Come scrivo qua e là, per ragioni burocratiche, sono stata costretta a iscrivermi alla scuola di specializzazione (no, non da insegnante).
Siccome in Italia è difficilissimo cambiare comparto perché se prendi una decisione a diciannove anni poi devi pagarla per tutta la vita, ho appena sacrificato nuovamente un mese della mia vita (e molti altri soldi di tasse universitarie) china sui libri.
Questo cappello di lamento (che era più lungo, ma siccome ci ho messo due settimane a pubblicare questo post nel frattempo ho tagliato 20 righe) è per introdurvi al fatto che comunque, malgrado il mio grado 0 di motivazione in questa ennesima avventura universitaria, poiché all’epoca la materia l’avevo effettivamente scelta per un motivo (quello palesemente sbagliato ossia non per i soldi, ma perché mi piaceva), ne ho cavato comunque qualcosa di utile e interessante.
Qualcosa che non possa essere applicato solo ad archivi e biblioteche, ma anche alla vita reale, la nostra, tristissima, drammatica, allucinante, distopica che stiamo vivendo in questo momento.
Nell’esame di Biblioteconomia e ricerca applicata alle biblioteche, per quanto strano possa sembrare, ho trovato una risposta possibile a un tema che mi tormenta (pensate voi come mi tormento io): la mancata partecipazione delle persone alla vita democratica.
Allora, io lo so che per anni ci siamo detti che la gente è delusa, che la politica non dà risposte, che sono tutti uguali e via discorrendo, ma ormai da un paio di anni chi ci governa gode di un illogico sostegno che può essere solo ideologico. Illogico perché l’inflazione è alle stelle, le tasse pure, gli affitti anche, si boccheggia nella vita quotidiana senza via d’uscita.
Quindi, considerando che siamo stati una nazione che negli ultimi trent’anni si agitava pure per gli starnuti facendo ondeggiare i sondaggi come canne al vento, permettetemi di pensare che qualcosa non vada.
Il sostegno ideologico è quello che è: difficilmente amovibile finché almeno parte delle persone non vede un altro carro del vincitore dove salire, Berlusca, Renzi, grillini, Meloni e domani chissà.
Il punto è la famosa gente che non va a votare.
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Manifesto del 1948. Non è per litigare, l'ho messo perché noto che l'astensionismo un tempo era civicamente vissuto in modo diverso |
Questo perché mentre fai politica in un altro modo qualcuno però fa le leggi e poi puoi pure fare tutte le manifestazioni del mondo sul ddl sicurezza, se chi è al governo ha i numeri (e li ha anche perché non sei andato a votare) il ddl viene approvato. Fallo abrogare poi.
Io ogni tanto me chiedo se qualcuno prima o poi c’avrà tipo un’idea matta e penserà: ma perché invece di fare manifestazioni dove ce contiamo tra de noi, non andiamo in parlamento e facciamo le leggi che ce pare? Così, è un’idea che mi pare a destra abbiano assimilato, ma a sinistra per qualche motivo faccia ancora ribrezzo.
In questo specifico post non voglio nemmeno parlare di chi non va a votare perché si sente come un cliente al ristorante: il menù non è di suo gradimento e non ordina. Peccato che in cucina ci dovrebbe stare pure lui perché non è un ristorante, ma una sala comune dove tutt3 hanno responsabilità e stare seduti oltre che irrispettoso verso gli altri è pure nocivo. Io ad esempio mai capito perché chi si sbatte a fare politica debba pure sorbirsi chi non la fa e si lagna.
Per quelli che “la politica la fa chi ha tempo”, fatemi sapere quanto tempo avevano Di Vittorio, gli agricoltori pugliesi, gli operai e tutta la gente che oltre a lavorare si è fatta il mazzo per far approvare diritti su cui sputate perché è arrivato il padroncino di turno che vi rincretinisce di idiozie.
Questa fazione politica che sta prendendo piede nel mondo ha molto gioco a che le persone si percepiscano come consumatori e non come cittadini.
