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martedì 12 dicembre 2017

I consigli di Natale 2017 parte II! Un'infornata a base di racconti da ridere, dottorandi, millennials cinesi, monopoly di Tex, imbusastorie, Michelle Hunziker e Mumin invernali.

 Dopo questa settimana di assenza dovuta all'ininterrotto ciclo lavoro-fiera della piccola e media editoria-lavoro, torno con una valanga di consigli natalizi, che qua siamo già al 12 e il tempo stringe.

 Domani dovrebbe esserci la terza e ultima e spero di aver coperto il maggior numero di opzioni possibili.

 In tutto ciò, brevemente, volevo dire che la fiera della piccola e media editoria, dopo tanti anni che non riuscivo ad andare, rimane molto bella.

 Quest'anno era la prima volta che si faceva alla nuvola di Fuksas (che ho scoperto essere un'attesa e celebre costruzione che però, personalmente, non mi è sembrata stravolgente) e sicuramente devono migliorare molte cose, una su tutte: non è ammissibile che della gente faccia ore di fila per entrare.

  Va bene i controlli di sicurezza, ma a Torino sono molto più organizzati e veloci.

 Per il resto tante persone, begli incontri, la solita penuria di caffè (non capisco perché non vengano messe delle macchinette con le cialde a pagamento, farebbero i miliardi) e tante persone che sono venute a trovarmi o che ho incontrato agli altri stand.

 Ringrazio tutti tutti quanti, la 001 edizioni e la Verbavolant (che non sono solo degli editori, sono delle macchine da guerra da fiera, penso venderebbero il ghiaccio agli eschimesi sul serio).

 Bene, ora che ho finito il momento discorso all'oscar, godetevi i consigli natalizi di oggi!


LANTERNE IN VOLO di Alec Ash ed. Add editore:

 Una quindicina di anni fa, a scout, venni sottoposta (non ricordo perché) a una sorta di gioco di previsione del tempo: dovevamo immaginare il mondo vent'anni dopo.

 Ricordo chiaramente che, senza un motivo specifico (non ero né esperta di questioni economiche e ignoravo discretamente la storia d'oriente), dissi con certezza che "i cinesi sarebbero diventati più ricchi". Ovviamente non potevo sapere quanto ci avrei azzeccato.

 Tuttavia non avevo un'idea dell'oriente come di un luogo povero e non sapevo nulla della sua storia post-comunista.

 Tutto quello che sapevo della Cina proveniva dai romanzi che leggevo: o molto vecchi o molto nuovi. A quindici anni ero rimasta molto affascinata da "Shangai baby", un resoconto su alcuni giovani universitari cinesi con velleità artistica e avevo continuato a cercare (e a trovare) libri simili.

 In questi giorni ho trovato un libro simile, sebbene, curiosamente, meno rivoluzionario: "Lanterne in volo".

 I millennials cinesi infatti non sono poi così diversi dai loro coetanei occidentali: una generazione, la mia, che riassumerei nel vecchio detto "L'acqua cheta smove i ponti".

 I sei protagonisti di "Lanterne in volo" vengono da parti estremamente lontane della Cina, eppure incrociano il loro cammino in più occasioni: studiano, sognano, vincono, perdono, si arrendono, subiscono rallentamenti, ma, soprattutto una quantità di pressioni sociali che noi occidentali subiamo solo in parte.

 Se per noi l'assedio del "Quando ti sposi?" è ormai una guerra che genitori e nonni hanno capito di aver perso su tutta la linea, finalmente, anche la pressione del figlio per forza, altrimenti non sei una "persona compiuta", sta iniziando a vacillare (tutti a parlare del problema della crisi, ma molto più semplicemente i millenials faticano a vedere il lato positivo di quello che sembra solo l'inizio della distruzione dei loro sogni, almeno per come ce la mettono), per i trentenni cinesi, spesso figli unici intenti a badare a genitori e nonni in solitudine, metter su famiglia rimane un imperativo categorico.

 Come sopravvivere a tutto ciò?

 Non ultimo, molto interessante il rapporto tra millennials e i ricordi della rivolta di piazza Tienanmen.
 Rispetto, ma anche perplessità: come sapere a cosa avrebbe portato quella rivoluzione se si fosse compiuta? Non finisce sempre bene, si sono detti, forse è meglio rimanere al sicuro, pensano. Per ora.


MUMIN di Tove Jansson ed. Iperborea:

 Immagino che molti ricorderanno questi personaggi inventati dalla scrittrice finlandese Tove Jansson. Metto subito le mani avanti: io no.


 Non so se sia colpa del mio rintronamento o se ho proprio saltato il momento storico, ma oscuramente riconosco il disegno senza saperlo però collegare ad altro.


 Ho scoperto della loro esistenza leggendo "Fair play", uno dei libri da "adulti" di Tove Jansson che racconta la quotidianità di una coppia lesbica di artiste avanti con l'età, ma molto molto attive.

 Considerando che la Jansson ebbe una lunghissima storia d'amore con l'ex compagna di studi e artista Tuulikki Pietila, immagino ci fosse molto d'autobiografico.

 In ogni caso, i Mumin, sorta di soffici ippopotami bianchi, in Scandinavia e pare anche in Giappone sono famosissimi, talmente tanto da avere un parco a tema.

  In Italia i fumetti hanno avuto alterne fortune e finalmente sono stati rieditati da Iperborea.

 Il primo della serie, "Follie invernali", è praticamente perfetto per il Natale: racconta infatti delle disavventure dei Mumin alle prese col signor Brio, omino che adora l'inverno, la neve e le sciate e vuole goderseli a tutti i costi. Tutti.

Per chi è: per bambini, per grandi nostalgici e per gli appassionati di fumetti vintage.


UNA VITA APPARENTEMENTE PERFETTA di Michelle Hunziker ed. Mondadori:

 Non credevo che nella mia vita avrei mai recensito né tantomeno consigliato un libro di Michelle Hunziker, ma non bisogna mai e poi mai mettere limiti alla provvidenza.

 Non ho mai avuto una particolare passione per la Hunziker, ma, grazie ai Gente di mia nonna, anche io sapevo vagamente che, durante la crisi con Ramazzotti, era finita nelle grinfie di una setta.

 In realtà non avevo neanche ben capito fosse una setta, ma credevo, più blandamente, fosse una di quelle robe fuffologiche un po' blande a cui, di tanto in tanto, si affidano star e starlette in vena di sentirsi originali. Invece mi sbagliavo.

 "Una vita apparentemente perfetta" è talmente incredibile da un certo punto di vista, da sembrare la trama di un avvincente romanzo che uno scrittore italiano di talento avrebbe potuto inventare. Invece, mentre i nostri autori si perdono nei drammi dei borghesi o nelle profondità silenziose delle montagne, la vita vissuta li batte nettamente in originalità.

 La storia di una donna di successo della tv che finisce preda di una setta (una VERA setta, con riti precisi, principi parareligiosi, indottrinamento, vessazioni psicologiche e via dicendo) e vi rimane invischiata per anni nonostante tutti i tentativi di amici e parenti per tirarla fuori, che cade man mano preda di deliri spirituali e spiritici orchestrati da loschi personaggi in lotta tra loro, è qualcosa di incredibile nel vero senso della parola.

