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martedì 22 settembre 2020

Il male entra dove viene invitato. Una recensione di "Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe" di Grady Hendrix

 Quando lavoravo in libreria, una delle cose che più trovavo assurde, divertenti e moleste allo stesso tempo, era la collocazione dei libri di Fannie Flagg.

  Il nome non dirà molto a tanti, ma se vi dico che è l’autrice del libro da cui è stato tratto il film “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” forse riuscirete a inquadrare lei e il problema.

Fannie Flagg
Sin dalle copertine, discretamente a mio parere discutibili, delle edizioni Bur, la collocazione di Fannie Flagg sembra quella di uno zuccheroso romanzo rosa. 

 Magari non rosa rosa sul livello di Harmony o del manager sadico che si innamora della santarellina di turno (aridatece i medici che salvavano le orfanelle avvenenti dalla povertà, erano più dignitosi), ma un rosa un po’ vintage in stile “I ponti di Madison County”, roba insomma che si colloca in quell’incerto mondo della narrativa rosa che però è una spanna letteraria sopra.

In verità i libri di Fannie Flagg sono scritti con piglio di certo ironico e hanno per protagoniste donne picaresche, ma che di rosa hanno ben poco. Sono donne, innanzitutto, che vivono in un contesto sociale molto preciso: quello del sud degli Stati Uniti, dove si mangia molto bene, sembra, per carità, ma il razzismo e il sessismo sono a livelli fuori controllo.

Il film “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” non dà un’idea abbastanza veritiera del contenuto dei suoi libri.


Lo stesso film si prende un paio di licenze di trama
così grosse da distruggere gran parte della portata eversiva della storia:

1) Un personaggio omosessuale diventa nel corso della vita eterosessuale.

2) La scomparsa dei gemelli di colore Jasper e Artie, diversissimi e speculari, specchio delle possibilità di vita di un afroamericano in un America intrisa di razzismo.

Alla fine, nel ridimensionamento generale, si evince solo che le due protagoniste hanno una specie di amicizia amorosa che è poi quella grande nebulosa dove vengono di solito ficcati i rapporti tra donne: amicizie intime, ma insomma, nulla di davvero serio. Ovviamente, pur mancando i gemelli, si parla di razzismo, ma il contesto quasi favolistico non rende i toni più drammatici e struggenti del libro.

Con questi presupposti potete facilmente evincere che non esiste alcun motivo logico e sensato per il quale un’autrice del genere dovrebbe avere copertine zuccherine vivacchiare negli scaffali della narrativa rosa. Meriterebbe ben altro trattamento e ragazzi, se l’autore fosse un uomo, senza per forza cercare il sessismo in ogni dove, lo avrebbe.

Eppure. Ho sempre trovato in qualche modo interessante l’idea di una specie di cavallo di troia tra gli scaffali. Una lettrice media (anche un lettore per carità, ma la statistica pende verso le donne in questo caso) va cercando una storia d’amore senza impegno e pem, si ritrova trascinata in una faccenda molto più grande, più complessa, più struggente. Considerando che non ho mai visto riportare indietro una copia di questo libro, il cavallo di Troia ha sempre discretamente funzionato, o almeno spero.

Perché questa solita lunga intro che sembra non c’entri molto con “Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe”?

Perché “Pomodori verdi fritti alla fermata di Whistle Shop”, in qualche modo è un’ideale preambolo di questo libro dal titolo altrettanto lungo.


L’autore, Grady Hendrix, spiega all’inizio di aver voluto mettere sua madre contro Dracula,
in uno scontro evidentemente impari. Il motivo per il quale lo scontro è impari però non è tanto da attribuirsi a motivi sovrannaturali quanto all’humus nel quale lo scontro si sviluppa.

La protagonista, Patricia Campbell, è una casalinga di inizio anni ’90. Ha un marito medico poco presente e perennemente a lavoro, il tipico coniuge che non si rende conto che il motivo per il quale può stare 14 ore a lavoro e tornare in una casa pulita, con due figli che non barboneggiano abbandonati a loro stessi, il frigo è pieno, la tavola imbandita, le bollette pagate, la madre invalida accudita, non è per grazia divina, ma perché qualcuno se ne è occupato.

