mercoledì 13 maggio 2015

In occasione dei 4000 like su fb ecco il premio da voi scelto sulla pagina (tra i tre proposti): un mio racconto-racconto. Oggi pennivendolo anche io con "Summertime sadness" (e sono felice che non abbia vinto il sadismo fumettaro).

Allora, chi non segue la mia pagina di fb non saprà che in occasione dei 4000 like, glorioso traguardo per un book blog, ho dato la possibilità di scegliere tra tre premi:
1) Vignetta special.
2)La pubblicazione di un mio racconto-racconto.
3)La possibilità di scegliere il prossimo orrore libresco da farmi leggere e fumettare.
 Il sadismo usato nella scelta del terzo punto che avrebbe previsto per me la lettura di "Sposati e sii sottomessa" (questa, comunque, è crudeltà!), fortunatamente ha dovuto soccombere davanti ai voti ricevuti dal secondo punto.
 Ed è per questo che con grande inquietudine interiore, oggi pennivendolo anche io e posto di seguito un mio racconto. Ditemi voi (sempre che riuscite ad arrivare alla fine senza dormire o dar fuoco al pc).
 Buona letturaaaaaaaaaaaaaaa!!
Ps. L'ispirazione del racconto viene dalla canzone/video "Summertime sadness" di Lana Del Rey che sarà pure una panterona morta, ma fa canzoni che mi piacciono.

SUMMERTIME SADNESS

 La ragazza indossava un vestito ricamato bianco, sembrava fatto a mano, una cosa d'altri tempi, eppure aveva una foggia indubbiamente moderna. 
 La gonna così corta da lasciare le belle gambe scoperte per intero a far da contrasto ad una parte superiore quasi monacale, con tanto di collettone.

Avresti detto che stava dormendo lì in mezzo all'erba, i capelli rosso scuro sparsi sul terreno verdissimo e gli occhi spalancati. La macchia rossa che le si allargava sotto inzuppandole il bel vestito era l'unica nota stonata.

  Non era una bambola e non stava dormendo.
 Era una ragazza bellissima, ed era morta.

“Non deve avere più di vent'anni”, disse Ermete.

“Secondo me non è così giovane”, obiettai scattando una foto.

Ne avremmo tratto un articolo splendido. Ragazza sconosciuta trovata morta ai piedi in uno strapiombo erboso. 
Tutti avrebbero voluto saperne di più della splendida fanciulla col vestitino da bambina.

“Bah, sotto una certa età mi sembrano tutte uguali, tutte ragazzine come le mie figlie.”

“Quale età? I quarant'anni?”

Io ed Ermete lavoravamo insieme da cinque anni, da quando la mia speranzosa carriera di giornalista d'inchiesta su scala nazionale si era scontrata contro il muro di quella che sembrava una stupidaggine ed invece era una tragedia: le emicranie.

Sin da bambina ero stata sempre sanissima, un'influenza una volta ogni tre anni, qualche malattia esantematica standard, stop. Poi un giorno, quasi al termine dell'università, mi ero svegliata con un mal di testa mortale. Un dolore talmente forte da spaccarmi la testa in due. Pensai fosse una freddata, un caso, una cosa fortuita, mi imbottii di antidolorifici e mi passò tutto. Per una settimana. Sette giorni esatti dopo mi ero risvegliata con lo stesso identico dolore e avevo deciso di andare al pronto soccorso.

 Ne erano seguiti de mesi infernali, controlli e sottocontrolli, nessuna risposta. 
 Riuscii a laurearmi con una fatica immane, lasciai il mio ragazzo, di cui non ero innamorata da un pezzo e con cui stavo già comprando casa (o meglio i miei genitori stavano comprando casa) e mi trasferii nella casa di mia nonna. Aveva un appartamento molto grande in un posto microscopico incastonato su alte montagne, elette da qualche anno luogo di villeggiatura favorito dai molti benestanti delle città vicine.

 Erano sorte varie ville e in estate si poteva contare persino su una certa animazione, ma d'inverno quel posto diventava tristissimo. Gli unici giovani eravamo io e alcune madri di famiglia che non avevo nessun interesse a conoscere e che, del resto, non volevano conoscere me. 
 Le rare volte che andavo a trovare i miei passavo il mio tempo chiusa in camera da letto, con le tapparelle abbassate e una pezza umida sugli occhi a implorare che il dolore finisse. In un qualche modo stavo dando sfogo alla mia più segreta ambizione: isolarmi. 

 Ero sempre stata molto socievole e piena di amici, eppure avevo sempre fatto una fatica immane a sostenerne il peso. Fosse stato per me avrei preferito una vita tranquilla, ritirata, con pochi amici, niente caos.

Le leggende dicevano che bisogna sempre stare attenti a quello che si desidera, perché, prima o poi, si potrebbe ottenerlo.

Un cugino di mia nonna che abitava poco lontano, mi aveva letteralmente imbucato nella redazione dell'unico giornale locale. Così scrivendo di sagre, feste patronali, riunioni comunali e screzi tra vicini di casa, riuscivo a vivacchiare in quel mondo sospeso, col cielo sempre coperto da un velo di nuvole e il gelo che si attaccava alle ossa. Era la prima volta in due anni che succedeva qualcosa di tanto eclatante.
“Ma da dove è precipitata?”, domandai stringendomi il cappotto addosso.
Ermete indicò una piccola terrazza circa dodici metri sopra di noi. Era la villa della famiglia Diamanti, un palazzo settecentesco completamente bianco con un grande giardino all'italiana, molto famoso da quelle parti.
“Ma a Villa Diamanti abita solo il proprietario, un vecchio, no?”
“Magari è una mitomane che ha messo il vestito bello ed è andata a suicidarsi nel posto più bello della zona”, rispose Ermete alzando le spalle.
Quindi avevamo già deciso che era un suicidio. Guardai di nuovo il viso della ragazza e fui certa di averla già vista, una bellezza del genere non si poteva dimenticare. Ma quando?