 A ciò si aggiunga che chiunque abbia aiutato la Hunziker a scrivere (immagino che non abbia fatto tutto da sola) è stato capace di dare al tutto un tono molto ansiogeno, ma non per questo romanzesco.
 Menzione di merito, in ogni caso a lei che, oltre ad aver avuto il fegato di parlare di una cosa del genere per filo e per segno, ha deciso di non assumere un tono da vittima degli eventi, ma di parziale complice delle sue disgrazie.

 Per chi è: per chi ama le "storie vere" o è appassionato di psicologia. Ce n'è da interrogarsi.

L'IMBUSTASTORIE ed. Abeditore:

 Ogni anno cerco di inserire nei miei consigli natalizi anche quello che considero il "consiglio jolly".

 Tutti hanno quei regalini senza impegno da fare a persone che non sono sconosciuti, ma neanche amici: legioni di colleghi, conoscenti della palestra, compagni di teatro, gente con cui per motivi vari ed eventuali intrattenete un frequente cordiale rapporto che comporta anche un "pensierino", possibilmente grazioso, possibilmente low cost.

 Ebbene, quest'anno la abeditore, in extremis, giunge ad aiutare le nostre tasche con una nuovissima collana: l'imbustastorie.
 L'idea è quella di una busta (che si può tranquillamente spedire) all'interno della quale sono contenuti tre fogli sfusi diversi su cui sono stampate tre fiabe magnificamente illustrate in uno stile un po' vintage.
 In più c'è anche una cartolina originale.

 Per ora le buste tra cui potete scegliere sono otto e la differenza sta nel luogo di provenienza delle fiabe in esse contenute: Catalogna, Provenza, Giappone ecc.

Foto illustrativa mia, guardate che spettacolo
 Il prezzo: 3,50 euro.

 Se volete effettivamente vedere cosa intendo con "buste da spedire con grafica stupenda" basta andare al sito apposito.
 Questi giorni me ne sono arrivate via posta alcune e sono BELLISSIME. Altro che stupidaggine presa da Tiger, qui sì che fate un figurone.

Per chi: per le persone a cui dovete fare un "pensierino" MA ANCHE per gli amici lontani a cui vorreste mandare qualcosa.

RACCONTI DA RIDERE aa. vv. Einaudi:

 Il settore di umorismo, sostanzialmente dimenticato per il resto dell'anno, vive un rinnovato momento di gloria ogni dicembre.

 Moltissime persone over 55, probabilmente memori dei bei tempi andati, quando le vignette di Forattini facevano scuola alle masse (ricordo che anche mio nonno aveva i suoi libri e da bambina li sfogliavo senza capirci niente), entrano in libreria con l'idea che un libro "che fa ridere" sia ancora un regalo gradito con cui non puoi sbagliare.

 Indicativamente non hanno sempre torto, ma ultimamente di Forattinate non ne escono molte. Ogni anno c'è il classico titolo che salva capra e cavoli (quest'anno Antonio Albanese), ma esistono anche altre soluzioni meno vintage.

 Se siete alla ricerca di un libro che "fa ridere" quest'anno Einaudi ha pubblicato una graziosa antologia di racconti esilaranti che raccoglie firme vecchie e nuove di livello: Cechov, Benni, Nora Ephron, Woody Allen, Fante, Umberto Eco e molti altri.
 Magari invece di regalare la decima copia de "Il milanese imbruttito" o "Se i quadri potessero parlare", potrebbe essere un'idea.

Per chi è: Per chi ama i bei racconti raffinati e i libri allegri (e posso assicurarvi che trovarne è sempre un'impresa).


MONOPOLY di TEX e TRIVIAL PURSUIT dei fumetti ed. Bonelli:


Questo Natale in verità, per gli appassionati di fumetti Bonelli è una gigafiesta per gli occhi: sono usciti  il libro tributo con le copertine di Dylan Dog e la biografia di Tiziano Sclavi.

 Tuttavia se temete che il vostro compulsivo amico abbia già tutto, potete tentare con due giochi freschi freschi di Lucca: il "Monopoly" di Tex (a cui è abbinato anche "Vendetta indiana") e il Trivial Pursuit dei fumetti (a cui è allegato un libretto sui personaggi Bonelli).

 Potreste trarne del beneficio anche voi: invece di giocare a tombola o al complicatissimo mercante in fiera, con questi pratici giochi alla persona giusta potreste aprirvi nuovi orizzonti.

 Per chi è: lo storico appassionato di Tex, amanti dei fumetti e nostalgici degli anni '80.


DIARIO DI UNA DOTTORANDA di Tiphanie Riviere ed. Clichy:

 Nel corso della mia esistenza ho conosciuto una quantità di dottorandi davvero notevole, talmente tanto che mi sono chiesta, a un certo punto, quanti ce ne fossero in Italia.

 In ogni caso il tratto comune a tutti era: placida tranquillità fino all'ultimo anno di dottorato, quando tutte le energie dovevano infine convogliare verso un testo di senso molto compiuto.

 Tiphanie Rivière racconta le vicissitudini di una dottoranda di belle speranze partita con le migliori intenzioni: finirò in tempo, non mi stresserò, ho una tabella di marcia precisa.

 Peccato che l'università francese, da un certo punto di vista, non sia troppo distante da quella italiana e regali tragicomiche perle tra professori, burocrazia, lezioni da seguire e da impartire.

 Senza contare quel delirio cervellotico nel quale si finisce nel momento in cui si studia per troppo tempo una cosa.
 All'inizio sembra fattibile poi ti rendi conto che potresti studiare in eterno anche la cosa più banale.
 Il momento "pozzo senza fondo" con le conseguenze del caso è dietro l'angolo.
 La graphic che ne viene fuori è agile, carina, divertente.

 Per chi è: tutti i vostri amici e parenti che stanno ancora studiando, se tesisti o dottorandi ancor meglio.

lunedì 4 dicembre 2017

Consigli di Natale 2017 parte I! Per amanti di storia, geografia, Jane Austen, Downton Abbey, religione, manga lgbt e belle storie YA.



 Prima di partire per Più libri Più liberi è giusto e doveroso iniziare a seminare i consigli di Natale, anche perché so che finirà come tutti gli anni: inizio verso il 3-4 dicembre e mi sento in super anticipo e in un attimo arriva il 22 e vi do praticamente i consigli per capodanno e la befana.



In questa prima infornata c'è, ahimè, poca narrativa, ma prometto che recupererò con la prossima.



 Intanto che si cominci!






"TERRE SCOMPARSE" di Bjorn Berge ed. Ponte alle grazie:

 Il mondo contemporaneo ci ha dato tanto, ma ci ha di certo reso orfani di un grande gusto: quello dell'avventura.

 Fino a non moltissimo tempo fa potevi ancora sperare di essere la prima persona a piantare la prima bandiera da qualche parte, poi un secolo scarso è bastato a uccidere ogni entusiasmo. 

 Non è un caso, secondo me, che il cosmo non ci interessi più di tanto: negli anni '60 la gente faceva il tifo per i cosmonauti, adesso quando una sonda fa qualche foto eccezionale, l'unica cosa che si è in grado di chiedere è, "Sì, ma quanti soldi ci è costato?".

 Tuttavia, il tarlo a qualcuno dev'essere rimasto visto che da qualche anno in libreria spopolano una serie di Atlanti: quello dei luoghi maledetti, delle isole misteriose, perdute, varie ed eventuali.

 Se avete tra i vostri amici un appassionato del tema, il libro per lui è "Terre scomparse", una saggio anche abbastanza cicciottello su stati che furono e che non sono più.

