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sabato 25 novembre 2017

La giornata contro la violenza sulle donne e il vero fulcro del problema: quel legame potentissimo tra potere, virilità e sottomissione. Leggere "The Power" di Naomi Alderman per capire.

 In questa giornata contro la violenza sulle donne, potrei parlare di molti libri, infiniti, troppi purtroppo.

Potrei ricordare, e la ricordo ora, come ogni anno, Stefania Noce  per l'emblematicità della sua storia, quella di una studentessa universitaria, femminista, consapevole, uccisa assieme a suo nonno dall'ex fidanzato che non accettava la fine della loro storia.

 Emblematica perché distrugge molti alibi che vogliono la donna sempre complice della violenza che subisce: non era una persona debole, non era fragile, non subiva, non si era messa con un "poco di buono". E comunque nessuna di queste cose è una motivazione per subire violenza o per esserne dette complici.

 Il libro di cui credo sia il caso di parlare oggi è "The power" di Naomi Alderman, libro di fantascienza, infelicemente e incomprensibilmente tradotto dalla Nottetempo edizioni col titolo "Ragazze elettriche".

 Incomprensibilmente perché sì, la trama parla effettivamente di un futuro vicino in cui le adolescenti sviluppano d'improvviso una sorta di organo posto vicino alla clavicola che permette loro di generare scariche elettriche devastanti (ma anche in grado di dare piacere se usate in un certo modo), ma non è certo quello il fulcro della trama.
 Come, nella giornata sulla violenza sulle donne, non è davvero la violenza la questione su cui dirimere.

 Quello di cui si dovrebbe davvero parlare è lui: IL POTERE.


 Ho visto su fb che molti hanno già iniziato la solita tiritera del: ah, ma non sono solo contro la violenza sulle donne, sono contro la violenza in generale. Grazie. Davvero un contributo prezioso e soprattutto pregnante sulla questione. Siamo tutti contro la violenza. O almeno pare che oggi lo siano tutti, dopo aver passato mesi a buttare odio sui migranti e altre sciocchezzuole del genere.


 Il punto non è essere contro la violenza, ma capire perché esiste nella forma in cui esiste la violenza sulle donne che, personalmente, credo abbia la stessa radice di tutti i tipi di violenza: la sopraffazione e la sottomissione.

 Quel che è importante capire, e che il libro di Naomi Alderman spiega molto bene, è perché nel caso della violenza sulle donne ci troviamo di fronte a una manifestazione così frequente, virulenta, abituale eppure allo stesso tempo incompresa e incomprensibile, come visto anche durante il caso Weinstein.

 Nel libro della Alderman appunto delle adolescenti scoprono improvvisamente di possedere questo organo in grado di generare scosse elettriche violente, anche mortali se incontrollate.
 La cosa interessante è che la trama si concentra sul momento esatto della scoperta. Non ci troviamo 10 anni dopo o 20 anni dopo, ma nell'esatto momento.

 Come se voi domattina vi svegliaste e scopriste che siete in grado di mandare in tilt tutti gli elettrodomestici di casa o poteste diventare una sorta di teaser vivente.
 Come vi sentireste?
 Terrorizzati, spaventati, non credo felici di una cosa potenzialmente mortale che non sapete che conseguenze potrebbe avere sugli altri, ma anche su di voi. Potrebbe uccidervi? Potrebbe uccidere?

 Ma se voi vi trovaste in una situazione terribile. Se voi foste la ragazza rumena ridotta in schiavitù da quell'uomo in Calabria, se foste una donna finita nella tratta delle bianche, se vi trovaste in un paese del mondo in cui essere donna vi impedisce di uscire di casa senza la presenza di un uomo, come la prendereste?
 Non vedreste forse una possibilità di fuga? 

 Ed è quello che le protagoniste della storia, la figlia di un boss della mala che vede sua madre uccisa da scagnozzi rivali e una ragazzina abusata dalla famiglia affidataria, si rendono conto di poter fare.
 Loro POSSONO usare a loro vantaggio le potenzialità del nuovo inaspettato organo. Loro hanno POTERE finalmente.

E lo scoprono le donne dell'Arabia Saudita, lo scoprono le donne costrette alla prostituzione, lo scoprono pian piano tutte le donne sottomesse del mondo. Quelle che finora il potere lo hanno subito.
 Più lenta e terrorizzata è invece la consapevolezza di chi, dopotutto, quel potere non lo subiva con forza, di chi vorrebbe che tutto restasse uguale perché andava tutto bene, non c'era nessun problema.
 La sottomissione data dal potere costituito, su di loro, non era davvero forte.

 Ed è quello che accade alla figlia adolescente di un'altra protagonista, una politica americana che si batte perché vengano istituiti dei campi per addestrare queste ragazze, cosa a cui gli uomini si oppongono strenuamente, speranzosi che il problema così com'è nato, muoia.

 Ma il problema si aggrava quando si scopre che non solo le ragazzine posseggono quest'organo, ma sono in grado di "risvegliarlo" anche nelle donne adulte.

 In un crescendo si arriva ad un punto in cui il sistema basato sul potere precedente inizia a scricchiolare: l'Arabia Saudita vive una stagione di rivolte femminili che cacciano gli sceicchi al potere, a est sorgono degli stati indipendenti, negli Stati Uniti viene fondata una religione femminile e le ragazze più giovani capiscono che il potere adesso pende dalla loro parte e iniziano a farne assieme all'uso anche un abuso. Le parti iniziano a invertirsi e il mondo corre verso un'inevitabile, gigantesca guerra.

 Perché questo libro è particolarmente bello?


 Perché non parla di difetti maschili e virtù femminili o difetti femminili e virtù maschili. Non ci dice che un mondo governato da donne sarà migliore perché le donne "sanno ascoltare, sono madri, sono assertive, sono qui e sono lì" (anzi) questo libro racconta benissimo qual è la vera questione in gioco: il potere.



 Il sistema di potere vigente, di stampo patriarcale (in occidente picconato abbastanza nell'ultimo secolo, ma non tanto quanto crediamo) si fonda su un'idea di maschile e femminile contrapposti.

 Non solo, ma pretende che la virilità, l'essenza stessa degli uomini, debba essere continuamente comprovata tramite atti di forza e sottomissione nei confronti di altri uomini, ma, soprattutto nei confronti di chi si ritiene più debole: donne, omosessuali (non ritenuti "davvero" uomini e anche per questo confusi con le donne transgender), minoranze varie ed eventuali.

 Ma, in primis, gli uomini per essere "veri" uomini devono stabilire il loro potere su coloro che per prime ritengono "altro" rispetto a loro: le donne.


 Un "vero" uomo non si fa mettere i piedi in testa da una donna, non permette che una donna comandi, non tollera una donna sopra di lui, non tollera che una donna possa prendere la decisione di lasciarlo, di andarsene, di essere indipendente.


 Un uomo che non ha "il controllo" della propria donna come fa a dirsi tale? La virilità si misura nella quantità di potere che riesci a dimostrare di avere.

 Ovviamente so che per molti uomini finalmente non è così e dico finalmente anche e soprattutto per loro.

