Pagine

Visualizzazione post con etichetta geopolitica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta geopolitica. Mostra tutti i post

martedì 19 luglio 2016

La sottile linea rossa tra stupida indifferenza e legittima normalità quotidiana. Un fumetto a base di Pokémon Go, autoconvincimento, tristi fatti odierni, Golpe in Turchia e una dedica speciale. "Pokémon Go e la vita vera" (Francesca è per te).

Diciamocelo pure, giorni più surreali di questi ultimi, sono difficili da immaginare.
Tra il colpo di stato in Turchia (fallito, vero, finto, chi lo sa?), la strage di Nizza e la Brexit (tra l'altro, qualcuno ha capito perché i politici inglesi non fanno che ridersela?), pare di giocare più a Risiko o di essere in un monumentale film di James Bond che nella vita vera.

 Non so voi, ma io ho iniziato un processo di autoconvincimento. 

 Mi sono detta che in fondo questo stupore è solo l'incoscienza di chi, fino a questo momento, ha fatto parte di una generazione che, 11 settembre a parte, se l'è in fondo passata abbastanza bene.

 Sì, la guerra in Iraq, sì la guerra in Afghanistan, ma erano tutte vicende geopolitiche che, per quanto importanti e sanguinarie, sono sempre state fisicamente lontano da noi.
 Ora che questo fisicamente è diventato molto vicino, monta quel panico diffuso di chi non era preparato e che assume varie forme: da "non ci posso credere, non sta avvenendo" a "la guerra è in casa, dobbiamo fare qualcosa, ma cosa". Tutte reazioni potenzialmente annientanti a livello emotivo.

NB. Non sto parlando né delle motivazioni né del contesto storico, sto parlando
dell'impatto EMOTIVO sulla popolazione. 
Così, ho fatto un passo indietro nella storia e, con tutti i dovuti distinguo, ho pensato che in fondo negli anni di piombo non è che ci dovesse essere questo clima sereno a livello nazionale e internazionale.

 I nervi, in qualche modo, sono rimasti comunque saldi e, in qualche modo (che non dico sia giusto o sbagliato visto le conseguenze le paghiamo tuttora nel bene e nel male) abbiamo retto tutti quanti.

 Spero francamente che sia questo il caso e che non stia scrivendo questo post nella beata innocenza che aveva Simone de Beauvoir quando candidamente continuava ad affrontare con l'ottimismo di chi proprio non ci può credere, il precipitare degli eventi pre-seconda guerra mondiale.

 Insomma, mi auguro che sia una questione di tenere le cose nella giusta prospettiva e non di ignorarla stupidamente.

 con altre due vicende: una macroscopicamente ludica e uno dolorosamente intima.
Questi eventi geopolitici macroscopici si sono fatalmente uniti, a cavallo tra il 14 e il 15 luglio
 Quella macroscopica è l'entrata in commercio di Pokémon Go, un giochetto per cellulari che non poteva non precipitare nel delirio una generazione di trentenni che già aveva dato di matto tra le medie e le superiori per i cartoni animati e il videogioco.

 Era insomma una roba virale allora, figurarsi adesso, quando tra effetto nostalgia e smartphone, allora sconosciuti, la potenza di tale idea si è praticamente centuplicata. Persino io che non ho mai giocherellato a niente, neanche a tetris, non ho resistito alla tentazione.

 Il ricordo di innumerevoli pomeriggi passati a guardare i pokemon, dei film visti al cinema (!) e delle litigate coi miei (perché insomma era tutto un po' infantile a loro dire, visto che facevo già le superiori) è troppo radicato nella mia memoria perché anche io non voglia di tanto in tanto catturare uno Psyduck o un Bulbasaur.

 Il fumetto di oggi racchiude un po' in piccolo tutto il delirio di queste giornate e ha una dedica molto speciale che, secondo me, dà un senso a tutto il resto.
 Dopo questa mia intro un po' confusa e qualunquista, buona lettura! "Pokémon go e la vita reale"!
 Tutto per voi.






martedì 19 aprile 2016

Di cosa ha paura Zerocalcare? Una recensione perplessa di "Kobane Calling", alla ricerca del suo cuore mancante: quello crudele, in grado di attivare una porta magica e consegnarci una storia che risplende grazie alle sue ombre. Bisogna compiere un sacrificio per diventare grandi.

Come saprete se seguite anche la mia pagina di fb, lunedì scorso sono stata a uno dei quattro megaeventi organizzati in tutta Italia per il lancio della nuova graphic novel di Zerocalcare.  
Comprando il suo nuovo libro, "Kobane Calling", si riceveva anche una cartolina autografata a matita da egli in persona e, portando una maglietta bianca, c'era la possibilità di farla serigrafare da un collettivo fricchettone ingaggiato apposta per l'occasione (tra l'altro, bellissima).
 E' stata una faccenda faticosa, ma bella: quando mai, a memoria, possiamo ricordare un lancio di un fumetto in libreria con tale ardore? 
 Contenti tutti: chi ha venduto, chi ha comprato, chi c'è stato e spero, anche se vessato dalle masse in cerca di disegnetti, anche Zerocalcare in quel di Roma Appia.
 Passato il momento di fiesta e venuto quello della lettura.

Gli appassionati del fumettista sanno che circa un annetto fa, uscì una sorta di prequel suInternazionale. 

Zerocalcare, durante quel primo viaggio, era partito per qualche giorno per portare dei medicinali, e, dopo alcuni incontri con combattenti del posto, aveva riflettuto sull'ovvio scarto (ma per molti che aprono la bocca solo per dargli fiato, non tanto ovvio), in negativo o in positivo, che c'è tra un'immagine raccontata e riflessa dai media e la realtà.
 Il fumetto era breve e aveva lasciato la voglia di sapere altro a noi e quanto pare anche a lui che si è sobbarcato un secondo viaggio più lungo e articolato per cercare di raccontare la resistenza curda stretta tra governo turco, resistenza all'Isis e generale diffidenza/odio/annatevene dal resto delle varie etnie presenti sul territorio.
  Kobane Calling è il reportage a fumetti di questa seconda spedizione compiuta dal buon Zero con altre cinque persone (una brigata improbabile più o meno come l'armata brancaleone) alla volta della Rojava, la regione che i curdi hanno strappato all'Isis per instaurarvi una sorta di utopia islamico-socialista (sì la sto tagliando con l'accetta, se fosse un trattato di geopolitica non lo farei, ma non è quello il punto del fumetto).