Lingue di terra che furono stati di nome e mai di fatto, stati di brevissima durata, città stato nate dalle guerre e solo per il tempo di una guerra (la città di Mafeking durante la guerra boera nel Transvaal a cui partecipò anche il fondatore degli scout, Baden Powell, ricordo ancora la canzoncina: "C'era la guerra, la guerra nel Transvaal, boeri contro inglesi e c'era un general larinsunfralalillalero"), regni dominati da principesse islamiche, come Bhopal, distrutti nel nostro secolo dai disastri di multinazionali senza scrupoli.

 C'è spazio anche per stati che furono e non sono più, come la ex Iugoslavia. Ricordo che quando studiavo geografia alle elementari il caos in tal senso era tale che ogni anno toccava aggiornarsi. Mai dimenticherò che per me il primo nome della Russia fu CSI: comunità di stati indipendenti!

Per chi è: per gli amanti della geografia e della storia.


"RE MAGI" di Franco Cardini ed. Marsilio:

 Vengono da lontano, da una galattica civiltà, su un cammello lampo, re magi col manto.

 Ricordo che da bambina, mio padre, costruttore di presepi molto belli (come molti napoletani) faceva lentamente avanzare i re Magi sulle creste delle montagne innevate del presepe. Ogni giorno più vicino alla grotta (sul finale c'erano le statuine inginocchiate, giù dal cammello).

 Ma chi erano davvero i re Magi?

 Al contrario di altri aneddoti e dettagli simili, in realtà contenuti nei vari vangeli apocrifi (come la presenza del bue e dell'asino), i Magi sono certificati dal Vangelo di Matteo in persona: 

 "Alcuni magi giunsero da Gerusalemme a Oriente e domandavano: "Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo."
 Un particolare a dir poco fiabesco che non dice molto della natura di questi lontani adoratori: magi stava per maghi o per re? 

 E da quale oriente provenivano? Come avevano saputo che seguendo una stella cometa avrebbero raggiunto una divinità nascente? E perché loro, di certo di altri credi, avevano sentito il dovere di venire a rendere omaggio al bambino divino di un'altra religione?

 Alcuni li vogliono sacerdoti di Zoroastro, profeta la cui religione era diffusa nella regione indoiranica, altri che fossero effettivamente dei re.
 Molti altri hanno fatto notare come invece l'idea stessa di uomini importanti venuti da molto lontano a rendere omaggio alla nascita di Gesù fosse fin troppo metaforica e carica di significati per credere che questi tre uomini siano esistiti davvero.

Per chi è: per chi ama i presepi, le curiosità storiche e il Natale come festività religiosa (ma detesta gli stucchevoli libri su quanto sia bello essere cattolici sotto le feste).


PER CHI E': Un saggio molto natalizio, anche per chi non crede, e specialmente indicato, secondo me, per chi ama il presepe.


"IL MARITO DI MIO FRATELLO" di Gengoroh Tagame ed. Panini:

 Se ci tenete a fare un regalo queer a un vostro amico/amica (anche non necessariamente gay, magari semplicemente pazzo dello show di RuPaul o appassionato di bei libri a tema) voglio consigliare per questo natale un manga e un libro tributo.

 Il manga è il primo di due volumi "Il marito di mio fratello", una sorta di piccolo bignami che bisognerebbe donare a tutte le sentinelle in piedi sotto l'albero (se non fosse che probabilmente ci farebbero un falò).

 Racconta la storia di Yaichi, giovane padre single della piccola Kana, che un giorno si vede piombare in casa il gigantesco canadese Mike, il marito di suo fratello appunto, appena defunto in quel della landa di Trudeau.

 Mike è venuto in Giappone a visitare i luoghi dell'infanzia del marito (anche se pare debba anche portare a compimento un'imprecisata promessa) e, malgrado Yaichi desideri tanto che l'infausto cognato schiodi da casa il prima possibile, nulla può davanti all'entusiasmo della figlioletta, letteralmente entusiasta della presenza di uno zio straniero.

 La storia smonta pezzo per pezzo tutti i pregiudizi che una persona etero che non ha mai conosciuto (o voluto conoscere, come Yuichi non hai davvero voluto conoscere il defunto fratello) persone gay può avere in merito.

 Il terrore di Yuichi, padre estremamente amorevole, è che appunto la figlioletta possa venire traumatizzata dall'idea che lo zio avesse un marito, tuttavia scopre che per la figlia tutto, una volta spiegato con parole adatte e semplici, è estremamente naturali. Quando aveva paura per lei, in realtà Yaichi temeva solo per sé stesso e i suoi limiti mentali.

 Del resto anche Yaichi soffre di una forma di discriminazione: in un paese estremamente maschilista come il Giappone, una volta divorziato, è lui a prendersi cura della bambina e della casa. Vive grazie alla rendita di un condominio ereditato che gestisce come amministratore e confessa a Mike di sapere che dopotutto "Non è un lavoro onorevole".

 La storia è dolcissima, la straconsiglio a tutti, anzi, forse più che all'amico gay in cerca di nuove letture è il caso di regalarlo a quel parente che sì ok portate il vostro compagno o compagna a cena e va tutto bene perché non può dire nulla, però, dio mio, qualcuno pensi ai bambini!

 Il libro tributo invece è "Love is love" ed è finalmente l'edizione italiana di una raccolta di disegni e fumetti di famosi autori di fumetti fatti apposta per questo volume, il cui ricavato va alle famiglie delle vittime della strage di Orlando. Per inciso, lo voglio moltissimo.

 Per chi è: L'amic* lgbt, appassionato di tematiche lgbt, ma anche il parente e amico che tutte le volte che vi vede vi chiede robe assurde tipo "Chi è la moglie e chi il marito" o "Come fanno sesso le lesbiche?" (esistono e sono tanti).
 Il libro tributo invece è per tutti gli amici che a Natale chiedono "non regali, ma opere di bene".


"LUCENERA" di Barbara Baldi ed. Oblomov e "L'ASSASSINIO DI FLORENCE NIGHTINGALE SHORE" di Jessica Fellowes ed. Neri Pozza: 

 Alzi la mano chi non ha l'amica amante di Jane Austen.
 Essa è una costante nella vita di ogni lettore, come lo è l'amante di telefilm e film sugli zombie per gli appassionati di serie e cinema.

 Ogni anno sapete che dovrete lanciarle, quale dono votivo, un libro a tema e, devo dire, per vostra fortuna lo sanno pure le case editrici che danno un senso all'esistenza delle fascette giusto in questi casi scrivendovi a caratteri cubitale: "SE AMATE JANE AUSTEN" o "PER GLI AMANTI DI DOWNTON ABBEY".

 Per la prima tipologia vi suggerisco un regalo un po' spericolato: "Lucenera" di Barbara Baldi. 

 Spericolato perché si tratta di una graphic novel, genere spesso snobbato dai non lettori di fumetti.
 Eppure la storia è fatta apposta per rubare il cuore a tutte e tutti gli appassionati della campagna inglese ottocentesca, delle trine, dei vestiti lunghi e accollati, delle vecchie zie che muoiono lasciando difficili eredità.

 La storia comincia quando una vecchia zia muore lasciando tutti suoi avere alle due nipoti: Olivia e Clara.

