sabato 26 giugno 2021

Il Soul Food di casa mia! Un fumetto a base di zuppa gallurese, capitoni, beveroni, fegato, olio, cannelloni e struffoli.

 Io e Dolcemetà ormai un paio di mesi fa (quanto passa il tempoooooooooo), ci eravamo appassionate a "Chef's table", una serie Netflix in cui famosi chef mondiali raccontavano come fosse nata la loro passione per la cucina e le idee per i loro piatti.

 Praticamente tutti quanti andavano a pescare dal soul food della loro infanzia e allora era nata in me l'idea di un fumetto sul soul food di casa mia

Un po' io sono andata a rilento, un po' mi veniva voglia di aggiungere sempre nuove cose e ricordi, alla fine sono riuscita a finirlo (anche se vedo, prevedo, stravedo una seconda parte) solo adesso.

 Ecco che ve lo porgo! Il Soul food di casa mia todo per voi!

















venerdì 25 giugno 2021

Lavoro e vaccino! Due vignette per un nuovo inizio.

 Dopo un anno e mezzo davvero difficile finalmente sto iniziando un po' a vedere la luce e, come ogni volta in cui il tunnel sembra quasi alla fine, si finisce un po' per rivalutare il percorso e dirsi: è stato (ed è ancora) terribile, ma ne è valsa la pena (sto parlando della mia vita privata NON del Covid).

 Senza entrare nel merito, sentivo da prima del Covid di aver bisogno di una svolta e in questo senso il Covid mi ha messo un po' alle strette costringendomi ad affrontare parecchi limiti: la patente (che ho preso! Presto fumetto!), trasferimenti regionali nel pieno del caos della zona rossa e dei contagi, la ricerca di un nuovo lavoro in un momento assurdo. 

 Alla fine, in qualche modo, ce la sto facendo sembra e da qualche giorno ho iniziato un nuovo lavoro, non particolarmente chiaro ai più, ma non importa!

 Poi magari fumetterò! Vediamo come procede, un giorno alla volta! ;)


Aggiungo anche che finally anche io e Dolcemetà abbiamo fatto la prima dose di vaccino! E sto scrivendo queste righe col braccio che fa "Ouch, ouch"!




martedì 15 giugno 2021

"Visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano". Una recensione di "L'acqua del lago non è mai dolce" di Giulia Caminito.

 Qualche anno fa, un'amica di Dolcemetà, dopo aver girato mezzo mondo era infine tornata a vivere nella propria sonnolenta cittadina natale, pronunciò una frase che all'epoca mi colpì molto e che infatti non era sua.

 Parlando della sua sonnolenta cittadina, dalla quale si era tenuta orgogliosamente alla larga per tanto tempo, disse che nonostante tutto era davvero difficile non provare un attaccamento forzato.

  “Sai com'è la storia, no?”, disse, “visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano.”

 Non sapevo all'epoca si trattasse di un verso di “Piccola città” di Guccini, una canzone che durante il lockdown mi ha letteralmente tormentato consumandomi di nostalgia. 

 Chiusa in casa, avevo una voglia disperata di tornare alla mia piccola città sul lago, Bracciano, una nostalgia struggente che non si è placata dopo la fine del periodo Covid più duro e che in un certo senso è stata determinante nella scelta di trasferirsi a Roma (anche se in verità è stato molto più destino che altro).

 Questo senso di attaccamento matto e disperatissimo è una delle cose che mi ha più colpito de “L'acqua del lago non è mai dolce” il libro di Giulia Caminito ed. Bompiani, (meritatamente nella cinquina dello Strega), ambientato ad Anguillara, uno dei tre paesi sdraiati sul lago di Bracciano.

 La storia, per stessa ammissione dell'autrice, non è autobiografica, ma alcuni personaggi ispirati, alcuni cenni, alcuni ricordi e di certo il suo attaccamento per il paese di Anguillara e il territorio lacustre in generale, lo sono e si capisce ad ogni riga.

 Lo dico subito, leggere questo libro, ambientato nel posto dove anche io sono cresciuta (e più o meno negli stessi anni visto che Giulia Caminito ha solo qualche anno in meno di me) è stata un'esperienza difficile e anche stranissima.

Ma qual è la trama del libro?

La storia racconta l'adolescenza e la giovinezza di Gaia, ragazza di basso ceto sociale, figlia di una donna volitiva e fortissima di nome Antonia. Ha tre fratelli e un padre che si è ritrovato con la schiena spezzata perché un giorno è caduto da un'impalcatura a nero e nessuno ha visto, sentito e denunciato.