 Voglio iniziare con ciò che mi è piaciuto.
 Di reportage a fumetti ne ho letti un po', Joe Sacco e Guy Delisle sono quelli che vanno per la maggiore e rappresentano un po' i due estremi del genere: il primo è una sorta di giornalista di guerra che intende documentare con dovizia di particolari, realismo e nozioni precise quanto avviene in uno scenario controverso, il secondo è il classico pesce fuor d'acqua che capita per caso in un posto, assiste in modo acritico alle contraddizioni e le apparenti follie e le riporta in modo leggermente ironico lasciando al lettore quel senso di stupore confuso in stile "Marco Polo con qualche pregiudizio in più".

 Zerocalcare non si innesta in nessuno dei due filoni, sceglie un modo un po' dimenticato di raccontare: quello militante.

 Penso che inorridirebbe nel sentirsi definire l'uomo comune che va alla guerra, ma più o meno siamo lì.
 E' il ragazzo militante europeo che parte col cuore in mano e si scontra con qualcosa che, dal vivo, è complicato da comprendere.
  Intendiamoci, non per ingenuità, ma perché per me vale sempre la vecchia regola: se non hai vissuto una cosa, puoi metterci tutta l'empatia che vuoi, ma non saprai mai davvero cosa si prova.
 Poiché viviamo da svariati anni in un'epoca in cui  l'artista  militante è demodé (la storia è sempre la stessa che ci raccontano gli avi: "Erano i terribili e funesti anni '60 e l'arte era in mano alla perfida intellighenzia di sinistra..") trovare una storia che non ci consegni un racconto limato e pensato in modo chirurgico, così da non dare adito a dubbi sulla buona fede di chi l'ha prodotto, è ormai impossibile. Niente opinioni, siamo italiani.
 Perciò uno dei motivi di maggior esultanza per il successo di Zerocalcare per me è sempre stato: finalmente qualcuno che, nel bene o nel male, prende posizione, fa onore al suo background e non sente il bisogno di sciacquare le proprie magliette fricchetto-punk nel fiume dell'imparzialità.
 Il più grande pregio di Kobane Calling, che non è tanto un reportage quanto il resoconto di un'esperienza , è il tono: appassionato, carico di cuore, di chi crede veramente in quello che sta facendo e raccontando.
  La visione che Zerocalcare ci propone non è imparziale, è parzialissima, ma va e ne così, anzi va benissimo. Abbiamo saggi, articoli di giornale, reportage veri sin nell'intenzione per farci una nostra idea.
 Quello che vogliamo davvero vedere è ciò che pensa una persona di cui ormai ci conosciamo le idee politiche e la sua idea sulla società. Una persona abbastanza coerente da prendere, partire e vedere realmente ciò che da Roma si riesce a immaginare in modo quasi mitico solo da un palazzo okkupato al testaccio (tra parentesi lo vedevo sempre quando arrivavo col treno a Ostiense e mi chiedevo come fosse fatto dentro).

 Che cosa non mi è piaciuto.
 Io non capisco di cosa ha paura Zerocalcare. O meglio, anche da "L'elenco telefonico degli accolli" si capisce benissimo: soffre di una sorta di sindrome da brava persona.
 Non è uno che ci tiene a piacere a tutti, ma sembra (dico sembra perché parlo di ciò che trasmette attraverso i libri poi può esse pure il peggiore degli stronzi) che ci tenga a ripetere in ogni modo: non voglio fare il superiore, non voglio passare per venduto, ma qualcosa devo fare per campare e comunque le cose sono sempre più complesse di quelle che sembrano, oh guardate che sono sempre un ragazzo di strada, oh la mia opinione è la mia opinione non dico che sia quella giusta, magari sono un povero deficiente ecc ecc ecc ecc ecc
 Tutte cose che in un mondo che sembra avere la verità in tasca, per carità, si apprezzano. 
 Tuttavia, costantemente ripetute in un fumetto, rischiano di renderlo quasi fastidioso. 
 Ogni tanto ti viene da dire: "Ok, Zero non preoccuparti lo so già che i turcomanni non sono tutti degli affaristi senza cuore, solo perché l'unico che hai incontrato lo era. Non penserò mai che sei come il nostro vermo politico che bercia idiozie dal piccolo schermo".

 La sensazione è che al momento gli manchi il coraggio di essere più crudele. Con sé stesso intendo.
 Tutti gli artisti hanno dei firewall, delle linee di confine che non riescono a superare. Non esiste scrittore che non abbia temi che non ama affrontare ed è normale che sia così. Tuttavia quando un artista scopre di avere dei limiti, dovrebbe chiedersi cosa gli impedisce di superarli.
 Quando questi non sono legati a remore morali, ma ad una sorta di timore personale casca l'asino.
 Creare è un processo che, senza tanta retorica, se fatto seriamente può essere molto doloroso: se scavo in quella direzione cos'è che trovo? Quanto dolore? Quanta amarezza? Quanto lato oscuro del mondo? E quanto del mio?