Quella sera Lea, la moglie di Ermete, mi invitò a cena. Era sovreccitata al pensiero che finalmente avere un marito che si ostinava a fare il giornalista fallito, avesse un senso. Per la grande occasione si era davvero superata: aveva preparato risotto con i funghi e pappardelle al ragù di cinghiale, cinghiale alla cacciatora e in agrodolce, patate caramellate al rosmarino e budini di riso. Ermete era sconcertato.

“E' il nostro anniversario e me ne sono dimenticato?”, domandò seriamente tirando fuori il cellulare per controllare la data.

“No tesoro”, rise lei, “è solo che voglio sapere tutto!”.

Aveva imbandito un banchetto per indurci a parlare. Il giorno dopo sarebbe stata la star di tutte le massaie e i negozianti del paese: lei, moglie dell'intrepido cronista, poteva dar loro ogni dettaglio sul delitto della bella dai capelli rossi.

“Hanno già dato un nome al delitto?”, domandai perplessa ingoiando il risotto.

“Tutte le tv locali ne hanno già parlato! Secondo me si arriverà al nazionale. Era bella come dicono?”, sorrise eccitata.

Annuii mandandola in visibilio. Volevo bene a Lea, era simpatica e mi aveva accolto subito, ma in quel momento la trovai odiosa. Ingoiai la splendida cena a forza, irritata dallo sciacallaggio nazionalpopolare.


A casa ebbi un lungo sonno pieno di incubi.

 Il mal di testa, insolitamente clemente in quel periodo, stava salendo potente. Vidi la bella sconosciuta correre nel giardino all'italiana, il vestito corto che le svolazzava attorno e mi sorrideva innamorata, come se fossi la persona più importante del mondo. 
 Da viva le sue belle gambe snelle erano in grado di muoversi velocissime e il suo sorriso civettuolo mi invitava a sedermi accanto a lei, su una panchina di pietra nascosta tra i cespugli.

Era scolpita splendidamente, un bel putto paffuto soffiava verso l'erba con lo sguardo spalancato.

“Guarda i fili del telegrafo”, mi disse indicando il cielo giallo attorno a noi.

“Non ci sono fili qui sulle colline”, le risposi mentre mi prendeva la mano.

“Senti l'elettricità che sfrigola? Puoi vedere le scintille?”

E mi accorsi che le vedevo e che i fili erano proprio lì, davanti ai miei occhi. Altissimi pali che si susseguivano all'infinito. I passeri volavano via, scottati dalle scintille blu.

“E' sempre stato speciale questo giardino. Per noi.”

Mi sfiorò la mano e sentii uno strano dolore.

“E' l'elettricità”, disse lei improvvisamente triste. “Siamo come fili della corrente.”


Mi svegliai angosciata, con le tempie che pulsavano. Era una di quelle giornate in cui non sarei riuscita a fare altro a parte rimanere sdraiata, eppure il sogno mi aveva indicato una strada. Io avevo davvero visto quella panchina di pietra, ricordavo con vividezza il putto paffuto.

Era stato l'estate prima, durante la grande festa per l'apertura del giardino di Diamanti. Il vecchio la organizzava da anni, ogni metà Giugno, era un modo per dare inizio all'estate, ed erano invitati solo i notabili di turno. In genere era il direttore del giornale che si trascinava lì con la sua compagna ingioiellata al seguito, ma, disgraziatamente per loro, l'inaugurazione e la partenza per le vacanze aveva coinciso.

“Ficcati un bel vestito, vacci e ringraziami”, gli aveva detto il Kreniota stringendo i denti.

Lo chiamavo così con Ermete perché era cretino, aveva un cranio enorme e, già che c'era, faceva un'ottima crasi con beota.
Così c'ero andata, mi ero annoiata molto e avevo sorseggiato a più riprese del prosecco molto frizzante. Incapace di stare sui tacchi e con una macchinetta fotografica appesa al collo mi sentivo completamente fuori luogo, nonostante l'elegante vestito blu che mia madre si era premurata di farmi recapitare.

Avevo visto lì la bella dai capelli rossi, forse appariva persino in qualche foto. Peccato che il portatile fosse a lavoro e io fossi costretta a letto, come una cretina.

“Il Kreniota mi ha detto che assumerti è stata una sventura”, annunciò Ermete presentandosi alla porta col mio portatile.
Gli avevo mandato un sms annunciandogli la mia ennesima indisposizione e implorandolo di portarmi il pc. Si era presentato a casa mia solo a metà del pomeriggio, sudato e trafelato.
“Ha aggiunto che se per oggi non fissi un appuntamento per parlare con Diamanti ti licenzia.”
“Lo dice sempre.”

“Stavolta è serio.”

“Perché non ci manda quella cretina di Bernetti?”, chiesi aprendo l'album delle foto della festa.

“Bernetti è in maternità.”

“In cosa? Oh, signore.”

Una non andava in redazione mezza giornata e le sue acerrime rivali rimanevano incinte con niente. Era uno scandalo.

“Mai vista la pancia.”

“Nemmeno io, ma dice che è al sesto mese e la gravidanza è a rischio. Oh, di più non so, ma che stai cercando?”

“Questa foto qui!”, dissi trionfante allargando lo scatto.

Eccola lì la bella dai capelli rossi, avvolta in uno splendido abito viola. Se ne stava sulla panchina di pietra, le gambe accavallate e il sorriso perso verso una donna dal vestito blu cobalto, con morbidi capelli scuri che le ricadevano sulla parte alta delle spalle.

La donna col vestito cobalto non compariva in nessun'altra foto, come del resto la bella dai capelli rossi. 

Quella sera la mia svogliatezza mi aveva impedito di andare oltre le foto di rito per la testata: bicchieri che si incontravano, le mogli in vista, un'attrice tv che aveva deciso di riscoprire la natura dalle nostre parti. 

Gli ospiti secondari non apparivano se non di sfuggita, come la bella dai capelli rossi, relegata in un angolo del paesaggio all'orizzonte. Mi accorsi di aver persino ripreso, ispirata, un meraviglioso tramonto che aveva inondato le valli d'oro e porpora, un fiume di luce.

“Niente, fine delle foto”, ammisi delusa.

“Però ora sappiamo che conosceva Diamanti!”

