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venerdì 13 settembre 2013

Il cliente che non smette MAI di sognare. Quando il vero senso della vita sta tra cammini di Santiago, autunni a New York e guerrieri della luce.

Qualche anno fa, per motivi che non ricordo bene, ma era di sicuro implicata la tesi perché non riesco a pensare un altro motivo plausibile, passai la bellezza di 3 ore in una copisteria. In quell'interminabile attesa, oltre a invocare la peste su tale luogo, osservai una signora fotocopiare l'opera omnia di Osho, il santone che tanto furore ha fatto una ventina o forse più di anni fa. Lì per lì mi chiesi:  "Come si arriva ad un punto nella vita, in cui si sente il bisogno di leggere tutto Osho?" (e vi assicuro che ha prodotto in abbondanza).Ebbene, io ancora non mi ero imbattuta in quella categoria che ho ribattezzato: il cliente che non smette MAI di sognare.

Mentre il cliente sogna sognando,
 il libraio si domanda se svegliarlo o meno...
Il cliente che non smette mai di sognare in verità è una categoria sociale: esiste proprio un gruppo di persone che non smettono MAI di sognare. Per cui anche a cinquant'anni un tramonto è commovente e sognano di unirsi a medici senza frontiere, salvare gli oppressi, conoscere un sexy medico olandese e con lui/lei sventare una pandemia mortale, incontrare la persona della propria vita rincorrendo foglie d'acero in un parco di New York et similari, trovare una risposta alle grandi domande dell'universo scrutando la forma delle nuvole nel cielo.
 Alors, io non sono una persona cinica, tuttavia, passati i quindici anni, in genere si sviluppa una cosa chiamata senso della realtà che limita la nostra capacità di imbambolamento molesto. Il cliente che non smette MAI di sognare questo senso non ce l'ha e finisce per infognarsi in una categoria talmente precisa da far nascere il dubbio che la sua non sia una scelta di vita ragionata, ma una specie di posa o stereotipo, come quando alle superiori si decideva se essere Pariolini/Sancarlini, darkettoni, fricchettoni.
 Ma cosa legge costui o costei?

 ROMANZI D'AMORE E RISCATTO: Un must per chi non smette MAI di sognare è la trilogia di Katherine Pancol "Gli occhi gialli dei coccodrilli"- "Il valzer lento delle tartarughe" e "Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì". C'è tutto: la donna in crisi d'identità a causa di età e divorzio che diventa scrittrice famosa e si riscatta, la sorella malvagia che viene punita per aver cercato di affrontare la vita con l'inganno, il marito perduto in Kenya, la figlia ribelle, il senso profondo della vita che sbrilluccica negli occhi di questi poveri coccodrilli. Ogni sognatore che si rispetti sa che dopo una caduta c'è la risalita, dopo il divorzio l'amore della vita, dopo il lavoro schifoso fino a 50 anni, la rivelazione del proprio vero essere.

 IL PICCOLO PRINCIPE: Io farei firmare una moratoria al riguardo: le persone con più di trent'anni NON devono citare il piccolo principe come modello di vita. Giunge un momento in cui paragonare i propri amici ad una volpe circospetta e scrutare il proprio cuore perché la verità è invisibile ai nostri ciechi occhi adulti, smette di essere una cosa romantica. "Il piccolo principe" è una bella storia istruttiva per ragazzi, ha un fascino universale e ottime illustrazioni, è frutto della mente di uno che a suon di sogni c'è morto (ma ha avuto il coraggio di fare la vita che voleva, onore al merito, cosa che un sognatore in genere non fa), ma bisogna finirla di vedere l'ispirazione su come affrontare le proprie vicende amorose in una rosa sottovetro. Mollate 'sto libro ai ragazzini.

Paulo Coelho anch'esso vittima
della manina molesta

PAULO COELHO: 
 Un vero sognatore non può che essere un guerriero della luce. E' matematico, potete usarlo come prova del nove definitiva. Tra discese arditeeee e le risaliteeeee su nel cielo apertooooo e poi il desertooooo (vuoi vedere che anche Battisti era un guerriero della luce?), tentativi di suicidi, preti convertiti grazie al vero amore, prostitute che incontrano miliardari salvifici e regole per vivere una vita luminosa di cui dio, sappilo, prima o poi ti chiederà conto (cit.), quando un sognatore è confuso o in crisi d'identità sa che rileggendo Coelho saprà ritrovare se stesso. Non solo, si considererà mediamente molto più colto di un semplice seguace della new age.


