sabato 3 gennaio 2015

Fare il libraio secondo George Orwell: rose e fiori o sordidi dolori ben conosciuti? Sulla decostruzione del mito della libreria e dei suoi clienti: le prove storiche.

 In questi giorni di serio lassismo vacanziero sto ampiamente dormendo e mangiando e godendomi la compagnia della dolce metà che di solito lavora 10-11 ore al giorno e non riesco mai a vedere, perciò ritornerò seriamente su questi schermi dopo il 6.
 Tuttavia oggi ho preso in mano un libro che volevo leggere da parecchio, "Letteratura palestra di libertà" di George Orwell che raccoglie alcuni suoi scritti sulla letteratura.
  La cosa bella è che non sono scritti dissertativi di tipo colto/erudito/ma anche barra palloso, bensì sono degli articoli molto schietti, franchi, argomentati e divertenti.
  Ebbene, ho scoperto di avere una cosa in comune con George Orwell: anche lui ha lavorato in una libreria. Non solo, anche lui è stato un giovane addolorato libraio che ha vissuto le stesse, identiche, identicissime cose, vissute in libreria da me e da tante altre persone. Anche se si tratta di decine di anni fa, di un altro mondo, di un periodo senza internet.
 Leggendo questo scritto di cui vi lascio un ampio stralcio qui sotto, vi renderete conto con divertimento e forse anche consolazione ( o orrore, a seconda dei casi) che gli esseri umani non cambiano, che non è esistita mai la famosa epoca d'oro delle libreria, in cui le librerie erano dedite solo alla cultura e non al commercio e che i librai potevano essere anche come George Orwell. E non mi riferisco al fatto che potevano essere persone straordinarie o grandi letterati, ma persone i cui pensieri erano quelli di cui sotto, disincantati e perplessi, straordinariamente simili ai miei:

"Nel periodo in cui lavorai in un negozio di libri usati - un luogo che, finché non ci si lavora, è facile immaginare come una specie di paradiso dove affascinanti gentiluomini d'età scartabellano eternamente tra in-folio rilegati in pelle di vitello - mi colpì soprattutto la rarità delle persone davvero interessate ai libri. La nostra libreria offriva anche volumi eccezionalmente interessanti, ma dubito che uno sui dieci dei nostri clienti fosse in grado di distinguere un buon libro da uno brutto.  Gli snob a caccia di prime edizioni erano molto più frequenti degli amanti della letteratura; gli studenti orientali che tiravano sul prezzo dei libri di testo economici erano anche più numerosi; ma i clienti più comuni erano le signore dalle idee confuse che cercavano regali di compleanno per i nipotini.
Molti dei nostri acquirenti appartenevano  a quella categoria di persone che, pur essendo capaci di rendersi insopportabili ovunque, riescono a farlo particolarmente bene in una libreria.

Da "Il grande sonno" (di cui vi straconsiglio sia il libro
che il film).
 Per esempio, l'adorabile vecchietta che "vuole un libro per un malato" (richiesta frequentissima), o quella che nel 1897 ha letto un libro tanto ma tanto bello e vi chiede se potete procurargliene una copia, peccato che abbia dimenticato sia il titolo sia il nome dell'autore: in cambio, però, si ricorda che aveva la copertina rossa.
Oltre a questi, altri due ben noti flagelli imperversano nelle librerie dell'usato.
 
