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mercoledì 27 maggio 2020

Piccole recensioni tra amici! "Il colpo di grazia" di Marguerite Yourcenar e "L'ora del destino" di Victoria Shorr (che mi ha fatto venire una gran voglia di Jane Austen).

Torno finally con un piccole recensioni tra amici!

Ill by Talyta Xavier
La vita lentissimamente si risveglia (o almeno lentissimamente qua in Lombardia, non credete alle foto dello spritz qua a Milano la situazione sembra ancora post atomica) e anche la mia voglia di leggere. 

 Purtroppo, non mi sono ancora fatta abbastanza coraggio per entrare in una libreria: vengo assalita da questa sensazione di "afferra tutto quello che vedi alla cieca e scappa" dalla quale probabilmente ci metterò parecchio tempo a liberarmi.

 Però penso che andrò presto: uno dei due libri che ho recensito oggi mi ha fatto venir voglia di colmare una mia grossa lacuna, Jane Austen.

 Ho letto solo "Orgoglio e pregiudizio" e qualche racconto minore, ma ora ho un'improvvisa voglia di precipitarmi nella campagna inglese. Per ora tampono coi film, ma insomma, vorrei avere le mie belle pile grasse di libri da spulciare a mio piacimento.

 Bando alle ciance, godetevi questa doppia recensione!


IL COLPO DI GRAZIA di Marguerite Yourcenar ed. Feltrinelli:

  Nel desperado tentativo di leggere qualcosa di maggiormente pregnante, mi sono dedicata a  questa novella lunga di Marguerite Yourcenar. Ha funzionato, sia perché non era più lunga di 100 pagine sia perché la storia, è tanto comune quanto particolare. Si tratta della variazione sul tema del classico: lei ama lui che però ama un altro.

 In questo caso il protagonista è Eric, un ex soldato che, una ventina di anni dopo i fatti, racconta gli eventi che segnarono la sua giovinezza durante una sorta di resistenza in stile Deserto dei Tartari in Curlandia.

 Eric infatti, si era ritrovato a difendere, assieme all'amico ed amante Conrad, la magione di famiglia di quest'ultimo dalle truppe bolsceviche che scorrazzavano in quel delle repubbliche baltiche dopo la rivoluzione.
Marguerite Yourcenar, "Il colpo di grazia"

 In un clima di stasi totale, in questa magione e nel piccolo villaggio circostanze, i molti uomini e le poche donne, stanno all'erta contro incursioni e attacchi e temono il momento in cui arriverà il peggio. 

 Conrad ha anche una sorella, la giovane Sophie, che si innamora di Eric e fa di tutto per manifestargli i suoi sentimenti. Eric, con la sicurezza tipica di chi tanto sa che non si innamorerà mai, ma è al contempo vezzeggiato e lusingato dall'atteggiamento della ragazza, finge di non capire cose palesi, le dà qui e lì la sensazione di intuire e forse poter ricambiare, diventa improvvisamente freddissimo e poi disponibile.

 La povera Sophie, che già sta vivendo una vita di forti disagi, viene sballottata da una speranza all'altra finché ad un certo punto non prenderà una decisione radicale.

 Il libro è, non c'è bisogno di dirlo, raffinatissimo.

La storia tra Eric e Conrad è purtroppo talmente velata che per intuirla bisogna rileggere attentamente qui e lì delle righe ambigue della prima parte, peccato che se sfugge questo particolare, l'intera storia perde di senso (grazie al cielo viene esplicitato chiaramente almeno nella quarta di copertina).

 E' interessante vedere una situazione che il cliché vuole al contrario. Qui la gattamorta non è lei, ma lui che si bea apertamente di attenzioni che alimentano l'ego di quel che è un bell'uomo, nel pieno della sua giovinezza, un soldato che difende un fortino senza legami familiari, con un'etica, ma, sembra, particolare morale.

 Lei è invece una creatura ardente, sventurata, che rifiuta però il tipico ruolo di vittima, annichilita, passiva in attesa di un uomo che la salvi.
 La vita non le renderà giustizia, ma nel finale, che non posso scrivere per non spoilerare troppo, dimostrerà di aver cercato con tutte le sue forze di essere padrona del suo destino.
 Peccato che, anche se ci piace crederlo, non ne siamo mai davvero del tutto artefici.


L'ORA DEL DESTINO di Victoria Shorr ed. SEM:

 Sono stati scritti fiumi d'inchiostro su 2 delle 3 grandi donne delle quali Victoria Shorr ha deciso di parlare nel libro: Giovanna d'Arco e Mary Shelley. 
Victoria Shorr "L'ora del destino"

Entrambi protagoniste di una vita incredibile, romanzesca, talmente straordinaria da far pensare a personaggi inventati e non a persone realmente esistite: una ragazza che diventa capitano di Francia senza formazione alcuna, vince battaglie e muore infine bruciata sul rogo dopo aver tenuto sotto scacco inquisitori teoricamente assai più preparati di lei per settimane, e una giovinetta inglese di buona famiglia che scappa di casa, vaga per l'Europa assieme al suo grande amore e scrive uno dei più perturbanti incubi dell'epoca moderna.

 E poi c'è lei: Jane Austen, universalmente nota per avere una biografia deludente in rapporto al suo straordinario genio. 

 Una donna che ha vissuto nella tranquillità della campagna inglese, senza nessun palpito, nessun grande amore, nessuna tragedia, nessun evento straordinario se non il suo straordinario talento.

 Eppure questo libro vale la pena leggerlo proprio per la sua di biografia. 
 E' vero, Jane Austen non ha avuto nessuna vita avventurosa, ha avuto semplicemente la vita qualsiasi di una qualsiasi donna del suo tempo, con la fortuna di un immenso talento.

 Ma leggendo questa piccola biografia è chiaro che senza la sua piccola vita i suoi grandi libri non sarebbero mai  esistiti. 

 La Austen parlava di ciò che conosceva e ne parlava benissimo, talmente bene che rimane una delle autrici più amate al mondo: relazioni, amori, ansie, complicati equivoci e ambizioni.

 Il grande equivoco sta nel credere che tutto sia confinato al romantico mondo dei matrimoni, d'amore o d'interesse che siano. 

 Il matrimonio è in Jane Austen quello che è la ricerca del lavoro per una ragazza, ma anche per un ragazzo contemporaneo.

 Le ragazze dell'epoca di Jane dovevano sperare di nascere in una famiglia benestante o di possedere una grande bellezza, dovevano affrettarsi a trovare un marito entro un determinato periodo della vita, prima di restare irrimediabilmente zitelle. Questo richiedeva una serie di sfiancanti riti sociali che le mettessero in mostra la merce,

Bisognava spiccare nella massa, fare un buon affare, giocare tutte le proprie carte in una disperata corsa contro il tempo dalla quale dipendeva tutta la propria esistenza.

 Esattamente quel che succede adesso a chiunque, dopo il diploma o l'università, cerchi lavoro.

 Allo stesso modo essere benestanti o belli aiuta, avere le giuste relazioni aiuta, frequentare i circoli adatti, entrare per qualche colpo di fortuna o per furbizia nei posti giusti.

 I libri di Jane Austen sono così moderni perché raccontano un mondo che ancora esiste e che lei visse in prima persona: nata in una famiglia non abbastanza benestante, non era abbastanza bella e neanche, sembra abbastanza appetibile per altri meriti sul mercato.

 Per anni non attirò quasi nessuno, nonostante fatiche incessanti e speranze disattese. Ed esattamente come avviene a tanti che aspettano la loro grande occasione per poi accorgersi che non era ciò che volevano davvero, quando in extremis le giunge la proposta perfetta, lei rifiuta.

