.

 Si tratta di romanzi, più o meno, composti da frasi brevissime concatenate, molto concise, molto d'effetto, molto da facebook (al quale, ad esempio Antonio Dikele Di Stefano deve la sua fortuna).
 Se dal libro li si mettesse a pezzi su un cellulare, funzionerebbero comunque e anzi forse, tornando a un mezzo a loro più consono, ne trarrebbero giovamento.


RACCONTAMI UNA STORIA:


 Visto che quest'anno non sono riuscita a scrivere il post sui libri che di sicuro avreste trovato sotto l'albero a Natale (sì, lo so che siamo a Marzo, è sconcertante), non avevo potuto rendervi edotti su questo nuovo trend: i libri da regalare a parenti e amici affinché li scrivano in prima persona.

 Avete presente quando vostra nonna inizia a raccontarvi le sue avventure di bambina e ragazza? Avete presente quando sospira dicendo "Eh, dovremmo raccogliere tutte queste storie"?

 Ecco, qualcuno ha pensato di farci un'intera collana e, visto che vendeva bene, qualsiasi casa editrice di "varia" l'ha imitata.

 Leggenda vuole che l'idea sia stata lanciata da una casa editrice toscana, la Sarnus, qualche anno fa, ma il boom nazionalpopolare si è avuto il natale passato e perdura tuttora.

 Ce n'è per tutti: mamme, papà, nonni, sorelle, amici, persino zie!

 Si tratta sostanzialmente di un quaderno creativo che si limita a dare un elenco di domande lasciando poi lo spazio per scrivere.
 Alla fine, l'idea vorrebbe che la persona a cui è stato regalato la restituisca, ricca di ricordi, al regalatore.


COFFEE TABLE BOOKS:

 Esistono credo dalla notte dei tempi, ma ho notato un picco di richieste di questi cosiddetti Coffee Table Books negli ultimi due anni.

 Si tratta di libri illustrati molto belli e di formato molto grande il cui scopo è principalmente d'arredo o di compagnia.

 Si pone su un tavolo di passaggio (studio, studio medico, salotto, sala d'attesa) e tu stai lì che lo sfogli senza voglia nell'attesa che passi il tempo.
Esempio dimostrativo

 Immagino che in un'epoca pre-cellulare avessero principalmente questo ruolo, ma adesso fatico a trovarne uno che non sia l'arredo puro e semplice, anche se immagino essendo principalmente libri d'arte, architettura o design, siano comunque un belvedere.

 Personalmente adotto la tecnica degli chef: non si mette mai nel piatto qualcosa che non va mangiato e non si tiene mai in casa un libro che non va letto.


 E voi? Avete letto delle cell phone novel? Tenete coffee table books in ogni angolo della casa? Testimoniate!

lunedì 9 ottobre 2017

The Goodfellas, "Quei bravi ragazzi". Il caso della copertina di "#Like4Like", le ragioni della satira, il pubblico generalista e il diritto di critica.

 Uno di quei vari film americani su gente sfigata alle superiori che da grande ha ormai una vita iperfiga, ma pensa solo a vendicarsi di chi lo vessò in età giovanile, disse una volta una grande verità.

 Qualsiasi cosa noi si possa fare, in un certo senso, non usciremo mai dal liceo.

 Se, anche a distanza di anni ci facciamo molto caso, forse avremo avuto la nostra rivincita su chi ci bullizzò, essendo noi divenuti capitani d'industria e loro dei pescatori di carpe sul mar Nero (con tutto il rispetto per i pescatori di carpe), ma la stragrande maggioranza delle dinamiche sociali tra esseri umani sono lì, misteriosamente e inquietantemente intatte. 

Quel che le persone facevano a sedici anni, continueranno a farlo, salvo eventi radicali, per tutta la vita.

 Una di queste dinamiche sociali che più mi dava fastidio da adolescente e che continua a darmi fastidio da adulta (anche io non sono cambiata molto, esattamente come gli altri), è quella che io ho ribatezzato "The Goodfellas" o anche "Quei bravi ragazzi".

 Si tratta sostanzialmente di gruppi di maschi che condividono molte cose e formano dei gruppi molto saldi. Come la maggior parte degli amici direte voi.

