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giovedì 2 luglio 2015

I libri migliori (o più vividi) della mia infanzia/adolescenza. In quel gran mescolone di ricordi che diventa quel periodo quasi mitico ecco cosa è rimasto: doppelganger, falconi, tesori scomparsi e cattive gestioni agrarie!

 Per quanto abbia letto molto durante tutta la mia infanzia a preadolescenza, ho un ricordo di quelle letture piuttosto confuso, come se tutto facesse parte di un immenso calderone in cui troppe trame finivano mescolate a quantità assolutamente gigantesche di Topolino anni '70 che la sorella di mio nonno si era procurata non so dove (per quantità gigantesche intendo centinaia di numeri).
 Di libri che perciò mi sono rimasti impressi con forza ne sono rimasti poco. Mi rimane più che altro la sensazione che provavo quando leggevo, tra l'altro sempre con paesaggi estivi, perché nei tre mesi al mare, isolata dal mondo (sembra che abbia 70 anni, ma era in epoca presmartphone, quindi davvero ere geologiche fa), per passare il tempo non facevo altro che leggere.
 Ecco, se dovessi ricordarmi qualcosa di quei tempi lontani, rimembro principalmente un'immagine più romanzesca che di un romanzo: me, seduta sulle scale della casa al mare di mio nonno, che leggo e leggo e leggo nel caldo sardo.
 Comunque, romanticismo a parte, volevo fare un post sulle letture che hanno significato qualcosa per me nella mia infanzia, ma, visto il succitato calderone, ho fatto un po' fatica a fare un elenco degno di questo nome. Con un esercizio di memoria (pensavo di averne una migliore) infine ce l'ho fatta!
 Iniziamo!

 "LA BAMBINA COL FALCONE" e "ALLA CACCIA DEL TESORO SCOMPARSO":
 Grazie a dio i miei genitori non sono mai stati quel genere di genitore che ti riempie di libri sulle principesse (ok, mia madre si ostinava a ficcarmi in abiti che detestavo, pieni di colletti giganteschi e gonne da DDR, ma erano pur sempre gli anni '80 non posso fargliene una colpa totale) e, se proprio non avevano genio di comprarmi qualcosa loro, mi portavano di peso in biblioteca o, soprattutto in estate, mi lasciavano pascolare con mio nonno in libreria.
 "La bambina col falcone" di Bianca Pitzorno, nello specifico, arrivò a me, dalla libreria dismessa di un'insegnante bolognese che abitava vicino a noi durante il periodo estivo.
Nel mare magnum di libri completamente privi di senso logico, oltre alla strana storia di una tipa molto esuberante che il padre spediva in collegio di educande perché gliela rispedissero confezionata come una bomboniera e pronta a sposarsi a 17 anni, c'era, fortunatamente una vecchia edizione de "La bambina col falcone".
 Se non l'avete letta, sappiate che pur adulti, siete ancora in tempo. L'affresco storico, quello di un'Italia del sud sotto il dominio di Federico II, è maestoso e descritto minuziosamente senza troppi cedimenti al romanzesco e la storia delle due sorelle Melisenda e Costanza molto veritiero. 
Il falconiere del re ha infatti una moglie che ama molto, ma partorisce solo figlie femmine. Lui non è troppo dispiaciuto, ma sua moglie sì perché vorrebbe dargli un erede maschio. Nel frattempo, tra una sorella e l'altra, Costanza, la primogenita, cresce col mito delle crociate in Medio-oriente e vorrebbe diventare cavaliere invece di imparare a cucire e gestire la casa. Sua sorella minore, Melisenda, ha un carattere più dolce e cerca di mitigare le intemperanze della sorella che non ne vuole proprio sapere di fare la bella castellana in attesa del principe.
 Finirà in modo dolceamaro, senza principi azzurri, ma neanche metamorfosi alla Giovanna D'Arco. Finirà in modo estremamente reale.
 Il secondo, "Alla caccia del tesoro scomparso", narra l'avventura in giallo di Giulia che i genitori spediscono in Sardegna invece che al campo scout, con suo sommo dispiacere. 
 Questo del non poter andare ai campi scout era un tema che sentivo molto visto che per anni furono proibiti anche a me, perciò mi ritrovai in questo libro con raro trasporto.
 Mai più riletto successivamente lo confesso, quindi ne ho un ricordo fumoso. Lo consiglio per tutte le ragazzine che vorrebbero fare le archeologhe (come ero anche io fomentata da Indiana Jones).


"L'ALTRA ISABEL" di KENNETH  LILLINGTON :
 Per lunghissimo tempo questo libro fu uno dei miei preferiti in assoluto.
 Era in fiero possesso della mia migliore amica dell'estate (una ragazzina pavese che, pure lei, passava non meno di due mesi nella stessa spiaggia stesso mare per anni e anni) e, nonostante glielo chiedessi in prestito di continuo, per qualche misterioso motivo finivo per non comprarne mai una copia per me (sadomasochismo da lettore? Boh).
  L'ho infine acquistato da grande all'usato e, rileggendolo, non ho ben capito perché mi affascinasse così tanto da ragazzina. Nel senso, è una bella storia, non stereotipata e c'è un grosso fattore di mistero inquietante, però chissà quale mie particolari corde toccava.
 Per chi volesse cercarlo per le proprie pargole o pargoli amanti delle storie di fantasmi, "L'altra Isabel" parla di un ragazzo, Michael, che ad una sorta di scuola estiva (vado a memoria) conosce la bella Isabel, una diciottenne molto riservata bravissima a disegnare. Subito si infatua di lei, ma non riesce a capire come mai talvolta appaia inquietantemente apatica e con occhiali da sole scurissimi.
 Presto detto, Isabel non ha nè una gemella nè si veste come il cieco di Sorrento, semplicemente ha un perfido doppelganger che la perseguita sin dalla sua infanzia e dal quale lei cerca di difendersi tramite i disegni che avrebbero una sorta di potere salvifico. Per quanto la rileggessi, questa storia che era d'amore ma mica tanto e metteva una certa ansia, mi catturava senza rimedio.
 Dopo tanti anni rimane il fatto che è una storia per niente sdolcinata, ma la magia è andata perduta. Se lo trovate in giro e avete una ragazzina sui 12 anni per casa io glielo regalerei. Libri così purtroppo non ne girano più tanti, altro che doppelganger malvagi, a quell'età si è già sulla strada dei sick-lit.