 Olivia riceve il denaro e Clara la tenuta, con grande scorno di Olivia che se ne va via indispettita. In realtà Clara non ha fatto questo grande affare: la tenuta infatti è morente e nessuno sforzo sembra riuscire a salvarla dalla rovina, nonostante a lei la ragazza sacrifichi ogni cosa, compreso il suo grande sogno di entrare in un'accademia di musica.

 La storia è graficamente bellissima, con toni molto scuri, illuminati solo in parte dalla ardenti luci di camini e candele, restituendo in tal modo la sensazione gelida e umida della sperduta brughiera inglese.

 Il ritmo procede con la giusta lentezza e le emozioni sono grandi, ma trattenute, proprio come conviene a qualsiasi signorina alla Austen.

 Di rapina vi lascio anche il consiglio "Downton Abbey" già testato sulla madre di dolcemetà, grandissima appassionata della serie (un grazie speciale a Neri Pozza che col suo catalogo ad hoc mi salva ad ogni ricorrenza): "L'assassino di Florence Nightingale Shore".

 La storia, che si basa su un omicidio realmente avvenuto, parte dall'assassinio di un'infermiera, la Florence del titolo, salita impellicciata su un treno e mai più scesa.
 Ad indagare sarà la diciottenne Louisa, ragazza a servizio della celebre famiglia Mitford, sì proprio quella della Nancy di "L'amore in un clima freddo".

 Jessica Fellowes (che manco a dirlo è la nipote del creatore di "DA") intreccia finzione, miti dell'aristocratica Inghilterra che fu, cronaca e tanta tanta, secondo me, furbizia.
 Farete un figurone e Jessica tanti soldi.

Per chi è: amanti di Jane Austen e "Downton Abbey".


"L'ULTIMA LEZIONE DI MISS BIXBY" di John David Anderson ed. Mondadori:

 Non è facile scrivere libri per i cosiddetti YA, non è facile sceglierli e non è facile regalarglieli, perciò spesso si passa per la via più facile: biografia di un cantante amato (anche a me fu regalata una biografia di Ligabue alle medie), biografia di youtuber amato, un'altra cosa, qualsiasi cosa non sia libro.

 Eppure, se il giovane lettore ama leggere o comunque lo fa volentieri, è un peccato deporre le armi.

 Se avete un 12-13-14enne in casa che non invoca l'Anticristo alla visione di un libro, "L'ultima lezione di Miss Bixby" può fare al caso vostro.

 Ci troviamo davanti a uno di quei rari libri in grado di parlare di insegnanti, scuola e buoni sentimenti senza che tutto non sembri assurdamente stantio o pesantemente posticcio.

 La storia è scritta dal punto di vista alternato (un espediente ultimamente molto amato) di tre giovanissimi studenti: Brand, Topher e Steve.

 Tutti e tre amano molto la loro giovane insegnante, miss Bixby, diversa da tutti gli altri: ha i capelli rosa, insegna in modo particolare, si appunta i sogni dei suoi alunni, sorride e legge libri fantasy.

 Purtroppo, prima della fine dell'anno scolastico, annuncia il suo ritiro: ha una grave incurabile malattia.

 I tre giovini, dopo un momento di sconvolgimento, tentano di ricostruire la sua ultima giornata perfetta, così come lei, durante una lezione l'aveva descritta.
 Certo, c'è di sguazzare nella tragedia e nei buoni sentimenti, ma i buoni sentimenti ultimamente sono molto sottovalutati e non trovo fuori luogo, almeno a Natale, ricordare ai ragazzi che essere gentili è il primo passo per essere delle brave persone.


sabato 25 novembre 2017

La giornata contro la violenza sulle donne e il vero fulcro del problema: quel legame potentissimo tra potere, virilità e sottomissione. Leggere "The Power" di Naomi Alderman per capire.

 In questa giornata contro la violenza sulle donne, potrei parlare di molti libri, infiniti, troppi purtroppo.

Potrei ricordare, e la ricordo ora, come ogni anno, Stefania Noce  per l'emblematicità della sua storia, quella di una studentessa universitaria, femminista, consapevole, uccisa assieme a suo nonno dall'ex fidanzato che non accettava la fine della loro storia.

 Emblematica perché distrugge molti alibi che vogliono la donna sempre complice della violenza che subisce: non era una persona debole, non era fragile, non subiva, non si era messa con un "poco di buono". E comunque nessuna di queste cose è una motivazione per subire violenza o per esserne dette complici.

 Il libro di cui credo sia il caso di parlare oggi è "The power" di Naomi Alderman, libro di fantascienza, infelicemente e incomprensibilmente tradotto dalla Nottetempo edizioni col titolo "Ragazze elettriche".

 Incomprensibilmente perché sì, la trama parla effettivamente di un futuro vicino in cui le adolescenti sviluppano d'improvviso una sorta di organo posto vicino alla clavicola che permette loro di generare scariche elettriche devastanti (ma anche in grado di dare piacere se usate in un certo modo), ma non è certo quello il fulcro della trama.
 Come, nella giornata sulla violenza sulle donne, non è davvero la violenza la questione su cui dirimere.

 Quello di cui si dovrebbe davvero parlare è lui: IL POTERE.


 Ho visto su fb che molti hanno già iniziato la solita tiritera del: ah, ma non sono solo contro la violenza sulle donne, sono contro la violenza in generale. Grazie. Davvero un contributo prezioso e soprattutto pregnante sulla questione. Siamo tutti contro la violenza. O almeno pare che oggi lo siano tutti, dopo aver passato mesi a buttare odio sui migranti e altre sciocchezzuole del genere.


 Il punto non è essere contro la violenza, ma capire perché esiste nella forma in cui esiste la violenza sulle donne che, personalmente, credo abbia la stessa radice di tutti i tipi di violenza: la sopraffazione e la sottomissione.

 Quel che è importante capire, e che il libro di Naomi Alderman spiega molto bene, è perché nel caso della violenza sulle donne ci troviamo di fronte a una manifestazione così frequente, virulenta, abituale eppure allo stesso tempo incompresa e incomprensibile, come visto anche durante il caso Weinstein.

 Nel libro della Alderman appunto delle adolescenti scoprono improvvisamente di possedere questo organo in grado di generare scosse elettriche violente, anche mortali se incontrollate.
 La cosa interessante è che la trama si concentra sul momento esatto della scoperta. Non ci troviamo 10 anni dopo o 20 anni dopo, ma nell'esatto momento.

 Come se voi domattina vi svegliaste e scopriste che siete in grado di mandare in tilt tutti gli elettrodomestici di casa o poteste diventare una sorta di teaser vivente.
 Come vi sentireste?
 Terrorizzati, spaventati, non credo felici di una cosa potenzialmente mortale che non sapete che conseguenze potrebbe avere sugli altri, ma anche su di voi. Potrebbe uccidervi? Potrebbe uccidere?

 Ma se voi vi trovaste in una situazione terribile. Se voi foste la ragazza rumena ridotta in schiavitù da quell'uomo in Calabria, se foste una donna finita nella tratta delle bianche, se vi trovaste in un paese del mondo in cui essere donna vi impedisce di uscire di casa senza la presenza di un uomo, come la prendereste?
 Non vedreste forse una possibilità di fuga? 

 Ed è quello che le protagoniste della storia, la figlia di un boss della mala che vede sua madre uccisa da scagnozzi rivali e una ragazzina abusata dalla famiglia affidataria, si rendono conto di poter fare.
 Loro POSSONO usare a loro vantaggio le potenzialità del nuovo inaspettato organo. Loro hanno POTERE finalmente.