 Ne "La ragazza dello Sputnik", Sumire, la protagonista, aspirante scrittrice si perdeva su un'isola greca e tornava misteriosamente. Non era riuscita a scrivere niente di compiuto prima della scomparsa: scriveva scriveva scriveva, ma niente di compiuto usciva dalle sue mani.
 Sapeva da sola che il motivo andava ricercato da qualche parte. Prima pensava fosse perché non si era mai innamorata, ma quando, dopo una storia travolgente e strana, non riesce ad arrivare al cuore del problema, capisce di dover andare ancora più a fondo.
 La metafora che usa si rifà ad un'antica usanza cinese: attorno alle città, anticamente i cinesi costruivano delle enormi porte sulle quali incastonavano le ossa dei soldati defunti che, in tal modo, avrebbero protetto la città.
 Perché il rito fosse attivato dovevano però sgozzare dei cani e lasciare che il sangue attivasse il contatto tra le porte e gli spiriti dei morti.
  "Scrivere romanzi è un po' la stessa cosa. Puoi raccogliere tutte le ossa che vuoi, costruire la porta più splendida del mondo, ma ciò non basta a produrre un romanzo che sia vivo. Una storia, in un certo senso, non appartiene a questo mondo. Per creare una vera storia è necessario un battesimo magico, che riesca a mettere in contatto questo mondo con quell'altro."
 Alla fine Sumire torna dicendo che ha tagliato una gola e attivato le sue porte. 
 Non ha sgozzato ovviamente un povero cane, ma ha avuto il coraggio di fare quello che tutti i veri scrittori (e artisti in generale) dovrebbero fare per attivare la loro porta magica: sacrificare qualcosa di loro alle proprie opere.
 Il simbolo di "Kobane Calling" è un grande cuore pulsante.
 Sarebbe ora che Zerocalcare trovasse il coraggio di affondare il coltello nel cuore, il suo.

lunedì 24 agosto 2015

Le recensioni parallele: i gialli del greco Markaris vs i gialli del cinese Qiu Xiaolong. Quando gli omicidi rivelano la natura e la storia di un popolo tra cibi inquietanti, giudizi troppo spicci, mancanza di empatia e domande irrisolte.

Simbolo della recensione odierna sarà lo stupore di Jessica Fletcher
In questa giornata incredibilmente uggiosa (perlomeno da me), in cui faccio fatica a ricordarmi che è ancora Agosto (ovviamente io che non sono più in ferie gioisco del rinnovato fresco, ma poi ricordo che per molta altra gente siamo ancora nel bel mezzo della summer fiesta), ecco che scodello una forma alternativa del "Piccole recensioni tra amici". 
 Poichè analizzo libri simili le battezzerò "Le recensioni parallele".
 Era molto tempo che mi passavano tra le mani i libri di due giallisti molto letti: Markaris e Xiaolong e ho pensato che, col favore della biblioteca, fosse giunto il momento di rompere gli indugi.
 La soddisfazione, devo ammettere, non è stata completa e non per ragioni di particolari aspettative deluse, ma perchè tutti e tre i libri presi non erano costruiti per permettere al lettore di scoprire l'assassino.
 Una delle regole dei gialli tradizionali prevede che l'assassino debba apparire prima dell'ultima pagina. Se trovi un cadavere, indaghi su qualsiasi persona la conoscesse e poi casualmente scopri che l'assassino è stato un tizio che passava lì per caso, non siamo proprio nell'ambito del giallo, magari più del noir. 
 Markaris e Qiu Xialong, in effetti però, usano il giallo per descrivere un contesto, quello sociopolitico del loro paese d'origine: Grecia e Cina. Per carità, giustissimo, del resto le motivazioni che spingono le persone all'omicidio possono essere sociologicamente interessanti, specialmente se esse hanno collegamenti, in qualche modo, politici. Non sempre però, come vedrete nelle recensioni, il mix riesce.
 Ma forza recensiamo!

"RESA DEI CONTI" e "SI E' SUICIDATO IL CHE" di PETROS MARKARIS ed. Bompiani:
 Non so quanti articoli ho letto sull'ironico commissario Charitos di Atene. Esso, a capo della squadra omicidi di Atene, a bordo di una fiat consunta, con una moglie che manco Santippe e una figlia genietto che lui adora, risolve torbidi omicidi nella capitale greca.
 Ora, sarò stata sfortunata io, ma ho beccato due libri che hanno sostanzialmente una trama fotocopia, stesso identico movente, stesso identico giudizio morale (ho trovato un po' agghiacciante il finale con allegro brindisi finale di "Resa dei conti", insomma magari i morti erano dei corrotti che avevano tradito la patria, ma da qui a fare yuppidu..), stessi identici riferimenti alla storia recente della Grecia e al regime dei colonnelli, alla "generazione del politecnico" (che a quanto pare ha fatto la resistenza, si è fatta torturare e poi è diventata corrotta in massa andando al potere) e al rinnovamento pauperismo greco.
 In "Resa dei conti" l'inizio sembrerebbe folgorante: la Grecia, l'Italia e la Spagna sono uscite dall'euro (il Portogallo e l'Irlanda a quanto pare no) e la nazione ellenica si ritrova improvvisamente precipitata in una povertà diffusa. I giovani si danno immediatamente da fare con varie forme di solidarietà sociale e i più vecchi rispolverano usanze e ricette di quando (non troppo tempo prima) si stava peggio. Mentre Charitos apprezza lo spirito di economia domestica della moglie, apprende che sua figlia, avvocato, difende un giovane che sembra essersi lasciato mettere in galera apposta: figlio di un ex resistente, ora molto ricco e potente, si è sostanzialmente autoaccusato di spaccio, ma qualcosa non torna. Poi, ecco che arriva il primo morto ed è proprio il padre del ragazzo. Cosa sta accadendo? 
In "Si è suicidato il Che" invece, alcuni alti esponenti governativi si danno una morte spettacolare in tv, uno dietro l'altro. Charitos sarebbe in convalescenza per una pallottola che si è beccato nel libro precedente, na inizia a indagare assieme ad una giovane poliziotta, Koula, che in ufficio fa la cretina, mentre in privato è supersveglia (motivazione "Vuole sposarsi e gli uomini non vogliono le donne intelligenti").
 Le indagini del primo e del secondo libro sono sostanzialmente identiche: una serie di intrecci complicatissimi di palazzinari greci, un'enorme magna magna a seguito delle famose Olimpiadi di Atene, corruzione a qualsiasi livello, una strana sottovalutazione (del tipo sò ragazzi) dell'estrema destra, un quadro della resistenza al regime dei colonnelli (delle cui nefandezze però si tace) inquietante ("ok, sono stati torturati, ma poi si sono rifatti"). Per non parlare dei continui contortissimi e inutili riferimenti alla viabilità di Atene.
 Non so, scritti bene, ma già all'inizio del secondo libro mi sentivo un po' insofferente.
 Charitos sarà anche ironico, ma mi che Charitos pare manchi dei dilemmi morali di Montalbano, si lasci andare a giudizi con l'accetta e abbia una scarsa empatia con chiunque, vittime in primis. Tutto è molto bianco bianco e nero nero. Mi ha messo la pulce nell'orecchio per molte possibilità di approfondimenti sulla storia della Grecia contemporanea, ma da qui a dire che bisogna leggere Markaris per capire la crisi greca (come molti dicono), mi pare ce ne corra. 
Vi consiglierei di leggerne uno, ma aggiungerei che Markaris non dà dipendenza.

