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domenica 16 maggio 2021

Quali titoli scegliere nella collana di Letteratura Giapponese del Corriere della Sera? I miei consigli tra gusti personali, valutazioni di trama e di prezzo!

  In questa piovoserrima primavera di questo anno fatto di tanta lentezza e molta attesa, si hanno qui e lì piccole gioie e scoperte.

Ill by Tofugu

 La gioia della scorsa settimana è stata scoprire che il Corriere della Sera ha deciso di dedicare un ciclo di allegati ai narratori giapponesi contemporanei. 

 Tutti i martedì (a partire da martedì 11 Maggio) per 25 uscite ci sarà in allegato col Corriere un libro di autore giapponese, prezzo davvero ottimo, 8.90 a titolo, e cover belline anche da esporre, (lo so che detta così sembra che mi abbiano pagato per annunciarvelo, ma no, non vi preoccupate, la povertà è sempre benvenuta in questa casa).

 Premetto che amando io la narrativa giapponese, li prenderei tutti di default, (al netto di quelli che ho già), ma ovviamente non posso sigh, perciò anche io farò una selezione.

Alcune cover della serie del Corriere della Sera
 Visto che molti su fb mi hanno chiesto consigli su quali suggerissi di acquistare, eccovi il post in cui titolo per titolo vi dico cosa farei/farò.

 Non troverete le trame, (che sono reperibili su tutti gli store online), ma le mie impressioni, riflessioni e anche le disamine prezzo del libro in allegato/prezzo dell'originale in libreria, che in tempi di magra anche i soldi sono cose a cui pensare.

Detto ciò, andiamo!

L'assassinio del commendatore di Haruki Murakami:

Assolutamente sì. Uno dei miei preferiti di questo tardo periodo murakamiano perché riesce a gestire la trama senza perdersi a un certo punto (sotto questo punto di vista "1Q84" era un po' fallace).  Si tratta di una sorta di noir psicologico con un pittore in crisi, uno strano vicino di casa molto ricco e una ragazzina che sparisce.

  Il prezzo rispetto alla libreria è favorevolissimo: l'originale era diviso in due volumi entrambi sui 20 euro, anche se ora la versione integrale è "solo" a 16. Qua vi beccate il volumazzo unico e a 8,90.

(Se vi interessa qui trovate una mia vecchia recensione).

Il dolce domani di Banana Yoshimoto:

Uno dei più graziosi del periodo calante di Banana Yoshimoto. 

 Banana riprende alcuni temi che le riescono particolarmente bene: l'elaborazione del lutto, il sovrannaturale che entra a far parte del quotidiano, la vita che ricomincia. In qualche modo sembra una versione molto depotenziata di "Amrita" (che vi superconsiglio). 

 Io già lo posseggo perciò non lo prenderò, ma lo suggerisco a chi vuole iniziare ad approcciare lo stile narrativo giapponese, tenendo presente che è davvero solo un punto di partenza.

  Se siete nel dubbio, sappiate che quando Feltrinelli farà l'edizione economica, il prezzo non dovrebbe poi discostarsi molto (anzi, visto che non è particolarmente cicciottello potrebbe anche essere inferiore), quindi nel caso potreste recuperarlo successivamente senza grandi differenze di spesa.

(Se vi interessa qui una mia vecchia recensione).

Il gatto che voleva salvare i libri di Sosuke Natsukawa:

Non l'ho ancora letto e dopo aver rivisto la cover (molto più bella quella della serie del Corriere della Sera, se posso dirlo) e aver riletto la trama non mi stupisce. Sembra un libro di Fabio Volo solecuoreamorelibrerie che onestamente se fosse di un autore italiano non avrei nemmeno aperto.

 Credo che, al massimo, lo prenderò in biblioteca, ma non avrà i miei soldi. 

Potrebbe piacere a chi ama il genere, immagino (o magari è un mio pregiudizio ed è graziosissimo, in tal caso, testimoniate e valuto anche io se cambiare idea!).

Tokyo Soundtrack di Furukawa Hideo: 

 Dalla quarta di copertina la trama onestamente non si capisce (e io ammetto che le quarte di copertina vaghe non le sopporto, se compro un libro gradirei sapere almeno a grandi linee la trama), ma è uno di quei casi in cui il rapporto di prezzo con "l'originale" in libreria è davvero buono, soprattutto perché Sellerio di edizioni economiche non ne fa quasi mai.

 Lo prenderò e probabilmente lo metterò nei libri da portare in vacanza (sperando di andarci).

L'anulare di Yoko Ogawa: 

Se non avete mai letto niente di Yoko Ogawa, autrice nipponica molto raffinata e un po' inquietante, potrebbe essere un buon modo per iniziare

 La storia ha tutti i crismi letterari giapponesi: una protagonista senza nome, che ha perso un pezzetto di anulare nel lavoro precedente, inizia a lavorare presso uno strano tizio che prende in custodia dalle persone oggetti legati a ricordi dolorosi per farne altro.

 La trama non scarta sul versante Mangiapregaama, ma va verso prospettive molto più inquietanti che danno una buona misura della cifra stilistica dell'autrice. Tenete presente, nel caso foste in dubbio, che si tratta di un romanzo comunque piuttosto breve che in libreria non costa molto di più.

 Avendo già letto svariate altre cose dell'autrice e non essendo particolarmente attratta dal titolo, io non lo prenderò.

Il gatto venuto dal cielo di Hiraide Takashi: 

Una storia graziosa, triste, sulla capacità che hanno alcune cose improbabili, in momenti di grande crisi, di salvarci. 

 Nonostante questa premessa non lo ricordo come memorabile e mi sento perciò di consigliarlo principalmente a tre categorie di persone: persone in crisi, amanti dei gatti, gente che (come me) legge tutto quello che esce di autori giapponesi. 

 Per tutti gli altri, passate oltre.

(Se vi interessa qui una mia vecchia recensione).

Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka:

 Non mi sentirei honestly di chiamarla narrativa giapponese. Parla indubbiamente di un tema interessante: le donne giapponesi che partivano per l'America per sposare connazionali lì emigrati. Tuttavia il libro è di un'autrice americana di origine giapponese, tanto che l'originale è scritto anche in inglese.

 Sarà una questione di lana caprina forse, ma non credo dovrebbe essere nella selezione.

Sei Quattro di Hideo Yokoyama: 

 E' un giallo e io un giallo giapponese che mi piaccia devo ancora trovarlo. Generalmente sono molto molto lenti, minuziosissimi e sono fatti al contrario rispetto a quello che siamo abituati a leggere in occidente: gli investigatori  capiscono subito chi è l'assassino e passano il libro a cercare prove per dimostrare la loro intuizione. 

 Non credo che vorrò ritentare l'impresa, quindi per me è un no, ma magari mi sbaglio eh. Se qualcuno lo ha letto, mi faccia sapere!

La foresta d'acqua di Kenzaburo Oe:

Unico vero e proprio letterato (premio Nobel del 1994) di questa selezione di titoli, è indubbiamente un sì, se non altro perché dà una misura della vera letteratura giapponese alta.

 Peraltro avendo amato sin dalle superiori molta narrativa giapponese, ho letto almeno un'opera di ogni grande autore, Akutagawa, Tanizaki, Dazai ecc. MA non ho mai letto nulla di Oe. 

E' ora di colmare questa lacuna.