“O qualcuno alla festa di Diamanti. Si sa qualcosa di più su come sia morta?”

“Pare si sia gettata davvero dalla terrazza.”

“Non potrebbe avercela gettata qualcuno?”

“Non saprei, dicevano che non c'erano segni di colluttazione.”

“Ma chi è? Non si sa neanche questo?”

Ermete scosse la testa, incredulo quanto me. Aveva ragione il Kreniota: dovevo trascinarmi da Diamanti prima che arrivasse il carrozzone dei giornali nazionali.

Diamanti non era in casa. Le imposte erano saldamente chiuse e il portone sbarrato. Probabilmente doveva aver migrato quando la polizia era entrata a fare i dovuti rilievi. Sapevo che aveva un lussuoso appartamento in città, ma il mal di testa mi martellava il cranio e non riuscivo a prendere la macchina se non per brevi tratti. La parete d'entrata era ricoperta da un fitto strato di edera, sfiorai la superficie fresca delle foglie. Iniziai a camminare seguendo il muro passo passo, non avevo voglia di far nulla quel giorno, solo di dormire, d'un tratto tastai una superficie metallica. Le foglie si erano avvolte come un nodo nascondendo la cassetta della posta.

Era piena di materiale pubblicitario e buste. Un foglio scritto a mano, ormai fradicio, se ne stava attaccato per un solo lembo.

“Cambio indirizzo: si prega di consegnare la posta di Alvise Diamanti presso la casa di cura Villa Serena, in via Ugo Foscolo 31 xxx”.

A giudicare da quantitativo di roba stipata lì dentro, Diamanti doveva aver attaccato quel foglietto svariato tempo prima. 
 La villa era dunque vuota da tempo, ma allora com'era entrata la bella dai capelli rossi?

“Non sapevo che Diamanti fosse in ospizio. Sapevo che non era più in villa così spesso, ma credevo fosse andato in città, come ogni anno”, rifletté Ermete, sotto villa Serena.

L'avevo chiamato per un veloce consulto prima di piombare come un avvoltoio sull'anziano.


“Questa storia mi sembra sempre più incasinata”, ammisi sconfortata.

“Pensavo di andare a casa del commissario con Lea e fare qualche domanda”, mormorò Ermete sotto la sua folta barba.

“E perché con tua moglie?”

“La moglie del commissario è amica sua, fanno insieme qualcosa, un corso di ceramica, una roba in chiesa, un mercatino, non me lo ricordo, però si conoscono. Ci siamo praticamente invitati a cena a casa loro, Lea è felicissima di fare il cavallo di Troia.”

“Immagino. Che devo chiedere a Diamanti? Come ha fatto una tizia a buttarsi dalla sua casa vuota?”

La pioggia iniziò a battere sulla macchina.

“Ce l'hai l'ombrello”, mi chiese Ermete mentre scendevo.

“Certo”, mentii io.

Se ne andò che iniziava il diluvio.


L'ospizio era molto pulito, pieno di anziani e silenziosissimo. Il mio ultimo contatto con un posto simile risaliva all'unico giorno in cui mio nonno ci aveva vissuto. Era morto il giorno dopo il suo arrivo, mia madre era ancora divorata dai sensi di colpa.

Entrai e chiesi del signor Diamanti. E' una parente? No, non lo sono. Ok, allora deve aspettare qui. E aspetterò.

Seduta all'ingresso in attesa mi accorsi che l'effetto delle pillole stava finendo. Il mal di testa stava pompando di nuovo nel mio cervello. Lo immaginavo proprio così, come una grande pompa da cui entrava e usciva sangue di continuo. Entrare e uscire, uscire e entrare. Certe volte potevo vederlo quel sangue, potevo sentirlo scorrere.

Diamanti arrivò sulle sue gambe. Si poggiava ad un bastone, ma non era malmesso come avevo immaginato, anzi, sembrava addirittura più in forze dell'ultima volta in cui l'avevo visto, alla festa.

“Lei chi è?”, domandò senza sedersi. “Non l'ho mai vista”

“Sono...sono una fotografa. Devo farle vedere alcune foto della festa della scorsa estate. Sto preparando un libro per il comune. Ero una delle fotografe presenti, si ricorda?”

Non era esattamente una menzogna, forse fu per quello che mi uscì in modo tanto convincente.

“No, ma alle mie feste viene sempre tanta gente, anche persone che si imbucano, bah, non me le sarei ricordate vent'anni fa, si figuri ora”, ragliò tossendo.

Stava recitando, esattamente come me. Io ero la fotografa giovane ed entusiasta, lui il vecchio scemo. Diamanti nascondeva qualcosa. Nessuno si seppellisce in un posto del genere se ha milioni a disposizione, e nessuno si finge scemo se non vuole che gli altri lo pensino.

“Non posso mandarle in stampa se non ho il suo consenso”, dissi seriamente.

“Torni con le foto, se ha tutto questo tempo da perdere non immagina quanto ne abbia io. Lei è la signorina?”

“Erica”, dissi sorridendo.

Annuì trovandomi di colpo una scocciatura. Aveva combattuto con me credendomi un nemico venuto a stanarlo e ora mi trovava innocua. E inutile.

Chi era il nemico allora?

“Il comandante non mi ha detto niente di particolare. La ragazza è caduta dalla terrazza, sembra si sia suicidata. Non ha segni di violenza, non ha niente. Pare che Diamanti fosse in ospizio quel giorno, casa sua era chiusa. Non si sa come abbia fatto ad entrare. Cioè non c'erano segni di scasso, la ragazza era già dentro.”
“Ma lui dice di non conoscere la ragazza”, osservai io scolando un bicchiere di vino.
“Così ha detto Diamanti alla polizia.”

“Qualcun altro l'ha fatta entrare, ma chi?”

Mi sentivo un po' brilla. Il vino aveva dei benefici incredibili sulle mie emicranie, se stavo attenta a non ubriacarmi seriamente, potevo sentire la testa decontrarsi e un sollievo incredibile propagarsi giù per il collo. Avrei dovuto vivere brilla.

“Secondo me dobbiamo trovare la ragazza della foto, quella di schiena, lei la conosceva, si vede”, dissi ingoiando un po' di noccioline salate.