 Credetemi, è davvero una storia che sembra come tante ed è invece illuminante sul crinale delle nostre esistenze. 

 Perché noi non siamo praticamente mai Giovanna d'Arco né Mary Shelley. Siamo persone comuni, che vorrebbero solo smetterla di impelagarsi in faccende molto complicate per riuscire ad arrivare a quel minimo di gioia, esattamente come Jane Austen e le sue eroine.


venerdì 15 maggio 2020

Se si spezza il legame. Pensieri sparsi sulla lettura in quarantena: tra blocco del lettore, educazione alla lettura ed empatia.

In questo periodo di quarantena e post quarantena (che tra le restrizioni, la paura e il maltempo alla fine si sta rivelando una prosecuzione della quarantena con un'ora d'aria), ho vissuto un disagio che sembra essere stato comune: il blocco del lettore.
Illustrazione di Junghyeon Kwon

 Prima o poi nella vita capita a tutti i lettori di sperimentarlo.

 A me personalmente era accaduto solo una volta, durante l'università, a posteriori probabilmente a causa del forte stress.

 Fu probabilmente il periodo più insensatamente produttivo della mia vita (c'è del miracoloso in quel che uno riesce a fare quando ha la mente giovane e fresca): per un'intensa primavera-estate feci un tirocinio universitario di trenta ore a settimana in biblioteca, preparai 6 esami, il tutto dando ripetizioni e facendo lavoretti secondari (e ovviamente vivevo anche).

 Non ricapitò mai più quel periodo di gloria che iniziai scartabellando con gioia nel catalogo, ora tutto per me, della biblioteca e terminai col cervello che mi scoppiava appena cercavo di aprire un libro.

 Fino all'autunno riuscii a leggere in totale un solo libro, "Lolita" di Nabokov, e assicuro che non c'è nulla di rivelatore in questa scelta del tutto casuale.

 Alla fine se ne andò come era venuto. Ricominciai a leggere con calma e l'ansia di non riuscire più ad appassionarmi a mezzo romanzo o saggio, terminò.

 Durante questa quarantena, come molti altri, sono stata nuovamente vittima del blocco.
Avevo iniziato tutto sommato coi migliori propositi: finalmente leggerò tutti i libri accumulati che vagano orfani per caso!
 Due gialli e un fantasy erano scivolati via abbastanza bene. Poi ho cercato di alzare un po' il tiro con un libro che avevo comprato mesi fa e mi ero lasciata come vera chicca per un momento speciale: "Un giovane americano" di Edmund White.

  Ed è stato un grosso grosso errore.

 La narrativa di intrattenimento si chiama così per un motivo: intrattiene. La letteratura è un'altra cosa.

 Ha bisogno di concentrazione, immedesimazione, una certa dose di astrazione e riflessione. Molte cose che finiscono in -one, quindi.

 Tutte cose che non hanno abbondato a casa di nessuno in questi mesi. Soprattutto il maggior pregio della letteratura, ossia la capacità di trasportare il lettore altrove, è venuta completamente a mancare a causa della totale mancanza di miss astrazione.

 Come ci si può astrarre da un presente che è irto di incognite, ansie, dubbi, incertezza verso il futuro, paura per i propri cari?

 E' vero anche che la letteratura ha una lunga storia di vite salvate e ispirate proprio dalla sua potenza salvifica in frangenti difficili. Tuttavia, quando quei frangenti arrivi a viverli in prima persona, scopri che le cose possono essere meno semplici.

 L'ordine di priorità interiore muta e così se puoi dedicare le tue energie a qualche misterioso ispettore che indaga in qualche posto del mondo con indizi sempre più contorti, ti accorgi che potresti non riuscire a riporre la stessa fiducia nelle complesse vicissitudini interiori di qualcun altro.

Dopotutto fai già troppa fatica a decriptare le tue, di vicissitudini.

 Non è un fatto nuovo neanche questo. Se vi è mai capitato di leggere un libro più volte nella vita, avrete notato che talvolta sembrava un libro diametralmente opposto a quel che ricordavate.

 Al momento quindi, "Un giovane americano" rimarrà nei miei ricordi come l'incessante e fastidioso lambiccamento di un adolescente sul proprio orientamento sessuale. Un ricordo, lo so da sola mentre lo scrivo, davvero impietoso per un libro che invece è assai amato da molti.

 Ma questo blocco dice molto sul rapporto tra lettore e libro.

Non basta che un libro sia bello se il lettore non partecipa. 
E' come andare a vedere un film tappandosi occhi e orecchie. Sei in sala sì, ma non ci sei.

 Ed è lì la falla dei nel sistema che produce i non lettori, chi ai libri proprio non si appassiona. Non basta dire a queste persone che leggere è bello o aiuta, bisogna creare un legame che convinca il lettore a fidarsi del libro. 

 Per i lettori forti è difficile immaginare quanto possa essere difficile, viene naturale, da sempre (e infatti tutti gli studi convergono verso un'opinione comune: chi è abituato a leggere sin da bambino, leggerà sempre), ma forse ora che anche i lettori forti hanno sperimentato questa mancanza di empatia con un compagno così amato, allora può essere più comprensibile l'assoluta insufficienza di politiche per l'educazione alla lettura in questo paese.

 Voglio essere sincera, nonostante gli indubbi pregi del mezzo, nulla mi spinge a pensare che internet stia migliorando la situazione. 

 Rispetto ad anni fa, se possibile, vedo in peggioramento. Anche tra i bookblogger.

Si è passati da "Mah, ho questa passione condividiamola" a "Mah, ho questo oggetto diamogli visibilità per N motivi". Non che nel secondo caso non possa esserci passione, ma l'educazione alla lettura non credo proprio passi dall'educazione al commercio.

Il mercato si è impossessato con vari ed eventuali mezzi persuasivi di mezzo e messaggio.

 Ogni tanto timidamente qualche iniziativa di promozione alla lettura cerca di contattarmi, l'ultima volta mi hanno chiesto di parlare di un libro appena uscito per spingere le persone ad andare in libreria e aiutare le librerie. Nobile motivo, ma si sa che la strada del demonio è lastricata di buone intenzioni.
 Non penso sia mio compito spingere nessuno a comprare niente, io stessa per ragioni economiche leggo principalmente libri presi in biblioteca.

 Non sono una vetrina, non mi piacciono le vetrine. E le vetrine possono convincere qualcuno a comprare qualcosa, ma difficilmente lo porteranno a diventare un lettore.

 Sono tanti pensieri sparsi che partono alla fine da un'unica domanda: perché durante questa quarantena non sono riuscita a leggere? 

 La risposta è, temo, perché sono un essere umano come tutti e i dogmi come "la lettura ci salverà" ogni tanto non funzionano in modo così automatico.

  Poi non è che non mi sia dedicata a nulla eh, ho solo scoperto che la mia concentrazione andava per altri lidi, come i fumetti (sto lavorando a un progetto del quale ancora non parlo per scaramanzia) e la scrittura (partecipare a concorsi letterari dopo 15 anni, perché no?).

 In entrambi i casi ero spinta da un obiettivo: una deadline, un giudizio, un risultato finale.

 La lettura, mettendomi sempre nei panni dei non lettori, su questo piano perde perché non è un obiettivo, non porta risultati tangibili(lo studio è un'altra cosa), serve "solo" ad arricchirci, a portarci altrove.

Ed è dura farlo quando ci sentiamo orrendamente ancorati a un presente senza orizzonti.

