mercoledì 22 aprile 2015

Editor o non editor? Questo è il problema! Codesta figura tarpa le ali creative degli scrittori o è un essere fondamentale per la buona riuscita di una storia? Non lo so, ma intanto un romanzo che forse andava rivisto meglio, qualche risposta me l'ha data.

Quando morì Steve Jobs vennero fuori una serie di particolari sulla sua esistenza che persone non interessate alla vita di un capitalista moderno (tipo me), si sarebbero tranquillamente risparmiate.
Vignetta esemplificativa di Lish e dei suoi tagli
Purtroppo la sua vita si prestava. Dato in adozione dai genitori universitari, non seppe per molti anni che quegli stessi genitori avevano avuto (e tenuto) dopo di lui, un'altra figlia che divenne una scrittrice conosciuta come  Mona Simpson.
All'epoca lessi un articolo su codesta Mona che scrisse un romanzo d'esordio tradotto anche in Italia, "Dovunque ma non qui" in cui, si riconosceva il pesante intervento di un editor assai famoso ai tempi, Gordon Lish.
 Costui, scrittore e scopritore, tra gli altri, di Raymond Carver, amava il minimalismo e pare fosse famoso per il lavorio che applicava, secondo la sua estetica, sui lavori altrui che gli passavano tra le mani.
 Qualche anno fa, mi capitò di partecipare a un workshop di tre giorni molto coool (gratuito, ogni tanto capita, c'era gente che pur di farlo, con mio sconcerto, si inerpicò dalla Sicilia), in cui Raul Montanari tenne una lezione in cui parlò anche di editing. Fece notare come le opere di un tempo che, per carità passavano una vita e selezione editoriale assai più travagliata e pesante dei nostri bulimici tempi, venivano stampate così come lo scrittore le aveva scritte.
 Avremmo le infinite divagazioni scientifiche che riempiono "Moby Dick" se il libro fosse stato scritto oggi? Molto probabilmente no, qualche solerte editor l'avrebbe di certo tagliate.
 Sulla base di codesti episodi, ho sempre considerato l'attività degli editor discretamente sospetta. A leggere le biografie degli scrittori statunitensi contemporanei, come la Highsmith, l'editor era uno spauracchio che si agitava nelle loro menti e aveva un potere che, per i cultori dell'ispirazione voluta dal dio, risultava un'ingerenza insopportabile.
 Carver perciò sarebbe stato lo stesso senza Fish? Mona Simpson avrebbe avuto il medesimo successo? La Highsmith avrebbe scritto libri che vengono tuttora portati continuamente al cinema (a proposito non vedo l'ora che esca "Carol"!)?
 Essendo sull'altra sponda, ossia quella di coloro che scrivono e aspirerebbero ad essere prima o poi letti, per molto tempo ho pensato che fosse un'ingerenza alquanto indigesta. Poi l'altro giorno mi è capitato di leggere un romanzo che mi aveva incuriosito da molto tempo.
 Si tratta di "Tokyo Love" di Silvia Accorrà, il primo di quella che promette di essere una trilogia.
 Volevo leggerlo perché questo libro, nella trama, apparteneva chiaramente a un genere che mi stupisco sempre di trovare raramente in libreria: i libri che vorresti leggere. 
Quando ero adolescente sentivo assai più forte il bisogno di leggere libri le cui trame si avvicinavano al mio immaginario. Mi chiedevo sempre: perché gli scrittori scrivono chiaramente così tanti libri che in realtà non vorrebbero leggere?
 Ci sono tanti motivi per cui si scrive e non starò a sviscerarli in questo post.
 Tuttavia tra la sperimentazione, il libro che uno dichiara di avere "l'urgenza di scrivere", il personaggio che frulla nella mente, la storia personale che deve essere raccontata, il riempitivo della bibliografia ecc. ecc., trovare delle trame di cui si noti immediatamente il gusto nell'aver creato proprio quella storia è raro.
 Facendo un paragone culinario, è come se uno chef amasse da morire i muffin, ma, lavorando in un ristorante d'alta classe non potesse abbassarsi a servire ai clienti un piatto così cheap.
 I libri che gli scrittori scrivono secondo il proprio gusto si riconoscono subito, magari non sono i migliori della propria produzione, ma di sicuro sono diversi dal resto della bibliografia, è il "Norwegian wood" di Murakami o "Ernesto" di Saba per dire.