Ermete aveva voluto uscire in un pub per smaltire la noia della cena a casa del comandante dei carabinieri. Era stato un civettare continuo tra le due consorti e un civettare continuo tra lui e il carabiniere.
 “Che bella casa, che bella macchina, che bei figli, che bel televisore”, un incubo di manierismo che odiava almeno quanto lo odiavo io.

“Ma non ci sono altre foto? Non ero l'unica a scattare quella sera”, mormorai iniziando a perdere il senso del discorso. Era sempre difficile rimanere sulla linea della lucidità quando il controllo si faceva labile.
“C'era un tizio, uno dell'Eco”

L'Eco era il nostro storico rivale. Ci dividevamo equamente i profitti e il pubblico di quelle valli disperse. Non c'era guerra, ma neanche simpatia tra di noi. Non che ci fosse un reale motivo, era più una posa, un dovere, una specie di campanilistico derby.

“Ah sì, Gianluca Maraldi, me lo ricordo”, sospirai. Abitava due valli più in là se non andavo errata.

“Domani mi sa che ti tocca una gita.”

“Non fare quella faccia, se risolviamo questa cosa possiamo fare il salto, quello grande, quello definitivo, un giornale nazionale.”

“Non si può fare un salto con un suicidio, neanche se è strano”, risposi ingoiando una patatina.

“Se è troppo strano non è un suicidio.”

“E' la regola di Ermete?”

“Se vuoi possiamo ribattezzarla così”

Ebbi un sonno agitato. Il vino bruciava i miei sogni, sentivo il corpo caldo come se fossi in un letto di carboni ardenti. Quando riuscivo a svegliarmi di tanto in tanto avevo la certezza di avere la febbre altissima. Volevo bere, ma bastava girarmi sul fianco per ricominciare a dormire. 
 Mi svegliai che il sole filtrava leggero dalle finestre.
Incredibilmente ero riposatissima e fresca, sentivo la fronte come appena lavata, senza alcun dolore.

Feci colazione di corsa e mi infilai in macchina. 
 Avevo mandato una mail a Maraldi nottetempo, ma non ero certa l'avesse letta: da quelle parti non vivevamo tali urgenze da starcene attaccati alla connessione internet. Mi fermai davanti alla sede del suo giornale. 
 Affacciandomi chiesi se ci fosse, mi venne riferito da una tizia con una minigonna inguinale e degli strani capelli decolorati che sarebbe arrivato verso le tre.


Erano le dieci. Mi feci dare il suo cellulare e lo chiamai implorandolo di vederci prima. Mi disse di raggiungerlo a casa sua, un appartamento accanto alla piazza centrale.
Da fuori il palazzo sembrava praticamente abbandonato, dentro non dava un'impressione migliore. L'appartamento di Maraldi si rivelò invece piccolo, moderno e arredato con ottimo gusto.

“Il mio orgoglio”, mi disse fiero, vestito completamente di blu, come un mimo o Diabolik.

Aveva baffi e barba scuri, i capelli appena venati di bianco e fotografie appese in ogni dove.

“Scusa il disturbo, sono venuta a chiederti..”, attaccai dopo che ebbi bevuto il caffè di rito.

“Vuoi le foto della sera della festa da Diamanti vero?”

“Hai letto la mail”, sorrisi.

“Sì. Te le ho già messe da parte. In realtà le avevo tirate fuori appena hanno trovato quella ragazza.”

“La ricordavi anche tu?”

“Era bellissima.”

“Già.”

Maraldi mi fissò imbarazzato. Sorrise, poi si toccò la nuca e bevve un bicchiere d'acqua, era strano, agitato.

“Io, avevo provato sai, a farmi dare il numero quella sera”, disse d'un fiato.

“Ah”, mormorai sorpresa.

“Però non volle, o meglio non volle l'altra.”

“L'altra, la ragazza della foto?”

Baraldi annuì arrossendo. Era strano vedere un uomo adulto arrossire.

“Beh, ma non devi vergognarti. E' normale, non c'è niente di male a chiedere un numero.”

“Lo so, però non so mi è rimasto un ricordo spiacevole, mi sento in colpa.”

“Perché?”

“Litigarono furiosamente, io cercavo di calmarle, poi arrivò Diamanti si arrabbiò da morire con entrambe e mi cacciò, Non volevo creare problemi, così me ne sono andato poco dopo.”

“Quindi Diamanti le conosceva?”

“Sembrava di sì.”

Diamanti aveva mentito a quanto pareva.
Iniziammo a scartabellare le foto insieme. Aveva fatto moltissime foto, tante alla ragazza dai capelli rossi, l'altra sembrava un fantasma, sfuggente, sempre di spalle, voltata, lontana, sfocata.

“Viene quasi da pensare che non sia mai esistita”, risi nervosamente.

“C'è una foto in cui si vede bene”, disse lui facendole scorrere veloce.

Ed eccola che apparve, in un primo piano violento. Aveva i capelli mossi, scuri che le cadevano morbidi sulle spalle, gli occhi blu e una sorta di corona di margherite a cingerle la testa. Era un particolare che stonava completamente sul suo tubino blu scuro, sul trucco quasi inesistente.

Era una bella donna, poteva avere sui trentacinque anni e sorrideva.

“Lo sai che non la ricordo?”, domandai andando indietro con la memoria.

“Neanche io l'avrei ricordata se non fosse stato per la scenata.”

“Tu cosa pensi?”

“Non lo so. Non penso niente. Di quella serata mi rimane solo una sensazione così...angosciante. Mi sono sentito inopportuno. Magari per tante persone non è così grave, ma io mi vergogno da morire quando mi accorgo di aver infastidito qualcuno”, sorrise lui come un adolescente.

Forse Maraldi non era male come lo ricordavo, o meglio, forse aveva una personalità, persino una sensibilità, cosa di cui io negli ultimi anni mi ero totalmente disinteressata.

“Ti capisco. Anche io odiavo sentirmi così”, dissi per spezzare un po' la tensione.

“E ora hai risolto?”, rise lui.