"LA FATTORIA DEGLI ANIMALI":
 Ebbene sì,un'incauta prof costrinse tutta la classe a leggerlo come libro dell'anno in quinta elementare lasciandomi un ricordo indelebile della trama e una curiosa interpretazione della storia che nulla aveva a che vedere col comunismo.
Tra l'altro, dopo la visione del film, pensai che si trattasse di
una specie di fiaba ecologista: la natura corrotta dagli esseri
umani.
 Quando mi parlate di questo libro io non vedo Trotsky e Stalin e la rivoluzione d'ottobre, ma davanti ai miei occhi si para l'immagine del pony infiocchettato che sparisce per riavere i suoi lazzi da schiavo del vicino capitalista, ricordo il grasso palla di neve (nel mio immaginario una specie di porcellino bianco molto molto grasso), vedo Gondrano, il grosso cavallo sfruttato (altro che popolo cieco militante fedele), vedo le pecore che brucano imbelli e imbecilli (altro che intellettuali asserviti).
 Ai miei occhi di decenne "La fattoria degli animali" era una storia di cattiva gestione agraria, in cui, un branco di maiali mostrava tutto il suo egoismo facendosi corrompere da carrubbe dorate. Non ci vedevo manco nulla di particolarmente strano: erano maiali, alla fine era logico che la rotella gli sarebbe partita.
 Ecco, le maestre mi avranno dato da leggere non so quanti libri, ma gli unici che ricordo con vividezza sono questo e "La capanna dello zio Tom", altra storia di drammatico razzismo di cui avevo solo una vaghissima percezione (mi ricordo principalmente i miei pianti disperati alla morte dello zio Tom).
Ps. Mi fecero vedere anche il cartone animato, una roba da incubo alla Stephen King

 Di libri di quando era veramente piccoooola piccoooola non ricordo me ne sia rimasto impresso nessuno se non una sorta di Galateo illustrato con Topolino e Minnie su cui mio padre mi insegnò a leggere a 5 anni. Stop.
E i libri che hanno segnato la vostra infanzia quali sono??

mercoledì 7 gennaio 2015

Lì dove si bruciano i libri si bruciano anche gli uomini. La recensione di "Storia universale della distruzione dei libri" nel giorno dell'attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo: sante patrone, Brecht, steganografia e roghi, perché i libri intrappolano lo spirito degli uomini.

 Questo post aveva un inizio molto diverso.

Ero tutta felice e ciarliera per i miei regali natalizi e mi appropinquavo a scrivere questa felice recensione di un libro che ho molto desiderato (e avevo già citato in passato sul blog) e infine questo natale comprato: "Storia universale della distruzione dei libri" di Fernando Baez.
 Mentre me ne stavo a cercare le informazioni bibliografiche, è giunta la notizia dell'attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo, che ha fatto più di dieci morti a conferma che questo bel libro, ben scritto e documentatissimo, mai noioso e molto sentito, non è solo storia, ma attualità e soprattutto fa luce su un legame indissolubile: la trasmissione del sapere (che nei secoli ha assunto le fattezze principalmente del libro) e gli esseri umani.
 Vedete quei graziosi tomi vicino a voi (spero vicino)? Hanno subito qualsiasi tipo di persecuzione. Heine recita in "Almansor" che "Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini" ed è una frase che illumina il mondo. 
 La quantità di opere perdute nella storia è inquietante. Lo è soprattutto per i motivi: catastrofi naturali a parte, deterioramento del materiale a parte (ma è in proporzione un fattore che ha influito molto meno di quanto pensiate che un tempo le cose si facevano per durare nei secoli), ciò che ha davvero causato il defalcamento dei libri è stata la distruzione sistematica e volontaria operata dall'uomo.
  Ad ogni guerra, ad ogni conquista e reconquista, ogni volta che una popolazione e uno stato, una fazione o un credo religioso, hanno desiderato sopraffare una controparte, oltre a bruciare gli uomini hanno bruciato i loro libri. Lo hanno fatto i musulmani radendo al suolo quel che rimaneva della biblioteca di Alessandria, lo hanno fatto i crociati durante la crociata contro Costantinopoli e non parliamo dello sterminio compiuto dai conquistadores spagnoli, alla cui ferocia sono sopravvissuti appena tre manoscritti Incas (in assoluto).
 Durante la santa Inquisizione gli eretici vennero arsi letteralmente assieme ai propri libri (in alcuni casi li usarono per appiccare lo stesso rogo), durante il nazismo si appiccavano roghi di libri al suono di un inquietante inno che recitava:
 "Le rivoluzioni genuine non si fermano davanti a nulla. Nessuna area deve ritenersi intoccabile, pertanto voi state facendo la cosa giusta consegnando a mezzanotte lo spirito diabolico del passato".
 I libri non sono un oggetto qualsiasi, rappresentano forse l'unico oggetto magico del pianeta, in grado di intrappolare non solo parole, ma il passato stesso, le anime, gli esseri umani, E come persone causano in altre persone, intolleranti, malvagie, desiderose di controllare e manipolare il prossimo, un odio incontrollabile, in grado di ispirare annientamento e distruzione.
 Di cui sotto ci sono alcuni episodi gustosi che non conoscevo o mi hanno colpito nel libro (poi ci farò qualche altra puntata di rieduchescional libraia), tenete cari questi oggetti, mi raccomando.

SANTA WILBORADA (o VIBORADA):
 Forse non tutti sanno che anche i bibliofili hanno la loro santa patrona, Santa Wilborada. La santa che portava tale dolce nome nacque nel 900 d. C. in Germania, da una famiglia nobile. Donna di grande eloquenza e bontà, nonché erudizione, decise di farsi monaca e visse per lunghi anni nel monastero di San Gallo. 
 Qui, tra una preghiera e un ricamo, scoprì che poteva avere delle visioni del futuro (siamo sempre nel campo del medioevo maggggico) e iniziò ad usare questo suo potere contro i suoi "nemici", tendenzialmente uomini che mettevano in dubbio le sue capacità o corrotti.
 Erano i tempi non tranquilli delle scorrerie degli Ungari e dei monasteri preda di scorrerie in quanto ricchi di doni, reliquie, ori, cibo e libri minuziosamente copiati dai monaci. 
 Una notte santa Wilborada sognò qualcosa di spaventoso e ordinò di seppellire i volumi della biblioteca in un unico punto. Il giorno dopo. un'incursione ungara portò la distruzione nel monastero di San gallo. Wilborada che si era rifiutata di fuggire, fu uccisa con grande violenza. La leggenda vuole che sotto il suo corpo venisse trovato il nascondiglio dei libri che aveva ordinato di seppellire, come se avesse voluto proteggerli un'ultima volta.
 In Svizzera viene considerata la patrona dei librai e delle librerie. La sua iconografia la vede apparire sempre con un libro in mano (e un'alabarda nell'altra).

