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giovedì 6 settembre 2018

Quello in cui scegliamo di credere dice molto di noi. Gli alieni tra scienza e mito in quattro suggerimenti (e una recensione proprio no)

 Alle superiori ho cambiato tre professori di storia dell'arte in tre anni.

 Non un evento sconcertante vista l'incredibile rotazione di supplenti, cattedre non assegnate, insegnanti fantasma e quant'altro, inoltre, almeno al liceo classico di storia dell'arte si fanno quel paio di ore a settimana giuste giuste per non farti proprio ignorare cosa stai guardando quando entri in un museo.

 In primo classico ci toccò in sorte uno di quegli architetti che per arrotondare si mettono in graduatoria per le supplenze e finiscono per fare qualche svogliata ora qui e lì.

 La sua perla più memorabile rimane averci detto che Zeus e Poisedone sono lo stesso dio ma uno col nome greco e uno con quello latino (mi sa che alle superiori non aveva fatto il classico), ma a distanza di anni lo ricordiamo per le sue prototeorie del complotto.

 Aveva infatti una fascinazione per la storia dell'arte applicata alla fuffologia, quindi piramidi e Ziggurath che avevano connessioni con gli alieni, astronomia donata da misteriosi visitatori dello spazio e altre amenità.

 Quando fu decisa Praga come meta per la gita di classe, tutto quello che seppe dirci sulla città ceca fu che era una città magica che faceva parte del triangolo nero in cui erano comprese poi Torino e New York.
 Sciorinò quindi delle informazioni al riguardo nel gelo più totale. L'anno dopo ottenne le ore la professoressa d'Italiano dotata di doppia laurea e tutto tornò su confini più normali.

Era il mio primo incontro con un amante della parafuffologia complottara.

Tra gli sventurati libri di questa estate, avevo trovato all'usato un libro a tema alieno di King, "Le creature dee buio" mi sembrava un'idea affascinante, un po' simile a "L'invasione degli ultracorpi" mentre invece si è rivelato un coacervo di idee confuse cambiate in corso d'opera non meno di dieci volte.

 La trama comincia con una giovane scrittrice di western che vive isolata nel suo ranch in un paesello vicino a Dallas, Haven.

 Un giorno, facendo una passeggiata, Bobbie scopre un oggetto che sbuca dal terreno, lo tocca e all'improvviso si sente diversa, presa da un'irrefrenabile voglia di costruire e di scavare per riportare alla luce l'oggetto misterioso.

 Basta, Bobbie è finita qui. Pareva la protagonista invece o è un mcguffin oppure è un'idea abortita di King. L'attenzione si sposta su Gardener uno scrittore alcolizzato ormai reietto della società dopo aver sparato alla moglie.


Gardener è un ex amante di Bobbie (che però nel capitolo a lei dedicato lo ricorda con una passione estremamente marginale), suo amico, che sente di dover andare dall'amica in pericolo e  si precipita nella sua abitazione trovandola allo stremo delle forze.
 Da lì parte un trip infinito che vede una sorta di energia aliena prendere possesso di tutti gli abitanti del paese, proprio come accadeva ne "L'invasione degli ultracorpi".

 Se nell'Invasione degli ultracorpi però, l'invasione era appunto un'oscura e velocissima epidemia che vedeva dei baccelli in grado di replicare, uccidere e sostituire gli abitanti originali, qui sono proprio gli abitanti a trasformarsi: perdono denti, scoprono di saper costruire oggetti complessi, di poter spedire esseri umani in luoghi oscuri (da cui farli tornare grazie a un pc) per trasformarsi infine in masse gelatinose.

 Il libro diventa ben presto un giazzabuglio di ogni cosa e si pretende una sospensione della credulità eccessiva: nessuno scambierebbe ORA un ologramma di un campanile per un campanile vero, figurarsi negli anni '80.

 La cosa peggiore è che la parte centrale, che è quella forse costruita un po' meglio, mi era anche oscuramente un po' piaciuta.

 L'idea che un paese tutto sommato pacifico, di colpo mutasse per trasformarsi in qualcosa di sconosciuto e malvagio mentre il resto del mondo decideva di ignorarlo fino a quando fosse stato troppo tardi, era affascinante e incredibilmente adattabile ai nostri tempi.

 Quanti di noi non si sentono incredibilmente spaesati nell'accorgersi dell'inquietante mutazione dei nostri connazionali dopo le elezioni?