“Certo, praticamente sto sempre da sola. Non c'è metodo migliore!”, risi di rimando.

Lui pensò che scherzassi, ma dicevo sul serio. Non puoi fare del male a nessuno se ti chiudi in te stesso. Non puoi fare del male a nessuno se ti chiudi da qualche parte, no?
Fu come un lampo accecante.


La moglie di Ermete ci mollò sul tavolino dell'ingresso un vassoio traboccante pasticcini. Quella donna sembrava non essere in grado di smettere di nutrirci. Ogni ora era buona per colmarci di torte, pizzette, tramezzini, aperitivi, pancake, frutta e dolcetti vari.

“Non pensi che forse Lea ti stia comunicando qualcosa?”, avevo ventilato a Ermete qualche tempo prima.

“Tipo? Che vuole vendermi al chilo?”

“Ma no, magari vuole lavorare, che so, come cuoca o aprire una specie di pasticceria.”

Era di moda del resto. Avevo saputo che ben tre mie ex compagnie di corso avevano aperto un locale dopo gli studi e guadagnavano bene. Cibo vincit omnia.

“Diamanti conosceva la ragazza morta”, annunciai ad Ermete.

“Cosa?”

“Me lo ha detto Baraldi, quella sera lei e l'altra ragazza si erano messe a litigare perché lui aveva provato a chiedere il numero alla morta. Diamanti arrivò furibondo dicendogli di smettere e secondo lui le conosceva.”

“Mio dio. Diamanti forse aveva una donna, quindi una ragazza giovane? Due ragazze?”, ad Ermete la possibilità sembrava sconcertante.

“Beh, era sempre un uomo, decrepito, ma un uomo. Era ricco, avrebbe un senso no? Inoltre io penso di sapere come ha fatto la ragazza ad entrare.”

“E come?”

“Nell'unico modo Ermete: aveva la chiave! Secondo me viveva lì, ci ho pensato mentre parlavo con Maraldi.”

“Ma non hanno trovato nulla nella casa. Neanche una chiave di riserva.”

“Potrebbe averla gettata dalla terrazza. Oppure qualcuno potrebbe averla portata via.”

“L'assassino!”

“Non è detto che l'abbia assassinata, magari è stato un incidente, ma l'altra persona si è spaventata ed è scappata.”

“E secondo te l'altra persona è la ragazza della foto?”

“Potrebbe essere.”

“Magari litigavano per l'eredità di Diamanti, magari potrebbe avergli intestato tutto!”, quasi gridò Ermete al culmine della sua passionale ricostruzione.

“Che sciocchezze, Diamanti ha una figlia”, disse Lea passando distrattamente con delle tovaglie in mano.

Appena aveva capito che ci saremmo messi a parlare della storia della bella dai capelli rossi aveva iniziato una danza di lavori domestici assolutamente inutili attorno a noi.

“Ma da quando? Conosco Diamanti da anni e non è mai stato sposato!”, protestò Ermete, colto in fallo.

“Ermete, sono anni che non è necessario essere sposati per avere dei figli. L'ha avuta che ormai era abbastanza vecchio, da una donna straniera, una pittrice. Ha sempre vissuto con la madre all'estero”, spiegò Lea seccamente.

“E tu l'hai mai vista?”, domandai speranzosa. Poteva essere la ragazza della foto, poteva essere lei.

“No, mai. Aspetta sì, una volta, da bambina. Non somigliava per niente al vecchio. Dovrebbe avere una trentina di anni adesso.”

L'età corrispondeva.

“Aveva gli occhi chiari?”

“Non ricordo niente. Era davvero piccola. Sarà stato vent'anni fa, avevo partorito da poco, la incontrai in ospedale con la madre. Erano venute a trovare Diamanti che era stato ricoverato per qualche malanno. La signora però me la ricordo, era alta e aveva i capelli biondi, era molto bella.”

“Devo tornare da Diamanti con la foto”, sospirai ingoiando pasticcini.


Per la seconda volta nella sala d'aspetto dell'ospizio, mi resi conto che il bianco delle pareti e quel silenzio artificiale catalizzavano le mie emicranie in modo esponenziale. Era così perfetta la mia vita prima che iniziassero, così promettente. E io ero una così grande bugiarda.

Niente era promettente, niente andava bene. C'era quella mia vita così spianata davanti a me, così precisa che potevo vederne la fine. Il mio lavoro, il mio matrimonio, la mia casa, i miei viaggi, i miei figli. E tutto mi disgustava così tanto.
  Ricordavo ancora l'ultima volta in cui l'avevo visto. Cinque anni insieme e nessun litigio, mia madre che già fremeva per spedire gli inviti di nozze, anche mia sorella si era sposata giovane e non c'era mai stato giorno più bello per lei. Sarebbe dovuta nascere nell'ottocento.

“Dimmi cosa c'è che non va, possiamo provare a rimediare”, aveva detto lui piangendo. Ero stata crudele: il giorno prima ci tenevamo la mano in pizzeria con gli amici e il giorno dopo gli dicevo che non l'amavo più. A ripensarci non sapevo dove fossi riuscita a prendere quella freddezza.

“Non può finire così”, mormorò disorientato.

Oh, certo che poteva finire. Poteva finire ogni cosa a questo mondo. Una vita, una famiglia, una giornata, un'epoca. Persino un amore che non era mai cominciato.


Diamanti arrivò in sedia a rotelle. Sembrava sempre più intenzionato a recitare la parte del vecchio decadente. Ma quanti anni aveva davvero Diamanti? Secondo i miei calcoli poteva arrivare a stento alla settantina, eppure tentava in ogni modo di dimostrarne almeno una decina di più.

“Salve, si ricorda di me?”, sorrisi tendendogli la mano.

“Pensa che sia un vecchio completamente rincoglionito?”, ragliò lui. Ritirai la mano.

“Le ho portato le foto della festa.”

“Dia qui!”, disse togliendomi il pacchetto che tenevo in mano. “Non ho tempo da perdere.”

Sembrava sinceramente irritato.

“Sfogliò le prime foto, dei paesaggi innocui, poi giunse al primo piano della ragazza dagli occhi chiari.”

Si fermò sbiancando.