LA BIBLIOTECA DI ALESSANDRIA: 
In molti pensano che la biblioteca di Alessandria sia bruciata in un unico grande incendio, appiccato per l'occasione dal dubbioso generale Amru su ordine del califfo Omar I.
 Tuttavia, già all'università questa storia mi veniva presentata come una leggenda. La biblioteca d'Alessandria aveva avuto appunto un inizio sfolgorante sotto Tolomeo, generale di Alessandro Magno, proclamatosi faraone, ed una serie di ottimi bibliotecari fino al 147 a. C., quando, in un caos politico dinastico, il nuovo imperatore decise che basta eruditi, era l'ora di piazzare a capo della biblioteca un militare.
 La biblioteca a quel punto subì per i secoli successivi una serie di attacchi, depauperazioni, razzie e incendi di varia natura e mano:
1) I Romani, (tra un assedio e un attacco e l'altro).
2) I cristiani.  I quali in un attacco di fanatismo uccisero anche Ipazia, figlia del bibliotecario Teone.
3)Terremoti.
4) Colpo di grazia islamico nel 600 d. C.
 Diciamo che tutti, per motivi vari, che andavano dal furto, alla disattenzione, al fanatismo, ci hanno messo del loro per  radere al suolo una delle grandi meraviglie dell'antichità.

LA STEGANOGRAFIA:
Cos'è? Si tratta della criptazione di un messaggio che due interlocutori non vogliano che gli altri, ovviamente, capiscano, inserita in un altro messaggio, innocuo.
  Esempio facile facile: io scrivo un cartello "Ceretta istantanea a orsi" per dire Ciao al mio vicino di casa, il quale, sapendo che deve leggere solo le prime lettere delle parole, capirà subito il messaggio, mentre il resto del vicinato mi crederà impazzita.
 L'abate tedesco Giovanni Tritemio, pseudonimo di Johannes Heidenberg, scrisse un trattato di Steganografia in tre volumi che iniziò a circolare ancor prima della pubblicazione (e che sosteneva gli fosse stato dettato in sogno) e, preso dal panico, per l'utilizzo che già se ne stava iniziando a fare, il buon Tritemio bruciò. Furono infine pubblicati tre volumi, postumi, che nascondono un'interessante storia alla Indiana Jones. 
 Se i primi due volumi erano infatti chiaramente dei metodi crittografici di varia natura e complessità, il terzo conteneva solo numeri, tanto che, visti i poliedrici interessi del buon abate che se la intendeva anche di magia, si credeva fossero formule magiche senza un vero significato. Due ricercatori, Thomas Ernst e Jim Reeds scoprirono invece una ricorrenza nella ripetizione dei numeri e poterono ricavare un codice alfanumerico nascosto in quelle che sembravano elucubrazioni magiche per noi senza senso.
 Tritemio aveva criptato il suo libro, una genialata se ci si pensa: un libro di crittografia criptato.

BRECHT:
 Molti conoscono le più famose poesie di Brecht sul periodo nazista. Mai giorno fu più adatto per la sua "Die Bucherverbrennung" sul rogo dei suoi libri ad opera del regime hitleriano.

  Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi

i libri di contenuto malefico e per ogni dove
furono i buoi costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta scoprì
- uno di quelli al bando, uno dei meglio - l'elenco
studiando degli inceneriti, sgomento, che i suoi
libri erano stati dimenticati. Corse
al suo scrittoio, alato d'ira
e scrisse ai potenti una lettera.
 Bruciatemi! scrisse di volo, bruciatemi!

Questo torto non fatemelo! Non lasciatemi fuori! Che forse

la verità non l'ho sempre, nei libri miei, dichiarata? E ora voi

mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando: bruciatemi!
  
 Lo so, in molti obietteranno che il digitale ci salverà, ma non è così semplice. Ho in mente un bel posto sulla manipolazione delle masse e sul sapere che si vuole diventi virale. Vi do solo due titoli per riflettere: i due libri con maggiore diffusione nella storia del mondo sono stati la Bibbia e "Il libretto rosso di Mao". Per ora, the end.

lunedì 23 giugno 2014

Dimmi cosa leggi e ti dirò che facoltà farai. Parte II. Leggere il futuro universitario nei fondi della vostra libreria è possibile: filosofi, storici, artisti, medievisti e mooolti altri.

 Maturandi siete pronti a sapere che finaccia farete? Post universitari siete pronti a confermare che finaccia avete fatto?
 Ecco la seconda infornata di lettori facoltà per facoltà. Grazie al sistema italiano, peraltro, potrei andare avanti all'infinito.
 Let's go!

FILOSOFIA:
Essi si vedono così. Pensierosi, tormentati
possibilmente fascinosi
 Non ho frequentato Filosofia (che si sappia e si divulghi nella steppa), ma per vari motivi ho stanziato per un lungo anno in una facoltà di codesta nobile materia. Tale prolungato contatto mi ha permesso comunque di sviluppare una pervicace allergia ai laureati in codesta materia. I filosofi si ritengono gli ingegneri delle materie umanistiche. Essi, soprattutto nel periodo universitario, ritengono di possedere non solo una conoscenza superiore, ma di avere le chiavi del sapere e tutte le risposte ai problemi del mondo. In alternativa ritengono di sapere tutte le domande, che per loro è più o meno la stessa cosa, visto che sanno di non sapere.
Essi leggono moltissimo, ovunque, e pensano. Si appollaiano su qualsiasi finestra, cortile, scalino, davanzale e aula vuota a studiare e leggere i propri filosofi preferiti e pensano, pensano, pensano o discutono stile Parnaso. Heidegger era davvero un nazista? Le donne possono essere davvero delle filosofe? Chi sono? Dove vado? Dove andiamo? Grande hit degli ultimi anni è l'estetica, basta la parola per fare di te un fico (in alternativa l'epistemologia va sempre bene). Mai conosciuto uno studente di filosofia che dia le sue migliori energie a Parmenide, in compenso si stracciano i capelli davanti a Benjamin, Derrida e Foucault. Mode filosofiche, prossimamente sui nostri schermi.

LINGUE E LETTERATURE STRANIERE:
 Le studentesse (perché esistono anche studenti maschi, ma sono tipo la particella di sodio della Lete, soli e introvabili) di Lingue si dividono in due fazioni avverse e in perenne lotta tra loro.
 Le linguiste vere: costoro leggono come delle pazze, qualsiasi cosa. Non solo ma lo leggono SOLO in lingua originale e ci tengono a sottolinearlo. Per loro leggere qualsiasi autore in lingua originale vale doppio, che la traduzione perde, trasforma, inquina e via dicendo. Inutile spiegar loro che va bene tutto, ma non possiamo sapere correntemente il tedesco, il francese e l'inglese in contemporanea solo per avere il piacere di gustare il vero verbo della letteratura originale. Generalmente e paradossalmente leggono poco in italiano o autori italiani. Mai capito se per snobismo o perché se è troppo facile non c'è gusto.
La studentessa tipo di "economia del turismo":
 E' vero, esiste questa fiorente categoria di studentesse che vuole generalmente lavorare nel turismo, sposarsi e figliare like coniglio appena dopo la laurea. Esse studiano tantissimo e in modo diligente (esse provengono anche quasi tutte dallo psicopedagogico), e hanno anche medie più che rispettabili, tuttavia, chiusi i libri universitari si spalancano le porte del nulla. Può darsi siano dedite a Fabio Volo o saltuariamente a qualche romanzetto Newton o Garzanti che prestano loro altre amiche e colleghe, ma si tratta di frequentazioni sporadiche. Perché anelino specificatamente lavorare nel turismo non l'ho mai capito.

SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE/SCIENZE POLITICHE:
Essi si sognano un po' tutto, giornalisti e politici, assistenti
di politici e esperti di radio e tv. Mah
Due facoltà accomunate dallo stesso destino: tutti hanno pensato almeno una volta di farle, nessuno sa precisamente cosa caspita si studi, cosa si faccia dopo e soprattutto a cosa ti preparino. 
 Nel gran mescolone dei loro esami, gli scienziati della comunicazione trovano delle affinità, che non riconosceranno mai, con i sociologi, visto che ormai i mass media sono il mezzo principale per comprendere le masse. 
 Amano morbosamente McLuhan e "La società dello spettacolo" di Debord, non ho mai capito in che modo sperino di diventare dei giornalisti, ma molti covano questa palese ambizione e nel frattanto scartabellano le vite dei giornalisti celebri. 
 Più fumosi gli studenti di scienze politiche il cui ruolo mi sfugge da sempre. Chi è che non ha avuto l'amico indeciso su cosa fare del proprio futuro che, nel dubbio, è stato inghiottito dal gorgo di scienze politiche per poi riemergene con una laurea dalle dubbie connotazioni? Se il loro interesse per la materia è sincero e premeditato essi saranno dei grandi appassionati di geopolitica e ciuccieranno libri di Kissinger, storia della Cina e dell'India, tomi sui rapporti internazionali (must: "Storia delle relazioni internazionali" di Di Nolfo) e la sempre amata Europa (sogno poco velato dello studente di scienze politiche: lavorare al parlamento europeo).

STORIA DELL'ARTE/ACCADEMIA D'ARTE:
L'amabile rapporto tra le due categorie è ben visibile nel film
"Colpo d'occhio" con Rubini critico d'arte e Scamarcio artista.
Dico solo che ci scappa il morto.
Precisando che essi sono come la mangusta e il formichiere, in perenne lotta tra loro e convinti vicendevolmente che l'altro sia il male, sono almeno accomunati da un unico amore: l'arte. 
 Entrambi leggono libri di storia dell'arte, biografie d'artisti, collezionano monografie e cataloghi in modo ossessivo e hanno un pantheon di artisti che venerano e di cui cercano con cura saggi da collezionare e rileggere nei momenti bui. Se gli aspiranti artisti cercano nei loro idoli ispirazione per sconfinare quasi sempre nell'emulazione molesta, gli storici dell'arte si buttano a pesce in qualsiasi libro di critica d'arte. 
 Dimentichi di aver intrapreso la facoltà perché appassionati di Michelangelo e Raffaello, si scoprono critici d'arte aspiranti filosofi e iniziano a ingollare qualsiasi testo di critica d'arte per sconfinare nel parnaso dei colleghi di filosofia, che li considerano con sufficienza (e con altrettanta sufficienza sono ricambiati). Il must assoluto è "L'opera d'arte nell'epoca della riproducibilità della tecnica", per il resto, qualsiasi cosa mostri oggetti incomprensibilmente piantati in una sala o abbia la parola estetica dentro va bene.
Postilla: esiste un filone di storiche dell'arte praticamente gemello delle linguiste del turismo. Studiano diligenti la loro materia, prendono voti alti, non leggono, si laureano e si sposano. Punto.

STORIA:
 Numerosi e afflitti dalla medesima domanda che macigna tutti gli iscritti ad una materia umanistica di non facile impiego commerciale (ossia "Ma poi che lavoro fai?"), gli studenti di storia leggono molto, generalmente nell'ambito del periodo storico di loro interesse. Se gli studenti di storia romana, greca e antica in generale sopiscono, nascosti come mummie, iperattivi sono quelli del periodo medievale, ma soprattutto contemporaneo. 
I primi, generalmente appassionati di fantasy sognano da una vita di poter studiare la fonte delle loro passioni: il medioevo. Castelli, dame, cavalieri e templari fino a quel momento rinchiusi in saghe come "Il signore degli anelli", prendono vita nelle appassionanti e interminabili monografie sulla vita nel medioevo. La loro libreria è in genere un cortocircuito che mixa Le Goff con Martin, Duby con Terry Brooks, tutti uniti sotto la grande egida di un mondo forse senza magie, sicuramente senza tecnologie.
 I secondi, sono in genere molto molesti.
 Gli studenti di storia contemporanea sono i peggiori infestatori dei collettivi universitari, i più attivi volantinatori di Lotta Comunista, i più ferventi richiedenti il tuo numero di cellulare per renderti partecipe della prossima riunione per fomentare le folle proletarie contro il capitalismo. Hanno una conoscenza enciclopedica degli anni '70 che rimpiangono a posteriori e che tentano di assorbire in ogni modo tramite la lettura continua di libri sull'epoca. Sanno tutto sul sequestro Moro, brigate rosse, stragi rosse e stragi nere, depistaggi di stato e ristampe anastatiche. Casa editrici favorite in assoluto: la Derive Approdi, Manifesto Libri, Editori Riuniti (per i classici).

mercoledì 18 giugno 2014

Libri perduti. Tra Shakespeare, Eco, sibille e Maya, quando le voci del passato sono bruciate o scomparse per sempre tra roghi e oblio (e talvolta riapparse)!