IL CAMMINO DI SANTIAGO: Probabilmente diffuso a livelli stratosferici dal caro Coelho, sappiate che non c'è sognatore che non abbia letto il suo celebre tomo per poi riempirsi casa di libri turistici o reportage su chi si è lanciato a camminare là dove solo San Giacomo si era spinto. Nella sezione di turismo c'è una parte dedicata solo ad esso in cui non si ripete altro che è un attimo, fai dieci chilometri a piedi ed entri in comunione con la tua parte più vera.
 Ora, io non dubito che sfacchinare sui monti sia un'esperienza di vita, ma l'ho fatto lungamente con i mai troppo odiati scout, e ne ho un ricordo allucinante. Venirmi a dire che il significato della vita sta in un percorso di decine di chilometri mi pare un po' facilone. Parti due settimane prima che sei una persona, torni e hai capito il vero significato della vita. E allora le bacheche di fb sono tutto un fiorire di: "Meglio ali o radici"? "Buen camino!!" e via dicendo.Il top  è a mio avviso "Un milione ottocentomila passi: io, il mio bambino e il Cammino di Santiago" di Elisabetta Orlandi ed. Paoline. Quando una madre di famiglia acchiappa il suo bambino di otto anni e lo porta a fare quell'esperienza di cui "Il bisogno di raccontare è fortissimo, ti esplode dentro. Vuoi spiegare cos'è che ti spinge a camminare...A volte basta così poco per cambiare una vita..".

Avete capito? Stupidi noi che ci affanniamo tutti i giorni, forza, tutti su un'aereo Bergamo/Santiago a cercare l'illuminazione!
 E voi? Avete amici o conoscenti maggggici sognatori? (Forse sì, a lavorare in libreria altro che Parnaso, un po' si diventa cinici...).

mercoledì 11 settembre 2013

Il dramma delle facce da libro: gli scrittori e l'insormontabile problema delle foto giuste da schiaffare in quarta di copertina.

 Nell'era dell'apparire, in cui a tutti piace pavoneggiarsi, lisciarsi le penne e mostrarsi al top delle loro possibilità, c'è una categoria che in tal senso ha ancora i suoi pesanti problemi, trattasi ovviamente degli scrittori.
 Non so se per loro ritrosia o per sadismo delle case editrici, ma le foto degli autori che vengono spalmate sulla quarta di copertina o ancor peggio sul retro della copertina, sono nel 90% dei casi, agghiaccianti. Ho capito che gli autori spesso non aiutano perché non sono molto fotogenici (è più facile far venir bene Paolo Giordano mr. numeri primi in foto che Marcello Fois, con tutta la buona volontà), ma allora perché non desistere nell'intento e porre un pietoso oblio?
 Esempi imbarazzanti si aggirano in libreria, ma vediamo i casi più comuni.

 LA MANO SOTTO IL MENTO: E' un evergreen che io collego e sempre collegherò a Bruno Vespa. E' un suo must personale nonchè una delle pose più amate da chiunque voglia darci a bere che la sa davvero molto lunga. Credo che in nome degli stoici dell'antichità classica debba in qualche modo indurci a pensare che lui, appunto sta pensando. Solo che boh, 'ste manine mollate lì sotto senza un vero perché sembrano un effetto photoshop venuto male. Perché sta lì? Che ce fa? Giù quella caspita di mano!!

 LO SGUARDO INTELLIGENTE PERSO NEL VUOTO:
Anche questo è un best seller tra romanzieri e poeti che si credono impegnati, nel '90% dei casi uomini. Non so se le donne si sentano meno impegnate o solo cretine o pensano che la posa non le valorizzi abbastanza. Baricco o De Carlo per dire, la amano molto. L'intellettuale, perso nel suo placido mondo, sta partorendo mondi e riflessioni fondamentali sul nostro essere.
 Poiché è una posa e non la realtà, gli occhi sono sempre vagamente a mezz'asta o l'espressione bamboleggiante, il che manda a farsi benedire l'effetto voluto, ossia "lo sguardo intelligente".

COLUI O COLEI CHE DOVREBBERO FAR CAUSA ALLA CASA EDITRICE: Ci sono persone che oggettivamente in foto non vengono bene. Tuttavia mi rifiuto di credere che con tutti i mezzi possibili e inimmaginabili che ci sono al giorno d'oggi non si possa fare qualcosa in tal senso (Chiara di X-Factor ne è la prova lampante, da ragazza carina, ma insomma niente di ché, a gnocca stratosferica nei poster pubblicitari della Tim).
Quello che mi chiedo è: per quale motivo allora ci si ostina a svergognare alcuni autori con foto che non metterebbero manco nell'album delle vacanze estive su facebook?
 Il mio esempio e pensiero va al povero Iacona che è stato l'ispiratore di tale post. Apro una delle casse del rifornimento e cosa ti trovo? Riccardo Iacona in versione vecchiarella felice. Peraltro, nemmeno nel retro, ma proprio schiaffato in copertina!
 Iacona, che io considero assieme a Michele Serra la mia speranza nel genere maschile, probabilmente di come appare su una copertina se ne strafrega, ma io credo e penso e spero che abbia diritto ad un trattamento indubbiamente migliore!

