lunedì 23 maggio 2016

"Il magico potere del riordino" di Marie Kondo: una grande intuizione politica sacrificata sull'altare della sciuraggine. Se potessimo davvero controllare le nostre pulsioni all'accumulo, saremmo in grado di cambiare il mondo.

Sono mesi che ormai un best seller impera nelle classifiche di vendita per motivi di difficile comprensione: "Il magico potere del riordino" di Marie Kondo, detta anche Konmari.

Questa giapponese dall'età indefinibile (dai 18 ai 38 anni), sorridente e rilassata come se fosse appena uscita da una settimana alle terme, è invece una sorta di stakanov del riordino, così abnegata alla causa da far quasi spavento.

 Prima di leggere questo libretto, per pura curiosità, ero abbastanza certa che si trattasse di un sistema giapponese per sistemare le cose che teniamo incianfrusagliate a casa.
 Basta entrare da Muji, la catena di casalinghi nipponica, per rendersi conto che nelle case giapponesi tutto debba essere incolore, inodore, smussato e possibilmente piccolo, inquietante, ma vantaggioso per chi possiede stanze sempre più piccole.

  In confronto al minimalismo del sol levante, quello svedese by Ikea sfiora azzardi alla Almodovar.

 Ecco, no, leggendolo, ho scoperto di non averci preso per niente e, anche per questo, il mistero per molte pagine si è infittito.
 Konmari infatti non ha scritto un manuale su come mettere a posto le cose in casa, ma, piuttosto, una sorta di autobiografia sul suo rapporto con l'ordine e disordine sin dall'infanzia.
  Nelle prime pagine sembra di essere precipitati in un romanzo di Banana Yoshimoto prima maniera: Marie ci racconta infatti della sua infanzia surreale.
 Lei, seconda di tre figli, vive una vita pacifica, ma ben presto, grazie alle riviste femminili che sua madre compra regolarmente (non sospettando neanche lontanamente cosa stia per innescare) scopre la magia delle case da copertina.

 Sapete quelle case che siamo convinti esistano solo nelle riviste di design? 

 Pulite come ospedali giapponesi, luminosissime e perennemente abitate da piante e fiori stupendi e rigogliosi (ma mai di plastica), senza una briciola fuori posto, inamidate come se non le avesse mai toccate nessuno, neanche l'arredatore di interni che le ha messe lì?
 Ecco, Marie inizia a sognare case così, perciò, sin da bambina mette forsennatamente in ordine i luoghi dove si trova: casa, dove costruisce finti recipienti dove infilare le cose per categorie, e scuola, dove salta la ricreazione per riordinare scaffali e libri.

 La gioia irresistibile che innesca in lei vedere i suoi luoghi in ordine, è pari solo alla frustrazione che le crea ritrovarseli in disordine dopo due giorni. Ma com'è possibile?? Perché accade??

 Anni di duro allenamento, di frustrazioni familiari (per la sua famiglia, non per lei), di risistemazioni non richieste delle stanze dei fratelli e di decine di oggetti dei parenti buttati di nascosto (fino alla tragica scoperta e all'altrettanto tragico divieto di riordinare), fino al giorno in cui appare all'orizzonte il libro che le cambierà la vita: "L'arte di buttare" di Nagisa Tatsumi.

Illuminata, capirà che non c'è ordine senza una selezione preventiva di cose è importante per noi e di cosa non lo è.

 Ditemi se non sembra la trama di un manga.
 E invece è tutto vero.

Cosa ha reso questo libro un successo allora? In realtà c'è un motivo abbastanza evidente che rende accettabili persino le derive panteistiche che invitano a ringraziare i calzini per il loro servizio e a non stropicciare le maglie perché si offendono e insomma non se lo meritano.

 L'idea di fondo, infatti, è tanto semplice quanto fortissima: se non capiamo quello che è davvero importante per noi, continueremo ad accumulare cose inutili.

Il plus lo dà l'idea che l'accumulo casalingo corrisponda esattamente ad un accumulo di cose inutili all'interno della nostra esistenza: relazioni, hobby che non ci interessano, amicizie che non lo sono più, vestiario che non ci piace, soprammobili osceni. Tutto cospira per farci vivere una vita che non corrisponde a quella che immaginiamo per noi.

 Certe volte l'idea non è niente di spettacolare, ma lo diventa quando coglie nel segno: non ci sentiamo tutti un po' insoddisfatti?
 E non è la più allettante delle magie pensare che esista un metodo che ci consente con efficacia di mettere ordine nella nostra esistenza portandoci a godere appieno di ciò che già abbiamo?
 Perché è questo che in realtà promette il metodo Konmari.

