martedì 31 maggio 2016

I ragazzi hanno bisogno di esempi, non di Exempla. La differenza sottile tra un libro che procede per temi didascalici e una storia in cui precipitare follemente. Entrambi possono piacere, ma solo uno lascia qualcosa.

 Molti dei libri che danno da leggere a scuola (in realtà molti dei libri che escono, ma in questo caso specifico è ancora più lampante), con tutte le buone intenzioni, sono secondo me troppo didascalici. 


A girl daydreaming during class, Florida,
 March 1947. Photo by Allan Grant.
 Sono, quelli che si potrebbero definire "Romanzi a tema".
 Io scrittore scrivo un libro e presento un dramma, una problematica, una ferita del nostro tempo, a uso delle nuove generazioni e degli studenti. L'idea da un certo punto di vista è encomiabile, il risultato secondo me rischia però di non essere quello sperato.
 Prendo come esempio un successo dell'anno scorso molto dato come lettura scolastica: "Non dirmi che hai paura" di Giuseppe Catozzella. 
 La storia racconta la breve vita di Samia, atleta somala giunta ultima alle olimpiadi di Pechino e morta in mare mentre cercava di raggiungere le coste italiane col sogno di tornare in Inghilterra per prepararsi adeguatamente a Londra 2012.
 La vita di Samia così breve e così particolare si prestava indubbiamente ad essere raccontata in un libro e il risultato non è male, tuttavia a me, personalmente, non è piaciuto.
 La spiegazione di questo paradosso è molto semplice: la storia della giovane, sfortunata, Samia è potente, il modo in cui è stata raccontata no.
  Questa faccenda della potenza è il tallone d'Achille dei romanzi a tema che hanno sempre un po' il retrogusto posticcio dei romanzi commissione: la sua storia non è solo la sua storia, ma un modo per mostrare la tragedia dei migranti.
 Il risultato può anche essere toccante in un primo momento, ma i sentimenti sembrano tagliati con l'accetta: tutti sono buonissimi o cattivissimi, mancano i chiaroscuri e l'immedesimazione è una faccenda tanto facile quanto labile. Tutti noi parteggiamo per istinto con una ragazza che cerca la libertà, ma se la scrittura non ci colpisce in modo da farci desiderare per primi la libertà che lei va cercando, tempo pochi giorni e ce ne siamo dimenticati.
Dobbiamo sentire il dolore per ricordare il dolore.

 Ovviamente Catozzella e gli scrittori che si sforzano di trattare temi contemporanei hanno colpa fino a un certo punto: c'è bisogno di questo genere di storie ora e non si può aspettare che venga fuori (e verrà) il best seller che spazzerà via le nostre remore e certezze.
 Fanno, diciamo, il loro onesto lavoro.
 Ho parlato del suo libro, ma ce ne sono altri e tutti hanno lo stesso problema: si procede così tanto per temi e una sorta di didascalismo bencelato o malcelato che non sembrano romanzi, ma fiabe per adolescenti.
 L'eroe che sbaglia, capisce l'errore, si redime, comprende che non bisogna discriminare, che la mafia fa schifo, che il camorrista bello però è anche cattivo e punto.
   Si propongono perciò a ragazzi sulla via della maturità, schemi che generalmente riserviamo agli infanti (anzi, le fiabe di un tempo avevano più profondità psicologica).
 Si parte dal presupposto, non si sa perché, che i ragazzini si trovino immersi in pensieri che sono o buoni buoni o cattivi cattivi, le sfumature del dubbio, dell'eventuale fascino del male (che a mio parere sia accentua quando vedi che nei libri i veri buoni non hanno mai un dubbio) non è presa in considerazione.
 In realtà un quindicenne i suoi dubbi amletici ce l'ha, le sue convinzioni, solitamente assai radicali, inizia ad esprimerle (con tutto il tempo di cambiarle 700 volte, ma intanto ce l'ha) e non riguardano spesso teneri fiori che crescono nei campi o aneddoti degni dei fioretti di San Francesco.

 Per dirla in una frase sola: gli adolescenti hanno bisogno di esempi scritti bene, non di Exempla.
 Il santino ha la durata di un libro, una storia che colpisce attecchisce per anni.