 Antonia combatte con le unghie e con i denti per la propria famiglia e cerca da anni di farsi assegnare un alloggio popolare. La sua pratica passa di mano in mano fino ad arrivare nella mano giusta riuscendo così a ottenere una casa in un bel quartiere. 

 Troppo bello per gente come loro e sin da subito la famiglia si trova male, circondata dal sospetto dei vicini benestanti. Trova così il modo di scambiare il proprio alloggio con quello di una donna che ne ha avuto uno fuori città, ad Anguillara, un posto di provincia, ma non troppo, dove la vita costa meno e i figli forse si troverebbero meglio.

 L'avventura di Gaia inizia così, con gli stessi calcoli che fanno i molti romani che decidono di trasferirsi sul lago (principalmente ad Anguillara che Bracciano è terra di figli e nipoti dei militari dell'enorme scuola di Artiglieria locale, tipo me).

 Ma anche se a due passi dalla città, Anguillara è un paese, col suo microcosmo che solo chi è vissuto in un paese conosce e Gaia ci si tuffa come un pesce.

 Vive enormi amicizie, dolori feroci, estati avvolte nella canicola allietata dai tuffi estivi, le serate nei locali del lungolago, la noia delle giornate dove non rimane altro che passeggiare sulla riva o andare a Roma a fare qualche vasca, il maledetto treno della tratta Roma-Viterbo che ci mette un'ora e mezza a fare quaranta chilometri. E ha un carattere ferocissimo Gaia, una voglia di vivere, di arrabbiarsi, gridare, pretendere, dibattersi che la rendono un personaggio di incredibile vitalità, anche grazie ad alcuni stralci del libro, scritti in un evidente stato di grazia.

 Ho letto molte recensioni di questo libro, tante interpretazioni per la sua protagonista (e anche tanti travisamenti), ma mi è difficile essere obiettiva nel parlarne. Quello che ho provato leggendolo è stata un'emozione nella lettura che non provavo da molto tempo e che in un certo senso ha concentrato l'eco di tante cose che ho vissuto anche io, in altro modo certo, ma in modo simile.

 C'è un passaggio che per alcuni sarà solo la descrizione del tragico pendolarismo che mezza Italia è costretta a vivere su mezzi pubblici vecchi e sempre in ritardo. 

 Gaia descrive il suo forsennato salire e scendere dai treni della tratta Roma-Viterbo che, dovendo sopperire alla mancanza di metropolitane a Roma, fa millemila fermate costringendo chi vive fuori a un calvario per una manciata di chilometri.

 Quella descrizione per me è stato il flash esatto di spossanti e rabbiosi anni passati a saltare sul medesimo treno, con la medesima ansia, le medesime arrabbiature oscene contro chi si sentiva male costringendo il treno a fermarsi a “Gemelli” in piena galleria, ma vicino all'ospedale, contro i poveracci che di tanto in tanto si suicidavano. Ho letto esattamente quello che ho vissuto, parola per parola.

E vi assicuro che è un'esperienza stranissima, che va oltre il “romanzo ambientato in un posto che conosco”.

Sarà stata in parte una felice congiuntura di comuni destini, ma in verità il merito va alla splendida scrittura di Giulia Caminito, che in questo libro riesce lì dove molti falliscono: dare la giusta forma a qualcosa che per molto tempo è esistito con enormità schiacciante solo dentro di te.

 Riesce a raccontare il fervore e la rabbia di una giovinezza che va oltre, secondo me, lo stesso contesto sociale in cui l'autrice ha scelto di inserire la sua protagonista. La povertà, l'ingiustizia sociale, una madre ingombrante sono parte di Gaia, ma Gaia sembra avere una fiamma che va oltre quello che l'autrice ha apparecchiato per lei.

 C'è molta rabbia e moltissima nostalgia in questo romanzo.

 Una nostalgia che condivido per quello che eravamo e che non saremo mai più, per un posto che ha significato la giovinezza ed è legato a un insieme di ricordi, di amori, di amicizie ed esperienze che non sono replicabili in nessun altro momento dell'esistenza.

 Ci sono tante altre cose in questo libro, è vero, cose sulle quali gran parte della critica e delle recensioni si sono concentrate.