La cartella del professore di Hiromi Kawakami:

 Questo è assolutamente un sì. La delicatissima storia d'amore tra un anziano professore e una sua ex alunna (ultratrentenne), una donna in carriera che soffre nel non corrispondere all'ideale di donna giapponese moglie e madre, è davvero splendida. 

 Originale, tenera, profonda, una storia che vi straconsiglio e che anche io prenderò (presi il romanzo in prestito in biblioteca).

 Vi consiglio, nel caso dovesse piacervi, anche la graphic che ne ha tratto Jiro Taniguchi, "Gli anni dolci", molto fedele.

(Se vi interessa qui una mia vecchia recensione).

Un litro di lacrime di Kito Aya:

Credo che non lo prenderò, ma lo cercherò in biblioteca. 

 Mi pare di capire dalle recensioni che si tratta di un grande successo nipponico degli anni '80, uno di quei diari un po' stile "Alice i giorni della droga" o "I ragazzi dello zoo di Berlino", anche se il tema non è assolutamente la droga, ma la malattia dell'autrice.

 I giapponesi hanno un modo molto particolare di indagare il dolore e in questo senso sembra molto interessante, ma i romanzi diaristici non mi fanno impazzire di solito.

Le ricette della signora Tokue di Durian Sukegawa:

 Assolutamente sì! Bello il libro e molto bello anche il film, fedelissimo, che ne è stato tratto. 

 La cover Einaudi non gli rendeva giustizia, facendo pensare a qualcosa di un po' melenso (spero in quella di questa serie), quando si tratta di un romanzo che svela una verità durissima: il dramma degli ex lebbrosi in Giappone.

 Un ex carcerato gestisce un piccolo negozio di dorayaki per conto di una padrona che lo vessa. Un giorno decide di cercare un aiuto per cucinare la marmellata di Azuki e si presenta una strana vecchina, la signora Tokue del titolo, bravissima a cucinare, ma con le mani sfigurate.

 Nasconde un passato terribile, un passato col quale il Giappone non hai ancora fatto i conti, nonostante abbia derubato migliaia di cittadini delle loro vite.

(Se vi interessa qui una mia vecchia recensione).

La cicala dell'ottavo giorno di Mitsuya Kakuta:

 Non so. Nel senso che si tratta di uno di quei romanzi giapponesi che presentano situazioni disturbanti che mi attraggono e respingono allo stesso tempo (mi attraggono perché spesso sono scritte benissimo, mi respingono perché spesso la sensazione inquietante di fondo inquina la lettura ). In questo caso la trama prevede una ragazza, amante di un tizio, che dopo aver avuto un aborto, assiste alla nascita della figlia di lui con la moglie, e, sconvolta, decide di rapirla. 

 Credo che infine lo prenderò, l'estate è lunga.

Il paese dei suicidi di Yu Miri: 

 Sospendo il giudizio. Anni fa, quando davvero c'erano pochi libri giapponesi in giro, cercai di leggere il suo "Oro rapace", uno dei pochi in circolazione. Tentai più volte di iniziarlo senza riuscire ad andare oltre, temo, pagina cinquanta. 

 Credo che almeno personalmente dirotterò i miei soldi su altri titoli, ma non escludo si tratti di gusti personali perché comunque come autrice in patria è molto apprezzata.

Mosaico di Randy Taguchi:

 Sono davvero stupita di vedere Randy Taguchi (che avevo da poco inserito in questo elenco) nella selezione di titoli. 

 E' un'autrice tradotta dalla Fazi nei primi anni 2000 e mai più rivista, quindi tenete presente che se non acquistate "Mosaico" così, non lo troverete in libreria nel caso doveste ripensarci. Di lei lessi "Presa elettrica", lo ricordo scritto bene e un po' angosciante. Dalla trama mi pare di capire che anche qui siamo dalle parti della realtà che entra in contatto col sovrannaturale (grande must della narrativa giapponese).

Penso che ci rifletterò e deciderò all'ultimo cosa fare.

Un'estate con la strega dell'Ovest di Kaho Nashiki: 

Storia graziosa, molto pericolosa se avete perso da poco una nonna adorata perché parla del rapporto tra una ragazzina e la sua nonna di origine europea trasferitasi giovane in Giappone.

 La trama è abbastanza esile e la scrittura non particolarmente corposa. 

 Tenete presente che essendo un Feltrinelli è uno dei pochi titoli che trovate a meno in libreria (8,50 invece degli 8,90 dell'allegato) quindi, a meno che non vogliate la serie completa per collezione, potreste dare priorità ad altri titoli che in negozio normalmente vi costerebbero il doppio.

Ogni giorno è un buon giorno di Morishita Noriko: 

 Sono indecisa. Questo libro che è stato uno dei grandi successi dello scorso anno, è una storia che incrocia autobiografia e cerimonia del tè che però non so, non mi convince del tutto. Temo sia una cosa proprio leggerina leggerina per chi è appassionato più di Giappone che di letteratura nipponica.

 Credo che alla fine propenderò per il no.

Un bosco di pecore e acciaio  di Miyashita Natsu: 

 Sapevo da tempo dell'esistenza di questo romanzo che parla di un accordatore di pianoforti, ma non mi aveva mai particolarmente attirato dandomi l'idea di una trama molto vaga e fatta un po' tanto e un po' troppo di "sensazioni".

 Le poche recensioni su internet sostengono un po' questo mio pregiudizio, ma penso deciderò all'ultimo se dargli o meno una possibilità, ma credo propenderò per il no.

Passione Sakura di Naoko Sabe: 

Poche cose sono più giapponesi dei ciliegi e degli hanami e questo libro che ne racconta la storia anche attraverso il botanico inglese che ne determinò la diffusione mi affascina, anche se mi pare di capire che si tratti più di un saggio che di un romanzo

 Lo prenderò.

La stanza del Kimono di Yuka Murayama:

 La cover dell'edizione Piemme originale fa pensare a una di quelle robe solecuoreamore, ma la trama sembra più declinare verso "La croce buddista" di Tanizaki (a proposito, non è purtroppo in questa selezione, ma ve lo straconsiglio). Un negozio di kimono, due coppie che a quanto sembra avranno le loro gatte da pelare. 

Credo lo prenderò.

Le storie del negozio di bambole di Tsuhara Yasumi: 

Una raccolta di racconti eterogenei che hanno come fulcro lo stesso negozio di bambole. La bambola in occidente è associata praticamente solo ai giocattoli, ma in Giappone ha una valenza molto diversa e il libro (che a mio parere funzionerebbe benissimo come una serie manga delle CLAMP) rende bene le molte sfaccettature della questione. Tuttavia la storia rimane un po' incompiuta e non ha una parabola ben definita.

 E' comunque un titolo insolito che vi consiglio soprattutto se amate i manga, i racconti e siete grandi lettori di narrativa nipponica. (Io già lo posseggo).

(Se vi interessa qui una mia vecchia recensione).

La locanda degli amori diversi di Ito Ogawa: 

E' un NI. Nel senso che è un libro grazioso, molto tenero, che racconta la storia d'amore tra due donne, una trentenne divorziata con un figlio e una ventenne che all'inizio del romanzo cerca di suicidarsi perché non può più vivere nella finzione. 

E' una bella storia, ma il finale la rovina drammaticamente. 