 Per far comprendere questo mio lungo discorso, consiglio caldamente la lettura (soprattutto a eventuali insegnanti di medie e superiori) de "La vita secondo Banana" di PP Wong, Baldini e Castoldi.
 Chi è costei?
PP Wong
PP Wong, incredibilmente la prima scrittrice sino-inglese a pubblicare un libro, possiede quel ritmo scorrevole e luminoso che hanno gli orientali, minimalisti senza quel bisogno ricercato di esserlo a tutti costi. La semplicità nella scrittura viene loro naturale e i libri scorrono velocissimi, pur trattando, come in questo caso, temi abbastanza complessi.
 La storia infatti è quella della piccola Xing Li, ragazzina di origine cinese nata e cresciuta a Londra, che durante la festa di compleanno dei suoi 12 anni perde in modo assurdo sua madre (esplode un forno in un ristorante cinese), dopo essere rimasta già orfana di padre alla nascita. 
 Lei e il suo intelligentissimo fratello maggiore adolescente, Lai Ker, vengono dati in affido alla ricchissima nonna, una cinese originaria di Singapore molto severa.
 Come ci si aspetta dagli orientali è una sorta di nonna tigre che iscrive immediatamente i nipoti a costosissime scuole private e pretende eccellenza, soprattutto in campo scientifico: i poeti in famiglia non sono ammessi, le uniche professioni degne di questo nome sono il medico, l'avvocato o il broker.
 Lai Ker, genietto che mette il suo talento a disposizione di progetti sempre più inquietanti di supremazia cinese in Inghilterra, viene lasciato in pace dall'anziana, ma così non è per la povera Xing Li che non solo non brilla a scuola, ma diventa il bersaglio dell'odio di una sorta di reginetta crudele dell'istituto.
 Il libro riesce a mescolare una quantità di temi impressionante: la disabilità mentale di un membro della famiglia e le conseguenze sugli altri (lo zio materno della bimba soffre, si intuisce, di una qualche forma o di esaurimento o schizofrenia e Xing Li che si trova improvvisamente a vivere anche con lui, vive la convivenza con difficoltà), la solitudine di chi rimane senza famiglia e quella dei migranti, strappati spesso senza reale convinzione dai loro luoghi d'origine, il bullismo scolastico e soprattutto il razzismo.

 E' curioso che abbia letto da poco "Americanah" della Adichie, un libro indubbiamente più sontuoso e pregnante di questo che, eppure, come avevo scritto, non riusciva secondo me a centrare esattamente il tema della discriminazione come conseguenza dell'appartenenza a una minoranza.
  PP Wong ci riesce perché capisce una cosa fondamentale: la discriminazione non cessa di esistere perché tutti noi abbiamo qualcuno che riteniamo inferiore a noi.
 E' il punto focale che manca in "Americanah": l'idea che comunque non ci sia una fratellanza di minoranze perché in fondo tutti pensiamo di essere migliori di qualcun altro (che discriminiamo a nostra volta).
 PP Wong riesce invece a raccontare questo nodo fondamentale grazie alla storia di una ragazzina improvvisamente catapultata da un contesto sociale molto protetto, in cui sua madre le aveva fatto da scudo costruendole un mondo in cui origini orientali e nascita occidentale riuscivano a convivere in armonia, ad un contesto improvvisamente nemico, in cui lei è la diversa, la muso giallo, la poveraccia.
 Come fa? Costruendo un reticolo di discriminazione che non va a senso unico, ma procede, per ironia lessicale, per scatole cinesi.

 Xing Li è discriminata dai suoi nuovi compagni ricchi, spocchiosi e insopportabili perché è cinese (è anche ricca, ma nel loro immaginario non esistono cinesi ricchi, quindi percepiscono la sua presenza in una scuola d'élite come una sorta di affronto di classe, altro lato interessante).
 Il suo unico amico è Jay un ragazzo per metà cinese e per metà giamaicano.
 Forse non tutti sanno che in oriente non hanno molta simpatia per le persone di colore, così Jay, le rivela che sia i nonni materni (cinesi) che quelli paterni (giamaicani) hanno rinnegato i rispettivi figli a causa della loro unione, fonte di reciproco fastidio verso una diversità culturale ed etnica per loro inaccettabile.
 Xing Li è sconcertata: com'è possibile che dei nonni non vedano il nipote?
  In realtà anche lei scopre di avere una storia simile nel passato: nessuno gliel'ha mai detto prima, ma suo padre era giapponese e dopo la seconda guerra mondiale se c'erano due popoli che proprio non potevano vedersi erano giapponesi (rei di aver commesso una quantità di atrocità durante la guerra sino-giapponese) e cinesi.

 E non è finita, perché ci sono i cinesi original e quelli nati altrove, e il tetto di cristallo oltre il quale molte persone di origine non britannica non riescono ad andare solo a causa del loro aspetto (la zia di Xing Li è un'attrice che viene chiamata solo per ruoli di prostituta o migrante) e il bullismo e la frustrazione che nasce nelle nuove generazioni.
 E' un libro che sembra semplice e contiene una quantità di spunti di riflessione che potrebbero bastare per dieci.
  Xing Li non è una santa, anzi, detesta sua nonna e vorrebbe che suo zio Ho venisse rinchiuso da qualche parte, però ha una caratteristica indiscutibilmente positiva per essere il personaggio di un libro: sembra una persona vera.
 PP Wong avrebbe potuto raccontare l'appassionante storia della prima attrice cinese della storia oppure l'edificante fiaba di una perfetta ragazzina cinese in grado di vincere il bullismo scolastico con coraggio e trionfo. Non lo fa. Non racconta balle, non regala illusioni e neanche santini.
 Scrive di persone che sembrano vere, sbagliano, vincono, perdono e non sono eccezionali.
Sono come noi ed è questa la chiave per risolvere il 90% dei problemi nel mondo: solo quando riconosci l'altro come uguale a te stesso, allora smetti di avere pregiudizi, paura, odio.

