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giovedì 3 dicembre 2020

La sorelle Mitford. Storia di sei sorelle che si gettarono a capofitto nella vita e nel mondo tra guerre, ideologie, letteratura ed estremismi.

 Trovo ci sia un certo filo comune nella vita degli autori e personaggi che hanno vissuto la loro infanzia e giovinezza in condizione di particolare isolamento familiare.

Tendenzialmente sono sospesi tra due estremi affascinanti: non avendo avuto un forte condizionamento all’omologazione coi propri coetanei diventano persone particolarmente originali, ma rischiano anche di liminare verso un certo estremismo personale.

 Probabilmente ci saranno svariati studi scientifici in merito, ma non essendo una psicologa, mi attengo alle prove letterarie.

Le sorelle Mitford, da questo punto di vista, sono molto interessanti.

 In Italia non sono molto conosciute, ma in Inghilterra sono personaggi così impressi nell’immaginario collettivo da essere diventate anche le protagoniste di una serie di romanzi storici by Jessica Fellowes, editi da noi da Neri Pozza. 

 E sempre Neri Pozza ha edito in Italia una bellissima, coinvolgente, lunga (eppure troppo breve) biografia: “Le sorelle Mitford” di Mary S. Lowell, il cui unico difetto è una certa piaggeria cerimoniosa.

Si trattava di sei sorelle (e un fratello, l’indispensabile maschio senza il quale titolo ed eredità finiscono al primo parente maschio, pure se di vertordicesimo grado come si vede bene in “Downton Abbey”), figlie del David Freeman-Mitford, barone Redesdale e di sua moglie Sidney.

 A parte il figlio maschio, che ebbe un cursus honorum di studi abbastanza normale, (prima di morire in guerra nonostante vaghe simpatie naziste), le sei sorelle furono cresciute in casa, con rapporti abbastanza limitati con l’esterno e la convinzione della madre che il corpo fosse in grado di guarire da solo (quindi anche con pochi medici in giro e solo in casi estremi, tipo l’appendicite).

 Se sia stata questa infanzia tutto sommato molto tranquilla, ma anche molto isolata, a scatenare l’immaginazione di queste sei ragazze molto intelligenti, è un dubbio che sorge spontaneo in relazione, soprattutto ad alcune di loro.

 La maggiore, Nancy Miford, era la classica ragazza brillante e arguta che, una volta debuttato in società ci sguazzò dentro con insolito fervore. Si innamorò delle persone sbagliate (per orientamento sessuale o per poca corresponsione), sposò un uomo abbastanza sbagliato perché si stava avvicinando ai trenta e troppi treni erano già passati invano, e scrisse alcuni famosi libri, piuttosto arguti, sul dorato mondo della nobiltà inglese.

Il più famoso rimane “L’amore in un clima freddo” che racconta le vicende di Fanny che assiste al disfacimento della ricca famiglia Montdore. Lady e Lord Montdore, dopo molti anni di matrimonio, riescono ad avere una sola adorata figlia, Polly, e la crescono viziatissima tra gli agi riponendo in lei grandi speranze (matrimoniali). Tuttavia, pur essendo molto bella, la ragazza risulterà poco attraente ai suoi coetanei gettando sua madre nella disperazione: se non si sposerà, a cosa sarà servito tutto ciò che hanno fatto per lei?

 Le cose precipitano quando Polly, con un abile colpo di scena, decide di sposare un suo zio acquisito, da poco vedovo e abbastanza attempato. I suoi genitori la diseredano e sono costretti a cercare il primo parente maschio disponibile per addossargli tutta la loro fortuna, ma anche le loro morbose attenzioni.

 Il libro sembra, da un certo punto di vista, rispecchiare pienamente quanto si racconta di Nancy Mitford: è brillante, arguto, spiritoso, sa cogliere le evidenti contraddizioni e follie di un sistema che si basa su matrimoni e figli, figli e matrimoni. 

Tuttavia a me non è piaciuto particolarmente: mi sembra manchi la giusta profondità che dia un senso al tutto. 

Ha le vesti di una sorta di satira che però non affonda davvero il coltello nella piaga. Del resto Nancy nel belmondo rimase tutta la vita, rimanendo fedele in qualche modo alla sé stessa che era stata da giovane, nel bene, ma anche nel male.

 L’ho trovato freddo, proprio come il titolo e il finale è, a mio parere, abbastanza agghiacciante.

 Non fu però l’unica sorella scrittrice. Altre si tentarono e quella che lo fece con maggior successo fu Jessica, detta Decca, la sorella comunista, autrice di un’autobiografia (a cui purtroppo ha dedicato un solo volume che si interrompe troppo presto), “Figlie e ribelli”, in cui racconta la sua infanzia e la sua prima giovinezza.

