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giovedì 5 novembre 2015

Nell'epoca del "Ci sono prima io!", perché non riusciamo più ad andare "insieme"? La lezione dei minatori inglesi, delle loro mogli, del gruppo gay che li supportò e di un mondo che li ha dimenticati (con recensione di "Minatori" di Orsola Casagrande).

 Questa primavera è uscito un bel film che avevano visto praticamente tutti (persino i miei genitori), tranne me. Trattasi di "Pride", bellissimo per inciso perciò se pure voi siete stati peccatori e l'avete saltato, recuperatelo quanto prima.
Di cosa narra questo film dal titolo vagamente Lgbt? 
 Di una storia misconosciuta all'interno di una storia straordinariamente taciuta: un gruppo di attivisti omosessuali della Londra di inizio anni '80 (un periodo non felice per la comunità gay tra discriminazione e l'aids che dilagava) si accorge che al Gay Pride annuale la polizia si accanisce contro di loro un po' meno. 
 Dove sono i manganelli? Dove le cariche? Qualcosa non torna, e il più sveglio di loro, Mark Ashton, guardando la tv e le immagini delle forze dell'ordine impegnate a contrastare i picchetti dei minatori in sciopero, si rende conto che il mondo non è diventato improvvisamente più tollerante, è solo impegnato a prendersela con qualcun altro. Il gruppo decide perciò di iniziare a raccogliere fondi per le famiglie dei minatori che non solo non ricevono più lo stipendio, ma neanche i sussidi statali e per sopravvivere si affidano alla carità altrui e alla solidarietà degli altri lavoratori. Per farlo fondano l'LGSM, "Gay e lesbiche supportano i minatori".
 Una volta raccolta la somma c'è però un problema: i minatori vengono da paeselli sperduti del Galles e non solo, luoghi non proprio noti per essere aperti. Accetteranno del denaro proveniente da un gruppo di omosessuali? Daje e daje, un paesello lo trovano e decidono di portar loro il denaro di persona.
 L'incontro è destinato ad essere piuttosto controverso, da una parte c'è una comunità bisognosa di qualsiasi aiuto, ma al contempo molto maschile e poco aperta, tuttavia ci sono anche le mogli dei minatori, che, per la prima volta nella loro vita, sentono di poter essere parte politicamente attiva.
 Riusciranno due mondi tanto diversi a parlarsi? Non voglio anticiparvi come andrà il film, ma, certe volte, quando il buonsenso prende il sopravvento, ci accorgiamo che tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri e la solidarietà sociale smuove le montagne.
 Ebbene, questa storia, troppo assurda e bella per essere vera, è vera. 
 Impressionata e commossa mi sono immediatamente messa a cercare dei libri che ne parlassero e, con mio grande sconcerto, non solo non ho trovato niente al riguardo, ma non ho trovato proprio nulla sullo sciopero dei minatori del 1984. Uno sciopero che i più ricorderanno perché fu quello che affamò la famiglia di Billy Elliot nel celebre film (iniziate a ricordare?).
 Possibile che non ci fosse niente in giro sul canto del cigno della classe operaia in Europa? Un anno, dico un anno di sciopero, di picchetti, morti, manifestazioni, un anno epocale per il radicale mutamento degli intenti economici dell'Europa, virati verso una base assai più capitalista, e niente in giro?
  Il libro racconta a grandi linee come si svolsero i fatti: la Thatcher voleva effettivamente chiudere le miniere, ma già che c'era pensò di dare una lezione epocale alle potentissime Unions (i sindacati inglesi) iniziando dalla più forte e compatta: quella dei minatori.
Cerca che ti ricerca ho scovato un libro di Orsola Casagrande edito dalla Odradek edizioni "Minatori".
Ci riuscì. Perché, come ammette anche il libro, ci sono battaglie che non possono essere vinte. Non perché non si sia abbastanza coraggiosi o non si lotti con tutte le proprie forze, ma perché le condizioni storiche e sociali non lo consentono. 
 Il libro mi è piaciuto molto, perchè, l'autrice, conscia dell'enorme quantità delle informazioni in ballo, ha preferito concentrarsi su singoli episodi che riuscissero a raccontarne le molte sfaccettature.
 La parte migliore anche qui, riguarda ciò che rappresentò per le donne trovarsi parte improvvisamente attiva e fondamentale.
 Nel momento in cui gli uomini erano a casa dal lavoro, erano loro a doversi dar da fare per trovare fondi, cibo, fornire assistenza, portare soldi per mantenere le famiglie. Si spinsero ancora oltre, formando leghe di donne, partecipando a manifestazioni e picchetti, portando la loro esperienza anche all'estero nel tentativo di portare quanta più gente dalla loro parte.
 Come accaduto dopo la seconda guerra mondiale, una volta che si è presa coscienza di quello che si è in grado di fare, di quanto si può fare se solo si esce dagli schemi prestabiliti, rientrarci diventa impossibile.
 La parte meno convincente riguarda invece quella sulla miniera di Tower Colliery, rilevata dagli stessi minatori con la loro liquidazione. La storia vista nell'ottica dell'epica operaia è ovviamente un successo grandioso: i minatori che diventano padroni in cooperativa, il lavoratore che prende possesso del mezzo di produzione e non è più subordinato. Insomma, il messaggio è potente. Rimane però il dubbio che il tempo del carbone, non tanto dei minatori, sia passato.
 I lavoratori hanno malattie e conseguenze sulle salute anche se adesso non lavorano più sotto padrone (ovvio, hanno dei ritmi meno pesanti, ma non è che calarsi in miniera diventa una passeggiata di salute), perciò la domanda che sorge a freddo è se non sia più sensato investire il proprio denaro, le proprie energie e la volontà di continuare su qualcosa di meno insalubre.
 Perché alla fine il punto non è più la miniera. Il punto è sempre il lavoro. Se ne parla tutti i giorni, ne parlano tutti, ma ormai in un'ottica che mi sconcerta.
 Non riesco a capire perché si è passati da una volontà di ottenere qualcosa di migliore per tutti, alla lotta individuale esasperata e chi rimane per strada rimane per strada. Quando mai nella storia, un singolo è riuscito ad ottenere un miglioramento su lungo termine? Non sono sempre state le masse, una forza unita a vincere forze che sembravano invalicabili?
 Io non parlo né di rivoluzione, né di quelle fregnacce sulla voce del popolo che fanno tanta presa su masse indistinte di gente che si sente più sicura quando qualcuno pensa al posto loro. Io parlo proprio di una volontà comune, del fatto che voglio stare meglio io, ma voglio che stiano meglio tutti.
 Rimango sconcertata quando leggo svalangate di commenti su internet agli articoli che riguardano gli scioperi, le vertenze sindacali, le proteste di alcuni lavoratori. L'acredine è incredibile ed è SEMPRE e dico SEMPRE rivolta verso il lavoratore, il quale dovrebbe baciare le mani, le ginocchia e i piedi a chi gli dona lavoro, altro che protestare!
 Non sei già contento di avere un lavoro con la crisi che c'è? E ti permetti di frignare pure? E io non riesco a capire, perché non si dovrebbe lottare per stare meglio? 
 Al termine del libro, l'autrice elenca i modi alternativi in cui le Unions stanno cercando di riportare iscritti, crollati in modo allucinante negli ultimi trent'anni.
 Ora, vorrei che si capisse che non faccio un discorso diciamo sindacale, ma un discorso di ragionevolezza: perché non lottiamo più per i nostri diritti? Perché ce ne freghiamo e anzi, ci accaniamo contro chi prova ad alzare un attimo la testa (ok, ci sono alcuni che se ne approfittano, ma non possono diventare la foglia di fico dell'inerzia generale)?
 La crisi non è una scusa. Continuo a dire che le lotte maggiori ci sono state in periodi economici assai peggiori. Forse è perché ormai si riesce a pensare in una sola ottica, che non prevede mondi alternativi? Una giustizia e una solidarietà sociale che i nostri bisnonni avevano e noi ormai ci sogniamo? Il mondo è migliorato per tante cose, non scambierei mai il mio posto con le donne di cento anni fa, ma francamente spero che possa dire la stessa cosa una mia futura pronipote.
 Potrà questa ragazza, tra cento anni, dire: non scambierei mai la mia vita con quella della mia bisnonna? Oppure si ritroverà intrappolata in un futuro che non ha prodotto nulla se non disuguaglianza sociale, arricchimento di pochi e un deserto culturale immenso?
 Non voleva essere un post pessimista, ma certe volte quando puoi toccare personalmente con mano la pericolosità dell'inerzia generale, quando ad ogni richiesta, tutti ti rispondono, "Ci sono prima io!", non rendendosi conto, che non ci dovrebbe essere un prima o un dopo, ma un insieme, ecco, certe volte il pessimismo cosmico ti viene.