Poi oh, le cose passano. Ieri pomeriggio non avevo voglia di disegnare e nemmeno di cucinare, così ho afferrato "L'amante giapponese" della Allende che vagava per casa da un bel po', in attesa di essere portato dalla suocera.
All'inizio è stato difficile, ma poi l'ho finito in una sola serata. Forse c'entra il fatto che anche la fase 2 sta finendo e in verità penso proprio sia così.

 Se sappiamo dove andare nella vita, allora possiamo anche andare altrove coi libri.

sabato 25 aprile 2020

No Pasaran! In questo 25 Aprile una carrellata di consigli sulla Guerra Civile Spagnola, tragico, complicato e simbolico conflitto che diede inizio all'abisso della storia europea.

 E anche quest'anno il 25 aprile è arrivato (inter nos, ma solo a me sembra che Pasqua sia stata mille mesi fa? Queste ultime settimane di quarantena sono eterne).

 E' qualche anno che penso di dedicare un post alla Guerra Civile Spagnola, un conflitto sul quale alle superiori, almeno quando ci sono andata io, ci si soffermava brevemente, senza porre l'accento su quella che fu il segnale definitivo che l'Europa non si sarebbe salvata e che sempre più stava assumendo i connotati di un mostro abissale. 

 Una guerra civile che distrusse un paese e lo gettò in una dittatura destinata a durare decenni e la nota iniziale di un conflitto che tuttora agita le basi delle democrazie europee, ancora alle prese coi fantasmi mai sopiti del nazifascismo.

 A questa strana guerra, tragica, complicata, simbolica per troppi versi, ho deciso di dedicare questo post per il 25 aprile.



 Buona Liberazione a tutt*!


MENTRE L'INGHILTERRA DORME di David Leavitt ed. Mondadori:

Uno dei libri meno noti di David Leavitt è secondo me uno dei più belli. 

Racconta la storia di Brian, un giovane di buona famiglia che negli anni '30 ondeggia pericolosamente tra la possibilità di una convenzionale vita borghese e la volontà di vivere secondo i propri desideri, diventando scrittore e amando altri uomini.

 Il nucleo centrale è la forte passione che unisce Brian a Edward, un ragazzo di estrazione sociale minore, la cui famiglia accetta stranamente e straordinariamente di buon grado la loro relazione. Sullo sfondo, l'Europa inizia a dare i segni della malattia che la devasterà: il nazifascismo. 

 La guerra civile spagnola imperversa ed Edward, dopo che Brian ha rotto con lui per cercare un'improbabile vita eterosessuale, parte per combattere come volontario.
Brian volerà a recuperarlo, e ovviamentenon vi dirò come finisce.

 Romanzo a mio avviso splendido per la capacità di ritrarre non un evento, ma un sentimento di oscura catastrofe che pervade una nazione che decide di essere cieca, e di dormire, mentre la Storia si risveglia.

 All'uscita, negli anni, 90, Leavitt ricevette una querela dal poeta Stephen Spender che lo accusò di essersi ispirato in modo troppo incisivo ad un episodio della sua vita, contenuto nella sua autobiografia, "World within world".

 Rimane in ogni caso un libro meraviglioso che vi straconsiglio (una mia recensione più approfondita qui).


LA BREVE ESTATE DELL'ANARCHIA. VITA E MORTE DI BUENAVENTURA DURRUTI di Hans Magnus Enzensberger ed. Feltrinelli: 

Operaio metallurgico, anarchico, sindacalista, costretto all'esilio dopo uno sciopero terminato nel sangue, emigrato in sudamerica e quindi di ritorno in una Spagna sulle soglie della guerra civile, Buenaventura Durruti è una delle figure leggendarie della Guerra Civile Spagnola.

 Per una manciata di gloriosi mesi, nel 1936, ottiene una serie di importanti vittorie sul campo a capo di una colonna del CNT formata da anarchici che da lui prese il nome di Colonna Durruti.

 Morì nel novembre del 1936 per un colpo di arma da fuoco. Le versioni dissentono, ma le testimonianze raccolte da Hans Magnus Enzensberger, sembrano concordare su un tragico errore di Durruti stesso.

 Quanto bruciante e incredibile fu la sua personalità si evince perfettamente in questo splendido libro che raccoglie, come un documentario montato da Tarantino, le voci di chi lo conobbe e lo vide attraversare anche solo brevemente la propria esistenza. Splendido.


VERDAD di Lorena Canottiere Coconino ed.:

 E' una giovane donna a dare il nome a questa bellissima graphic novel di Lorena Canottiere. Verdad: la protagonista, orfana di madre e di padre ignoto, cresciuta da una donna bigotta che le rinfaccia la sua origine illegittima, si unisce alle Brigate Internazionali contro il franchismo per combattere.

 La sua lotta viene bruscamente interrotta da un'azione in cui rimane gravemente ferita perdendo un braccio.

 La guerra civile volge a termine nel peggiore dei modi, i suoi compagni decidono di fuggire in Francia, ma lei rimane a resistere sulle montagne, nascondendosi alla Guardia Civil, ma nel suo cuore ha un pensiero: vedere Monte Verità, il luogo dove i suoi genitori si conobbero.

 Bellissimo, poetico, struggente, una delle migliori graphic novel italiane di quest'ultimo decennio (e non esagero).

 E Monte Verità è esistita davvero: una comunità utopica realizzata nei primissimi anni del '900 in Svizzera, nel Canton Ticino, a opera di un gruppo di giovani che sognavano di vivere in modo ascetico secondo dei nuovi ideali, lontani dal capitalismo sempre più imperanti e più vicini alla natura e ad altri ritmi. A posteriori, credo si possano definire dei precursori del movimento Hippy.

 Vari libri sono stati ambientati in questo posto mitico, tra cui "Monte Verità" si Stefan Bollman ed. EDT che ne ripercorre la storia.


MIKA ETCHEBEHERE:

Grandi personalità femminili emersero nella guerra civile spagnola. Due su tutte: Gerda Taro, fotografa che morì schiacciata da un cingolato, che sta vivendo un periodo di rinnovata luce grazie al romanzo di Helena Janecek, e Dolores Ibarruri, la pasionaria (alla quale si deve la celebre incitazione "no pasarán!").

A loro si può aggiungere anche Mika Etchebéhère, autrice 40 anni dopo la guerra, di un'autobiografia: "La mia guerra di Spagna", passata alla storia (purtroppo non abbastanza) come unica donna a capo di una milizia antifranchista.

Mika nasce nel 1902 in Argentina da una coppia di migranti ebrei di origine russa e a diciassette anni conosce colui che diventerà suo marito: Hippolyte Etchebéhère. 

 Entrambi aderiscono al partito comunista e partono per l'Europa per assistere all'ascesa del nazismo e alla disillusione personale nei confronti del comunismo sovietico che li porterà a virare verso il pensiero anarchico. 

 Sempre insieme nel 1936 partono per combattere come volontari nella guerra civile spagnola dove Hippolyte muore appena un mese dopo il loro arrivo.

 Rimasta sola, Mika riuscirà a diventare capitana della milizia.

Sopravvivrà alla guerra e dopo aver riparato in Francia, a causa delle sue origini ebraiche, è costretta a tornare in Argentina, dove nel 1975 darà alle stampe la sua autobiografia e dove morì, moltissimi anni dopo suo marito, nel 1992.

 Potete leggere la sua autobiografia, pubblicata in Italia dalle edizioni Alegre o il libro scritto sulla sua vita da Elsa Osorio: "La miliziana" ed. Guanda.


