Pagine

Visualizzazione post con etichetta francia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta francia. Mostra tutti i post

martedì 23 maggio 2017

Piccole recensioni tra amici! "Sabine", "Babyji" e "Residenza Arcadia", pessimi vampiri francesi, ragazzine indiane e indifesi e terribili vecchietti.

Per l'ennesima volta scrivo il post il giorno di un attentato, peraltro un attentato a dir poco vigliacco. 
 Non che gli attentati solitamente non lo siano per definizione, ma fare strage di ragazzine e bambini è davvero l'apice della vigliaccheria.

 Come tutte le volte precedenti, dopo lo sconcerto, viene sempre la stessa domanda: che cos'è che possiamo fare?
 E la risposta, almeno per me, è sempre la stessa, ossia continuare come se nulla fosse.
 E non perché non è accaduto niente, perché, come al solito, se penseremo che allora, forse dovremmo veramente modificare le nostre abitudini, allora avremo perso davvero.

 Se i nostri genitori e i nostri nonni hanno affrontato la guerra e gli anni di piombo, mi ripeto (e ripeto) ogni volta, allora anche noi, immagino, riusciremo a farcela, restando sempre umani a resistere, resistere, resistere.

 Perciò oggi, come tutte le altre volte che c'è stato un attentato, ho comunque scritto un post, come se fosse una giornata come le altre e non perché lo sia, ma perché è quello che deve essere fatto.

Curiosamente, i due libri dei tre libri che recensisco oggi hanno per protagoniste due adolescenti, una ragazza inglese negli anni '50 in Francia e un'intraprendente ragazza indiana contemporanea. Uno è un bel libro, l'altro no. Il terzo, invece, è una graphic.

Forza e coraggio! Si comincia!

SABINE di A.P. Neri Pozza ed.: 

 Lo avevo adocchiato quando ero uscito, ma già allora avevo letto recensioni poco lusinghiere e così avevo lasciato perdere. 
 Tuttavia, la scorsa settimana, cercando un regalo di compleanno (che poi non ho trovato), l'ho recuperato all'usato in ottime condizioni e ho deciso di fidarmi di questa storia "di un amore proibito nella Francia degli anni '50" (cit.) con in copertina una di quelle sane illustrazioni dei pulp lesbici dell'epoca.
 Lo dico subito: è pessimo. Molteplici sono i motivi.

 Nella mia ingenuità l'ho scusato fino ai due terzi delle pagine, convinta che si trattasse di un libro come "Olivia" della Strachey, ossia un documento dell'epoca che fu.

 Quindi insomma ci poteva stare che fosse superato e scritto alla carlona: dopotutto quello che era davvero interessante era il suo valore come documento storico. Quando, verso pagina 150, ho cercato informazioni su internet scoprendo che è un'opera contemporanea, mi è preso un colpo.

Dunque, siamo nella campagna francese degli anni '50, si inizia a respirare aria rivoluzionaria, ma per il momento, il massimo della vita rimangono gli esistenzialisti francesi capitanati da Sartre e la de Beauvoir.
 Viola è una ricca donzella inglese mandata dal padre a studiare in Francia in questo curioso collegio misto. Ci sono infatti ben 5 alunni, 4 femmine e 1 maschio (che, mi pare di aver intuito, noi dovessimo intuire fosse gay), reclusi in un maniero francese a imparare un po' niente.
 Veglia su di loro la direttrice Aimee, che, come specie di maitresse, porta gli sventurati giovani a balli molto spinti che si delizia di guardare con lussuria.

 Un giorno arriva nel maniero Sabine, la nuova insegnante, una studentessa di medicina provvista, dobbiamo supporre, ha qualche tendenza lesbica avendo "qualcosa di mascolino" e Viola se ne innamora perdutamente. La cosa abbastanza grave è (oltre alla pessima scrittura e alla mancanza di senso del ridicolo) che la promessa storia d'amore proibita in realtà non c'è.