 Se avete letto poca narrativa giapponese e volete iniziare con un romanzo che non sia troppo esile, potrebbe essere adatto a voi, ma non dite che non vi avevo avvertito (l'originale in libreria, per la cronaca, costa solo un euro in più, quindi male che va potete recuperarlo più avanti).

(Se vi interessa qui una mia vecchia recensione).

Ecco, queste le mie valutazioni! Se vi va, fatemi sapere le vostre! Anche io, come avrete visto, ho dei titoli in bilico e vorrei capire cosa fare!

giovedì 5 aprile 2018

Il magico potere dello sconvolgimento. "Le ferite originali" di Eleonora C. Caruso, un suggestivo unicum nel panorama editoriale italico, così sonnecchiosamente perbenista.

 Quando andavo alle superiori non c'erano veri e propri libri che esercitassero un qualche fascino del proibito.

 C'erano vari film, quello sì, forse perché era più sfacciato o c'era più senso della trasgressione riuscire a vedere un fatidico film "vietato ai minori di 14 anni" o peggio ancora "vietato ai minori di 18 anni". 

 Chi non ricorda "The blair witch project. Il mistero della strega di Blair"? 

 Prototrollata di enorme successo che, all'epoca, (erano proprio altri tempi,) si pensò fosse vera inquietando masse di ragazzini che entravano nel cinema già in preda a un meraviglioso panico.

 Di libri però neanche l'ombra. L'unico che aveva un vago alone di mystero era "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" di Christiane F.

 Ricordo questi anatemi biblici: "Se lo leggi rimarrai per sempre affascinata dalla droga!", "Un libro scritto contro la droga che invece invita a drogarsi!".

 Più che un libro, sembrava una sfida: sarei riuscita a leggerlo tutto senza cadere tra le braccia dell'eroina?

 Dopo un po' di titubanze, incerta se correre o meno il rischio di rovinarmi la vita per sempre, mi decisi infine a prenderlo in biblioteca accingendomi al pericolosissimo tentativo.

 Lo lessi in uno strano stato di trepidazione. Mi attendevo da ogni pagina il momento in cui la voglia di uscire a cercare uno spacciatore mi avrebbe assalita irrimediabilmente.

 Doveva esserci, lo dicevano tutti.

 Invece arrivai alla fine abbastanza perplessa: il libro era scritto benissimo, si leggeva d'un fiato, ma non è che trovassi Christiane F. questa eroina underground e l'unico effetto che sortì su di me fu quello di tenermi lontana anche dalle canne.

 L'unica scena che mi aveva effettivamente sconcertato era verso l'inizio, quando gli educatori del centro giovanile dove andava (non ricordo cosa fosse, forse addirittura scout) tolleravano le canne alla luce del sole in una generale indifferenza degli adulti, tutti intenti a fare altro.
  Canne che, secondo Christiane F., erano tipo la porta dell'inferno della drogah.

 Per il resto, delusione totale. Avevo passato indenne le fiamme ok, ma me le aspettavo ben più alte e ben più brucianti.

 Imparai, negli anni successivi, che i libri in grado di prenderti a schiaffi e scuoterti dalle fondamenta non arrivano accompagnati dalle trombe della censura. 
 Quei libri te li ritrovi tra le mani per caso, parti tranquillo e qualche ora dopo sei sconvolto. 
 Mi capitò con "Tokyo blues Norwegian Wood" che mi aprì un mondo sconcertante, quello dei giovani adulti e non inteso come young adult, ma come adulti molto giovani.

 Avevo sedici anni e mi accorsi che fino a quel momento non avevo saputo niente, altro che Christiane F. e i suoi psicodrammi (rispettabilissimi eh).

 Questo lungo preambolo è per parlare del nuovo libro di Eleonora C. Caruso, "Le ferite originali".

 Quello che sforna il panorama editoriale italiano attuale io lo leggo anche volentieri, ma pecca di una sorta di beneducatezza esagerata.

  Ci sono i buoni, ci sono i cattivi, ci sono le madri amorevolissime e se non sono amorevolissime allora sono snaturatissime, ci sono tanti sentimenti tiepidi, tante famiglie ricche piene di parenti serpenti e tanti disagi di provincia che dopo un po' se sei sempre vissuto in città pensi che dopo 20 km inizi la terra degli zombie.

 A tal proposito amo sempre ricordare uno dei libri di Ammaniti, "Che la festa cominci", ambientato in parte a Oriolo Romano, piccolo comune vicino al mio, dipinto come un posto di degrado e noia provinciale distante anni luce dalla realtà.  

 C'è il mondo dei romanzi italiani e c'è la realtà
 Non coincidono mai neanche quando fingono di volerlo fare. 

 E tu dici: se fantasia deve essere almeno dammi una scossa, dimmi che c'è qualcosa, da qualche parte che ora arriva e mi ceffona come fece Murakami coi suoi universitari in preda al panico dell'età adulta e ai traumi dell'adolescenza. Ma niet, la sete non viene mai appagata.
 E poi finalmente, nel nulla cosmico, una luce. 

 Il libro di Eleonora C. Caruso è talmente insolito da far piangere (di gioia s'intende). 

 La storia ha per protagonista un ragazzo bellissimo, Christian e i suoi tre amanti:

 -  Dafne, la sua zerbinatissima fidanzata storica.
-  Dante, un professionista ricco e distaccato provvisto di ex compagna e figlioletta.
- Davide, studente del politecnico intelligentissimo e dall'autostima inesistente.

 Tutti ruotano, assieme a suo fratello minore e suo padre, più o meno velocemente, più o meno convintamente, più o meno appassionatamente, attorno a Christian, come tanti pianeti attorno a un sole fatale.

 La storia potrebbe essere un quadrato con l'interessante e poco esplorata variante bisex, ma la grande intuizione della Caruso è Christian che non si limita ad essere bello e un po' perverso, ma soffre di una pesante sindrome bipolare che cura poco e male, peggiorata da un trauma familiare irrisolto.

 Così il libro corre dietro ai pensieri brucianti di questo ragazzo che precipita come una stella cadente (e morente) che nessuno sembra in grado di fermare, i pensieri si affastellano, i momenti crudi anche, gli abbandoni persino, e il libro finisce lasciandoti la strana sensazione di essere stato preso e scrollato con forza.

 E' uno di quei libri che avrei voluto leggere alle superiori o all'inizio dell'università, quando aspettavo qualcosa che mi scuotesse dal profondo e mi raccontasse qualcosa che non trovavo scritto da nessuna parte, ma di cui, oscuramente, sentivo il bisogno.

 Ma anche adesso è stato un gran leggere, così strano, così improbabile, così particolare nell'editoria italiana così preoccupata di tutto, delle vendite, dei temi "che vanno", di quello che "potrebbero pensare i lettori" o ancor peggio di quello che "potrebbe piacere ai lettori".

 Più libri così e meno psicodrammi di provincia, adolescenti che scoprono la vita durante l'estate e saghe familiari del sud Italia VI PREGO, guardate che li leggo, guardate che li leggiamo. 

lunedì 13 febbraio 2017

Simbolismi d'oriente. Quando la porta sull'oscura trama del mondo si schiude davvero e quando no: "Vento e flipper" di un Murakami acerbo, ma lucidissimo e il troppo oscuro "La vegetariana" di Han Kang.