"LA MISTERIOSA MORTE DELLA COMPAGNA GUAN" di QIU XIAOLONG ed. Marsilio:
 Questo è il classico libro che una volta iniziato è impossibile posare. Mi ha fatto fare le tre di notte per giorni e con gioia (gioia che si stemperava quando a lavoro mi si chiudevano gli occhi, ma vabbeh).
 L'autore è un transfugo suo malgrado. Negli Stati Uniti per alcune ricerche universitarie durante le proteste di piazza Tienanmen, fu costretto a rimanerci per non essere condannato per connivenza ai movimenti studenteschi al suo rientro. In America ha iniziato a scrivere in lingua inglese i romanzi che hanno come protagonista, il giovane, avvenente, buongustaio, poeta e poliziotto fedele al partito, commissario Chen. "La misteriosa morte della compagna Guan" che si ispira ad un fatto di cronaca, è il primo della serie ed è davvero davvero notevole.
 Il commissario Chen si ritrova ad indagare sulla morte di una bellissima giovane ritrovata strangolata e buttata in un fiume che si rivela essere nientepopodimeno che una lavoratrice modello della nazione: la compagna Guan. Considerando che la vittima è una personalità in vista nella propaganda del partito, Chen deve muoversi come se fosse sulle uova, soprattutto quando intuisce che c'è un coinvolgimento da parte di alcuni alti quadri pronti a spedirlo a zappare la terra prima di subito.
 Non vi dico di più perché il giallo è appassionante e merita di essere letto. 
 Però posso parlarvi l'immenso gusto provato nel sentir descrivere i vari personaggi vittime della rivoluzione culturale in Cina (la gioventù considerata istruita mandata nel niente cosmico della campagna cinese per anni e anni a farsi rieducare dai contadini), gli assurdi piatti gustati e descritti magistralmente dal commissario (tenetevi pronti perchè si va da granchi deliziosi a pasticci di gatto e serpente fino allo stufato di cane).  
L'allegro Qiu Xiaolong
Si vengono a scoprire le immense differenze tra le diverse parti della Cina,
il complesso rapporto tra le generazioni e l'inizio della contraddittoria e paradossale trasformazione di un regime teoricamente a base comunista in uno ferocemente capitalista (mantenendo però un rigidissimo controllo da parte del partito in trasformazione). 
 Xiaolong descrive e guida davvero il lettore nella Cina di inizio anni '90, spiega le contraddizioni, dà voce ai personaggi secondari e alle loro storie, non giudica e pur lasciando indizi sulla personale interpretazione lascia che sia il lettore a farsi un'idea propria.
 Sarebbe troppo facile bollare la Cina come una nazione vittima di un regime, il commissario Chen a quel regime, per dire, aderisce, ma ne vede le contraddizioni e cerca la sua libertà in quello che è il suo campo d'azione. Mentre cerca l'assassino della compagna Guan procede su un'indagine sociale che lascia un interrogativo che dovrebbe essere quello di molti: ha senso lasciare un regime politico conclamato, ma di cui tutti fanno parte, per un regime più subdolo, quello del denaro, di cui fanno parte solamente in pochi?
 La risposta l'inaspettatamente romantico Chen non ce l'ha (il romanticismo è roba per gli occidentali e probabilmente lui l'ha assorbito dalle traduzioni dall'inglese che fa continuamente per case editrici), ma non vedo l'ora di leggere i prossimi libri e di rimanere sveglia molte altre notti.

Cina batte Grecia 1 a 0.

giovedì 11 dicembre 2014

Un instant post sullo sciopero contro il Jobs Act di domani. Tra Gramsci, il Sulcis, Zola, Minatori e dignità: pensiamo davvero al futuro quando prendiamo una scelta? E soprattutto la scelta la prendiamo o abdichiamo solamente addossando le colpe al destino?