“Chi è lei?”, domandò d'un fiato.

“E' una ragazza della festa, non so..”

“Non lei, so benissimo chi è questa ragazza. Voglio sapere chi è lei davvero!”

“Una giornalista. Io voglio solo capire”, risposi sentendomi in colpa.

“E per cosa? Per far contenti quei quattro deficienti che leggono il suo giornaletto? Si faccia una vita e lasci stare quella degli altri!”

“E' sua figlia?”, chiesi cercando di trattenerlo.

“Se già lo sa perché me lo chiede?”

“Non scriverò nessun articolo, non lo dirò a nessuno, io voglio solo capire”, dissi e non mentivo.

Perché una ragazza tanto bella deve uccidersi? Che cosa l'aveva fatta saltare da quella terrazza?
Diamanti tacque qualche minuto. Nella stanza si sentiva solo il rumore sordo dell'orologio a muro. Era come se ci trovassimo nel niente, fluttuanti nello spazio.

“Io non la conoscevo. E' sempre stata lontano da me. E' stata un errore. Non amavo sua madre, è stato un caso. Ho provato ad aiutarla, ma ora non voglio sapere niente. Ho fatto tutto quello che potevo per lei.”

“Sua figlia vive nella sua villa, vero?”

Gli occhi del vecchio brillarono di rabbia. C'era una chiave in più in quella storia. Una per entrare e una per uscire, una chiave che qualcuno possedeva.

“Sua madre, Anne, è morta un anno fa. Mia figlia è sempre stata una persona strana, almeno credo. Non l'ho mai vista tanto. Anne mi scriveva, voleva il mio aiuto, non soldi o meglio anche quelli, ma non solo i soldi. Voleva che la aiutassi, Erin era fragile, bastava un niente per sconvolgerla, aveva reazioni esagerate davanti a tutto, come se non riuscisse a mettere uno scudo tra la sua vita e quella degli altri.”

Diamanti guardò la parete, mi parve innaturalmente bianca, come se i contorni della stanza, attorno a noi, stessero svanendo.

“Non so spiegarmi”, disse dopo un po'.

“Ho capito”, mormorai incoraggiandolo.

“No, non può capire.”

Feci un grande respiro.

“Stavo per laurearmi, poi sarei andata un anno all'estero e poi mi sarei sposata. Stavo comprando casa, avevo calcolato tutto. Ho sempre fatto tutte le cose per bene, non ho bruciato nessuna tappa. Mi sono divertita al momento giusto, ho studiato senza affannarmi, ho preso buoni voti senza eccellere mai. Ero brava, ero carin,a ero quello che dovevo. Poi un giorno qualcosa si è inceppato. La testa ha iniziato a bruciarmi e ho capito che avevo mentito fino a quel giorno. Io non ero niente. Ho lasciato il mio fidanzato, mi sono trasferita, ho ancora le emicranie.”

Diamanti mi fissò, aveva occhi chiari, ormai acquosi per l'età, eppure identici a quelli della ragazza della foto.

“E come si sente adesso?”, domandò prendendomi la mano.

“Non ci crederà, ma nonostante il dolore forse sto molto meglio di prima”. Non lo avevo mai detto a nessuno. Forse era da pazzi pensare che una vita da reclusa e imbottita di medicine fosse meglio di quel che avevo prima, ma era la verità. Era come se la persona prima del dolore non fossi davvero io.

Diamanti mi sorrise e ritrasse la mano. Sul mio palmo scintillava una lunga chiave.


Rimasi fuori dalla casa di riposo per un tempo imprecisato. Ero indecisa sul da farsi. Potevo andare direttamente alla villa, dormirci su e decidere il giorno successivo o chiamare Ermete e farmi accompagnare, ventilai persino la possibilità di chiamare Maraldi.
“Un'idea quanto mai cretina se la figlia di Diamanti lo odia tanto”, mi dissi stringendo la chiave.
No, dovevo andarci da sola. Diamanti aveva dato a me la chiave per un qualche motivo che continuava a sfuggirmi. Si era fidato? Voleva che convincessi sua figlia ad uscire di lì? Mi stava tendendo una trappola? Perchè, dopotutto, neanche lui stava dicendo la verità.
Il mal di testa mi afferrò la nuca. Forse avrei dovuto gettare quella chiave e basta, voltare le spalle e tornare nel mio guscio. La fuga era un gioco che mi veniva bene dopotutto. La chiave mandava un bagliore sinistro alla luce interna della macchina, era come se scottasse.
“Forse quella ragazza sta aspettando che qualcuno la scopra. E' come prigioniera di se stessa”.
Forse non c'era nessuna trappola, era stato per quello che gli avevo confidato che Diamanti mi aveva dato la chiave, perché aveva intuito quanto disperatamente fossimo simili.

Aspettai che facesse buio nel solito pub. Ermete quella sera era di partita a casa del cognato e non c'era pericolo che mi scovasse. Non volevo che qualcuno mi vedesse entrare a casa di Diamanti. Avevo calcolato che dopo le dieci e mezza, undici, avrei dovuto andare sul sicuro. La villa si trovava in una zona isolata, avrei lasciato la macchina ad adeguata distanza e finto indifferenza con gli eventuali passanti.
“Ma col freddo di stasera non credo che qualcuno andrà a farsi una passeggiata proprio lì”.
Mi munii di guanti per non lasciare impronte e per sicurezza avevo infilato un coltellino multiuso in borsa. Non che potesse essere di un qualche aiuto, ma dopotutto era una papabile assassina che stavo andando a trovare e avere un piccolo oggetto acuminato con me mi faceva sentire al sicuro.
Scolai una terza coca cola assieme ad un buon antidolorifico. Era un cocktail dal sapore interessante.

La chiave entrò con facilità. La via, come previsto, era deserta, e soffiava un vento così freddo da convincere chiunque a starsene a casa propria davanti ad una stufa.
Il cuore mi batteva fortissimo. Forse avrei dovuto chiamare Ermete, ero ancora in tempo dopotutto, stavo facendo una cosa cretina. Ma il mio corpo si mosse da solo e un minuto dopo ero dentro.
Un piccolo abat-jour era acceso a mandare una breve luce ai piedi delle scale di legno.
Cosa avrei detto? Chi è là? Dove sei?