 Per molti anni il mio film preferito in assoluto è stato "Il nome della rosa".
Prima ancora di leggere il libro e prendere l'infelicissima decisione di dedicare la mia esistenza a questi simpatici amici cartacei, l'idea che potessero esistere oggetti al limite della magia, mi stregò.
Nel film/libro che avrete visto o letto ormai tutti, il motore potentissimo è fondamentalmente lo scontro tra due diverse posizioni ideologiche. L'idea straordinaria sta nel fatto che parte di questo scontro è messo in atto non da un uomo vivo, ma dalle sue parole che riecheggiano nei secoli tramite un libro. Tutti uccidono o vengono uccisi per possedere quella voce che attraversa le epoche e li soggioga nonostante il passare degli anni. Il climax è talmente forte da concludersi con una sorta di olocausto simbolico con tanto di bibliofagia distruttiva da parte del monaco che, attratto e disgustato morbosamente dall'unica copia rimasta del secondo libro della poetica di Aristotele, decide di distruggerlo morendo con lui. Una variante sul tema di eros e thanatos.
 C'è tutto un filone discretamente insopportabile per chi conosca bene la storia del libro, su questi libri perduti, ritrovati, bruciati, proibiti, tenuti nascosti da monaci perfidi, bibliotecari fantasma, librai che tengono aperti anche se nessuno entra a comprare (la crisi nei libri non esiste). Nessuno, a mio avviso, all'altezza del padre del genere (sempre sia lode a Umberto Eco), ma che rivelano come l'aura magica che circonda i libri continui a perdurare.
 Si sa poi che ciò che è andato perduto appare ai nostri occhi migliore di quanto abbiamo ancora, anche se magari non lo abbiamo mai visto.
La prova? Nel fascino dei libri davvero perduti o che abbiamo rischiato di perdere.
  A voi una velocissima carrellata!

ANTICHI TESTI PERDUTI: 
Lo sappiamo tutti che di quanto giunto da antichi greci e romani è pochissimo. Ci è arrivata infatti una selezione accuratamente scremata nel lungo periodo medievale, che con tutte le sue varie credenze di matrice cristiana, avrà sì salvato la civiltà a suon di manoscritti faticosamente copiati a mano, ma con una selezione molto discutibile. Principalmente ciò che venne considerato conforme al pensiero cristiano.
 Ma gli unici rei di censura non furono i monaci, anzi.
 Forse non tutti piangiamo la dipartita degli audaci Annales di Cremuzio Cordo, storico romano del I sec. d.C., ma ci farà strano sapere che Tacito strabiliò davanti alla loro distruzione dopo un processo per un "novo ac tunc primum audito crimine" (crimine nuovo e mai sentito), ossia il "reato d'opinione". Aveva infatti lodato i traditori Bruto e Cassio e per questo i suoi libri furono dati al rogo e lui si suicidò lasciandosi morire di fame.
Libri perduti particolarmente sugosi dovevano essere i "libri sibillini", ossia misteriosi libri oracolari in lingua greca in custodia alla sibilla cumana. Leggenda vuole che in principio fossero nove e la sibilla cercò di venderli al re Tarquinio il Superbo a un prezzo altissimo. Egli rifiutò e lei ne bruciò tre per poi riproporre i superstiti allo stesso prezzo. Tarquinio rifiutò e lei ne bruciò altri tre. Infine egli fu costretto a comprare gli ultimi rimasti al prezzo dell'intero pacchetto.
 Se magari ci sono dubbi sulla leggenda, essi esistettero davvero e bruciarono in un incendio nell'83 a. C.
 Per chiudere questo stringatissimo elenco non si possono non citare i libri Maya. Anche i popoli precolombiani scrivevano e miniavano secondo loro tecniche e con materiali peculiari, eppure in quanti lo sanno? Il lavoro dei graziosi missionari portati dagli spagnoli fu così minuzioso nel distruggere tutto quanto poteva allontanarli dalla conversione, da aver sterminato tutti i loro codici. I pochissimi sopravvissuti sono quasi tutti di dubbia autenticità. Complimenti eh.

MEMORIE COMPROMETTENTI:
Alcuni autori, spinti dalla "sindrome del Savonarola", dopo aver passato settimane, mesi o anni a scrivere ecco che hanno una crisi mistica e pam distruggono la loro opera in un rogo casalingo. Lovecraft distrusse tutte le sue opere giovanili ritenendole orrende (il personaggio di Virginia Woolf Orlando nell'omonimo "Orlando" fa la stessa cosa) mentre Newton, dopo essersi adoperato per mandare al rogo i libri tale Feeldman, fisico da lui ampiamente saccheggiato, fu vittima di un accidentale rogo domestico causato dal suo cane. Nell'incendio andarono persi numerosi suoi appunti soprattutto nel campo dell'ottica.
 Ma le memorie compromettenti più  famose in assoluto sono quelle del buon Byron che se le vide distruggere dal suo editore e dall'esecutore testamentario che le giudicarono scandalose e "buone per un bordello" (probably furono scandalizzati dalla storia incestuosa che ebbe con la sorellastra Augusta). Un caso più recente è quello di Sylvia Plath, che dopo il suicidio si è vista rimaneggiare completamente i suoi "Diari" dal marito Ted Hughes, che, peraltro, bruciò arbitrariamente i suoi ultimi due quaderni di memorie, con la scusa che se mai i figli li avessero letti sarebbe stato per loro troppo doloroso. Lo stesso destino, quello di un uomo manipolatorio anche post mortem, lo condivide con Antonia Pozzi, della quale molte poesie furono occultate e/o rimaneggiate dal padre dopo il suicidio in quanto ritenute compromettenti e inadatte ad una donzella borghese.

ESSERE O NON ESSERE. LA COMMEDIA DAVVERO PERDUTA DI SHAKESPEARE:
 Due estati fa, presa dalla voglia di non fare niente, comprai uno di quei libretti della Newton su libri proibiti, medioevo, templari e misteri, si trattava de "Il libro segreto di Shakespeare". Non so cosa mi aspettassi di trovarci, ma da un certo punto di vista la trama era esattamente l'unica possibile: il classico uomo di mezza età (un giornalista) aiutato dalla giovane figlia si mette alla ricerca di un misterioso libro a seguito della scomparsa di uno studioso che asseriva di avere tra le mani lo scoop letterario del secolo. Circa cento pagine dopo morivo di noia e di ridicolo e non ho mai saputo com'è andata a finire (ma mi pare di ricordare che la teoria fosse che Shakespeare o non era mai esistito o in realtà non era mai stato capace a scrivere).
 In realtà esiste davvero una commedia del bardo che si riteneva perduta fino a qualche anno fa, (ce ne sarà più d'una, ma di questa si hanno notizie più certe). Trattasi del "Cardenio" messa in scena solo due volte in onore di re Giacomo, in cui il protagonista era ispirato ad uno dei personaggi del Don Chisciotte di Cervantes, che pare colpì molto Shakespeare e il suo allora coautore John Fletcher.
 L'opera andò distrutta nell'incendio del Globe theater e non se ne seppe niente finchè, l'editore e drammaturgo Lewis Theobald nel 1727 la rimise in scena col titolo "Doppio inganno". All'epoca disse di essere in possesso di una copia del "Cardenio" e di averla riadattata al gusto settecentesco. Non venne creduto e morì impostore. Creduta per secoli una bufala, nel 2010 gli è stata ufficialmente riconosciuta la paternità del bardo. "Doppio inganno" non è effettivamente il "Cardenio" scritto da Shakespeare, ma ne contiene una gran parte, e per essere un libro che doveva aver bruciato accidentalmente quattro secoli fa, non è poco.