 Eh no, perché la maggior parte degli amici non rompe le palle al prossimo decidendo cosa sia giusto e cosa sbagliato, cosa sia buono e cosa sia cattivo, cosa sia di moda e cosa no, cosa debba piacere e cosa, chi si debba considerare uno sfigato e chi no, chi si debba far passare come un decerebrato e chi no, chi si debba sminuire e isolare e chi no.

 Ne ho conosciuto un gruppo di questi Goodfellas molto da vicino e ovviamente io non ero tra i giusti, o meglio, le giuste.

 Perché generalmente questi Goodfellas hanno una serie di figure femminili che gli volteggiano attorno, fidanzate solitamente, amiche quasi mai se non per meriti speciali. Costoro, sebben donne, godono di una particolare immunità di gruppo che le rende intoccabili e non criticabili.
 Ovviamente però, se la fidanzata e un Goodfellas dovessero lasciarsi, state pur certi che il Goodfellas verrebbe tenuto e la ex gettata alle ortiche. Anche se era lei quella che faceva parte del gruppo da vent'anni e non l'altro.

 La mia esperienza con quei bravi ragazzi all'epoca delle superiori, mi ha reso molto guardinga verso questo microcosmo umano che ravviso di tanto in tanto in molti altri contesti (ci sono anche le Goodfellas femminili, ma hanno altre caratteristiche, più esplicitamente Evil Queen) e mi è parso di ravvisarne una traccia quando è uscita fuori la prima copertina di "#Like4Like".

 Cos'è?

 Si tratta di fumetto  di Marco Rincione e Prenzy edito da Shockdom che racconta, un po' sulla falsariga di Black Mirror, la deriva inquietante che le nuove tecnologie potrebbero avere sul nostro futuro.

 Un fumetto abbastanza innocuo che, letto, si è rivelato non solo innocuo, ma anche poco originale.
 Tuttavia è stata interessante, da un certo punto di vista, la polemica che si è scatenata prima dell'uscita. 

 La prima copertina (quella che, se ho ben capito, è stata mantenuta per le fumetterie) rappresentava infatti una donna intenta a praticare sesso orale a un like di fb.

 In basso sulla sinistra, appare l'hashtag #processo che molti hanno collegato, per stessa ammissione degli autori, giustamente, al famoso caso Cantone.

Tiziana Cantone
 Facciamo un passo indietro se no non si capisce il discorso successivo: Tiziana Cantone, ragazza napoletana, il cui nome probabilmente passerà alla storia come il primo vero caso in cui la giurisprudenza attuale si è dimostrata assolutamente incapace e inadatta a gestire la complessità a cui ci sta mettendo davanti il web come cittadini.

 Questa ragazza girò consapevolmente dei filmini diciamo hard e ignoti, senza il suo consenso, misero i seguenti filmini sul web.

 Per sua sfortuna divennero virali, ci fu una gogna a cui parteciparono moltissime persone sul web e lei, stremata e senza giustizia nonostante avesse chiesto il diritto all'oblio, si suicidò.
 Nessuno è stato condannato. Accadeva nel 2016.

 Ora. Si possono avere molte opinioni sul web, su cosa sia lecito sanzionare e cosa no, se sia lecito sanzionare, se effettivamente sta limitando la nostra libertà inducendoci a stare tutti molto attenti se non vogliamo fare la fine di Tiziana, o se, al contrario, è solo paranoia e si tratta di sfiga, però, io direi che un'opinione sulla copertina di un libro ancora la possiamo esprimere.

 Ed è qui che casca l'asino.
 Perché la prima volta che io ho visto questa copertina è stata sulla pagina delle Geekie Chicks, delle ragazze che si occupano di cose "nerd" e che la criticavano.

 Le risposte, sotto, erano molto da the Goodfellas, quei bravi ragazzi, quelli che ti dicono "oh, ma stiamo solo scherzando, che palle che te la prendi" e decidono, a priori, per cosa tu te la debba prendere o meno. Sopratutto se sei donna, che si sa, siamo tutte delle sofisticatine precisine (a parte le amiche strette dei Goodfellas).