 E’ da lei che  la Lowell pesca a piene mani per raccontare il tedio dell’isolamento al quale le sorelle erano costrette, ingegnandosi con continui giochi tra di loro. Jessica cercò di convincere la madre a mandarla a scuola, ma ci riuscì solo per brevissimo tempo e venne ritirata quasi subito, dopo un innocuo gioco tra bambini.

Passò quasi tutto il suo tempo a desiderare il mondo esterno, tanto che, ragazzina, aprì in banca il conto “Fuga da casa”, sul quale riversò i soldi di varie paghette e regali per anni. Giovanissima, si appassionò al socialismo e venne a sapere che un altro suo lontano parente, il giovane Edmond Romilly, nipote di Churchill, era un fervente comunista. Riuscì a incontrarlo, fortunosamente, solo anni dopo, quando, dopo aver debuttato in società, si ritrovarono allo stesso tavolo.

 Bastò una cena e pochi mesi dopo, con uno stratagemma, riuscirono a raggiungere la guerra civile spagnola. Fu addirittura mandato un cacciatorpediniere a recuperarla, ma non ci fu modo di dissuaderla. Tutto ciò che ottennero fu che si trasferissero a Parigi, dove si sposarono e vissero per qualche tempo in condizioni di relativa povertà.

 La sua è una vita avventurosissima. Dopo poco decisero di raggiungere gli Stati Uniti, dove svolsero i lavori più disparati, sempre in un crescendo di incoscienza giovanile, fedeltà agli ideali e genuina voglia di divertirsi e prendersi DAVVERO gioco del sistema.

 Se Romilly morì giovane in guerra, lei ebbe ancora molti e molti anni che passò tra battaglie per i diritti civili, figli, matrimoni, inchieste sul lucro nel sistema funerario americano (libro che la rese famosissima e che mi piacerebbe leggere), comunismo e molto altro. Il suo libro è un vero gioiello (purtroppo, come dicevo, si interrompe troppo presto).

 Mettendo a confronto i due libri, a mio parere, è lampante la differenza di intenti e personalità tra le due sorelle.

 Delle altre, due furono un po’ meno straordinarie:

 Pamela si dedicò alla campagna, si sposò, divorziò ed ebbe una lunga relazione con una donna, la cavallerizza italiana Giuditta Tommasi (che è stranamente omessa nella biografia, dove, a quanto sembra, va bene parlare di nazismo, ma non di lesbismo, che insomma sappiamo sempre che è meglio fingere che le lesbiche non esistano).

 La più giovane, Deborah, divenne duchessa dopo che suo marito, a seguito della morte del fratello maggiore in guerra, ereditò titolo e magione alla Downton Abbey.

 Ultime, ma non certo per importanza, vengono Diana e soprattutto Unity, le sorelle naziste.

 Diana era ritenuta, per l’epoca, di straordinaria bellezza e fece, giovanissima, un ottimo matrimonio con l’erede Guinness, a cui diede due figli. Pochi anni dopo però, si innamorò di Oswald Mosley, un politico britannico che, parabolò da idee conservatrici a idee fasciste, fondando quello che fu il partito fascista britannico.

 La sua storia è molto interessante per comprendere la fascinazione che parte della nobiltà inglese ebbe, tutto sommato, nei confronti del nazifascismo. Non solo Edoardo VII, il re che aveva abdicato (e forse pensava di tornare sul trono grazie a Hitler), ma se ne parla anche in “Quel che resta del giorno”, in cui il duca mostra simpatie naziste davanti alle quali lo sconcertato e fedele maggiordomo non sa come comportarsi.

 Prima dell’eroica resistenza inglese agli attacchi nazisti, ci fu anche la tentazione di un’alleanza o di una non belligeranza coi tedeschi, e la storia di Diana e di quello che divenne il suo secondo marito è davvero interessante in questo senso.

 Ma ancor più interessante è la figura di Unity, il vero personaggio da tragedia greca (o farsa suprema) della schiera di sorelle. I genitori, che la concepirono inquietantemente a Swastika, le appiopparono anche un nome improbabile, Unity Valkirye, che non promise bene sul resto della sua esistenza.

Unity Mitford

 Da ragazza sembra fosse brillante, spiritosa e originale, e scoprì. grazie a Diana e al marito le idee fasciste della quale divenne fervente sostenitrice. Convinse i suoi a inviarla, per il suo anno all’estero, non a Parigi come tutte le altre sorelle, ma a Berlino e lì, non appena ebbe imparato il tedesco, iniziò una minuziosa opera di avvicinamento a Hitler.

Pedinandolo in uno dei suoi ristoranti favoriti, riuscì a farsi rivolgere la parola e col tempo entrò nella sua cerchia più ristretta. Il loro rapporto divenne così intimo che non solo Eva Braun fu  gelosissima di lei, ma girarono voci che avesse avuto un figlio segreto da Hitler o che lui volesse sposarla.

