C'è una cosa che in Italia piace fare sopra tutte le altre e non sto parlando del sesso purtroppo.
Se c'è infatti un diletto in cui noialtri italici eccelliamo, ebbene, quello è POLEMIZZARE.
Tutte le mattine trovo il modo di alzarmi e rendermi la vita tanto amara, nel momento in cui apro la pagina fb di questo blog e nel tentativo di rilinkare quattro o cinque articoli decenti, mi imbatto in una montagna di porcherie.
E' il web baby, se tutti avessero qualcosa di intelligente da dire, il mondo sarebbe un posto paradisiaco. Tuttavia dopo una serie di fumantine arrabbiature pre ore dieci del mattino, ho deciso che posso se non altro condividere con voi un piccolo elenco delle polemiche su libreria/lettura/lettori più diffuse che mi diano modo di rispondere virtualmente per le rime a qualsiasi "untore della cultura" passi per codesto blog.
Cos'è un "untore della cultura"? Una figura purtroppo non mitologica più o meno sempre esistita durante la storia, ma che sta vivendo il suo apice nella nostra sventurata epoca. Esso ama gridare in vesti da Savonarola alla prossima fine di: lettori, librerie, librai, carta, cultura, arti varie ed eventuali. Non c'è pace, non c'è rimedio, non c'è perdono per nessuno, e chi prova ad opporsi alla prossima ventura fine del mondo culturale, è solo un povero illuso.
Generalmente il Savonarola di turno è sempre accompagnato da un codazzo di commentatori accesi e molto accaniti, "Hai proprio ragione, per questo ho smesso di provare!" "Gli illusi che tentano sono tutti rakkomandati!" "Ke skifo la gggente che ti critica, Tu dici solo la VERITA'".
Verità che non è mai accompagnata da una soluzione fattibile del problema o della polemica, che è più facile sparare proposte sui massimi sistemi o mostrare sconsolamento che rimboccarsi le maniche.
Ma vabbeh, prima che scada nel retorico, ciucciatevi le polemiche che più mi danno ai nervi in assoluto!
LIBRERIA DI CATENA VS LIBRERIA INDIPENDENTE:
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| Chissà se si sono mai visti casi di amore tra due appartenenti a specie tanto diverse. |
Questo dibattito tiene impegnata una quantità di gente che mi spaventa.
Generalmente funziona che la libreria di catena è vista come una multinazionale simile alla Monsanto, e la libreria indipendente come le quattro mura piene di amore, bambini e buoni sentimenti che lotta indefessamente per la divulgazione della cultura.
Come ho ripetuto svariate decine di volte, trattare il libro come una comune merceologia è sbagliato: il libro non è solo un cubo fatto da carta e non è solo contenuto. Tuttavia pensare che la vendita di libri renda automaticamente dei benefattori dell'umanità mi pare un filino eccessivo. Mi manca poi l'ulteriore passaggio del diventare benefattore dell'umanità, ma solo se possessore di un'attività in proprio indipendente e di piccole dimensioni. Si può essere dei librai perfettamente incapaci e ignoranti et scortesi pur essendo indipendenti (ne ho conosciuti e non pochi), anche se, ne convengo, non ha molto senso visto che in caso di fallimento oltre al posto di lavoro ci si rimettono anche un mucchio di soldi. Al contempo non è assolutamente vero che le persone che lavorano in librerie di catena siano dei mentecatti che fissano il soffitto come capre in cerca di una risposta alla domanda: "Potrebbe darmi l'ultimo libro di Alessandro Manzoni?".
Il manicheismo buono-cattivo non ha mai giovato a nessuno, anche se, concordo è molto più facile concepire il mondo così che pensare esistano conclamate sfumature (e non di grigio).
La polemica comunque è sentita in tutto il mondo, basti pensare che persino Hollywood ha sentito la necessità di raccontare lo straziante amore contrastato tra l'erede di una catena di librerie e una tenera libraia bionda e circondata da bambini: si trattava di Tom Hanks e Meg Ryan in "C'è post@ per te", un francamente non memorabile film precedente all'intervento di chirurgia plastica molesta sulla faccia ormai bombata della cara Meg.
LA NON VOGLIA DI LAVORARE:
La non voglia di lavorare è una grande hit che fa sempre il paio con "le corporazioni che proteggono gli scansafatiche da anni".
Allora, non starò qui a sviscerare la complessa questione del lavoro, dei carichi che esso comporta e del bordello totale in cui le vigenti normative sui contratti hanno ormai gettato tutti noi. Il punto è questa mitologica accusa che in genere trova le sue vittime più comuni nella pubblica amministrazione.
Il morbo dell'accusa di non-lavoro è passato però col tempo anche a chi lavora nel privato. Generalmente i non- aventi-voglia-dilavorare sono quelli dei settori in crisi o che, a causa della crisi, finiscono per fallire. Ai librai (ma questo è un destino che condividono con tutto il settore del commercio) si chiede di: non avere orari, non avere domeniche, non avere giorni di riposo, far giungere prima di subito caterve di libri ordinati il giorno prima, non fare la pausa pranzo, non prendere un caffé in otto ore di lavoro, non sedersi mai in anche dieci ore di lavoro, non uscire a respirare mezza boccata d'aria o fumare trenta secondi una sigaretta e avere sempre il sorriso sulle labbra. Si pretendono cioè servizi superiori a costo non aumentato (anzi ribassato) mentre il terrore di essere fotografati dal primo tizio di turno voglioso di postare su internet una foto di un libraio reo di prendersi un caffé in orario di lavoro, cresce esponenzialmente.