 E come possiamo non fidarci del viso rilassato di una giapponese che nonostante passi la vita a riordinare sembra la più felice delle ragazze?

 Eppure.
 C'è qualcosa che non torna. Mentre le pagine scorrono, c'è come un'enorme omissione.
 Ok, l'accumulo compulsivo, anche se non patologico a livello di "sepolti in casa" è un grande problema del nostro tempo ed effettivamente intasa le nostre esistenze a livelli tossici.
 Il punto è: perché siamo spinti ad accumulare?
 Konmari ha inventato un metodo che spiega come gestire il problema, ma non indaga le cause. Ed è qui la grande falla nel sistema.

 Se Marie Kondo fosse stata meno concentrata a spiegarci che dovremmo aspirare a uno "stile di vita femminile" e che girare sciatta per casa non aiuta autostima e ordine, se insomma non avesse collegato il riordino principalmente a una sorta di vocazione alla femminilità, questo libro avrebbe potuto essere un grandioso manifesto politico.

 Noi accumuliamo perché siamo immersi in un gigantesco sistema consumistico.

 Il fatto che questo manualetto sia farina del sacco di una giapponese, ossia di un'abitante di uno dei paesi più immersi in un sistema di consumo continuo e vorticoso, non è affatto casuale.
 Il magico potere del riordino, la capacità di distinguere quello che è importante da quello che non lo è, avrebbe potuto, con più consapevolezza e meno sciuraggine, essere un'interessante metodologia non violenta, accessibile a tutti e dolce, diciamo, per combattere il sistema economico.

 Se tutti noi diventiamo capaci di gestire la nostra propensione all'accumulo e al consumo, se siamo davvero in grado di selezionare solo ciò che riteniamo essenziale per noi (e che varia da persona a persona, in questo senso è non violento, perché non impone una selezione dall'alto, ma personale), diventiamo improvvisamente padroni di una catena della quale, al momento, siamo spettatori facilmente manipolabili.
 Questo avrebbe potuto essere il magico potere del riordino in mano a una Konmari  consapevole delle sue potenzialità. L'intuizione era giusta, peccato concentrarsi, come dicono appunto gli orientali sul dito e non sulla luna.

 Cara Konmari che non mi leggerai mai, sappi che se usassi un decimo degli sforzi che investi nello spiegare come si piegano i calzini e le magliette, per selezionare meglio le vere ragioni del successo del tuo manuale, potresti diventare una vera rivoluzionaria, di quelle che cambiano il pianeta.
 Invece di finire all'ospedale per "eccesso di riordino", prenditi il tuo tempo e leggi Naomi Klein e ne riparliamo.

11 commenti:

  1. Sulla questione "ordine" e "accumulo di cose inutili" resto fedele a Thoreau: "Avevo tre pezzi di calcare sul mio scrittoio, ma fui terrorizzato scoprendo di doverli spolverare quotidianamente, mentre il mobilio della mia mente era ancora privo di polvere, e li gettai disgustato fuori dalla finestra".
    Fanno eccezione i libri, ovviamente.

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  2. Cara Konmari, già che ci sei, suggerisci di regalare i libri alle biblioteche, alle scuole, ai vicini, di mollarli sul tram se proprio non sai a chi darli. Non dire di buttarli, è un'eresia. Il calzino lo coccoli e il libro lo butti? Ma che sistema di valori hai?
    Tua, con compassione, B.

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    1. Come scrivevo anche su fb, anche io sono inorridita al momento libri, anche perché conservare alcune pagine di un libro non ha senso: se vuoi conservare le pagine, il libro ti è piaciuto e prima o poi avrai piacere a rileggerlo.
      Detto ciò, è vero che per un motivo o un altro (regali, acquisti sbagliati o libri semplicemente di pure consumo, tipo alcuni gialli o alcuni rosa che una volta letti ciao) molti si possono dare via. Il punto è che magari le biblioteche hanno piacere ad avere appunto i gialli, ma al sesto libro natalizio di Luciana Littizzetto anche no. Quindi, con consapevolezza, ci sono effettivamente dei tomi che si possono fare fuori (e ogni lettore ha la sua consapevolezza interiore davvero in questo campo). Il fatto che non ventili mai l'ipotesi biblioteche, mi ha fatto pensare che forse in Giappone il sistema bibliotecario non permette la donazione da privati.