 Era tutto un "E' solo una vostra impressione", "Ok, quella in copertina è la Cantone, ma la copertina non vuole essere offensiva contro la Cantone" ecc.
 Ecco, ora io capisco tutto, ma arrivare a non trovare offensiva una copertina in cui una ragazza morta suicida perché messa alla pubblica gogna, e mettercela mentre, ovviamente sta praticando un atto sessuale, necessita di uno sforzo d'immaginazione davvero notevole.

 E qui casca il secondo asino. LA SATIRA.

 Adesso, ogni volta che si tenta una critica di simili opere (fumettose, audiovisive, libresche ecc), la risposta è "Ma è satira! La satira deve essere libera! Nessuno può mettere il bavaglio alla satira!".
 E io rispondo, "Certo, infatti nessuno vuole imbavagliare nessuno". 

Io non ho mai pensato che dovessero essere ritirate dal commercio tutte le copie di Like4like o che dovessimo dar fuoco alle stampe, ci mancherebbe, ma rimangono comunque aperti due Ma grossi come capanne:

1) Una cosa non è satira solo perché te lo stai dicendo da solo.

Il nostro caro amico Aristofane.
Da rileggere tutti direi
Cioè non basta dire: questa è satira e appiccicarci un foglietto. Ci deve essere una condizione esistente che la rende tale, una motivazione per la sua stessa esistenza. La satira non deve compiacere i potenti e non deve per forza piacere alle masse, ma non è manco possibile definire qualsiasi idiozia venga in mente a chiunque satira.

 Anche perché, la satira deve avere un soggetto da colpire. 
 E in questo caso il soggetto chi era? La Cantone? No, probabilmente l'ansia generalizzata della gente di avere approvazione sui social e di essere disposta, per questo, a mettere tutto in piazza. 
 Ma la Cantone non ha messo in piazza la propria vita sessuale in prima persona. E' la vittima (e non il soggetto agente) di un'altra storia. Quindi, cosa c'entra?

2) Facciamo pure che è satira perché ovviamente non sta a me dire cosa è e cosa non lo è. 

 In tutto ciò però, non esiste nessun grande quaderno delle leggi della satira in cui si dice che essa non sia criticabile.
 Non è la terra di nessuno del "Oh, è satira, stai muto perché faccio il caxxo che voglio".

 La satira, esattamente come tutte le cose della terra, è soggetta a critica e il muro dei the Goodfellas che ti trattano come una povera cretina isterica che se la prende per tutto e non capisce l'immensa profondità di un'imperdibile storia, non va nella direzione maestra della satira: la libertà di parola.
 Se invochi libertà di espressione, prendere chi ti critica per qualcuno che non capisce niente, non è molto coerente.

 Tre ultime cose.

La copertina per venire incontro alle facoltà
mentali dei clienti delle librerie generaliste
1) La copertina cantoniana è come fatto notare da molti, esageratamente "ispirata" da un'immagine dell'autore spagnolo Luis Quiles.

2) Sulla sua pagina, l'editore Shockdom ha scritto che in libreria sarebbe stata distribuita una copertina diversa (un tizio che si fa un selfie con un morto nella bara) perché "il pubblico generalista" avrebbe potuto non capire la prima copertina.

 Quindi, se critichi, la tecnica Goodfellas dello sminuimento (grande hit) permane: vieni declassato a uno che non capisce abbastanza di fumetti e si fa qualcosa per "venire incontro alle tue capacità mentali".

3) Il fumetto, per coerenza, l'ho letto, e non è niente di che. 
 Non lo dico per dare il colpo di grazia, fosse stato bello avrei scritto "Per quale caspita di motivo hanno avuto bisogno di questo casino? E' un capolavoro!".

 Ma non è così. Le storie sono prevedibili, la prima onestamente priva di senso, l'altra scopiazzata da Black Mirror.
 Poi oh, amen, magari sono una sofisticatina, rompina, isterica e tutti quegli altri begli epiteti che fanno sentire alcuni uomini tanto virili.
 Però ci tenevo a dirlo. Ogni tanto anche a me girano vorticosamente le ovaie.

sabato 15 ottobre 2016

Quando il libraio (o il bibliotecario) è anche scrittore. Sette luminosi esempi tra bouquinistes, librerie segrete, arguzie orwelliane, bombardamenti e Just Kids-

Una delle cose che più mi dispiace (e urta) è quando si definisce il libraio di catena (o il libraio non proprietario in generale, quindi anche i dipendenti delle librerie indipendenti) "commesso".