 Perché se ritengo che una donna debba essere libera dagli stereotipi che la vogliono, moglie, madre, sposata, sottomessa, meritevole di lavori ancillari e mai di comando, angelo del focolare e via dicendo, penso che un concetto di virilità del genere debba essere insostenibile anche per molti uomini.
No, non è una vecchia pubblicità progresso,
ma una delle "terrorizzanti" cartoline
anti-suffragette 


 Il dover sempre dimostrare qualcosa, ostentare, mostrarsi, essere sempre sottoposti al giudizio di chi misura ogni gesto, di chi controlla se piangi, se hai un lavoro migliore di tua moglie, se guadagni abbastanza, se hai abbastanza oggetti di potere, se banalmente hai la patente o no, se preferisci stare a casa ad accudire la pargolanza mentre tua moglie lavora ecc, credo sia un peso terribile da sopportare.


 Un peso particolarmente gravoso per chi, per educazione o contesto sociale, misura la propria vita in base a quello che riesce a dimostrare e a dimostrarsi, non per quello che alla fine realmente è.

 E così se un uomo esiste agli occhi degli altri e di se stesso solo se dimostra di "avere il potere" e di poter pretendere "sottomissione" da qualcuno sempre e comunque, per quell'uomo il potere è la cosa più importante.

 Senza, cosa rimarrebbe di lui, pensa? Niente.

 Se dimostro che lei può lasciarmi, chi sono io? Nessuno.

 Il potere è una cosa molto importante anche quando non determina chi siamo, ma quando è l'unica ragione della nostra esistenza, diventa tutto.

 Se davvero vogliamo che la violenza sulle donne termini, se vogliamo che qualsiasi tipo di violenza termini ciò che dobbiamo davvero spezzare è il nesso tra virilità e potere e tra potere e sottomissione, della donna in primis.



 Quando questo circolo perverso sarà spezzata allora saremo tutti liberi, tutti, uomini e donne, etero e gay, autoctoni e migranti, chiunque.


 Un gioco di potere da cui molte donne non sono esenti.


Ci si chiede spesso: perché tante donne non sembrano essere dalla parte delle altre donne che subiscono violenza?
Perché anzi, spesso, gli insulti peggiori sembrano arrivare da loro? 

 Perché nel caso Weinstein molte si sono dimostrate incapaci di empatia (e mi spiace non credo che esista donna sulla terra che non abbia subito una molestia)?

 Perché anche qui parliamo di potere.

 Se pensi che una vera donna acquisisca un ruolo (e quindi uno status) dall'essere sottomessa, dal comportarsi in un certo modo, dal dimostrare continuamente di essere inserita esattamente nei canoni prestabiliti, quelli della purezza, della devozione assoluta, della fedeltà, della sessualità nascosta e repressa, allora per te dimostrare di essere migliore di chi non si adegua diventa una conferma della propria importanza.


 Io seguo davvero le regole e a me quello che capita alle altre non succederà mai.

 Chi vuole sovvertire le regole se la va a cercare.
 Una "vera" donna sa stare al suo posto.
 Una "vera" donna sa dove risiede il suo potere: nell'appartenere a un uomo in grado di esercitare un grande potere.

 Non sono così ottimista sullo sgretolamento del sistema patriarcale in tempi brevi. E non lo è nemmeno la Alderman nel suo libro.
 Nessuno cede il potere senza combattere e il potere, proprio come l'anello di Sauron ne "Il signore degli anelli" è una tentazione potentissima, che muove eserciti, scatena guerre, divide le famiglie e resiste in ogni modo alla volontà degli uomini di distruggerlo.



 Ps. Non mi sono soffermata lungamente sul concetto della donna come primigenio "altro" per l'uomo perché ci si potrebbe scrivere un saggio e ovviamente sono stati scritti.



 Ma è un nodo troppo importante per essere lasciato cadere così perché è su questo nodo che si basa gran parte del subdolo modo in cui si convincono molte donne a difendere con le unghie e con i denti quello che ritengono un ineluttabile destino, a minimizzare le violenze, a pensare che sbaglia chi vuole cambiare le cose, anzi, che chi vuole cambiare le cose sia un sovversivo che vuole rovesciare un presunto ordine naturale.





 Per approfondire:

  "Il secondo sesso" di Simone de Beauvoir
  "Speculum. L'altro in quanto donna" di Luce Irigaray
  "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato" di Engels
  "Il racconto dell'ancella" (visto che peraltro adesso va di moda)
 "La fabbrica delle mogli" di Ira Levin
 "La mistica della femminilità" di Betty Friedan
 "Gli uomini mi spiegano le cose" di Rebecca Solnit


giovedì 23 novembre 2017

L'Italia fuori dal mondiale. Il calcio è sempre una facezia o ha avuto una parte nella storia? 4 Storie e 5 libri correndo dietro un pallone tra Auschwitz, rivoluzione ungherese, desaparecidos e guerra civile iugoslava.

 Ebbene sì, è accaduto. L'Italia è fuori dal mondiale.

 Una notizia, ne do atto al mondo, che insomma nel mare magnum del delirio a cui veniamo sottoposti giornalmente dalla politica internazionale, può fregare relativamente. Eppure.

 Eppure i mondiali rendono le estati per chi non le ama troppo, come me, sopportabili, e per chi le adora, indimenticabili, tra gli ultimi baluardi dell'immaginario collettivo in un mondo liquido.

 Non posso ovviamente avere memoria dei mondiali del 1986 perché avevo due anni e anche di Italia '90 ricordo a stento la canzone di Bennato e Nannini come una sorta di sogno nelle serate estive in Sardegna.

 Ho più memoria di Usa 1994. Avevo dieci anni ed ero in Sardegna con mia madre e mia sorella, al solito. Come fossimo nel pieno negli anni '50, in una casa che non aveva elettrodomestico alcuno (esclusa la lavatrice), ascoltavo le partite alla radio tentando di capirci qualcosa da sola, visto che mio padre se ne stava dall'altra parte del Tirreno a lavoro.

 Il 1998 me lo ricordo come un anno fiacco in cui vinsero oscuramente i francesi e nel 2002 ero completamente disinteressata, presa com'ero a scrivere, durante i pomeriggi caldissimi di partite con gol continuamente annullati, il romanzo che credevo mi avrebbe dato la gloria.

 Il 2006, stranamente, è stato l'unico mondiale che ho seguito dall'inizio alla fine e ricordo benissimo dove fossi a ogni partita (compresa la volta in cui, durante Italia-Ucraina, vista in un centro sociale, rischiammo le botte di un raid di fascisti di Latina). Etcetera etcetera etcetera. 

 Perché vi racconto questi inutili spaccati di vite che non sono la vostra?

 Per arrivare al vero punto della faccenda: per tutti gli italiani non usualmente appassionati di calcio, come me, che a stento ne capiscono le regole, i mondiali non sono tanto una gara sportiva quanto un insieme di ricordi. E' più semplice fissare nella memoria qualcosa legato a un momento comune.

E  poi, siamo poi completamente certi che lo sport sia una sciocchezzuola senza veri legami col presente? Una distrazione dalle cose importanti, avulsa dal corso della storia?
 Non proprio. Non sempre. Ho raccolto alcuni libri che dimostrano come calcio e storia si siano incrociati, dolorosamente, qui e lì.

Non ci credete? Let's go!


DALLO SCUDETTO AD AUSCHWITZ di Matteo Marani ed. Imprimatur:

 In questi tempi di revisionismo storico, in cui si cerca di far passare  nazisti e fascisti per poveri perseguitati della libertà di parola e non per gente che si rifà a regimi che hanno causato lo sterminio calcolato di milioni di persone, una guerra mondiale e un'Europa ridotta in macerie, fa bene ricordare la storia di Arpad Weisz.

 Forse, infatti, non tutti sanno che l'allenatore più giovane a vincere uno scudetto italiano fu proprio lui, a trentaquattro anni, ex calciatore ungherese, con l'Ambrosiana.