  All'inizio di Giugno, durante un ponte in cui Milano era praticamente deserta (cosa che mi ha insegnato a visitare tutti i posti generalmente oberati di gente, quando ci sono almeno tre giorni di impreviste ferie di seguito per i lavoratori fordisti), mi ero avventurata a visitare una mostra sul "Simbolismo".

 Era un argomento artistico di cui sapevo solo cose letterarie. L'unico accenno scolastico al riguardo veniva infatti dai poeti maledetti francesi, Baudelaire con la sua foresta di simboli o le vocali colorate di Rimbaud.

 Il mondo ha una trama di significati nascosti legati tutti assieme come una rete.

Noi semplici mortali possiamo solo intuirla istintivamente, ma il poeta veggente e l'artista più in generale ogni tanto può squarciare il buio e scorgere i legami che attraversano il mondo.

 La mostra non solo è stata splendida (dovessero replicarla da qualche parte, andateci assolutamente), ma mi ha evocato tutta una serie di riflessioni su una serie di libri che solo in quel momento, anche stupidamente, lo so, mi rendevo conto fossero altamente simbolici.
 Non sono molti gli scrittori che riescono a scrivere in questo modo e a risultare comprensibili e, uno di loro, è di certo Murakami.

 Non so se anche voi avete sempre la sensazione, leggendo le cose assurde che spesso scrive, di afferrare qualcosa di sotterraneo, di capire il senso di quello che vi sta dicendo, anche se, citando a sproposito Vasco Rossi, un senso proprio non ce l'ha.

 Perché troviamo sostenibile in un libro non fantasy che accadano cose assolutamente fantasy? Mogli che spariscono, paesi dei gatti, uomini pecora e misteriose donne dalle orecchie perfette? 

 Perché, dopotutto, qualcosa là sotto, una trama nascosta di simboli c'è, e Murakami riesce a tesserla rendendola non tanto credibile, quanto accettabile ai nostri occhi.

Orpheus, Gustave Courtois
 Siamo sempre lì, vicini ad afferrare quel qualcosa che illumini a giorno le nostre intuizioni, ma per un pelo non ci arriviamo mai. E' un gioco molto difficile da fare.

 E oggi questo piccolo recensioni tra amici è dedicato a due libri che volevo recensire da tempo, (quello di Murakami addirittura da Giugno) e che hanno in comune due cose principali: sono scritti da autori orientali e hanno un pesante carico simbolico.

 Solo che, pur essendo il secondo scritto molto meglio del primo, secondo me non ha proprio colto la famosa trama simbolica del mondo o, se pure lo ha fatto, non ha trovato davvero il modo di schiudere la porta dalla quale anche noi, che non siamo veggenti, ma comuni mortali, dovremmo riuscire a intravedere uno spiraglio di verità.

 Spero che le recensioni vi rendano chiaro di cosa stia vaneggiando, a voi!


"VENTO E FLIPPER" di HARUKI MURAKAMI ed. Einaudi:

Quando aveva trent'anni, Murakami dirigeva un jazz bar e tutto pensava fuorché a scrivere.
 Poi un giorno andò a una partita di baseball. 

D'un tratto vide una palla arrivare nella sua direzione e pensò chiaramente che doveva iniziare a scrivere.

 A casa si mise di buzzo buono, ma, non avendo mai scritto, ignorava che si stava impelagando in una grossa battaglia. 

 iniziò a scrivere in inglese e a tradurre le frasi in giapponese successivamente.
Decise allora di usare un curioso metodo per domare il fiume di parole che gli veniva da riversare disordinatamente sulla pagina:
  In questo modo riduceva all'essenziale quello che aveva da dire. Poco dopo scrisse "Ascolta la canzone nel vento" e vinse un importante concorso letterario nazionale.

 Come sanno tutti coloro che sono appassionati di Murakami, questo primo libro non era mai stato tradotto in Italia e tutti, anche per via del titolo, ci domandavamo quali meraviglie celasse.

 Finalmente l'Einaudi, la scorsa estate, ha svelato l'arcano pubblicandolo, assieme alla sua seconda opera, in un libro che li raccoglie entrambi. Come sono questi due lunghi racconti (o novelle brevi)?  Speculari e con gli stessi protagonisti.

Ma soprattutto, Murakami è stato davvero un prodigio che ha bruciato tutte le tappe dopo la sua curiosa illuminazione a base di palle da baseball volanti? Ni.

 Perché?

 Perché si vede chiaramente che, rispetto alle sue successive storie queste due novelle lunghe sono palesemente acerbe, con una scrittura che persino Carver avrebbe trovato un po' troppo minimalista e una totale assenza di trama.

 Tuttavia è stupefacente come Murakami abbia saputo distillare al primo colpo tutto il suo futuro mondo narrativo.

 In duecento pagine ci sono tutte (o quasi) le teste di morto del Murakami scrittore: i mondi paralleli, il sorcio prima che divenisse il sorcio (ebbene era un universitario ricco e svogliato), i bar, il protagonista grande lettore, grande amatore, un po' distaccato e con pochi amici, le donne misteriose, quei particolari quotidiani che poi quando vai a scavare risultano misteriosissimi (in questo caso i rarissimi e introvabili flipper).

 Murakami, a livello immaginativo, è nato come Atena dalla testa di Zeus: assolutamente completo. Non ha dovuto affrontare lunghi percorsi interiori o percorrere alcuni oscuri sentieri dell'esistenza, il suo mondo era già perfetto.

 Poi gli è servito di tempo per affinarsi e ultimamente forse ci ha preso troppo la mano perdendo un po' della sua magia (e un editor che tagliuzzasse a dovere "1Q84"), ma Murakami dentro quella palla da baseball ha visto tutto: il suo futuro, la sua vocazione e il suo mondo.
 E' uno di quei casi, che di tanto in tanto s'incontrano nelle così spesso interessanti biografie degli scrittori, in cui l'epifania letteraria di un autore sembra sbucata direttamente da uno dei suoi libri.


LA VEGETARIANA di HAN KANG ed. Adelphi:

 Gli scrittori orientali in genere mi piacciono molto. Trovo molto congeniale il loro modo semplice e scorrevole di scrivere, asciutto eppure non banale, una cosa che noi occidentali non siamo proprio in grado di fare (e quando lo facciamo viene sempre fuori qualcosa di pseudosurreale) o per forza intimista.

 La vegetariana di Han Kang si presentava con un mi letale di buonissime e cattivissime premesse.

 Buonissime perché l'autrice coreana e la traduttrice inglese erano state premiate col Man Booker International Prize, e cattivissime perché se c'è una cosa che ho capito in qualche anno sul web è che, se vuoi campare tranquillo, devi evitare alcuni argomenti e purtroppo il vegeta-veganesimo è uno di quelli. 


L'unico vero problema che ho avuto da qualcuno su questo blog è stata a seguito di un post sui libri vegani (peraltro molto tempo dopo la sua uscita).

 Per questo avevo deciso a monte che non avrei recensito la storia di Yeong-hye che mi veniva presentata come la tragica battaglia di una donna che a seguito di uno strano sogno decide di diventare vegetariana e finisce in una sorta di gioco erotico-sadico del marito che non accetta tale decisione.

 Poi l'ho letto e ho capito che il libro parlava di molte cose, ma non di regimi alimentari. 