Questo post ha bisogno di una premessa morale.
Ho lungamente pensato se scriverlo o meno  (e ancora adesso che lo sto scrivendo mi chiedo se lo pubblicherò), perché in qualche modo, questo blog che scrivo e gestisco da sola, coi mesi è diventato in qualche modo un po' meno mio e un po' più di chi lo segue, con mia grande gratitudine, perciò un po' più pubblico.
Lo statuto dei lavoratori data il 1970, anno in cui l'economia italiana sarà
pure stata in crescita, ma certo si era meno ricchi di adesso e il mondo e
l'Italia non erano agitati da presagi meno funesti dei nostri (solo che noi poi
sappiamo com'è andata a finire e non ci immedesimiamo nelle angosce e nel
coraggio che ci volle all'epoca per affidarsi ad un futuro che nessuno poteva
vedere).
Tuttavia, credo che proprio perché sono io a sedermi tutti i santi giorni per un'ora e mezza o due a produrre un post degno di essere letto da qualcuno, posso concedermi questo sviamento dal naturale corso degli eventi libreschi, pur in realtà appoggiandomi ad uno dei nostri amati tomi.
 Domani ci sarà lo sciopero generale contro il Jobs Act. 
 Accade in un momento piuttosto travagliato della nostra storia economica e geopolitica in generale. Non sono una statista ovviamente e neanche un'economista, tuttavia sono una cittadina e una lavoratrice e ci tengo a sottolinearlo non una lavoratrice che proviene da una famiglia ricca. Non sono tra coloro che se rimangono senza lavoro hanno madre e padre danarosi a sostenerli, non ho casa di proprietà, ma pago l'affitto, non ho gruzzoli di sostentamento, se dovessi fare quello che suggeriscono in troppi con molta sicurezza (ossia andare all'estero), dovrei indubbiamente implorare qualcuno di prestarmi soldi del viaggio e sopravvivenza per i primi tempi, che comunque volare altrove (cosa che francamente non ho intenzione di fare), un minimo di investimento iniziale lo chiede. 
Faccio questa premessa da libro "Cuore" per dire che non sono una che vuole fare una predica seduta su un ammasso di denaro o con le spalle ben coperte.
 Il mondo lavorativo di cui parlano ormai giornalmente non corrisponde a quello che conosco io.  O meglio, quello che conosco io non sopravvivrebbe indenne al Jobs Act. Io, come tante altre persone che conosco, non riuscirebbero a cavarsela se passasse una scure così pesante nel campo dei diritti.
 La battaglia contro il Jobs Act mi ha posto davanti ad una delle più grandi mancanze del nostro tempo, di cui proprio non riesco a farmi una ragione: la mancanza totale di solidarietà sociale. Sembra ormai che curare il proprio personale interesse sia superiore ad un bene generale, eppure è stato proprio il bene e il benessere generale che ha permesso (tra le altre cose) all'Italia di fare quel salto miracoloso che fece, in tutti i campi, dall'economia ai diritti. 
 Forse, voi che siete più fortunati di me, questa cosa non la sentivate nell'aria, ma se foste una persona che da anni chiede diritti elementari e si vede rispondere perennemente che "Non è il momento, ci sono cose più importanti a cui pensare (sottintendendo "le mie")", avreste capito molto prima che aria tira.
 Alle superiori la mia professoressa d'Italiano ci diede da leggere un libro odiato da molti che invece mi colpì moltissimo: era "Germinal" di Zola.
 La storia, a metà tra il verismo e il melodramma sindacale, vede Etienne, giovane operaio con idee rivoluzionarie (per rivoluzionarie si intende di uguaglianza sociale e miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori), venir licenziato dal suo precedente impiego per poi emigrare a lavorare in alcune poverissime miniere nel nord della Francia. Qui, scopre un piccolo mondo antico e viene accolto dalla comunità locale, poverissima, ma dignitosa che lavora quasi interamente in miniera in condizioni miserevoli e ovviamente senza alcun diritto. Ad un certo punto, i padroni delle miniere decidono di ridurre il già misero salario ai lavoratori ed Etienne riesce a convincerli a scioperare. La descrizione dei patimenti sempre maggiori di questa povera gente che sciopera per mesi (non per un giorno), a costo della fame, di morti, di qualsiasi tipo di dolore, occupa lungamente la parte centrale del libro. Lo stillicidio della lotta è talmente terribile che ti verrebbe voglia di dire ai minatori: "Lascia perdere, non vedi che stai morendo?", poi ti rendi conto che loro lo vedono benissimo, combattono non solo per quello stipendio, ma per un minimo di dignità in più. E sono disposti per quello non solo a morire, ma a veder morire i propri figli, perché che futuro consegnerebbero loro arrendendosi?
 Quando sento persone che, con la pancia piena, si muovono nel terrore di combattere per il minimo diritto, terrorizzati da chissà cosa, penso sempre a questo libro. E ho una sola risposta davanti all'inerzia dei singoli che si rintanano nelle loro case, (e non mi riferisco solo a questo sciopero, ma al modo di vivere la vita pubblica in generale): non c'è ancora abbastanza fame. Non c'è la vera fame.
 Il film di Annaud su "L'amante" di Marguerite Duras, diceva che "La ricchezza porta alla debolezza". E' vero, siamo deboli perché siamo stati a lungo troppo ricchi, o almeno molti di noi lo sono stati. 