E' evidente che tali privilegi sono loro garantiti dalle "corporazioni" (la famosissima corporazione dei librai), altrimenti filerebbero come agnelli.
IN ITALIA SI LEGGE SEMPRE MENO:
E' un evergreen del nostro infelicissimo paese che invece di essere accompagnato da proposte ha sempre un coro di peana e prefiche e che si strappano i capelli piangendo con ululati altissimi.
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| Il film "Tutti i santi giorni" ben dimostra che non si può pretendere che le persone leggano in età adulta, se all'età adulta ci arrivano in condizioni mentali precarie |
"Oooooh com'è infelice questo paese! La gente non legge!" o l'alternativa è "La gente legge Fabio Volo. Dovete leggete solo Salinger, capirete la vita!". Più di ogni altra polemica questa smaschera il grande problema italiano della totale mancanza di coordinazione dalle parti: perché la gente legge poco? Perché i libri costano? Perché è pigra? Perché non ha tempo? Sbagliato.
La gente legge poco perché, è il caso di dirlo, il livello collettivo è basso.
E' basso perché da noi non esiste NESSUNA cultura della lettura. Gli unici che osano farti leggere sono gli insegnanti e c'è gente che dopo quarant'anni scrive sul suo blog che è rimasto TRAUMATIZZATO dalla lettura forzata dei "Malavoglia", per non parlare delle madri che si stracciano le vesti se i figli sono costretti a leggere due libri durante le vacanze. Per educare gli italiani alla lettura servono investimenti che partono dalla nascita a tutto campo, a casa, a scuola, in biblioteca, sui genitori, sui nonni, sugli insegnanti. Hai voglia a dire che la colpa è delle librerie che impilano libri spazzatura o si macchiano dell'orrendo crimine di venderti un caffé mentre acquisti Tolkien, la gente leggerà sempre meno e sempre meno e sempre meno.
I LIBRI COSTANO TROPPO:
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| Alcuni in effetti manco le lamine d'oro di Pyrgi |
Talvolta concordo. E' vero che alcuni libri hanno dei prezzi assurdamente alti.
Edizioni economiche che vengono 20 euro (per non parlare di quelle mai fatte), graphic novel che va bene tutto, ma devi vendere un rene per entrarne in possesso, saghe che a conti fatti ti ci compravi una cucina nuova.
Tuttavia questo che è un cavallo di battaglia polemico di chi non legge (non leggo perché costa troppo) è in realtà un problema dei lettori forti, che vorrebbero tutto e devono limitarsi per forza di cose. I prezzi medi infatti si aggirano sui 15-16 euro (dico medi) con picchi verso l'alto e talvolta verso il basso. Quanto fa? Due pause pranzo fuori? Un ventesimo di una borsa di Louis Vuitton? 15 caffè presi a casa la mattina invece che al bar? Le polemiche hanno un senso se sono mirate, non se sparano nel mucchio. Si è mai visto protestare qualcuno per il prezzo medio delle magliette di H&M? Eppure, credo di poter affermare con ragionevole certezza che dietro di esse c'è molto meno lavoro che dietro un'opera a stampa dello stesso valore.
LE LIBRERIE TEMPLI DEL SAPERE ORMAI SVALUTATI:
O tempora, o mores! Se potessero tornare quei bei tempi d'oro in cui i libraio era come Yoda, i libri solo ed esclusivamente di alto livello, i bestseller non esistevano e soprattutto, a quanto pare, gli esercizi commerciali non avevano bisogno di guadagnare, ma facevano tutto per la gloria.
Concordo anche io che il capitalismo ha esasperato e snaturato tutto, ma c'è anche un'altra dura verità da accettare: Gutenberg ha inventato la stampa aiutato dai fondi di un banchiere (che l'ha poi fregato) per fare soldi, da quando esiste il libro a stampa, certo ci sono stati gli illuminati (e in epoche più spirituali della nostra indubbiamente erano un pochino più diffusi), ma il desiderio comune del commerciante di libri era sempre l'amico denaro. E' per lo stesso motivo che non hanno senso gli inviti ai librai a non vendere determinati titoli perché poco culturali o troppo mainstream. Il punto non è che si vendono quei titoli, ma quanto il libraio è bravo a venderne anche altri, meno in vetrina, meno conosciuti e diecimila volte più belli.
Ne parlai diffusamente in un post un annetto fa e ve lo ripropongo: La mysteriosa epoca d'oro delle librerie.
Scusate, mi sono dilungata, trattasi della grafomania causata dall'astinenza da vacanza. E comunque la cartina tornasole per decretare che in Italia nulla cambia mai è la canzone di Rino Gaetano "Ma il cielo è sempre più blu". Il giorno che non ci sembrerà fresca di una settimana, allora forse avremo fatto mezzo passo in avanti. Io credo almeno.