  Il suo sogno era un’alleanza tra Inghilterra e Germania e lavorò alacremente anni per questo. Quando però divenne evidente che ci sarebbe stata una dichiarazione di guerra, sospesa tra la fedeltà alla patria e quella verso Hitler, si sparò alla testa.

 Incredibilmente sopravvisse e venne rimpatriata con l’aiuto del dittatore che teneva moltissimo a lei. Non fu, ovviamente, più la stessa, e morì una decina di anni dopo per complicanze dovute alla ferita.

Diana Mitford 
 La cosa interessante è che lei e Decca, politicamente ai due antipodi, erano anche, reciprocamente, sorelle preferite, anche per la vicinanza d’età. 

 Quando anni dopo Decca scriverà la sua autobiografia, non riuscirà, nonostante le distanze siderali tra di loro, ad averne un ricordo o un giudizio negativo. Anche questo è notevole nel suo libro: la mancanza di tesi e lo spazio a quell’ambiguità dei sentimenti che ti consentono di voler bene a qualcuno che non vedi da decenni e che ha commesso le azioni peggiori. I fratelli e le sorelle sono anche questo.

Leggere “Le sorelle Mitford” è una grandissima avventura, trepidante, piena di colpi di scena, di azioni incredibili e avventurose, di guerre e prigioni, ideologie e prese di posizione. Furono tutte, indubbiamente, delle donne non solo brillanti, ma anche abbastanza coraggiose da gettarsi nella vita.

Da un certo punto di vista fanno tenerezza i genitori.

 Come molti genitori di persone particolarmente intelligenti e spericolate, sono invece pacatissimi e ordinari (pur con qualche fondamentale stranezza che ha comunque impostato il corso degli eventi) e non si capacitano dei continui colpi di testa della loro prole.

 La mela, si dice, non cade lontano dall’albero, ma certe l’albero sottovaluta la sua natura.

domenica 14 aprile 2019

Piccole recensioni tra amici! Tra gialli malriusciti e emigrazione italiana anni '60: "Oltre l'inverno" di Isabel Allende e "Il figlio prediletto" di Angela Nanetti

Mentre vedo le prime vacanze dai tempi del viaggio di nozze avvicinarsi finalmente col cuore in tumulto (penso di non essere così stanca da secoli e la mia cervicale non mi dà nessuna tregua sigh), finalmente ecco a voi qualche nuova recensione di libri letti nei mesi scorsi.

 Sono stati mesi di letture tra alterne vicende: alcune molto gustose (tipo "Dracula e io" di Morozzi, il prossimo che vorrei recensire bene) altre passabili, altre proprio no (una è in questo post).


Bando alle ciance! E buoni spunti di lettura e non lettura!





OLTRE L'INVERNO di Isabel Allende ed. Feltrinelli:

Come tutti coloro che seguono la Allende (anche non spasmodicamente, tipo me) sanno, è solita iniziare tutti i suoi nuovi romanzi l'otto di gennaio, data in cui iniziò il famoso "La casa degli spiriti".

 E' un bel gesto scaramantico e, volendo, anche un buon metodo di autodisciplina per uno scrittore, ma si potrebbe anche aggiungere che non sempre le idee venute a furia di spremersi le meningi (come ammesso dalla stessa Allende nei ringraziamenti), si rivelano poi buone idee.

"Oltre l'inverno" è uno strano papocchio di tante idee mescolate in modo poco organico, spacciato inopinatamente per thriller e un finale assolutorio e surreale che definirei imbarazzante.

 Il libro che, specifico, non è scritto male (la Allende sa sempre il fatto suo), inizia durante una terribile bufera natalizia che si abbatte su NY causando vari disastri tra i quali l'accidentale tamponamento tra un ipocondriaco professore universitario, Richard, e un'immigrata irregolare del Nicaragua, Evelyn.

 Qualche ora dopo, Evelyn si presenta a casa di Richard perché non può tornare a casa: l'incidente ha danneggiato la macchina aprendone il cofano posteriore e, a quanto sembra, dentro c'è un cadavere.
 La macchina appartiene ai suoi datori di lavoro, un ex campionessa di nuoto ora depressa e in preda ai farmaci e all'alcol e al marito, un violento tizio con qualche losco affare in ballo.
 In tutto ciò, nella taverna di Richard vive una sessantenne cilena dall'incontenibile vitalità che vorrebbe tanto portarselo a letto nonostante lui la privi del riscaldamento.

 La storia è raccontata dai tre diversi punti di vista e in verità ignora il giallo fino all'improbabile finale, concentrandosi invece sul passato dei tre protagonisti.

