mercoledì 24 agosto 2016

L'arte di creare mondi possibili. Intervista ad Antonio Serra, storico creatore di Nathan Never e Legs Weaver! Uno splendido percorso tra ricordi legati ai libri, consigli di lettura e suggerimenti per aspiranti sceneggiatori!

 Ed eccomi, di ritorno dalle vacanze in Portogallo, un posto meraviglioso di cui vi darò conto, anche se questo non è un blog di viaggi lo so, in alcune prossime "cartoline dal Portogallo" sulle cose più strane e belle fatte e viste in Lusitania.

Ricomincio almeno per questa settimana (causa super mega big surprise che presto saprete) un po' a rallentatore, ma ho riservato per questo ritorno dalle ferie un'intervista davvero speciale, quella ad Antonio Serra, uno dei tre storici creatori di "Nathan Never" il fumetto di fantascienza di maggior successo della storia italiana.

 Più appassionata di Dylan Dog, non l'ho mai seguito con regolarità, ma il caso (e la mia amica Veruska) hanno voluto che conoscessi Antonio che è una persona gentilissima e deliziosa, nonchè un raro esempio di quel misconosciuto mestiere che è lo "sceneggiatore di fumetti" di un genere che, tra l'altro, sta anche scomparendo, quello della lunga serialità.

 Per chi (chi?) non conoscesse Nathan Never, una delle creature più longeve della Bonelli, faccio un pratico riassunto.


Antonio Serra, per una sua breve biografia potete andare
al link del sito Lo Spazio Bianco 
All'inizio degli anni '90, Antonio Serra, Bepi Vigna e Michele Medda (tutti sardi e soprannominati appunto "il gruppo dei tre sardi") ideano per la Bonelli (per la quale già lavoravano come sceneggiatori) il personaggio di Nathan Never, il primo fantascientifico della casa editrice.

 Nathan Never è un uomo sulla quarantina dal doloroso passato che lavora per un'agenzia privata a metà tra polizia mercenaria e investigazione in un futuro fortemente tecnologico e abbastanza distopico.

 Le sue avventure mescolano molti elementi tipici della sci-fi, dalle distopie politiche e tecnocratiche ai viaggi nel tempo e nello spazio, immettendo spesso quegli elementi di critica sociale che hanno reso la miglior produzione fantascientifica degna (se non, a mio parere, superiore) a quella della letteratura di livello.

 (Se siete incuriositi/il mio riassunto di tre righe vi ha solo confuso/volete saperne di più e meglio potete andare alla pagina della Bonelli dedicata a serie e personaggio).

 Ma cosa legge, come si forma, cosa sogna e cosa consiglia a chi vuole intraprendere il suo stesso mestiere, uno sceneggiatore di fumetti di successo? 
 Preparate un quadernino degli appunti perché vi verrà voglia di leggere parecchi libri alla fine dell'intervista.
 Siete pronti? Let's go!

Cosa leggevi da bambino?

 Premetto che sono stato un bambino molto precoce, a 5 anni già leggevo. 
 Fumetti, gli Albi della Rosa che successivamente sono diventati gli Albi di Topolino e all'epoca contenevano una sola storia o due più brevi.

 Si trattava di storie classiche di Topolino, Paperino, spesso di Carl Barks, ed erano stampate al risparmio, quindi avevano questa particolarità per cui una pagina era a colori e un'altra in bianco e nero, alternate.

Poi ho iniziato a leggere libri molto presto.

 Avevo questa maestra alle elementari che non ci dava dei compiti per le vacanze, ma prima della chiusura arrivava con una ventina di libri a scuola, li metteva sulla cattedra e ce li faceva scegliere.

Uno di questi, aveva un razzo in copertina. Era “Dalla terra alla luna” di Jules Verne e avrei voluto prenderlo subito.
Solo che io non sono molto competitivo e non mi sarei mai alzato per primo, così sono rimasto al banco pregando che il libro rimanesse per ultimo.
Rimase proprio quello e l'evento avrebbe dovuto già suggerirmi qualcosa riguardo al mio futuro. Avevo sei anni.