 Quanti di voi noi si sentono spaesati nell'apprendere il rancore che covava nelle persone accanto a noi e la velocità con la quale, come un morbo, quel furore estatico di distruzione e odio si è propagato attorno a noi?

 In mezzo a chi abbiamo vissuto finora? Chi erano gli altri? Chi siamo noi?

 Gli alieni sono, da molti punti di vista, un mito affascinante.

 Al netto della lampante, prima evidenza, l'alieno inteso come altro da noi, fonte di terrore, ma anche di fascinazione, racchiude in sé altre due interessanti connotazioni: il loro essere fastidiosamente freno all'onnipotenza umana, che basa tutto su un antropocentrismo folle dovuto all'essere, allo stato attuale, i figli unici dell'universo e, un secondo aspetto.

 Negli anni '50 ci fu un picco di avvistamenti di ufo e oggetti volanti non identificati.

 Certo, c'erano di sicuro delle sperimentazioni aeree e via discorrendo, ma penso che la fortuna di cui godettero come suggestione collettiva (con consecutiva produzione di fake news d'epoca) sia una spia interessante di un'altra questione: ogni epoca ha le fake news che si merita.

 E, devo dirvelo, mille volte meglio i dischi spaziali che quelle grette, misere e rancorose che vediamo tutti i giorni.

 Ciò in cui scegliamo di credere dice molto di noi.

 Vista questa botta inaspettata di alienitudine, ho deciso di proporre una piccola bibliografia, assolutamente non fuffologica, sugli alieni!


SE L'UNIVERSO BRULICA DI ALIENI...DOVE SONO TUTTI QUANTI? di Stephen Webb ed. Cortina:

 Diceva il fu Hwaking che gli alieni esistono, ma sarebbe meglio non cercarli perché sarebbero abbastanza sicuramente pericolosi.

 Esiste però un paradosso, in realtà nato, pare, durante una semplice conversazione, conosciuto come "Paradosso di Fermi" che si riferisce a una domanda del fisico italiano Enrico Fermi rivolta ai suoi colleghi: "Se l'universo brulica di alieni, dove sono tutti quanti?".

 La domanda pare oziosa, in realtà parte da un assunto interessante: considerata l'immensità dell'universo, com'è possibile che non esista nessun'altra forma di vita su nessun altro pianeta o sedicente tale? E se esiste, perché non ci siamo ancora incontrati?

 Nel libro di Webb vengono esposte 50 teorie che variano dal "Siamo effettivamente soli", al "Gli altri si sono autodistrutti", "Non ci cercano" fino al "Non siamo capaci di ascoltarli".

 La cosa più bella è la soddisfazione nello scoprire che mistero e scienza possono coesistere senza per sforza sfociare nell'idiozia.


UN MITO MODERNO di Gustav Jung ed. Bollati Boringhieri:

 Ormai anziano, Jung dedicò uno studio al fenomeno dell'avvistamento dei dischi volanti e del concetto di alieno.

 Ora siamo presi da fake news e falsità più terra terra, ma durante la corsa allo spazio e nel dopoguerra, quando le persone avevano visto seriamente il terrore arrivare dal cielo, ci fu una sorta di ossessione collettiva per l'avvistamento degli ufo.

 Soprattutto negli anni '50 ci fu un sensazionalismo collettivo che portò a un'ondata di avvistamenti con episodi anche pittoreschi come quello allo stadio di Firenze che portò addirittura alla sospensione di una partita.
 Tutto venne poi spiegato con un'esercitazione militare ma all'epoca ci fu molto scalpore (e immaginiamo cosa sarebbe accaduto ora coi social a pieno ritmo).

Jung così s'interrogava: perché gli esseri umani avvertono questa necessità di avvistare qualcosa? Cosa li porta a credere negli alieni?

 La disamina sugli esseri umani e il loro bisogno di sacro, ha però qui un nemico imprevisto anche per Jung: la necessità di comprendere se effettivamente questi alieni esistano davvero o meno.
Perché fa molta differenza decidere di credere a qualcosa che non esiste e predisporsi a credere a qualcosa che invece è effettivamente reale. 

 Ultimamente tendiamo a dimenticarlo.


NESSUNO MI FARA' DEL MALE di Giacomo Monti ed. Canicola:

 Opera per ora unica del fumettista Giacomo Monti, si tratta di una serie di piccoli racconti rarefatti in cui s'immagina un'Italia alle soglie di un'invasione aliena.

 Brevi momenti in cui non accade nulla di eccezionale se non la banalità dell'umanità resa ancor più netta da un evento cosmico.