Cristina Cattaneo.

COLORO CHE SENZA L'ANIMALE DEL CUORE DA NESSUNA PARTE:  
La maggioranza son donne, ma ci sono anche scrittori uomini. Non capisco 'sta mania di apparire col proprio cane e gatto ovunque. 
Immagino che ciò abbia a che vedere con la massima della mia storica vicina di casa "Chi nun vòle bene agli animali, nun vòle bene manco ai cristiani", e che quindi dimostrino in tal modo una certa e superiore bontà d'animo. 
Ma io quando vedo sbucare cani e gatti infiocchettati per l'occasione dietro saggi di storia romana o criminologia, strabilio (e smetto di credere nella validità scientifica del libro).

IL TRASH IMPERANTE: Non sono molti quelli che osano sospingersi così in là e in genere non lo fanno gli italiani che comunque mantengono, nel delirio, una loro compostezza. Gli americani per cui tutto è un giuoco o boh una cosa tremendamente seria, ma dagli standard completamente diversi dai nostri, sono dei maestri in tal senso. Concludo questo post perciò rendendo loro omaggio, perché per ora mi hanno donato la fotografia più assurda che possa ricordare nelle quarte di copertina. Trattasi dell'immagine votiva per i milioni di fan della saga "Il diario del Vampiro". E' così che la mitica Lisa Jane Smith occhieggia ai suoi lettori:


E voi? Ricordate altre sconcertanti immagini di scrittori atte a imbrattare i loro stessi libri? Si accettano orrorifici suggerimenti!

martedì 10 settembre 2013

Feynman e i ragazzi di via Panisperna. Quando le rockstar delle scienze rendono accessibile a tutti la sezione di fisica.