LIBRI INCIDENTALMENTE SALVATI DAL ROGO:
Non pochi autori in punto di morte pregarono che le loro opere fossero bruciate e morissero con loro. 
Vittime di quest'ansia insensata furono tra gli altri Emily Dickinson, Kafka e Virgilio. La prima, non paga di aver vissuto una vita da reclusa, ordinò alla sorella di bruciare le sue poesie. Ella ci mise tutta la buona volontà per esaudirla, ma, ad un certo punto, crollò di fronte alla massa e decise che forse sarebbe stato meglio leggerla e riordinarla. 
 Tutti gli adolescenti ricordano con ardore l'episodio che voleva Virgilio desideroso di dare alle fiamme l'"Eneide" da lui considerata imperfetta e incompleta. In tanti pur di non tradurre fino allo sfinimento la storia della vergine Camilla o di Didone suicida su una pira, avrebbero tanto voluto essere gli esecutori testamentari del poeta mantovano. Fortunatamente per noi, adulti ormai consapevoli, i suoi allegri compagni di bevute dai nomi improbabili, Flozio Tucca e Vario Rufo, si rifiutarono e consegnarono l'opera (destinata a divenire una grande hit tra gli amanuensi), all'imperatore.
 Altro caso di "ti prego dai alle fiamme il lavoro di una vita" fu Kafka, che pregò l'amico Max Brod di bruciare tutta la sua opera, peraltro praticamente inedita. Egli invece gli fu devoto in modo lodevole e non solo non la bruciò, ma la portò in salvo durante il periodo nazista e ne curò la pubblicazione.
Vittima di un caso di zelo post mortem fu invece Schopenhauer i cui scritti più spinti, furono bruciati dal suo esecutore testamentario, certo che pur non avendo egli lasciato indicazioni, avrebbe di sicuro preferito non essere ricordato come un vecchio porco.

 Siete curiosi di saperne di più di più di più?
 Spulciatevi: "Libri proibiti" di Mario Infelise ed. Laterza (solo 7,90 euro!), il fondamentale "Storia universale della distruzione dei libri" di Fernando Baez ed.  Viella e  "Il manoscritto" di Stephen Greenblatt (sulla storia del ritrovamento quattrocentesco del "De rerum natura" di Lucrezio che si credeva perduto) tanto per iniziare!

mercoledì 11 giugno 2014

Il grande ritorno della rubrica "Rieduchescional libraia"! Inquietanti episodi della storia del libro tra bibbie cattive, libri rilegati in pelle umana, profeti bibliofagi e inventori gabbati!

Questo inverno, piena di buona volontà, avevo iniziato una rubrica sulle curiosità e stranezze della storia del libro nominata "Rieduchescional libraia" . 
 Volevo dimostrare che il libro non è solo un oggetto incidentalmente cartaceo che contiene incidentalmente una storia, ma un oggetto con una sua storia piena di trame inquietanti, risvolti sociologici, rivoluzioni, sangue, amori, magie e invidie.
  Nessun'altra cosa materiale può vantare un legame così simbiotico con l'uomo, né una tale e continua intrusione nelle vicende storiche. Perché altrimenti con tanta ostinazione si sarebbero dati al rogo i libri nella storia? Perché stilare di continuo liste di libri proibiti? E perchè dovremmo farci tante domande sul famoso passaggio tecnologico all'e-reader?
La risposta è dentro di voi, però è sbagliata, quindi immergetevi nelle stranezze e nelle trame inquietanti che quel silenzioso oggetto sui vostri scaffali custodisce misterioso. E spaventatevi!

LA VERA TRISTE STORIA DEL POVERO GUTENBERG:
 Tutti noi fortunatamente attribuiamo l'invenzione della stampa al grande Johann Gutenberg, un geniale orafo che riuscì non solo a inventare la stampa a caratteri mobili, ma, ed è qui l'eccezionalità, a sfornarla come Atena uscita dalla capoccia di Zeus: perfetta. Gutenberg, come molti inventori, aveva l'idea, ma non i soldi, così si fece finanziare l'impresa da un banchiere, tale Fust che a onor del vero lo foraggiò per molti anni credendo nell'impresa. 
 Non era però un mecenate illuminato ma lo faceva per danaro, così mentre dava denari a Gutenberg per i suoi esperimenti, stringeva segreti accordi con il di lui assistente, tale Peter Schoffer (a cui, tanto per rimarcare l'alleanza, successivamente diede anche in sposa sua figlia). Quando finalmente il nostro Johann riusciva nell'impresa stampando la celebre Bibbia a 42 linee, Fust, con l'appoggio e la testimonianza di Schoffer gli fece causa per riavere indietro i soldi investiti. Ovviamente Guty la perse e dovette cedere gran parte dell'attrezzatura, senza contare il fatto di aver involontariamente allevato in seno la serpe che gli portò via tutti i segreti dell'invenzione. I due fedifraghi misero su una redditizia tipografia, mentre lui vedeva bruciare il suo secondo laboratorio nel successivo saccheggio di Magonza. Morì in povertà.

LIBRI A PRANZO CHE BONTA':
Gnammy
 Il detto "divoratore di libri" non è sempre stato inteso in senso figurato.
  Tra gli esseri viventi che amano ingerire letteralmente i libri ci sono, tra acari e topi anche gli esseri umani. Svariati sono i casi di cosiddetta bibliofagia nella storia e svariate le motivazioni che sono principalmente 3.
Assorbimento della conoscenza: In epoche antiche quando il libro era considerato un oggetto al confine tra mondi e perciò ambiguo, gli si attribuivano svariate proprietà per così dire magiche. I monaci irlandesi credevano che bastasse un salterio a renderli invulnerabili in battaglia, altri erano convinti che ingoiando le pagine si assorbisse una conoscenza superiore per direttissima.
  L'idea (che era presente già in antichi culti, ad esempio nell'antico Egitto) deve probabilmente la sua diffusione da alcuni episodi della Bibbia i cui più famosi (e poetici) sono quelli del profeta Ezechiele e di Giovanni nell'Apocalisse. Il primo così si svolse:
E tu, figlio dell'uomo, ascolta ciò che ti dico e non esser ribelle come questa genìa di ribelli; apri la bocca e mangia ciò che io ti do». Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto all'interno e all'esterno e vi erano scritti lamenti, pianti e guai.Mi disse: «Figlio dell'uomo, mangia ciò che hai davanti, mangia questo rotolo, poi và e parla alla casa d'Israele». Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo,dicendomi: «Figlio dell'uomo, nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo». Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele.
Super gnammy
Il secondo è praticamente identico, ma con una piccola variante sul gusto della carta e delle parole:
"Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: "Và, prendi il libro aperto dalla mano dell'angelo che sta ritto sul mare e sulla terra". Allora mi avvicinai all'angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: "Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele". Presi quel piccolo libro dalla mano dell'angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l'ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l'amarezza."
Altro esempio, reale però, quello dell'ambasciatore fiammingo di Carlo V a Costantinopoli, Augier de Gister che scrisse come i turchi raccontassero che i tartari divorassero tutti i libri che trovavano, convinti di poterne assorbire la conoscenza.
Del resto, se "In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio"...