NON AVENDO MAI PRESO UN FUCILE TRA LE MANI di Augusto Cantaluppi e Marco Puppini Enciclopediadelledonne.it ed,:

 Una vera chicca, fondamentale nella ricostruzione dell'importanza del ruolo delle donne nella lotta al nazifascismo, questo libro raccoglie le storie delle donne italiane che partirono volontarie per combattere nella guerra civile spagnola. 
  
 Un affresco straordinario che dimostra la trasversalità sociale e culturale di chi decise di partire per una guerra che già non sembrava così distante dalontana, ma appariva già come il primo fondamentale tassello di una lotta che avrebbe sconquassato l'Europa per un drammatico decennio e che ancora si trascina strisciante attraverso il continente.


sabato 18 aprile 2020

Piccole recensioni tra amici! "Lo specchio dell'amore" di Alan Moore e "Se i gatti scomparissero dal mondo" di Kawamura Genki

Illustrazione by Tom Clohosy Cole

 Come ho scritto circa cinquecentomila volte, pensavo che in questa quarantena (che ormai ha superato i 40 giorni in Lombardia), sarei riuscita a leggere fino a scoppiare, ma non avevo fatto i conti con le ansie, i pensieri, la scarsa concentrazione.

 Sono quindi riuscita a terminare qualcosina che avevo iniziato e ho provato a leggere circa venti libri che ho abbandonato dopo 20 pagine (sto stoicamente andando avanti con "La nave di Teseo", ma mi sembra un deludentissimo caso di tanto fumo e niente arrosto).

 Faccio anche fatica a scrivere, che è poi il motivo per cui ho fatto pochi post, ma oggi mi sentivo in buona quindi eccovi un piccole recensioni tra amici. 

 Il primo libro dovevo recensirlo da una vita, il secondo lo avevo iniziato durante il mio viaggio dai miei a metà febbraio, interrotto a causa del caos, e terminato ieri sera in un impeto di buona volontà.

 Buona lettura (se ci riuscite)!



LO SPECCHIO DELL'AMORE di Alan Moore e José Villarubia ed. Feltrinelli:

E’ magnificente questa opera di Alan Moore, uscita nel 1988 in un’antologia chiamata AARGH! (Artists Against Rampant Government Homophobia), un'epoca in cui i fumettisti forse non passavano parte del loro tempo a dirsi che erano geni della satira per quattro battute che avrebbero procurato i pruriti ai preti di una scuola privata, ma certo grattacapi a nessuno, loro in primis.

 Era il periodo della grande epidemia dell'AIDS, quella che si era deciso riguardasse solo gli omosessuali come se, per oscuri misteri medico-religiosi potesse esistere una malattia in grado di procedere per orientamento sessuale nonostante l'orientamento sessuale non sia dato biologico.

 Insomma, schierarsi per la causa era davvero un gesto forte e non per forza (anzi, non assolutamente), popolare.

Da poco la comunità lgbt era riuscita ad avere una certa visibilità e stava iniziando a decostruire gli stereotipi e pregiudizi, quando arrivò, come un macigno, l'aids.

 Fu una regressione orrenda che ebbe degli argini solo quando fu chiaro che anche gli etero ne venivano colpiti.
 La maggioranza scoprì di doversene occupare se non voleva soccombere e anche qui, non credo che la scoperta di non essere immuni in quanto splendidi eterosessuali, debba essere stata cocente e deludente.

In fondo, non si era poi gli eletti come si pensava.

Alan Moore, assieme ad altri artisti del fumetto, prese posizione in un momento storico difficilissimo e scrisse quest’opera da noi colpevolmente fuori commercio da anni, con un sentimento, una forza, una passione encomiabili.

"Lo specchio dell'amore" è una sorta di poema epico che ripercorre, attraverso cantiche meravigliose, la storia del mondo lgbt. Partendo dalla preistoria, Moore racconta storie, vite, periodi meravigliosi e persecuzioni agghiaccianti, persone, coppie, sogni e incubi di una storia considerata minore all'interno della Storia.

 Un libro splendido e struggente in cui Moore rimarca un concetto a cui in molti sembrano ancora non voler arrendersi: nessun orrore e nessuna persecuzione possono soffocare qualcosa che è insito nella natura stessa dell'umanità, anche se l'umanità preferisce pensare sempre esista un noi e un "altro" e che quell'altro non sia qualcosa che la riguardi.

Unico neo: fotografie non all'altezza, ma del resto per essere all'altezza di Moore avrebbe dovuto esserci Helmut Newton.


SE I GATTI SPARISSERO DAL MONDO di Genki Kawamura ed. Einaudi:

E' ormai evidenti ai lettori nippofili (e ormai credo non solo più a loro) che i giapponesi hanno una vera e propria venerazione per i gatti, una venerazione, oserei dire, quasi egizia. 
 Sembrano considerarli a metà tra divinità e spiriti della natura e nella mia ignoranza non so se si possa azzardare un'influenza shintoista in questo (se, studiosi di letteratura giapponese, pensate abbia detto una castroneria, fatemelo pure notare).

 In questo curioso libro, il gatto come spirito della natura, ma anche cuore della casa, è, come si evince dal titolo, ben presente.

 La storia è l'ennesima variazione sul tema assai esplorato del: cosa faresti se sapessi di avere a disposizione una manciata di giorni prima di morire?

 Il protagonista, un postino solitario, ancora giovane, ma già con una forte sensazione di sconfitta nei confronti nella vita, scopre che gli rimangono poche ore e viene a saperlo dal diavolo in persona. 

 Il diavolo, forse sempre per effetto shintoista, è una sorta di divinità benevola che forse noi occidentali avremmo più personificato nella morte, e inizia una specie di partita a scacchi col protagonista: gli donerà un giorno di vita per ogni cosa che deciderà di far sparire dal mondo.

 Ovviamente non sono bazzecole, ma cose molto importanti che hanno un significato particolare nella vita del protagonista, come, appunto, i gatti.

 Alcuni commentatori su fb, quando ho annunciato che lo stavo leggendo, mi hanno scritto di essere rimasti un po' delusi dall'inconcludenza della storia, ma io penso di aver trovato la chiave in una frase che sembra quasi buttata lì: "Per vivere, dovevo sottrarre qualcosa dal mio futuro"

L'idea che per andare avanti sia necessario lasciare qualcosa per strada, sia in termini di ricordi che di sogni credo sia il modo per interpretare questa storia bizzarra, un po' nera e piena di amore per i gatti e per quello che siamo stati e non saremo più.

 Io ho voluto vederla così, oltre il sovrannaturale, ma bisogna anche dire che è un momento in cui mi sento estremamente nostalgica e mi mancano persone e luoghi tutti i giorni, quindi forse è lo stato d'animo che mi lascia leggere il libro così. Ma non importa. I libri raccontano ad ogni lettore una storia diversa ed è giusto così.


giovedì 2 aprile 2020

Ci possono essere delle streghe steampunk in un bosco della Tuscia? Una recensione del libro e della serie Netflix di "Luna nera" di Tiziana Triana.

 Diceva Fruttero, in una frase passata alla storia, che "Un'astronave  non può atterrare a Lucca" intendendo che nessuna trama di fantascienza sarebbe mai stata credibile se ambientata in Italia.


 Certo, in effetti qualche mese fa ho letto "Fammi male", uno strano romanzo un po' scifi con dei cloni ambientato a Vasto. 


 C'erano queste scene hard boiled che facevo fatica a prendere sul serio perché immaginavo tutti avessero l'accento abruzzese, il quale avrà di sicuro dei pregi, ma non quello di essere hard boiled.