Anche i figli, un maschio e una femmina, sono il solito concentrato di odio adolescenziale. Non per colpa di qualcuno, ma bisogna forse venire a patti che ci sono degli anni in cui genitori e figli sono pianeti che orbitano vicini, ma che non possono mai sfiorarsi, pena una collisione disastrosa.

La sua unica gioia è un gruppo di lettura che ha con alcune altre donne del quartiere. In principio leggono libri impegnati, poi, grazie all’idea di una di loro, nasce un secondo gruppo dove si dedicano a letture ben poco da casalinghe: delitti atroci, cronaca nera, serial killer, omicidi efferati.

Il male cartaceo è in qualche modo catartico della frustrazione reale. Per giunta, il fatto che li leggano all’oscuro di mariti con un’apertura mentale degna degli anni ’50, dà quel gusto del proibito, del proprio pezzetto di vita segreta, che non guasta.

Tutto sembra scorrere più o meno normalmente fino al giorno in cui Patricia viene aggredita da una vicina in preda ad un’incomprensibile frenesia, quasi rabbiosa. E’ un’anziana del vicinato che muore lasciando la casa ad un suo lontano nipote, un uomo avvenente e ambiguo che Patricia prende immotivatamente in simpatia.

Da quel momento tutto prende una strana piega. Alcuni bambini del quartiere dove vivono a maggioranza persone di colore, iniziano a deperire e suicidarsi o scomparire e, quando Patricia decide di aiutare la badante della suocera a indagare, le cose peggiorano drasticamente.

Il male sovrannaturale in effetti c’è. Vampiri che succhiano il sangue di innocenti dei quali non interessa a nessuno (ennesima conferma che la colpa è sempre di chi muore), ma il vero orrore si annida nella presa di coscienza di Patricia.

Patricia si rende rapidamente conto che poco è cambiato dai tempi in cui i mariti internavano le mogli troppo vivaci o troppo intelligenti o troppo poco accomodanti. E capisce anche che la parola di una donna vale sempre meno di quella di un uomo, anche agli occhi delle persone a cui vogliamo più bene.

La vera trappola, che permette la morte seriale di innocenti, è un contesto sociale che cambia per non cambiare mai.

Ora le mogli sono laureate, ma lasciano comunque il lavoro per accudire la famiglia che altrimenti non avrebbe mezzi per andare avanti. Ora le mogli guidano, hanno un conto in banca, una vita sociale, ma mai che questa vita sociale sia eccessiva o tolga tempo all’accudimento della famiglia, soprattutto se questa cosa si connota nel campo dello svago fine a sé stesso (ah! Togli tempo alla tua famiglia per le tue amiche!).

L’isolamento cresce in proporzione al calo dell’autostima che non trova più conferme da nessuna parte: né in un lavoro che non c’è più, né nei figli che sono presi da altro, né dagli amici che si sono stancati di essere chiamati, a dire tanto, una volta al mese, né dal coniuge, preso da un mondo esterno dal quale sono escluse.

Il quadretto è anni ’50, ma riguarda vaste sacche molto trasversali del mondo odierno e ha conseguenze che si espandono a macchia d’olio. Il doppio carico di lavoro, la minor autorevolezza, la perenne sensazione condizione di minorità. Ed è in questa trappola che il male fa il nido.

 E in questo caso è particolarmente parlante una delle peculiarità dei vampiri, una delle poche che Patricia cerca in "Dracula" per trovare conferma: i vampiri non possono entrare se non vengono invitati.

E il male è esattamente così, entra dove lo si invita.

Sa chi colpire, sa tra chi cercare sponda, sa svanire dopo aver seminato distruzione. Forse, col tempo, e con le serie tv che lo fanno sembrare una cosa molto più manichea e semplice e tutto sommato dai risvolti meno malvagi del previsto, ci siamo dimenticati quanto sottile e astuto possa essere il male.

Il finale è molto Stephen King vecchia maniera e in tono con un libro che vuole raccontare qualcosa di serio senza prendersi troppo sul serio.