 Stanno uscendo molti libri sulla lotta di classe, e non rievocano Marx, ma dicono tutti una sola cosa che dà il titolo all'instant book di Marco Revelli: "La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi" ed. Laterza. 
 E' vero, la stanno vincendo. Divide et impera si dice no?
  E allora hanno diviso tutti, hanno addirittura avuto il coraggio di dire che esistono lavoratori di serie A e B (giustissimo che un precario non vive mica la vita di un indeterminato a meno che non sia un libero professionista di alto livello), proponendo come soluzione non di estendere diritti ai lavoratori B, ma di toglierli agli A. E ripeto non sono un'economista, ma mi chiedo: in che modo dare ancora meno diritti aiuterà l'economia? Le banche non concedono mutui a chi è senza diritti, i padroni di casa vogliono le buste paga e non si fidano se qualcuno non ha l'indeterminato o genitori che garantiscono (lasciamo stare gli ulteriori problemi a cui vanno incontro le categorie discriminate per cui non è mai ora di fare qualcosa, tipo le coppie gay), non puoi concederti spese straordinarie, sei costretto ad ammassare risparmi, per quel che puoi, attendendo di far passare la buriana. 
 E allora mi chiedo: a chi giova questo gioco della sedia, in cui si crea lavoro rendendo il lavoro non solo più incerto, ma più arbitrario, meno tutelato? Davvero serve a far girare l'economia?
 I minatori di Zola erano povere persone, gente senza nessuna istruzione che viveva con ritmi rurali (ben descritti anch'essi), senza particolari aspirazioni personali. Eppure, davanti alla possibilità di agguantare assieme allo stipendio pieno (e comunque misero) una dignità maggiore, sacrificano tutto, la vita, i figli, la casa. Hanno una lungimiranza che in noi sembra ormai scomparsa. Noi siamo mediamente molto più istruiti, abbiamo possibilità di informazione (vera, non quella presa a caso in giro) infinitamente maggiori, eppure la maggior parte di noi sembra non riuscire a pensare criticamente in autonomia, a prendersi una responsabilità.
 Ciò che si avverte nella strana paralisi generale, è che esista solo il presente, l'ora, che il passato sia un peso immane da cui liberarsi (vecchiume che ce serve?), ignorando il futuro (ce penseremo). Il risultato è che si piantano solo piante rachitiche che non daranno mai frutti e quindi la domanda ritorna: a cosa e a chi serve realmente tutto questo?
 Il libro di Zola non finisce col trionfo, anzi. Non ve ne svelo la fine perché è bellissimo e ve lo straconsiglio, ma insomma non è che i veristi francesi o italiani fossero allegri, probabilmente perché erano veristi. Tuttavia, è difficile pensare che per i protagonisti tutto sia stato inutile perché la storia ha insegnato che in quel momento contingente la loro lotta forse aveva fallito, ma sul lungo periodo aveva vinto, piantando alberi enormi.
 Faccio una postilla, per gli eventuali commenti. 
 Sulla pagina di fb, ho pubblicato un articolo di "Internazionale" in cui si parlava di una sorta di boicottaggio ad Amazon perché i lavoratori di questo adorato distributore non hanno diritto al salario minimo (e se volete vedere in che condizioni lavorano leggete pure "En Amazonie" di Jean-Baptiste Malet). Un commento è stato che insomma chi glielo faceva fare a questa gente di lavorare lì? Potevano alzare il sedere e cercare un posto migliore. 
Chissà quale misterioso masochismo spinge le minatrici
del Sulcis non solo a lavorare in miniera, ma a difendere
con le unghie e coi denti i loro posto di lavoro: sarà la dignità?
Sarà lo stipendio per sfamare la famiglia? Non comprendo
proprio perché non espatrino ad occupare posti di dirigenza che
le stanno sicuramente aspettando in tutta Europa.
Ecco, io penso che sia questa la trappola più grande: pensare che se nella vita non hai raggiunto un livello lavorativo degno la colpa sia solo tua e non devi lamentarti, non devi chiedere, non devi pretendere un trattamento migliore.
 Il lavoro che hai, ma soprattutto le condizioni lavorative in cui versi vengono passate come una scelta che noi facciamo e di cui meritiamo le conseguenze. Ma che scelta ha un lavoratore di 40 anni licenziato con una famiglia a carico? Un ventenne con i genitori che contano su di lui? Un ragazzo a partita Iva che non ha la famiglia dietro a coprire spese che non riesce a sostenere?
 Bisogna pensare e leggere e studiare, ma soprattutto fare qualcosa di ciò che leggiamo, pensiamo e studiamo. Le scelte è vero, sono personali, anche fregarsene però, anche l'indifferenza al proprio destino e a quello degli altri che magari sono meno fortunati di noi, è una scelta con delle conseguenze.
 Concludo con un celebre pezzo di Gramsci che vale sempre, perchè non esistono periodi della storia in cui essere indifferenti diventa meno grave di altri momenti.
 Il presente influenza sempre il futuro:
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. 
Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. 
Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. 
Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? 