 Dopo Verne, visto che gli adulti mi vedevano appassionato, tentarono di regalarmi Salgari, ma da bambino mi annoiava terribilmente. Penso che risulti più divertente superata una certa età, se ne apprezza lo spirito e anche la ripetitività “professionale”.

 Invece Verne sì, mi piaceva tantissimo, perché univa le mie passioni per le avventure e il cosmo.

Bisogna tener presente che erano anni molto particolari, in cui si andava effettivamente sulla luna, si trepidava per le sorti degli astronauti, c'era la corsa allo spazio, un mondo che non esiste più.

Poi un giorno successe una cosa.
Mio padre (abitavamo a Cagliari) andava ad una libreria che era esattamente dietro l'angolo di casa mia. Facendo la cresta sulla spesa, appena raggiungevo 100 lire, mia madre mi permetteva di andare in libreria da solo.
 Un giorno entro in questa libreria e chiedo un libro di Verne di questa collana per ragazzi diffusa all'epoca, Topobiblo. Ma non l'avevano. 

 Mi dissero però che l'avevano “in edizione integrale”... e lì ho scoperto una terribile verità: fino a quel momento avevo letto solo le riduzioni per ragazzi. Così, pian piano, ho ricomprato e riletto TUTTO.

Oltre a Verne, mi piacevano Rodari, Calvino e in generale tutte le cose che avevano un risvolto fantastico


Mio padre, che viaggiava molto, leggeva tantissimo: un libro nel viaggio d'andata e uno in quello di ritorno. Non amava molto i polizieschi, ma leggeva tantissimi Urania, anche perché aveva fiducia in Fruttero e Lucentini che erano i curatori della collana.

 Così iniziò a selezionare degli Urania adatti a me. 
 Il primo fu “Sparate a vista su John Androki”. Non ricordo assolutamente niente del romanzo, se non la copertina che ricordo tuttora alla perfezione. 
 Mi accorgo che il libro (era comunque sui viaggi nel tempo) mi entusiasma e ne chiedo ancora e mio padre passa direttamente ad Asimov e non rimane deluso.

 Ero un lettore voracissimo, leggevo anche uno o due libri al giorno, avevo iniziato a comprare anche i gialli Mondadori, quelli per ragazzi (I Tre investigatori, gli Hardy Boys) ma evitavo Nancy Drew, che immaginavo “per ragazze”.
 Peccato. Avrei fatto bene a leggere anche quelli!

 La scoperta della letteratura diciamo così “vera” è più tarda.
 Leggendo Agatha Christie che scriveva non tanto gialli, quanto storie vere e proprie, scopro che esiste un modo di raccontare le cose che si differenzia dagli altri, l'esistenza dello stile.
  Ed è una differenza fondamentale. Prendiamo Asimov, ad esempio, aveva idee straordinarie, ma lo stile del racconto non è all'altezza delle sue idee.
Così inizio a saccheggiare di tutto e costruisco un discorso che passa per la fantascienza, ma vira anche verso altri contenuti.

Ci sono degli scrittori o dei libri di fantascienza che ti sentiresti di consigliare?

Do consigli partendo dal presupposto che il lettore potrebbe non conoscere nulla del genere di cui parliamo.
Perciò:

Sicuramente Asimov. I primi quattro libri del ciclo della Fondazione.

Verne, “Dalla terra alla luna” e “Ventimila leghe sotto i mari”, grande capolavoro.

Non sono mai riuscito ad appassionarmi a Philip Dick. L'ho beccato da ragazzo e l'ho trovato confuso, ho provato a rileggerlo da adulto, ma non è riuscito comunque ad appassionarmi. Non dico che non abbia valore, attenti, solo che non è riuscito ad averne per me.

Moorcock? A lui sono arrivato per vie traverse. Iniziai a comprare fumetti e tra questi Conan. A un certo punto la Marvel decise di far sceneggiare alcune storie di Conan a Moorcock, il quale cedette i diritti di Elric (il protagonista della sua saga ndr) per fare un assurdo crossover, Elric vs Conan, che nonostante la sua follia mi piacque molto e mi permise di scoprire un nuovo autore. Ammetto però di aver letto pochissimo.