 A.P., chiunque esso sia (perché non ha neanche avuto il coraggio di firmarsi), ci dice vagamente che sono state felici per tre mesi e che non c'è stata penetrazione di alcun tipo (cosa che avremmo anche potuto ignorare visto che non viene descritto neanche mezzo bacio), poi, durante un ballo in maschera, Sabine cade tra le braccia di Roland, il figlio di Aimee, curiosamente vestito da Ofelia.

 Da quel momento in poi Sabine si interessa a Roland gettando Viola nella più cupa disperazione.
 In contemporanea però Sabine inizia a diventare anemica, e, per motivi discretamente inspiegabili, i genitori dei cinque collegiali si preoccupano per un'eventuale "epidemia", ritirando i figli dalla scuola.
 Viola si fissa allora con l'idea che in realtà Roland sia un vampiro e che Sabine sia diventata sua succube (cosa che spiegherebbe sia l'anemia, sia l'improvviso cambio di orientamento sessuale).

 Mentre tu sei lì che pensi a quanto sia delirante l'adolescenza, A.P. decide di stupirti e di trasformare una stramba storia di lesbismo in collegio in un racconto di vampiri. Inizia quindi a seminare il dubbio e poi la certezza che, effettivamente, Viola abbia ragione.

 Non vi racconto il finale anche perché, onestamente, non l'ho neanche capito. Statene alla larga.


BABYJI di Abha Dawesar ed. Feltrinelli:

 Per vari anni ho girato, un po' incerta, attorno a questo libro, nonostante avesse tutte le caratteristiche per piacermi, compresa la collana (anche se fa parte di quel brevissimo periodo in cui i Canguri Feltrinelli avevano quella specie di insensato bollino al centro che deturpava la copertina).
 Avevo l'impressione che non mi sarebbe piaciuto, poi anche in questo caso l'ho trovato all'usato ad appena tre euro e ho deciso di dargli una possibilità.

 Mi sbagliavo grandemente. E' un ottimo libro, scritto bene, con grazia e ha come protagonista un'intelligentissima ragazzina dalle idee molto chiare ed estremamente determinata.

 La storia è quella di Babyji, (che in realtà è il suo soprannome affettuoso, ma mi sembra che non venga chiamata mai col suo vero nome), sedicenne appartenente a una delle caste indiane più elevate nonostante la sua famiglia non sia particolarmente benestante.

 Frequenta un liceo privato e i suoi progetti per il futuro sono: non sposarsi e diventare astrofisica.
 Bisogna dire che i genitori sono ben felici che lei studi (anzi, vorrebbero diventasse ingegnera perché guadagnerebbe più soldi), inoltre sono molto presenti e ha con loro un ottimo rapporto.

 La parte del conflitto con le figure genitoriali è quindi completamente assente, anche perché Babyji, da ragazza intelligente quale è, sa benissimo che l'unico modo per fare quello che le pare è fingersi una studentessa e figlia modello. 

 Fingersi perché a sedici anni scopre di essere una latin lover e intreccia ben tre relazioni in contemporanee: con India, una quarantenne sofisticata, con la sua nuova domestica (che contribuirà a istruire e a salvare da un marito molesto) e con una sua compagna di classe.

 Nessuna delle tre però, nonostante i suoi sforzi, si rivela una relazione paritaria o degna di una vera storia d'amore: la compagna di classe vuole solo giocare e sperimentare, la domestica è talmente grata che per lei si darebbe anche in pasto ai leoni e India sa benissimo da sola che vent'anni di differenza, a quell'età, possono esser troppi (non è una signora Macron).

 Nel frattempo altri personaggi si animano intorno alla bella Babyji: il padre del suo migliore amico. un irascibile compagno di classe di casta inferiore che per qualche inspiegabile motivo (ho immaginato una sorta di specchio nel quale Babyji si vede riflessa) aiuta sempre e il figlioletto di India.