E voi cosa ne pensate? Esistono libri a tema? E' una mia impressione? In realtà Catozzella è lo scrittore definitivo e non me ne sono accorta? Testimoniate!

3 commenti:

  1. Concordo. Ho letto un sacco di libri a tema, consigliatissimi ad adolescenti e ne ho tratto la stessa identica sensazione di lieve fastidio.
    Fossi un'adolescente non mi piacerebbero e mi sentirei trattata da idiota. Da adulta, mi danno l'impressione di essere libri che appagano la buona coscienza e fanno sentire superiori.
    Leggerò questo, grazie.

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  2. Libri a tema nel senso di "la nuova eloisa" di Rousseau ci sono sempre stati. penso anche a tutti i romanzi per donne tra 600 e 800, che sono orrendamente didascalici. Io penso però che siano semplicemente dei romanzi venuti male,in origine. Poi la domanda fa l'offerta. Sto leggendo in questo periodo i saggi di Orwell (che avevi consigliato) e in uno Orwell sostiene che tutti gli autori (e tutti i libri); abbiano una componente politica in senso lato più o meno spiccata, cioè mirano a cambiare l'atteggiamento del lettore su un certo tema. Poi c'è la componente di egocentrismo, estetica etc. Secondo me il libro didascalico esce fuori quando lo scrittore non riesce a sfumare l'intento politico con quello artistico. Quindi lo scrittore scrive un libro didascalico perché non ha talento; del perché però a scuola diano questi libri, non so dire. Probabilmente perché credono che gli adolescenti siano mezzi scemi, e se la morale non gli viene buttata in faccia non la vedono. Che poi secondo me è anche il motivo dietro alla sterminata produzione storica di romanzi con eroine di buon cuore che superano mille difficoltà senza perdersi d'animo una volta, e conservandosi sempre oneste e generose. Nella vecchia tradizione adolescenti e donne sono entrambi minorati mentali, con facoltà intellettive sotto sviluppate rispetto all'uomo. Magari è una concezione dura a morire... Oppure gli insegnanti non hanno sbatti di andare a cercarsi libri ben scritti. In ogni caso gli scrittori senza talento o senza ambizioni letterarie sanno che se utilizzano determinate storie (tipicamente storie vere) il libro lo piazzano a prescindere e si pagano le bollette. Ma io preferisco pensare che avrebbero voluto scrivere il nuovo 1984 e non ci sono riusciti.

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  3. Libri a tema nel senso di "la nuova eloisa" di Rousseau ci sono sempre stati. penso anche a tutti i romanzi per donne tra 600 e 800, che sono orrendamente didascalici. Io penso però che siano semplicemente dei romanzi venuti male,in origine. Poi la domanda fa l'offerta. Sto leggendo in questo periodo i saggi di Orwell (che avevi consigliato) e in uno Orwell sostiene che tutti gli autori (e tutti i libri); abbiano una componente politica in senso lato più o meno spiccata, cioè mirano a cambiare l'atteggiamento del lettore su un certo tema. Poi c'è la componente di egocentrismo, estetica etc. Secondo me il libro didascalico esce fuori quando lo scrittore non riesce a sfumare l'intento politico con quello artistico. Quindi lo scrittore scrive un libro didascalico perché non ha talento; del perché però a scuola diano questi libri, non so dire. Probabilmente perché credono che gli adolescenti siano mezzi scemi, e se la morale non gli viene buttata in faccia non la vedono. Che poi secondo me è anche il motivo dietro alla sterminata produzione storica di romanzi con eroine di buon cuore che superano mille difficoltà senza perdersi d'animo una volta, e conservandosi sempre oneste e generose. Nella vecchia tradizione adolescenti e donne sono entrambi minorati mentali, con facoltà intellettive sotto sviluppate rispetto all'uomo. Magari è una concezione dura a morire... Oppure gli insegnanti non hanno sbatti di andare a cercarsi libri ben scritti. In ogni caso gli scrittori senza talento o senza ambizioni letterarie sanno che se utilizzano determinate storie (tipicamente storie vere) il libro lo piazzano a prescindere e si pagano le bollette. Ma io preferisco pensare che avrebbero voluto scrivere il nuovo 1984 e non ci sono riusciti.

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