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.
 
Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.
Ps. Ovviamente non considero chi non aderirà allo sciopero un indifferente. Considero chi non pensa alle conseguenze e in coscienza e informandosi se aderire o meno a questo sciopero, se leggere il Jobs Act, se vivere nel paese reale, un indifferente. Lo sciopero è solo la circostanza in cui ho scritto questo post, domani torno a parlare di regali di Natale.

venerdì 24 ottobre 2014

Del perché considero il libro di Valerie Trierweiler, "Grazie per questo momento", una carognata megagalattica. Uso strumentale del lettore e della scrittura, nessuna possibilità di replica e la presunzione della Verità, non so davvero cosa scegliere.

Circa due annetti fa decisi di mettermi a leggere Irene Nemirovsky.
Tutti la consigliavano, tutti dicevano che bello che bello, capolavoro, chi ero io per non darle una possibilità. In libreria iniziai a leggere le trame dei libri alla ricerca di qualcosa che mi ispirasse, il caso volle che le trovassi tutte mortalmente pallose. 
 Fidando in quarte di copertina scritte male, presi praticamente a caso "Il calore del sangue" e mi ritrovai persa in questa pallosissima storia di latifondisti francesi che si tradivano in mezzo alla campagna.
 Lo ricordo ancora con una tale antipatia che non solo per liberarmene ho dovuto fisicamente dare via il libro, ma ancora mi fa rabbia.
 Generalmente io non sono una persona vendicativa e neanche rancorosa, trovo che portare rancore (se non in casi estremi ovviamente) rovini la vita. Tuttavia se qualcosa non mi piace, se una persona non è di mio gradimento per qualche motivo, qualsiasi cosa essa possa fare non farà che rendermela ancora più antipatica. Non c'è carineria che tenga né razionalità, mi stai sulle ovaie e mi stai sulle ovaie.
 Credevo che tale poco nobile pratica si potesse applicare solo ad un altro essere vivente, possibilmente senziente, ma libri come quello della Nemirovsky mi hanno convinto che posso provare un sentimento di infinita antipatia, paragonabile ad un'orticaria molesta, anche nei confronti di un libro.
 Perché questo preambolo sui miei gusti manichei? Per il semplice fatto che ieri è giunto sulle nostra tavole la traduzione di quella verissima carognata megagalattica che è "Grazie per questo momento" dell'ex premiere dame, Valerie Trierwailer.
  La storia la conosciamo tutti. Per motivi che rimangono ignoti, i presidenti francesi non riescono ad avere una vita sentimentale normale e si sentono tutti in dovere di imitare le gesta del Re Sole, tra figlie segrete, amanti, prime mogli che scappano con miliardari costringendoti a sposare in fretta e furia una modella di origini torinesi, e, infine, un tradimento in salsa cinematografica.
 Hollande, dopo aver tradito la fu Segolene Royal, nel momento meno opportuno della storia (ossia quando lei si stava candidando a presidente francese) con la giornalista Trierwailer, nove anni dopo ripeteva l'impresa tradendola con un'attrice francese che pare una sciura bergamasca ben riuscita.
 La Treirwailer a quel punto, pianta un casino che manco madame de Pompadour, si sente male, viene portata in ospedale, implora Hollande di tornare da lei e lo attende a Versailles (davvero lo attende a Versailles), quando lui non torna, lei dimagrisce, si chiude in casa e macina una vendetta tremenda vendetta, ossia scrive una sputtanatio di dimensioni epiche, appunto "Grazie per questo momento". 
 Il libro viene stampato, diventa un successo, alcuni librai francesi si rifiutano di venderlo, forse dimentichi del fatto che probabilmente hanno la libreria piena di porcherie di ogni genere, "Mein Kampf" compreso, e alla fine, ieri, 'sto libro è giunto anche in Italia, dove solo il tempo ci dirà quanta voglia abbiamo di spettegolare.
Ci sono vari motivi per cui ho sentito un'antipatia ENORME per questo libro.
1) Chi caspita è Valerie Trierwailer? 
 In Francia hanno questo strano istituto della Premiere Dame che almeno in Italia abbiamo avuto il buon gusto di non copiare. Ossia la moglie/compagna/ma sarebbe meglio moglie, del capo di stato ha un ufficio suo, con collaboratori suoi e una sua immagine e un suo peso politico. La grande differenza è che, al contrario del marito, non l'ha votata nessuno. Quindi, tecnicamente, costei non è nessuno. La sua opinione dovrebbe contare quanto quella di un comune cittadino, la sua presenza o assenza non dovrebbero significare praticamente nulla per nessuno.
 Il fatto che perciò si atteggi ad una martire pubblica, quando il suo è un fatto puramente privato lo trovo svilente per la politica e francamente pure per le donne, che, generalmente, non misurano la propria vita in rapporto all'uomo, per quanto potente che le accompagna.
2) Il libro è una carognata che usa i lettori. La Treirwailer sapeva benissimo, scrivendolo, che Hollande non avrebbe potuto replicare pubblicamente, non avrebbe potuto raccontare la sua versione dei fatti, non avrebbe avuto diritto a raccontare la storia dal suo punto di vista. Costei è una giornalista, sa benissimo che manipolare l'opinione pubblica dovrebbe essere deontologicamente scorretto, ma pur di vendicarsi ha USATO i lettori.
 Intendiamoci, i lettori che si lasciano usare tranquillamente, hanno anche loro una grandissima parte di colpa. In questo caso specifico ancora più grande visto che rendendo questo libro un bestseller si sono resi complici di una vendetta privata con conseguenze pubbliche gigantesche.
3) Il libro è scritto in un modo pietoso, nel senso che è tutto impostato per ispirare una somma pietas nel lettore.
  Mi sono detta che prima di giudicare avrei dovuto leggerlo, e ieri ne ho saltabeccato ampi stralci. Magari, mi dicevo, il pezzo in cui sosteneva che Hollande chiamasse i poveri "sdentati" era una goccia nel mare. Ebbene, il libro è molto peggio.
 Se fosse un romanzo avrebbe una sua dignità, come storia di vita vissuta è degna di un romanzetto d'appendice scritto da Fabrizio Corona. 
  La Royal, da odiatissimo fantasma del passato, dopo il tradimento, diventa addirittura una donna con cui solidarizzare. 
Hollande caro, vai a Brescia e Bergamo
e trovi tutte le Gayet che vuoi
 Il personaggio principale di questo romanzo rosa (che altro non saprei come definirlo) è una donna che si è costruita da sola, madre di tre figli maschi avuti da non ho capito se uno o due mariti, amante appassionata, donna perdutamente innamorata. Proveniente da una famiglia quasi povera si è costruita da sé, non come la Gayet che pare invece sia una parigina bene. Hollande è ora un bugiardo, ora un freddo calcolatore, ora un politico furbissimo, ora l'uomo che doveva sposarla, ma poi non voleva (lei finge di non volerlo, ma si capisce che si mangia le mani per non averlo fatto), ma poi doveva.
 Questo ovviamente dopo averle fatto la pelle sia nella vita privata che con quell'amabile tweet in cui tifava alle "regionali" francesi per il suo avversario. Anche la celebre storia del tweet contro la Royal assume toni ridicoli. La Trierwailer sostiene di essere stata pura e candida, scevra da ogni desiderio di sabotare la ex del suo compagno, guidata solo da una purezza interiore, come un faro nella notte. Maligni noi che credevamo fosse una giornalista esperta in grado di usare i mass media con raziocinio.
 Ci sono le parti pietistche dell'infanzia nella casa popolare, la malvagia nuova donna, i figli posti sempre come primo bene, lei madre tradita, lei orfana di padre, il malvagio seduttore che domina la Francia. Praticamente è un pessimo incrocio tra "Notre Dame de Paris", un romanzo di fantapolitica e uno di quei libri che parlano di donne meravigliose dal cuore spezzato che escono dal buio in cui un aguzzino dei sentimenti le ha precipitate.
 Tutto ok, se non fosse che la signora cerca di farci credere che la sua sia la VERITA'.
 C'è una cosa che nella mia vita non sopporto e non ho mai sopportato: essere presa per stupida. Si possono ovviamente avere idee sbagliate, si può perseverare nel credere cose errate, ma prendere gli altri per deficienti è indubbiamente un peccato che non posso perdonare. Questo libro borioso è esattamente questo: prendere il prossimo (un prossimo che intendiamoci, nella maggior parte dei casi ci si fa prendere) per deficiente.
 Mi riesce difficile non vedere nella disperata accusatrice, una donna disperata per aver perso un potere agognato e appena sfiorato. Ha fatto un uso indegno della scrittura a mio parere e lo so che escono libri peggiori, ma vi giuro che raramente qualche tomo in questi anni mi ha causato un travaso di bile maggiore.
 So che i libri omofobi sono scritti da omofobi che si arrampicano sugli specchi, che quelli fascisti fanno capo a gente col paraocchi e spesso ignorante, che gli scaffali sono pieni di storie voyeuristiche sul dolore altrui. Però, in nessuno di questi casi si fa un uso così srtrumentalmente odioso della scrittura e del lettore. 
 Grazie Valerie, per questo momento di alta letteratura, ne avevamo bisogno.