Incredibilmente ironico e soddisfacente nonostante il prezzo da pagare. Un bell’horror scorrevole e gustoso, come non ne leggevo davvero da tempo.

venerdì 31 luglio 2020

Nessuna rivoluzione ha bisogno di autorizzazione. Sull'affaire Feltri-Gheno, l'uso sessista e politico della lingua e i rapporti di potere che non riusciamo a vedere

Da un po’ di tempo, si discute sull’uso sessista della lingua.

 Se ne discute da decenni, ma diciamo che negli ultimi tempi, complici alcuni saggi, tra i quali il dibattito in merito si è fatta più vivo.

Una discussione, stupirà molti, legittima, visto che basta fare l’esame di Linguistica 1 per sapere che la lingua è viva ed evolve in relazione alla società, ANCHE ai rapporti di potere nella società

Nella lingua italiana, al contrario di altre, non esiste il genere neutro e, in generale, si ritiene che il maschile comprenda tutto, anche il femminile.

 Te lo spiegano anche alle medie, durante le ore di grammatica, che se pure c’è una classe di 10 persone, 9 femmine e 1 maschio, saremo tutti compagnI di classe e non compagnE, perché non vale il peso numerico, ma il peso del potere. 

 Il maschile è la carta che prende tutti. Non credete, persino a noi dodicenni la cosa sembrò alquanto sospetta e ci fu persino una discussione in classe sedata come vengono sedate tante discussioni tra adulti e minori: è così. Punto.

 Ma se un dodicenne può accettare che un adulto, si suppone laureato, abbia ragione in favore di una maggiore istruzione e di un ruolo (sempre di potere), è un po’ troppo chiedere che questo avvenga anche tra persone adulte, e, come si suol dire, studiate.

 La lingua è un esercizio di potere ed è inutile che orde di accaniti difensori della lingua italiana,(che per correttezza spero perdere il lume della ragione nel tentativo di comprendere se sia più corretta la forma “famigliare” o “familiare”), fingano non sia così. 

 Altrimenti non si spiegherebbero le perpetue crisi di nervi davanti ad una donna che vuole essere chiamata ministrA e non ministrO, come se la lingua fosse un monolite che non cambia mai e noi parlassimo esattamente come Plinio il Giovane (e Plinio il Giovane a sua volta avesse parlato come Plinio il Vecchio).

 Ironizzando, credono loro, dicono che allora il giornalista dovrebbe chiamarsi giornalisto o il pilota –piloto, dimostrando in tal modo un’ignoranza dell’evoluzione della lingua che tanto credono di difendere. 

Giornalista e Pilota infatti non hanno desinenza in A in quanto mestieri d’elezione femminile (come può essere per ostetrica, e comunque non ho mai sentito un ostetrico chiamato al femminile), ma perché non tutte le parole che finiscono in A determinano il genere femminile (anche se nelle anagrafi, paradossalmente, grazie a questa logica, stanno sdoganando nomi che valgono per entrambi i sessi, avendo non tanto conosciuto varie Andrea, ma persino una Enea e alcune Vania).

 Ma non è per dissertare di desinenze che sono qui, ma per l’affaire Mattia Feltri, il quale,  ha scritto qualche giorno fa un articolo su La Stampa in cui, sostanzialmente, fa quello che fanno molti uomini etero davanti al cambiamento: cerca di ridicolizzarlo per sminuirne la portata.

 Parla dell'uso dello schwa citando una fantomatica accademica della Crusca che ne avrebbe scritto su fb, senza però nominarla. Si tratta di Vera Gheno, che non è un'accademica della Crusca, ma una collaboratrice e oltre a vari interessanti libri ha scritto questo bell'articolo per La Falla, in cui ricostruisce tutta la vicenda e parla, seriamente, dell'oggetto del contendere.

Anche la traduzione soffre del medesimo
problema. Come diceva Nanni Moretti
"Le parole sono importanti" e anche la
scelta delle parole per dire altre parole
lo è. Un testo interessante è "Il corpo del testo"
di Laura Fontanella, Asterisco ed.
 Qui potete leggere l'articolo che, chissà perché, Feltri si è sentito in animo di scrivere.
 Peraltro lo si vorrebbe rassicurare. 