 Ma andiamo con ordine.

  Il buon Arpad nasce nel 1896 in un paese vicino a Budapest. Crescendo dimostra di saper giocare a calcio, viene anche convocato in nazionale e inizia a giocare in alcune squadre italiane finché un infortunio lo blocca.

 Scopre però di saper allenare e, sostenuto dalla moglie, iniziano i successi culminati nello scudetto dell'Ambrosiana. MA.
 Ci sono, purtroppo, due MA grossi come una capanna nella vita di Arpad: è ebreo e in Italia c'è il regime fascista.

 Quando vengono promulgate le leggi razziali (sì, proprio quelle che adesso qualcuno cerca di farci credere che furono uno scherzetto da niente), è costretto a riparare in Olanda assieme alla moglie ai figli. Lì ricomincia ad allenare, ma la mano lunga del nazifascismo lo raggiunge infine nel 1942.

 Deportati ad Auschwitz, i figli e la moglie verranno subito uccisi nelle camere a gas, mentre lui vivrà ancora 15 mesi in un altro campo di concentramento prima di esservi riportato e assassinato nel gennaio del 1944.

 Esiste un libro con la sua storia, "Dallo scudetto ad Auschwitz" di Matteo Marani ed. Imprimatur e, proprio in questi giorni, è uscita una graphic novel a lui dedicata, "Arpad Weisz e il littoriale" di Matteo Matteucci ed. Minerva.

 E' MOLTO BENE rinfrescarsi la memoria dei tempi andati e delle vittime che ha mietuto.


LA SQUADRA SPEZZATA di Luigi Bolognini ed. 66thand2nd:

 Più dell'esclusione dal mondiale fu questo libro nello specifico a darmi l'idea per questo post (sì, parecchio e parecchio tempo fa, c'è un grande limbo dove galleggiano decine di post ipotetici).

 Negli anni '50 la nazionale ungherese era fortissima, imbattuta per 28 partite e 4 anni fino alla finale dei mondiali del 1954 giocati in Svizzera.

 Durante l'ultima partita, a Berna, persero 3 a 2 contro la Germania Ovest (praticamente lo smacco definitivo in tempi di guerra fredda) e non ci fu nessuna rivincita negli anni successivi.

 Nel 1956 infatti i carri armati sovietici invasero Budapest per sedare l'insurrezione antisovietica causando morti, feriti e profondi strascichi politici e sociali nel paese magiaro antisovietico e socialista al tempo stesso (come anche lo stesso protagonista di questo romanzo di docufiction).

 Cosa c'entra la rivoluzione con la nazionale ungherese? 

 Molti tra i giocatori migliori militavano nell'Hònved, squadra che nei giorni dell'insurrezione si trovava in Spagna per una partita della coppa dei campioni.

 I giocatori, alla luce delle tristi notizie ad est, rifiutarono di tornare e rimasero in occidente nonostante l'Uefa  finisse per squalificarli tutti per due anni.

 Il più famoso di loro, Ferenc Puskàs, riuscì a tornare ai mondiali, nel 1962, nella nazionale spagnola dopo l'avvenuta naturalizzazione. Aveva troppi anni di più e la Spagna non andò oltre i gironi.


L'ULTIMO RIGORE DI FARUK di Gigi Riva ed. Sellerio:

 Il Faruk del titolo era Faruk Hadzibegic, capitano della nazionale iugoslava che calciò (male) il calcio di rigore decisivo ai quarti di finale Argentina-Jugoslavia di Italia 1990.

 La nazionale iugoslava perse e due anni dopo non esisteva più, assieme al paese, mai vero paese, che dopo la morte di Tito aveva iniziato ad agitarsi fino a correre verso la sanguinosissima guerra civile.

 Non ricordo ovviamente nulla di questa partita e ho un'insieme di immagini angosciose della guerra civile nei balcani. 

 Ricordo le letture a scuola, i servizi al telegiornale, le signore che chiedevano l'elemosina in metropolitana dicendo di venire alla Bosnia e la confusa sensazione che un giorno le bombe sarebbero arrivate anche da noi.

 Ma nel 1990 la Iugoslavia era ancora una nazione e aveva ancora una nazionale e l'interrogativo di Riva è: se Faruk non avesse sbagliato quel rigore, se la nazionale avesse vinto i mondiali, si sarebbe potuta evitare se non rimandare la guerra?

 La nazionale, come anche il tifo degli ultras, era già frantumata in mille pezzi che non combaciavano: croati, serbi, bosniaci, montenegrini, musulmani, cristiani.
  Ma in effetti se c'è una cosa che gli eventi sportivi e l'uso politico che molti ne hanno fatto (come si vedrà poi nel libro seguente) ci hanno insegnato è che c'è una stretta correlazione tra un evento sportivo nazionale e nazionalismo.

 Una vittoria di una nazionale composta da tutte le parti di una nazione avrebbe contribuito a far rinascere un forte spirito nazionalista?
 Ho i miei serissimi dubbi in proposito. Faruk, almeno a mio parere, può dormire tutti i sogni tranquilli che desidera.


I MONDIALI DELLA VERGOGNA di Pablo Llonto ed. Alegre:

1978. Argentina.
 Due anni prima un colpo di stato militare aveva deposto Isabel Peròn, vicepresidente e moglie del defunto presidente Juan Domingon Peròn, e aveva instaurato una dittatura con a capo il generale Jorge Rafael Videla.

 Il regime, di stampo fascista, mirò con ogni mezzo alla soppressione di qualsiasi movimento democratico (con particolare repulsione verso le istanze comuniste), facendo un ampio uso di violenze, torture, rapimenti e uccisioni di oppositori (spesso mai più ritrovati, i famosi desaparecidos).

 Per citare solo una delle sue innumerevoli vittime, cadde sotto i suoi colpi anche il fumettista Héctor Oesterheld, l'inventore de "L'Eternauta", rapito e ucciso come anche le sue quattro figlie (di cui due in avanzato stato di gravidanza).

 Come ogni regime fascista che si rispetti, anche quello argentino faceva leva sempre sugli stessi capisaldi: nazionalismo esasperato e glorificato in primis.

 E il mondiale che l'Argentina ospitò e vinse fu l'emblema sportivo del modo in cui il mondo si comportò con la dittatura argentina: accontentandosi di una verità di facciata che rendeva la vita più semplice a tutti.

 Mentre i dissidenti continuavano ad essere catturati e uccisi, il mondo celebrava una festa sportiva che di festoso aveva ben poco, contribuendo a legittimare un regime la cui immagine usciva splendente.

 Li chiamano i fascisti in doppiopetto, quelli che hanno la faccia pulita davanti e il manganello dietro la schiena. 

 E il mondo li applaudì molto quei mondiali del 1978 che contribuirono a un'ondata nazionalista di cui il paese non aveva certo ulteriore bisogno.
  Del resto è semplice voltare le spalle all'orrore e fingere che non esista nessun centro di detenzione e torture nella Scuola meccanica dell'esercito, a poca distanza da uno stadio pieno ed entusiasta.

 Per vergognarci un po' tutti insieme e metterci in guardia sulla deriva del nostro presente, si può leggere il libro "I mondiali della vergogna" di Pablo Llonto ed. Alegre.


 E ora? Pensate ancora che i mondiali siano una facezia in confronto ai "veri problemi" del mondo?


domenica 12 novembre 2017

Piccole (gotiche) recensioni tra amici! Quattro classici gotici da leggere tra le inquietanti nebbie di novembre tra ragni, castelli, fantasmi dell'opera e hommes fatali.