 Non ci sono drammi, ma la precisissima fotografia dell'anno che tutti abbiamo avuto: l'anno in cui tutto cambiò e diventammo adulti. 

 Quello che rende davvero particolare Babyji rispetto ai protagonisti di quasi tutti i romanzi di formazione è l'intelligenza che riesce, incredibilmente, a preservare in lei quella sorta di meraviglia verso il mondo.
 Nessun adulto riesce a schiacciarla, nessun coetaneo a farla sentire meno di quel che è. Lei va avanti dritta per la sua strada e di sicuro il mondo sarà suo.


RESIDENZA ARCADIA di Daniel Cuello ed. Bao Publishing:

 Su fb seguo vari autori di fumetti e, devo dire, che Daniel Cuello è uno di quelli che preferisco. 

 Mi piace il tratto e mi rivedo in molte vignette (già che ci sono rivelo che anche gli altri miei preferiti: Lorenza Di Sepio, Stefano Tartarotti e Odde), soprattutto quelle in cui si dispera per la malvagità che circola sul web.

 "Residenza Arcadia" è la sua prima graphic, dopo varie opere di altro genere e, secondo me, Cuello ha avuto la grande intelligenza di puntare sul suo pezzo forte: gli anziani.

 Non ci sono molte graphic che abbiano come protagonisti assoluti degli anziani, quella più famosa forse è "Rughe" di Paco Roca (meravigliosa, COMPRATELA), anche perché ci vuole, oltre che una mano felice, anche una sensibilità felice per affrontare quest'età della vita.

 Gli anziani di Cuello sono intrattabili e molesti, bruschi e despotici, ma al contempo teneri e, soprattutto, indifesi.

 "Residenza Arcadia" si svolge tutto all'interno di un condominio, fuori c'è una sorta di regime militare in stile Sudamerica (anche Cuello è sudamericano anche se vive in Italia da anni), perennemente alla ricerca degli ultimi dissidenti da stanare.

  Dentro il condominio varie famiglie convivono, loro malgrado, incontrandosi e scontrandosi con quel mix di falsa cortesia e rabbia repressa che ben conosce chi ha sempre vissuto in palazzi in condivisione.

 Nel palazzo vivono, tra gli altri, due anziani, la signora Marta e il signor Attilio. 
 Entrambi soli con il loro animali, apparentemente abbandonati a loro stessi, scorbutici e combattivi. Tra loro sembra esserci stato qualcosa in passato ed è lì la terribile, struggente, chiave di questa graphic.

 Perché gli inquilini non vogliono la nuova famiglia che sta per trasferirsi? Perché la signora Marta è così furiosa? Chi era il signor Attilio?

 Cuello ha misura e soprattutto possiede quella compassione che serve a raccontare la vita di chi è quasi arrivato alla fine e fa i conti col proprio passato, arrabbiato e indifeso.

 Straconsigliato (e preparate i fazzoletti).
 Per un po' di pagine di anteprima potete andare al link.

mercoledì 11 novembre 2015

La "sindrome di Montecristo", il nostro desiderio di trionfo e le aspettative che vengono deluse. Una recensione (peccato il finale) di "Finisco di contare le mattonelle" di Elisabetta Romagnoli.

