Questa primavera è uscito un bel film che avevano visto praticamente tutti (persino i miei genitori), tranne me. Trattasi di "Pride", bellissimo per inciso perciò se pure voi siete stati peccatori e l'avete saltato, recuperatelo quanto prima.
Di cosa narra questo film dal titolo vagamente Lgbt?
Di una storia misconosciuta all'interno di una storia straordinariamente taciuta: un gruppo di attivisti omosessuali della Londra di inizio anni '80 (un periodo non felice per la comunità gay tra discriminazione e l'aids che dilagava) si accorge che al Gay Pride annuale la polizia si accanisce contro di loro un po' meno.
Dove sono i manganelli? Dove le cariche? Qualcosa non torna, e il più sveglio di loro, Mark Ashton, guardando la tv e le immagini delle forze dell'ordine impegnate a contrastare i picchetti dei minatori in sciopero, si rende conto che il mondo non è diventato improvvisamente più tollerante, è solo impegnato a prendersela con qualcun altro. Il gruppo decide perciò di iniziare a raccogliere fondi per le famiglie dei minatori che non solo non ricevono più lo stipendio, ma neanche i sussidi statali e per sopravvivere si affidano alla carità altrui e alla solidarietà degli altri lavoratori. Per farlo fondano l'LGSM, "Gay e lesbiche supportano i minatori".
Dove sono i manganelli? Dove le cariche? Qualcosa non torna, e il più sveglio di loro, Mark Ashton, guardando la tv e le immagini delle forze dell'ordine impegnate a contrastare i picchetti dei minatori in sciopero, si rende conto che il mondo non è diventato improvvisamente più tollerante, è solo impegnato a prendersela con qualcun altro. Il gruppo decide perciò di iniziare a raccogliere fondi per le famiglie dei minatori che non solo non ricevono più lo stipendio, ma neanche i sussidi statali e per sopravvivere si affidano alla carità altrui e alla solidarietà degli altri lavoratori. Per farlo fondano l'LGSM, "Gay e lesbiche supportano i minatori".
Una volta raccolta la somma c'è però un problema: i minatori vengono da paeselli sperduti del Galles e non solo, luoghi non proprio noti per essere aperti. Accetteranno del denaro proveniente da un gruppo di omosessuali? Daje e daje, un paesello lo trovano e decidono di portar loro il denaro di persona.
L'incontro è destinato ad essere piuttosto controverso, da una parte c'è una comunità bisognosa di qualsiasi aiuto, ma al contempo molto maschile e poco aperta, tuttavia ci sono anche le mogli dei minatori, che, per la prima volta nella loro vita, sentono di poter essere parte politicamente attiva.
Riusciranno due mondi tanto diversi a parlarsi? Non voglio anticiparvi come andrà il film, ma, certe volte, quando il buonsenso prende il sopravvento, ci accorgiamo che tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri e la solidarietà sociale smuove le montagne.
Riusciranno due mondi tanto diversi a parlarsi? Non voglio anticiparvi come andrà il film, ma, certe volte, quando il buonsenso prende il sopravvento, ci accorgiamo che tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri e la solidarietà sociale smuove le montagne.
Ebbene, questa storia, troppo assurda e bella per essere vera, è vera.
Impressionata e commossa mi sono immediatamente messa a cercare dei libri che ne parlassero e, con mio grande sconcerto, non solo non ho trovato niente al riguardo, ma non ho trovato proprio nulla sullo sciopero dei minatori del 1984. Uno sciopero che i più ricorderanno perché fu quello che affamò la famiglia di Billy Elliot nel celebre film (iniziate a ricordare?).
Possibile che non ci fosse niente in giro sul canto del cigno della classe operaia in Europa? Un anno, dico un anno di sciopero, di picchetti, morti, manifestazioni, un anno epocale per il radicale mutamento degli intenti economici dell'Europa, virati verso una base assai più capitalista, e niente in giro?
Il libro racconta a grandi linee come si svolsero i fatti: la Thatcher voleva effettivamente chiudere le miniere, ma già che c'era pensò di dare una lezione epocale alle potentissime Unions (i sindacati inglesi) iniziando dalla più forte e compatta: quella dei minatori.
Cerca che ti ricerca ho scovato un libro di Orsola Casagrande edito dalla Odradek edizioni "Minatori".
Ci riuscì. Perché, come ammette anche il libro, ci sono battaglie che non possono essere vinte. Non perché non si sia abbastanza coraggiosi o non si lotti con tutte le proprie forze, ma perché le condizioni storiche e sociali non lo consentono.
Il libro mi è piaciuto molto, perchè, l'autrice, conscia dell'enorme quantità delle informazioni in ballo, ha preferito concentrarsi su singoli episodi che riuscissero a raccontarne le molte sfaccettature.
La parte migliore anche qui, riguarda ciò che rappresentò per le donne trovarsi parte improvvisamente attiva e fondamentale.
Nel momento in cui gli uomini erano a casa dal lavoro, erano loro a doversi dar da fare per trovare fondi, cibo, fornire assistenza, portare soldi per mantenere le famiglie. Si spinsero ancora oltre, formando leghe di donne, partecipando a manifestazioni e picchetti, portando la loro esperienza anche all'estero nel tentativo di portare quanta più gente dalla loro parte.
Come accaduto dopo la seconda guerra mondiale, una volta che si è presa coscienza di quello che si è in grado di fare, di quanto si può fare se solo si esce dagli schemi prestabiliti, rientrarci diventa impossibile.