 C'è la povertà, c'è una certa violenza giovanile a cui i giovani, bisogna essere onesti e sinceri, sono abituati (i giovani di ogni epoca, me compresa), c'è odio, amicizie indimenticabili, ci sono persone che perdiamo nel cammino perché come cantavano I tre allegri ragazzi morti, “Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa o che sia vera”.

 Ma quello che alla fine rimane davvero e rende questo libro così speciale rispetto alle molte altre valide giovinezze raccontate in tanti altri romanzi, è un senso di inesplicabile nostalgia per un luogo e persone, comprese le persone che noi stessi eravamo, che sono esistite in un certo modo solo in un determinato frangente, e che in quel modo esatto, anche se torneremo, non potremo rivedere mai più.

"Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?"

lunedì 14 giugno 2021

Il fumettoso riassunto di "Estate '85", il film di François Ozon tratto da "Danza sulla mia tomba" di Aidan Chambers

Sabato scorso, dopo quasi due anni, sono tornata al cinema. Volevo vedere a tutti i costi "Estate '85" di François Ozon, film tratto dal best seller di Aidan Chambers "Danza sulla mia tomba" che purtroppo non ho letto. Avevo alte aspettative, ma l'ho trovato invece un film un po' troppo strambo.

 Non so se la colpa sia di Ozon, del libro o del fatto che alcuni libri per loro natura non riescono ad essere trasposti senza sembrare assurdi. 

 Ho pensato di dedicargli un fumettoso riassunto e in tempi stranamente brevi ce l'ho fatta.

 Et voilà per voi!







giovedì 3 giugno 2021

Le coppie lesbiche nella storia della letteratura. Sei coppie di donne (e qualche ex) che hanno attraversato la storia della letteratura e dell'editoria.

Forse non tutt* sanno che per anni ho tenuto la rubrica di libri sull'ormai defunto LezPop.

Utilizzavo all'epoca l'ennesimo nickname (ah, quando andavano di moda i nickname! Sembra una vita fa!): Cyrilla.

 Era un personale oscuro riferimento al mio cognome e a un'involontaria gag con la mia professoressa d'italiano delle superiori. 

 Cyril Mango è infatti un grande bizantinista e quando lei vide il mio cognome disse "Ah, come il più grande bizantinista vivente!" e io, che non sono mai stata un fulmine di guerra nel capire quando tacere, replicai "Ah, di solito dicono come il cantante".

 Non ebbe mai più una buona considerazione di me.

 Detto ciò, LezPop, come sapete è svanito, ma siccome essere ostinatamente vintage certe volte paga, io ho ancora tutti i miei vecchi articoli, poiché li scrivevo diligentemente su un file word che poi inviavo e non compilavo direttamente la piattaforma. Questo mi permette di avere ancora il materiale e riproporvelo. 

 In principio avevo l'idea di fare una cosa un po' sistematica, ma rileggendo gli articoli mi sono resa conto che erano scritti ovviamente in un linguaggio apposito per quel sito e qua risulterebbero talvolta balzani (o almeno è quel che penso io), quindi finora mi sono limitata ad uno dei miei post favoriti, quello sulle lesbiche nei gialli all'italiana, ma in questo mese del pride ve ne riproporrò altri, ovviamente aggiornati.

 Mi spinge a farlo anche il fatto che mi è capitato di trovarli copiaincollati qui e lì, quindi visto che ci impiegai molto tempo e ricerche, almeno ne rivendico la maternità.

 Di certo uno di quelli che più merita di apparire su questi schermi è l'articolo che scrissi sulle grandi coppie lesbiche della storia della letteratura. 

 Non intese come personaggi di libri, ma come scrittrici. Il bello è che rileggendolo dopo anni ci ho trovato anche io suggerimenti e riferimenti che avevo dimenticato, quindi mi sto anche autoconsigliando. 

Ecco a voi quindi una carrellata di grandi coppie lesbiche estremamente letterarie!


GERTRUDE STEIN e ALICE TOKLAS:

 Gertrude Stein e Alice Toklas sono l'archetipo della coppia lesbica regnante, mitologico stereotipo che in un gruppo di amic* spesso corrisponde a una verità. Pacifiche, ferme e influenti, danno vita a cene, amicizie, favoriscono amori e collaborazioni lavorative dall'alto di una relazione inossidabile di lunghissima data.

 Gertrude Stein, scrittrice, mecenate, talent scout di pittori e scrittori (per le sue mani sono passati una marea di grandi, da Picasso ad Hemingway) ed era dotata di un autostima fuori dal comune. 