 Al netto dell'ottima fantascienza, forse poche graphic come quella di Monti hanno saputo cogliere uno degli aspetti più interessanti della creatura "alieno": il senso di alienazione nei confronti dell'altro, ma anche dal nostro stesso mondo.

 Ciò di cui, in un certo modo, parlavo nell'introduzione: non serve nessuna teoria del complotto, nessun fantasioso saggio su alieni precipitati, per capire cosa si avverte nel sentirsi su un altro pianeta, basta che gli altri smettano di essere come te, che i paesaggi mutino, che l'invasione diventi quella più incontenibile perché non esterna, ma interna.

  Non sono gli altri sopraffarci per inglobarci, siamo noi stessi a mutare e a uccidere ciò che eravamo.
 Gipi ne ha tratto qualche anno fa un film.


BATTEZZERESTI UN EXTRATERRESTRE? di Guy Consolmagno e Paul Mueller ed. Rizzoli:

 Uno dei racconti che compongono le "Cronache marziane" di Bradbury parla di un prete missionario che decide di convertire degli alieni la cui forma è quella di una sfera di fuoco.

 Il prete si pone tutta una serie di dubbi sulla liceità della cosa: si possono considerare forme di vita? Sono esseri senzienti? Sono figli del Signore? Sono passibili dell'intero apparato morale della Chiesa e del concetto manicheo di bene e male? Possono peccare?

 Il racconto era bellissimo e le domande non oziose. 

 Il Vaticano che sembra lontano anni luce da temi che sembrano più "semplici" o sui quali comunque oppone visioni passate come fosse incapace di leggere la società contemporanea e le sue complessità, in realtà ha alcuni aspetti inaspettatamente moderni, come due osservatori spaziali, uno a Castel Gandolgo e uno a Tucson, Arizona.

 Qui vengono condotte delle ricerche spaziali e da due gesuiti che fanno parte del team di ricerca, Guy Consolmagno e Paul Mueller, viene un curioso libro dal titolo "Battezzeresti un extraterrestre?" nel qiale vengono sviscerate quelle spesso eluse domande sul complicato e millenario rapporto tra scienza e chiesa.
 Per la serie, se affronti con maggior complessità le problematiche morali con ipotetici alieni che con altri esseri umani, un problema c'è.

giovedì 23 marzo 2017

E se il nostro tempo non ci rispecchiasse più? L'epoca del sospetto e la volontà di sopravvivere ad essa: recensione de "L'invasione degli ultracorpi".

 Negli ultimi anni mi sta avvenendo una cosa curiosa di cui non mi vanto affatto: mi sento un po' sfasata rispetto allo spirito del tempo.

 Dello zeitgeist e delle sue fauste conseguenze se uno lo prende in pieno surfandolo alla grandissima, avevo parlato nel post dedicato a Philip Dick che durante gli anni '70, tra lsd e controcultura, aveva passato i migliori anni della sua vita, sguazzando come un pesce nel suo oceano preferito.
 In qualche modo ho sempre avuto una buona capacità di adattamento e continuo ad avercela (prova provata è il fatto che io tenga un blog nonostante non provi questa spassionata simpatia per un internet privo di regole in cui ognuno si sente libero di dare fondo ai suoi più bassi istinti) perciò non è che da fuori si nota molto questo sfasamento.

 Mi accorgo però di fare molta fatica per quel che riguarda il discorso sulla cosa pubblica, sulla civile convivenza e su tutti quei grandi temi che in questi anni stanno diventando non fonte di dibattito etico, ma di nevrosi collettiva: uno di essi è, per esempio, la libertà di scelta del singolo nei confronti della collettività (per me, ad esempio, il bene conclamato della collettività viene prima).

 Un altro è questa insofferenza generalizzata nei confronti di tutto: tutti sono fonte di odio, invidia sociale, livore e accuse. Io, per dire, non so come si possano trovare ancora persone sane di mente che accettano di candidarsi a qualsiasi carica pubblica sapendo che nel migliore dei casi andranno incontro alle forche caudine e al pubblico ludibrio.

 Nel senso, accusare di corruzione l'universomondo sulla base di una denuncia, non è che fa diminuire la corruzione, fa solo spaventare a morte i non corrotti che, giustamente spaventati dal poter essere accostati a persone di dubbia moralità, si dicono "Sai che c'è? Me ne sto a casa", che non crediate che gli stipendi dei sindaci di paese siano più alti di un mero rimborso spese.