Ed ecco che finalmente ritorno con un piccole recensioni tra amici.


Magari ultimamente non vi sembra più, ma i post scritti sono i miei preferiti e mi sta davvero spiacendo non riuscire a dedicarmici quanto vorrei (peraltro per una novità prossima ventura farò ancora più fatica, ma terrò duro).

 E' talmente tanto tempo che non mi applico che, come potrete notare, le quattro recensioni di seguito riguardano tutti libri ancora in clima halloweenoso. 

 Sono infatti storie gotiche, tutte però accomunate dall'essere dei grandi classici del passato (alcuni noti, altri riscoperti).

 Non ho ancora un preciso mood novembrino, per ora molti fumetti anche perché rosico ancora un po' per non aver potuto andare a Lucca neanche un giorno (a causa di una cosa che vedrete in un fumetto spero la prossima settimana). L'anno prossimo ci andrò dovesse cascare il mondo.

 Vabbeh, bando alle ciance, ecco a voi le recensioni! Olè!


"IL RAGNO" di Hanns Heinz Ewers ed. Meridiano Zero:

 Se potessi avere un euro per ogni volta che trovo scritto su una fascetta o una quarta di copertina "E' il nuovo Poe" et simili, sarei ricca (se contassimo anche gli euro dei novelli Bukovski sarei direttamente miliardaria).

 Il problema di queste iperboliche fascette, frutto di necessario, ma fuorviante marketing, è che poi finisci per non fidarti più, anzi, per provare un mix letale di repulsione e incredulità verso i tomi che se ne fregiano.

 Quando per All Hallow's Read mi è capitato in sorte "Il ragno" di Hanns H. Ewers descritto appunto come "l'erede tedesco di Poe" ero perplessa, nonostante l'invitante copertina vintage con femme fatale e ragno sullo sfondo.

 Diciamolo subito, di erotico questi racconti hanno poco e niente (a parte uno, molto molto disturbante su un anziano truffatore che si trova implicato in una torbida storia di Vudù ad Haiti), ma la promessa di mantenere le atmosfere alla Poe è pienamente mantenuta, anche perché Ewers, vissuto a cavallo tra '800 e '900 pescava dal suo stesso immaginario.

 Il pezzo forte è il racconto che dà il titolo al libro: "Il ragno".

 In mezzo a Parigi c'è la stanza di una pensione in cui gli inquilini iniziano misteriosamente a impiccarsi. Perché lo fanno? Uno studente accetta di abitarvi per indagare e scoprirà che dall'altra parte della strada abita una strana, misteriosa ragazza.

 La figura della donna alla finestra madre di ogni guaio sovrannaturale è curiosamente simile a "L'uomo della sabbia" di Hoffmann, ma l'uso che ne fa Ewers è completamente diverso.

 Anche gli altri sono piacevoli e possiedono una certa vena vagamente perversa che non si ravvisa spesso in Poe, se non in rari racconti, come in quell'autentico capolavoro che è "I cari estinti".
 Da leggere.


"ROMANZO SICILIANO" di Ann Radcliffe:

 Traumatizzata da "Il castello di Otranto", ho sempre guardato con sospetto questi feuileton gotici inglesi ambientati in una fantasmagorica Italia che per loro faceva tanto esotico, ma per noi è casa.

 Ho però voluto infine dare una possibilità ad Ann Radcliffe, se non altro per dovere di lettrice e l'ho trovata graziosa (lo so, gli amanti della letteratura inglese, dopo questo sono lì con un randello), ma non entusiasmante.

 La storia è una faccenda di amore, morte e famiglia che ovviamente non poteva aver luogo, nell'immaginario inglese, che in Sicilia.

 La famiglia Mazzini è composta da padre vedovo, seconda moglie (bella e altezzosa e amante dei toy boy), figlio maggiore e due figlie minori, tutti nati dalla prima dolcissima moglie. I figli sono tutti belli e buoni, i due conti invece perfidi e dediti solo ai propri interessi.

 Mazzini vive a Napoli per anni con figlio e moglie, mentre le due ragazze se ne stanno nel loro castello siciliano a leggere e filare con la governante, la signora Menon.

 Un giorno però, una festa data dal conte, di ritorno nel castello siculo, stravolge le loro vite e prende il via una storia d'ammmmore (tra una delle figlie e un nobile con pochi denari), tra inseguimenti, preti malvagi, rivali vecchi e a dir poco malvagissimi e un riferimento copiato da Charlotte Bronte in Jane Eyre grosso come una capanna (che non posso spoilerare).

 La storia è scorrevole, ma ho la conferma che questo filone non fa per me.
 Di gotico c'è ben poco, mentre abbondano amori, amorini, amorazzi, svenimenti e altre leziosità che non mi appassionano particolarmente, ma fanno probabilmente la felicità di tutti quei lettori che adorano le sorelle Bronte, la Austen e simili.
 Amanti della letteratura inglese, perdonatemi.


"GOTICO AMERICANO" di Robert Bloch ed. Bompiani:

 E' curiosissimo questo romanzo di Bloch perfettissimo per Halloween (sì lo so, è passato, anche se non ho ancora smontato le decorazioni, ma va benissimo anche per le inquietanti nebbie di novembre).
 Curiosissimo perché i ruoli dei protagonisti di questa lugubre storia, più gialla che horror, sono ribaltati, ma andiamo con ordine.

 Siamo a Chicago, durante l'expo del 1893, e Crystal è una giornalista brillante che sogna di competere coi migliori reporter uomini. Ovviamente c'è il solito fidanzato non all'altezza e l'ansia che le mettono tutti per sposarsi, ma lei non vuole cedere e continua a lavorare in un giornale locale, finché un giorno fiuta il colpaccio.

 In città infatti, un avvenente farmacista ha fatto costruire una sorta di castello coi soldi della sua defunta moglie (defunta in un misterioso incendio) e vende rimedi che piacerebbero tanto a molta gente che attualmente si fa infinocchiare da chiunque faccia un video e lo posti su altercaxxate.it.

 Mentre il farmacista truffa gente boccalona, nel frattempo, alcune donzelle, tutte accomunate dall'essere passate per il suo castello, spariscono misteriosamente e Crystal è certa che l'affascinante ciarlatano c'entri qualcosa.

 La storia è concisa, senza eccessivi fronzoli, inquietante e divertente al tempo stesso.

 La situazione a ruoli rovesciati con la presenza di un Homme Fatale invece di una Femme Fatale credo sia il tocco di genio dell'intera trama.

 Al posto di stuoli di uomini che si rovinano per una donna dalla pelle di seta e gli occhi da pantera, qui abbiamo donzelle che per un uomo sexy farebbero qualsiasi cosa.
 Un'intuizione così poco usata (purtroppo) da risultare geniale.
 Fabolous.


"IL FANTASMA DELL'OPERA" di Gaston Leroux:

 Vale qui lo stesso discorso che vale per la Radcliffe: mi sento un po' cretina a recensire un classico, ma voglio farlo per aiutare tutti coloro che magari, come me, sono sempre indecisi se tentare la sorte o meno.

 "Il fantasma dell'opera" è uno di quelle storie di fantasmi che non mi ero mai decisa a leggere per colpa dei film. Non capivo bene perché dovesse interessarmi la tragiromantica storia di un tizio rinchiuso in un teatro e di una cantante d'opera ossia un miscuglio di gran parte delle cose che trovo abbastanza noiose ever.