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    2. Di recente mi sono trovata con il bagagliaio della macchina carico di libri che un'amica voleva buttare in seguito a un drastico riordino. In effetti le biblioteche mi hanno tutte detto di non essere interessate, senza neppure sapere che libri erano.
      Ma piuttosto che buttarli nella campana della carta mi sarei data fuoco. Ho cercato in giro per la città, ho telefonato a ventimila club e circoli e pure parrocchie. Alla fine li ho divisi in "per ragazzini" e "per adulti" e li ho regalati, rispettivamente, a un gruppetto di volontari che di pomeriggio fa compagnia agli studenti di medie e superiori e a un gruppetto di alpini in pensione che di pomeriggio fa compagnia ad altri anziani.
      Questo solo per dire che anche qui le biblioteche fanno le preziose, non ho capito perché, ma con un po' di impegno un modo per non gettare un libro si trova. Anche se è un libro scemo. Nel gruppo "per adulti" c'erano pure delle storie in dialetto su delle baruffe coniugali, il corrispettivo littizzettiano degli anni '20, ma qualcuno che si fa due risate leggendoli ci sarà sempre.
      Certo non si può pensare che una donna tutta dedita alla forma delle pieghe delle magliette e che non ha minimamente pensato di usare il suo metodo per qualcosa di più importante, come hai analizzato meravigliosamente nella recensione, arrivi a fare distinzione tra "spazzatura" e libri.
      Che poi, diciamocelo... i giapponesi leggono un manga e lo buttano. Questa è una cosa che mi ha sempre shockato. Ok, noi li accumuliamo, e accumuliamo le riviste settimanali, siamo pazzi in un altro modo, ogni paese ha il suo.
      Forse nella loro cultura anche buttare i libri è "normale". Chissà.

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    3. Secondo me c'è un grande equivoco sul ruolo delle biblioteche.
      Le biblioteche non sono magazzini organizzati, se lo fossero accetterebbero qualsiasi cosa e, ben presto, non avrebbero più posto dove infilare i libri. Ogni biblioteca a seconda del suo bacino di utenza si impone un certo tipo di collezione. Se si è in una cittadina di mare e arriva uno che ti dona una biblioteca di 85 libri sulle escursioni montane in Veneto, per dire, i bibliotecari non hanno motivo di tenersi i libri. Come non hanno spazio per 10 copie dei classici o per gigantesche quantità di harmony. Bisogna, diciamo raggiungere un punto in cui lo spazio che si ha a disposizione e non è infinito si congiunga alle effettive richieste della comunità. Non giova a nessuno rubare spazio con libri che mai nessuno prenderà a prestito solo perché "sono libri". Al secondo libro natalizio della Littizzetto, per dire, un bibliotecario già ti dice "tienitelo", perché mai dovrebbe occupare uno scaffale di regali natalizi indesiderati e tutti uguali?
      Per fare questa necessaria scrematura e mandare i libri che non si sceglie di tenere al macero servono tempo e competenze. Di questi tempi le biblioteche italiane sono talmente ridotte all'osso di personale specializzato (so che sembra empiricamente facile fare la scrematura e non muore nessuno se sbagli, ma se vuoi un lavoro fatto bene devi avere qualcuno che sappia fare il lavoro, fatto non chiaro a nessuno di questi tempi) che magari raggiungono un livello di saturazione e dopo 10 donazioni di biblioteche personali si trovano un magazzino ingombro che ci metteranno mesi a smaltire.
      Quando ho fatto tirocinio in biblioteca durante l'università, ho scremato roba ammassata lì da anni. Del resto erano due bibliotecari e tre categorie protette che al massimo riuscivano a fare il servizio di reference. Se le bibliotecarie devono occuparsi dell'amministrazione, dei corsi, degli ordini, degli eventi, della catalogazione ecc. capisci che rimane poco tempo da dedicare alle molteplici librerie personali che si donano.
      Visto che empiricamente ogni persona sa che determinati libri possono finire al macero, invece di costringere il bibliotecario a farceli finire per contro nostro, magari facciamo prima a selezionarli noi e a portare solo le cose di reale interesse (e quelle, assicuro, le prendono, io ci porto tanti libri che mi arrivano per il blog e mi ringraziano).

