giovedì 7 febbraio 2019

Un post che dovevo scrivere. A Chiara e al pensiero magico che piega la linea del tempo.

A Chiara


E' molto che devo scrivere questo post.
 E' un anno che devo scrivere questo post, ma non ho mai avuto il coraggio di farlo.

 Un anno fa è morta una persona, non la vedevo da tempo e non eravamo rimaste in contatto dopo le superiori. Di tanto in tanto mi era capitato di incontrarla perché era la migliore amica di una mia amica e anche a causa di questi gradi di separazione, onestamente, non mi sembrava giusto scrivere questo post.

 Poiché non era religiosa non ha avuto un funerale in chiesa e alla fine, un anno fa, siamo finiti tutti a salutarla al cimitero

 Appena arrivati io e altri compagni delle superiori ci siamo ritrovati in mezzo ai parenti stretti e agli amici più cari e saggiamente uno di noi ha detto: "Andiamo in un angolo, non è qui il nostro posto". E in effetti, il mio posto continua a non essere lì.

 Tuttavia ho deciso di scrivere comunque questo post perché credo che quando qualcuno che è stato nelle nostre vite muore, tutto quello che possiamo fare è trovare il modo di farlo esistere ancora, da qualche parte, in qualche modo.

 Quando facevo le superiori, nel mio liceo c'era una compagnia teatrale.
 La teneva un professore d'italiano di una sezione dello scientifico che in gioventù aveva fatto molto teatro anche a livello serio. Era un uomo buono che amava Pirandello, Eduardo e altre cose che noi, alle superiori, non è che amassimo così tanto.

  Lui ci donava perle del teatro italiano e noi sognavamo di interpretare Shakespeare convinti che solo cimentandoci in cose roboanti (e che non facevano parte del programma di letteratura italiana) avremmo avuto la giusta gloria.

 Iniziai a frequentarlo subito, il primo anno, anche se non conoscevo nessuno. 

 All'epoca la compagnia era presa da una pièce che si rivelò molto disgraziata: "La zia di Carlo". Disgraziata perché, nonostante tutti quelli che recitavano, quasi tutti alunni dell'ultimo anno, mi sembrassero bravissimi e bellissimi, era una storia così assurdamente piena di personaggi e situazioni che alla fine non si riusciva mai a provarla tutta fino alla fine.
 L'impresa, infine, naufragò e vennero portate in scena dei piccoli sketch di De Filippo. Quel primo anno non feci niente, se non dare le battute sotto il palco, ma fui molto orgogliosa di essere rimasta fino alla fine visto che dal punto di vista dell'inserimento nei nuovi contesti io sono un motore robustamente diesel: carburo lentissimamente e prendo il via solo dopo un po' (poi lo prendo bene, ma all'inizio non sapete la fatica).

 L'anno dopo, i bravissimi e bellissimi dell'ultimo anno andarono tutti all'università e ci fu un improvviso vuoto generazionale. Di colpo, anche se avevamo solo quindici anni, io e una manciata di altri eravamo quelli grandi, potevamo avere le parti importanti e smetterla di essere ai margini dello splendore altrui. Inaspettatamente presto era giunto il nostro momento e posso assicurarvi che lo facemmo fruttare.

 Quel gruppo di teatro per l'intera durata del liceo fu un posto meraviglioso.

 Uno di noi, anni dopo, al funerale del professore che lo aveva aperto, in modo completamente gratuito e facendosi carico di ogni problema, disse che non era solo una compagnia di teatro scolastica, ma il posto in cui eravamo tutti liberi di essere noi stessi. La persona a cui ho letto questo post prima di pubblicarlo ha detto che era come per i bambini di "It": tutto andava bene perché noi eravamo insieme.

 Eravamo: "Persone e basta che vuoi avere vicino, persone con le quali hai bisogno di essere; persone che hanno costruito la loro dimora nel tuo cuore."

 Anche adesso non ho un solo ricordo negativo di quel frangente della mia vita. Non sono i ricordi che si abbeliscono, posso assicurarvi che di qualsiasi altra cosa abbia fatto, in qualsiasi altra cosa mi sia cimentata, ci sono state luci e ombre, com'è normale che sia.
 Per questo mi è così difficile spiegare quel periodo, perché solo dopo anni ho capito quanto sia eccezionale.

 Qualche anno fa iniziai a frequentare un'associazione in cui ho trovato molte amiche, ma che ho poi abbandonato per sopraggiunti litigi. Ricordo che già dalle prime riunioni pensai chiaramente: "Guarda come stiamo bene adesso, devo imprimermelo bene nella mente perché un giorno molte di noi non si parleranno più".
 Non era una cassandrata, era una constatazione: in tutti i gruppi prima o poi qualcuno litiga o si trova un motivo per mandare a monte qualche progetto o ci sono tensioni, spesso anche causate da qualche bega amorosa.