E lo scoprono le donne dell'Arabia Saudita, lo scoprono le donne costrette alla prostituzione, lo scoprono pian piano tutte le donne sottomesse del mondo. Quelle che finora il potere lo hanno subito.
 Più lenta e terrorizzata è invece la consapevolezza di chi, dopotutto, quel potere non lo subiva con forza, di chi vorrebbe che tutto restasse uguale perché andava tutto bene, non c'era nessun problema.
 La sottomissione data dal potere costituito, su di loro, non era davvero forte.

 Ed è quello che accade alla figlia adolescente di un'altra protagonista, una politica americana che si batte perché vengano istituiti dei campi per addestrare queste ragazze, cosa a cui gli uomini si oppongono strenuamente, speranzosi che il problema così com'è nato, muoia.

 Ma il problema si aggrava quando si scopre che non solo le ragazzine posseggono quest'organo, ma sono in grado di "risvegliarlo" anche nelle donne adulte.

 In un crescendo si arriva ad un punto in cui il sistema basato sul potere precedente inizia a scricchiolare: l'Arabia Saudita vive una stagione di rivolte femminili che cacciano gli sceicchi al potere, a est sorgono degli stati indipendenti, negli Stati Uniti viene fondata una religione femminile e le ragazze più giovani capiscono che il potere adesso pende dalla loro parte e iniziano a farne assieme all'uso anche un abuso. Le parti iniziano a invertirsi e il mondo corre verso un'inevitabile, gigantesca guerra.

 Perché questo libro è particolarmente bello?


 Perché non parla di difetti maschili e virtù femminili o difetti femminili e virtù maschili. Non ci dice che un mondo governato da donne sarà migliore perché le donne "sanno ascoltare, sono madri, sono assertive, sono qui e sono lì" (anzi) questo libro racconta benissimo qual è la vera questione in gioco: il potere.



 Il sistema di potere vigente, di stampo patriarcale (in occidente picconato abbastanza nell'ultimo secolo, ma non tanto quanto crediamo) si fonda su un'idea di maschile e femminile contrapposti.

 Non solo, ma pretende che la virilità, l'essenza stessa degli uomini, debba essere continuamente comprovata tramite atti di forza e sottomissione nei confronti di altri uomini, ma, soprattutto nei confronti di chi si ritiene più debole: donne, omosessuali (non ritenuti "davvero" uomini e anche per questo confusi con le donne transgender), minoranze varie ed eventuali.

 Ma, in primis, gli uomini per essere "veri" uomini devono stabilire il loro potere su coloro che per prime ritengono "altro" rispetto a loro: le donne.


 Un "vero" uomo non si fa mettere i piedi in testa da una donna, non permette che una donna comandi, non tollera una donna sopra di lui, non tollera che una donna possa prendere la decisione di lasciarlo, di andarsene, di essere indipendente.


 Un uomo che non ha "il controllo" della propria donna come fa a dirsi tale? La virilità si misura nella quantità di potere che riesci a dimostrare di avere.

 Ovviamente so che per molti uomini finalmente non è così e dico finalmente anche e soprattutto per loro.

 Perché se ritengo che una donna debba essere libera dagli stereotipi che la vogliono, moglie, madre, sposata, sottomessa, meritevole di lavori ancillari e mai di comando, angelo del focolare e via dicendo, penso che un concetto di virilità del genere debba essere insostenibile anche per molti uomini.
No, non è una vecchia pubblicità progresso,
ma una delle "terrorizzanti" cartoline
anti-suffragette 


 Il dover sempre dimostrare qualcosa, ostentare, mostrarsi, essere sempre sottoposti al giudizio di chi misura ogni gesto, di chi controlla se piangi, se hai un lavoro migliore di tua moglie, se guadagni abbastanza, se hai abbastanza oggetti di potere, se banalmente hai la patente o no, se preferisci stare a casa ad accudire la pargolanza mentre tua moglie lavora ecc, credo sia un peso terribile da sopportare.


 Un peso particolarmente gravoso per chi, per educazione o contesto sociale, misura la propria vita in base a quello che riesce a dimostrare e a dimostrarsi, non per quello che alla fine realmente è.

 E così se un uomo esiste agli occhi degli altri e di se stesso solo se dimostra di "avere il potere" e di poter pretendere "sottomissione" da qualcuno sempre e comunque, per quell'uomo il potere è la cosa più importante.

 Senza, cosa rimarrebbe di lui, pensa? Niente.

 Se dimostro che lei può lasciarmi, chi sono io? Nessuno.

 Il potere è una cosa molto importante anche quando non determina chi siamo, ma quando è l'unica ragione della nostra esistenza, diventa tutto.

 Se davvero vogliamo che la violenza sulle donne termini, se vogliamo che qualsiasi tipo di violenza termini ciò che dobbiamo davvero spezzare è il nesso tra virilità e potere e tra potere e sottomissione, della donna in primis.



 Quando questo circolo perverso sarà spezzata allora saremo tutti liberi, tutti, uomini e donne, etero e gay, autoctoni e migranti, chiunque.


 Un gioco di potere da cui molte donne non sono esenti.


Ci si chiede spesso: perché tante donne non sembrano essere dalla parte delle altre donne che subiscono violenza?
Perché anzi, spesso, gli insulti peggiori sembrano arrivare da loro? 

 Perché nel caso Weinstein molte si sono dimostrate incapaci di empatia (e mi spiace non credo che esista donna sulla terra che non abbia subito una molestia)?

 Perché anche qui parliamo di potere.

 Se pensi che una vera donna acquisisca un ruolo (e quindi uno status) dall'essere sottomessa, dal comportarsi in un certo modo, dal dimostrare continuamente di essere inserita esattamente nei canoni prestabiliti, quelli della purezza, della devozione assoluta, della fedeltà, della sessualità nascosta e repressa, allora per te dimostrare di essere migliore di chi non si adegua diventa una conferma della propria importanza.


 Io seguo davvero le regole e a me quello che capita alle altre non succederà mai.

 Chi vuole sovvertire le regole se la va a cercare.
 Una "vera" donna sa stare al suo posto.
 Una "vera" donna sa dove risiede il suo potere: nell'appartenere a un uomo in grado di esercitare un grande potere.

 Non sono così ottimista sullo sgretolamento del sistema patriarcale in tempi brevi. E non lo è nemmeno la Alderman nel suo libro.
 Nessuno cede il potere senza combattere e il potere, proprio come l'anello di Sauron ne "Il signore degli anelli" è una tentazione potentissima, che muove eserciti, scatena guerre, divide le famiglie e resiste in ogni modo alla volontà degli uomini di distruggerlo.



 Ps. Non mi sono soffermata lungamente sul concetto della donna come primigenio "altro" per l'uomo perché ci si potrebbe scrivere un saggio e ovviamente sono stati scritti.



 Ma è un nodo troppo importante per essere lasciato cadere così perché è su questo nodo che si basa gran parte del subdolo modo in cui si convincono molte donne a difendere con le unghie e con i denti quello che ritengono un ineluttabile destino, a minimizzare le violenze, a pensare che sbaglia chi vuole cambiare le cose, anzi, che chi vuole cambiare le cose sia un sovversivo che vuole rovesciare un presunto ordine naturale.