 Non so quando esattamente, ma non molto tempo fa vidi uno di quei film che gli americani si ostinano a fare nonostante l'idea trita ritrita e ritrita che, stranamente, si rivelò particolarmente illuminante. 
Forse riflettendoci, era "Trent'anni in un secondo"
Parlo di quei soggetti in cui o madre e figlia si scambiano il corpo così si prova l'ebbrezza di ricordarsi cosa si prova a quattordici anni, o il giorno in cui ti svegli e scopri di colpo di non essere più una quattordicenne sfigata, ma una trentenne di successo.
 Il film, di cui non ricordo francamente titolo o trama specifica, aveva però una frase in stile memento mori: "Lo schema di ciò che sarai e di quali saranno i rapporti umani per tutta la vita vita, sono già visibili e fissati alle scuole medie".
 Se a tredici anni facciamo parte della parte di popolazione adolescenziale vessata dal prossimo, abbiamo davanti a noi due strade: soccombere o covare rancore e livore che ci consentiranno di uscire dal nostro stato di minorità e trionfare in differita di dieci o venti anni.
 Questo porta ad un segreto pensiero che credo molti di noi continuano ad accarezzare nel tempo: la voglia mista ad un certo timore di rincontrare qualcuno che non vediamo da anni. 
 Una voglia non legata a nostalgia, ma al desiderio di mostrargli cosa siamo diventati nonostante loro o nonostante loro sembrassero in netto e spesso ingiustificato vantaggio su di noi. 
 Questo sentimento credo sia molto umano e l'ho personalmente ribattezzato "Sindrome del conte di Montecristo".
 Riflettiamo, siamo tutti un po' montecristi (non ci credo che non abbiate almeno una persona su cui vorreste trionfare a posteriori), anzi speriamo di diventarlo. 
 Il povero Edmond Dantès, avviato verso un futuro promettente, con l'amore in tasca, la gioventù più splendente, viene rinchiuso in un sotterraneo con un abate per venti lunghi anni. I motivi che hanno spinto i suoi nemici (e anche i suoi amici) a rinchiudercelo, sono numerosi e vanno dall'interesse all'invidia, tuttavia, essi, nonostante i rimorsi incrociati, non sanno che un giorno egli tornerà dalle tenebre in cui l'hanno rinchiuso.
 E non solo, ma si vendicherà nel modo in cui tutti speriamo di vendicarci (oh, leggete in modo positivo e astratto l'accezione di vendetta), ovvero riapparirà tra i vivi con un aspetto languido e vagamente pallido tanto in voga tra i vampiri ottocenteschi, ricco come Creso, astuto come una volpe, intelligente e tagliente come uno stratega consumato. I suoi nemici, ex amici ed ex amori avranno di che soccombere. 
 Ecco, immagino che al mondo esistano persone pure, meravigliose, illuminate, che tutto lasciano scorrere e, tutto perdonano. Io non sono tra queste e temo di essere in buona compagnia.
 Per non darvi un'impressione sbagliata di me, arrivo al punto in cui voglio far andare a parare questo discorso, ossia ad una graphic novel uscita da poco per Bao Publishing di Elisabetta Romagnoli ( tra l'altro giovanissima, classe 1988), "Finisco di contare le mattonelle".
Attirata dallo stile grazioso e dai toni molto colorati l'ho iniziata assai speranzosa ritrovando questa pista così poco battuta della sindrome di Montecristo. 
 La protagonista è una trentenne (o giù di lì) che da ragazzina si era invaghita di un tizio che non la filava. A posteriori non saprebbe dire perché ne fosse così attratta, ma la faccenda di non essere riuscita a strappargli neanche un bacio le è rimasta sul gozzo.
 Accade così che decida di rimettersi in contatto con lui che nel frattempo è diventato un pilota di aerei e si è trasferito a Barcellona. Presa da un'incontrollabile sindrome di Montecristo, essa decide di partire per conquistarlo in differita: ora ha viaggiato, ha esperienze da vantare, anche amorose, non è più una ragazzina, ha qualcosa più che da offrire da dimostrare.
 L'inconsapevole duello tra i due, lei impegnata a sciorinare il suo curriculum vitae a scopo rimorchio, lui che di rimando dimostra comunque di essere ancora più avanti di lei, è la parte più interessante del libro. 
 Non è che nella vita deve per forza succedere qualcosa e non è neanche vero che dieci anni dopo noi si sia davvero recuperato lo svantaggio che credevamo di avere all'inizio. Certe volte è proprio come nei film americani, ci accorgiamo di essere rimasti nella stessa posizione di cui godevamo, poco invidiabilmente, in seconda media.
 E davvero il libro, con un buon finale, sarebbe stato promettente e ragguardevole.
 Ma è proprio questo il suo problema: questo libro ha ben TRE finali e nessuno dei tre è quello giusto.
 SPOILER
Finale 1: Quello che distrugge la storia. 
Ora, donne etero, io vi voglio bene, comprendo che è un colpo all'autostima che un uomo vi rifiuti, ma ve lo dico, pensare che l'unico motivo papabile per cui uno non vi si conceda è che sia in realtà omosessuale, non solo è offensivo nei confronti del genere maschile, ma va anche contro la statistica.
 Riflettete, se il 10% della popolazione mondiale è omosessuale, e metà di quel 10% sono donne, avete 5 possibilità su 100 di incontrare un uomo gay. 
Vi sembrano tante in effetti, ma se riflettete sul fatto che quei 5 possono avere un'età compresa tra gli 0 e 100 anni, capirete che le possibilità che l'evento si verifichi sono ancora minori. 
 Quindi direi che l'opzione: non vuole venire a letto con me perché è gay, forse è divertente a livello ideale, e forse farà bene alla vostra autostima, ma è stupida.
(Mi rivolgo non solo all'autrice perché conosco fior fior di donne che si spiegano questo rifiuto in un unico modo, come se anche agli uomini fosse idealmente impossibile effettuare una selezione delle donne che vogliono avere tra le loro lenzuola).
Finale 2: Il tocco surreale. Sarebbe stato grazioso se gli altri due fossero stati migliori.
Finale 3: L'ovvietà.
  Lui cede alle di lei lusinghe, dopo una notte in discoteca finiscono a letto, lei prende un aereo e depenna la questione. Aaaaah, finalmente quel fastidio che sentivo, di non essere riuscita a sedurre un ragazzetto al campo scout di quindici anni fa, è passato!
 Ecco, sono rimasta molto delusa, perché il tono della storia fino a quel momento era stato molto realista e dolceamaro e non meritava una chiusa così artefatta che toglie peso ad una storia che colpiva bene un punto dolente.
 La vita, la maggior parte delle volte è assai poco straordinaria, molto deludente e molto stupida. Spesso non ci sono lezioni da imparare né eventi che permettono di tirare le somme, la sindrome di Montecristo solitamente ci si rivolta contro,ricordandoci momenti che avremmo fatto meglio a seppellire anni e anni prima.
 A pensarci, non è folle rimanere appesi ad un desiderio di trionfo che coviamo da decenni?
 E' una domanda retorica, lo so per prima, come so, però, che cercare di rendere reale una fantasia del genere è sempre sconsigliabile. La vita non è una graphic novel. Soprattutto una graphic novel che non racconta bene la vita.