 La parte migliore è quella dedicata ad Evelyn, probabilmente perché è l'unica che ha un'idea di fondo: lasciata assieme ai suoi fratelli maggiori in Nicaragua dalla madre emigrata negli Usa (sta storia che gli Usa non hanno il ricongiungimento familiare è assurda, ma non la più assurda del loro assurdo sistema), vive in povertà, ma serenamente assieme alla nonna finché il fratello maggiore non si unisce a una violentissima banda.

 Da quel momento in poi ci saranno tragedie a catena intrecciate al dramma dei migranti che dal Sudamerica cercano di attraversare il confine per agguantare il sogno americano.

 Gli altri due personaggi, la professoressa cilena Lucia e Richard, professore americano, sono piuttosto piatti.

 La prima con la solita storia che affonda le origini nella dittatura per poi virare verso una sorta di dramma amoroso di mezz'età, il secondo con una storia fatta da stereotipi sul Brasile e tragedie a catena che a un certo punto l'idea di fare un pellegrinaggio a Lourdes diventa l'opzione più sensata.

 Stendo un velo pietoso sul modo in cui la storia del famoso cadavere nel cofano procede: neanche in un libro per tredicenni ci si permetterebbe una faciloneria simile, con tanto di assoluzione morale a destra e a manca sul finale.
 Sconsigliato. Mi spiace Isabel, sarà per un'altra volta.


IL FIGLIO PREDILETTO di Angela Nanetti ed. Neri Pozza:

 Candidato allo Strega dell'anno scorso, avevo quel dubbio perenne del "lo leggo o no" causato sempre dai miei conflitti di gusto: è una storia lgbt e racconta anche della Londra degli anni '60 vs oddio l'ennesima storia del sud deprimente e reprimente da cui una coraggiosa donna scappa.

 Trovato all'usato, ho potuto fugare tutti i miei dubbi.

 La storia ha un che di originale, ambientata in un periodo che ci piace dimenticare: quando i migranti interni europei che arrivavano, poveri e con una mentalità retrograda, in nazioni avanti anni luce, eravamo noi.

 Il racconto scorre su due binari paralleli: da una parte la storia di Nunzio Lo Cascio ambientata negli anni sessanta tra la Calabria e Londra, la seconda, quella di Annina, sua nipote, una ventina di anni dopo (mentre la prima è più contestualizzata, la seconda è connotata in un presente vago).

 Tra le due, la storia di Nunzio è quella più riuscita, più originale, più struggente e più sentita anche dall'autrice (almeno così mi è sembrato da lettrice), la seconda, forse anche per il finale un po' boh, ha meno tensione e sembra, a un certo punto, mettere troppa carne al fuoco assolutamente non necessaria all'economia della trama.

 La parte dedicata a Nunzio però vale interamente il libro. 

 Ragazzo, s'innamora, ricambiato, di un suo compagno della squadra di calcio. Sono felici, poi un giorno arrivano i fratelli, affiliati di una cosca locale, e per lavare l'onta gli ammazzano il compagno come un cane, in mezzo alla campagna, e lo spediscono a Londra a sparire.

 Nunzio arriva in Inghilterra, traumatizzato e sconvolto.

 Inizia a giocare a calcio, ma un infortunio lo costringe a cambiare rotta e diventa cameriere in un ristorante italiano. Per anni vive in Inghilterra, ma è come se non ci vivesse.
 Impara la lingua male, non conosce nessuno, non riesce ad affrontare dentro di sé la tragedia che gli è accaduta.
Sul tema e per ricordarci "Come eravamo" ASSOLUTAMENTE
da vedere "La ragazza con la pistola" se ancora non lo avete fatto

 Poi un giorno decide di iscriversi ad un corso di lingua e conosce un giovane professore di origini nobili e dalle idee marxiste.

 Non è amore, ma è amicizia, un'amicizia che salva dal baratro della solitudine e accompagna verso una vita nuova e ricca che però...che però non posso raccontarvi perché il libro va assolutamente letto.

 La parte dedicata alla nipote Annina è meno forte forse perché assai rivista: unica figlia, per giunta femmina, per giunta bellissima, di un fratello di Nunzio, assurto alla gloria di piccolo boss locale, vive una vita da reclusa che manco all'oratorio può mettere piede perché maschi e femmine giocano insieme.

 Scopre l'amore per il teatro e il ballo, ma le ali vengono tarpate seduta stante perché l'idea è farne una giovane sposa d' 'ndrangheta appena compiuti diciotto anni.

 Anche lei dovrà fuggire a Londra, sulle tracce dello zio Nunzio di cui nessuno, misteriosamente vuole mai parlare dai tempi in cui tornò in una cassa da morto dalla terra d'Albione.

 Ripeto, se la storia si fosse concentrata solo su Nunzio, a mio parere, ne avrebbe guadagnato. C'erano molte più cose da sapere, legami da indagare, solitudini da raccontare, ma il libro, a parte il finale, funziona anche così.
Superconsigliato!
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