 Ho poi trovato il romanzo, in realtà una sorta di racconto lungo, sempre all'interno di quella miniera che è "A cinema con il mostro" e ho scoperto che i vari film che hanno ritratto il fantasma dell'opera come un gran figo lievemente sfregiato, in realtà hanno tradito in tal modo l'essenza stessa del libro.

 La storia vede la giovane cantante d'opera Christine Daaè alle prese col sordido mistero che aleggia nel teatro dell'opera dove canta.

 Pare infatti che abiti in misteriosi cunicoli, spesso celati da giochi di specchi (favolosamente descritti nel libro e che lo rendono, in effetti, molto cinematografico), un uomo che dovrebbe anche essere il padrone stesso del teatro.

 Chi sia e perché si nasconda, nessuno lo sa.

 In ogni caso Christine inizia a essere preda di quest'uomo, il cui volto è sempre nascosto da una maschera e che sembra avere un perverso potere su di lei che neanche Raoul, il giovane conte innamorato della ragazza, riesce a spezzare.

 La storia gioca tutto sull'identità del fantasma che non si comprende se esista davvero o sia uno spettro che infesta il luogo, cosa che rende la trama sospesa tra una ghost story e un melodramma romantico (rendendola peraltro un'ottima trama per un'eventuale opera).

 Il finale non posso svelarvelo, ma rende chiaro perché gran parte della trama non ha senso se a interpretare l'uomo del mistero è un figone.

 Straconsigliatissimo per vari motivi, primo tra tutti l'estrema originalità della variazione sul tema. Lui ama lei che ama un'altro, ma se tutto avviene mettendo in mezzo i fantasmi, inseguimenti tra labirinti e trabocchetti, e nel bel mezzo di arie d'opera in un teatro perfettamente descritto, beh il livello sale e di parecchio.
 Lasciate stare i film e prendete il libro.

 Voi ne avete letto qualcuno? Continuerete le vostre gotiche letture anche in questo novembre che pare dicembre visto che ci sono già decorazioni di natale pure sui tombini? Testimoniate!



venerdì 10 novembre 2017

Udite udite! Il 15 novembre esce "Litania per un lettore lamentoso", il libro da parati scritto da me e illustrato da Marco Petrella!

 Post di servizio (domani dovrei riuscire finalmente a sfornarne uno nuovo di recensioni).

 Questo novembre usciranno ben due libri con la mia libresca firma.

  Il 15 novembre uscirà in libreria "Litania per un lettore lamentoso" ed. Verbavolant, scritto da me e illustrato da Marco Petrella.

 Il libro è un libro da parati, ossia un libro che si legge aprendolo come una cartina geografica, per poi finire in un'illustrazione a tutta pagina che può essere appesa al muro (appena mi arrivano le mie copie faccio un video).

 La storia è quella di un lettore che entra in libreria lamentandosi di non trovare nulla che gli piaccia. Un barbuto libraio lo convincerà che ci sono tante trame interessanti a questo mondo e infine il lettore passerà una cosmica serata.

 Tutta la storia è scritta con parole che iniziano per lettera L (così, in un attacco di megalomania).
  Potete trovarlo in anteprima questi giorni, allo stand verbavolant, se andrete al Pisa Book Festival.

(Il secondo libro è il già annunciato "Quanti dolori, giovane libraia"!, pieno di vignette e fumettose storie inedite di libreria, tra qualche giorno posterò la nuova copertina, molto queer diciamo).

Ecco a voi la copertina!


Le prove fotografiche della sua esistenza:



E chi andrà in fiera (questa o le prossime) potrà trovare anche il segnalibro/calendario 2018:


venerdì 20 ottobre 2017

Halloween for kids! Libri spaventevoli per bimbi e ragazzi per il 31 ottobre. Dia de Muertos, fantasmini spaventati, bimbe zombie, fiabe crudeli e amiche distanti nel tempo.

 Come sapete non scrivo quasi mai post con consigli di libri per bambini.
 Il motivo è presto detto. Dovreste vedermi le rare volte che sono costretta a consigliare dei libri del genere in libreria.

 Arriva il cliente (in genere un genitore o un nonno ovviamente) che, speranzoso, mi rivolge una delle seguenti domande:

 "Questo libro è adatto a un bambino di X anni?"
 "Può consigliarmi qualcosa per un bambino a cui piace la cosa X?"
 "Avete uno di quei libri che servono per imparare qualsiasimateriaaunanno?"

 Essendo senza figli e per ora provvista solo di una nipotina (da appena 6 mesi però) mi è completamente impossibile associare cosa un bambino può fare o non fare a una determinata età. 

 Non solo, sono talmente sprovvista di pupi nella vita quotidiana (neanche una delle mie amiche per ora ha figli, siamo proprio in linea col trend demografico nazionale), che quando mi dicono "Un bambino di due anni", faccio proprio fatica a figurarmelo.

 Mi sento perciò totalmente inadeguata a consigliare qualsiasi cosa. Mi rendo conto, davanti alle colleghe esperte, di essere, al riguardo, una zappa totale.
 In ogni caso, per Halloween, come di solito a Natale, faccio un'eccezione e mi tento!
 Peraltro, a lavoro ho adocchiato un bel libro con uno scheletro investigatore e ho ovviamente dimenticato il titolo. Appena lo ritrovo lo posto su fb!

 Consigli a voi!


MORTINA di Barbara Cantini ed. Mondadori:

Età: dai 5 anni (età ideale credo 6-7)

 Giunto freschissimo a lavoro, Mortina è un libro graziosissimo che, in un certo senso racchiude un po' lo spirito de la Famiglia Addams e non solo per i disegni.

 I due film che vi straconsiglio di rivedere, soprattutto da adulti, sono in realtà (come lo era la serie) una feroce critica alla famiglia borghese e rimane per me un capolavoro il pezzo in cui Mercoledì e suo fratello sono costretti ad andare al campeggio per bambini ricchi per "socializzare e diventare come gli altri".

 La scena finale, quella della recita dei bravi pellegrini e dei pellerossa primitivi che vengono a portare doni ai bravi pellegrini, in cui i primi sono tutti ragazzini wasp perfetti e i secondi "gli altri", quelli considerati "diversi" o in qualche modo strani, è da manuale.

  E "Mortina" si rifà più o meno allo stesso filone, ovviamente con le dovute differenze essendo in tutto e per tutto un libro per bimbi delle elementari.

 Mortina è una bimba zombie che vive in una casa stregonesca assieme a sua zia e ad un cane levriero (forse zombie forse no). Si diverte un sacco da sola, ma vorrebbe avere degli amici.

 Il problema è che la zia non la lascia uscire dalla loro tenuta perché ha paura delle persone fuori: gli abitanti del villaggio, infatti, temono Mortina e sua zia ritenendole spaventose e cattive.

 La sera di Halloween però, Mortina ha un'idea: fingerà di essere una bimba "normale" travestita e uscirà a chiedere caramelle con tutti gli altri bambini.

 Riuscirà a farsi degli amici? E se dovessero scoprirla?

 Una fiaba gotica per piccini, disegnata benissimo, e che usa il tema horror per parlare di una paura che forse è più dei grandi che dei piccini: il terrore di chi non è esattamente come noi.




FRIDA Y DIEGO. UNA FIABA MESSICANA di Fabian Negrin ed. Gallucci:

Età: dai 5 anni ai 100.

 Molti bastian contrari fanno barricate alla festa di Halloween ritenendola estranea al resto delle culture e di natura prettamente americana. 