 Quindi comprendo pienamente ci siano delle remore e delle riserve a prendere sul serio quanto ambientato di scifi o fantasy nel belpaese.

 Il punto però rimane sempre uno: se da qualche parte non si comincia, non si arriverà mai a un prodotto credibile.

 Faccio questa premessa perché in questa reclusione, ho finalmente finito di leggere il primo volume di "Luna nera" (è una trilogia) di Tiziana Triana ed. Sonzogno e ho anche terminato la visione della prima stagione, uscita in contemporanea, su Netflix.

 Se del libro alla fine non ho sentito parlare se non in recensioni un po' dubbie, avevo avuto modo, nella mia bolla social che conta un elevato numero di nerd, di leggere quelle sulla serie. 

Il grido era solo uno: "Ommioddio ho visto dieci minuti che schifo".

 Siccome sono una che fa fatica ad affezionarsi alle serie tv (ne guardo davvero poche perché preferisco leggere o fare altro), pur incuriosita (avevo anche visto l'installazione fatta a Milano per il lancio, molto bella), avevo lasciato stare.

 Poi la reclusione, l'incapacità di concentrarsi su libri che non fossero fantasy o gialli, ha fatto sì che mi attaccassi all'unico libro fantasy in giro per casa che non avevo ancora finito di leggere e "Luna nera", che avevo iniziato e abbandonato sotto Natale per problemi miei, è tornato sul mio comodino.

 Il libro, devo ammettere, a me è sembrato dell'onestissimo fantasy ben scritto. 

 Certo, non è Tolkien, ma la comunità nerd (che chiamo così per comodità, ma che ovviamente è ampia e varia) soffre di un difetto che è in assoluto contrasto con la propria natura: gente che ama mondi fantastici, ma che non ammette deroghe alle regole inventate da qualcuno decine di anni fa su questi mondi fantastici.

 Inoltre gli standard devono essere elevatissimi, altrimenti ci troviamo davanti allo schifo, il manicheismo insomma è di casa in queste parti.

 E' ovvio che "Luna nera" non sia Tolkien, come non è Tolkien la stragrande maggioranza della narrativa fantasy.

 Per un capolavoro ci sono centinaia e centinaia di onesti prodotti, magari più virati al commerciale, che comunque fanno il loro onestissimo lavoro: intrattenere il lettore.
 "Luna nera" lo fa. 

 Ambientato in un paese immaginario dell'Italia centrale (posso ragionevolmente dire, venendo da quelle parti, che ci troviamo in  Tuscia) del 1600 nel pieno dell'Inquisizione e della caccia alle streghe, ha per protagonista l'irritantissima giovane levatrice Adelaide detta Ade, nipote di una guaritrice/levatrice del luogo, Antalia. 
 La storia inizia, nel libro, quando un parto va male e Ade viene accusata di aver ucciso il bambino e in seguito di stregoneria.

 La ragazza, che vive sola col fratellino Valente dalla morte della nonna, inizia a essere perseguitata dalla popolazione locale, aizzata dai Benandanti, (storicamente congreghe di origine pagana che si adoperavano per sconfiggere le streghe e credevano di avere alcuni specifici poteri, poi dichiarati eretici dalla Chiesa. in "Luna nera" sono un po' diversi). 

 La ragazza viene prima salvata da Pietro, il figlio di Sante il capo dei Benandanti, tornato da Roma dove studia medicina (infatti al contrario del padre non crede alle streghe ed è un protoilluminista) perché la madre sta morendo, poi viene portata via dal paese da un gruppo di misteriose donne: le città perdute.

 Le città perdute, che è anche il titolo di questo primo libro, sono delle donne che per vari motivi sono state costrette a fuggire e a nascondersi e sono in attesa di una prescelta che salverà le donne di tutto il mondo, come scritto in un'antica profezia contenuta in un libro che possiedono. La nonna di Ade era una di loro.

 A questo punto la storia va avanti tra Ade che fa qualsiasi insensata cosa per vedere il suo amato Pietro del quale è perdutamente innamorata (ricambiata) mettendo a repentaglio la vita e la sicurezza di tutte, e le Città perdute che sono convinte sia lei la prescelta e quindi sopportano tutte le sue follie (compresa la perdita del prezioso libro). 
 E' evidentissimo che l'autrice ha un enorme debito di riconoscenza verso Marion Zimmer Bradley visto che la comune in cui vivono le Città Perdute è precisa spiccicata una casa delle Libere Amazzoni di Darkover: stesse regole, stesse dinamiche, addirittura stessi episodi (quello in cui Ade e Persepolis vengono legate). Non è un rimprovero, anzi, è bello rivedere quella che rimane secondo me una delle invenzioni migliori di MZB.

 Alla fine, ho trovato il libro del buon fantasy, soprattutto in considerazione del fatto che in Italia se ne fa o comunque se ne pubblica ben poco. 
 Incuriosita, ho quindi deciso di dare una chance alla serie.

 E' vero, è una serie piena di difetti, funziona benissimo a livello visivo dove fotografia, ambientazioni e costumi sono davvero notevoli, (anche gli effetti speciali, davvero non me li aspettavo di quel livello), ma la sceneggiatura e la recitazione di alcuni attori (uno in particolare) sono davvero moleste.

 Il libro non conferisce ai personaggi una profondità alla Tolstoj anche perché non è quello il genere e neanche l'obiettivo, ma il passato dei personaggi viene spiegato, alcune dinamiche anche sono assai meglio pensate e, non si capisce bene il perché, completamente appiattite nella serie.

 Il personaggio di Pietro, il protagonista maschile,  è quello che ne soffre di più per due motivi: l'attore, che sarà anche un bel ragazzo, recita come se stesse in un baretto di Centocelle, con un accento e un pathos che dio santo. Davvero una roba inguardabile.

 Inoltre, nel libro aveva molte più sfumature.
Innanzitutto non esisteva il personaggio di Cesaria, messo lì per un triangolo amoroso senza senso visto che lui non la considera nemmeno come decima scelta. Cesaria nel libro era Cesare, il discepolo preferito del padre di Pietro, Sante.

Vi giuro è difficile non vederlo recitare e immaginare al
contempo René Ferretti alle prese con Corinna. Un attore
diverso avrebbe migliorato di molto la serie
 Tra i due c'era competizione, antipatia, desiderio di primeggiare agli occhi di Sante, anche discordia perché Pietro disprezza i benandanti e la loro follia religiosa, mentre Cesare disprezza il suo ateismo.

 Questo rapporto che fondamentalmente definisce il personaggio di Pietro anche nel conflitto col padre (viene poi segata anche una parte riguardante la madre di Pietro e un segreto su di lui, ma quello magari è stato messo nella seconda serie), è stato sacrificato per cosa? 
Lei ama lui che ama lei? Ma che originalità!

 Anche altri personaggi esistenti nel libro vengono spazzati via nella serie contribuendo a rendere meno credibile e complessa una trama che tutto sommato filava bene (ho visto un'unica miglioria nel creare la storia d'amore tra Spirto e Persepolis, anche lì potevano inserire un personaggio di colore e se ne sono guardati bene preferendo il solito tirapiedi di buoncuore perché orfanello).

Davanti a una sceneggiatura con dialoghi assurdi e cambiamenti poco comprensibili, gli attori fanno quello che possono.

 Alcune attrici, invece, sono molto teatrali (e infatti sono attrici di teatro) e all'inizio la faccenda disturba parecchio, anche se devo ammettere che nel corso delle puntate, la sensazione di straniamento si attenua e anzi conferisce una certa serietà a una sceneggiatura con troppe frasi fatte.

