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domenica 14 gennaio 2018

Compagno di scuola, compagno di niente, ti sei salvato o lavori in banca pure tu? Una recensione della prima parte di "Macerie prime" di Zerocalcare.

 Un tempo Venditti faceva delle belle canzoni.


Mio padre, quando passavamo quelle interminabili settimane di vacanza in Sardegna (ora pagherei oro per avercele, ma all'epoca le detestavo), aveva una decina di cassette che ci fece ascoltare a ruota per anni. 

 C'era Pino Daniele, una cassetta di cover by Anna Oxa e un paio di cassette dei vecchi successi di Venditti che, per motivi tuttora ignoti, nel mio immaginario aveva la faccia di Funari.

 Erano, grazie al cielo, le canzoni pre-livinciugadà o oscuramente craxiane come "In questo mondo di ladri" delle quali, da bambina capivo poco e niente e comunque la musica mi faceva orrore.
 Ce n'erano alcune per le quali provavo un misto di piacere angoscia, prime su tutte "Buona domenica" e "Compagno di scuola".

 La prima è un assoluto capolavoro, una canzone in grado di concentrare in pochi minuti quel malessere esistenziale che caratterizza quella che a scuola era l'unica giornata di festa e, per motivi che parevano inspiegabili, sembrava un incubo fatto di messa, ansia, compiti e vuoto esistenziale.

La seconda, visto che andavo ancora a scuola, non mi era ben chiaro cosa avesse d'angosciante, ma già all'epoca avevo la sensazione mi sfuggisse qualcosa di fondamentale e che infatti ho capito solo vent'anni dopo.

 Il compagno di scuola, compagno di niente, gente che dovevi frequentare per forza per un numero considerevole di ore prima che sparisse per sempre, inghiottito dalle tenebre, dopo l'esame di maturità (io la maggior parte non le ho più riviste dopo la terza prova) senza nessun tipo di trauma affettivo, chi era davvero?

 Merita una canzone rievocativa? Perchè? Per pura nostalgia?

 Poi arrivi a trent'anni passati e capisci perché, dopotutto, il fatto che solo Venditti abbia dedicato una canzone a questa comune e strana comparsa del passato, sia strano.

 I compagni di scuola sono la cartina tornasole dei nostri sogni, ma anche e soprattutto dei nostri fallimenti generazionali:

"Compagno di scuola, compagno per niente, ti sei salvato o lavori in banca pure tu?".

 Ho letto finalmente anche io "Macerie prime", un libro al tempo stesso abbastanza comune e abbastanza strano, comune perché racconta una storia che, al netto del precariato lavorativo (comunque in alcune forme proprio anche delle generazioni passate) somiglia a molte altre trame, strana perché da Zerocalcare ti aspetteresti ansie generazionali più rivoluzionarie e meno old style.

 Eppure è proprio questo che, a mio parere, rende questo libro di Zerocalcare (almeno in questa prima parte) nettamente superiore al celebrato "Dimentica il mio nome" che mostrava una serie di falle narrative nella seconda parte.

 "Macerie prime" è un libro che racconta una verità talmente ovvia da risultare scomoda. 
 Noi siamo davvero questi qui. 

 I trentenni, anche al meglio del loro radicalismo, non riescono a vincere su un'oppressione sociale che ha solo rimandato il conto dai 25 ai 35 anni.

 Ok, ti sei divertito, ma ora devi crescere, sposati e fai figli, vai a convivere, trovati un lavoro.
 Il problema è che le ansie sociali sono rimaste le stesse di 40 anni fa, ma il mondo, lavorativo ed economico è mutato profondamente e le due cose non s'incastrano più in nessun modo.

 Da una parte c'è chi vorrebbe sposarsi e far figli, ma non ha né soldi né lavoro. Tutti gli studi fatti sono stati traditi da un mercato del lavoro impazzito che premia chi si trova al posto giusto al momento giusto e non i preparati e meritevoli (certe volte per carità pure quelli, ma quasi per caso).

 Dall'altra il problema è inverso: il lavoro c'è, i soldi anche, ma il disagio esistenziale di non voler vivere la stessa identica vita dei nostri nonni e genitori permane. 

 Perché sposarsi e far figli se non si desidera davvero? E' davvero quello che determina la maturità di una persona? Chi non lo fa è rimasto adolescente o vuole semplicemente vivere una vita diversa?