 Al netto del fatto che, al massimo, sarà di origine prettamente irlandese, in realtà la ricorrenza dei defunti, con tutti i suoi distingui è propria di buona parte del mondo occidentale (e, come spiegato da Eraldo Baldini nel libro "Halloween nei giorni che i morti ritornano", persino in Italia in alcune zone c'era l'usanza di andare a questuare cibo zucche alla mano nella notte di Ognissanti) talvolta con tratti comuni, altre volte, come nel caso del dia de muertos, in modo totalmente differente

 Il dia de muertos attinge a un pantheon di tradizioni precolombiane legate a un aldilà assai dissimile da quello importato dai missionari cattolici e perciò provviste da una simbologia diversa dalla nostra: cani che accompagnano nell'aldilà, teschi di zucchero (le calaveras) da offrire ai propri defunti con cui banchettare al cimitero in una festa colorata e ricca di gioia.

 Il libro "Frida e Diego. Una favola messicana" di Fabian Negrin esprime benissimo il concetto e anche l'estetica di questa festa colorata e ricca. 

 Fingendo che Frida Kahlo e Diego Rivera siano bambini racconta una loro piccola avventura la sera della festa dei morti.

 Diego comincia ingozzettandosi di teschi di zucchero e, la sera, al cimitero, si fa scoprire dalla piccola Frida a sbaciucchiare un'altra bimba. Inseguito dalla furente fidanzatina precipita in un buco e lì si perde nel mondo dei morti.

Riuscirà Frida a tirarlo fuori? E quali spaventose meraviglie vedranno prima di uscirne?


FANTASMI di Raina Telgemeier ed. Il Castoro:


 Raina Telgemeier è una fumettista per ragazzi molto famosa che ha fatto la riduzione a fumetti della serie "Il diario delle baby sitter" e altri libri con protagoniste ragazzine (sono ampiamente autobiografici) all'inizio dell'adolescenza che, devo dire, consiglio a tutti i genitori (una mia collega aveva le due pargole che, da brave sorelle, litigavano come cane e gatto e le ho suggerito di comprare "Sorelle" di Raina, è stata molto apprezzata).


 E' appena uscito "Fantasmi" in cui due sorelle, Cat e Maya, si sono appena trasferite a Bahia de Luna in California. Cat non è molto felice, ma Maya ha bisogno di posti caldi per la propria malattia respiratoria.

 Come se non bastasse, pare che Bahia de Luna sia infestata da fantasmi abbastanza socievoli e Maya vuole incontrarne uno. Cat non vuole assolutamente e non è neanche molto convinta che sia un bene che la sorella li veda.

 Se non conoscete questa autrice, è arrivato il momento di farlo.


 PRONTI ATTENTI BUH! di E. Baguley e Marion Lindsay ed. Gribaudo:

Età: Oddio, immagino 3-4 (ma anche 2 e 5 credo vadano bene).

 Molte persone su fb mi hanno chiesto suggerimenti per bimbi piccini.
 Questo credo che possa andare benissimo per bimbi di 3-4 anni, visto che il protagonista è un fantasmino piccino come loro alla ricerca di una casa piccina piccina da infestare in cui sentirsi al sicuro.

 Una cosa che sembrerebbe semplicissima in realtà è difficilissima: il mondo è un posto pieno di pericoli, di case rumorose, di cagnolini giocherelloni e spaventosi che rendono l'impresa complicata e non fanno che terrorizzare il povero poltergeist in cerca di una magione.

 Alla fine, di spavento in spavento, troverà la casa più piccina e tenera del mondo.

 Un libro di Halloween per capire che la paura non è uguale per tutti e che spesso le cose più spaventose, guardate da un'altra prospettiva, non sono così brutte.
  

FIABE ITALIANE di Italo Calvino:

Età: vedete un po' voi

 La mia sorella YA ha tredici anni meno di me, così quando lei era in età di favole e favolette della buonanotte, io ero nel pieno dell'adolescenza e di tutto avevo voglia tranne di stare a raccontargliele la sera (compito mio perché dormiva in camera con me).

 Esasperata dalle sue continue richieste, dopo aver inventato fior fior di fiabe di mia sponte (di cui una, rimasta celebre, su una mongolfiera costruita da lattine di chinotto, che la sorella YA lo adorava), iniziai a prendere un po' di libri di fiabe in biblioteca.

 Non conoscendone il reale contenuto, mi fidai di Calvino e presi il suo "Fiabe italiane" in cui sono raccolte fiabe classiche regionali italiane. Tutte molto molto spaventose. Esattamente come sono spaventose quelle originali dei fratelli Grimm.

 L'acme si raggiunse nella fiaba in cui la nuova moglie del re, invidiosa delle nuore, spediva i principi in battaglia e scacciava le mogli in una caverna dopo avergli opportunamente cavato gli occhi.

 Non ricordo se le donzelle finivano per mangiare i figlioletti per fame o per inganno, fatto sta che alla fine si salvava solo un principino e gli altri finivano teneri arrosti nelle bocche delle loro madri.

 Anni dopo i principi tornavano, trovavano quella situazione disdicevole, prendevano la suocera e dopo averle cavato gli occhi, la coprivano di catrame e le davano fuoco.

 Questa storia diede gli incubi alla sorella YA che da quel momento in poi si rifiutò categoricamente di ascoltare altre fiabe provenienti dal libro infame.

 Ecco, se avete bambini dagli stomaci forti, queste è real horror for them.
 (Ovviamente la maggior parte sono meno pesanti di questa, ma il livello medio prevede sempre qualche morte violenta).


THORNHILL di Pam Smy ed. Uovonero:

Età: 13-14 anni e oltre

 Una storia di fantasmi per più grandicelli  molto interessante.

 E' infatti un caso di libro illustrato in cui illustrazione e testo rappresentano due trame diverse e parallele.
 Nei disegni c'è la storia di Ella, una ragazzina che, dopo aver perso la madre, si è trasferita in una villetta assieme al padre. Nelle sue lunghe giornate molto solitarie, sviluppa un certo interesse per la villa diroccata proprio accanto alla sua, un tempo un orfanatrofio.

 Nella parte scritta invece, c'è il diario di Mary, una ragazzina che nel 1982 era ospite dell'istituto prima che questo chiudesse.

 Il diario è carico di una sottile angoscia per vari motivi, non ultimi il fatto che Mary è perseguitata da un'altra ospite dell'istituto, è afflitta da mutismo selettivo e, per sfuggire alla solitudine non trova di meglio da fare che cucire pupazzi (che Ella troverà nelle sue esplorazioni nell'orfanatrofio abbandonato).

 Molto halloween, anche per adulti.

martedì 17 ottobre 2017

La zucca, il teschio e il grande incubo. Cinque racconti dell'orrore da autore e da cui sono stati tratti altrettanti film: teschi maledetti, mani malvagie, spaventapasseri e la notte di Valpurga.

 Natale di, presumo, almeno 25 anni fa.

 Ero una tranquilla bambina delle elementari il cui massimo livello di horror affrontato era qualche cartone animato giapponese un po' più pauroso. Per il resto, come è anche normale che sia, non avevo mai visto un film horror in vita mia. Poi, il trauma.

 I miei numerosissimi cugini da parte di padre, che vedevo solo in occasione di noiosissimi natali passati a Napoli (e dai cui giri ero esclusa essendo io e mia sorella le uniche cugine del centro Italia), decisero che era giunto il momento che anche io vedessi uno dei loro film preferiti: "Nightmare".