Mino Milani. Un genio. Del fumetto e della letteratura. I romanzi di Martin Cooper erano per me fonte di emozioni anche “perturbanti”. Mi facevano persino paura.

007. Lo spionaggio è un'altra mia grandissima passione. Mio padre mi portò a vedere i film al cinema e da lì scoprii Fleming che mi aprì una nuova gigantesca finestra narrativa. Non è proprio fantascienza, ma come non citare il calamaro gigante che appare nel romanzo “Doctor No”?

Mark Twain. Incredibile. Anche quando non scrive storie “fantastiche”...

Conan Doyle. Avevo letto ovviamente i racconti polizieschi e mi erano piaciuti, poi dopo che mi era capitata tra le mani una sua biografia, ho scoperto “La Compagnia Bianca” e “Sir Nigel” (romanzi di ambientazione storica ndr) e scoprii che la sua produzione di romanzi storici è ancora migliore. Ma “Il Mondo Perduto” resta un riferimento imprescindibile per chi è appassionato di letteratura fantastica.

Michael Crichton. E' l'ideale dal punto di vista del mio mestiere perché è riuscito a fondere nei suoi romanzi il fantastico all'ambientazione realistica, il tutto sostenuto da una documentazione precisissima. Si considerava il Verne moderno e, secondo me, aveva ragione.


Cosa ti piace leggere adesso?

Ultimamente mi sono appassionato ai saggi storici. 
 Io non ero un ragazzo particolarmente studioso, anche perché ero uno di quelli a cui bastava ascoltare per ricordare la maggior parte delle cose, quindi era sufficiente stare attento in classe e il gioco era fatto.

Anche per questo mi sta affascinando leggere molto libri di storia che, tra l'altro, danno una visione molto diversa dei fatti del passato che avevo studiato a scuola perché molte opinioni sono cambiate, le contestualizzazioni migliorate.

Ad esempio mi è molto piaciuto, nella collana Grandangolo, “La guerra del Peloponneso”, che dà un'ottima interpretazione della dicotomia noi-loro, dove per loro intendo quelli che son vissuti nel passato, diversi da noi culturalmente e tecnologicamente.

Per il resto, compro spesso sugli aeroplani, un'altra passione che ho sempre avuto. Mi interessa tutto: dai modelli ai libri sulla seconda guerra mondiale di cui per fortuna c'è una bibliografia inesauribile.
E per concludere sto acquistando vari libri scientifici di cui, lo ammetto, capisco poco, ma trovo molto intriganti.

Tu sei uno sceneggiatore di fumetti, una professione poco esplorata in Italia, dove i disegnatori in genere sceneggiano anche le loro opere. Qual è stata la tua preparazione?

Dunque, ho frequentato il liceo classico, ma ho sempre avuto la passione per la fantascienza, quindi ho dovuto, gioco forza, costruire storie fantascientifiche usando un approccio umanistico. 

In molti romanzi di FS i personaggi sono costruiti in funzione della trama, io ho cercato di costruire dei personaggi che uscissero da questo schema e fossero maggiormente complessi e sfaccettati. Non so se ci sono riuscito, ma questo era l'intento di molte mie storie.

Da questo punto di vista le storie di spionaggio sono, secondo me, la combinazione perfetta: tecnicismi e trame molto complicate che però devono essere giustificate da profonde motivazioni psicologiche da parte dei personaggi.


Tu sei sardo, e molti artisti rivendicano questa appartenenza con forza, sottolineando quanto provenire dalla Sardegna sia un tratto irrinunciabile della loro formazione. 
 Anche per te è così? Ci sono degli autori sardi che ti hanno influenzato?

Ho letto ovviamente molti testi di scrittori sardi, a partire dal drammatico “Padre padrone” di Gavino Ledda.

 In generale li leggo volentieri perché appunto parlano di “cose sarde” e, benché non ci viva più da trent'anni, mi riconosco sempre.
Potrei dire che gli autori sardi non mi hanno influenzato, ma la sardità sì.

I personaggi di Nathan Never hanno, ad esempio, quell'isolazionismo e quella finitezza che sono parte integrante dello spirito di chi è cresciuto in un'isola.