domenica 1 novembre 2015

Ultima intervista per il Lucca Comics 2015: è qui tra noi Tony Sandoval!Tra consigli di lettura, denti, tentacoli, consigli a giovani fumettisti e onde radio dall'oltretomba i pensieri di uno dei fumettisti (secondo me) più bravi in circolazione!

Tony Sandoval
Ed ecco, in extremis, l'ultima intervista fatta in occasione del Lucca Comics 2015 (scusate se le ho postate tutte insieme, ma mi sono giunte tutte insieme).
  Ho tenuto per l'ultimo giorno e per consentire alla dolce metà di tradurre dallo spagnolo, l'intervista a Tony Sandoval, talentuoso e bravissimo autore di graphic novel messicano di cui avevo già parlato in un post a lui dedicato tempo fa.
 Ammetto che è uno dei miei autori preferiti in circolazione. 
 Le sue storie che molto giocano sull'ambiguità e l'incertezza, hanno spesso come protagonisti adolescenti in crescita, la perdita dell'innocenza che porta l'età adulta nel frangente incredibile in cui capiamo che non siamo più bambini. Sono trame sospese tra la vita e la morte, tra mondi e mostri fantastici e mostri incredibilmente reali e spesso ben più cattivi.
 Tra denti, tentacoli, teschi, ragazzine bellissime, creature favolose e una natura selvaggia e sconfinata, i suoi ragazzini si muovono presi in reti complessissime da cui riemergono irrimediabilmente segnati.
 Consigliandovi caldamente di recuperare le sue splendide opere, edite in Italia da Tunuè, ecco l'intervista che mi ha gentilmente concesso (e che, per ragioni di tempo e traduzione sono riuscita a pubblicare purtroppo solo oggi).
 Buona lettura!


I protagonisti dei tuoi libri sono spesso preadolescenti, non più bambini, ma non ancora ragazzi, perché hai una predilezione speciale per questa età?

E' un'età che mi affascina per via della trasformazione fisica e mentale che si affronta, dove tutto è nuovo.

Una delle tue peculiarità è che nei tuoi libri si può tornare dalla morte. Perchè?

Nessuno sa cosa ci sia nell'aldilà, e questo in qualche modo gioca a mio favore. 
 Inoltre non faccio in modo che la gente ritorni, sono le loro onde radio, le loro informazioni, e di solito è fatto perché i personaggi scoprano qualcosa su loro stessi.


Quando hai deciso che saresti diventato un fumettista?

Da sempre, da quando ho memoria ho sempre adorato i fumetti, il disegno e le creature strane, ma, professionalmente, credo di averlo deciso dalla metà degli anni novanta, quando con mio fratello riuscii a pubblicare “Nocturno”.

Perché tra tutte le tecniche preferisci l'acquarello?

Perché è una tecnica rapida e bella, inoltre ha una freschezza che calza a pennello alle mie storie. Inoltre vedi gente supertalentuosa come Gipi e ti viene ancora più voglia.

Molte fumettiste e autrici di graphic novel, anche affermate, lamentano la presenza di un forte sessismo all'interno del mondo del fumetto. Cosa pensi al riguardo?

Sul sessismo non ho una particolare opinione. Mi è sempre piaciuto vedere,ascoltare e leggere storie di gente talentuosa e creativa, non mi sono mai soffermato sul fatto che fossero uomini o donne. Non lo so, in ambito lavorativo non ho mai fatto questo tipo di distinzione.

Progetti prossimi venturi?

Ho vari progetti, un art-book e una storia autobiografica sulla frontiera Messico- Usa. E' più di un'avventura. Inoltre porto avanti alcuni progetti che avevo già iniziato.

Hai degli autori a cui ti ispiri?

Eh! Ho una lista così lunga...sono cresciuto con i supereroi e la pittura classica sulle enciclopedie, infatti mi piacciono molte cose oltre ai fumetti, come la musica, il cinema, la pittura, i romanzi ecc.
Se dovessi fare qualche nome: Mike Mignola, Jeff Smith, Dave Mckean, Moebious, Simon Bisley.