Vignetta di Sarah Andersen che rende bene la questione
Baby Boomer vs Millennial
 Questo senza contare la continua angoscia da welfare: se non fate figli chi pagherà le pensioni? Se non fate figli chi vi accudirà? La natalità è bassa, procreate! 

 E tu stai lì che pensi solo "Baby boomers, mortacci vostra potevate evitare di andare in pensione a 39 anni, di creare una voragine di debito pubblico e di fare il "patto generazionale" sulle pensioni senza chiedere l'opinione della generazione dopo che magari non era proprio d'accordissimo".

 "Macerie prime" parte da una situazione da "compagno di scuola, ti sei salvato dal fumo delle barricate?" e prende le mosse dal matrimonio dell'amico Cinghiale, uno che per tutti i libri precedenti aveva il principale ruolo dell'erotomane pronto a farsi chiunque e a consigliare a chiunque di farsi chiunque.

 Zero e tutti gli amici che abbiamo visto nei libri precedenti (assente l'amica Lemure e anche l'indimenticato amico Supplì) si ritrovano a dormire insieme la notte prima della cerimonia e Zero scopre che mentre veniva sballottato in ogni dove a fare presentazioni e si tumulava in casa a disegnare come un mangaka giapponese sotto consegna, le vite degli altri sono andate molto più avanti di quel che pensava. O meglio molto indietro.

 Sarah, che ha studiato invano per fare l'insegnante lavora nell'amministrazione di una ditta per due lire e la sua compagna, post-approvazione delle unioni civili, vorrebbe impalmarla.

 Katja che a quanto pare esiste davvero e non è solo un personaggio di "Dodici" (il libro sugli zombie a Rebibbia) ha 38 anni, vorrebbe un figlio, ma il compagno Deprecabile non è per la quale (finalmente un personaggio che viene dalla provincia di Roma e parla del disagio del doversi fare ore di macchina o mezzi pubblici per coprire 30 km di distanza).

 Deprecabile, new entry nei libri, ma a quanto pare non nella vita di Zerocalcare, più grande, simbolo perfetto di quel che io chiamo "finire il giro": sei talmente oltre, talmente radicale, talmente estremista che a un certo punto finisci il giro e scopri di essere identico all'estremo opposto (es. Arcilesbica che ha le stesse posizioni di Adinolfi).

 Secco, del quale non posso dirvi la novità se no vi spoilero il libro.

Mentre sono tutti insieme, Sarah lancia un'idea abbastanza rivista  da chiunque nella nostra generazione: partecipiamo a un bando.

 Una cosa che sembra fichissima, ma chiunque ci si sia trovato impelagato sa che è la madre di ogni tragedia, rispondere ai requisiti è complicatissimo, fornire la documentazione adeguata impossibile, la traduzione in 20 lingue diverse tra le quali il polacco, impraticabile.

 Eppure in un mondo nel quale nessuno ti dà fiducia se non hai delle garanzie da dare (e tu dici: se avevo garanzie non avevo bisogno di fiducia) rappresenta l'unico modo per "far partire un progetto".
 Zero si trova nell'inedita posizione di superiorità economico-lavorativa: guadagna in modo decente e fa un lavoro che gli piace e così cerca di rifiutare per poi cedere sotto il peso dei sensi di colpa.
 Oh, tu ce l'hai fatta, non puoi mica lasciarci indietro eh.

 E così Zero inizia a scoprire l'amara verità: lui non è il compagno che lavora in banca, lui è peggio.

 Perché se quello che lavora in banca può sempre provare un tipo di solidarietà generazionale ("anche io sono una vittima del sistema perché il mio sogno era diventare campione di surf e non sportellista in attesa di essere licenziato da qualche nuova app che fa il lavoro al posto mio"), lui è UNO CHE CE L'HA FATTA.

I suoi amici sono la cartina tornasole di una generazione che affoga e lui è l'eccezione che i cinquantenni possono portare in trionfo "Oh, se ce l'ha fatta lui, è evidente che la cosa è possibile, sono gli altri che non hanno voglia di fare niente".

 Senza contare che quando traghetti dall'altra parte della barricata, quella dei salvati, agli occhi dei sommersi diventi un traditore, uno che ora si è venduto, uno che prima lanciava i sassi e ora viene chiamato a condannare chi continua a farlo, per disperazione o per rabbia.