Non che ci sia qualcosa di male nel fare il commesso, ma molti lo usano con quel disprezzo malcelato di chi compatisce (nel migliore dei casi) chiunque si è ritrovato a fare un lavoro socialmente basso come puah vendere cose.

 Ciò che mi porta perciò a farmi arrivare il sangue al cervello quando sento "commesso" e non "libraio" non è perciò questo lato borghesemente snob di chi disprezza l'onesto lavoro altrui, ma la differenza di mansioni dovuta a una differenza di base: il prodotto.

 Certo, esistono librai e libraie effettivamente incompetenti ma possono esserci due ragioni principali:

1) Sono incompetenti. Punto. Ma bisognerebbe ricordarsi che, sfortunatamente per tutti noi esistono incompetenti in qualsiasi professione, dall'avvocato al cuoco, dal medico all'impiegato, dal bancario al ragioniere.

2) Potrebbe darsi che il libraio a cui voi state rivolgendo la domanda non sia effettivamente competente nell'ambito di vostro interesse. 

 Lavorare in libreria necessita di molte conoscenze, molte, molte, molte in qualsiasi ambito, dalla psicologia alla letteratura, dalla musica all'arte.

 A parte Pico della Mirandola o Alberto Angela credo che pochi riescano a spaziare in ogni ambito, anche dopo anni di lavoro. Come ogni tanto dico, fare il libraio certe volte è come giocare a Trivial tutto il giorno.

Per rafforzare queste mie perorazioni e istanze, ho deciso di portarvi alcuni esempi di illustri librai e di un bibliotecario affinché possiate guardarci con occhi più indulgenti.

 In realtà sotto quel libraio che vi sembra tanto stordito potrebbe celarsi un genio!


LUCIANO BIANCIARDI:

 Prima di giungere a Milano e lanciarsi nel rutilante mondo editoriale (se ci sono aspiranti lavoratori nell'editoria vi sconsiglio ardentemente quel pur bel libro che è "La vita agra" perché vi passa la voglia), Bianciardi fu bibliotecario.

 Durante l'università mi portarono in gita alla biblioteca Chelliana in quel di Grosseto (tra l'altro, perdonatemi grossetani, ma l'unica città della Toscana che proprio non mi è piaciuta), una cittadina che venne pesantemente bombardata durante la seconda guerra mondiale.

 Bianciardi si occupò della ricostruzione della biblioteca distrutta durante uno dei raid aerei nel 1944. 

 Insegnante, si fece trasferire alla biblioteca dove recuperò il recuperabile (dopo il bombardamento, un'esondazione aveva rovinato gran parte del patrimonio), catalogò da autodidatta, integrò il patrimonio con testi moderni, lanciò un frequentatissimo cineclub e istituì persino l'innovativo servizio del Bibliobus che si inerpicava per i paeselli del circondario nel tentativo di portare la cultura fuori da un luogo in cui molti erano restii ad entrare. 

 Elisabetta Francioni, bibliotecaria della Biblioteca nazionale Centrale di Firenze ha scritto un libro sull'esperienza di Bianciardi bibliotecario, "Luciano Bianciardi bibliotecario a Grosseto" ed. Aib:

«La biblioteca civica era stata, negli anni fino alla guerra, una tipica piccola biblioteca di provincia. Frequentata da pochi specialisti di erudizione locale, gelosa e chiusa di fronte al gran pubblico: imperava insomma la conservatrice mentalità tradizionale, che purtroppo ancor oggi resiste in alcune biblioteche italiane.
Bisognava invece adoprarsi in ogni modo per fare della biblioteca un centro attivo di diffusione culturale e di educazione alla lettura [...]. Ma questo non era ancora sufficiente: una parte assai larga dei 37.940 cittadini del comune rimaneva ancora estranea alla vita della biblioteca, specialmente nei ceti operai, artigiani e contadini. 
Questi potenziali lettori andavano cercati, avvicinati, educati [...] con letture, presentazioni, recensioni. Ma non è tutto: restano i piccoli agglomerati rurali, le fattorie, le case coloniche. Ebbene, anche queste verranno raggiunte con un mezzo radicalmente nuovo, il bibliobus.»