Perché hai una particolare predilezione per denti e tentacoli?

Perché sono interessanti e difficili da disegnare. Mi piace disegnare il movimento e la forma. Inoltre i denti, i tentacoli e altre parti del corpo si inseriscono bene nelle storie che mi piace raccontare. Si può attribuire a queste parti lo status di idee vere e proprie (cosa che ho appreso da Edgar Allan Poe in “Berenice”). In poche parole mi piacciono per questi motivi.

Consigli ad un giovane fumettista?

Disegnare fumetti (e finirli) è l'unico modo per imparare.

L'ultimo libro di Tony Sandoval uscito in Italia
per Tunuè
Cosa leggevi da piccolo?

Qualsiasi cosa mi capitasse tra le mani. Sono stato un grande fan di Spiderman e de “I nuovi dei” di Jack Kirby, fino a quando ho letto Mafalda. Dopo ho voluto leggere solo romanzi per molto tempo.

 C'è qualche autore che vorresti consigliare in modo particolare?

Allora, parlando di fumetti che mi piacciono al momento, direi: “Le petit christian” di Blutch, “Du Nouveau pour toi et moi” di Joseph Lambert, “Fish” di Bianca Bagnarelli, “Sunny” di Taiyo Matsumoto.

Sai di avere un omonimo maratoneta molto più citato di te su internet?

Ahahaha, il mio nome è molto comune, ci sarà un po' di tutto in rete...

sabato 31 ottobre 2015

Intervista a Sara Menetti del collettivo Mammaiuto in occasione del Lucca Comics 2015! Progetti, libri per ragazzi e carnet de voyage per scoprire un'autrice e un modo alternativo e indipendente di produrre e concepire il fumetto.

 Finalmente torno su questi schermi (finalmente per me che dopo un po' di giorni che non scrivo mi prende la smania). Volevo ricominciare prima, anche per arrivare in tempo con qualche post di Halloween, ma ho un dente del giudizio che mi sta facendo impazzire e sono in ritardo. Recupererò i prossimi giorni!
Sara Menetti: il suo sito è http://www.saramenetti.it/
Oggi, visto che il Lucca Comics non attende certo i miei malanni ed ormai è in corso da qualche giorno, posto la seconda intervista fatta per l'occasione.
 In questo caso la gentilissima intervistata è Sara Menetti fumettista e illustratrice bolognese la cui specialità sono bellissimi carnet de voyage e splendide illustrazioni per l'infanzia.
 Personalmente l'ho conosciute grazie alla sua striscia "Cose stupide che succedono a chi cerca lavoro" che pubblica ormai regolarmente su "Aspirina" e narra in poche battute le disavventure di chi cerca di sopravvivere con un lavoro creativo in un mondo che la creatività non è che abbia molta voglia di retribuirla.
 Ho pensato fosse una buona idea intervistarla per il Lucca Comics per due motivi:
1) E' brava e dovete conoscerla anche voi.
2) Fa parte di un collettivo indipendente che raccoglie dodici fumettisti che ha ha nome Mammaiuto.
 Nell'ambiente del fumetto inizia ad essere molto conosciuto e trovo sia giusto, necessario e interessante dare visibilità ad un progetto che non nasce in una realtà editoriale consolidata. Come vedrete nel corso dell'intervista. far parte di un collettivo indipendente è una scelta che consente e prevede percorsi e intenti completamente diversi che hanno ovviamente un obiettivo economico, ma non solo.
 Perciò vi consiglio di leggere questa intervista per scoprire un'autrice e un modo alternativo di produrre fumetti. Buona lettura!

Tu fai parte del collettivo Mammaiuto. Potresti spiegare a grandi linee di cosa si tratta?

Mammaiuto è un'associazione culturale composta da dodici autori.
 I soci fondatori sono sei, io mi sono unita al gruppo in un secondo momento portando in dote "Fototessere", una collezione di ritratti e discorsi rappresentati in un formato di quattro vignette verticali. Oltre a essere un ambiente creativo straordinario composto da autori bravissimi e (non a caso) già affermati, Mammaiuto è un progetto libero e generoso: gli autori pubblicano i propri contenuti sul sito con cadenza regolare, quindi i fumetti e le storie targate Mammaiuto sono tutte in lettura online, gratis. Tutti possono leggerci e il nostro scopo è proprio quello di far leggere a tutti le nostre storie.
Di tanto in tanto Mammaiuto stampa copie cartacee dei libri in lettura gratuita sul sito: chi ama il nostro lavoro e vuole sostenere sia l'Associazione che il singolo autore, ha la possibilità di farlo mediante l'acquisto di un volume (stampato in ottima qualità e con edizioni molto curate) in vendita sullo shop online e alle varie fiere.

C'è stata una polemica, recentemente, tra autori che criticavano la scelta di mettere online lavori fruibile gratuitamente e altri che invece difendevano questa scelta. Molti tuoi lavori si trovano gratis sul web, cosa ne pensi al riguardo?

Se molti dei miei lavori si trovano gratis in rete è perché ce li ho messi io: il percorso che ho fatto finora (e sto continuando a fare) ha come parte integrante questo aspetto di libera condivisione e non ho intenzione di voltargli le spalle. 
 Da diversi anni posto strisce e vignette online e l'ingresso in Mammaiuto è stato il naturale proseguimento di una tendenza che già avevo, con in più l'ottima conseguenza dell'ampliamento del bacino di lettori e il miglioramento del livello dei miei lavori. Questo non vuole dire che tutti debbano seguire l'esempio e considerare la pubblicazione in rete come sola strada per arrivare a diventare autori affermati: dev'essere ogni aspirante fumettista a decidere cosa è meglio per sé e per il suo lavoro, prendendo la posizione che rispecchia meglio la sua concezione.

Molte autrici, anche affermate, lamentano un forte sessismo nel mondo del fumetto. Cosa ne pensi? Ritieni di essere stata trattata diversamente in quanto autrice donna in qualche occasione o da altri colleghi?