 La protagonista è irritante nel libro, ancor più irritante nella serie e temo che la recitazione carichissima dell'attrice, che è sempre incazzosissima o sull'orlo della tragedia, non aiuti.


 A tutto si aggiunge una colonna sonora moderna e un po' goth che all'inizio sembra messa a caso e alla quale poi ti abitui, facendo pace col fatto che ok, forse sarà anche l'immaginifica Tuscia del 1600, ma in realtà siamo in una specie di medioevo un po' steampunk.

 Quindi non mi è piaciuta? Ebbene non posso dirlo. Alla fine delle sei puntate a me onestamente rimane la curiosità per la seconda serie e tutto sommato l'ho trovato un prodotto buono per essere italiano.
 Perché noi dobbiamo partire da questo presupposto: cosa abbiamo prodotto di fantasy prima di "Luna nera"? 

"Fantaghirò" o "Sorellina e il principe del sogno" che per carità a posteriori erano anche delle scelte coraggiose e delle idee diverse e hanno segnato, anche se non ci piace ammetterlo, un'epoca.

 Questo per dire che attendersi un prodotto privo di difetti al primo colpo dopo decenni di nulla, mi sembra un po' pretenzioso. 

 Si procede per tentativi e ovviamente con sceneggiatori che non sono abituati al genere e in ogni caso appartengono sempre alla fiction italiana che è nata per creare prodotti standard per tv generaliste e tendono ad aver paura della propria ombra.

  Si capisce che procedere per tentativi agli occhi di un pubblico capace di discutere a oltranza nei forum se l'attrice scelta per un determinato ruolo possieda o meno i capelli dalla sfumatura ramata descritti nei libri (l'ho visto accadere), è un'impresa impossibile.

  Inoltre gioca di certo il non poter contemplare l'idea di un'astronave a Lucca e di battaglie magiche in Italia.

  Insomma le guerre tra streghe e cacciatori di streghe si fanno nella Foresta Nera non nel bosco di Vitorchiano o nella città fantasma di Canale Monterano (tutti luoghi che quando sarà finito questo incubo vi invito a visitare perché sono bellissimi).

 Il mio è quindi un sì soprattutto al libro e un consiglio di dare una chance alla serie (che ha dei momenti notevoli comunque, come il finale o la puntata in cui recuperano le altre streghe torturate nelle prigioni) che avrà anche un seguito: come accennavo in un post precedente, ho intenzione di fare un fumettoso riassunto della serie! 

 Se non ora che ho tempo, quando?

martedì 24 marzo 2020

Letture ai tempi del coronavirus parte II! Treni, viaggi nel tempo, fughe batteriologiche, stoffe infette ed estremo oriente in una seconda infornata di consigli virulenti.

Avevo iniziato questa seconda parte delle letture ai tempi del coronavirus ormai più di due settimane fa, quando ancora si prospettava un orizzonte degli eventi governabile e con un termine non completamente irragionevole.

 Nel frattempo sappiamo tutti cosa è successo: contagio dilagato, la Lombardia che cerca disperatamente di non affogare, il resto d'Italia che cerca di trarre un insegnamento dalla Lombardia e si rinchiude per evitare il peggio.

 Intanto, spesa a parte (e lavoro a parte per chi è ancora costretto ad andare), siamo reclusi in casa da ormai più di due settimane e speriamo ardentemente che questa curva dei contagi finalmente prenda una vaga via calante.

  So che sto dicendo cose lapalissiane, ma immagino questo blog anche come un diario, quindi sarà interessante almeno per me vedere tra molto tempo cosa accadeva in quei precisi giorni, quando ci sembrava che non ne saremmo mai usciti.

 Per lo stesso motivo ormai pubblico anche questo secondo post con i suggerimenti di lettura in tempo di Coronavirus (il primo potete trovarlo qui). So che non è il momento più adatto per leggere una cosa che praticamente stiamo vivendo, (anche se "Cecità" di Saramago è tra i primi posti in classifica), ma magari quando tutto sarà finito avremo voglia e modo di interpretare meglio questo momento complicato.

 In alto i cuori e buona lettura!


LA PESTE di Albert Camus:
Uno dei libri più consigliati in questi giorniracconta l'esplosione della peste bubbonica in una città algerina.

 La cittadina viene isolata e per lunghi mesi il medico Rieux combatte contro un male che sembra indomabile. In realtà, come tutte le umane cose, ha un inizio e una fine, anche se in troppi cadranno nel mezzo.
 L'insegnamento che possiamo trarne è: MAI abbassare la guardia fino alla fine.

 Onestamente inguardabile la copertina della nuova edizione Bompiani, se mi si consente.


CASSANDRA CROSSING di Robert Katz:

 Ricordo ancora l'angoscia imperante che mi causò l'omonimo film, visto da adolescente a casa dei miei nonni. 

 Su un tranquillo treno diretto a Stoccolma sale un terrorista svedese infettato da un virus sconosciuto. 

 Lui e altri due compari sono infatti penetrati nei laboratori dell'OMS a Ginevra finendo per infettarsi. Due muoiono e uno pensa bene di andare a infettare un treno.

 Tutta la vicenda si svolge quindi su questo convoglio lanciato a velocità folle verso la morte. 

 Appurato infatti che i viaggiatori iniziano a essere infetti (un po' il metodo Diamond Princess) pensano di isolarli in un campo in Polonia e lì il treno viene dirottato per una lunga quarantena. Peccato che il vero scopo dei servizi segreti americani, che coordinano l'operazione, sia di ammazzarli tutti facendoli passare su un ponte fatiscente: il Cassandra Crossing.

 Se il libro è al cardiopalma come il film ne sconsiglio la lettura a chi si trova in zona giallo-rossa. Per tutti gli altri è ok.


L'OMBRA DELLO SCORPIONE di Stephen King:

 Un'influenza coltivata come arma batteriologica, sfugge di mano ai suoi creatori, infetta più del 90% della popolazione e la stermina.

 I pochi sopravvissuti cercano di riorganizzarsi in modo abbastanza manicheo in due zone libere (questo almeno è quel che succede in America, il resto del mondo chi lo sa) che entrano in conflitto tra loro.

 Finirà male, ma non malissimo-issimo e il messaggio finale rimane comunque poco confortante: l'umanità non impara dai suoi errori (o almeno non contiamoci troppo).


DE RERUM NATURA di Lucrezio e LA GUERRA DEL PELOPONNESO di Tucidide:

 Gli ex studenti di liceo ricorderanno che Lucrezio non brillava di certo per ottimismo.

 Descritto come cupo e in preda a un male oscuro, morì infine in modo presumibilmente tragico, chi dice suicida, chi dice assassinato da un filtro d'amore.
  Di certo la sua grande opera, il De Rerum Natura, è rimasta incompiuta proprio nel bel mezzo di una delle sue parti più tragiche: la peste di Atene,. già riportata da Tucidide ne "La guerra del Peloponneso".

 In verità, se fosse proprio peste è abbastanza dubbio. Grazie alle descrizioni meticolose di entrambi gli autori ci sono state altre ipotesi e Tucidide descrive le nefaste conseguenze di un evento del genere sulla tenuta della democrazia ateniese.

 Non sembra cambiato moltissimo da allora.