 Non paghi, in un allucinante pomeriggio che mi ricordo benissimo (ricordo ancora persino cosa indossassi, ossia un improbabile completo gonna e giacca rosa di lana cotta), a ruota misero il secondo.

 Risultato: non dormii sonni tranquilli per mesi e, per molti anni, ebbi un rifiuto totale verso i film horror che tanti incubi mi avevano causato da infante.

 Le cose presero una piega migliore solo quando, ormai al liceo, accettai di vedere "Profondo rosso" a casa della mia citata amica Marta, il cui padre era un grande appassionato di cinema di genere.
 Davanti al mio deciso rifiuto, il buonuomo decise infine di venire incontro alle mie resistenze dicendo "Se hai paura immagina sia tutto finto, che c'è un regista, un cameraman e tanta altra gente lì intorno al set". 


 Come, totalmente a parte, è la mia storia con gli horror orientali che trovo talmente surreali da non percepirli come tali.

 In ogni caso, fu solo pochi anni fa, quando nel tentativo di trovare film che mi facessero atmosfera halloweenosa mentre disegnavo fumetti che scoprii il magico mondo dei gialli all'italiana (e scoprii anche un nuovo tipo di frustrazione: no abbastanza soldi per libri, no abbastanza soldi per film).

 Ma, appunto, per ora mi sono limitata quasi solo alla produzione italiana (e ce n'è ancora da vedere), mentre per quel che viene dagli Stati Uniti rimango ancora guardinga.

 Da una parte continuano a inquietarmi troppo, dall'altra fatico proprio a trovare convincente uno dei loro generi horror preferito: lo slasher.

 Quello che, tanto per intenderci, prevede un gruppo di adolescenti e/o ragazzi che decidono di andare a fare una gita e, proprio mentre stanno quagliando, ecco che ti arriva un maniaco a scotennarli.
 E' un genere che mi richiede una sospensione della credulità eccessiva e manca di quella sottile inventiva, anche folle e surreale, che rende invece favolose le pellicole italiche.


 Il giorno del mio compleanno di quest'anno però, sono finalmente entrata nel luogo che so, mi condurrà sulla retta via cinematografica: "Bloodbuster".

 Si tratta di una Videoteca/Libreria di Milano che si occupa principalmente di film, libri, dischi, fumetti e gadget (ma in prevalenza film) di genere horror/poliziottesco (ma anche altra produzione sempre di genere).

 Ivi, per farmi un autoregalo, ho comprato un'antologia di vari anni fa, chiamata "A cinema con il mostro", in cui ci sono una ventina di racconti dell'orrore che hanno ispirato altrettanti film.
 Preso sulla fiducia (era impacchettatissimo) si è rivelato una miniera: stiamo parlando infatti di racconti di grandissimi scrittori, alcuni introvabili, tutti gli altri contenuti in antologie.

 Ho scoperto che molte invenzioni che attribuivo al cinema vengono, come sempre, dalla carta stampata e ho pensato bisognasse divulgarlo urbi et orbi!

 Ecco a voi una piccola selezione dei racconti da ritrovare!
 NB. Ho messo come primo il titolo del racconto e come secondo quello del film.


"LA BESTIA DALLE CINQUE DITA"/"IL MISTERO DELLE CINQUE DITA" di William Fryer Harvey:

 Parlando a una mia amica che ha vissuto molti anni in Inghilterra di questo racconto, era venuta fuori un'usanza di epoca vittoriana riguardo mani apposte alle finestre tipo decalcomani
a.

Tuttavia, facendo ricerche su internet, l'unica cosa che ho trovato al riguardo parla di una sorta di moda precedente, quella della della Regina Anna, in cui appunto usava decorare le finestre con immagine di svariati tipi, comprese mani effettivamente parecchio spettrali.

 In ogni caso, questo è forse il mio racconto preferito dell'antologia, sia perché smaccatamente di Halloween (nella storia viene anche citata la notte di Ognissanti), sia perché mi ha svelato l'esistenza di un topos letterario dell'orrore che credevo solo cinematografico: la mano che sopravvive all'essere umano e continua a vivere, malvagiamente, sulla terra.

 Ebbene sì, proprio la mano citata (a questo punto mi aspetto di scoprire un'altra valanga di citazioni nascoste) ne "La famiglia Addams", in cui è addirittura un componente della famiglia.

 La storia racconta l'infelice disavventura occorsa a Eustache Borslover unico erede di una famiglia senza molta voglia di sposarsi e riprodursi.
 Il giovine riceve, alla morte di un caro zio che effettivamente aveva sviluppato in tarda età la capacità di "scrittura automatica", molti libri e una scatola con un misterioso animale dentro.

 La scatola gli viene recapitata nella magione in cui vive col suo più caro amico (non indaghiamo su questo fatto), ma l'animale scappa.
 Peccato che quando viene fortunosamente ritrovato, Eustache scopra un'agghiacciante verità: il caro zio defunto non gli ha fatto recapitare un gatto o, alla peggio, un topo.

 No. Nella scatola c'era la sua mano: viva, vegeta e animata da crudelissime intenzioni.

 Un racconto gotico originalissimo e scritto davvero davvero bene. Perfect per questo periodo (sempre che, prima o poi, finalmente piova sigh).

 In realtà, facendo le opportune ricerche, ho scoperto che il libro alla base del film "Il mistero delle cinque dita" sarebbe un altro, peraltro precedente al racconto di Harvey: "Le mani di Orlac" di Maurice Renard del 1921.
 Il libro, una sorta di curioso poliziesco fantastico, parla di un pianista di successo che perde entrambe le mani in un incidente. Un chirurgo gli trapianta quelle di un assassino e da quel momento iniziano una serie di delitti.

 In qualsiasi caso, ben due suggerimenti di lettura!
 Al momento si può trovare in un'antologia recentemente edita dalle edizioni Hypnos.


"IL TESCHIO DEL MARCHESE DE SADE"/ "IL TESCHIO MALEDETTO" di Robert Bloch:

 Ho adorato Indiana Jones, è stato direi fondamentale per le mie scelte esistenziali (la qual cosa spiega come sia finita nello stato in cui sono), MA solo i primi tre film. Il quarto film è di una tale sconcertante bruttezza che dovrebbe essere gettato in pasto ai coccodrilli e rinchiuso nella segreta di un tempio maledetto per sempre.

 La storia infatti vede Indy, ormai sul viale del tramonto, imbarcarsi alla ricerca dei dodici teschi di cristallo, il cui segreto millenario nessuno era mai riuscito a svelare. Finisce in un modo così ridicolo che non vale neanche la pena spoilerarlo (ma non vedetelo).

 Questo topos del teschio maledetto, che è alla base del racconto "Il teschio del Marchese de Sade" di Robert Bloch, trae ispirazione dal fenomeno dei teschi di cristallo, apparso in Europa nell'800 in pieno revival esoterico-spiritista.

 Collezionisti e appassionati sostenevano, senza prova alcuna, che questi teschi fossero manufatti di origine precolombiana e che, ovviamente, possedessero poteri magici.

 Pare fossero falsi per ghiotti collezionisti di antichità misteriose e in odor di magia (o macabro), proprio come il protagonista del racconto di Bloch, un uomo che ci viene presentato intento a carezzare il suo ultimo acquisto: un libro con la copertina foderata in pelle umana (NB esistono).

 Mentre è lì, intento a capire se la pelle sia di un uomo o una donna, suonano alla porta e si presenta, trafelato e un filino terrorizzato il suo venditore di "antichità peculiari" di fiducia: Marco.

