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lunedì 22 luglio 2013

Quando muore uno scrittore.


Neanche tre giorni fa, avevo consigliato "Il dolore perfetto" e ieri Riccarelli è morto.
 Lo apprendo con sconcerto da Repubblica.it assieme ad una serie di dati biografici e al fatto che era tra i candidati al Campiello di quest'anno con "L'amore graffia il mondo". 
 Avendo io ignorato questo libro perché facente parte di una collana Mondadori di cui stento a comprendere l'utilità (hanno preso a stampare libri in un formato gigantesco e pesantissimo), vado a leggermi la trama e scopro che forse potrebbe interessarmi.
 A quel punto ci sono già cascata. Sono diventata una dei tanti clienti che appaiono solo "Quando muore uno scrittore". 
Questi sciacalli, notoriamente esistenti in tutte le arti, decidono che se uno scrittore è morto è giunto il momento di andarlo a comprare. E ultimamente hanno fatto grandi scorte di Margherita Hack, Don Gallo (a proposito, vorrei sottolineare il cattivissimo gusto nel chiamare il suo libro tributo postumo "Vivo e vegeto"), Levi Montalcini e ora anche di Riccarelli.
 Il mio capo lo sa, e astuto come una faina, segue le condizioni di salute di tutti gli scrittori/personalità che potrebbero star lì per abbandonarci, pronto a riordinarne titoli che non vediamo da secoli e che venderanno solo in funzione della defunzione.
 Questa "Sindrome Buonanima" ha ragioni che fatico ancora a spiegarmi, ma ci deve essere un'indubbia connessione col fatto che chiunque, una volta morto, diventerebbe improvvisamente più degno di rispetto.
 Ma forse potrebbe anche essere il frutto di una combo col "momento aperitivo", quando fa ficus dire ad amici e conoscenti quanto si sia dispiaciuti per la morte di tal dei tali, il vostro scrittore preferito, la vostra astronoma preferita, il vostro prete preferito.
 Anche se uno sa a malapena dell'esistenza di Saturno.
 Ho deciso che il libro di Riccarelli non lo compro. Sia perché l'edizione mi fa schifo e aspetto l'economica, sia perché voglio oppormi all'effetto sciacallo.
 E comunque, che peccato.


sabato 20 luglio 2013

Saghe familiari, l'incubo della narrativa italiana (Alcune perle nascoste nella fanga)

Uno dei mali che a mio parere si accaniscono con più foga sulla produzione romanzifera italiana sono le saghe familiari.
 Quando vedo arrivare queste pile di novità con la loro trama standard ("X tramite un'eredità/un pensiero/un caso/un incidente/una causa scatenante qualsiasi inizia a ripercorrere la storia della propria famiglia partendo dalle tre o quattro generazioni precedenti), mi cadono le braccia.
 Anche perché in genere si parla sempre di: nonne dai seni voluttuosi, madri che cucinavano con profumi paradisiaci e tradizionali ormai scomparsi, zie rimaste zitelle, zii scapestrati e/o morti giovani in qualche guerra, amori perduti/morti/non corrisposti, padri forti come rocce e nonni avventurosi che in genere hanno passato il proprio sangue al nipote narratore di turno.
 E' uno di quei filoni di cui soffre anche il cinema italiano, ma che purtroppo non si estingueranno mai facendo  essi parte di quel patrimonio strappalacrime a cui nessun lettore (quasi sempre donna) riesce a rinunciare.
 Nel mucchio però si può trovare anche qualcosa di buono.
 Siccome capisco che la ricerca in tal senso può risultare impervia et penosa et una rompitura sempiterna di scatole lascio due titoli. Il primo è "Il dolore perfetto" di Ugo Riccarelli, ed. Mondadori 9,50 euros.


 Il libro, non per sua colpa, è anche reo di aver vinto lo Strega nel 2004. Questo non deve scoraggiarvi. So che negli ultimi anni lo Strega è stato assegnato un po' a vacca, ma per qualche miracolo o congiunzione astrale "Il dolore perfetto" era davvero un libro meritevole di vincerlo.
 La storia è appunto la saga familiare di questa famiglia di anarchici toscani che attraversano tra mille drammi la fine dell'800 e l'inizio del '900. Avverto: è una tragedia su tutta la linea, a questo libro va infatti anche la palma del libro che più mi ha causato crisi di pianto in assoluto (dopo la morte di Beth in "Piccole donne crescono" specifico), ma è davvero scritto benissimo.
 Il secondo consiglio è per "Stirpe" di Marcello Fois, ed. Einaudi 12 euri con tanto di seguito "Nel tempo di mezzo" sempre ed. Einaudi sempre euri 12.


 Il lasso di tempo storico ricoperto è lo stesso del precedente (diciamo che gli avventurieri della saga familiare galleggiano sempre dall'Unità d'Italia fino agli anni '70), ma la saga dei Chironi si svolge tutta in Sardegna, cosa che dona alla storia un punto di vista molto particolare. Stirpe scaturita da un orfano e dalla figlia di una ragazza madre pure i Chironi posseggono la loro discreta dose di disgrazie, ma anche qui la lingua dona alla storia una tale poesia che giustifica l'impianto altrimenti visto/rivisto/stravisto.
 Che alla fine la storia è importante, ma molto di più lo è come viene raccontata.
 Imparate Cibrario e Agnelle Hornby imparate.
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