Il sessismo c'è nel mondo lavorativo in generale e l'ambiente del fumetto, facendone parte, non ne è di certo esonerato. 
Nel mio piccolo, posso raccontare un episodio accaduto di recente a una fiera: una persona ha commentato la mia presenza dietro al banco facendo i complimenti agli amici e colleghi di Mammaiuto per "la nuova assistente" (con un'osservazione rivolta a loro ma diretta chiaramente a me). 
 Voleva essere un commento piacione, ma ha suscitato solo diverse riflessioni sull'episodio, dal motivo della necessità di farmi sapere il suo giudizio sul mio aspetto fisico al fatto ben più grave che, nella sua valutazione, una ragazza dietro al banco non potesse essere una delle autrici in dedica ma fosse lì solo in qualità di "assistente".

Progetti prossimi venturi?

Sicuramente fare altri viaggi e altri diari di viaggio. 
 A volte mi domando se i lettori non si stanchino di vedermi imperversare per pagine e pagine con i miei racconti sui luoghi che visito, ma finché ho voglia di disegnarli e raccontarli vado avanti e mi scuso con chi dovesse annoiarsi!
 A parte questo, ho in mente due storie lunghe a fumetti da scrivere e disegnare ma sto ancora combattendo con la mia paura atavica dello "scrivere". 
 Con il supporto morale e tecnico di Mammaiuto sto facendo passi in avanti, spero di riuscire a sbloccarmi presto perché ho davvero molta voglia di lavorare sui disegni e vedere queste storie venire alla luce.

Tra le tue strisce c'è la serie “Cose stupide che succedono a chi cerca lavoro” nel quale si evince un problema di antica data: fare il fumettista non è percepito come un lavoro vero, perché secondo te?

E' un lavoro estremamente precario ed è un dato di fatto che, almeno in Italia, non si possa vivere di soli fumetti pur essendo autori già affermati. A questo aggiungiamo il fatto che i fumetti vengono visti come qualcosa di poco serio, delle strisce che appaiono su riviste e quotidiani per strappare quella risata in più -e non come un mezzo per raccontare storie in maniera straordinaria…ed ecco qua, quella del/della fumettista sarà sempre dipinta come una figura che fa disegnini per passione.

Tu hai lavorato come illustratrice di alcuni libri per ragazzi. Come si articola un lavoro del genere, non completamente originale e per un pubblico così peculiare al tempo stesso?

Ill. per "Il giornalino di Gian Burrasca" ed. La Spiga
Per me è sempre una bella prova da superare. 
 Non mi sento mai all'altezza come illustratrice, quindi passo giorni a studiare uno stile adatto, che rimanga riconoscibile e riconducibile a me ma che sappia adattarsi alla storia che i miei disegni andranno ad affiancare, facendo molta ricerca sul periodo storico al quale devo fare riferimento o sull'atmosfera che voglio ricreare. 
 Per arrivare a questo leggo a fondo il testo che mi è stato consegnato, apro moltissimi libri di illustrazioni, manifesti, pubblicità e me li studio per trovare riferimenti che mi siano d'ispirazione, poi comincio a riempire fogli e fogli di prove con svariate tecniche.; sono giorni parecchio travagliati (i peggiori, quelli della "ricerca dello stile"!), che culminano con i suddetti fogli scagliati brutalmente giù dalla scrivania e grossi dubbi sulle mie capacità. 
 Dopo la sfuriata, normalmente, seleziono le prove che passano i miei controlli qualità e ci lavoro nuovamente sopra, infine le propongo all'editor e trascorro i giorni (o le ore) tra l'invio e la ricezione di una risposta sollazzandomi con i soliti pensieri e dubbi sulle mie capacità d'illustratrice.

Cosa leggevi da bambina?

Grazie ai miei cugini, a mio fratello e alle mie sorelle (tutti più grandi di me), avevo una grossa scorta di Topolini degli anni '70 e '80, conservati alla mia portata nel ripiano più basso dell'armadio. 
Io e i Topolini eravamo inseparabili, li leggevo a ogni ora del giorno e della notte, in ogni stanza della casa: in bagno, a tavola durante colazione-pranzo-cena (per la disperazione di mia mamma che quando leggevo non riusciva in nessun modo a comunicare con me) e a letto, con la torcia sotto le coperte.
 Di narrativa apprezzavo moltissimo (e apprezzo tuttora) autori come Bianca Pitzorno, Roald Dahl, Rodari e Vamba, dei quali ho conservato i libri che tuttora rileggo volentieri. Mi piacevano anche i classici come "Pollyanna" e "Il giardino segreto", i libri fantasy come "La Storia Infinita" e "Narnia", o ancora quelli sulle storie mitologiche di tutto il mondo ("Storie di bambini molto antichi" è stato in cima alla mia lista per molto tempo, sono stata felicissima di sapere della nuova edizione illustrata da Rita Petruccioli!) .

Un fumetto che vorresti assolutamente consigliare?

"Come prima" di Alfred, un lavoro impeccabile e bellissimo, estremamente coinvolgente dal punto di vista emotivo.

Quando hai deciso che saresti diventata una fumettista?

Alle elementari, come quasi tutti i colleghi! Tra le medie e le superiori però ho ricevuto il veto genitoriale perché pensavano che questa velleità fosse una "cavata di testa", quindi sono finita a fare una scuola da gente coi piedi per terra. Finita quella e fatto un anno di università, però, sono tornata al mio primo vero interesse.

I tuoi autori preferiti?

Vado con l'elenco dei primi che mi vengono in mente: Joann Sfar per le sue storie oniriche intrecciate con mitologie e leggende, Watterson, Schulz, Liniers per le strisce sintetiche ma cariche di poesia e sempre capaci di strappare un sorriso, Craig Thompson per la sua narrazione delicata.

Un collega da tenere d'occhio?

Francesco Guarnaccia, già arruolato nelle file Mammaiuto, che l'anno scorso ha esordito con il suo volume "From Here to Eternity" (ora esaurito): giovane, con un sacco di idee e molto eclettico, una qualità che mi colpisce sempre.

Sarete al Lucca Comics?

Sì, ci trovate alla Self Area, padiglione San Romano (Piazza San Romano) in mezzo alle migliori realtà dell'autoproduzione italiana a fumetti: uno stand che vale la pena visitare!

Ringraziando nuovamente Sara, lancio un grido: se siete tra i fortunati o fortunate a Lucca, fateci un salto!!




venerdì 23 ottobre 2015

Reality e programmi tv che hanno saccheggiato i grandi classici!Parallelismi inquietanti tra agoni, Sanremo, Isola dei Famosi, Boccaccio, Stilnovo, Fedez. Coincidenze? Io non credo.