La parte meno convincente riguarda invece quella sulla miniera di Tower Colliery, rilevata dagli stessi minatori con la loro liquidazione. La storia vista nell'ottica dell'epica operaia è ovviamente un successo grandioso: i minatori che diventano padroni in cooperativa, il lavoratore che prende possesso del mezzo di produzione e non è più subordinato. Insomma, il messaggio è potente. Rimane però il dubbio che il tempo del carbone, non tanto dei minatori, sia passato.
La parte migliore anche qui, riguarda ciò che rappresentò per le donne trovarsi parte improvvisamente attiva e fondamentale.
Nel momento in cui gli uomini erano a casa dal lavoro, erano loro a doversi dar da fare per trovare fondi, cibo, fornire assistenza, portare soldi per mantenere le famiglie. Si spinsero ancora oltre, formando leghe di donne, partecipando a manifestazioni e picchetti, portando la loro esperienza anche all'estero nel tentativo di portare quanta più gente dalla loro parte.
Come accaduto dopo la seconda guerra mondiale, una volta che si è presa coscienza di quello che si è in grado di fare, di quanto si può fare se solo si esce dagli schemi prestabiliti, rientrarci diventa impossibile.
La parte meno convincente riguarda invece quella sulla miniera di Tower Colliery, rilevata dagli stessi minatori con la loro liquidazione. La storia vista nell'ottica dell'epica operaia è ovviamente un successo grandioso: i minatori che diventano padroni in cooperativa, il lavoratore che prende possesso del mezzo di produzione e non è più subordinato. Insomma, il messaggio è potente. Rimane però il dubbio che il tempo del carbone, non tanto dei minatori, sia passato.
I lavoratori hanno malattie e conseguenze sulle salute anche se adesso non lavorano più sotto padrone (ovvio, hanno dei ritmi meno pesanti, ma non è che calarsi in miniera diventa una passeggiata di salute), perciò la domanda che sorge a freddo è se non sia più sensato investire il proprio denaro, le proprie energie e la volontà di continuare su qualcosa di meno insalubre.
Perché alla fine il punto non è più la miniera. Il punto è sempre il lavoro. Se ne parla tutti i giorni, ne parlano tutti, ma ormai in un'ottica che mi sconcerta.
Non riesco a capire perché si è passati da una volontà di ottenere qualcosa di migliore per tutti, alla lotta individuale esasperata e chi rimane per strada rimane per strada. Quando mai nella storia, un singolo è riuscito ad ottenere un miglioramento su lungo termine? Non sono sempre state le masse, una forza unita a vincere forze che sembravano invalicabili?
Io non parlo né di rivoluzione, né di quelle fregnacce sulla voce del popolo che fanno tanta presa su masse indistinte di gente che si sente più sicura quando qualcuno pensa al posto loro. Io parlo proprio di una volontà comune, del fatto che voglio stare meglio io, ma voglio che stiano meglio tutti.
Rimango sconcertata quando leggo svalangate di commenti su internet agli articoli che riguardano gli scioperi, le vertenze sindacali, le proteste di alcuni lavoratori. L'acredine è incredibile ed è SEMPRE e dico SEMPRE rivolta verso il lavoratore, il quale dovrebbe baciare le mani, le ginocchia e i piedi a chi gli dona lavoro, altro che protestare!
Non sei già contento di avere un lavoro con la crisi che c'è? E ti permetti di frignare pure? E io non riesco a capire, perché non si dovrebbe lottare per stare meglio?
Al termine del libro, l'autrice elenca i modi alternativi in cui le Unions stanno cercando di riportare iscritti, crollati in modo allucinante negli ultimi trent'anni.
Ora, vorrei che si capisse che non faccio un discorso diciamo sindacale, ma un discorso di ragionevolezza: perché non lottiamo più per i nostri diritti? Perché ce ne freghiamo e anzi, ci accaniamo contro chi prova ad alzare un attimo la testa (ok, ci sono alcuni che se ne approfittano, ma non possono diventare la foglia di fico dell'inerzia generale)?
Ora, vorrei che si capisse che non faccio un discorso diciamo sindacale, ma un discorso di ragionevolezza: perché non lottiamo più per i nostri diritti? Perché ce ne freghiamo e anzi, ci accaniamo contro chi prova ad alzare un attimo la testa (ok, ci sono alcuni che se ne approfittano, ma non possono diventare la foglia di fico dell'inerzia generale)?
La crisi non è una scusa. Continuo a dire che le lotte maggiori ci sono state in periodi economici assai peggiori. Forse è perché ormai si riesce a pensare in una sola ottica, che non prevede mondi alternativi? Una giustizia e una solidarietà sociale che i nostri bisnonni avevano e noi ormai ci sogniamo? Il mondo è migliorato per tante cose, non scambierei mai il mio posto con le donne di cento anni fa, ma francamente spero che possa dire la stessa cosa una mia futura pronipote.
Potrà questa ragazza, tra cento anni, dire: non scambierei mai la mia vita con quella della mia bisnonna? Oppure si ritroverà intrappolata in un futuro che non ha prodotto nulla se non disuguaglianza sociale, arricchimento di pochi e un deserto culturale immenso?
Non voleva essere un post pessimista, ma certe volte quando puoi toccare personalmente con mano la pericolosità dell'inerzia generale, quando ad ogni richiesta, tutti ti rispondono, "Ci sono prima io!", non rendendosi conto, che non ci dovrebbe essere un prima o un dopo, ma un insieme, ecco, certe volte il pessimismo cosmico ti viene.






