 Ho già accennato alle gioie solo presunte che credo potrebbero procurarmi i libri della sezione di scienze.
 Come molti umanisti, ho per chi sa di matematica/chimica/fisica/astronomia e affini una sorta di ammirazione mista a timore reverenziale (oltre che di evidente invidia lavorativa perché penso sempre che se la passino molto meglio di me al momento dell'invio del cv). Parlo di gioie presunte perché posso anche trovare incredibilmente affascinante l'ultimo trattato di Godel o le dissertazioni su Einstein, ma è certo al 1000x1000 che pur applicandomi ad esse con tutta la mia buona volontà non arriverei a nulla.
 Ho deciso quindi di usare con la selezione di letture di questa sezione, lo stesso approccio che usavo per prendere la sufficienza alle superiori quantomeno in fisica: studiavo benissimo la parte teorica e mi affidavo a dio per la parte pratica. 
 Inizio proponendovi la graphic novel sulla vita del fisico Richard Feynman, autore dei best seller del settore "Sei pezzi facili" e "Sei pezzi meno facili".  Vincitore di un premio nobel, partecipò al progetto Manhattan che portò alla costruzione della bomba atomica ed ebbe una vita sociale e personale molto movimentata, a dispetto di chi immagina gli scienziati chiusi in un mondo tutto loro.
 Amava in particolar modo la divulgazione scientifica perché anche lui da piccolo si appassionò alle scienze grazie a suo padre e alle letture stimolanti che amava propinargli invitandolo ad essere continuamente curioso (un approccio che fu lo stesso di Turing e della stessa sorella di Feynman, divenuta poi importante astronoma, quindi direi un approccio di successo).
 La graphic novel, edita da Bao Publishing è opera di Jim Ottaviani e Leland Myrick. I disegni piacevoli sono sostenuti da un'ottima sceneggiatura, mai pesante né didascalica, completa e comprensibile anche ai profani della materia come me. Ve lo straconsiglio, soprattutto come regalo a ragazzi delle superiori particolarmente svegli.
 Altra biografia molto affascinante è quella di Bruno Pontecorvo.
 La sua storia, che descrive perfettamente un'epoca in cui molti uomini e donne impostavano la propria esistenza su idee di fondo che consideravano giuste (e non venivano prese per dei pazzi, dei sognatori, degli psicopatici, come accade ora), è ben raccontata da Miriam Mafai ne "Il lungo freddo"
Giovanissimo allievo di Fermi, dopo aver girato il mondo per ricerca, nel 1950 si trasferisce di colpo in Urss assieme a tutta la sua famiglia. Riapparve cinque anni dopo parlando della sua adesione totale al comunismo reale, che nel mettere il suo talento al servizio dell'Urss trovava un suo ideale compimento. Per lunghi anni gli fu impedito di viaggiare, fu libero solo in vecchiaia, quando le idee che aveva tanto fervidamente sostenuto erano ormai scomparse assieme al blocco sovietico. 
 La lettura del libro di Pontecorvo scatena un effetto acino d'uva: una volta che hai iniziato a scoprire cosa combinava uno dei famosi "ragazzi di via Panisperna" devi per forza sapere che fine hanno fatto gli altri. Così incappi in Majorana scomparso e splendidamente raccontato da Sciascia, in Fermi ("Il genio obbediente" raccontato da Giuseppe Bruzzaniti per Einaudi) e anche nel pacifista e  Franco Rasetti. 
 Misconosciuto per aver rifiutato di partecipare e cogliere "gli onori" dell'invenzione della bomba atomica a causa delle sue idee pacifiste, merita forse più di tutti una citazione per il coraggio delle sue idee, ed  è ricordato in un libro edito da Bollati Boringhieri by Valeria Del Gamba, intitolato appunto "Il ragazzo di via Panisperna".
 C'è un ultimo libro che voglio segnalare e riguarda l'interrogativo: possibile mai che non siamo più riusciti a produrre in Italia una generazione di scienziati di tale valore? Come mai l'università italiana non è stata più all'altezza (eppure molti dei "ragazzi" andarono poi ad insegnare in italici atenei)?
 La risposta può essere forse evinta da "L'italia intelligente" di Francesco Cassata ed. Donzelli, in cui viene narrata la storia del laboratorio internazionale di genetica e biofisica di Napoli, fondato nel 1962 da Adriano Buzzati-Traverso (fratello del più noto Dino). 
Nell'arco di 7 anni era diventato un centro importantissimo a livello europeo e si apprestava ad una partnership con l'università di Berkeley, ma....ovviamente i mille intrighi, maneggi, settori universitari comandati da altri baroni e insomma, tutte le solite arraffonerie, raccomandazioni e complicanze di un sistema italiano malato sin dalle sue basi, ne hanno bloccato lo sviluppo sul nascere.
 Vorrei che qualcuno mi avesse rifilato questa pila di libri a 15 anni, magari sarei diventata un genietto della fisica e mi sarei unita alla folla di clienti dalla faccia sconvolta che sciamano attorno al settore (i fisici non saranno alienati, ma i clienti che si interessano alla sezione di fisica sì). O magari avrei trovato almeno un senso a studiarla, o molto molto più probabilmente avrei sdegnosamente preferito rimanere l'ignorante che sono in materia, ma in fondo chi può dirlo!.


lunedì 9 settembre 2013

Il libraio e "il commesso di libreria": quando una lotta giusta porta avanti un caposaldo sbagliato.