Le idee migliori o più folli per i post mi vengono sempre quando sono costretta a fare rifornimento per troppo tempo di seguito. 
Credo che sia il motivo per cui i monaci buddisti e l'allenatore di Mila Azuki insistono tanto sulla necessità di pulire con degli addannati: impegnarsi in un'attività fisica ripetitiva o distrugge la concentrazione o la fortifica. 
 La mia mente ormai viaggia in mondi degni di David Icke, il folle dei rettiliani.
 Detto questo, mentre sistemavo l'ennesima copia del "Decamerone" mi sono resa conto che la storia parlava di un gruppo di giovani isolati e rinchiusi in un luogo isolato senza collegamenti col mondo esterno. 
 Ho pensato vagamente che fosse pericolosamente simile a "IL grande fratello" e da lì è partito il trip: quali altri parallelismi si potevano ravvisare tra i programmi tv e i classici della letteratura?
 Questo è il delirante risultato!

AGONI MUSICALI GRECI vs FESTIVAL DI SANREMO:
Anche le maschere sono rimaste uguali
Anche gli antichi greci avevano i loro festival canori a cui i partecipanti tenevano moltissimo: gli agoni. Sofocle era un vero patito di queste competizioni, una sorta di Al Bano dell'agone, probabilmente fomentato anche dal fatto di aver vinto la sua prima gara nientepopodimeno che contro Eschilo.
 Dopo una vita lunga e felice, ebbe, vecchissimo, la sventura di vedersi intentata da uno dei figli una causa sostanzialmente per ormai manifesta capacità di intendere e volere.
 Molte, come per tutti i poeti greci, le leggende favolose sulla sua morte, c'è chi lo vuole strozzato da un chicco d'uva e chi invece stroncato dalla gioia per aver vinto inaspettatamente un agone.
 A Sanremo ormai manca solo questo.

LE GARE DI FREESTYLE vs LE TENZONI DEGLI STILNOVISTI: 
Lo avevo già accennato in un altro post. 
 Fedez se la tira come se stesse producendo proclami biblici, ragazzetti della periferia milanese cercano "il riscatto" danzando per le strade e prendendosela un po' con tutto, provando però le loro doti e il loro talento in una serie di composizioni in rima.
Fedez e co. potete paralocciare quanto vi pare ma voi in
battaglia coi guelfi e i ghibellini non ci siete stati mai
 Se ci si pensa è un filino folle, gran parte dei ragazzetti e ragazzette che ascolta il rap considera la poesia e Dante una palla mortale da gettare su una pira infuocata, poi però je danno de respect perché uno riesce a comporre una quartina in rima baciata.
  Probabilmente dà loro l'illusione di trasgressione perché ci infilano dentro parolacce a profusione, riferimenti sessuali e frasi sessiste a gògò (tra l'altro ragazzi, un consiglio, se continuate a imbattervi solo in una manica di stronze le cose sono due: o lo stronzo siete voi o cercate male). 
 Mtv ha inventato Mtv Spit condotto da Marracash. 
 Si saranno sentiti fighi, ma lo erano già parecchio nel '300, quando gli stilnovisti si rimbeccavano letteralmente per le rime, in tenzoni a base di sonetti osceni in cui si accusavano a vicenda di ogni nefandezza sessuale, di furti, di tradimenti e senza lesinare colpi bassi. 
Molto più serio dell'osannato Fedez era Cecco Angiolieri e non perché fosse un poeta da camera con la penna puntuta che non conosce la strada e la ggggente, ma proprio perché visse una vita dissoluta, provocatoria e ribelle. Ok, la tenzone con Dante (a cui attribuì una serie di vizi da cui egli stesso non si riteneva esente), ma insomma dileggiava padre, madre, Papa e imperatore. Provatece un po', poi ne riparliamo.

DECAMERONE vs GRANDE FRATELLO:

L'unica puntata che abbia mai visto de "Il grande fratello" fu la prima dell'edizione del 2009: mi ero appena cappottata da una delle carrozzelle che si possono affittare a villa Borghese. Non funzionavano i freni, io e la dolce metà ne perdemmo il controllo: lei si infranse contro un albero e io mi volai dall'abitacolo riempiendomi una gamba di lividi enormi. Quella sera ero perciò immobilizzata e in balia delle mie allora coinquiline che non volevano perdersi a nessun costo la puntata. Ne conservo un ricordo straniante.
 Attualmente, mi par di capire, è diventato una specie di coacervo di casi umani, storie lacrimevoli, donne pettorute e non so che altro, la prima edizione però era assai più umana: dieci persone ficcate in una casa e vediamo che fanno. Potevano legittimamente anche mettersi a raccontare delle vicendevoli storie invece di fare spinning o rotolarsi sul divano.
 Il plot iniziale del Decamerone, del resto, è simile. Scoppia la peste e alcuni giovani sono costretti a recludersi in campagna per sfuggirne. Ci staranno i dieci giorni del titolo dimostrandosi molto creativi nei loro intrattenimenti. Sette donne e tre uomini, non  si lamenteranno tutto il tempo cercando di accoppiarsi con gente a caso o parlando male gli uni degli altri, bensì canteranno, danzeranno e saranno costretti a inventare una novella ciascuno al giorno. C'è pure il privilegio immunità per il più giovane e la nominesciòn del re che deciderà il tema dei racconti della giornata.
 Nessuno li riprendeva, ma a distanza di settecento anni ancora sappiamo cosa avvenne in quei dieci giorni.

#PECHINO EXPRESS vs IL GIRO DEL MONDO IN 80 GIORNI:

In #PechinoExpress, uno dei pochi programmi tv guardabili perché uno dei pochi programmi tv ironici in cui fare la divah o il divoh è molto difficile, una serie di coppie corre alla disperata per circa due mesi, percorrendo distanze lunghissime per interi continenti.
  I viaggiatori non possono usare denaro e devono vedersi offrire cibo e ricetto per la notte, oltre che i passaggi. Certo considerando che hanno con loro una telecamera tutto è molto più semplice.
 Infiniti possono essere i riferimenti, visto il tema del viaggio, ma forza quello che più calza è "Il giro del mondo in 80 giorni" di J. Verne in cui il bel Phileas Fogg, scommette che riuscirà grazie ai nuovi incredibili mezzi di locomozione mondiale (tra cui mongolfiere e splendide ferrovie), a compiere il giro del mondo in 80 giorni. 
 Partirà con 20.000 sterline, tornerà senza un soldo e con una moglie. Il ritmo convulso, le sfighe e le prove rendono bene i sincopati ritmi televisivi.