 Per approfondire:

  "Il secondo sesso" di Simone de Beauvoir
  "Speculum. L'altro in quanto donna" di Luce Irigaray
  "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato" di Engels
  "Il racconto dell'ancella" (visto che peraltro adesso va di moda)
 "La fabbrica delle mogli" di Ira Levin
 "La mistica della femminilità" di Betty Friedan
 "Gli uomini mi spiegano le cose" di Rebecca Solnit


giovedì 23 novembre 2017

L'Italia fuori dal mondiale. Il calcio è sempre una facezia o ha avuto una parte nella storia? 4 Storie e 5 libri correndo dietro un pallone tra Auschwitz, rivoluzione ungherese, desaparecidos e guerra civile iugoslava.

 Ebbene sì, è accaduto. L'Italia è fuori dal mondiale.

 Una notizia, ne do atto al mondo, che insomma nel mare magnum del delirio a cui veniamo sottoposti giornalmente dalla politica internazionale, può fregare relativamente. Eppure.

 Eppure i mondiali rendono le estati per chi non le ama troppo, come me, sopportabili, e per chi le adora, indimenticabili, tra gli ultimi baluardi dell'immaginario collettivo in un mondo liquido.

 Non posso ovviamente avere memoria dei mondiali del 1986 perché avevo due anni e anche di Italia '90 ricordo a stento la canzone di Bennato e Nannini come una sorta di sogno nelle serate estive in Sardegna.

 Ho più memoria di Usa 1994. Avevo dieci anni ed ero in Sardegna con mia madre e mia sorella, al solito. Come fossimo nel pieno negli anni '50, in una casa che non aveva elettrodomestico alcuno (esclusa la lavatrice), ascoltavo le partite alla radio tentando di capirci qualcosa da sola, visto che mio padre se ne stava dall'altra parte del Tirreno a lavoro.

 Il 1998 me lo ricordo come un anno fiacco in cui vinsero oscuramente i francesi e nel 2002 ero completamente disinteressata, presa com'ero a scrivere, durante i pomeriggi caldissimi di partite con gol continuamente annullati, il romanzo che credevo mi avrebbe dato la gloria.

 Il 2006, stranamente, è stato l'unico mondiale che ho seguito dall'inizio alla fine e ricordo benissimo dove fossi a ogni partita (compresa la volta in cui, durante Italia-Ucraina, vista in un centro sociale, rischiammo le botte di un raid di fascisti di Latina). Etcetera etcetera etcetera. 

 Perché vi racconto questi inutili spaccati di vite che non sono la vostra?

 Per arrivare al vero punto della faccenda: per tutti gli italiani non usualmente appassionati di calcio, come me, che a stento ne capiscono le regole, i mondiali non sono tanto una gara sportiva quanto un insieme di ricordi. E' più semplice fissare nella memoria qualcosa legato a un momento comune.

E  poi, siamo poi completamente certi che lo sport sia una sciocchezzuola senza veri legami col presente? Una distrazione dalle cose importanti, avulsa dal corso della storia?
 Non proprio. Non sempre. Ho raccolto alcuni libri che dimostrano come calcio e storia si siano incrociati, dolorosamente, qui e lì.

Non ci credete? Let's go!


DALLO SCUDETTO AD AUSCHWITZ di Matteo Marani ed. Imprimatur:

 In questi tempi di revisionismo storico, in cui si cerca di far passare  nazisti e fascisti per poveri perseguitati della libertà di parola e non per gente che si rifà a regimi che hanno causato lo sterminio calcolato di milioni di persone, una guerra mondiale e un'Europa ridotta in macerie, fa bene ricordare la storia di Arpad Weisz.

 Forse, infatti, non tutti sanno che l'allenatore più giovane a vincere uno scudetto italiano fu proprio lui, a trentaquattro anni, ex calciatore ungherese, con l'Ambrosiana.

 Ma andiamo con ordine.

  Il buon Arpad nasce nel 1896 in un paese vicino a Budapest. Crescendo dimostra di saper giocare a calcio, viene anche convocato in nazionale e inizia a giocare in alcune squadre italiane finché un infortunio lo blocca.

 Scopre però di saper allenare e, sostenuto dalla moglie, iniziano i successi culminati nello scudetto dell'Ambrosiana. MA.
 Ci sono, purtroppo, due MA grossi come una capanna nella vita di Arpad: è ebreo e in Italia c'è il regime fascista.

 Quando vengono promulgate le leggi razziali (sì, proprio quelle che adesso qualcuno cerca di farci credere che furono uno scherzetto da niente), è costretto a riparare in Olanda assieme alla moglie ai figli. Lì ricomincia ad allenare, ma la mano lunga del nazifascismo lo raggiunge infine nel 1942.

 Deportati ad Auschwitz, i figli e la moglie verranno subito uccisi nelle camere a gas, mentre lui vivrà ancora 15 mesi in un altro campo di concentramento prima di esservi riportato e assassinato nel gennaio del 1944.

 Esiste un libro con la sua storia, "Dallo scudetto ad Auschwitz" di Matteo Marani ed. Imprimatur e, proprio in questi giorni, è uscita una graphic novel a lui dedicata, "Arpad Weisz e il littoriale" di Matteo Matteucci ed. Minerva.

 E' MOLTO BENE rinfrescarsi la memoria dei tempi andati e delle vittime che ha mietuto.


LA SQUADRA SPEZZATA di Luigi Bolognini ed. 66thand2nd:

 Più dell'esclusione dal mondiale fu questo libro nello specifico a darmi l'idea per questo post (sì, parecchio e parecchio tempo fa, c'è un grande limbo dove galleggiano decine di post ipotetici).

 Negli anni '50 la nazionale ungherese era fortissima, imbattuta per 28 partite e 4 anni fino alla finale dei mondiali del 1954 giocati in Svizzera.

 Durante l'ultima partita, a Berna, persero 3 a 2 contro la Germania Ovest (praticamente lo smacco definitivo in tempi di guerra fredda) e non ci fu nessuna rivincita negli anni successivi.

 Nel 1956 infatti i carri armati sovietici invasero Budapest per sedare l'insurrezione antisovietica causando morti, feriti e profondi strascichi politici e sociali nel paese magiaro antisovietico e socialista al tempo stesso (come anche lo stesso protagonista di questo romanzo di docufiction).

 Cosa c'entra la rivoluzione con la nazionale ungherese? 

 Molti tra i giocatori migliori militavano nell'Hònved, squadra che nei giorni dell'insurrezione si trovava in Spagna per una partita della coppa dei campioni.

 I giocatori, alla luce delle tristi notizie ad est, rifiutarono di tornare e rimasero in occidente nonostante l'Uefa  finisse per squalificarli tutti per due anni.

 Il più famoso di loro, Ferenc Puskàs, riuscì a tornare ai mondiali, nel 1962, nella nazionale spagnola dopo l'avvenuta naturalizzazione. Aveva troppi anni di più e la Spagna non andò oltre i gironi.


L'ULTIMO RIGORE DI FARUK di Gigi Riva ed. Sellerio:

 Il Faruk del titolo era Faruk Hadzibegic, capitano della nazionale iugoslava che calciò (male) il calcio di rigore decisivo ai quarti di finale Argentina-Jugoslavia di Italia 1990.

 La nazionale iugoslava perse e due anni dopo non esisteva più, assieme al paese, mai vero paese, che dopo la morte di Tito aveva iniziato ad agitarsi fino a correre verso la sanguinosissima guerra civile.