Durante quel poco che ieri sono riuscita a navigare su internet, sono incappata in una sorta di manifesto del "buon lettore" di cui non citerò gli autori istituzionali. Fatto sta che questo buon lettore, oltre ad apprezzare gli e-book perché non ha più spazio in casa e a sentirsi emozionato quando nel fine settimana entra in libreria (nei giorni feriali, sappiate, compra su internet che nun c'ha tempo), sa che le librerie indipendenti non sono dei panda ma dei ricettacoli di cultura e soprattutto "sa distinguere un libraio da un semplice commesso di libreria".
 Prima di iniziare la mia invettiva premetto la solita cosa d'obbligo che non si comprenda male:
Questo post NON è librerie di catena vs librerie indipendenti. Anche io troverei agghiacciante se un giorno dovessero esistere solo enormi catene, magari senza neanche un commesso umano (altra distopia possibile nel mio immaginario da incubo prossimo venturo), ci sono librerie indipendenti che trovo bellissime, come Tuba Bazar a Roma o la Libreria popolare di Via Tadino a Milano. Anche perché spesso le librerie indipendenti si concentrano su argomenti specifici a me molto cari (come Tuba) che nelle librerie di catena vengono affrontati male e pure molto di corsa. 
 Questo post è sul rispetto che, secondo me, si deve ad ogni lavoratore, specie se in condizione di debolezza.
 Mi si deve spiegare perché si ritiene che se tu possiedi una libreria indipendente sei automaticamente migliore di chi lavora in una libreria di catena. Come ha detto saggiamente una mia collega "Non si capisce perché loro sarebbero Brunello e noi Tavernello."
 Nell'immaginario comune chi possiede una libreria è una sorte di custode della conoscenza, un amante indefesso della cultura, un amico di scrittori e un abbeveratore di giovani menti. Il commesso di libreria, bene che gli va, è un giovane che sta cercando se stesso e nel frattempo lavora in libreria, oppure è equiparato (ma ciò va inspiegabilmente a cozzare con lo sconcerto diffuso del: perché non sa tutto?) al cassiere del supermercato: qualcuno che sta lì e fa le cose meccanicamente perché un misterioso burattinaio dall'alto fa tutto il lavoro mentale al posto suo. 
 Qualche mese fa andai ad un incontro sull'editoria indipendente, i 4 editori presenti non fecero altro che sputare veleno sulle catene e soprattutto sui loro lavoratori, asserendo sostanzialmente che qualcuno fa degli ordini in massa dall'alto e quelli dal basso si vedono arrivare dei titoli che mettono a scaffale,senza alcuna voce in capitolo stile robot (in nome, al solito di una grande cospirazione mondial/economica, un argomento in voghissima, ma credevo non tra le menti eccelse degli editori indipendenti).
 Io e una mia collega non osammo contraddirli in pubblico (non funziona così il grande burattinaio, se pure esiste, non fa ordini dall'alto, quelli se li smazzano i dipendenti). Poi però, una volta a casa, ero furiosa. Mi avevano fatto vergognare del mio lavoro.
 Allora io faccio coming out: lavoro in una catena. Ho fatto studi molto specifici sui libri e in verità avrei voluto lavorare in una biblioteca, ma ho anche deciso che se sto ad aspettare che il Ministero dei beni culturali sblocchi i concorsi sto fresca (e non ho intenzione di infognarmi in una comunità montana, con tutto il rispetto per loro, per lottare con altre millemila persone per 1 posto da bibliotecario che magicamente si è liberato). 
 Sin da quando ero alle superiori mi veniva fatto notare che: "dovevo investire nel mio futuro".
 In sostanza dovevo, capitalisticamente parlando, investire del fantomatico denaro sulla mia preparazione, così un giorno avrei potuto avere opportunità migliori degli altri. La domanda che mi sono sempre fatta (e ho sempre fatto) è semplice e condivisa da uno sterminato numero di giovani: ma se uno questi soldi da investire non ce li ha, che fa? 
 Le risposte sono sempre state due: "dai che in fondo questi soldi puoi trovarli "o semplicemente "ti attacchi".
 Visto che non sono mai stata choosy, perché non me lo sono mai potuta permettere, ho lavorato malpagata qualche anno, come tutt* del resto, e infine ho trovato lavoro in una libreria, dove comunque, sottolineo, siamo tutti laureati. E' ovvio, ovvissimo, che avrei preferito aprirmene una da sola, scegliere il catalogo solo in funzione del mio proprio gusto, organizzare solo gli eventi che mi aggradavano, ma non è una strada percorribile per tutti.
 Tra i miei colleghi ce n'è uno che aveva libreria, l'ha chiusa dopo 10 anni e ora lavora in una appunto di catena. Come funziona? Prima era un libraio degno di nota e con tutti gli onori e ora è un poveretto guidato dall'alto? 
 Mi scuso per lo sfogo, ma questo atteggiamento del "commesso di libreria" è molto frustrante. Molti ti trattano come se fossi l'ultimo anello della catena evoluzionistica lavorativa, altri appunto riescono a farti vergognare del tuo lavoro, che a casa mia mi è stato insegnato, è sempre e comunque degno di rispetto.
 Quello che voglio dire con questo, so, molto inutile post, domani tornerò a postare cose più sensate, è che la contrapposizione librerie di catena/librerie indipendenti porta come capisaldi dei punti risparmiabili
 Se non ci fossero state le catene io probabilmente questo lavoro, nonostante tutti i miei studi e l'amore che ho per i libri, non lo avrei mai fatto perché non ho di che  investire né una famiglia di librai. 
 C'è un pezzo nel film di Virzì "Tutta la vita davanti" che spiega benissimo quello che voglio dire. Dopo l'incidente al personaggio di Elio Germano, molta gente si sente colpita dall'evento e come forma di protesta contro l'azienda inizia a chiamare il call center in massa e a riempire di insulti le telefoniste. Marta, la protagonista, sconsolata, non può che ascoltare gli improperi ripetendo al telefono: "Sì signora, è tutta colpa nostra, tutta nostra."
 Prendersela con la base non fa certo arrivare al vertice.

mercoledì 4 settembre 2013

"Chi ha spostato il vostro formaggio?". La sezione di leadership tra topi leader, pollici alzati e Papi modello di vita capitalista.