 Io mi aspettavo una variazione sul tema de "La chiave" o de "La croce buddista" di Tanizaki, con una frattura familiare improvvisa e devastante che precipita tutte le persone coinvolte in un tragico delirio, e mi sono trovata davanti una strana storia, molto orientale, molto morbosa, molto scritta bene, molto di certo simbolica, ma anche molto che non ho capito dove è andata a parare
.
 Il libro è infatti diviso in tre macrocapitoli.

 Nel primo Yeong-hye  fa il famoso sogno e decide non solo di diventare vegana (infatti non diventa vegetariana, ma proprio vegana), ma anche di non cucinare più alimenti con base animale per il marito.

  Poiché siamo in Corea (luogo dove, a quanto pare, la scelta vegetariana viene vissuta come un'inaccettabile esaltazione dell'io del singolo rispetto alla società), quella che poteva essere una normale fonte di dibattito all'interno di una coppia, diventa una specie di caso familiare che coinvolge, fratelli, cognati e pure suoceri. 

 Infatti il marito di Yeong-hye  che l'ha sposata per avere una sorta di colf con cui fare sesso sicuro ogni tanto (che poi è stata la motivazione millenaria del matrimonio oltre ai figli legittimi che però qui non ci sono), infatti, dopo aver capito che la moglie non ha più intenzione di fare manicaretti e sesso con un mangiatore di animali, decide di riportare l'articolo avariato alla famiglia d'origine: i terribili genitori di Yeong-hye.

 Il padre di Yeong-hye in una scena degna di un film horror, tenta di ingozzare a forza la figlia e lei reagisce tentando il suicidio qualche giorno dopo. Cala il sipario.

 Il secondo capitolo appartiene al cognato di Yeong-hye, il marito della sorella, un artista fallito che trova nella cognata un po' fuori di testa (Yeong-hye  è stata in una sorta di casa di cura e ne è uscita provata) una musa e un'attrazione irresistibile. Quando viene scoperto la catastrofe colpirà nuovamente entrambi.

 Non vi racconto l'ultimo capitolo, (che ho trovato particolarmente misterioso e semina anche il concreto dubbio che la protagonista non sia vegana, ma soffra di una sorta di anoressia nervosa causata da abusi familiari, che non c'entra niente manco di striscio), se no, fosse mai che vi va di leggere quello che comunque è un ottimo libro, vi rovino la sorpresa, ma anche a distanza di settimane, nonostante io abbia cercato in tutti i modi di trovare una chiave simbolica (parla dell'istinto di sopraffazione insito dell'uomo? Di un'incapacità di affrontare la violenza familiare? Parla della parte animale che alberga in noi e ci sforziamo di domare?), nessuna mi ha veramente convinto.

 Quindi ok, ci siamo.

  Il libro non parla davvero di regimi alimentari, né della lotta del singolo contro una società che lo vorrebbe a tutti i costi diverso, ma allora di che caspita parla?
 Va bene il simbolismo, ma, ad un certo punto, bisognerebbe anche seminare qualche vago indizio interpretativo, altrimenti rimane un'ottima scrittura e un vago senso di disagio proprio dell'aver assistito a qualcosa di orribile, ma di natura incomprensibile.

 In realtà sono l'unica a non aver capito il profondissimo senso de "La vegetariana"? Se è così illuminatemi pure nei commenti!

martedì 24 gennaio 2017

Forse non tutti sanno che esistono le Light novel. Tra Yoshimoto, Murakami, Shinkai e Katayama, l'anello di congiunzione tra la narrativa e il fumetto (almeno il manga) esiste e arriva dritto dritto dal Giappone.

 Vi ricordate qual è la prima cosa in assoluto che avete comprato appena sono entrati in corso gli ormai odiatissimi euro?

 Io sì.

 "Kitchen" di Banana Yoshimoto. 
Peraltro vorrei super vedere il film, ma non lo trovo da nessuna
parte, sigh
Mio nonno che, nonostante avesse 70 anni, all'epoca era un entusiasta perenne delle novità, aveva preso per ognuno di noi nipoti il kit che la banca d'Italia aveva emesso per abituare gli italiani alla nuova moneta.

  Si trattava di un sacchetto con dentro 25 euro in monete di diverso valore e ricordo chiaramente lo sconcerto quando me lo diede: come farò ad usarlo? Come farò a capire il resto??

 Lo stesso sconcerto corse chiaramente sul volto della libraia da cui andai il primo ufficiale giorno dell'euro e che probabilmente sperava si trattasse solo di un brutto sogno. Volevo pagare in euro.
 Ci mettemmo tipo venti minuti a calcolare il resto che peraltro, nei primi tempi della conversione, era preciso al centesimo (le cose costavano anche 6 euro e 13 centesimi).


Tra l'altro il libro lo avevo già letto e comprato, ma finivo sempre per riregalarlo (un altro mio libro con questa trista sorte è "Non ci sono solo le arance" che avrò ricomprato 4 volte), ma aveva quel quid in più che, tuttora, devo dire mi colpisce.

 Alla fine del libro c'è un piccolo saggio che proprio non ti aspetti di Giorgio Amitrano, storico traduttore della Yoshimoto (e se posso dirlo, io che sono una che mai e mai fa caso alle traduzioni perché non ne ho le competenze, da quando ha smesso di tradurre i romanzi della Yoshimoto la differenza si nota eccome e in peggio).

 O perlomeno non me lo aspettavo io, che essendo stata alle superiori una forte lettrice di manga (dopo ho continuato quasi solo con le storie autoconclusive), non avevo notato quello che un lettore medio forse aveva malmostato: le situazioni molto surreali, i problemi che si risolvono per caso o ispirazione del momento, i colpi di fortuna o sfortuna molesti.

Un mondo simile a quello reale eppure con qualcosa di inverosimile.
 Lo stesso mondo dei manga. 

 Ed è quello che fa notare nel suo breve, ma denso intervento Amitrano che racconta come la Yoshimoto sia riuscita a trasferire nella narrativa il linguaggio degli shojo manga, i manga per ragazze per la precisione, (anche se poi alla fine della fiera le divisioni più che di pubblico mi sembrano di argomenti che magari interessano più o meno un certo pubblico).

 Amitrano scrive:
"Quando critica e pubblico in coro hanno riconosciuto il rapporto tra alcuni dei libri più venduti in Giappone negli ultimi anni, Kitchen e Tsugumi (1989) della Yoshimoto e Noruwei no mori (Norwegian wood) di Haruki Murakami e il manga per ragazze, questo genere, sino ad allora ignorato se non da rari sociologi, nonostante le sue tirature astronomiche, è balzato di colpo all'attenzione della stampa, della critica letteraria e in genere di tutti coloro che l'avevano sempre liquidato come un fenomeno di subcultura. 
Ill. by Heejine Park

 Molti hanno così avuto la sorpresa di accorgersi che lo Shojo Manga, nato come forma di intrattenimento convenzionale e edulcorato, si era evoluto in un genere narrativo sofisticato e complesso e che, nell'indifferenza generale, si era formata una cultura sommersa che dal manga si irradiava nella letteratura, nel cinema, nella musica e nella moda"


 In effetti anche Norwegian Wood, l'unico romanzo di Murakami che avrebbe pretesa di verosimiglianza non introducendo nessun elemento fantastico, ha degli elementi tipici del manga

 Le storie surreali (ma potenzialmente credibili) di alcuni personaggi (come Reiko l'insegnante di musica sedotta dalla sua procace allieva adolescente), il carattere estremo o il destino fatale di molti personaggi (tasso di suicidio direi fuori dalla norma anche per il Giappone) e in generale la stessa pacata serenità, davanti alle più assurde sfaccettature dell'esistenza, propria della protagonista di "Kitchen" della Yoshimoto.