Ps. Scusate se mancano gli accenti alle parole francesi, mò vado di corsa, appena posso li metto.

lunedì 7 ottobre 2013

Chi governa davvero il mondo? Le grandi teorie della Kospirazione. Il club Bilderberg e i rettiliani nazisti passando per bambini viziati con superpoteri

Ricordo una battuta di Luttazzi, quando ancora era in giro e non si era lasciato cogliere dalle paranoie, che suonava più o meno così (cito a memoria perché ovviamente non ho il libro con me, mi pare fosse "Satyricon"): "Ho trovato un professore che fa quadrare tutti i collegamenti di tutti i misteri italiani da Ustica alla strage di Bologna, l'unica falla è che Andreotti dovrebbe essere un aborigeno austrialiano e c'è qualcosa che non va".
 Ho riesumato il buon Daniele per introdurre questa fascia di libri allucinanti che negli ultimi tempi, forse complice qualche guru in vista, si stanno propagando con un virus prodotto in laboratori malvagi, nelle librerie: parlo dei libri sulle grandi kospirazioni mondiali.
  Premetto: ci sono due tipologie di libri sulle kospirazioni. 
1) Kospirazioni vere ma con titoli a effetto pronti a scatenare ondate di panico e svenimenti tra le sciure tipo "Pane e bugie" o "Cibo Criminale".
 2) Kospirazioni che fanno capo al club Bilderberg.
 Allora, io non so chi ha dato vita a questa isteria di massa, fatto sta che prima infilavamo i libri sul club Bilderberg in New Age, ora possono giungere financo alla sezione di Economia. E questo mi pare uno dei chiari segnali del perché l'economia va a rotoli. Per chi fosse rimasto fuori dal mondo e non sapesse cos'è questo club, trattasi di una sorta di cenacolo di ricconi, (di cui vi informo che per l'Italia ha fatto pure parte Bernabè, uno a cui hanno venduto l'azienda mentre dormiva), che tirano le sorti del mondo come grandi burattinai. Costoro si incontrano in hotel di lusso per tre giorni l'anno, si danno pacche sulle spalle, si mettono d'accordo per far fallire qualche stato, scatenare guerre civili ed espandere multinazionali poi via, tutti a casa col gelato. Bernabè che organizza una guerra civile quando non sa nemmeno a capo di cosa stia, devo dire mi fa sorridere.
Ma non fa sorridere tutti i fruitori di "Il club Bilderberg" di Daniel Estulin, i cui cenni biografici di cui lui è l'unica fonte, ci informano che è nipote di un colonnello del KGB e figlio di un dissidente torturato dal KGB (e qui nella mia mente parte la scena dell'antico console romano che consegnò il figlio colpevole alla morte). Costui, (che alla domanda su come ottiene le informazioni, dice che le prende dal grande archivio del nonno spia) stravende e ha dato ovviamente vita ad un suo epigono italiano, Domenico Moro, che, tanto per rimarcare subito la questione, piazza il celebre occhio nel triangolo che appare su tutte le massonike bankonote amerikane in copertina.
 Ma non temiamo, Estulin ha già dimenticato il padre dissidente dandosi al romanzo d'azione con l'imperdibile "Kospirazione Oktopus", con tanto di polpo in vista. Lui novello Ken Follett. 
Chi invece non dimentica e continua a sfornare libri inquietanti, fortunatamente ancora non assurti all'olimpo della geopolitica seria è questo David Icke, ex giornalista sportivo della BBC (vedete i danni delle risorse umane contemporanee?) grande fautore della teoria del komplotto rettiliana.
 Sì lo so sembra X-files ma non è, anzi, costui vende più e più tomi fondati sul questo grande assunto: in verità la terra sarebbe governata da una misteriosa razza aliena rettiliana (una sorta di club Bildelrberg ufo) che grazie ad alcuni ibridi, tra cui la regina d'Inghilterra, governa le sorti del mondo. Anche Obama fa parte della cerchia e la luna è in realtà un grande computer posto lì a controllarci, inoltre, sappiate l'ascesa di Hitler al potere e lo sterminio degli ebrei sarebbero stati causati da una grande kasta di bankieri ebrei e rettiliani. No lui non è antisemita, non può esserlo se in realtà la colpa è dei rettiliani (che poi casualmente si ibridano con dei ricchi rappresentati del popolo ebraico), no? E' ovvio. Nel dubbio un po' di gruppi nazisti lo appoggiano e lui continua a sfornare gigalibri che vengono tradotti e riportano anche i partecipanti annuali alle riunioni del club Bilderberg. Mario Monti perfido rettiliano, in effetti anche Crozza notava un certo irrigidimento innaturale nella sua figura.
Ma secondo me il tocco di classe è quando riesce a collegare i rettiliani ad un altro filone di delirio komplottistico molto in voga: i bambini viola o indaco che coi colori si fa sempre casino.
 Secondo lui questi bambini viola ci salveranno dal controllo rettiliano perchè sono in grado, coi loro poteri, di difenderci dal controllo che esercitano sulle nostre menti.
 Che cos'è un bambino viola? Allora, per alcuni soliti esperti americani e alcune madri ottenebrate dall'amore per il proprio scaraffone, è un bambino dotato di immaginazione e doti superiori ai normali esseri umani. Non pensate al piccolo genio, pensate a dei piccoli viziati. Il tuo bambino non ha voglia di leggere e preferisce trastullarsi ore col pc? Signora mia è un bambino viola, lui SA già cosa gli piace, non devi limitare la sua immaginazione e le sue voglie. Si rifiuta di andare a scuola perché vuole giocare tutto il giorno? Sta esprimendo le sue doti di leadership, altro che capricci!
 Questi piccoli tiranni, che cresceranno probabilmente ignoranti visto che decidono loro se e come studiare, sono supportati da veri esperti. Da "I bambini indaco" di Lee Carroll e Jan Tober vi riporto le seguenti biografie.
 Debra Hegerie: Per 14 anni ha svolto la professione di ragioniera che impegna tipicamente il "cervello sinistro". Poi ha deciso di seguire una carriera più orientata verso il cervello destro lavorando part-time come consulente di viaggio e sensitiva. Ha fondato un'azienda che tiene conti commerciali per terzi e consulenze medianiche. (?!?).
 Poi ci sono Karen Eck, da sempre ricercatrice della verità e Peggy e Steve Dubro che "Hanno ricevuto il grande dono della conoscenza universale".
 Finché uno si fa grasse risate sull'argomento va tutto bene, ma quando questi libri vendono e donne incinte ti vengono a chiedere robe sui bambini indaco perché "la ginecologa  me l'ha consigliato", non inizi forse a pensare ad una grande kospirazione di delirio kosmico e a preokkuparti?
 Io sì.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...