Nel post dedicato ai libri per veri uomini, ho accennato già a questa terrebonda sezione che campeggia felice e invitante nella sezione di economia, ricolma di strani titoli virili e fiammeggianti. Sto parlando dei libri dedicati alla leadership.
 Nel mio immaginario, un testo di leadership dovrebbe insegnare delle cose tecniche sul management, tipo come gestire i conflitti in azienda, come far fronte alle nuove responsabilità, come boh, al massimo motivare le masse in tempi di crisi economica. E il mio immaginario ha in effetti tecnicamente ragione: queste cose le spiegano i libri di management. 
 I libri di leadership, invece, sono un curioso incrocio tra la new age, i testi di autoaiuto, quelli di autostima, il tutto condito da un pizzico di affabulazione molesta
 In genere sono scritti da veri esperti della materia che possono essere di due tipi: manager duri e puri, tipo mr. Trump e Robert Kiyosaki, (i quali in forza dei loro milioni dovrebbero insegnarti a macinare denaro anche se sei una rapa fritta), e coloro che si definiscono dei veri esperti di coaching internazionale, tipo Brian Tracy e persino l'italiano Roberto Re (i quali invece vogliono insegnarti l'arte del sorriso, dell'ottimismo e del credere in te, grazie al loro mitico pollice alzato).
 Costoro innanzitutto sfoderano un sorriso a cinquantamila denti e una posa sicura, poi vi spronano ad alzare il sedere e prendere in mano la vostra vita con titoloni ad effetto come "I soldi fanno la felicità" di Alfio Bardolla (autore anche dell'imperdibile "L'arte della ricchezza") o "Riprenditi la tua vita, tu sei l'unico responsabile del tuo destino" di Robert Greene.
 Ho pensato lungamente che questi titoli fossero un'esca in grado di nascondere questioni ben più importanti, poi, incuriosita dalla quantità di uomini che continuavano a servirsi del settore con autentica avidità ho deciso di indagare. Questi titoli non nascondono nulla. 
 Sono quei manuali buoni per tutte le stagioni in cui ci sono massime di vita come: "Scoraggiarsi non serve a nulla" "Sei il modello che pensavi di diventare per i tuoi figli?", e quindi, se non lo sei "Alzati la mattina e fai qualcosa di nuovo!" e "Sorridi e sii ottimista, il destino ti arriderà!". Credo che non ci sia particolare differenza col megalibro delle risposte (quello che ti fai una domanda e aprendolo a caso dovresti avere una qualche criptica e illuminante risposta).
 Non paga, mi sono data alla lettura del best seller della sezione: "Chi ha spostato il mio formaggio?" by Spencer Johnson. Lo conoscete? 
 E' la favola di due topi leader Nasofino e Trottolino (notate i lievi nomi parlanti) che vivono coi due gnomi sfigati Tentenna e Ridolino in un labirinto. I quattro si nutrono di un formaggio che un bel giorno sparisce. Come potete facilmente immaginare se avete più di cinque anni, i topi Leader fiuteranno il cambiamento e trotteranno verso il successo, mentre Tentenna e Ridolino o si daranno una mossa o periranno sotto i colpi del sempre amico capitalismo.
 'Sta solenne boiata è venduta a delle persone adulte, ha un seguito dal significativo titolo "Io ho spostato il tuo formaggio" (ora voglio anche "E dove lo hai messo?") e dovrebbe nascondere delle profonde verità sul senso della vita. Voi trottate o tentennate? Siete topi di successo o gnomi destinati a perire?
 Ci sono poi quei libri che non vi propongono dei topi intelligenti come modello di vita, ma dei comprovati leader storici, tipo Giulio Cesare e Napoleone (non parliamo de "L'Arte della guerra" di Sun Tsu che mò consiglieranno pure come libro di cucina).
  Il migliore della categoria secondo me è il mitico "Il papa e il manager: lezioni di leadership da Giovanni Paolo II", scritto da Andreas Widmer, ex guardia svizzera.
 Questo libro è fantastico perché riesce ad unire in un solo testo il mitico trash della sezione di religione e quello della leadership.
 Sfogliandolo, non solo apprenderete che John Paul the second era un modello inimitabile di leadership (e che a detta dell'autore era a favore dell'amico capitalismo perché prima o poi condurrà tutta l'umanità verso un'esistenza dignitosa e cristiana), ma al termine di ogni capitolo troverete dei fantastici esercizi. 
 Accanto alle usuali domande se siete un modello per i vostri figli, per i dipendenti, per il mondo e per la storia, troverete anche quelle a sfondo religioso: voi pregate? E quanto? E quando? E perchè? Vi ricordate che tutto quello che avete ve lo ha dato Dio?