 La lasciò dopo il 1954 per cimentarsi nel "lavoro culturale" presso la Feltrinelli a Milano.
 Varie furono le motivazioni: una nuova relazione (Bianciardi era sposato e con un figlio), orizzonti più vasti a chiamare e un orribile incidente sul lavoro che nel uccise ben 43 lavoratori nella miniera di Ribolla (tutti fatti narrati ne "La vita agra").
 Fu una partenza per un nuovo mondo. Ma un'amara partenza e un amaro mondo. 


JONATHAN LETHEM:

Lo scrittore Jonathan Lethem lavorò, adolescente, in una libreria che esiste tuttora (e dove tuttora torna): la Brazenhead Books una piccola libreria di New York molto particolare.

 Libreria dell'usato dove il quattordicenne Lethem leggeva e si lanciava in uno di quei classici lavori estivi da tipica educazione americana, nel 2008 è stata costretta a chiudere a causa degli affitti troppo alti (una storia che molte librerie indipendenti conoscono).
 Tuttavia, il proprietario, Michael Seidenberg, non si è dato per vinto e ha trasferito i libri a casa sua dando vita ad una sorta di libreria/biblioteca/rivendita segreta dove artisti, curiosi, lettori, hipster alla ricerca di emozioni culturali forti e generosi bon vivant amanti delle belle lettere si incontrano per comprare libri, discutere, bere e confrontarsi.

 Molto è leggenda, una buona parte di sicuro è moda, di certo c'è molto fascino in questa libreria abusiva che non so neanche onestamente se esista ancora o se infine sia stata sfrattata per problemi legali (e fiscali) anche dal suo ultimo avanposto (magari qualche newyorchese in ascolto saprà dircelo).


PATTI SMITH:

 Visto che il nobel ha sdoganato i cantautori e visto che la buona Patti ha scritto effettivamente un paio di libri, ci infiliamo anche lei.

 Nella sua bella autobiografia "Just Kids" in cui descrive la sua giovinezza a e il suo straordinario incontro fortuito con un giovanissimo Mapplethorpe, prima compagno, poi coinquilino e amico fondamentale, la Smith descrive la sua lunga e difficile gavetta bohemienne. 

 Prima di scoprire un'attitudine alla poesia (inizia infatti la carriera con quei reading poetici che ogni tanto si vedono nei film indipendenti americani, ma raramente si replicano in Italia), la Smith aveva avuto una figlia (data in adozione) da un amore giovanile e per svariati anni visse sul confine della miseria in un appartamento condiviso col futuro fotografo, anche lui poverissimo.

 Migliorò parzialmente le sue condizioni quando riuscì a trovare lavoro presso Brentano's, una catena di librerie dove lavorava anche Mapplethorpe, anche se in una sede diversa.

 Si conobbero il giorno in cui lui decise di spendere un buono in alcuni manufatti etnici che vendevano nella sede della Smith.
 Tempo dopo vennero lasciati a casa entrambi, Patti per un motivo alquanto curioso:
 "Avevo mancato di far pagare a una cliente cinese le tasse sull'acquisto di un Buddha assai caro. "Perché dovrei pagarci le tasse?" mi aveva chiesto, "non sono americano". Non avevo risposte e così non gliele avevo fatte pagare. Il mio buonsenso mi era costato il posto di lavoro."
Adesso se ho ben capito ha chiuso e c'è Sephora

Ma non fu la sua ultima esperienza in libreria, ne ebbe una seconda:
 "Avevo bisogno di trovare un altro lavoro.  
La mia amica Janet Hamill era stata assunta alla libreria Scribner e ancora una volta, come già aveva fatto durante gli anni del college trovò il modo di spartire con me la sua fortuna. Parlò ai suoi superiori, che mi offrirono un posto.
 Mi parve un impiego da sogno, lavorare nella libreria di un prestigioso editore, casa di scrittore come Hemingway e Fiztgerald e del loro editor, il grande Maxwell Perkins."

 State in campana perciò, magari la libraia che vi sembra troppo vestita da fricchettona, in realtà, è una Patti Smith in potenza.


GEORGE ORWELL:

 Due anni fa scrissi un post sull'esperienza che George Orwell visse come libraio e a cui dedicò un arguto memoir contenuto in Italia nell'antologia "Letteratura palestra di libertà".