 Quel gruppo di teatro del liceo fu un posto incantato, non un litigio, non una tensione, non un dramma o qualcuno che se ne sia andato sbattendo la porta. Non ho un ricordo negativo di nessuno, anzi. Non ci fu neanche un così elevato numero di coppie, considerando che eravamo tutti liceali un fatto quasi fantascientifico. Penso dipendesse in parte dal fatto che in realtà prendevamo il teatro molto sul serio.
 Non era un modo per perdere tempo e nessuno ci costringeva. Non eravamo spinti da qualche progetto scolastico e neanche eravamo premiati in qualche modo se continuavamo a frequentarlo.
  Ci andavamo perché ci piaceva recitare.
 Quindi tutti i mercoledì pomeriggio e, talvolta, il sabato, quando si avvicinava la rappresentazione, provavamo diligenti, chiacchieravamo, cercavamo le scenografie, ci divertivamo.

 Dopo le superiori ho rivisto poche di quelle persone. Molte, come me, si sono trasferite in altre città, anche in altri stati, eppure tutte le volte che è capitato di rivedersi è, anche se sembra abusato dirlo, come se ci fossimo lasciati il giorno prima.
 Si dice che i dolori uniscano molto più delle grandi gioie, ma posso dirvi che non è sempre così. Ho così tanti bei ricordi con quelle persone che hanno sempre, ovunque siano, un posto speciale nella mia vita, perché lo hanno avuto nel mio passato.
 Hanno contribuito a rendere un'adolescenza che avrebbe avuto mille motivi per essere un autentico disastro, una terra che posso ricordare con nostalgia e rimpianto.

 Dopo la morte di questa persona ho pensato lungamente di scrivere un post in cui consigliavo dei libri che potessero in qualche modo parlare di lutti da superare o simili, ma per quanto abbia pensato e per quanti libri siano stati dedicati alla morte di persone più o meno care, nessuno e niente mi sembrava adatto.
 La morte è qualcosa di così incredibilmente ignoto, di così definitivo e incomprensibile da non poter essere davvero raccontato.
Solo un libro mi ha dato uno spunto: "L'anno del pensiero magico" di Joan Didion.

 Onestamente non ve lo consiglio, è strano, tristissimo e non parla certo della morte in modo universale. Racconta di un anno terribile in cui la Didion ha perso prima il marito amatissimo e poi la figlia, un lungo straziante peana che non ha nulla da insegnare se non che il dolore è un incredibile abisso.
 Però mi ha colpito il pensiero magico


 La Didion continuava a pensare, conscia della completa assurdità della cosa, che ad un certo punto la linea temporale avrebbe smesso di proseguire, dritta e imperterrita, e, ad un certo punto, sarebbe tornata indietro. 
 Non credeva ovviamente che sarebbe successo, ma aveva la continua sensazione che quel terribile momento sarebbe terminato e tutto sarebbe in qualche modo tornato al suo posto. 
 E' un pensiero che ho spesso anche io: ho sempre la sensazione che i miei ricordi non siano solo ricordi, ma qualcosa che un giorno tornerà.

  Quei giorni del liceo sono lontani sì, ma ho sempre il retropensiero che ad un certo punto ritorneranno.

  Non sono scomparsi ad un certo punto io tornerò lì e saremo tutti insieme di nuovo, e poi la scuola finirà di nuovo e mi trasferirò di nuovo e troverò lavoro, e la mia vita andrà avanti e tornerà indietro come in loop.
 Aveva ragione quel nostro amico quel giorno, questo non è il mio posto e altre persone ben più di me, hanno diritto di essere tristi e ricordare quella che per loro era una presenza costante e luminosa nella loro esistenza.

 Ma è anche per loro che ho scritto questo post.
 Il pensiero magico da un certo punto di vista esiste, non è altro l'impronta persistente che alcune persone lasciano su di noi e ci permette di ritornare sempre e sempre, in qualsiasi momento, nel posto in cui siamo stati felici insieme.

Ciao Chiara


"Si sveglia da questo sogno incapace di ricordare esattamente che cosa fosse, a parte la nitida sensazione di essersi visto di nuovo bambino. Accarezza la schiena liscia di sua moglie che dorme il suo sonno tiepido e sogna i suoi sogni; pensa che è bello essere bambini, ma è anche bello essere adulti ed essere capaci di riflettere sul mistero dell'infanzia... sulle sue credenze e i suoi desideri. Un giorno ne scriverò, pensa, ma sa che è un proposito della prim'ora, un postumo di sogno. Ma è bello crederlo per un po' nel silenzio pulito del mattino, pensare che l'infanzia ha i propri dolci segreti e conferma la mortalità e che la mortalità definisce coraggio e amore. 
Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell'immortalità: una ruota. O almeno così medita talvolta Bill Denbrough svegliandosi il mattino di buon'ora dopo aver sognato, quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l'ha vissuta."

La Chiara dell'inizio e la Chiara della fine non sono la stessa persona. 

1 commento:

  1. Leggendo sono scoppiata in lacrime. E' un post bellissimo. Grazie per averlo scritto.

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