 Comunque, senza scomodare grandi nomi, sebbene la quarta di copertina arrivasse a rievocarmi persino Mishima, (gente del calibro di Mishima io la scomoderei solo in rari casi altrimenti è un boomerang) ero partita assai fiduciosa: le recensioni su anobii e in giro mi dicevano che si avvicinava assai allo stile della Yoshimoto (cosa assai più probabile, anzi, considerando quanto essa sia amata in Italia ho sempre trovato strano che nessuno tentasse di imitarne lo stile) e che si trattava di una storia d'amore tra due donne, una giapponese e una straniera.
 Inizio a leggere. Parte benino, sembra una cosa alla minimum fax, ggggiovani autori dalle trame preziose (certe volte anche troppo), poi inizio a incappare in termini che non ho mai, colpevolmente sentito. Scopro che in italiano esiste una parola "artatamente" che la Treccani mi assicura sia in uso o "ecolalica", altro lemma a me ignoto. Per carità, colpa mia, ma già il fatto che in frasi alla Yoshimoto, con un linguaggio perciò molto chiaro e semplice, cristallino, apparissero termini che forse sono più da romanzo di Eco, mi lasciava perplessa.
 Ma vabbeh, questa è una mia idea stilistica. Il problema è stato che, andando avanti, la trama, graziosa e anche interessante, procedeva con un ritmo abbastanza preciso e buono, ma la sintassi iniziava a mostrare segni evidenti di agonia.
 La storia di Mimi, sexy ventenne giapponese che piomba a casa della zia a Tokyo, la quale sta ospitando la protagonista, studentessa occidentale che si innamora all'istante di lei, era carina. Era proprio la storia che ogni tanto mi piacerebbe leggere.
 Tutta l'atmosfera un po' manga che io e miei coetanei nerd amiamo, un contesto un po' diverso che aiuti a variare il tema della semplice storia d'amore "lei incontra lei", erano proprio quel che stavo cercando.
 Ma, l'insostenibile scorrettezza della sintassi mi portava a due possibilità:
1) Il libro non era stato corretto. Cioè era stato mandato in stampa come l'editore lo aveva ricevuto. Non capisco se no perché neanche le virgole fossero al posto loro, perché fosse pieno di frasi lunghe di cui si evinceva il senso, ma la cui sintassi era, se non altro, contorta, e perché, senza tagliar paragrafi, non si erano sistemati in modo più organico i capitoli.
2) Altra possibilità: chi ha corretto il libro forse era alle prime armi o non lo so.
 Un libro del genere mi ha fatto capire che, Gordon Lish, con la sua estetica estrema, era forse un unicum non consigliabile (per quanto pienamente efficace a quanto sembra), ma che, la figura dell'editor non è poi così sospetta.
 Esistono libri che magari meriterebbero una pubblicazione, ma, prima, un'abbondante ripassata per mano di qualcun'altro. 
 E' un concetto ben spiegato all'inizio del primo libro di "1Q84", probabilmente l'unico pezzo davvero apprezzabile di quel libro sovraccarico (che a sua volta avrebbe avuto bisogno di qualcuno che tagliasse le infinite ripetizioni con l'accetta): il protagonista e un suo amico si ritrovano tra le mani un romanzo che ha qualcosa di particolare, ma è scritto in una forma non proprio splendida.
  L'autrice, una sedicenne, ha partecipato ad un concorso per scrittori esordienti e il suo romanzo ha una forma pessima. Tuttavia, i due intuiscono che sotto la sintassi da rivedere completamente,  brucia, in effetti, quel qualcosa che rende il libro speciale rispetto agli altri, già perfetti, che sono arrivati. Così i due lo limano (nell'ombra) portandolo alla vittoria e a un grandissimo successo.
 Ovviamente non mi azzardo a dire che "Tokyo Love" sarebbe stato un grandissimo successo, ma di certo, sistemato e rivisto meglio, sarebbe stata una storia piacevole da leggere, una di quelle che ogni tanto, vorresti (o almeno io vorrei) leggere: leggere, un po' alla Yoshimoto prima maniera, un po' manga, con una storia d'amore non banale.
 Un peccato. Editor, vi ho rivalutato.