 Leggiamo e ci diciamo, sì succede tutto questo, sì è triste, sì è drammatico, ma in sottofondo c'è quel quid irreale che lo rende (in)credibile.

 Perché ho fatto 'sto pippone?

 Perché stamattina volevo postare su fb la copertina di una light novel di cui è uscito in questi giorni anche il film nei cinema italiani (ma non temete, tra due giorni già lo tolgono): "Your name" di Makoto Shinkai (in Italia edito da JPop).

 La storia racconta la vicenda di due liceali, una ragazza, Mitsuha, che vive in paese sulle montagne e Taki, un ragazzo di Tokyo. 
 Un giorno si svegliano e scoprono di essere l'uno nel corpo dell'altro e, una volta capita la strana situazione, cercando di aiutarsi vicendevolmente a risolvere i problemi delle loro rispettive vite. 
 Accade però che ritornino nei loro corpi e Taki cerchi in tutti i modi di contattare Mitsuha, ma lei non gli risponda..

 Insomma, il film è acclamatissimo e la light novel sembra promettere molto bene.

Solo che mentre mi accingevo a postare ho pensato: ma tutti sanno cos'è una light novel?

 E così è venuta l'idea di questo post.

 Le light novel sono romanzi tratti da manga o dai quali sono stati tratti manga.

 Hanno uno stile rapido, molto visivo e, proprio come i romanzi di Banana Yoshimoto e Norwegian Wood, anche quando trattano storie non fantastiche, hanno in comune con i manga la sospensione della credibilità e una serie di topoi che li rendono la versione in prosa degli shojo (proprio come detto da Amitrano).

 Un esempio, che potrebbe essere l'anello mancante ideale tra le light novel e la Yoshimoto, è un romanzo di Kyoichi Katayama: "Gridare amore dal centro del mondo".

Non so se tuttora sia il romanzo più venduto nella storia del Giappone, ma nel 2004 superò il record proprio di Norwegian Wood di Murakami.

 La storia è un sick-lit ante litteram (da cui poi è stato tratto anche un manga, belli entrambi) e racconta la drammaticissima storia d'amore tra due liceali: Aki e Sakutaro si innamorano e iniziano a vivere tutte le tipiche prime volte della prima grande storia d'amore. 

 Tutto fila tenero e liscio finché Aki non scopre di avere la leucemia e allora la storia vira su binari ovviamente tristissimi.

 La storia, direte voi, è verosimile, ovviamente, la differenza infatti sta tutto nel modo in cui viene raccontata e che, in questo specifico caso, compie un passo ulteriore da Murakami e poi Yoshimoto: qualsiasi pretesa di letterarietà viene abbandonata.

 Eppure, nella sua semplicità e assenza di pretenziosità, nella sua essenzialità che rischierebbe facilmente di scadere nel banale, riesce ad essere emotivamente coinvolgente, proprio come lo sono certi manga, in modo quasi inspiegabile.

 E non c'è niente da fare, siamo proprio davanti a un altro genere letterario.

 Ebbene, non vedo l'ora di leggere "Your name" e sento di aver scritto dopo anni il primo post di quel tentativo di rubrica degli inizi: rieduchescional libraia.

 L'editoria, proprio come la biblioteca, è un organismo vivente, tocca starci dietro.

 E voi conoscevate già le light novel? Ne avete letta qualcuna? Ne consigliate qualcuna? Testimoniate!

martedì 19 aprile 2016

Di cosa ha paura Zerocalcare? Una recensione perplessa di "Kobane Calling", alla ricerca del suo cuore mancante: quello crudele, in grado di attivare una porta magica e consegnarci una storia che risplende grazie alle sue ombre. Bisogna compiere un sacrificio per diventare grandi.

Come saprete se seguite anche la mia pagina di fb, lunedì scorso sono stata a uno dei quattro megaeventi organizzati in tutta Italia per il lancio della nuova graphic novel di Zerocalcare.  
Comprando il suo nuovo libro, "Kobane Calling", si riceveva anche una cartolina autografata a matita da egli in persona e, portando una maglietta bianca, c'era la possibilità di farla serigrafare da un collettivo fricchettone ingaggiato apposta per l'occasione (tra l'altro, bellissima).
 E' stata una faccenda faticosa, ma bella: quando mai, a memoria, possiamo ricordare un lancio di un fumetto in libreria con tale ardore? 
 Contenti tutti: chi ha venduto, chi ha comprato, chi c'è stato e spero, anche se vessato dalle masse in cerca di disegnetti, anche Zerocalcare in quel di Roma Appia.
 Passato il momento di fiesta e venuto quello della lettura.

Gli appassionati del fumettista sanno che circa un annetto fa, uscì una sorta di prequel suInternazionale

Zerocalcare, durante quel primo viaggio, era partito per qualche giorno per portare dei medicinali, e, dopo alcuni incontri con combattenti del posto, aveva riflettuto sull'ovvio scarto (ma per molti che aprono la bocca solo per dargli fiato, non tanto ovvio), in negativo o in positivo, che c'è tra un'immagine raccontata e riflessa dai media e la realtà.
 Il fumetto era breve e aveva lasciato la voglia di sapere altro a noi e quanto pare anche a lui che si è sobbarcato un secondo viaggio più lungo e articolato per cercare di raccontare la resistenza curda stretta tra governo turco, resistenza all'Isis e generale diffidenza/odio/annatevene dal resto delle varie etnie presenti sul territorio.
  Kobane Calling è il reportage a fumetti di questa seconda spedizione compiuta dal buon Zero con altre cinque persone (una brigata improbabile più o meno come l'armata brancaleone) alla volta della Rojava, la regione che i curdi hanno strappato all'Isis per instaurarvi una sorta di utopia islamico-socialista (sì la sto tagliando con l'accetta, se fosse un trattato di geopolitica non lo farei, ma non è quello il punto del fumetto).

 Voglio iniziare con ciò che mi è piaciuto.
 Di reportage a fumetti ne ho letti un po', Joe Sacco e Guy Delisle sono quelli che vanno per la maggiore e rappresentano un po' i due estremi del genere: il primo è una sorta di giornalista di guerra che intende documentare con dovizia di particolari, realismo e nozioni precise quanto avviene in uno scenario controverso, il secondo è il classico pesce fuor d'acqua che capita per caso in un posto, assiste in modo acritico alle contraddizioni e le apparenti follie e le riporta in modo leggermente ironico lasciando al lettore quel senso di stupore confuso in stile "Marco Polo con qualche pregiudizio in più".

 Zerocalcare non si innesta in nessuno dei due filoni, sceglie un modo un po' dimenticato di raccontare: quello militante.