 Non ricordo ovviamente nulla di questa partita e ho un'insieme di immagini angosciose della guerra civile nei balcani. 

 Ricordo le letture a scuola, i servizi al telegiornale, le signore che chiedevano l'elemosina in metropolitana dicendo di venire alla Bosnia e la confusa sensazione che un giorno le bombe sarebbero arrivate anche da noi.

 Ma nel 1990 la Iugoslavia era ancora una nazione e aveva ancora una nazionale e l'interrogativo di Riva è: se Faruk non avesse sbagliato quel rigore, se la nazionale avesse vinto i mondiali, si sarebbe potuta evitare se non rimandare la guerra?

 La nazionale, come anche il tifo degli ultras, era già frantumata in mille pezzi che non combaciavano: croati, serbi, bosniaci, montenegrini, musulmani, cristiani.
  Ma in effetti se c'è una cosa che gli eventi sportivi e l'uso politico che molti ne hanno fatto (come si vedrà poi nel libro seguente) ci hanno insegnato è che c'è una stretta correlazione tra un evento sportivo nazionale e nazionalismo.

 Una vittoria di una nazionale composta da tutte le parti di una nazione avrebbe contribuito a far rinascere un forte spirito nazionalista?
 Ho i miei serissimi dubbi in proposito. Faruk, almeno a mio parere, può dormire tutti i sogni tranquilli che desidera.


I MONDIALI DELLA VERGOGNA di Pablo Llonto ed. Alegre:

1978. Argentina.
 Due anni prima un colpo di stato militare aveva deposto Isabel Peròn, vicepresidente e moglie del defunto presidente Juan Domingon Peròn, e aveva instaurato una dittatura con a capo il generale Jorge Rafael Videla.

 Il regime, di stampo fascista, mirò con ogni mezzo alla soppressione di qualsiasi movimento democratico (con particolare repulsione verso le istanze comuniste), facendo un ampio uso di violenze, torture, rapimenti e uccisioni di oppositori (spesso mai più ritrovati, i famosi desaparecidos).

 Per citare solo una delle sue innumerevoli vittime, cadde sotto i suoi colpi anche il fumettista Héctor Oesterheld, l'inventore de "L'Eternauta", rapito e ucciso come anche le sue quattro figlie (di cui due in avanzato stato di gravidanza).

 Come ogni regime fascista che si rispetti, anche quello argentino faceva leva sempre sugli stessi capisaldi: nazionalismo esasperato e glorificato in primis.

 E il mondiale che l'Argentina ospitò e vinse fu l'emblema sportivo del modo in cui il mondo si comportò con la dittatura argentina: accontentandosi di una verità di facciata che rendeva la vita più semplice a tutti.

 Mentre i dissidenti continuavano ad essere catturati e uccisi, il mondo celebrava una festa sportiva che di festoso aveva ben poco, contribuendo a legittimare un regime la cui immagine usciva splendente.

 Li chiamano i fascisti in doppiopetto, quelli che hanno la faccia pulita davanti e il manganello dietro la schiena. 

 E il mondo li applaudì molto quei mondiali del 1978 che contribuirono a un'ondata nazionalista di cui il paese non aveva certo ulteriore bisogno.
  Del resto è semplice voltare le spalle all'orrore e fingere che non esista nessun centro di detenzione e torture nella Scuola meccanica dell'esercito, a poca distanza da uno stadio pieno ed entusiasta.

 Per vergognarci un po' tutti insieme e metterci in guardia sulla deriva del nostro presente, si può leggere il libro "I mondiali della vergogna" di Pablo Llonto ed. Alegre.


 E ora? Pensate ancora che i mondiali siano una facezia in confronto ai "veri problemi" del mondo?


domenica 12 novembre 2017

Piccole (gotiche) recensioni tra amici! Quattro classici gotici da leggere tra le inquietanti nebbie di novembre tra ragni, castelli, fantasmi dell'opera e hommes fatali.

Ed ecco che finalmente ritorno con un piccole recensioni tra amici.


Magari ultimamente non vi sembra più, ma i post scritti sono i miei preferiti e mi sta davvero spiacendo non riuscire a dedicarmici quanto vorrei (peraltro per una novità prossima ventura farò ancora più fatica, ma terrò duro).

 E' talmente tanto tempo che non mi applico che, come potrete notare, le quattro recensioni di seguito riguardano tutti libri ancora in clima halloweenoso. 

 Sono infatti storie gotiche, tutte però accomunate dall'essere dei grandi classici del passato (alcuni noti, altri riscoperti).

 Non ho ancora un preciso mood novembrino, per ora molti fumetti anche perché rosico ancora un po' per non aver potuto andare a Lucca neanche un giorno (a causa di una cosa che vedrete in un fumetto spero la prossima settimana). L'anno prossimo ci andrò dovesse cascare il mondo.

 Vabbeh, bando alle ciance, ecco a voi le recensioni! Olè!


"IL RAGNO" di Hanns Heinz Ewers ed. Meridiano Zero:

 Se potessi avere un euro per ogni volta che trovo scritto su una fascetta o una quarta di copertina "E' il nuovo Poe" et simili, sarei ricca (se contassimo anche gli euro dei novelli Bukovski sarei direttamente miliardaria).

 Il problema di queste iperboliche fascette, frutto di necessario, ma fuorviante marketing, è che poi finisci per non fidarti più, anzi, per provare un mix letale di repulsione e incredulità verso i tomi che se ne fregiano.

 Quando per All Hallow's Read mi è capitato in sorte "Il ragno" di Hanns H. Ewers descritto appunto come "l'erede tedesco di Poe" ero perplessa, nonostante l'invitante copertina vintage con femme fatale e ragno sullo sfondo.

 Diciamolo subito, di erotico questi racconti hanno poco e niente (a parte uno, molto molto disturbante su un anziano truffatore che si trova implicato in una torbida storia di Vudù ad Haiti), ma la promessa di mantenere le atmosfere alla Poe è pienamente mantenuta, anche perché Ewers, vissuto a cavallo tra '800 e '900 pescava dal suo stesso immaginario.

 Il pezzo forte è il racconto che dà il titolo al libro: "Il ragno".

 In mezzo a Parigi c'è la stanza di una pensione in cui gli inquilini iniziano misteriosamente a impiccarsi. Perché lo fanno? Uno studente accetta di abitarvi per indagare e scoprirà che dall'altra parte della strada abita una strana, misteriosa ragazza.

 La figura della donna alla finestra madre di ogni guaio sovrannaturale è curiosamente simile a "L'uomo della sabbia" di Hoffmann, ma l'uso che ne fa Ewers è completamente diverso.

 Anche gli altri sono piacevoli e possiedono una certa vena vagamente perversa che non si ravvisa spesso in Poe, se non in rari racconti, come in quell'autentico capolavoro che è "I cari estinti".
 Da leggere.


"ROMANZO SICILIANO" di Ann Radcliffe:

 Traumatizzata da "Il castello di Otranto", ho sempre guardato con sospetto questi feuileton gotici inglesi ambientati in una fantasmagorica Italia che per loro faceva tanto esotico, ma per noi è casa.

 Ho però voluto infine dare una possibilità ad Ann Radcliffe, se non altro per dovere di lettrice e l'ho trovata graziosa (lo so, gli amanti della letteratura inglese, dopo questo sono lì con un randello), ma non entusiasmante.

 La storia è una faccenda di amore, morte e famiglia che ovviamente non poteva aver luogo, nell'immaginario inglese, che in Sicilia.