Ps. Nel caso codesta figura fosse stata presente, allora non so, c'è qualcosa che mi sfugge. E' pur sempre diritto del lettore non apprezzare.

9 commenti:

  1. Guarda che l'editor propone, ma è l'autore che ha la penultima parola e l'editore l'ultima. Quindi se un'opera funziona è *anche* merito dell'editor (se c'è), altrimenti ciccia, la colpa è tutta dell'autore, refusi compresi.

    Attualmente, però, ho l'impressione che gli editor siano riservati a pochi intimi:
    https://vibrisse.wordpress.com/2015/04/16/dieci-leggende-false-che-circolano-sul-mondo-della-grande-editoria/
    Punto 8

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  2. Sicuramente la figura dell'editor rappresenta un aiuto in più per l'autore, ovviamente con la dovuta considerazione che una limatura eccessiva, o addirittura una scalpellatura, può a volte inficiare lo stile originario.
    Lo stesso dicasi, in caso di autori stranieri, per il traduttore, il quale addirittura può decretare il successo o meno di un testo.

    Detto questo, visto che una parte di me è otaku all'ennesima potenza, mi sto già attrezzando per recuperare una copia di Tokyo Love! XD

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  3. Penso che ci siano diversi tipi di editor, quelli assolutisti come quello di Carver e quelli che si limitano a dare suggerimenti, ma l'Editor Ideale per me rimane quello che riesce a far coincidere il libro che l'autore voleva scrivere con libro effettivamente scritto.
    Però l'editor ci vuole, dai.

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  4. Mi sento personalmente toccata da questo post perché, ebbene sì, io sto su entrambe le rive: perché scrivo (oltre al blog), e spero che prima o poi qualcuno mi pubblichi, e perché nel frattempo faccio anche l'editor per una piccola casa editrice. Ti confermo che finché non ti trovi a fare questo lavoro certosino non realizzi quanta importanza possa avere...spesso si leggono libri in cui sembra che non ci sia stata nessuna correzione: la punteggiatura è a casaccio, le frasi zoppicano, ci sono incongruenze nei nomi, nelle date... personaggi compaiono a p. 50 e scompaiono misteriosamente senza dar notizia di sé...
    Sono cose che mi spazientiscono come lettrice e che mi danno, dell'autore e del suo editore, un'impressione di trascuratezza che non mi invoglia per niente a proseguire la lettura: mi sento trattata con poco rispetto. Quindi sì, viva gli editor, anche se gli autori li detestano perché mettono mano sulle loro preziose perfette creature (e chissà, magari se mai verrà il mio turno pure io m'incazzerò per una virgola spostata...)

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  5. Secondo me l'editor è una figura potenzialmente ambigua. Non in senso negativo a priori, ma proprio perché il suo intervento si presta ad essere necessario e preziosissimo in certi casi, ma pure fortemente snaturante in altri.

    Secondo me l'editor di cui parla Giovanna Uccheddu qui sopra, quello che evita "la punteggiatura a casaccio, le frasi che zoppicano, le incongruenze nei nomi, nelle date, i personaggi che compaiono a p. 50 e scompaiono misteriosamente senza dar notizia di sé", ecc. è una figura fondamentale. Quello che spiega all'autore cos'è che non va, le cose oggettivamente errate, ciò che necessita una sistemata, giudicando con l'occhio del lettore esterno... ecco, quello è una necessità sacrosanta dell'editoria, secondo me.

    Poi ci sono gli editor come Lish, che devono per forza 'sventrare' un'opera finché essa non corrisponde ai propri gusti personali, oppure quelli che dettano tagli, modifiche e sistemazioni non semplicemente per correggere difetti di costruzione, ma avendo davanti agli occhi solo le esigenze del mercato: levare certi pezzi solo perché il pubblico non legge volentieri libri troppo lunghi, cambiare il finale per venire incontro ai gusti di una fantomatica massa comprante, evitare certi temi perché scomodi, ecc. Insomma, quegli editor che non si fanno scrupoli a calpestare l'opera come l'ha pensata l'autore perché i propri gusti e i gusti di un fantomatico, previsto "pubblico" devono avere la precedenza.
    Ecco, quelli sono gli editor 'cattivi', secondo me.