 Penso che inorridirebbe nel sentirsi definire l'uomo comune che va alla guerra, ma più o meno siamo lì.
 E' il ragazzo militante europeo che parte col cuore in mano e si scontra con qualcosa che, dal vivo, è complicato da comprendere.
  Intendiamoci, non per ingenuità, ma perché per me vale sempre la vecchia regola: se non hai vissuto una cosa, puoi metterci tutta l'empatia che vuoi, ma non saprai mai davvero cosa si prova.
 Poiché viviamo da svariati anni in un'epoca in cui  l'artista  militante è demodé (la storia è sempre la stessa che ci raccontano gli avi: "Erano i terribili e funesti anni '60 e l'arte era in mano alla perfida intellighenzia di sinistra..") trovare una storia che non ci consegni un racconto limato e pensato in modo chirurgico, così da non dare adito a dubbi sulla buona fede di chi l'ha prodotto, è ormai impossibile. Niente opinioni, siamo italiani.
 Perciò uno dei motivi di maggior esultanza per il successo di Zerocalcare per me è sempre stato: finalmente qualcuno che, nel bene o nel male, prende posizione, fa onore al suo background e non sente il bisogno di sciacquare le proprie magliette fricchetto-punk nel fiume dell'imparzialità.
 Il più grande pregio di Kobane Calling, che non è tanto un reportage quanto il resoconto di un'esperienza , è il tono: appassionato, carico di cuore, di chi crede veramente in quello che sta facendo e raccontando.
  La visione che Zerocalcare ci propone non è imparziale, è parzialissima, ma va e ne così, anzi va benissimo. Abbiamo saggi, articoli di giornale, reportage veri sin nell'intenzione per farci una nostra idea.
 Quello che vogliamo davvero vedere è ciò che pensa una persona di cui ormai ci conosciamo le idee politiche e la sua idea sulla società. Una persona abbastanza coerente da prendere, partire e vedere realmente ciò che da Roma si riesce a immaginare in modo quasi mitico solo da un palazzo okkupato al testaccio (tra parentesi lo vedevo sempre quando arrivavo col treno a Ostiense e mi chiedevo come fosse fatto dentro).

 Che cosa non mi è piaciuto.
 Io non capisco di cosa ha paura Zerocalcare. O meglio, anche da "L'elenco telefonico degli accolli" si capisce benissimo: soffre di una sorta di sindrome da brava persona.
 Non è uno che ci tiene a piacere a tutti, ma sembra (dico sembra perché parlo di ciò che trasmette attraverso i libri poi può esse pure il peggiore degli stronzi) che ci tenga a ripetere in ogni modo: non voglio fare il superiore, non voglio passare per venduto, ma qualcosa devo fare per campare e comunque le cose sono sempre più complesse di quelle che sembrano, oh guardate che sono sempre un ragazzo di strada, oh la mia opinione è la mia opinione non dico che sia quella giusta, magari sono un povero deficiente ecc ecc ecc ecc ecc
 Tutte cose che in un mondo che sembra avere la verità in tasca, per carità, si apprezzano. 
 Tuttavia, costantemente ripetute in un fumetto, rischiano di renderlo quasi fastidioso
 Ogni tanto ti viene da dire: "Ok, Zero non preoccuparti lo so già che i turcomanni non sono tutti degli affaristi senza cuore, solo perché l'unico che hai incontrato lo era. Non penserò mai che sei come il nostro vermo politico che bercia idiozie dal piccolo schermo".

 La sensazione è che al momento gli manchi il coraggio di essere più crudele. Con sé stesso intendo.
 Tutti gli artisti hanno dei firewall, delle linee di confine che non riescono a superare. Non esiste scrittore che non abbia temi che non ama affrontare ed è normale che sia così. Tuttavia quando un artista scopre di avere dei limiti, dovrebbe chiedersi cosa gli impedisce di superarli.
 Quando questi non sono legati a remore morali, ma ad una sorta di timore personale casca l'asino.
 Creare è un processo che, senza tanta retorica, se fatto seriamente può essere molto doloroso: se scavo in quella direzione cos'è che trovo? Quanto dolore? Quanta amarezza? Quanto lato oscuro del mondo? E quanto del mio?

 Ne "La ragazza dello Sputnik", Sumire, la protagonista, aspirante scrittrice si perdeva su un'isola greca e tornava misteriosamente. Non era riuscita a scrivere niente di compiuto prima della scomparsa: scriveva scriveva scriveva, ma niente di compiuto usciva dalle sue mani.
 Sapeva da sola che il motivo andava ricercato da qualche parte. Prima pensava fosse perché non si era mai innamorata, ma quando, dopo una storia travolgente e strana, non riesce ad arrivare al cuore del problema, capisce di dover andare ancora più a fondo.
 La metafora che usa si rifà ad un'antica usanza cinese: attorno alle città, anticamente i cinesi costruivano delle enormi porte sulle quali incastonavano le ossa dei soldati defunti che, in tal modo, avrebbero protetto la città.
 Perché il rito fosse attivato dovevano però sgozzare dei cani e lasciare che il sangue attivasse il contatto tra le porte e gli spiriti dei morti.
  "Scrivere romanzi è un po' la stessa cosa. Puoi raccogliere tutte le ossa che vuoi, costruire la porta più splendida del mondo, ma ciò non basta a produrre un romanzo che sia vivo. Una storia, in un certo senso, non appartiene a questo mondo. Per creare una vera storia è necessario un battesimo magico, che riesca a mettere in contatto questo mondo con quell'altro."
 Alla fine Sumire torna dicendo che ha tagliato una gola e attivato le sue porte. 
 Non ha sgozzato ovviamente un povero cane, ma ha avuto il coraggio di fare quello che tutti i veri scrittori (e artisti in generale) dovrebbero fare per attivare la loro porta magica: sacrificare qualcosa di loro alle proprie opere.
 Il simbolo di "Kobane Calling" è un grande cuore pulsante.
 Sarebbe ora che Zerocalcare trovasse il coraggio di affondare il coltello nel cuore, il suo.

venerdì 20 novembre 2015

Piccole recensioni tra amici! Un trittico di novità, (una novità per questo blog): "Woody" di Baccomo, "La strana biblioteca" di Murakami e "Ospiti Paganti" di Sarah Waters!

 E dopo una serie di post molto seri, ecco che finalmente riesco a buttare giù un nuovo "Piccole recensioni tra amici". In questo caso sono tre recensioni di libri usciti nell'ultimo mese o giù di lì, una vera rarità per me.
Una vecchissima (1988) iniziativa Feltrinelli.
Si vendevano libri al chilo!
 Ogni tanto mi interrogo se non dovrei stilare una serie di elenchi di libri appena usciti che mi interessano.
 Tipo: "Questa settimana è arrivato in libreria questo questo e quest'altro, sembra interessante!".
 Da una parte ammetto che non lo faccio per pigrizia e al contempo eccesso di scrupolo: fare una serie di segnalazioni sensate richiede molto tempo e, comunque, se non ho ancora avuto il tempo se non di leggere, almeno di campionare i libri, temo di dare giudizi non veritieri e consigliarvi porcherie o palle memorabili.
 Inoltre, io tendenzialmente leggo poche novità. Non c'è un motivo preciso, l'ho sempre fatto. A meno che non esca un libro da me lungamente atteso (come la riedizione di questi giorni di "On writing" di Stephen King ed. Frassinelli) o dei miei scrittori favoriti, sono sempre piuttosto guardinga nei confronti delle novità di narrativa (con la saggistica sono più possibilista). Il mio unico sistema di scelta dei libri rimane la fascinazione che la trama può avere su di me, (classici a parte che continuo a leggere con costanza).
 Cosa ne pensate? Credete che una rubrica sulle nuove uscite secondo me meritevoli gioverebbe al blog? Attendo consigli!
Intanto eccovi le mie tre recensioni nuove nuove! Buone letture!