C'E' POSTA PER TE vs OVIDIO:

Suggerita con disprezzo dalla sorella Young Adult quando cercavo in lei una sponda per questo post, "C'è posta per te" risponde all'atavico desiderio degli esseri umani di dirsi le cose più importanti per lettera.
 Ti sto lasciando, ti odio, perdonami, ti amo, voglio divorziare, sono gay, aspetto un bambino ecc. tutte frasi che, nonostante gli smartphone gente verga ancora con penna e, in certi casi, si fa aiutare nella consegna da santa Maria De Filippi.
 Prima di lei però, già altri usavano drammatiche epistole definitive in grado di smuovere le lacrime del pubblico. Si potrebbero citare le "Ultime lettere di Jacopo Ortis" o "I dolori del giovane Werther", ma in effetti esiste un'opera classica che calza alla perfezione: le "Heroides", 21 lettere d'amore scritte da eroine o donne famose realmente esistite, by Ovidio.
 Le lessi alle superiori e ricordo che trassi profondo sgomento e una certa confusione, dalla lettera di Saffo e Faone. Per il resto, fermo restando il valore letterario, sembra una cosa degna dei giornali femminili che in estate riscrivono in prima persona le storie d'ammore degli attori famosi. Anche Ovidio fangirlava.

ISOLA DEI FAMOSI vs ROBINSON CRUSOE:

Parallelismo ovvio anche perché in questo caso  è l'unica citazione veramente consapevole, l'unico reality effettivamente sopravvissuto nel palinsesto italiano, alias "L'isola dei famosi" è per sempre debitrice del format depositato decenni e decenni fa da Daniel Defoe: "Robinson Crusoe".
 L'uomo civilizzato, sbattuto su un'isola deserta e impegnato a sopravvivere con le sue sole forze nella segreta speranza dell'avvistamento di una nave.
 Mi ricordo che da bambina la "Piccola Flo" mi aveva convinto che dopotutto, superato lo shock iniziale, si poteva tranquillamente sopravvivere su un'isoletta, felici e beati. Nessuno si ammalava, nessuno cresceva e il paradiso terrestre era a portata di mano.
 Robinson sapeva benissimo che non era così e, non pago, sfruttava anche la sua vocazione colonialista. Attualmente, a "L'isola dei famosi, fanno una cura dimagrante di due mesi e, misteriosamente, nessuno ha mai bisogno di depilarsi. 
Come cambia il senso della sopravvivenza moderna.

 E voi avete altri parallelismi da proporre? Non siate timid*! Rendetemi edotta!

(Si ringraziano per la collaboration le mie sorelle).

giovedì 22 ottobre 2015

Cartoline dalla libreria! "Come si chiamerebbero le sezioni in libreria se dipendesse dai librai", la verità dietro le etichette tra felicità, soldi facili, vampiri e troppa fuffologia.

 Immagino che tutte le persone dopo anni che lavorano nello stesso posto con le stesse mansioni, tendano a dare nomignoli alle cose con cui hanno più a che fare, inventino alla  lunga un gergo comprensibile solo a loro e ai colleghi con cui condividono le sventure e le venture di ogni giorno. Gergo segretissimo o incomprensibile all'eventuale pubblico che passa solo casualmente. Immagino che avvenga nelle anagrafi, nelle officine, nelle redazioni, nelle fabbriche, in qualsiasi negozio e negli uffici.Le librerie non sono esenti. Alla lunga, per fare l'esempio del post, si finisce per dare soprannomi alle sezioni. 
Quelli fumettati di seguito non sono comprovati né certo universali, ma quelli che secondo me sentiamo di poter attribuire dal profondo.
Cartoline dalla libreria! "Come si chiamerebbero le sezioni in libreria se dipendesse dai librai"!








Ps. Tali soprannomi sono una sintesi della maggior parte delle definizioni/commenti/richieste/scelte date dai clienti. Lo specifico perché non penso assolutamente per esempio che lo sport sia solo calcio e Agassi (ma i clienti chiedono quasi solo quei due), o che il fantasy sia roba da ragazzini.

martedì 20 ottobre 2015

La vituperata nebbia: perfido fenomeno atmosferico nordico o favolosa ambientazione per ottimi libri? Tra pregiudizi, Lodi, finestre che ridono, Borda e donne in nero, elogio di un fenomeno che cela il noto e favorisce l'ignoto

 Quando vivi al centro sud generalmente il tuo rapporto con la nebbia si limita agli sfottò verso i nordici, che forse avranno fabbriche e ricchezza, ma in compenso devono vedersela con questo riprovevole fenomeno atmosferico.

 Il migliore amico di mio padre, spedito dalla sua banca per qualche mese in quel di Lodi, tornò, un fine settimana, in preda allo sconcerto più totale: uscito a bere una birra coi colleghi, di ritorno si erano trovati in una nebbia così fitta che uno di loro si era perso. Una cosa che impediva di vedere oltre i cinque centimetri, assolutamente strabiliante, ai limiti del sovrannaturale.

 Ora, a chi ha sempre vagato per la pianura padana farà sorridere, ma per una persona di Roma la rara nebbia che si scorge ogni tanto al mattino o alla sera è una roba all'acqua di rose, una foschia appena più pesante.

 Nel mio paese, probabilmente a causa dei boschi e non solo, in realtà la nebbia in inverno calava abbastanza spesso.

 La sera, in macchina, di ritorno tra un paese e l'altro era un attimo perdersi per quelle assurde scorciatoie che ci sono tra paeselli limitrofi e tagliano per campi dove, se vai fuori strada, stai tranquillo che non ti trova nessuno. Raramente essa si aggirava fittamente per le strade, ma, ogni morte di papa, poteva accadere. 

Ovviamente accadde l'unica volta che mi venne a trovare una mia amica di Pavia: scese sul paese una nebbia talmente densa che sembrava potesse avere un corpo, essere quasi solida (e lei si fece l'errata idea che anche al centro possiamo perderci per le strade dopo un cicchetto al pub).

 Paradossalmente da quando vivo al nord io i paventati nebbioni non li ho mai visti. In the city la famosa nebbiona che i milanesi chiamavano "scighera" non esiste più, con, non ci crederete, grandissimo rammarico di molti.