Punizione:
 Narrano le leggende da ufficio che accada ancora oggi: persone che sbagliano un progetto e per fare ammenda devono mangiarselo. In passato però è accaduto sul serio: alcuni uomini che scrissero libelli controversi furono costretti a smangiucchiarseli. Come fu il caso di uno scrittore scandinavo costretto nel 1643 a mangiare, cotto con tanto di zuppa il suo libello politico: Dania ad exteros de perfidia Suecoru.
 Celebre anche il caso di Bernabò Visconti, famoso per la sua crudeltà, che costrinse due legati papali, venuti a notificargli una qualche bolla in merito a una controversia sul territorio di Bologna, a mangiarsela. E non era semplice carta, ma ben più ostica pergamena.

Sorta di perversione:
 Alcuni uomini soffrono di strane perversioni legate ai libri. Se non c'è ancora un modo per chiamare i leccatori di libri, esistono però i bibliomani e i ladri compulsivi di libri, di cui parleremo un'altra volta. I bibliofagi in questo caso mangiano i libri spinti da un impulso irresistibile. Uno dei casi più peculiari è quello di Johann Ernst Biren, duca di Curlandia (dov'è? non lo so), che ispirò a Balzac il personaggio di Biron, segretario di Carlo XII di Svezia ne "Le illusioni perdute". Il giovane scrivendo nottetempo mangiava e mangiava pezzetti di carta e pergamena, senza sapersi fermare.

LA BIBBIA CATTIVA:
Una bibbia cattiva esposta alla British Library
Un tempo i refusi nei libri si pagavano davvero
. Non è come adesso che magari ti arrivano intere partite rilegate al contrario o a cui manca casualmente pag. 21 e le rimandi indietro al distributore e amen. Nel 1631 i tipografi reali ebbero la commissione di ristampare la cosiddetta Bibbia di Re Giacomo, in sostanza la traduzione inglese del sacro testo certificata da re Giacomo vent'anni prima. I due tipografi si misero all'opera, ma al momento della composizione dei caratteri dimenticarono in una pagina un dettaglio fondamentale: invece di stampare "NON commettere adulterio", omisero il "non" trasformando il comandamento in un'incitazione alquanto discutibile "Commettere adulterio" (per questo è anche conosciuta come "bibbia degli adulteri").
 La cosa a noi sembra un peccato veniale, ma all'epoca scatenò l'inferno. Il re si arrabbiò a morte e fece bruciare tutte le copie di quella passata alla storia appunto come "La bibbia cattiva" (se ne salvarono pare 11 che ora hanno un valore stratosferico), costrinse i due tipografi a pagare un'ingente multa e li licenziò. Considerando che era la puritana Inghilterra del '600 andò loro anche bene.

 INQUIETANTE PELLE UMANA:
L'esemplare di Harvard
Che un tempo i libri si rilegassero con pelli di vari animali è cosa risaputa. Che i più pregiati libri d'ore fossero fatti di pagine di feti d'agnello anche, ma forse non tutti sanno che, seppur rarissimamente per le copertine veniva talvolta usata pelle umana. E' una notizia di pochi giorni fa il rinvenimento nella biblioteca di Harvard di un inquietante volumetto dal titolo "I destini dell'anima", con tanto di scritta all'interno: "Un libro sull'anima umana merita di avere una copertura umana". Anche la biblioteca Ambrosiana può sfoggiare un suo esemplare: il "Trattato di Anatomia" di Van Holsbéek stampato a Bruxelles nel 1861. Svariate biblioteche americane conservano alcuni esemplari (alcuni a tema come "La danza della morte" altre no). Si tratta in alcuni casi di un desiderio espresso del defunto che donava la sua pelle e in altri, come quello di Harvard di persone di cui nessuno rivendicava i resti.
Era un'usanza del periodo principalmente ottocentesca e confesso che non ne conosco i motivi, anche se considerando le loro passioni per cose inquietanti come le fotografie post mortem azzarderei uno "spirito dei tempi". 

 Scommetto che nessuno adesso citerà più la poltrona in pelle umana di Fantozzi!

sabato 19 aprile 2014

Piccoli libri per piccoli tragitti: "Una tragedia imperiale. Federico II e la ribellione del figlio Enrico". Il rapporto tra un padre e un figlio perso nelle maglie della storia.