 Questo è per dire che ultimamente mi pare di essere finita in una gabbia di matti isterici. Poiché tento di ragionare, mi dico che magari non sono gli altri una massa indistinta di urlatori, ma io che non mi trovo più in questo tempo.

 Ho sbagliato la tempistica, magari dovevo nascere tra vent'anni o vent'anni prima ancora, non lo so, di certo mi guardo attorno e provo un certo senso di spaesamento. Poi appunto, siccome lo spirito di adattamento ce l'ho, maschero bene.

 Questo preambolo personale di cui capisco potrebbe non fregarvene niente, è per farvi capire il sincero sollievo con cui ho letto un piccolo classico della fantascienza: "L'invasione degli ultracorpi" di Jack Finney.

 Lo trovavo citato, come esempio di allegoria del delirio maccartista, in "Danse Macabre" di Stephen King e mi aveva incuriosito (fino a quel momento lo collegavo solo confusamente a un film horror di serie B mai visto).

 La storia in effetti sembra molto film di serie Z. La trama.
 In una tranquilla cittadina americana, un bel giorno al dottor Miles Bennell, giovane e fresco di divorzio, riceve la visita di una sua ex compagna delle superiori, la giovane e fresca di divorzio Becky.

 Becky asserisce che una sua amica (la bibliotecaria nubile che però, nonostante questi difetti è rimasta una persona quasi normale) è preda di una strana fissazione: è convinta che suo zio non sia più suo zio. Ossia, esteticamente e nel modo di comportarsi è identico a suo zio, ma c'è qualcosa che istintivamente la disturba e le suggerisce che non può proprio essere suo zio.

 Nell'arco di una settimana, questa strana allucinazione colpisce varie persone, costringendo Bennell a spedirle tutti dallo psichiatra cittadino, Manfred Kaufman.

 La faccenda, bollata come allucinazione collettiva, subisce una svolta quando una coppia di amici di Miles, Jack e Theodora, scoprono nel loro scantinato due strani baccelli che progressivamente si trasformano in loro copie perfette.

 I quattro, in un crescendo di orrore, scoprono quindi che è in atto una sorta di subdola invasione aliena: dei baccelli venuti da chissà dove, stanno prendendo il posto dei loro concittadini.
 La copia è così perfetta che distinguerli dagli originali è quasi impossibile, tanto che quando i quattro decidono di scappare e poi di tornare tempo dopo per vedere cosa è successo al loro paese, non lo trovano poi così cambiato.

 La loro città è semplicemente, orrendamente, trascurata. La vita sociale è morta, non si organizza più niente, nessuno si preoccupa più di mantenerla curata e i venditori lamentano un calo delle commissioni spaventoso.
 "Tutto quello che vedevo era rimasto identico ma sembrava diverso; eppure non sapevo con precisione in cosa consistesse la differenza. Se fossi stato un pittore e avessi dipinto la strada come la vedevo in quel momento, avrei fatto le finestre sghembe, le persiane abbassate a metà per farle somigliare a occhi che ci spiassero ostili."
 Il ritorno si rivela però un grande sbaglio.
I quattro assistono alla consegna dei malefici baccelli parassiti ad altri paesi vicini e quando vengono scoperti si danno a una fuga disperata che però finisce male. Le due coppie vengono fatte prigioniere in due luoghi diversi.

 Miles e Becky vengono sorpresi nello studio di lui, dove si erano rifugiati in cerca di riposo, dallo psichiatra cittadino, Manfred Kaufman, incaricato di baccellizzarli.

 La cosa curiosa è che in questo frangente (che contiene anche una scena molto splatter), si verifica un dialogo per certi versi simile a quello de "La luna è tramontata" di Steinbeck.

 Nel libro di Steinbeck (ovviamente molto più bello e di valore) in un paese del nord Europa occupato dai nazisti, per punire degli atti partigiani contro gli occupanti, il sindaco viene condannato a morte come rappresaglia.

 Prima della morte affronta un dialogo contro l'ufficiale nazista che preferirebbe non condannarlo a morte (un po' per non farne un eroe, un po' perché davvero non vorrebbe) e gli chiede di convincere i propri concittadini a smetterla per evitare altri spargimenti di sangue. Il sindaco, un uomo semplice, ma molto retto, ribatte fermamente:

"Vedete signore, nulla potrà mutare la situazione. Voi sarete disfatti e schiacciati. I popoli non amano essere conquistati e per questo non lo saranno. Gli uomini liberi non possono scatenare una guerra, ma una volta che questa sia cominciata possono continuare a combatterla nella sconfitta. Gli uomini-gregge seguaci di un capo, non possono farlo, ed ecco perché sono sempre gli uomini gregge che vincono le battaglie e gli uomini liberi che vincono le guerre. Vi accorgerete che è così."