 Perché in effetti, si capisce l'odio profondo di chi è costretto a prendere la macchina quando non vedi oltre il tuo naso (la mia dolce metà che ha vissuto nella bassa mi racconta storie di incidenti agghiaccianti e fossi pieni d'acqua lungo le strade dove la gente puntualmente finisce), ma l'avversione verso questo affascinante fenomeno atmosferico che si ha per principio non l'ho mai capita.

 Questo grosso cappello iniziale è per introdurre alcuni libri che ho casualmente letto di seguito e avevano come protagonista centrale la perfida nebbia.  

I fenomeni atmosferici nei libri e film horror sono sempre estremamente importanti, raramente un evento accade quando la temperatura è mite e tutto è tranquillo, se sta accadendo qualcosa di orribile stai pur certo che anche il pianeta lo sa e reagisce di conseguenze. Ed è così che vengono giù piogge incessanti, temporali terribili, geli innominabili, un sole che spacca le pietre e rende difficile la concentrazione, un vento che stordisce e, appunto, una nebbia che rende tutto incredibilmente silenzioso e irreale.

 Ciò che rende perturbante la realtà è l'incapacità di dedurre il noto dall'ignoto.

 Una strada che conosciamo come le nostre tasche diventa sospetta quando non possiamo più scorgerne i contorni. A scout ci dicevano che le stesse distanze, percorse la notte, sembrano lunghe il doppio, la stessa cosa accade nella nebbia, come si vede bene ne "La donna in nero" un romanzo breve di Susan Hill, che si pregia di ricostruire l'atmosfera dei romanzi gotici pur essendo stato scritto negli anni '80. 

La storia è quella del vecchio avvocato Arthur Kipps, che una sera decide di mettere per iscritto una terribile storia di fantasmi che molti anni prima stroncò l'innocenza della sua gioventù e tutte le sue speranze. 

 Mandato dal suo capo in un paesello del Galles a controllare le  carte di un'anziana e appena defunta cliente, Drablow si ritrova in un tipico paese di campagna dove tutti sembrano essere stranamente reticenti sulla morta.

 La mattina del funerale, Kipps scorge nella chiesa, unica altra presente alla funzione, una donna dal viso consumato dalla malattia, costretta in un abito nero e fuori moda. Tutti sembrano voler  celare l'identità della donna e lasciano che Kipps attraversi la palude nebbiosa per giungere alla magione dell'anziana.

  Lì scoprirà che la nebbia è un facile ponte tra i vivi e i morti, tra il passato e il presente e tra l'inferno e la terra. 
Nei miasmi opachi che salgono dalla palude tutto diventa possibile, anche perché una volta vista la donna in nero si è toccati dalla sua maledizione per sempre. 

Il libro è grazioso, molto da Halloween, ma troppo breve per la bella idea di fondo. Il film che ne è stato tratto con protagonista l'ex Harry Potter, Daniel Radcliffe, rende bene le atmosfere e sviluppa molto di più le pieghe horror della trama. Mi sento fortemente di consigliarne la visione, specie in questi giorni pre-zucche.

 Cercando un libro simile, dopo anche la visione casuale de "La casa dalle finestre che ridono" (film che ha scatenato in me un assurdo trip di gialli all'italiana) trovavo continuamente suggerito Eraldo Baldini, scrittore dell'Emilia-Romagna a cui non avevo mai concesso un'opportunità.

   Nel gelo autunnale mi sono recata in biblioteca e ne ho estratto due raccolte di racconti "Gotico rurale" e "Bambini ragni e altri predatori".

 Nonostante recensioni che tentavano di distogliermi dalla lettura ("Lo Stephen King italiano", insomma, anche no) li ho letteralmente divorati. Sono tanti piccoli racconti di ordinario orrore, dove il perturbante appartiene ora alla follia degli esseri umani, ora alla follia umana mista al sovrannaturale, spesso nascosto nello spettro che si aggira per la val padana: la nebbia.

 Tra le maglie di questo fantasma atmosferico, si aggira, meritevole persino di un nome a parte, la "Borda", una sorta di personificazione della nebbia e dei miasmi paludosi che uccide tutti gli incauti che si aggirano tra i canali quando essa cala fittissima e invincibile.

 Essa offre rifugio alle gesta di nonne omicide, genitori vendicativi, interi paesi in preda a voglie ovaiole e sanguinarie che catturano gli sfortunati che perdono la strada per strade dritte e sempre uguali.

  I bambini spariscono con la facilità delle fiabe, finendo nel piatto di qualche vecchiarella malvagia o inghiottiti da sciamani dei boschi, qualche volta sono colpevoli e la pagano, altre volte sono innocenti, ma la morte e la nebbia non per questo ne hanno pietà.

 Un vecchio assioma della fantascienza italiana, esposto da Carlo Fruttero, storico curatore Urania, asseriva che non si può far atterrare un'astronave a Lucca. ossia, quando si parla di narrativa di genere viene considerato un handicap l'ambientazione nostrana, qualcosa che in fondo non la rende davvero credibile e affascinante.

 Baldini dimostra che non c'è bisogno di affidarsi all'esotico per trovare il gotico. L'orrore è proprio sotto casa nostra, basta vederlo.

venerdì 16 ottobre 2015

Piccole recensioni tra amici di metà Ottobre! Una riflessione gotica tra regine boschive, vite felici, metamorfosi, raccolte molto promettenti ed operette secondarie.

Questi ultimi post sono stati poveri di recensioni, perciò è ora di rimediare!
 In questo ottobre che è diventato di colpo gelido, mi trastullo tra sempre nuove zucche ornamentali, una milionata di cose da scrivere e un improvviso trip gotico che dovrebbe passare dopo il due novembre riportandomi a più miti consigli e a letture diversificate.
Foto by me
 L'horror in attesa di Ognissanti, mi affascina sempre, purtroppo quello contemporaneo è ormai concentrato troppo sullo splatter o strane rivisitazioni di creature mostruose del passato (leggesi "vampiri adolescenti che si sposano").
 Non che ci sia niente di male a rivisitare, ma anche creare fascinazioni nuove non ha mai fatto male a nessuno.
 Perciò, dovendo scegliere tra quintalate di libri sugli Zombie (che non mi hanno mai affascinato) e storie piene di sangue, morti e descrizioni stomachevoli invariabilmente ambientate nella sordida provincia americana (un posto a quanto pare agghiacciante), mi rifugio nelle mie certezze: l'horror romantico/gotico.
 Nulla è più sicuro di un sano horror dei bei tempi andati, quando scrivere di vampiri era davvero una cosa d'avanguardia, ammantata da una vera patina di spavento. Probabilmente è perché chi li scriveva provava un serio timore dell'argomento che stava andando a trattare, come dimostra il fatto che Shelley ebbe una vera e propria crisi di nervi ascoltando la storia della prima vampira della storia, la splendida e corrotta "Christabel" di Coleridge.
 Non so francamente se chi scrive gli horror attuali ha davvero paura mentre lascia volare le sue mani sulla tastiera. 
 Vabbeh, dopo questa profonda riflessione vi lascio con tre piccole recensioni tra amici! Buona lettura!