"WOODY" di Federico Baccomo, ill. Alessandro Sanna ed. Giunti:
 Come ben sapete, io non ho una particolare passione per gli animali. Praticamente nessuno nella mia famiglia ne ha mai posseduti e penso che quindi in questo giochi molto l'abitudine, specialmente dall'infanzia.  
Per questo trovo doppiamente bravo Baccomo aka Duchesne che ha smesso di raccontarci i drammi degli studi legali e della gente che sta bene per scrivere una storia piccola (ma più lunga avrebbe stonato), simile ad una fiaba crudele.
 Woody è un cane di razza basenji (a me ignota) di mezza taglia, allegro e innamorato della sua padrona, ovviamente. Adora le sue coccole, le carezze, le uscite e il suo mondo si svolge in funzione dell'adorato oggetto del suo amore. 
 La quale però ha a sua volta un oggetto del suo amore che non è molto amorevole, anzi, è piuttosto violento e, talvolta, la picchia. Woody dal suo punto di vista di cane vede tutto in modo molto preciso: padrona picchiata da "Fili amore" (il suo fidanzato), padrona da difendere, Fili-amore da allontanare e azzannare.
  Ma Woody, che ha solo seguito il suo istinto di difesa (che negli esseri umani vittime di violenze viene annichilito) viene bollato per questo come "Cane pericoloso".
 Per lui inizia un'avventura terribile, fatta di incomprensione, carcerieri, compagmi di prigonia e di una speranza che non vuole e non può morire: la sua padrona tornerà e lo riporterà a casa, lui ne è assolutamente certo.
 E' una storia piccola, ma davvero davvero davvero commovente, anche per chi, come me, ha l'empatia animale che gli difetta. L'espediente narrativo del punto di vista animale è stato usato più e più volte nella letteratura e anche stavolta non tradisce. Bravissimo Baccomo che ha scelto di non dare pensieri "umani" e magari "filosofici" al cane, ma di restituirci pensieri frammentati e istintivi, puri e senza complicazioni: certe volte realtà che noi ammantiamo di complessità sono molto più semplici e ci vogliono menti semplici per comprenderlo davvero.


"LA  STRANA BIBLIOTECA" di Haruki Murakami ill. di Lorenzo Ceccotti ed. Einaudi :
 Uscita perfetta per Natale perché, la storia, cortissima e illustrata benissimo da LRNZ è un regalo coi controfiocchi agli appassionati dello scrittore giapponese. 
 Quindi, dal punto di vista del marketing, nulla da eccepire. E neanche da quello dei disegni, appunto favolosi e inquietanti che lasciano comunque enorme spazio all'immaginazione, e dell'impaginazione a suon di donuts succulenti.  
Il racconto lascia un po' l'amaro in bocca per un solo motivo: è troppo corto. 
 Eppure nella sua piccolezza ha tutti gli elementi che gli amanti di Murakami adorano: una storia che parte normalissima e finisce in mondo parallelo, la grande apparizione dell'uomo-pecora, sempre più alter ego letterario e psicanalitico dello scrittore, ragazzine bellissime e inquietanti e quella magia assoluta che Murakami sa infondere alle descrizioni del cibo.
 Allora. L'ideale sarebbe mettersi a leggere questo libro con una scatola di donuts freschi, croccanti e belli oleosi (ma in Italia è ancora difficile), in assenza almeno ben scongelati, in assenza di ciambelle fritte glassate e possibilmente calde. Secondo me, questo renderebbe la vostra esperienza di lettura una delle più indimenticabili della vostra vita. 
 Comunque la storia è quella di un ragazzino amante delle biblioteche e ansioso di scoprire il sistema di funzionamento delle tasse nell'impero ottomano.
Per soddisfare questa sua curiosità si ritrova a chiedere aiuto ad uno strano bibliotecario che non sembra proprio una persona raccomandabile e, in effetti, forse non lo è. Non vi dico di più perché la storia è brevissima.

 Sul retro del libro, l'Einaudi suggerisce una chiave di lettura simbolica: il potere della lettura che riesce a trascinarci con forza fuori dalla nostra vita vera, certe volte con una potenza tale da renderci impossibile ritornare alla realtà.
  Per chi legge abitualmente Murakami c'è anche la possibilità che il ragazzino non sia così fantasioso. La seconda teoria è sorretta dalla mancanza di un paio di scarpe di cuoio. Cosa sto dicendo? Leggete e capirete. Da collezione e da avere. Ora addento una ciambella, pardon.


"GLI OSPITI PAGANTI" di Sarah Waters ed. Ponte alle Grazie:
 Non ho mai amato molto Sarah Waters. Questa autrice inglese, osannata da molti e apprezzata anche da grandi scrittore non di "genere" (per genere intendiamo "genere storico" e "tematica lgbt"), come Stephen King, astutamente messo a ciarlare in copertina dalla casa editrice Ponte Alle Grazie, ecco mi è sempre stata molto indigesta.  
Ha infatti una vera passione per le descrizioni lunghe, lente, molto particolareggiate che io personalmente non amo. Trovo che troppa descrizione, anche a fin di bene, nel senso che nel suo caso permettono un'immedesimazione perfetta nei diversi periodi storici, tolga spazio all'immaginazione.
 Questo "Gli ospiti paganti" è il primo suo libro che riesco vittoriosamente a terminare e mi ha confermato tutti i motivi per cui è molto amata dai suoi fan e poco da me.
 La storia è quella di Frances Wray alto borghese inglese decaduta a seguito di una serie di sfortunati eventi: suo padre ha mandato in rovina la famiglia con investimenti sbagliati e i suoi due fratelli maschi sono morti durante la prima guerra mondiale. E' il 1922, Frances non ha neanche trent'anni, ma vive già come un'anziana zitella assieme a sua madre, una donna che non si è mai rassegnata alla perdita del loro status sociale. La trama prende le mosse da una loro decisione disperata: nonostante sia socialmente riprovevole, hanno bisogno di affittare alcune stanze della casa e giunge così una giovane coppia di sposi, "gli ospiti paganti" del titolo.
 La loro irruzione risveglierà la vita che Frances credeva sopita. Dopo un passato da suffragetta, addirittura un arresto e una grande e contrastata storia d'amore, Frances si è adattata ad una vita non sua, fatta di riti minuziosi e grandi lavori domestici (che, ve lo dico, sono descritti in modo talmente minuzioso che anche voi sarete in grado di pulire una casa vittoriana alla fine del libro), l'arrivo dell'allegra coppietta porterà a varie conseguenze: risveglio dei sensi, relazioni illecite, aggressioni e infine anche un omicidio.
 La storia ha una trama semplice e una lingua incredibilmente densa. Il lato migliore del libro è che vi verrà voglia di vedere la Londra degli anni 20 (e in assenza di andare nella Londra attuale), il peggiore è che alla fine della giostra è davvero "tanto fumo e poco arrosto".
 In ogni caso un buon libro per passare qualche pomeriggio di lettura senza impegno. particolarmente indicato per chi ama le ambientazioni storiche e "Downton Abbey".

Voi ne avete già letto qualcuno? Ve ne ispira almeno uno? Testimoniate!
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