 Nello studio di Miles succede un po' la stessa cosa: lo psichiatra baccellizzato tenta di convincere in ogni modo Miles a farsi baccellizzare.
Le motivazioni, sono a suo dire molto valide: il baccello diventa una loro versione priva di emozioni e perciò libere dalla frustrazione e dalla nevrosi, dalla paura e dall'ambizione, da tutto quanto rende la nostra vita una continua fonte di preoccupazione.

 E poi usa l'arma di persuasione favorita: tutti lo fanno, tutti si sono piegati, non dobbiamo avere pregiudizi, dobbiamo essere aperti verso ciò che è nuovo (anche se in questo caso si tratta di una specie aliena parassita).

 "Non vi faremo del male, e quando avrete capito quello che... dobbiamo fare, penso accetterete la cosa, anzi vi domanderete perché abbiate fatto tante storie"

 Rimasto solo Miles si interroga: effettivamente che senso ha combattere?
 Una battaglia peraltro che sembra già perduta in partenza? Basterà infatti che lui e Becky si addormentino perché i baccelli prendano il loro posto e, in effetti, il sonno già si appresta e le palpebre si fanno pesanti..
 Poi però Miles pensa una cosa, una cosa che sembra straordinaria quando tutti gridano e cercano di convincerti che stai sbagliando, che devi cedere, che dopotutto resistere è solo un'inutile fatica.

 "Allora capii (Miles ndr) che c'era qualcosa che potevo fare per lei, invece di accarezzarle i capelli. Potevo convincerla. Potevo accettare ciò che Mannie aveva detto, sforzarmi di crederlo, convincere anche lei. Avrebbe potuto essere la verità, avrebbe potuto esserlo...Mentre accarezzavo la testa di Becky e la tenevo stretta a me, mentre la sentivo tremare, lasciai che il desiderio di credere si rafforzasse. Tuttavia... Budlong aveva ragione: la volontà di sopravvivere non può essere negata e sapevo che dovevamo batterci, dovevamo. Come un uomo condannato a morte cerca inutilmente di trattenere il fiato nella camera a gas, noi dovevamo resistere finché ci fosse stato possibile, dovevamo lottare e sperare anche quando non rimaneva più alcuna speranza."

 Finney scrisse "L'invasione degli ultracorpi" per parlare del delirio maccartista, quella caccia alle streghe che rese chiunque mostrasse caratteristiche vagamente fuori dalla convenzione, un papabile comunista teso a minare le basi della società americana.

 Rese chiunque una papabile spia e chiunque un papabile colpevole, distrusse carriere, pose migliaia e migliaia di americani sotto il rigido controllo dei servizi segreti (Dick riceveva visite a scopo interrogatorio continue) e rilasciò una nevrosi nella popolazione assai simile a quella che ci ha raggiunto in questi anni.

Chiunque in Europa è un colpevole: un papabile terrorista o un papabile ladro di soldi altrui.

 E proprio come nella città baccellizzata i cittadini si ritrovano su due fronti: i baccellizzati, identici a prima, convincenti, persuasivi eppure subdoli e omissivi (lo psichiatra tenta di nascondere fino all'ultimo i lati negativi della baccellizzazione, ossia mancanza di emozione e morte prematura) e gli spaesati resistenti, che non si spiegano perché, tra tutti, proprio loro non si riescano a convincersi.

 Forse, sono solo scivolati fuori dal tempo. Gli altri si sono accomodati sul nuovo spirito del tempo e loro hanno perso il treno, non riescono ad adattarsi, a trasformarsi e istintivamente resistono ai baccelli che li renderebbero come tutti.

 Non sarebbe tanto più semplice pensarla come tutti? Surfare alla grandissima lo spirito del tempo?

 Probabilmente, ma come dice Miles, "La volontà di sopravvivere non può essere negata", anche se non è più il nostro tempo, la nostra città, il nostro mondo.

 Il finale del libro rovina secondo me la metafora, bisognava essere più crudeli. O forse sono io che non ripongo una grande fiducia nella bontà e nel buonsenso altrui e anche questo strano vento passerà tra qualche anno, come tanti, nel bene e nel male prima di lui.

Ps. Il libro ovviamente mi è piaciuto!
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