"METAMORFOSI" di MARY SHELLEY ed. La Vita felice:
 Mary Shelley è conosciuta per "Frankestein" opera talmente definitiva che nessuno ha né la necessità nè la voglia di chiedersi se costei abbia mai scritto altro, (anche perché, se avesse prodotto altri libri all'altezza ne avremmo avuto giusta notizia).
 Tuttavia io sono sempre curiosa di dare un'occhiata alle opere meno conosciute degli scrittori famosi. Si rischiano enormi delusioni, come Sheridan Le Fanu, che ha prodotto lo straordinario "Carmilla" e una lunga serie di perdibilissimi racconti di fantasmi affatto all'altezza del suo capolavoro, ma si scoprono anche cose gustose, come un Jack London dalle utopie socialiste, uno Swift cannibale, persino un Wilde meno dandy e più politico.
 In biblioteca ho scovato una raccolta di tre storie gotiche della Shelley "Metamorfosi" (trovato nell'edizione de La Tartaruga, ora fallita, e attualmente in commercio per La vita felice), tre bozzetti molto graziosi, benissimo scritti che mescolano molti temi tipici del romanzo gotico.
 Ci sono innominabili creature che stipulano patti con sventati nobili italiani, una penisola italiana al limite dell'esotico, amatissima dagli scrittori romantici, una tragedia dell'agnizione in una Grecia popolata da albanesi pirateschi, isole battute dal vento, rapimenti ed onore ed un filtro dell'immortalità che diventa la maledizione di chi incidentalmente lo beve.
 I racconti non hanno né il fuoco né la sordida tragedia del suo capolavoro, ma sono assai piacevoli da leggere e restano deliziosi bozzetti minori, da gustare in questo Ottobre in attesa di Ognissanti.
 Ps.
 Nella stessa collana, Il piacere di leggere, La vita felice ha pubblicato altre chicche horror romantiche interessanti, tra cui: "Saggio sul diavolo" di Percy Bysshe Shelley, "Angeline o La casa degli spettri" di Zola o "La dama di Urtubi" di Pio Baroja.

"LE SOLITUDINI DELL'ANIMA" di Maurizio De Giovanni ed. Centoautori: 
La grande esca di questa raccolta di racconti di Maurizio De Giovanni, uscita da pochissimo, è l'episodio in cui scopriamo come il commissario Ricciardi ha deciso di iscriversi a Giurisprudenza  (e quindi di diventare poliziotto) invece che ad una materia a lui più confacente: filosofia. Un racconto che non tradisce le aspettative e anzi, fa sperare in un futuro di storie proiettate indietro nel tempo, che ci mostrino un commissario giovanissimo, inesperto e più emotivo. 
 Si inizia a leggere questo libro per lui, si finisce di leggerlo per De Giovanni. 
 Perché, se a prima vista, questa raccolta sembra (e in parte assai probabilmente è), un insieme di esercizi letterari che l'autore ha accumulato negli anni, ad una seconda occhiata ci si rende conto che questi esercizi sono già meritevoli di attenzione. Non hanno ancora la potenza del racconto, la forza dell'intuizione datagli finalmente dal commissario che vede i morti, ma la scrittura e i temi ci sono tutti. 
 C'è una Napoli letteralmente obesa, una città capace di una profonda umanità, ma anche di grandi abissi di perfidia, c'è il tocco sovrannaturale di mogli che tornano dal regno dei morti, suicidi, misteriosi ometti che compiono omicidi di consenzienti ignari, ci sono già omicidi compiuti da donne labili di mente e pericolosissime e c'è il dolore che qui diventa anche e spesso grandissimo rimpianto.
 De Giovanni è uno di quegli scrittori che è un piacere leggere perché si vede che hanno gusto nello scrivere, che gli piace, che scrivono non per stupire, per un'aspirazione letteraria di grandezza o per dimostrare la propria bravura, ma perché piace loro farlo. Sembra una banalità, ma secondo me, scrittori del genere, sono assai pochi. L'ansia di dimostrare qualcosa, sia da parte di chi è incapace (e si loda e sbroda), sia da parte di scrittori e scrittrici bravissimi, ma troppo concentrati su loro stessi, inquina spesso libri potenzialmente belli o almeno piacevoli.
 Con De Giovanni questo non succede, con lui sembra prenda vita quella frase misteriosa che molti scrittori ogni tanto dicono, ma non mantengono: "Scrivo i libri che vorrei leggere." 
 Straconsigliato, come tutto quello che scrive (ormai ha monopolizzato le mie letture).

LA REGINA NEL BOSCO" di Neil Gaiman e Chris Riddel ed. Mondadori:
Attendevo molto questo albo con storia di Neil Gaiman illustrato da Chris Riddell a causa di una delle immagini che ne giravano già da mesi: quella che vedeva una bella principessa addormentata, risvegliata dal bacio di un'altra principessa cavaliere. Non mi ero informata abbastanza bene però.
 La storia di Gaiman è perfettamente nelle sue corde e modella una fiaba non classica usando tutti i mezzi narrativi di un fratello Grimm, tuttavia nonostante tratti temi anche molto importanti, rimane molto una storia per babini.
 C'è una bella regina che sta per sposarsi, ma, per qualche motivo che non riesce a comprendere non ne ha un grande desiderio, così quando le si presenta la scusa per allontanarsi, non si fa pregare due volte. C'è infatti una principessa che dorme da anni innumerevoli nel bosco, bellissima e sotto custodia di una perfida strega. Chi la libererà?
 Baci tra principesse, colpone di scena finale, nani amorevoli e grandissime illustrazioni non rendono però questa storia appetitosa per gli over dodici anni. Da collezione o grandioso regalo di compleanno per under 14.

 E lunedì vi aspetta una puntata tutta nebbia e terrore!
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