Uno è il tipo del signore decaduti che puzza di croste di pane raffermo e che ogni giorno, spesso anche più volte al giorno, tenta di vendervi dei volumi che non valgono proprio nulla; l'altro è quello che fa grandi ordinazioni di libri senza avere però la minima intenzione di pagarli. Da noi non si faceva credito, però tenevamo da parte i libri, oppure li ordinavamo, se qualcuno ci chiedeva di venire a prenderli in un secondo momento. Non tornava  mai neanche la metà di chi aveva fatto le ordinazioni. Nei primi tempi questo mi sconcertava. 
 Cosa spingeva quelle persone a comportarsi così? Entravano, chiedevano qualche libro raro e costoso, chiedevano qualche libro raro e costoso, si facevano promettere più e più volte che glielo avremmo conservato, dopodiché sparivano per non tornare più. Molti di questi clienti, certo, erano palesemente da ricovero. Parlavano di sé con aria solenne e ci raccontavano le storie più fantasiose (storie a cui, in molti casi, giurerei che erano i primi a credere) per spiegare come mai fossero accidentalmente  usciti di casa senza soldi. In una città come Londra ci sono sempre un sacco di pazzi non ufficialmente accertati che vagano per le strade e tendono a gravitare intorno alle librerie, rari posti in cui si può perdere tempo a ciondolare senza spendere un quattrino. Alla fine le persone di quel tipo le riconosci al volo. Nonostante i grandi discorsi, c'è in loro qualcosa di tarlato e inconcludente."

 Forse a voi non sconcerterà quanto sconcerta me apprendere che le persone erano in grado di usare le stesse identiche frasi 80 anni fa, ad avere le stesse identiche fissazioni e persino a fare le stesse identiche cose. Possiamo avere tutte le app del pianeta, ma mandare a memoria un titolo pare sia superiore alle forze dell'umanità.
E non è finita: anche il povero Orwell doveva vedersela con quel misterioso oggetto, amato e temuto, odiato e ingovernabile, la cartoleria.

 "Sotto Natale trascorrevamo dieci giorni di passione a combattere con biglietti d'auguri e calendari, articoli noiosi da vendere ma molto redditizi finché durano le feste. Mi affascinava il brutale cinismo con cui si sfrutta il sentimento cristiano. I piazzisti delle ditte produttrici di biglietti natalizi comunciavano a portarci cataloghi fin da giugno. Una frase scritta su una fattura mi è rimasta impressa: "2 dozzine di Gesù Bambini con coniglietti".

E infine la mazzata finale:

"Ma il vero motivo per cui non mi piacerebbe lavorare in una libreria è che in quel periodo avevo perso l'amore per i libri. Un libraio deve mentire sui libri e questo glieli rende disgustosi, ancora peggio è l'obbligo di spolverarli e spostarli continuamente di qua e là. C'è stato un tempo in cui i libri li amavo davvero: se avevano cinquant'anni o più ne amavo l'aspetto, l'odore, la consistenza. Niente mi rendeva così felice come acquistarne un'intera partita per uno scellino a qualche asta di campagna [...] Ma non appena comunciai a lavorare in libreria smisi di comprare libri. Visti in quelle dosi, cinquemila o diecimila tutti insieme, mi annoiavano, persino mi nauseavano un po'. Oggi ne compro uno ogni tanto. E ho finito di comprare roba vecchia. L'odore dolciastro della carta in putrefazione non mi attira più. Lo collego troppo al ricordo di clienti paranoici e mosconi morti"

Confesso che a me, almeno questo non è accaduto. Anzi, la mia smania di possedere libri è aumentata a dismisura, con la differenza che ormai compro solo i libri che voglio davvero e non vado quasi più a serendipità. Ecco, probabilmente quel prendere libri a caso, scegliendo di farmi guidare un po' dal caso, che in passato mi ha riservato molte sorprese, l'ho ormai un po' perso. Ah vi informo che Orwell fece anche una predizione, a molti gradita,
 "Si tratta di un lavoro abbastanza umano, che non può involgarirsi oltre un certo limite. I grandi gruppi commerciali non potranno mai schiacciare il libraio indipendente così come hanno schiacciato il droghiere e il lattaio. L'orario di lavoro però è molto lungo e poi è una vita malsana".
 Finirà così? Speriamo, finora a predizioni, in fondo, Orwell ci ha preso.