 Non fa la figura del sessista perché si propone di argomentare sullo schwa, ma perché in realtà NON vuole argomentare, vuole dileggiarlo e anche fare quel vittimismo un po' insulso nel quale si crogiola chi, vi posso assicurare, la discriminazione non sa manco dove sta di casa.

Quando poi si pensa che la cosa stia andando male, si può star certi che fatalmente andrà peggio.

E' infatti intervenuta l’Accademia della Crusca con una lettera del suo presidente.

 Tu dici, vorrà un attimo dire la sua sulla questione. Invece no. 

  Il presidente, assai piccato, ci informa che l’accademica della Crusca in questione (che rimane innominata anche in questa lettera ed è sempre Vera Gheno), non è affatto un’accademica della Crusca, ma aveva solo collaborato con loro. 

 Ci tiene poi a farci sapere che ama molto La Stampa (giornale della sua città) e che comunque il suo pensiero è in linea con Feltri e che, in ogni caso si riserva di “difendere nelle sedi opportune il buon nome dell’Accademia”, non si sa infangato esattamente in quale modo.

 Possiamo divertirci in un esercizio di comprensione del testo e cercare di capire quante cose sono intrinsecamente errate in questa lettera:

1) La mancanza del nome della linguista. Non è un errore, è un esercizio di potere
La lettera che trovate postata sul profilo fb
dell'Accademia della Crusca

 Quando tu non ritieni neanche che una persona sia “degna” di un nome e di un cognome, la stai automaticamente mettendo su un piano d’inferiorità. 

 Tra pari ci si confronta, tra padroni e sudditi no. Il contadino conosce il nome del padrone, il padrone non conosce il nome del contadino. Nessun generale è mai stato un milite ignoto. Avere un nome, come ci insegna persino “La storia infinita” è fonte di potere, si esiste solo in quel momento. Negli altri casi, beh, sei qualcuno di dimenticabile e trascurabile, anzi, esisti sul serio?

2) Frega qualcosa a noi che al presidente dell’Accademia della Crusca piaccia La Stampa, giornale della sua città? No, perché non ce ne frega assolutamente niente dei gusti personali di una carica accademica. L’unica figura che fa, e non so se è quella che voleva fare, è farci sapere che Sua Grazia apprezza profondamente il comportamento del giornalista, ma che insomma, mio caro, verifica meglio le fonti se no devo darti un simpatico buffetto ammonitore.

3) C’è bisogno di dire che è la solita roba che riguarda donne e minoranze e che nessuno dei due è donna o minoranza? Non che si possa avere un’opinione solo in quel caso, ma siamo di nuovo alla Parrella che strabilia quando il giornalista le dice che parlerà del Me Too con Augias. Uomini che si dicono solo tra di loro quanto sono bravi. Applause.

4) L’Accademia della Crusca, si suppone, dovrebbe esistere per motivi più validi del dirci se Qual è si scriva con o senza apostrofo. Mi aspetto, da quella che è la più conosciuta istituzione sullo studio della lingua italiana che non liquidi sdegnosamente un dibattito che potrà anche pensare marginale, ma che esiste.

 Se è giusto sottolineare un errore marchiano di attribuzione di ruoli, non sta all’Accademia della Crusca dire o non dire se alcune rivendicazioni linguistiche siano passibili o meno di studio. Già il fatto che ESISTANO le rende degne di studio, dibattito e attenzione. E non solo, non è neanche all'Accademia della Crusca che va l'immaginario appannaggio di attribuire un ranking di importanza delle questioni linguistiche.

 Ma qui torniamo al motivo della mancanza del nome di Vera Gheno. Se io fingo che qualcuno o qualcosa non esista, la ricaccio nell’ombra e preservo lo status quo. 

 Dire che sì, c’è un’esigenza rivendicata di una lingua più neutra e meno sessista e cercarne le motivazioni sociali e strutturali vuol dire ammettere che “le cose stanno cambiando” e che QUELLA COSA esiste.

 Personalmente io non credo che una lingua artificiale possa prendere piede. 