Come promesso ieri oggi parlerò di un piccolo libro per un piccolo tragitto.
 Non ho ancora mai stranamente narrato la passione di molti clienti per il mondo medievale. 
 Ci sono delle epoche storiche infatti che hanno dei veri e propri aficionados che, interrogati, dimostrano banche dati di conoscenza degne dell'enciclopedia britannica. Tra di esse spicca il periodo medievale (le altre sono indicativamente l'antica Roma, Napoleone e la seconda guerra mondiale) per tanti motivi.
 C'è chi adora il medioevo per via di Giacobbo e dei suoi templari, chi apprezza le curiosità di un periodo oscuro dai lati  strani e dai sovrani col nome fantasioso e chi sogna periodi in cui cavalieri e principesse popolavano davvero le nostre terre esattamente come nei libri fantasy.
 Anche io non sfuggo a questo fascino, sebbene trovi mortalmente noiosa tutta l'infinita geopolitica e le innumerevoli battaglie, mi perdo nella ricostruzione di intere casate tramite matrimoni. Ciò che c'è di affascinante a mio parere nel periodo medievale è la capacità di tutti i personaggi coinvolti di aver avuto una vita assolutamente straordinaria.
 Se il principe Carlo d'Inghilterra al giorno d'oggi ha vissuto il suo periodo di massima gloria mediatica grazie al matrimonio peggiore della storia reale dai tempi di Anna Bolena, i suoi illustri predecessori medievali avevano guerreggiato, impalmato principesse dalle vite contortissime, sedato rivolte, creato scismi e già che c'erano avevano assunto anche un soprannome figheggiante. Persino Giovanni Senzaterra fa più effetto di Principe Carlo punto.
 Questo illustre preambolo è per spiegare cosa ci ho visto e per quale motivo ho scelto questo piccolo libro uscito ultimamente dal titolo "Una tragedia imperiale. Federico II e la tragedia del figlio Enrico" di Ortensio Zecchino Salerno editrice.
 In esso viene raccontato un episodio significativo eppure perso tra gli altri stupefacenti della vita di uno dei più grandi sovrani che il suolo europeo abbia mai visto. Federico II, stupor mundi come lo chiamavano già all'epoca, fu prodigioso fin dalla sua nascita.  La madre infatti era considerata all'epoca talmente vecchia per partorire (40 anni che adesso sono la norma, ma all'epoca c'era gente ormai bisnonna) venne piazzata durante il travaglio sulla pubblica piazza così che si vedesse che era davvero figlio dell'imperatore e non del demonio.
 Non ci mise comunque molto a rimanere orfano e a quattro anni già era sotto la custodia di un papa. A dodici anni si sposò per la prima di varie volte con un'omonima di sua madre Costanza, già vedova di dieci anni più grande. Fu da lei che qualche anno dopo ebbe il figlio Enrico, il primo dei suoi numerosi e guerreggianti figli. Il figlio che, almeno in apparenza, anni dopo si ribellò al padre.
 Zecchino ricostruisce infatti la storia di questa ribellione in modo curioso per uno storiografo, lasciando che molti tasselli vadano al loro posto secondo una logica umana, oltre che documentale. I libri di storia infatti peccano spesso di due differenti istanze: in certi casi sono troppo asettici, stilando un elenco di eventi consequenziali, dimentichi della variabile degli umani sentimenti, mentre in altri ci si lascia andare alla totale immaginazione romanzando eventi che insomma non eravamo lì trecento anni fa e non è che si possa sapere se tizio e caio erano disperati, piangevano o sospiravano.
 Mi pare invece che in questo piccolo libro si sia raggiunto un felice equilibrio: leggere una ribellione imperiale nell'ottica di un rapporto tra un padre lontano, potente e in altre faccende affaccendato e un figlio sì erede e primogenito, ma dimenticato a favore di altri figli, mogli e soprattutto risucchiato dall'ombra pesante ed enorme di un padre praticamente mitico.
Non proprio uno sguardo da padre
benevolo.
 Se infatti l'infanzia del povero Enrico sembra felicissima tra un padre bambino e una madre che in sostanza li alleva entrambi con successo, subisce un tracollo quando, partiti i genitori per essere incoronati in Italia, rimase solo in Germania fino alla maggiore età. Sua madre morì infatti poco dopo in Sicilia e il padre si dedicò ad altre attività come mettere su un fiorente regno nel sud Italia, sposare la giovanissima erede al trono Jolanda di Brienne da cui ebbe il secondo erede Corrado (poi padre di Corradino, l'ultimo degli svevi che come fosse uscito da "Il trono di spade" guidò eserciti in battaglia a 16 anni al fianco del suo cugino e coetaneo e forse amante Federico di Baden) far costruire castelli, tenersi buono il papa ecc. ecc.
 Per tenerlo stretto al suo volere Federico gli fece sposare una donna più vecchia scelta da lui, Margherita d'Austria (che poi Enrico cercò di ripudiare in ogni modo), non prima di aver pensato di darlo in sposa alla sorella del re d'Inghilterra che invece pensò bene di prendersi poi per sè come terza moglie. Inoltre dispose che diventasse maggiorenne a 18 anni e non a 14 come era stato per lui e lo aveva assiso sì sul trono di Germania, ma che non muovesse foglia che lui non volesse.
  Ortensio Zecchino sottolinea spesso come Enrico, altre volte dipinto come uno sporco orditore di trame, volesse in realtà solo un po' di spazio per sè e sgomitando sgomitando sgomitò molto male. Finché infatti tentò di aizzare principi elettori tedeschi a destra e a manca contro il padre, Federico lo ammonì e pure severamente, ma ciò che non potè perdonargli (oltre ad una mano troppo morbida contro gli eretici tedeschi) fu l'alleanza con la lega lombarda mentre lui se ne stava presa dalla stipula di un megacontratto prematrimoniale in terra d'Albione.
A una certa, il povero Enrico sbroccò.
 Tutto, ma i lombardi NO (bravo Federico ti appoggio), così, rientrato in Germania a far sentire la sua tonante voce ai riottosi principi tedeschi (che in effetti non lo vedevano mai), convocò il figlio, lo processò e condannò a morte.
 Tuttavia, il libro è appunto la ricostruzione storica del rapporto tra un padre e un figlio e Zecchino sottolinea più volte come Enrico, forse, dopotutto, volesse solo uscire fuori dall'ombra paterna e di certo, nonostante le sue malefatte, non si aspettasse un destino così duro. Non era il primo principe a ribellarsi al padre e nessuno dei precedenti aveva avuto un trattamento così tremendo. Insomma pure per i reali i figli erano pezzi 'e core. Non si sa se per questo pezzetto di cuore, se per ricordo alla prima moglie, se per pressioni papali et politiche varie, fatto sta che Federico graziò il figlio rinchiudendolo però a vita in una torre.
 Pare che in molti alla lunga si aspettassero una grazia che però non arrivò. Le sfighe per il povero Enrico non erano però finite. E' di qualche anno dopo una missiva di Federico che scrive ai carcerieri del figlio che sa delle sue pessime condizioni non solo di salute, ma anche di cura e aspetto e si raccomanda di aiutarlo. Un premuroso papì?
 No. Il poveretto, non si sa quando e come, era riuscito a contrarre la lebbra e piombato in cosmica depressione si stava lasciando andare. Finì male, molto male. Sfiancato probabilmente dalla malattia e dalle disgrazie, le fonti storiche concordano col dire che precipitò in un dirupo durante un trasferimento di prigionia, se suicida o meno non è dato sapere. Federico che forse avrebbe graziato il figlio se non fosse caduto malato di un male così socialmente riprovevole (e dovendolo perciò nascondere) lo avrebbe forse perdonato, se si deve credere al dolore di padre in lacrime che lasciò in una lettera scritta a Pier delle Vigne.
 Il volumetto merita una lettura perché è un curioso modo di affrontare la storia, con serietà eppure umanità, e soprattutto apre una finestra su un mosaico di vite di cui crediamo di sapere qualcosa e invece non sappiamo nulla. Federico II, i suoi genitori, le sue mogli, i suoi figli, il bel Manfredi ucciso, Corradino ultimo degli Svevi, le crociate, sono una miniera di storie infinitamente più interessanti e incredibili di quelle infiocchettate e vendute in un alone di esoterismo da tanti imbonitori del niente.

Miniatura tratta da "De arte venandi cum avibus"

 In tutto ciò se volete vedere qualcosa di meraviglioso date un'occhiata a questo link.
 Trattasi della versione digitalizzata del celebre trattato di falconeria attribuito a Federico II "De arte venandi cum avibus".
 E' bellissima.






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