 Zero si accorge di non essere più il compagno di scuola di nessuno, lui è fuori, in un mondo che non esiste, fatto di eccezioni che non rappresentano la regola. Unici e non speciali, semplicemente soli.
 Cosa che per chi ha fatto del collettivismo e della solidarietà l'asse portante della propria esistenza non è facile da affrontare. 
Perciò, no, non mi è sembrata una trama così rivista, ma una trama nella quale scavare con attenzione, oltre il facile "Oh, ma è l'ennesimo libro sul trauma della crescita a base di figli e matrimonio che fa tanto Muccino dei poveri!"
 Vediamo come la risolve nella seconda parte, se non si sgonfia per ora è, per me, la sua storia migliore.

mercoledì 19 aprile 2017

I sogni hanno un prezzo. Vale la pena pagarlo? Il confine tra sfruttamento, sogno e insensata ostinazione esiste? E come capiamo di averlo raggiunto? Una recensione di "Piccoli furti" di Michael Cho.

 In questi giorni ho avuto un'interessante conversazione con l'admin di un altro blog (qualcuna ne conosco anche io).

Si discuteva di un male che affligge la nostra generazione: fino a che punto è lecito spingersi per raggiungere i propri sogni?

 Niente paura non eravamo manco arrivate al mercimonio del corpo o simili, il punto era ancora più teorico: se dopo un tot di anni in cui si tenta e ritenta e ritenta di raggiungere a ogni costo un obiettivo non si riesce, è lecito tentare?

 Non partivamo da una questione astratta, ma da una notizia specifica che non citerò esattamente perché non è il fulcro della questione e poi rischiamo di perderci in millanta giri poco pertinenti.

 Alcuni lavoratori/volontari/nonsocomesidefiniscequestaposizionelavorativa lavorano per anni con un misero rimborso spese quasi full time. Visto che dopo nulla si smuove e cominciano a protestare, ma in realtà c'è da tener conto che essendo un posto nella pubblica amministrazione, anche nel caso prima o poi si aprisse una posizione, ci sarebbe sempre un concorso pubblico a cui potrebbe (giustamente) partecipare chiunque. E quindi tutto diventa un attimo vano.

 Sapendo ciò, ha senso continuare a lavorare per poche lire per inseguire un sogno? 
 Ma soprattutto è il giusto modo per farlo? Non ci staremo autosabotando a forza di eccesso di disponibilità? Perché per il sogno ogni sacrificio, materiale e/o morale è lecito?

 La nostra generazione, o buona parte, ha potuto, grazie a genitori che riuscivano a mantenerla,  inseguire lungamente determinati obiettivi che magari tardavano ad arrivare.

 E, badate bene, non sto dicendo che sia sbagliato, soprattutto quando i famosi obiettivi corrispondono a posizione lavorative che sono appannaggio di una sorta di élite che ne detiene un'ottima parte per diritto di ereditarietà (quindi non è per mancanza di talento che non si riescono ad afferrare).

 Si vede bene in "Tutta la vita davanti" di Virzì, quando la laureata in filosofia senza santi in paradiso cerca inutilmente un lavoro proprio nell'editoria.
 Non solo riceve molte porte in faccia, ma deve anche ascoltare l'amica non laureata, interpretata da Caterina Guzzanti, che le fa una di quelle tirate senza senso di chi tanto ha madre e padre che l'hanno sistemata nella casa editrice di amici.

 Certo, poi c'è anche chi ce la fa senza padrini e madrine e sono molti e devono lavorare il triplo (anche lei nel finale ce la fa più o meno), ma c'è anche chi daje e daje non riesce comunque ad arrivare al traguardo.

 Succederebbe anche se tutti fossimo pari ai blocchi di partenza per semplici questioni numeriche, ingoiare il rospo quando sai che non è proprio giusto è la parte peggiore della faccenda, ma non è che semplicemente potrebbe aver senso mollare il colpo? Riconoscere, come cantava Caterina Caselli che "Si muore un po' per poter vivere"?

 Cos'è questo preambolo? Un inno al "piegate la schiena e adattatevi"?

 No, è più che altro un invito a leggere "Piccoli furti" Michael Cho ed. Rizzoli Lizard che spiega molto meglio di me il senso di empasse in cui ci si trova a cicliche ondate nella propria esistenza e a cosa si arriva quando ci si rifiuta di affrontarle.