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    4. Wow, non sapevo che dietro una biblioteca ci fosse tutto questo *___*

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    5. Torno un attimo a dare fastidio in merito al rapporto Konmari-libri. Non so se ha modificato il tiro perché un po' tutti l'hanno rimproverata di aver detto quell'eresia, o se l'intervistatore ci ha messo del suo, ma pare che il suo nuovo consiglio sia proprio di non buttarli, bensì di regalarli alle scuole e alle biblioteche: http://www.illibraio.it/marie-kondo-felicita-362164/

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  3. Questo è uno di quei casi in cui la verità sta nel mezzo.
    Un paio di anni fa, mi è toccato un trasloco con i miei. Svuotare una casa di 100mq è difficile. Riempirla di nuovo sa di tragedia: non ricordi più come e dove fossero messi certi oggetti e, dopo due anni, abbiamo ancora scatole da aprire, segna che, ciò che è inscatolato ha zero utilità, nemmeno affettiva. È chiaro che non è solo un problema di disordine e di accumulo, il problema è più profondo ed è la follia che fa dire a mia madre di starale attenta alla porta d'ingresso, che non si graffi con il mazzo di chiavi quando la apro. Le ho chiesto se vuole portarsela nella tomba. Non ho avuto risposta.

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  4. Ho uno strano rapporto con la cultura giapponese, per quanto mi sforzi non riesco mai completamente ad afferrarla. Senza voler generalizzare e riconoscendo pienamente quelle che probabilmente sono le mie mancanze, devo dire che ho sempre l'impressione che la loro cultura, la loro letteratura e la loro società si basino su un ideale di maniera che non sempre corrisponde alla sostanza delle cose (o che non sempre ha una sostanza). Non so, leggendo la tua recensione, in cui evidenzi le possibilità ideologico-filosofiche non pienamente sfruttate di questo libro, mi è balenata di nuovo in mente questa convinzione che mi porto dietro da quando ho letto della fortissima depressione che ha colto uno scrittore giramondo come Tiziano Terzani al momento del suo trasferimento in Giappone; o da quando ho letto della quasi totale mancanza di cultura satirica nella società del Sol Levante (se ti interessa ti lascio il link http://www.doppiozero.com/materiali/cartoline/giappone-il-paese-senza-satira). Ripeto, spero davvero di potermi fare un'opinione diversa presto o tardi, ma intanto rimango leggermente basita.

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  5. In effetti trattasi di epifania che spesso e facilmente coglie al drammatico momento del trasloco. Mai stata particolarmente accumulatrice, ma in ventitré anni di permanenza in una casa spaziosa qualcosina l'avevo conservata. L'avvento degli scatoloni ha risvegliato e sintonizzato la coscienza sull'assunto "all you need is less", una quantità di oggetti non ha superato l'esame con buona pace della madelaine proustiana.
    I libri, ecco, mi hanno seguita quasi tutti: i respinti sono finiti in parte nella raccolta differenziata della carta, in parte sugli scaffali di scambio-libri disponibili in certi supermercati. Sono d'accordo sul fatto che non bisogna considerare sacrilego buttare via dei libri solo perché sono libri, ma da assidua frequentatrice di biblioteche sono abituata a che alcuni tra di loro (pure molto amati) saranno solo di passaggio.

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  6. Ho letto il libro l'estate scorsa e devo dire che mi è piaciuto parecchio! Fino a pochi anni fa ero un'accumulatrice seriale, finché mi sono resa conto che tutti gli oggetti della mia stanza mi stavano soffocando, facendomi diventare quasi claustrofobica. Ho capito che mettere via delle cose, anche buttarle, non era poi una tragedia. Ogni volta che sono in crisi con me stessa metto a posto la camera, rivoluziono tutto e questo mi da l'impressione di tenere sotto controllo la mia vita, con meravigliosi effetti positivi, ad esempio la settimana scorsa ho dato via 6 sacchi pieni di vestiti, giocattoli e libri per le persone bisognose che frequentano il mio oratorio, ma ancora più benefico è il fatto che, ad ogni riordino, la mia stanza rispecchia la mia personalità, la me stessa del presente e non del passato. Non dico di cancellare il passato, però ritengo che sia fondamentale conservare tutto ciò che è legato alla nostra vera essenza, il resto è futile.
    Attualmente il mio ragazzo sta mettendo, per la prima volta nella sua vita, a posto la stanza e si sta sentendo benissimo perchè si sente LIBERO e sente che è lui ad influire sul suo ambiente, non l'ambiente che influisce su di lui.
    Quindi per molti aspetti mi sono trovata d'accordo con l'autrice nella maggior parte dei punti e mi è piaciuto molto il fatto che abbia spiegato la filosofia del riordino attraverso i suoi ricordi da bambina, per far capire al lettore che non è un'idea campata per aria ma è la sua filosofia di vita e che ha voluto condividere con noi.
    La consiglio come lettura.

    Ps. Ricordo che quando lessi che arrivò a strappare le pagine dei libri e a buttarli mi venne quasi un infarto, personalmente tendo a regalarli, se io leggo i libri di seconda mano degli altri sono sicura che esisterà almeno una persona al mondo che leggerà i miei.

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