 La famiglia Mazzini è composta da padre vedovo, seconda moglie (bella e altezzosa e amante dei toy boy), figlio maggiore e due figlie minori, tutti nati dalla prima dolcissima moglie. I figli sono tutti belli e buoni, i due conti invece perfidi e dediti solo ai propri interessi.

 Mazzini vive a Napoli per anni con figlio e moglie, mentre le due ragazze se ne stanno nel loro castello siciliano a leggere e filare con la governante, la signora Menon.

 Un giorno però, una festa data dal conte, di ritorno nel castello siculo, stravolge le loro vite e prende il via una storia d'ammmmore (tra una delle figlie e un nobile con pochi denari), tra inseguimenti, preti malvagi, rivali vecchi e a dir poco malvagissimi e un riferimento copiato da Charlotte Bronte in Jane Eyre grosso come una capanna (che non posso spoilerare).

 La storia è scorrevole, ma ho la conferma che questo filone non fa per me.
 Di gotico c'è ben poco, mentre abbondano amori, amorini, amorazzi, svenimenti e altre leziosità che non mi appassionano particolarmente, ma fanno probabilmente la felicità di tutti quei lettori che adorano le sorelle Bronte, la Austen e simili.
 Amanti della letteratura inglese, perdonatemi.


"GOTICO AMERICANO" di Robert Bloch ed. Bompiani:

 E' curiosissimo questo romanzo di Bloch perfettissimo per Halloween (sì lo so, è passato, anche se non ho ancora smontato le decorazioni, ma va benissimo anche per le inquietanti nebbie di novembre).
 Curiosissimo perché i ruoli dei protagonisti di questa lugubre storia, più gialla che horror, sono ribaltati, ma andiamo con ordine.

 Siamo a Chicago, durante l'expo del 1893, e Crystal è una giornalista brillante che sogna di competere coi migliori reporter uomini. Ovviamente c'è il solito fidanzato non all'altezza e l'ansia che le mettono tutti per sposarsi, ma lei non vuole cedere e continua a lavorare in un giornale locale, finché un giorno fiuta il colpaccio.

 In città infatti, un avvenente farmacista ha fatto costruire una sorta di castello coi soldi della sua defunta moglie (defunta in un misterioso incendio) e vende rimedi che piacerebbero tanto a molta gente che attualmente si fa infinocchiare da chiunque faccia un video e lo posti su altercaxxate.it.

 Mentre il farmacista truffa gente boccalona, nel frattempo, alcune donzelle, tutte accomunate dall'essere passate per il suo castello, spariscono misteriosamente e Crystal è certa che l'affascinante ciarlatano c'entri qualcosa.

 La storia è concisa, senza eccessivi fronzoli, inquietante e divertente al tempo stesso.

 La situazione a ruoli rovesciati con la presenza di un Homme Fatale invece di una Femme Fatale credo sia il tocco di genio dell'intera trama.

 Al posto di stuoli di uomini che si rovinano per una donna dalla pelle di seta e gli occhi da pantera, qui abbiamo donzelle che per un uomo sexy farebbero qualsiasi cosa.
 Un'intuizione così poco usata (purtroppo) da risultare geniale.
 Fabolous.


"IL FANTASMA DELL'OPERA" di Gaston Leroux:

 Vale qui lo stesso discorso che vale per la Radcliffe: mi sento un po' cretina a recensire un classico, ma voglio farlo per aiutare tutti coloro che magari, come me, sono sempre indecisi se tentare la sorte o meno.

 "Il fantasma dell'opera" è uno di quelle storie di fantasmi che non mi ero mai decisa a leggere per colpa dei film. Non capivo bene perché dovesse interessarmi la tragiromantica storia di un tizio rinchiuso in un teatro e di una cantante d'opera ossia un miscuglio di gran parte delle cose che trovo abbastanza noiose ever.

 Ho poi trovato il romanzo, in realtà una sorta di racconto lungo, sempre all'interno di quella miniera che è "A cinema con il mostro" e ho scoperto che i vari film che hanno ritratto il fantasma dell'opera come un gran figo lievemente sfregiato, in realtà hanno tradito in tal modo l'essenza stessa del libro.

 La storia vede la giovane cantante d'opera Christine Daaè alle prese col sordido mistero che aleggia nel teatro dell'opera dove canta.

 Pare infatti che abiti in misteriosi cunicoli, spesso celati da giochi di specchi (favolosamente descritti nel libro e che lo rendono, in effetti, molto cinematografico), un uomo che dovrebbe anche essere il padrone stesso del teatro.

 Chi sia e perché si nasconda, nessuno lo sa.

 In ogni caso Christine inizia a essere preda di quest'uomo, il cui volto è sempre nascosto da una maschera e che sembra avere un perverso potere su di lei che neanche Raoul, il giovane conte innamorato della ragazza, riesce a spezzare.

 La storia gioca tutto sull'identità del fantasma che non si comprende se esista davvero o sia uno spettro che infesta il luogo, cosa che rende la trama sospesa tra una ghost story e un melodramma romantico (rendendola peraltro un'ottima trama per un'eventuale opera).

 Il finale non posso svelarvelo, ma rende chiaro perché gran parte della trama non ha senso se a interpretare l'uomo del mistero è un figone.

 Straconsigliatissimo per vari motivi, primo tra tutti l'estrema originalità della variazione sul tema. Lui ama lei che ama un'altro, ma se tutto avviene mettendo in mezzo i fantasmi, inseguimenti tra labirinti e trabocchetti, e nel bel mezzo di arie d'opera in un teatro perfettamente descritto, beh il livello sale e di parecchio.
 Lasciate stare i film e prendete il libro.

 Voi ne avete letto qualcuno? Continuerete le vostre gotiche letture anche in questo novembre che pare dicembre visto che ci sono già decorazioni di natale pure sui tombini? Testimoniate!



venerdì 10 novembre 2017

Udite udite! Il 15 novembre esce "Litania per un lettore lamentoso", il libro da parati scritto da me e illustrato da Marco Petrella!

 Post di servizio (domani dovrei riuscire finalmente a sfornarne uno nuovo di recensioni).

 Questo novembre usciranno ben due libri con la mia libresca firma.

  Il 15 novembre uscirà in libreria "Litania per un lettore lamentoso" ed. Verbavolant, scritto da me e illustrato da Marco Petrella.

 Il libro è un libro da parati, ossia un libro che si legge aprendolo come una cartina geografica, per poi finire in un'illustrazione a tutta pagina che può essere appesa al muro (appena mi arrivano le mie copie faccio un video).

 La storia è quella di un lettore che entra in libreria lamentandosi di non trovare nulla che gli piaccia. Un barbuto libraio lo convincerà che ci sono tante trame interessanti a questo mondo e infine il lettore passerà una cosmica serata.

 Tutta la storia è scritta con parole che iniziano per lettera L (così, in un attacco di megalomania).
  Potete trovarlo in anteprima questi giorni, allo stand verbavolant, se andrete al Pisa Book Festival.

(Il secondo libro è il già annunciato "Quanti dolori, giovane libraia"!, pieno di vignette e fumettose storie inedite di libreria, tra qualche giorno posterò la nuova copertina, molto queer diciamo).

Ecco a voi la copertina!


Le prove fotografiche della sua esistenza:



E chi andrà in fiera (questa o le prossime) potrà trovare anche il segnalibro/calendario 2018:


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