  (che io, forse traviata da Boris ho letto Corinna tutto il tempo, ma non è importante) è una trentenne americana che ha studiato lettere e voleva scrivere "il grande romanzo americano", un'ambizione tanto comune nei film e nei telefilm, quanto, diciamo la verità, anche nella vita reale (ho avuto la fissa persino io).
Corrina

 Siccome le tasse scolastiche americane non sono come quelle italiane e ha un debito piuttosto consistente da ripianare al riguardo, decide di trovarsi un altro lavoro temporaneo, pagare e poi chiudersi in casa a scrivere.

 E' quello che pensano in molti. Lo confesso, è quello che pensavo anche io: ma sì, intanto lavoro in libreria (che sottolineo era per me già un lavoro papabilissimo, ma a 25 anni, quando ho iniziato, avevo anche altre aspettative, sensate o meno che fossero) e intanto mi guardo intorno.

 La stragrande maggioranza di quelli che riescono ad afferrare un buon contratto poi rimangono lì. 

 Per ottime ragioni intendiamoci: fuori il mondo del lavoro è pessimo, arrivi a 30 anni in un secondo e la parola "sogno" assume altri significati che non rimandano più solo ad avventura e cose meravigliose, ma anche a povertà, ansia, precariato, impossibilità di costruirsi un'esistenza e altre simpatiche amenità. Il terrore del futuro inizia a uccidere l'avventura (o magari, ti dici, sono le prime avvisaglie del buonsenso).

 Se poi il lavoro somiglia in qualche modo a quello che volevi davvero fare è ancora meglio, no? Hai quasi il sogno e un lavoro, chi sta meglio di te?

 Corrina è in questa situazione. Subito dopo la laurea ha trovato lavoro come copy in un'agenzia pubblicitaria in cui le insegnano che loro sono "i sognatori del capitalismo", che inventare nuovi assurdi oggetti di consumo, come il profumo "per bambine" è giusto e necessario e, dulcis in fundo, la sera l'azienda ti fa trovare pure l'open bar.

 Tra il capo che fa discorsi alla Steve Jobs e come Steve Jobs si veste e seraficamente si comporta, privo di un vero ordine morale che non sia il raggiungimento del successo e del denaro fine a sè stesso, preda di una pesante solitudine e del rimpianto per i suoi sogni di scrittura ormai sepolti, Corrina vaga molto silenziosa per una New York che da brava grande città ti fa sentire come un naufrago su un'isola deserta.

 La sua valvola di sfogo, perché anche lei è umana e in realtà deve scaricare in qualche modo la pressione che comporta un mondo che non le appartiene, è appunto commettere piccoli furti in un anonimo negozietto, sempre lo stesso.

Non fa del male a nessuno pensa, il commesso al banco viene pagato lo stesso, l'azienda è sicuramente assicurata e lei subito dopo si sente meglio.

 Per quanto? E perché?

 La storia rischia di prendere una piega da filmaccio americano, ma si salva, pur finendo troppo bene per giudicarla un buon ritratto generazionale.

 Le cose non finiscono così bene, non sempre e soprattutto non subito.

 Perché in realtà il vero problema penso sia attaccarsi disperatamente all'idea che le cose debbano prendere subito una piega giusta, altrimenti abbiamo perso.

 Ha senso continuare a lavorare dieci anni sottopagati (NB sto parlando del farlo per non rinunciare a un sogno, non del farlo perché costretti dagli eventi avversi) o peggio ancora infilarsi in un tunnel di stage gratuiti (sempre stata dell'idea che per non essere pagata a quel punto sto a casa, a meno che dopo 6 mesi non mi assumi con la certezza del 3000 per 1000) perché quello è il lavoro che vogliamo disperatamente fare?

 Ha senso non riuscire a pensare che potrebbe ripresentarsi in futuro, in altre forme, in altri posti? O che non esista proprio nient'altro che possiamo considerare al suo posto?

 Non sto dicendo che lo abbia, sto dicendo solo di non fare come Corrina: pensare che sia normale compiere piccoli furti, ignorare certi segnali che ci stanno avvisando che il sogno non solo è cambiato, ma ci ha cambiato, e magari non in meglio.

 I sogni hanno spesso un prezzo e la domanda è sempre la stessa da sempre: vale la pena pagarlo?

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