    Dopodiché, come dice il Comizietto, ormai pure avere un editor con cui confrontarsi è un lusso. E quindi ti chiedi se certi libri che trovi sugli scaffali siano così orrendi perché 'normalizzati' da un editor troppo influenzato dal marketing, o perché invece l'autore un editor non l'ha visto neanche col binocolo... :P

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  6. Alla fine la penso come te. A volte leggi di belle trame, bei personaggi, ma scritti male, punteggiatura a caso o anche parti che andrebbero spostate.

    Purtroppo gli scrittori finiscono per amare il loro prodotto così com'è, perché nella loro mente fila, ha un senso, mentre per chi legge la cosa non è poi così chiara.
    Io li capisco. Ho collaborato con una rivista ed ero seguita da un editor e dal controllo incrociato di altri due collaboratori. All'inizio le critiche (tutte costruttive) non mi andavano giù, mi sentivo giudicata e sottovalutata. Al mio secondo articolo con loro ho capito: il loro lavoro non toccava minimamente i contenuti o lo stile, e questo è sacrosanto, ma erano in grado di farmi notare le parti deboli e mi hanno aiutato a equilibrare il tutto.

    Questo concetto non sono mai riuscita a spiegarlo a mia sorella, che si è autopubblicata.
    Certo, un buon editore è quello in grado di rispettare il lavoro altrui.

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  7. Ciao! Credo che il punto di equilibrio tra l'editor invasivo e la "naturalità" dell'autore sia molto difficile da trovare. Anche scrivere male è naturale, purtroppo, e in quel caso un intervento esterno è benefico per la storia, ma in qualche modo oscura l'autore. Di sicuro certi libri dovrebbero riportare due nomi in copertina.

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  8. La figura dell'editor per me è sacrisanta. Se uno crede al mito del l'ispirazione dal cielo, continui pure; ma qualsiasi scritto, dall'articolo di giornale al romanzo è frutto di un lavoro di sistemazione a tavolino, e grazie a Dio che esiste una figura esterna con cui confrontarsi che fa quello di mestiere. Poi certo, deve esserci massima fiducia reciproca, ma se il libro non convince l'editor, che è il primo lettore (professionale), non convincerà nemmeno la massa. Lo scrittore da solo non è attendibile, è come la mamma cieca ai difetti del figlio. Quindi bando ai narcisismi e sì a TUTTO il lavoro editoriale. Una volta gli scrittori si facevano le revisioni da soli, è vero, ma ci mettevano anche 10 anni o tutta la vita a licenziare le versioni definitive! E non è che di Manzoni o Flaubert ce ne siano tanti in giro... Questi due, per dire, avevano una chiara (ossessiva?) percezione dello stile che cercavano, ma io credo che per gli autori "normali" la ricerca a monte del "proprio" stile sia fatta insieme alla casa editrice, e quindi il prodotto finito sarebbe diverso se l'opera fosse stata gestata in contesti differenti. Chi ci trova qualcosa di strano, per me, ha il mito ingenuo dell'autorialità: cioè crede che se non è farina del sacco di una sola persona al 100%, l'autore stia "barando", non meriti ammirazione, non l'abbia davvero "fatto lui". In ambito musicale ci inciampo spessissimo. Ragazzi, un libro è frutto dello sforzo congiunto di moltissime persone: fatevene una ragione. Se poi l'editor (alla Linch) o qualsiasi altro aspetto editoriale non piace, lo scrittore può sempre pubblicare altrove!

    Preciso che né scrivo né collaboro con autori - sono solo una lettrice - ma credo nelle professionalità. Se un libro è confusionario o sciatto non me la prendo con lo scrittore, ma con chi gliel'ha pubblicato così, e in primis con l'editor: io do i soldi alla casa editrice, e dalla casa editrice pretendo un servizio.

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  9. Se per fortuna infinita, ti capitasse di avere fin da bambina, per vicino di casa o amico di famiglia un signore che faccia l'editor di cui fidarsi ciecamente e che ti conosca più di tua madre: ecco quella è la persona alla quale consegnare tutti i tuoi testi anche i pensieri tuoi non ancora scritti.Come dire: solo se c'è amicizia e fiducia.Per qualsiasi intervento urge convinzione e spiegazione esauriente e non secondi fini.

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