La sardità colpisce, più che nello stile, nelle intenzioni stesse della scrittura... sei sardo, non puoi fare altrimenti.
Sogno di tornare in Sardegna, ma mi rendo conto che vorrei tornare in una Sardegna più ideale che reale.

Vorresti o scriverai mai un libro?

Ogni anno arrivano degli editor che mi propongono di scrivere un libro. Non dico che non mi piacerebbe, ma ci sono due problemi:
  1. Ci vuole uno stile, bisogna saper scrivere e io dubito di saper scrivere un libro-libro.
  2. Non so di cosa scrivere. Dovrei avere qualcosa da dire oltre i fumetti... qualcosa che evidentemente non ho.

Che consigli daresti ad un aspirante sceneggiatore di fumetti?

Di non farlo.
 Ma se proprio deve farlo, di tener presente che in Italia è molto complicato. Vivendo in un mondo globalizzato, se si conoscono un minimo le lingue, mi rivolgerei agli Usa o alla Francia.

 Se proprio deve farlo in Italia, può proporsi alla Bonelli o alle piccole o medie case editrici che però, a meno che tu non sia Zerocalcare o Leo Ortolani, hanno budget molto molto molto limitati.

Ci sono ovviamente le dovute differenze tra le due cose.

 La Bonelli è una casa editrice professionale che paga in modo dignitoso, ma gli spazi per scrivere si riducono sempre di più perché si sta tendendo a ridurre la lunga serialità per prediligere serie da pochi numeri, 6-8 puntate. E difficilmente accetta proposte “esterne”. Bisogna scrivere i personaggi già editi.

 Le piccole case editrici offrono magari maggiore libertà creativa, ma purtroppo compensi spesso molto risicati se non assenti del tutto. Ma possono comunque far conoscere il tuo lavoro. E, in questo caso, devi presentarti con un disegnatore al seguito. Di fatto, si vendono i disegni, non le sceneggiature.

Per il resto, scuole di sceneggiatura di fumetti vere e proprie non ce ne sono. Molti vengono da scuole di scrittura, come la scuola Holden, nella quale ho insegnato, o hanno studiato altri tipi di sceneggiatura, cinematografica e televisiva, che comunque sono cose molto diverse.

Lo dico anche dopo aver partecipato alla stesura di una serie TV di cui non citerò il titolo, un'esperienza surreale che è anche finita in modo ancora più strano perché, andando male gli ascolti, alla fine la produzione ha concentrato il doppio delle puntate nella metà del tempo e quella che avevo sceneggiato io l'ho trovata sparsa e tagliuzzata qui e lì.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“Il passeggero del Polarlys”, un romanzo giovanile di Simenon, costruito come il classico “delitto della camera chiusa”, ambientato su una nave mercantile in viaggio verso la Norvegia funestata da eventi misteriosi. Personaggi splendidi, figure messe lì con quattro pennellate e tratteggiate magnificamente.

Un bel saggio di Francesco Cassata, “Fantascienza?”, sui racconti a tema fantascientifico di Primo Levi.

“Il mistero di Tucidide” di Canfora nel quale il mistero della doppia, e in entrambi i casi plausibile e veritiera, biografia dello storico greco, viene trattata come un giallo e si risolve addirittura con un colpo di scena.

“Viva il Latino” di Nicola Gardini, sull'importanza della nostra “lingua madre”, decisamente interessante e ricco di ragionamenti emozionanti sulla funzione di una lingua e delle sue modalità espressive.

“Viaggio nella paura” di Eric Ambler, un classico dello spionaggio, una scrittura brillantissima.


Infine mi hanno consigliato “The Martian” (“L'uomo di marte” ndr) di Andy Weir e sono molto curioso di iniziarlo...

 Quanti libri vi è venuta voglia di leggere? Io ho puntato Cassata e un bel po' di Verne, di cui sono colpevolmente carente.
Ringrazio ancora Antonio per la sua disponibilità e gentilezza, grazie grazie grazie.

Ps. Il mio pensiero va oggi ai cittadini del centro Italia (che è anche casa mia). Ce la farete (e ce la faremo tutti insieme), siamo il cuore dell'Italia.

1 commento:

  1. Un'intervista davvero interessante, grazie Libraia! :)

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