E voi? Vi sentite topi in cerca di formaggio? Pensate che "Il piccolo principe mette la cravatta" (esiste pure questo) sia il vostro modello di vita? E inutile ridere, qui la sezione esiste, è viva e vegeta. E io devo ancora scoprirne il mistero.

martedì 3 settembre 2013

La nobile arte del maternage. Libri su madri acrobate della vita tanto yéyé e libri per chi i figli non vuole vederli manco in cartolina.

In questi ultimi tempi sono circondata da conoscenti, parenti e soprattutto colleghe nel bel mezzo di una sorta di boom demografico. Vuoi che sia l'età, vuoi che quando c'è la crisi la gente si sente spinta a figliare maggiormente, qua è un annuncio continuo di nuove gravidanze.
 Gli ultimi progressi tecnologici e le leggi (ovviamente dei paesi con cui confiniamo mai le nostre), hanno poi aperto le porte all'infelice domanda:  "E tu quando?" anche a noi popolo lesbico, che insomma per alcune sarà una gioia, ma per altre è un incubo. Ora persino mia madre si sente autorizzata a caldeggiarmi un viaggetto in Spagna.
Io sono felice che la gente spupi, lo sono di meno quando inizia a pretendere che lo faccia anche io. 
 Devo ammettere che fino a uno o due anni fa, che alcune donne avessero l'ambizione di far figli mi lasciava indifferente, non era ancora iniziato quel subdolo lavoro di pressione sociale a cui tutt* si sentono in dovere di partecipare quando ritengono che, insomma, è ora che pure tu ti dia da fare.
 Le librerie sono uno di quei posti in cui la maggioranza dei lavoratori è di sesso femminile perciò ritrovarsi circondate da colleghe che discutono di poppate, teoremi educativi e doglie del parto diventa  un'impresa eroica, quando poi ti mostrano felici la sezione di maternità lo è ancora di più.
 Innanzitutto vi informo che la nobile arte della maternità adesso non si chiama più così, adesso nei libri su come allevare un figlio dentro e fuori di noi si chiama maternage. Fa più fico, come ora è più fico per una madre confessare di detestare i propri pupi e ricordare che la donna moderna è acrobata della vita e porta avanti le sue mille sfaccettature di moglie, madre, lavoratrice, maestra di yoga, amante del pilates con tanti difetti sì, ma sempre col sorriso sulle labbra!
 Non ci credete? Ebbene ecco a voi "Le mamme non mettono mai i tacchi"di Luana Troncanetti, in cui le sante parole dell'ironica autrice ci annunciano che il tacco non ti rende davvero più femminile (quindi donne sentiamoci sollevate che possiamo anche farne a meno), è solo un figlio farà di te una vera donna!
 Sempre inseguita dal teorema del "Tu non vuoi un figlio, ma prima o poi cambierai idea" ho scoperto che ora per decidere di essere madre basta dichiararsi imperfetta. Una volta che l'hai capito è un attimo che ti viene l'istinto materno. Essere imperfetta ora è un must. Perciò ecco che l'editoria vi propone "Piccole donne rompono" di Lia Celi o la celeberrima Claudia de Lillo di "Non solo mamma" che è l'elastimom per eccellenza.
 Incuriosita da questo incredibile fatto che basterebbe mettermi a ridere e prendere tutto con garbata ironia per sentirmi improvvisamente vogliosa di procreare, mi accorgo che ai padri imperfetti viene concesso di essere più politically scorrect e di pubblicare titoli (anche di successo) come "Fai la nanna piccolo bastardo". Le madri imperfette all'insulto non ci sono ancora arrivate che insomma si può avere una figlia un po' rompina signora mia, ma oltre non si va eh.
 A quel punto scopro che nella sezione di maternage nulla mi consiglia di non figliare o mi tranquillizza dicendo che baby, non tutte devono fare bambini. Possibile mai, mi chiedo sgomenta, che a nessuno sia venuta questa strana idea?
 Rovistando desperada in giro trovo il libro per me nella sezione di sociologia dedicata alle donne, ed è il santo "La maternità può attendere" di Elena Rosci, ed. Mondadori.
Lo sfogli e finalmente capisci di essere sul pianeta terra: donne che si sono pentite di avere figli perché la carriera è morta (non tutte sono acrobate della vita), donne che lamentano come i mariti dopo i figli le vedano solo come casalinghe, donne che un figlio dopotutto non lo vogliono, donne che lo vogliono e non pensano che tutti dovrebbero averlo. Ah, finalmente! 
E' questo il libro che consiglio, (assieme a "Di mamma ce n'è più d'una" di Loredana Lipperini ed. Feltrinelli) a tutte le ragazze vittime della pressione sociale del "Quando fai un figlio?".
 Attendo che se ne scrivano altri, alla fine la pillola è in giro da un consistente numero di anni. E per tutte le altre che vogliono gettarsi nella nobile arte del maternage non temete, la sezione al riguardo trabocca!
 (Prima o poi, suppongo, esisterà anche un libro che insegni come evitare di scartavetrare il cervello altrui con tali insistenti richieste di pargoli.)

domenica 1 settembre 2013

La poetessa sturm und drang per eccellenza: Sylvia Plath. O anche quando un diario diventa un falso storico.