 Non riesco a immaginare realmente un futuro con libri colmi di asterischi e schwa, ma ragazzi, davvero basta l’esame di Linguistica 1 o aver fatto grammatica decentemente alle medie per capire che qualcosa sta cambiando e non in modo artificiale. La lingua prende la forma della società che la esprime e non esiste accademico che ci possa autorizzare in tal senso.

 Non esiste editoriale che possa ridicolizzare e far svanire un processo in atto.

 Arriverà un momento in cui NATURALMENTE arriveremo a una risoluzione del neutro, in cui una classe di dieci alunni con un solo maschio non userà più il maschile per definire l’insieme, e non ci arriverà perché qualcuno ci autorizzerà dai banchi di qualche centenaria istituzione, ma perché quell’istituzione dovrà prenderne semplicemente atto.

 Nessuna rivoluzione ha bisogno di autorizzazione.

venerdì 6 maggio 2016

Capirai quando sarai adulto. Il mondo è anche un posto difficile, è giusto nasconderlo ai bambini? Tre letture per parlare ai pargoli di guerra, sessismo e uso distorto del denaro.

 Era un bel po' che volevo fare un nuovo post sui libri per bambini, ma al solito, non essendo il mio settore, non avendo figli e non sapendo bene dove mettere le mani, ho preso quei due o tre mesi di tempo.
 Alla fine mi sono fatta coraggio ed è venuta fuori questa mini selezione che però ha un filo conduttore: temi complessi che però è giusto e doveroso vengano presentati, con le dovute cautele e il necessario linguaggio, ai bambini.
 Non sono una pedagoga e non ho neanche l'aspirazione di esserlo, ma forse perché ho molti ricordi di quello che pensavo nella mia infanzia, delle cose che non capivo e delle ingiustizie che sentivo di subire (diciamo che non essere una bambina appassionata di cose ritenute da bambina ha peggiorato la situazione), penso sia necessario dare alla pargolanza delle chiavi di lettura della realtà adatte alla loro età.
 Il vecchio sistema del "lo capirai quando sarai adulto" a me è sempre parsa una grande idiozia.

Let's go!


COME COPERTA IL CIELO di Lara Albanese e Fuad Aziz ed. Jaca Book:

 Dopo gli attentati in Belgio mi è rimasto impresso un articolo su una madre che chiedeva scusa al figlio, bambino, per non avergli parlato della guerra, credendola ormai sepolta dai libri di storia e dalle gloriose imprese dei nostri nonni e bisnonni che hanno dato la vita per un'Europa libera.

 Ho cercato di ricordare se mai da bambina qualcuno mi avesse parlato della guerra e ho ripensato al conflitto nella ex Jugoslavia all'epoca in corso di cui, in effetti, avevo un'idea estremamente vaga. 
 Tutto quello che ricordo era l'idea che ci fosse una guerra molto vicina (fatto vero), che prima o poi sarebbe arrivata da noi (fatto falso) e che non sarebbe mai finita (fatto falso bis), come se nei balcani ci fosse una sorta di conflitto eterno a cui dovevamo abituarci, come il sole che sorgeva.
 La maggior parte delle informazioni da me ricavate provenivano dalla tv che si guardava a pranzo a tavola e dalla presenza in quel di Roma di numerosi profughi bosniaci che, figlioli al collo, esibivano dei cartelli con scritto che erano profughi del conflitto e in cerca di asilo.


Tra l'altro l'attuale edizione in commercio
è misteriosamente per adulti e non per YA
Non ricordo né grandi spiegazioni in merito né elaborazioni di un qualche tipo, l'unica volta che se ne parlò fu quando mio zio, militare, ci spedì un'assurda cartolina dalla sua missione all'estero in Bosnia su cui troneggiava un'improbabile foto di Sarajevo bombardata.
 Un libro che contribuì a formare una vaga idea di quello che era il conflitto fu il celebre Diario di Zlata di Zlata Filipovic, in cui una ragazzina racconta l'incomprensibile passaggio da una vita normale a un'esistenza da civile in guerra. 
 La cosa che più mi sconvolse fu scoprire che l'ex Jugoslavia non era un paese dalla guerra eterna, ma che aveva avuto un prima assai simile alla mia vita e un durante che l'aveva stravolta. Zlata non era stata sempre una profuga in metropolitana, Zlata era stata anche come me.
 Ecco, io non sono una pedagoga e ovviamente ci saranno dei libri e delle indicazioni didattiche su come parlare di guerra ai bambini, perciò non do certo indicazioni in merito, se non il mio personale parere: la guerra esiste e i bambini lo devono sapere, tanto, in realtà, lo sanno già, solo che se nessuno gliela spiega nel loro cervello diventa una roba assurda e ancora più mostruosa.