 (Oh, poi Elisabetta Romagnoli se a te è accaduto davvero, sono contenta per te, ma non sono convinta comunque!).

lunedì 29 giugno 2015

Piccole recensioni tra amici! Quando la serendipità funziona male: tra Alligatori, ladri di libri, esistenzialisti francesi, province americane e perdenti, tre libri che non mi hanno convinta!

 Ed ecco un nuovo piccole recensioni tra amici!
Horace Walpole, glorioso "coniatore" della serendipità
Considerando che ci sono una graphic novel, un giallo e un romanzo non di genere, la cosa principale che accomuna questi tre libri è l'assoluta serendipità.
 Non sono libri che volevo leggere, ma che per varie circostanze mi sono ritrovata tra le mani quando non avevo nulla che potesse soddisfare i miei bisogni lettori, ed è probabilmente il motivo per cui nessuno dei tre mi ha fatto impazzire.
 In genere io amo anche affidarmi al caso, perché il caso mi ha donato tra i libri più belli che abbia mai letto (mentre la scienza della ricerca mi ha dato grandi delusioni), in questo caso il fato non è stato benevolo con me.
 In generale quanti di voi si affidano al caso come metodo di scelta dei libri?
  Devo dire che un tempo ero assai più spericolata e mi lanciavo nel vuoto, adesso sono più scientifica e ho la mia brava wishlist da depennare con calma, pazienza e qualche centinaio di anni a disposizione.
 Ma vabbeh, bando alle ciance! Ecco il magro raccolto!