Li blandisce, li coccola, sa che una parte di loro si farebbero comunque scrupoli a votarli e allora li tiene a casa, fa guidare il discorso social da un po’ di troll che dicono che non dovremmo andare a votare “perché se non andasse a votare nessuno allora sì che ci sentirebbero!” (chi ti deve sentire? Mica vivi nella Francia del re Sole).
Insomma si indirizza il discorso verso l’alibi del “non è colpa mia, è colpa di chi ci è adesso” e grandissimo must “se vince la destra è colpa della sinistra”.
Voi avete mai sentito dire che se vince la sinistra è colpa della destra? Io no.
Ma conviene blandire, coccolare, inebetire. Se non ti va di fare nulla perché hai altro da fare va benissimo, se ti disinteressi va benissimo, e se ti senti sempre più impotente va benissimo, così non ti può sfiorare manco per sbaglio l’idea che se fossi più attivo potresti in effetti cambiare qualcosa.
Ma voi direte, se siete arrivati fin qui, ma che caspita c’entra questa invettiva contro l’ignavia con l’esame di biblioteconomia?
C’entra perché, invettiva a parte, mi ha fornito una risposta sul perché la gente partecipa meno e su come, almeno chi ha una vaga motivazione ma non sa come metterla in pratica, potrebbe farlo.
In questo convegno ideato a partire dalle cinque leggi della biblioteconomia organizzato a Milano da Chiara Faggiolani di cui vi consiglio
caldamente l’ascolto (sono 7 ore, ma le valgono tutte, ma esiste
anche il libro con gli atti del convegno "Libro città aperta. Le biblioteche e lo sviluppo umano. Cinque tesi" a cura di Chiara Faggiolani) ci sono stati alcuni
interventi che mi hanno particolarmente colpito su spazio e tempo e
su come l’attuale sistema economico stia divorando entrambi
consegnandoci alla solitudine e a una sensazione di inebetente
impotenza.
Le città sono aggredite dal mercato, luna park per turisti paganti serviti da lavoratori sottopagati.
Le persone residenti non abbienti vengono espulse come se fossero scarti e tutto ciò che può essere massimizzato per il profitto lo è, smembrando di fatto interi tessuti sociali e portando anche seri problemi allo Stato che dovrebbe prima preoccuparsi del benessere dei cittadini e poi di quello degli imprenditori (sì, se affitti casa tua per farne un albergo sei un imprenditore non “uno che arrotonda”, chiamiamo le cose col loro nome, così magari le tassiamo anche come dovremmo).
In questa simpatica gentrificazione, le persone, abbienti o meno, sprofondano nella solitudine.
Non hanno più luoghi dove incontrarsi senza pagare o senza avere l’ansia del tempo che scorre.
Io mai posso dimenticare uno degli episodi che mi ha fatto definitivamente capire che Milano non era più un posto dove stare: io che pago 20 euro un aperitivo e dopo 20 minuti 20 inizio ad essere assillata dai camerieri per consumare ancora altrimenti me ne devo andare. È stato un caso limite, ma è stato un caso in cui ho capito bene che la deriva attuale è: esisti se paghi, se non paghi devi togliere ogni disturbo.
In questo marasma, l’intervento che mi ha dato una possibilità di risposta su come opporci a questa deriva che mette al centro l’umano solo in qualità di bancomat, è stato quello del professor Ezio Manzini.
Nel suo intervento parla di partecipazione. Ma dice anche una cosa che appare ovvia e di cui pure si parla poco e ci si prende ancor meno cura: le forme della partecipazione.
È innegabile che la sensazione generale, quando si va per la prima volta a qualche riunione associativa, di partito, di squadra, di circolo, di qualsiasi forma aggregativa, sia che esistono solo due modi per partecipare: farlo gettandosi anima e corpo o togliere il disturbo.
La sensazione molto spesso (ok, non sempre, ma diciamo spesso) durante i primi incontri è sempre quella del momento di iniziazione: devi convincere le persone che sono già lì da tempo della tua buona fede, ma soprattutto del tuo desiderio di collaborare il più attivamente possibile.