 La cosa più sconcertante del suo breve e sarcastico resoconto fu l'incredibile attualità che potei ravvisarvi. 

 Certo, in libreria hanno fatto il loro ingresso cataloghi elettronici e via discorrendo, ma il lato umano, quello del rapporto cliente-libraio è praticamente identico, come identiche sono le richieste assurde dei clienti, identica la follia del Natale, identico lo spaesamento del cliente che entra in un negozio dove generalmente tenta di mettere piede il meno possibile e solo per casi specifici e necessità eccezionali (escludendo i lettori forti).

 Nel suo abile resoconto riusciva a inquadrare una serie di manie, di personaggi, di assurde domande che chiunque, nonostante siano passati non meno di 70 anni, esistono e resistono identiche.

 Vi riposto un pezzo illuminante, per il resto potete andare al vecchio link ("Fare il libraio secondo George Orwell"):

"Nel periodo in cui lavorai in un negozio di libri usati- un luogo che, finché non ci si lavora, è facile immaginare come una specie di paradiso dove affascinanti gentiluomini d'età scartabellano eternamente tra in-folio rilegati in pelle di vitello -mi colpì soprattutto la rarità delle persone davvero interessate ai libri. 
La nostra libreria offriva anche volumi eccezionalmente interessanti, ma dubito che uno sui dieci dei nostri clienti fosse in grado di distinguere un buon libro da uno brutto.
Gli snob a caccia di prime edizioni erano molto più frequenti degli amanti della letteratura; gli studenti orientali che tiravano sul prezzo dei libri di testo economici erano anche più numerosi; ma i clienti più comuni erano le signore dalle idee confuse che cercavano regali di compleanno per i nipotini. 
Molti dei nostri acquirenti appartenevano a quella categoria di persone che, pur essendo capaci di rendersi insopportabili ovunque, riescono a farlo particolarmente bene in una libreria. 
Per esempio, l'adorabile vecchietta che "vuole un libro per un malato" (richiesta frequentissima), o quella che nel 1897 ha letto un libro tanto ma tanto bello e vi chiede se potete procurargliene una copia, peccato che abbia dimenticato sia il titolo sia il nome dell'autore: in cambio, però, si ricorda che aveva la copertina rossa.”

CLAUDE IZNER e le bouquinistes:

 Giallista francese, è in realtà lo pseudonimo per due sorelle parigine Liliane e Laurence Korb, scrittrici e libraie, figlie di un libraio. 


 Sono per la precisione sono "Bouquinistes" ossia i librai che vendono libri usati, vecchi (più o meno di pregio) o d'occasione, nelle bancarelle sulla riva della Senna, dove infatti le scrittrici hanno entrambe la loro attività, una sulla riva destra e una sulla sinistra (se ne possono trovare anche se in modo meno istituzionalizzato anche nelle città italiane).


  Nato come mestiere nel XVI° secolo, i librai possessori delle quasi 1000 bouquinistes francesi hanno acquisito privilegi particolari a seguito all'inserimento nel 2011 nel patrimonio mondiale dell'Unesco (ma quando le due gialliste, una settantaseienne e una sessantacinquenne erano bambine era un mestiere che rendeva pochissimo e la famiglia visse a lungo in povertà).

Le gialliste sono talmente attaccate al loro mestiere che anche il protagonista della loro serie principale, ambientata nella Parigi del 1800 è un libraio:   il trentenne Victor Legris.


 NB. Poiché il bibliotecario è un mestiere enormemente più antico del libraio (il libraio per come lo conosciamo oggi è un'invenzione recentissima, prima editore-tipografo e libraio erano la stessa persona e solo coi secoli, dopo l'invenzione della stampa si sono differenziati), ci sono molti più bibliotecari illustri che librai.

 Sul sito dell'Aib, l'associazione italiana biblioteche, potrete trovarne un elenco esaustivo che vede schierati: premi nobel, matematici, rivoluzionari artisti contemporanei, terroristi (generalmente di sinistra), cantautori, filosofi, poeti e molti molti scrittori.

 Vi sta passando l'idea del libraio e del bibliotecario commesso radiocomandato/polveroso topo di biblioteca?

 Non smetterò di lavorare al riguardo!

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