Il mio respiro era così forte e la casa così silenziosa che mi sembrava di essere un mantice in una cattedrale.

“Si sarà già accorta che sono qui”, mi dissi.

“Chi sei?”, domandò una voce nell'ombra.

Mi voltai di scatto, la mia mano andò immediatamente a cercare il coltellino nella borsa. Ovviamente non lo trovò.

“Sono...mi ha mandato tuo padre”, risposi avvicinandomi alla porta.

“Ah sì? Vuole che me ne vada?”, domandò stancamente.

“No, non credo. Non so cosa vuole”, mormorai cercando di abituare gli occhi al buio. Non riuscivo a capire dove si trovasse.

“E allora perché sei qui?”

Emerse dalle ombre come un fantasma. Eccola lì, in carne ed ossa, la donna con la coroncina di margherite e il vestito blu. Aveva uno strano accento.

“Io volevo solo sapere, credo”, risposi cercando di essere sincera. Tuttavia non sapevo perché fossi lì, era come se dopo tanto tempo desiderassi concludere qualcosa.

“E poi mi denuncerai?”, domandò. E non si comprendeva se l'eventualità la tentasse o la spaventasse.

“No, se non vorrai no. Io penso sia stato solo un incidente e non si dovrebbe pagare per un sospetto.”

Fece un passo verso di me. Ora potevo vederla quasi chiaramente alla luce fioca della lampada. Indossava una vestaglia bianca e aveva i capelli in disordine. Sembrava non dormisse da tempo.

“Non è stato un incidente”, disse. Il silenzio, se possibile, si fece ancora più profondo.

E' un'assassina, mi dissi. Sono sola, con un'assassina.

Fu una presa di coscienza così stupefacente che mi paralizzai. Smisi di cercare il coltellino, la porta dietro di me, divenne di colpo lontanissima.

“Sei qui per sapere no? Allora ti racconterò, tanto ho già deciso. Non fa differenza. E' per questo che il vecchio ti ha mandato qui, perché parlassi e lo scagionassi. I carabinieri sospettano di lui, anche se quel giorno si trovava in città. Sono stata io a spingerla giù dalla terrazza, ma è stato lui a portarmela via”, disse avvicinandosi ancora. 

Si muoveva lentamente, come uno spirito gravato da catene.

“Io volevo solo un po' di pace. Dopo la morte di mia madre ero esausta. Sono stata due anni accanto a lei, che moriva, consumata. Lui non ci ha mai aiutate. Non avevamo nessun altro. Quando alla fine è morta sono venuta qui per riposare, credo si sentisse in colpa e mi ha accolto, ma non passava giorno che mi ricordasse quanto fossi di disturbo. In una casa, così grande, ti rendi conto?”, ebbe un sorriso folle. 

Da quanto non dormiva? Le occhiaie sotto i suoi occhi erano scure, profonde.

“Fosse stato per me sarei andata via subito, ma mi sentivo così sola, senza forze. Ti sei mai sentita così in vita tua?”
Annuii. La sua mano si allungò verso di me come una maledizione.

“Avevo una ragazza, una compagna, non so come si dice, come dire. Ci eravamo lasciate dopo la morte di mia madre, lei era troppo faticosa per me, ma l'amavo da impazzire. Le chiesi di venire per la festa dell'estate. Mio padre non era d'accordo. Una figlia lesbica e non voluta è il peggio che un uomo del suo genere possa ritrovarsi a questo mondo. Fece delle scenate così penose da far spavento. Per farlo smettere gli promisi che non l'avrei detto a nessuno, avrei finto che fosse una mia amica, tanto per me non c'era differenza. Non conoscevo nessuno, non uscivo mai dalla villa.”

“E poi cosa è successo?”

La festa d'inizio estate, la scenata di Diamanti, stava lì la chiave del mistero.

“Mio padre...”, cominciò mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. “Io...l'amavo così tanto. E lei mi ha fatto questo, lei mi ha fatto questo!”

“Tuo padre e la bella dai capelli rossi avevano una storia?”, domandai sbalordita.

Il fantasma della ragazza cadde in ginocchio coprendosi il viso. Era disperata. Volevo avvicinarmi ma non ne avevo il coraggio. Singhiozzava così convulsamente che temevo stesse per avere una crisi di nervi.

“Mi chiusi in camera, volevo andarmene, ma lei venne da me. Mi disse che ci amava entrambi, era così falsa, ma mentiva così bene che io non sapevo lasciarla.
Due settimane fa mio padre disse che si sarebbe allontanato per un po', mi raccomandò di non uscire o di farlo solo in città, non voleva chiacchiere. Il giorno dopo la sua partenza, lei mi portò in terrazza e disse che lui le aveva chiesto di sposarla. Amava me, ma era la sua grande occasione. Era sempre vissuta qui e lì, senza un vero lavoro, una direzione, una radice. Mi amava, ma come poteva rifiutare?
Poi mi baciò e si voltò guardando le montagne. Aveva messo il mio vestito preferito anche se faceva freddissimo. Non so cosa volesse fare. “E' così bello qui”, disse.
Non se ne è neanche accorta credo. Non me ne sono accorta neanche io. L'ho gettata giù con un'unica spinta. Mi sono resa conto che non c'era più quando è diventata un punto bianco in mezzo all'erba.”

Ero rimasta con la bocca spalancata, come una cretina, mentre confessava un omicidio. Dovevo andare via di lì. Non si era resa conto una prima volta di uccidere, poteva non farlo anche una seconda.

“Ho chiamato mio padre. Abbiamo svuotato tutto, buttato tutte le sue cose, le mie, ho pulito ogni angolo. Poi, sono andata nel suo appartamento in città mentre lui fingeva in ospizio. Dovevo essere un fantasma mai esistito, nessuno doveva ricordarsi di me.”

“E perché sei qui?”, chiesi non comprendendo.

“Perchè sono stanca. I sensi di colpa mi divorano da quella mattina maledetta.”