 Il buon Marco ha con sé un grosso involto all'interno del quale c'è lui: il teschio satanico del Marchese de Sade.

 Si dipana quindi un racconto tanto breve tanto inquietante, fatto di sogni, torture e delitti, forse un po' datato nella parte centrale, ma molto vivido in quella iniziale e nel finale.
 Eviterò di prendere decorazioni teschio per Halloween.

Purtroppo, sigh, pare introvabile se non in qualche racconta di una trentina di anni fa (se qualcuno sa altro, batta un colpo! Malvagissimo ovviamente).


"L'OSPITE DI DRACULA"/ "LA FIGLIA DI DRACULA" di Bram Stoker:

 Dopo aver letto questo breve racconto di Stoker, in realtà una dozzina di pagine che furono tagliate dalla stesura definitiva di "Dracula", mi sento di aver forse individuato un antenato del succitato genere Slasher.

 Il protagonista, lo stesso Jonathan Harker di "Dracula", che nel mio immaginario ha ormai la faccia di Keanu Reeves, decide di fare una gitarella nella notte di Valpurga, una sorta di Halloween primaverile (ora che lo so, c'è il serio rischio che colga l'occasione di festeggiare anche questa).

 Cos'è la notte di Valpurga? 

La cosiddetta "Notte delle streghe" in cui costesse si lanciano in danze sfrenate per adorare spiriti elementali, demoni e varie altre divinità di epoca precristiana ficcate per cristiano ufficio nell'inferno.

 In realtà, esattamente come la notte di Halloween, rappresentava una sorta di soglia da oltrepassare, quella specificatamente verso una primavera inoltrata che doveva essere feconda e propizia e racchiudeva in sé tutta una serie di riti precristiani connessi alla primavera.
 Il nome, curiosamente, è proprio un nome proprio di persona e per giunta di una santa inglese andata a evangelizzare i tedeschi: santa Valpurga.

 Oltre al nome tenerissimo, la santa, come molti santi cristiani, si fregia anche di una leggenda macabra: la sua tomba, pare, avrebbe trasudato per giorni un unguento con poteri taumaturgici (non voglio manco immaginare cosa fosse realmente).

 Ebbene, in questa notte tranquillissima, nel bel mezzo della Transilvania, già ospite di un sordido individuo di nome Dracula, il buon Harker decide di fare una scampagnata in un villaggio abbandonato e circondato da boschi infestati da lupi. Un villaggio dove si racconta che i morti dormano nelle loro bare, incorrotti e con un bel rivolo di sangue accanto alla bocca.


 Harker, che passeggia fin lì incurante dei moniti disperati della gente, (dovete immaginare il suo conducente che gli dice in tedesco "E' la notte di Valpurga! Sangue! Morte! Streghe! Vampiri!" e lui che, candidamente risponde, "Non capisco, cos'è Valpurga?") giunge infine nel famoso villaggio nota una strana scritta su un muro: "I morti corrono veloci" e un dubbio finalmente lo assale.
  Fortunatamente per lui la cavalleria arriva.

 Il film che ne è stato tratto non ha quasi niente a che vedere e prende probabilmente spunto dal fatto che, nel suo girovagare per il paesello infestato, Harker trova la tomba di una bellissima nobildonna.
Il racconto si trova, col testo originale a fronte e ad appena 6 euro, per la Leone editore.


"LA MOSCA"/"L'ESPERIMENTO DEL DOTTOR K"di George Langelaan:

 Traumatizzata da Nightmare, niente e nessuno è mai riuscito a convincermi a vedere "La mosca", celebre film di Cronenberg degli anni '80  in cui uno scienziato, per motivi che fino alla lettura di questo racconto mi erano ignoti, si trasforma in una mosca gigante.

 Ora che ho letto il bellissimo racconto, forse quasi più di fantascienza che d'orrore, penso vedrò il primo film, omonimo della novella, del 1958, più fedele allo scritto.

 La storia parte da un insolito omicidio: una donna uccide il marito, valente scienziato, con una gigantesca pressa, senza che voglia spiegarne il perché. Riconosciuta pazza, viene internata in un manicomio, ma il fratello della vittima è certo che dietro al gesto ci sia un mistero che la donna ha deciso di custodire gelosamente.

 La confessione, che avviene sotto forma di una lunga lettera lasciata dalla donna prima di suicidarsi, racconta una storia allucinante: lo scienziato, infatti, dopo anni di studi avrebbe sviluppato la tecnica del teletrasporto, tramite la smaterializzazione e ricomposizione degli atomi. 
 Una tecnica che, dopo vari esperimenti su cose e animaletti, egli avrebbe tentato anche su sé stesso.

 Peccato che nel fatidico momento della smaterializzazione, una mosca si fosse posata su di lui...

 Scritto benissimo, ha tutto quello che mi attendo da un racconto: ossia non brevi frame di vita quotidiana che dovrebbero oscuramente suggerirmi qualcosa sulla vita, ma un'idea potente e una resa efficace in poche folgoranti pagine.
 Da LEGGERE.
Purtroppo le edizioni più recenti sono di fine anni '80. Largo alla ricerca in biblioteca!


"PENNACCHIO"/"PASSIONI PURITANE" di Nathaniel Hawthorne:

 Entrambi i titoli (il primo è quello del racconto, il secondo del film) secondo me non rendono giustizia a una storia che inizia come un horror e finisce come satira sociale.

 La storia prende le mosse nel New England, dove una strega che nel mio immaginario era più da New Orleans (e che io ho immaginato come una robusta signora di colore pronta a scodellarmi focaccine d'avena, apple pie e pollo fritto) Mamma Rigby, decide di costruire uno spaventapasseri per il suo campo coltivato, già preda di corvi.

 Lo costruisce con zeppi, un sacco di farina e una bella zucca al posto della testa, poi lo veste di tutto punto, come un vero gentiluomo.

 La resa, a suo dire, è così bella che decide di dargli vita tramite i propri poteri magici, così, riempie una pipa col carbone del suo camino e la ficca nella bocca dello spaventapasseri, ordinandogli di inspirare e vivere.

 Recalcitrante, il pupazzo, che prenderà il nome di Pennacchio, obbedisce e inizia a muoversi. Deliziata, Mamma Rigby decide di incantarlo dandogli le sembianze di un avvenente nobiluomo europeo, ricchissimo e spavaldo.

 Non paga, con vero fare luciferino, gli ordina di conquistare la figlia di un magistrato con cui ha alcuni conti in sospeso. Fin qui, la storia viaggia sulla carreggiata dell'orrore.

 Poi, cambia completamente registro facendo dell'uomo dalla zucca vuota e nessun pregio, semplicemente rivestito da una patina di ricchezza e nobiltà, l'emblema del vuoto apparire di troppe persone che consideriamo potenti. E il finale viaggia sulla stessa metafora.

 Bello, piacevole. Personalmente avrei preferito che si scegliesse un solo registro, ma chi sono io in confronto ad Hawthorne?
 Il film che ne è stato tratto è del 1923 ed è muto e, devo dire, la trama si presta particolarmente per un'opera senza sonoro traendo molta sua forza nelle immagini, davvero vivide.

 Malgrado la produzione horror di Hawthorne e le varie raccolte, questo sembra purtroppo non essere contenuto in nessuna di recente stampa.
 In ogni caso mi rifarei comunque con gli altri! Io voglio trovare "La casa dei sette abbaini" (e vedere un film con uno spaventapasseri malvagio).

E voi ne avete letto qualcuno? Ne avete altri, simili, da suggerire? Scrivete!
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