 Si riteneva un genio (anche giustamente, ma onore al merito), al punto da scrivere l'autobiografia della propria compagna, la piccola Alice Toklas (anche lei scrittrice), in cui arriva ad incensarsi col racconto delle sue straordinarie gesta in prima persona.

  Chi pensa ad Alice Toklas come la parte debole della coppia si sbaglia, meno appariscente ed estrosa (e geniale) della compagna, dominava saldamente il suo cuore. 

 Triste fu però la fine della coppia: la Stein morì molti anni prima e gli eredi tolsero ogni bene comune alla Toklas, tra cui la casa e moltissimi quadri che avevano acquistato insieme. E non stiamo parlando di croste.


MARGUERITE YOURCENAR e GRAZE FRITZ: 

In quel bel libro che è “Liberi di amare” di Laura Laurenzi, c'è un vasto capitolo dedicato alla quarantennale relazione che l'autrice de “Le memorie di Adriano” ebbe con un'intellettuale americana Grace Fritz.

  Una storia che più lesbodrammatica non si può. 

 Nonostante una grande passione e un reciproco sostegno, venne infatti funestata dal classico trasferimento controvoglia (e poi lungamente detestato) fatto dalla Yourcenar negli Usa (tra le altre cose) per evitare una relazione a distanza, e dalla malattia della Fritz che durò anni e impedì alla scrittrice di viaggiare come avrebbe voluto. 

 Il libro della Laurenzi ci fa capire che alla fine la Yourcenar era talmente esausta che, rimasta vedova si diede alla pazza gioia con un uomo molto più giovane di lei, saltabeccando per il globo. Certo è che il suo capolavoro, le memorie, furono dedicate alla compagna di una vita.

 Esiste anche un libro, ovviamente solo in inglese, su Grace: "We met in Paris" di Joan E. Howard.


ELIZABETH BISHOP e LOTA DE MACEDO SOARES:

Una delle più importanti poetesse americane del XX° secolo, vincitrice del Pulitzer, alias Elizabeth Bishop, ebbe una lunga relazione con l'architetta brasiliana Lota de Macedo Soares. 

 Le due che si conobbero a Rio de Janeiro, rimasero insieme dal 1951 al 1967, anno in cui la Soares si suicidò. 

 Esiste un bel film brasiliano del 2013 sulla loro storia, “Reaching for the moon” (ndr questo è il consiglio che mi sto autodando dopo anni, ora lo cerco anche io) ovviamente non doppiato in italiano (ho rifatto la ricerca e anche adesso non risulta doppiato, qualcun* sa se si trova da qualche parte almeno sottotitolato?).

 Il film è tratto da un libro “Flores raras e banalissimas” di Carmen de Lucia Oliveira (anche questo non ancora tradotto, qualcuno faccia editorialmente qualcosa).

 In esso viene analizzato il rapporto che legò le due donne, complesso soprattutto all'inizio per la presenza di una precedente relazione mai davvero conclusa della Soares (la maledizione delle ex è materia anche per le grandi della letteratura).

  Se siete curiose, almeno viene dedicato loro un capitolo nel libro “Amore in un tempo oscuro” di Toibin Colm ed. Bompiani.


VIRGINIA WOOLF e VITA SACKVILLE-WEST (e VIOLET TREFUSIS):

Probabilmente la coppia lesbica più conosciuta della letteratura, in ragione soprattutto del genio di Virginia Woolf, le due si conobbero nel 1922 ad una cena di amici, furono amiche per un paio di anni prima di veder esplodere una passione che durò per tre e sconvolse la vita della Woolf assai più di quella della sua compagna. 

 Nonostante l'evidente trasporto di molte lettere (il loro carteggio durò fino al 1941, anno del suicidio della scrittrice), Vita Sackville-West, nobildonna sposata a Harold Nicolson, (anch'esso dedito a relazioni extraconiugali omosessuali di cui la moglie era perfettamente a conoscenza), scrittrice anch'essa ed esperta di giardini, considerò un'altra celebre scrittrice l'amore della sua vita: la l'indubbiamente meno tormentata Violet Trefusis. 


 Il fatto che Violet Trefusis fosse meno tormentata (ma anche meno geniale) di Virginia Woolf non deve trarre in inganno.

 Fu molto travagliata e passionale anche la relazione tra le due che Vita in qualche modo allegorizzò in "Sfida" (purtroppo introvabile da anni) e che è sicuramente interessante scoprire attraverso il loro carteggio (ne esistono alcune edizioni in inglese, come "Violet to Vita" edited by Mitchell A. Leaska e e John Phillips).