In caso contrario, ammesso e non concesso che qualcuno ti rivolga la parola, la buona volontà è messa in dubbio, chi sta lì da tanto sottolinea come “se tutti facessero così non si farebbe nulla” e in generale, la già poca sensazione di familiarità (ovvia in tutti i contesti nuovi) si amplifica facendo sentire i nuovi venuti ospiti indesiderati.
Considerando che raramente si parte per partecipare armati da un invincibile fuoco pronto a superare ogni ostacolo, è fatale che molti e molte si arrendano dopo la prima volta o dopo la prima mail per chiedere timide informazioni.
In parte è vero che se tutti partecipassimo a tempo perso non si farebbe nulla, ma è anche vero che non tutti abbiamo le stesse possibilità: c’è chi magari vive fuori città o lontano, c’è chi fa due lavori, chi lavora su turni, chi è genitore single e ha poca elasticità, c’è chi ha genitori anziani e via discorrendo.
Insomma, c’è tutta la vita che peraltro fluttua nelle proprie opportunità di anno in anno (esempio su di me: quest’anno con la scuola di specializzazione le lezioni si stanno divorando quasi tutto il mio tempo libero, lo scorso anno non era così).
Se è vero che partecipare è impegno e impegno implica anche rinunce o comunque una selezione (per partecipare attivamente devi rinunciare a riposo o a fare altro) è anche vero che vi è una certa rigidità nelle forme di partecipazione e che forse, se fossimo più flessibili, sfruttando anche in parte le possibilità ibride date dai nuovi mezzi di comunicazione (che per ora vengono usati con più cognizione di causa da chi le utilizza in modo nefasto), si potrebbero intercettare molte più persone.
Ciò che dice Manzini nel suo intervento è che si dovrebbero prevedere più forme di partecipazione e coinvolgimento.
Se le possibilità non fossero così dicotomiche (tuttotutto nienteniente) sarebbe più semplice coinvolgere e sentirsi coinvolti, agganciare chi si sente solo e pensa di non poter fare nulla e di essere consegnato all’impotenza.
E, aggiungo, togliere di mezzo parte di quel mondo che si pensa partecipativo, ma è solo “adorativo”: seguire sui social militanti che pontificano NON è una forma di partecipazione, è una forma di influencing piuttosto subdola.
La partecipazione non è passiva, ma attiva e ha poi il potere di rigenerare le energie: all’inizio si pensa di poter fare poco o di potersi mettere a disposizione un minimo, ma nel momento in cui ci si sente attivi e si vede che quel che si fa ha un senso e produce dei risultati siamo portati a fare sempre di più e a coinvolgere anche altri.
Si scopre che non siamo impotenti e che forse, vediamo i complotti nelle capre volanti in cui hanno iniettato il 5g, ma non siamo capaci di accorgerci delle ovvietà: una massa che non partecipa è una massa governabile.
Per quanto io comprenda appieno le difficoltà e anche l’astio di chi si impegna in prima persona e si trova pure a dover fare il missionario della partecipazione spandendo il verbo, continuo a pensare a quanto fosse pervasivo questo modo di fare negli anni ’70: lo strada per strada, il casa per casa, intendeva proprio questo, coinvolgere tutti.
E se è vero che siamo pochi a coinvolgere e molti a voler essere coinvolti e convinti, in una sproporzione che rende questa via molto difficoltosa, è anche vero che, a mio parere, è davvero l’unica via: nuove forme di partecipazione, diverse, a misura di chi può 5 minuti e di chi può 5 ore.
Eppure, e bisogna ricordarselo quando si dice “che la destra governa per colpa della sinistra”, questo processo non è possibile se le persone che si sentono escluse, sole, impotenti non si mettono in una posizione di ascolto.
Da una parte bisogna cambia comprendere che se non ti batti per te, non lo farà nessuno al posto tuo.
Alzati e fai qualcosa. Tutto può essere fatto, niente è mai perduto.
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