“Costituisciti, ti sentirai meglio”, mormorai cercando di dire qualcosa di sensato. “Se vuoi posso accompagnarti.”

Non rispose. Si era ripiegata su se stessa, sul tappeto dell'ingresso, era diventata così tragicamente piccola da sembrare una bambina o una bambola. Ai miei occhi sconvolti parve più una cosa che una persona. Feci un piccolo passo indietro. Toccai la maniglia fredda della porta. Volevo aria, volevo luce, volevo persone.

“Da bambina pensavo sempre a mio padre lontano. Credevo fosse una persona meravigliosa. Ogni tanto venivo qui e lui mi riempiva di regali, mi sentivo una principessa. Poi sono cresciuta e mi sono accorta che non era un re, non era niente. Io non ero niente. Però speravo ancora.”

Si rialzò andando quieta verso l'abat-jour.
“Chi viene messo nell'ombra è lì che deve restare”, disse.

 Poi con un solo gesto spazzò via la lampada che andò ad infrangersi sul pavimento.
Fu tutto buio. Non riuscii neanche a cacciare un grido.

La porta, la porta, prima che mi prenda!

Trovai la maniglia, e mi buttai fuori senza voltarmi indietro. Corsi a perdifiato verso la macchina e la aprii tremando. Non mi aveva seguito, ma ero terrorizzata come se fosse esattamente dietro di me.
Mi presentai a casa di Ermete in lacrime.

La mattina dopo mi svegliai sul suo divano con un cerchio alla testa e il collo completamente sudato. 
Nonostante la luce, avevo la sensazione che il cuore continuasse a battere in modo scomposto e fosse ancora notte. Lea mi passò davanti irrequieta ed Ermete mi portò un caffè con la maglia del pigiama ancora addosso.

“Dobbiamo andare dai carabinieri”, mi disse serio.

 Il giorno prima c'era mancato poco che non mi prendesse a schiaffi quando gli avevo confessato di essere stata a casa di Diamanti da sola. Mio padre non sarebbe stato meno preoccupato.
Mi sedetti a tavola. Lea aveva imbandito una colazione luculliana, ma non avevo nessuna fame. Stavo sforzandomi di ingoiare un biscotto alla cannella quando il cellulare di Ermete squillò. Arrivò dal bagno con metà del viso ricoperta da schiuma da barba.
“Pronto? Cosa...noi...sì..è qui..ha dormito qui...ora andiamo...non gridare..non sapevamo...”
Io e Lea lo guardavamo dimenarsi vicino al bagno, finalmente dopo cinque convulsi minuti chiuse la telefonata.
“Era il Kreniota”, mi disse asciugandosi la schiuma da barba dal viso. “E' troppo tardi.”
“Per cosa?”

“Stamattina all'alba i carabinieri hanno ricevuto una chiamata da casa di Diamanti. Sono andati alla villa e hanno trovato una ragazza.” Fece una pausa, guardando nervosamente Lea. “Impiccata.”

Chiusi gli occhi. Ebbi l'impressione precisa di fluttuare, di riuscire a uscire da me. Persino il mal di testa aveva smesso di far male, come se appartenesse ad un'altra persona.
Riaprii gli occhi e sentii una lacrima lungo il viso.

“Se fossi rimasta di più”, mormorai, “Se fossi rimasta fino alla fine, forse non si sarebbe uccisa”.

Ermete venne ad abbracciarmi, voltai la testa stordita e incrociai il cielo insolitamente azzurro oltre il vetro.

C'erano le montagne. Le ultime montagne che aveva visto la ragazza dai capelli rossi. Alcuni fili elettrici si intrecciavano nel paesaggio.
“Noi siamo elettricità”, aveva detto lei prendendomi per mano. Il bagliore blu delle scintille le illuminava il viso.

6 commenti:

  1. C'è moltissima stoffa, l'ho letto tutto d'un fiato. L'unico appunto che posso fare, volendo essere cattivo ma non gratuitamente, è che l'attaccamento al vissuto personale si nota ancora troppo. Non è adolescenzialmente appiccicoso, mi sembra che tu abbia passato ormai da tempo quella fase, ma denota ancora una certa collosità. In ogni caso, per quanto riguarda i giovani, sconosciuti e impubblicati autori italioti, è la cosa migliore che abbia letto da tantissimo tempo a questa parte.

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    1. Grazie mille per la pazienza e anche per il commento! Penso che tu abbia ragione, la parte del "passato" della giornalista è molto artificiosa. Ero un po' terrorizzata a postare un mio racconto, ma speravo in commenti costruttivi come il tuo per capire dove migliorare, perciò grazie bis! :)

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  2. Anche io d'un fiato. Complimenti. se si potesse: un epperò. Legato alla forma e alla retorica. ma solo previa autorizzazione :) No invischiamento, anzi, cosa molto gradita l'autobiografia che traspare.

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    1. Certo che devi mettere epperò! Anzi li attendo! (Devo dire però che questo è forse uno dei miei racconti meno autobiografici possibile...vuol dire che sono stata very credibile? ;) )

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    2. Nel commento sopra si diceva dell'attaccamento al vissuto personale. io non ne so mezza, se non quel poco che traspare dalle righe del blog. e comunque non ho avuto l'impressione di leggere qualcosa da cui trasparissero particolari nfluenze biografiche (che so, porci con le ali? ma per dire). Non capisco se il tipo che compare un pochetto si chiama Maraldi o Baraldi. Sarà un refuso. Altre cose penso siano solo dovute a gusto personale e mi sembra di avere l'impressione di averle già lette, tipo la luce che filtra, il rumore sordo dell'orologio a muro, ebbi un sonno agitato...Son tutte cazzate della mia testa e la realtà è che se riuscissi a scrivere un racconto così, mi amerei tantissimo :)
      Brava, grazie!

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    3. Eh sì, quello è un refuso -.- (per influenze autobiografiche intendevo dire che non ho mai rischiato di sposarmi, ma sì in effetti ho avuto la pena di vivere per un periodo in un posto davvero odioso al nord). I pezzi di servizio sono cose su cui si dovrebbe cesellare, lì dovrei lavorare su un mio grosso difetto personale: la pazienza.

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