 C'è un bel libro della Jaca Book "Come coperta il cielo" che racconta l'infanzia di Sami, ormai anziano astronomo di successo che vive in Inghilterra. 
 Sin da bambino amava le costellazioni che sua nonna gli aveva insegnato a riconoscere e sin da bambino viveva in un paese che conosceva una guerra eterna (nella storia non viene esplicitato, ma la trama prende spunto da un fatto realmente avvenuto a Gaza).
 Gli unici squarci di felicità erano i momenti in cui guardava le stelle e il momento in cui un cugino tornò dall'Inghilterra con un telescopio per osservare il cielo diventa l'occasione per formare un rudimentale circolo di ammiratori delle galassie.
 Il cielo è grande, l'azzurro profondo, ma basta ad allontanare davvero la guerra attorno?

 Un libro per parlare di qualcosa che purtroppo è lì fuori e che i bambini, anche se apparentemente stanno  zitti e buoni, vedono anche se non chiedono.

LA GRANDE FABBRICA DELLE PAROLE  di Agnès de Lestrade e Valeria Docampo ed. Terre di mezzo:

 Dicono che più fai figli da adulto più paure ti vengono e più problemi ti fai a farne, perché, ormai non è più come quando hai vent'anni, a trenta e passa hai giù un'idea molto chiara di quanto il mondo possa essere cattivo, quanta ingiustizia ci sia e quanto l'idea di riuscire a cambiarlo sfiori la follia.

 Ogni epoca ha avuto i suoi problemi, non ho nessuna mitica età dell'oro in testa, ma la crescente centralità del denaro nell'impostazione delle società inizia a diventare un mostro inquietante che rischia seriamente di trascinarci nell'abisso. 
 La povertà è diventata una vergognosa cosa da nascondere e ormai ha i contorni, oltre che dello stigma sociale, anche del peccato capitale.

 Poche cose sono peggiori che mostrarsi povero, è il motivo per cui si disprezza chi lo è, si prende per imbecille (o komunista reo di tutti i pekkati komunisti dai gulag alla rivoluzione culturale in Cina) chi osa dire che la nostra società non è egualitaria, per cui imbonitori che ti convincono come ripetere a ruota che la tua vita dipende solo da te (pare irrilevante nascere figlio di un disoccupato o di un industriale) non vengono presi per ciarlatani, ma vendono anzi, quintalate di libri di leadership.
  E' il motivo per cui uno spaventoso milionario sta per mettere la ciliegina sulla torta nel sistema capitalista più avanzato della storia (e non capisco come possiamo stupircene).

 Proprio per questa centralità del dio denaro, ho sempre trovato strano che se ne parlasse poco ai bambini, come se non esistesse.
  Certo, lo trova strano anche in "Padre ricco, padre povero" Robert Kiyosaki, un giappoamericano milionario che scrive libri su come diventare avanzati capitalisti fregandosene del prossimo (insomma, se il prossimo ci tenesse davvero alla sua esistenza, diventerebbe milionario anche lui, no?), che nel libro teorizza un'educazione in campo economico sin dall'infanzia. Tuttavia lui lo fa per piantare piccoli semi di futuri milionari, io lo penso perché non c'è niente di più sbagliato che arrivare all'età della ragione senza conoscere il nemico.

 Tuttavia, la domanda è lecita: come parlare di denaro e delle sue distorsioni ai bambini?