LA MASCHERA DELLA MORTE ROSSA di Edgar Allan Poe:

 Un'altra storia che mi sentirei di sconsigliare in questo specifico momento, ma domani chissà, è "La maschera della morte rossa" di Edgar Allan Poe racconta la vicenda favolosa del principe Prospero che si chiude assieme ai suoi numerosi cortigiani all'interno del suo palazzo per evitare la terribile pestilenza che sta devastando le sue terre.

 Una sera dà un festa con sette di diversi colori, ma nessuno ha il coraggio di avvicinarsi a quella nera. Durante la sera si aggira tra gli ospiti una strana dama dal vestito inquietante: sudario macchiato di sangue e volto di cadavere. E' la morte che è venuta a prenderli.

Una delle prima storie di Dylan Dog, "Attraverso lo specchio", ne fa una palese citazione.


L'ANNO DEL CONTAGIO di Connie Willis:

 In molti, su fb, mi hanno consigliato questo libro di Connie Willis che affronta ben due epidemie su due piani temporali diversi.
 La protagonista infatti è la giovane Kivrin, studentessa di storia di Oxford che approfitta della nuova invenzione messa a disposizione degli accademici: il viaggio nel tempo. 

 Desiderosa di visitare il medioevo, viene catapultata per sbaglio in mezzo a un'epidemia di peste.
 A peggiorare il tutto, una parallela epidemia di influenza particolarmente violenta, nel presente, serpeggia tra le mura universitarie causando una quarantena e bloccandola nel passato.

 Riuscirà la nostra eroina a sopravvivere alla peste e a tornare?


IL VELO DIPINTO di W. Somerset Maugham:

 Rimango sempre strabiliata quando penso che migliaia di inglesi d'epoca vittoriana siano stati in grado di spargersi per mezzo pianeta in luoghi lontani anni luce dai loro usi, costumi, abitudini, religioni e clima. Non me ne capacito eppur è successo.

 "Il velo dipinto" racconta la storia di Kitty, volubile ragazza inglese che si sposa frettolosamente e sconsideratamente con un batteriologo perdutamente innamorato di lei: Walter.

 Insieme si recano a Hong Kong per il viaggio di nozze e qui Kitty inizia una relazione con tale Charles che gioca al gioco del: se lasci tuo marito, io lascio mia moglie e poi ci sposiamo.

 Non solo non succede, ma Kitty si ritrova obbligata a seguire il marito in mezzo alla Cina dove è scoppiata una devastante epidemia di colera.
 Non finirà benissimo.


ANNUS MIRABILIS di Geraldine Brooks:


Nel 1666 nel paesino inglese di Eyam giunse la peste attraverso un pezzo di stoffa londinese infetto. 
 Quel pezzo di stoffa uccise i tre quarti della popolazione che, eroicamente, decise di automettersi in quarantena impedendo a chiunque di entrare e di uscire.

Dai dintorni portavano cibo che posavano ad adeguata distanza e in qualche modo 90 su 350 persone sopravvissero al morbo.

 "Annus mitabilis" di Geraldine Brooks racconta questa eroica quarantena dagli occhi di Anna Frith, giovane vedova con due bambini.

 Il 1666 diciamocelo non era un anno che numericamente lasciava presagire di meglio.


Ci sono millemila altri libri immagino sul tema, due settimane fa mi ero fermata qui e al momento non ho molto cuore di andare a cercare altri titoli.

 Penso andrò a cucinare un chilo di cimbellette al vino perché ehi, me del futuro, in questi giorni si panifica, si dolcifica e si pizzifica letteralmente come se non ci fosse un domani!

lunedì 2 marzo 2020

La poesia se uno non ce l'ha, non se la può inventare. Una cinerecensione non richiesta di "Gli anni più belli" di Muccino (scusate ma mi ha toccato "C'eravamo tanto amati").

Durante la manciata di giorni di ferie che ho passato a casa, la mia migliore amica mi ha indotto a compiere un gesto da migliore amica: accompagnarla a vedere l'ultimo film di Muccino, "Gli anni più belli".

 Io non è che abbia qualcosa contro Muccino, è che non mi piacciono i film dove la gente urla e ha reazioni scomposte, come se si fosse tutti incapaci di avere reazioni normali. Inoltre, non mi sovviene un solo personaggio femminile mucciniano che non faccia accapponare la pelle per i più svariati motivi.

 In questo caso però, a spingermi a compiere questa recensione, non solo mucciniana, ma cinematografica e non libresca, è il fatto che il film sia sostanzialmente un remake di uno dei miei film preferiti: "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola.

 Perché, chiariamo, non è che ci siano delle citazioni o degli omaggi: il film ha la stessa identica trama, pedissequamente, e cerca persino di fare lo stesso gioco politico allegorico spostato 40 anni in avanti nella storia d'Italia.

 Solo che siccome Muccino non è Scola e non ha né la stessa raffinatezza (guardi i suoi film, per carità girati bene, ma hanno la finezza di un salumiere che ti chiede "Signò sò dù etti, lascio?") né la stessa consapevolezza politica da far sì che il remake gli riesca.

 Faccio un recap per i disgraziati che non abbiano ancora mai visto il film di Scola.

 In "C'eravamo tanto amati", tre ragazzi diventano amici durante la guerra partigiana. 

 Antonio (Nino Manfredi) è un popolano romano che fa il portantino, sempre alle prese con qualche partito di sinistra dello 0,1%, Gianni (Vittorio Gassman) è un lombardo che dopo la guerra si laurea in giurisprudenza e viene a Roma con l'intento di mettere a frutto i suoi studi al servizio dei più deboli e, infine, Nicola (Stefano Satta Flores) è un professore campano che si ritrova a vivere nella capitale dopo aver perso il lavoro ed essere stato lasciato dalla moglie a causa della sua incapacità di leccare il sedere al potente di turno.

 I tre si sono persi di vista, ma Antonio e Gianni si rincontrano per caso e Antonio gli presenta la sua fidanzata, Luciana (Stefania Sandrelli): una giovane aspirante attrice friulana. 

 Luciana lascia Antonio per Gianni il quale sta per incontrare un palazzinaro corrotto che gli cambierà la vita. Non solo ne diventerà l'avvocato, abbandonando i suoi buoni propositi di gioventù, ma ne sposerà la figlia Elide, una ragazza bella e semplice, un po' ignorante che, col passare degli anni, per compiacere il marito, finirà per diventare una tormentata signora borghese presa dai drammi antonionani dell'incomunicabilità.

 Nel frattempo i tre amici continueranno a vedersi. Luciana apparirà e scomparirà dalle loro vite a tratti, incontrata per caso nel bel mezzo della scena di un film in corso nella Roma degli anni d'oro del cinema italiano ("La dolce vita" di Fellini) e, infine, sola con un figlio, disillusa, senza più quella ingenuità e quella luce di speranza negli occhi che l'aveva sempre accompagnata.

 Critica vuole che il film possa leggersi anche come allegoria della politica italiana.

 Luciana sarebbe l'Italia e i tre uomini che le girano più o meno attorno rappresentano le diverse anime politiche del dopoguerra: Antonio è il Pci, volitivo, ma duro e goffo, incapace di compromessi, Gianni rappresenta la borghesia italiana post bellica, partita con le migliori premesse e finita a flirtare con ciò che aveva sempre combattuto e, infine, Nicola rappresenta gli intellettuali incapaci di imprimere una vera direzione al paese, ripiegati su loro stessi e persi in cervellotici ragionamenti.

 Si capisce bene che cercare di affrontare un mostro sacro del genere è impegnativo e, voglio immaginare che Muccino abbia girato il film senza dire apertamente fosse un remake nella speranza di sfuggire al confronto.
 Effettivamente, visto il risultato, le sue eventuali paure potrebbero essere comprensibili, ma ci sono, secondo me, due ragioni specifiche per cui questo film, che avendo una trama collaudata non è un brutto film e mantiene una sua coerenza, non è all'altezza dell'antenato.