 Per saperne di più, oltre a leggere le opere tradotte in Italia di tutte le amanti in gioco, potete leggere: “Adorata creatura. Le lettere di Vita Sackville-West a Virginia Woolf” ed. la Tartaruga,  “Broderie Anglaise” di Violet Trefusis ed. La Lepre e il più recente "Scrivi sempre a mezzanotte. Lettere d'amore e desiderio" di Vita Sackville-West e Virginia Woolf.


MARGARET ANDERSON E JANE HEAP:

 Margaret Anderson fu una di quelle avventuriere americane che grazie ad una straordinaria intelligenza e ad una serie di fortunate intuizioni, ebbe il merito, assieme alla sua compagna dell'epoca, Jane Heap, di entrare a pieno titolo nella storia dell'editoria del '900.


Le due si conobbero nel 1916 e si lasciarono attorno al 1925, quando Margaret Anderson conobbe il grande amore della sua vita, la soprano Georgette Leblanc. 

 Tuttavia diedero vita ad una creatura irripetibile: la rivista di arte e letteratura “The Little Review”, fondata nel 1914 dalla sola Anderson che proseguì fino al 1929 pubblicando i maggiori geni dell'epoca da Apollinaire a Rimbaud, Gide, Picasso e Braque, Hemingway e T. S. Eliot. 

 Le due portarono avanti il loro lavoro fino al fatidico giorno in cui decisero di pubblicare alcuni pezzi di quel capolavoro destinato ad avere una storia editoriale molto travagliata: l'Ulisse di Joyce. 

 Per questo infatti, vennero vennero accusate di pubblicare letteratura oscena, coinvolte in un processo che persero e a seguito del quale tutti i numeri della loro rivista furono bruciati. 

 Nell'ultimo numero apparve il seguente annuncio, “Abbiamo presentato ventitré movimenti d'arte moderna, rappresentanti diciannove paesi. Per più di un decennio abbiamo scoperto, glorificato e ucciso. Abbiamo lottato, sofferto la fame e rischiato la prigione. Abbiamo lanciato tutte le manifestazioni più vive dell'arte contemporanea. Gli archivi di “The Little Review costituiscono un documentario del mondo dell'arte moderna. La nostra missione è conclusa.”

Per saperne di più consiglio il capitolo dedicato in “Maledizioni” di Antonio Armaro ed. Rizzoli. Sono presenti anche in un curioso, (ovviamente introvabile), libro: "Gurdjeff e le donne della cordata" ed. La Tartaruga in cui si racconta la storia di un circolo intellettuale formato da Gurdjeff e un gruppo di intellettuali, tutte donne e quasi tutte lesbiche, tra le quali appaiono anche Anderson e Heap.


SYLVIA BEACH E ADRIENNE MONNIER:

Sylvia Beach ebbe molti punti in comune con Margaret Anderson: come lei era statunitense e come lei cercò la grandezza intellettuale della Parigi di inizio secolo. 

 

Mentre svolgeva alcune ricerche nella Biblioteca nazionale, scoprì su una rivista il nome di Adrienne Monnier, poetessa e scrittrice francese che aveva aperto una piccola libreria in rue de l'Odeon. Vi si recò per conoscerla e dall'incontro nacque un amore lungo 36 anni che si concluse solo col suicidio della Monnier, nel 1955.

 Insieme compirono due grandi imprese: fondarono una nuova libreria, la celebre “Shakespeare & company” nella quale passarono tutti i grandi scrittori e artisti che prosperavano nella capitale francese in quegli anni e, nonostante la censura e i divieti pubblicarono l'”Ulisse” di Joyce .

 Per alcuni anni il libro circolò in forma clandestina, ma tollerata ed ebbe poi una sua lunga storia di processi per oscenità che si svolse negli Stati Uniti, lontana dalle due libraie editrici che anni dopo, malgrado l'intervento di scrittori come Hemingway, dovettero chiudere la libreria (poi rilevata da altri e attualmente ancora aperta).

 Per saperne di più potete leggere “Rue de L'Odéon. La libreria che ha fatto il '900” della stessa Adrienne Monnier, ed. :duepunti e “La libraia di Joyce. Sylvia Beach e la generazione perduta” di Noel Riley Fitch ed. De Agostini. Si segnala anche "Donne della rive gauche" di Shari Benstock Somara! ed.

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