 In "La grande fabbrica delle parole" di Agnès de Lestrade e Valeria Docampo raccontano di un mondo dove le parole si commerciano: i barboni si arrabattano per le strade a trovare quelle più povere, quelle di moda vengono vendute nel periodo dei saldi, i più ricchi possono permettersi le più pregiate, mentre i meno benestanti devono accontentarsi di quello che riescono a comprare.
 Il problema è che le parole, come diceva Nanni Moretti, sono importanti, è fa molta differenza poter dichiarare il proprio amore usando parole poetiche, declamazioni flautate e poderosi ti amo. Come può un bambino, vincere contro questo florilegio lessicale se tutto quello che possiede è la parola "seggiola"?
 Forse il segreto sta nel modo in cui si dice e nell'amore che ci si mette pur non avendo i mezzi per esprimerlo. Una metafora splendida, per preparare i bambini al mondo e dare loro le prima armi arrotondate per combatterlo.

STORIA DI GIULIA CHE AVEVA UN'OMBRA DI BAMBINO di Christian Bruel e Anne Bozellec ed. Settenove:

 Lo abbiamo ripetuto fino alla nausea: in che  modo possono esistere dei giocattoli da maschio e da femmine?

 Perché dobbiamo ancora infliggere ad altri bambini l'insensatezza che è già stata inflitta a noi nel vederci recapitare giochi di cui non ce ne fregava niente, ma che venivano giudicati convenienti in base al nostro sesso d'appartenenza?
 Perché rifilare a forza surrogati di vita materna e casalinga a bambine di tre o cinque anni se esse non manifestano interesse per bambole, carrozzine, scope, scopini e ferri da stiro (se invece li bramano per imitare la mamma o per loro gusto benissimo)?
 Perché bambini maschi di tre anni si ritrovano con finte cassette degli attrezzi comprate all'ikea e macchinine se invece preferirebbero appassionarsi di libri sulle fate (anzi più bramano le fate più, per reazione, gli si rifilano giochi da "vero maschio")?

  I bambini non sanno che i giocattoli sono da maschio o da femmina, bramano ciò che gli piace e trovano interessante (basti pensare ai bambini maschi che per la prima volta nella storia amano un personaggio femminile di un cartone animato: la principessa Elsa, che invece di frignare e spazzare la casa dei sette nani, crea palazzi di ghiaccio e gormiti di neve).

Ho sempre trovato estremamente violento imporre a un bambino vestiti e giochi in base al suo sesso d'appartenenza (sì, violento, me lo ricordo io quanto volentieri avrei bruciato le gonne e le calze che mi costringevano a infilare a dieci anni) e questa violenza viene espressa perfettamente in questo storico albo edito nel 1975 e ora ristampato finalmente dalle edizioni Settenove.

 La storia vede Giulia, una bimba che ama giocare, rotolarsi nella terra, fregarsene dei vestitini e dei capelli a modino che per questo si vede perennemente rimproverata al suo di "Sei un maschio mancato"!
 A furia di sentirsi dare del maschiaccio, una mattina si sveglia con una curiosa ombra da bambino maschio che si rifiuta di comportarsi come lei e segue pedissequamente le orme dell'altro sesso.
 Com'è possibile? E perché nessuno se ne accorge?
 La storia ha vette di poetica tristezza, quella tristezza dei bambini di cui nessuno parla, come se fosse inconcepibile pensare un bambino infelice (o se fosse concepibile collegare questa tristezza solo a fatti che noi adulti consideriamo drammatici, sminuendo tutto quello che ci appare risibile).

 Alla fine Giulia incontra un bambino maschio col suo stesso speculare problema e in due si raccontano la comune incomprensione: perché gli adulti si accaniscono su di loro?
  Perché non li lasciano in pace? Perché avere la gonnellina e i capelli in ordine sembra di così vitale importanza? Non dovrebbe esserlo, assai di più, il fatto che siano felici?

 Uno di quei libri per bambini che dovrebbero leggere gli adulti, per ricordare le ferite dell'infanzia e avere un'idea di cosa significhi sentirsi inadeguati in un mondo che ti accetta solo se segui la norma.
 E' più importante seguire le regole imposte o crescere bambini felici? E cosa fare quando le due cose non coincidono? Io direi, per prima cosa, un bell'esame di coscienza.

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