Motivo 1: Non puoi fare un film politico se non hai una coscienza politica.

 Io non idea se Muccino una coscienza politica ce l'abbia, se ce l'ha la tiene nascosta e comunque non è il motore delle sue opere. 

 Si nota che nel film ha cercato di mondare la storia di questi tre amici che si incontrano e scontrano con una quarta amica/amante nel mezzo, da eccessivi significati politici buttandola sul significato dell'amicizia.
 Il problema è che a toglierli del tutto, la trama manca di forza e anche di significato, così, per mantenere una coerenza di fondo, si è trovato giocoforza ad inserirli in modo abbastanza randomico.

 Anche in questo caso i protagonisti sono tre: Paolo (Kim Rossi Stuart) professore di lettere sfigatello, in balia di una madre rimasta invalida causa ischemia, e che per la primissima parte del film è un liceale appassionato di uccelli (il che lo vorrebbe prof di scienze ma poi i prof di scienze non possono farti i pipponi morali sulla vita perché i pipponi morali si fanno solo mentre si legge Leopardi);
 Giulio (un Favino che qui recita un po' meh) è il clone del personaggio di Gassman, ma senza che nulla sostenga il suo giovanile anelito morale (il Gianni di Gassman sognava di ricostruire un'Italia nuova dopo la guerra, qua semplicemente Favino scappa da un padre meccanico ignorante e truffaldino) togliendo quindi tensione drammatica al personaggio;
 Riccardo (Santamaria) che stranamente parrebbe far guadagnare senso e umanità a quel Nicola che dei tre era il personaggio più bistrattato da Scola (peccato che il grande dramma della sua vita sia assolutamente bidimensionale: una moglie pazza senza senso che lo pianta dopo due anni di matrimonio portando via il figlio).

 In tutto ciò il ruolo della Sandrelli è affidato a Micaela Ramazzotti nel suo sempre identico ruolo di ninfomane ingenua che sospira molto come se avesse un problema ai polmoni.


Si evince, qui e lì, che Muccino avrebbe cercato di dare alla storia la stessa interpretazione allegorica di Scola: la Ramazzotti, ingenua e pronta a donarsi a tutti, è l'Italia; Kim Rossi Stuart il tristanzuolo professore ligio al dovere, dall'aria malaticcia, che fa sempre la cosa giusta, ma che fondamentalmente è uno sfigato anche se fa i sermoni giusti e condivisibili agli studenti è il Pd;

 Favino è quell'area di centro-destra che aspira al benessere e alla rivalsa economica e sociale che ti fanno passare sopra chiunque, morale personale compresa, salvo trovarti a cinquant'anni che vorresti tornare a quando una morale ce l'avevi (ma intanto hai magnato e magnare ti è piaciuto); 

 Santamaria è (neanche velatamente visto che a un certo punto si candida pure) il Movimento Cinque Stelle: confuso, sconfitto dagli eventi, pieno di rabbia, ma che non sa dove mettere le mani.

 Posso dirvelo, involontariamente, anche attraverso una lettura semplicistica e tagliata con l'accetta,  Muccino mostra l'abisso tra la politica di massa del dopoguerra e quella specie di avanspettacolo confuso e incomprensibile attuale. 

 "C'eravamo tanto amati" era un film struggente, commovente, cinico, nostalgico, verissimo, tutto quello che la società italiana non è più da moltissimo tempo.

 Detta così sembra che il film possa pure filare.

 Il problema è che mentre Scola riusciva a limare tutto in modo poetico, qua sembra di stare al banco del pesce. 

 Come in ogni film mucciniano la gente strilla, corre, ansima, litiga che vorresti menarli te per primo, fa scene madri che Mario Merola chi, e qualsiasi tentativo di tensione emotiva reso dai soli sguardi o da qualche battuta sottile è a dir poco inesistente.

 Forse, e dico forse, questa rivisitazione priva di poesia, avrebbe potuto funzionare un po' meglio se non arrivassimo al problema 2.

Motivo 2: Le donne.

 Muccino regista ha un qualche problema con i personaggi femminili.

 Innanzitutto sembra, in tutti i suoi film, che le donne non siano persone. Sono donne.

 Da questo ne consegue che non hanno mai una personalità bensì caratteristiche tipiche del loro sesso (ovviamente secondo Muccino e svariati altri uomini): isteriche, volubili, possessive, manipolatrici, prive di empatia, profittatrici, traditrici.

 In questo film ci sono numero tre donne: Micaela Ramazzotti, Emma Marrone e Nicoletta Romanoff. 

Tutte incarnano un tipo di donna con cui nessun uomo vorrebbe mai avere a che fare.

 Micaela Ramazzotti, che in teoria sarebbe una co-protagonista, ha la profondità di una pozzanghera. Praticamente fa il suo solito ruolo: l'ingenua ninfomane di cui tutti si approfittano, ma che in fondo non è che faccia molto perché ciò non avvenga. Punto. Non c'è un'evoluzione del personaggio, una profondità, una motivazione, una poesia. 

 Grazie a dio la Ramazzotti è bella e ormai siamo abituati a sapere che fa l'ingenuotta sexy di buoncuore e quello è il suo ruolo, quindi il personaggio è Micaela Ramazzotti nei film di Virzì.

 Emma Marrone invece meriterebbe la coppa Volpi per aver saputo infondere una vaghissima personalità a un personaggio che sembra uscito dall'incubo peggiore di un uomo: una donna che sposi e che dopo due anni ti accusa di non portare la pagnotta a casa perché sei precario (ignoto perché lei non lavori, cioè in "C'eravamo tanto amati" erano gli anni '50, negli anni '90 non è che la cosa sia plausibilissima) e porta via il figlio, ti mette in ginocchio col mantenimento e si comporta da psicopatica per i vent'anni consecutivi. 

 I motivi di tale odio? Ignoti. Uno ha una moglie per quattro anni (quindi neanche a dire un tempo abbastanza lungo per dire che la routine ha consumato l'amore) e da un momento all'altro questa va via di casa senza nessun preavviso. Armi, bagagli, manco denuncia per abbandono del tetto coniugale. Una pazza.

 Nicoletta Romanoff invece fa lei stessa: la figlia altolocata di un uomo di potere. 

 Anche qui. La Elide di "C'eravamo tanto amati" diventa una moglie sì estranea al marito, ma col passare degli anni, col mutare dei tempi, e le viene anche dedicata una scena struggente (il fantasma che parla al marito allo scasso, dove viene portata l'auto sulla quale muore). 

 Qua invece la Romanoff  è una sciuretta che veste Gucci e sposa l'avvocato rampante, poi rimane incinta e basta, finito l'amore finito tutto.
Ma perché? Ma cosa succede?

 E' ovvio che su tu fai un film in cui le donne vengono rappresentate come delle pazze profittatrici e gli uomini sono dei sognatori sconfitti dalla vita (a causa delle pazze profittatrici), il film perde di profondità. 

 Non puoi sperare di fare un buon film se le donne parlano con frasi talmente fatte che in confronto "The Lady" sembra Brecht.

 Perciò ecco mi sentirei di dire che film in cui si racconta la collettività (e non il gruppo che è un'altra cosa) non sono pane per i denti di Muccino, manco se non deve sforzarsi eccessivamente di inventare la trama.

 La poesia, se uno non ce l'ha, non se la può inventare.

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