 Non amo molto la poesia. Lo dico. Sono un tipo molto più da romanzi. C'è qualcosa nella poesia che mi sfugge completamente e credo abbia a che vedere con una parte del mio carattere: come vi sarete accort* dai miei numerosi post sui clienti non sono la regina della pazienza. Ritengo che la poesia abbisogni di una riflessione che non sono disposta a dedicargli perché non ho voglia di soffermarmi preferendo leggere subito altro. Ecco. 
 Posta questa premessa personale che capisco troverete assolutamente inutile, oggi voglio consigliarvi un'autrice che in verità non avrebbe nessun bisogno di essere consigliata, essendo essa una sorta di mostro sacro: Sylvia Plath.
 Sylvia Plath rientra a pieno titolo in quel bacino di poeti e poetesse maledetti, molto sturm un drang, tormentatissimi a livello personale, morti giovani e suicidi. La sua prevedibile vita è (assieme al talento ovvio) probabilmente la chiave del suo grande successo post-mortem. Personalmente io l'ho scoperta grazie ad un libro non di poesia: "Le lettere alla madre" che vi consiglio molto pur essendo purtroppo fuori commercio.
 Dico purtroppo perché sono un documento molto interessante per chi volesse davvero capire questa autrice, di cui sono invece ancora in stampa per Adelphi "I Diari".


 Può sembrare un controsenso, ma ve li consiglio e non ve li consiglio. Ve li consiglio se non conoscete assolutamente questa autrice e volete farvi un'idea su di lei. Soprattutto nella parte pre-matrimonio sono molto interessanti per comprendere i suoi strani stati d'animo (i biografi a posteriori sostengono soffrisse probabilmente di una sindrome bipolare) fatti da allegrie incredibili e depressioni profondissime. Si scopre che l'ispirazione poetica istantanea è solo una leggenda e il suo lavoro frutto di un impegno incessante e maniacale. In più, a grandi linee, si evince la parabola della sua breve vita. 
 E qui veniamo al motivo per cui i "Diari" non sono consigliabili. Sono stati infatti ampiamente  rimaneggiati da suo marito, il poeta Ted Hughes, che nei pochi brani su di lui che ha avuto il buon gusto di lasciare non fa certo una figura lusinghiera. 
 Aggiungo poi, per chi lo ignorasse, che la Plath si uccise dopo un periodo di profondo sconforto causato dall'abbandono di Hughes. Alla sua morte lui, che era ancora legalmente suo marito, distrusse i suoi diari degli ultimi anni e molti altri brani che lo riguardavano, adducendo come scusa che per i loro due figli sarebbe stata molto dura leggerli. E' vero che la Plath asseriva che:
 "Ogni donna ama un fascista / lo stivale sulla faccia / e il cuore brutale / di un bruto a te uguale"
(e aggiungerei, avrebbe anche potuto parlare per sé sola), ma bisogna affrontare questi "Diari" con la consapevolezza che, da un certo punto di vista, sono un falso storico.
 Per chi volesse ignorarla personalmente e volesse invece considerarla solo come poetessa/scrittrice consiglio il bellissimo "La campana di vetro", l'unico romanzo che scrisse, anch'esso autobiografico, sul suo periodo di tirocinio in un giornale a NY con tentativo di suicidio annesso.
 Ah, ultimamente noto che nella sezione di critica letteraria stanno spingendo molto una sorta di Sylvia Plath de' noantri: la poetessa milanese Antonia Pozzi, anch'essa molto tormentata, anch'essa morta suicida nel campo dell'abbazia di Chiaravalle, anch'essa provvista di uomo (suo padre) pronto a rimaneggiare le sue opere.
 Incuriosita, ho letto alcune sue poesie, ma per ora ho solo capito che amava molto la montagna, perciò mi riprometto di leggere la sua biografia "Per troppa vita che ho nel sangue" di Graziella Bernabò ed. Ancora.
. Sembra ben scritta, qualcun* l'ha già letta e ha opinioni in merito?
 Buona domenica poetica!

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