13 commenti:

  1. Interessantissimo questo post! Chissà se anche il buon Orwell ha avuto a che fare con i clienti balzani pronti a fare "un po' di carità" o geniali trovate equivalenti... Ma perché è una vita particolarmente malsana?

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    1. Diceva che si lavorava moltissimo (70 ore a settimana il proprietario) e che il negozio era freddo d'inverno e caldo d'estate (e sulle condizioni climatiche devo dare ancora ragione a Orwell).

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  2. Entravano, chiedevano qualche libro raro e costoso, si facevano, chiedevano qualche libro raro e costoso, si facevano promettere più e

    Ti segnslo che in questo periodo c'è una ripetizione.

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    1. Corretto. Anche perché era una ripetizione inquietante, sembrava che i clienti si drogassero..

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  3. Interessante testimonianza, che magari ti consolerà di certe storture: quando mi imbatto in pagine del passato che descrivono situazioni e comportamenti che non sono cambiati di una virgola (mi sta accadendo ultimamente con Jane Austen), mi trovo a constatare che il genere umano è sempre uguale a se stesso, soprattutto negli aspetti grotteschi o negativi... un magro conforto?

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    1. Da un certo punto di vista penso sia confortante. Vorrebbe dire che il grado di idiozia, ma anche la quota di umanità nelle persone, rimane sempre uguale nonostante il passare degli anni, delle tecnologie e di molte altre cose disumanizzanti.

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  4. Quanto cazzo quoto Orwell. Mai lavorato in una libreria, ammetto. Però ho lavorato in una fumetteria e, anche se il campo è diverso, ci sono in comune i vari problemi e i vari clienti. Tristezza a palate Mariottidiana.

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  5. Prendo spunto da questo tuo blog post su Orwell per vedere se riesco a trovare su Amazon tutta la sua saggistica (ho tutti i suoi romanzi su cartaceo, ma non ho mai pensato di leggermi anche la saggistica) in formato elettronico, ma mi sa che è una missione impossibile.

    p.s.: Ho dovuto guardare "The Big Sleep" almeno 3/4 volte per comprenderne appieno la trama (parlano troppo velocemente), ma la scena nella libreria dove Bogart fa la parodia dell'intellettuale è indubbiamente la scena più memorabile; quei 5 minuti valgono l'intero film :D

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    1. Assicuro che in LIBRERIA fisica e cartacea abbiamo tutte le copie di Orwell saggista che vuoi ;)
      "Il grande sonno" lo vidi ad un corso all'università e concordo che è incomprensibile alla prima visione. Mi è diventato davvero chiaro solo dopo aver letto il libro.

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    2. Assicuro che in LIBRERIA fisica e cartacea abbiamo tutte le copie di Orwell saggista che vuoi ;)

      Non ho dubbi a riguardo :) ma è una soluzione poco pratica per me. Causa lavoro, mi sposto spesso in giro per il mondo, e questo vuole dire che ogni volta che devo traslocare devo imballare tutti i miei libri e spedirli a destra e a manca.

      E' frustrante, soprattutto se consideri che ad ogni trasloco, qualche libro va inesorabilmente perso (sgrunt, e non succede mai con le edizioni economiche!). Credo finiscano nella stessa dimensione parallela in cui finiscono i calzini spaiati che spariscono dalla lavatrice.

      Ho sopportato per un po' tale tortura (metti i libri nello scatolone, togli i libri dallo scatolone... Karate Kid mi fa una pippa), poi ho deciso di decretare ufficialmente la morte del cartaceo, causa del decesso: paletto di frassino (cit.). :D

      Mi è diventato davvero chiaro solo dopo aver letto il libro.

      Lo sto proprio leggendo in questi giorni ;) e non sapevo nemmeno che parte della trama ruotasse sulle abitudini sessuali omosessuali dei due cattivi della storia. Questa differenza con il film mi ha colto un po' alla sprovvista :D

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  6. Procurarsi la saggistica di orwell è un'ottima idea, grazie!

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