UNA CANZONE PER BOBBY LONG" di RONALD EVERETT CAPPS ed. Mattioli 1885:
 Mah. Mah. Mah. Premetto che questo era proprio il genere di libro che, se non per ragioni di
necessità (ore in cui non avevo nient'altro da leggere, ma che in qualche modo dovevo far passare), non avrei mai letto.
 Io detesto le storie ambientate nella provincia americana dove non succede niente e si annidano anime perse schiacciate dalla vita. Un po' perché mi riesce difficile immedesimarmi, un po' perché le trovo mortalmente noiose, un po' perché fondamentalmente non succede mai niente se non il fatto che le anime perse continuano incessantemente ad essere perse.
 "Una canzone per Bobby Long" il cui linguaggio tra il becero e lo slang deve aver fatto impazzire il traduttore (diciamo pure che il linguaggio è la cosa migliore del libro), parla di due amici sulla cinquantina, Bobby e Byron, intelligentissimi e acculturati, ma alcolizzati, senza famiglia, fissati col sesso e senza un preciso scopo nella vita.
 I due sono stati giovani di ottime speranze, (uno dei due ha persino un dottorato), ma poi, ad un certo punto, la vita li ha schiacciati rendendoli degli emarginati che non fanno nulla per togliersi dalla loro condizione di emarginazione.
 Qualcosa in loro è morto, sarebbe interessante capire cosa, ma l'autore decide che è meglio concentrarci su un'altra storia edificante: quella di Anna, la figlia adolescente e abbandonata a sè stessa, della loro migliore amica, Lorraine, la quale muore improvvisamente davanti a loro.
 Anna, che ha abbandonato la scuola e vive arrangiandosi, giunge cercando la madre defunta e finisce per rimanere a vivere insieme a loro in un quartiere malfamato di New Orleans. Qui si lascia convincere a riscriversi a scuola ecc ecc ecc
 La trama è assai banale, i personaggi più interessanti. Personalmente avrei gradito di più sapere perché due persone che potevano avere un avvenire luminoso non sono state in grado di reggere il peso della vita. Peccato che l'autore abbia pensato fosse meglio farmi capire come funzionano le borse di studio negli Stati Uniti d'America. Voto 2 stellette e mezzo.
 (Ps. Se qualcuno che lo ha letto è riuscito a non strillare alla settantesima volta in cui appare la parola "passerina" mi faccia sapere).

"LA VERITA' DELL'ALLIGATORE"di MASSIMO CARLOTTO ed. E/O:
 Avevo letto un'unica cosa di Carlotto, vari anni fa, il famoso "Arrivederci amore ciao". Non mi dispiacque, ma lo trovai curioso, somigliava più al trattamento di un film (che infatti ne avevano tratto ed era assai migliore) che ad un romanzo: veloce, secco, senza tanti fronzoli, ma anche troppo. ero ben disposta verso questo libro con protagonista l'Alligatore, pregiudicato per motivi politici (ma più che altro incastrato), poco dedito alla violenza, con nessuna voglia di uccidere qualcuno, e una forte etica. Ecco, l'etica è la cosa che ho più apprezzato di questo libro la cui trama, graziosa, procede in un modo troppo schematico.
Comunque, l'Alligatore viene contattato da un'avvocatessa preoccupata per un suo cliente, un ex omicida con un passato di tossicodipendenza, scomparso durante la giornata lavorativa a pochi mesi dalla fine della condanna. L'Alligatore accetta di cercarlo e, risalendo a lui, scopre un omicidio fresco fresco di cui lo scomparso sembra di nuovo l'autore: trattasi di una donna che frequentava e che, guarda caso, era uno dei giudici popolari che lo aveva condannato tanti anni prima. Inizia così un'indagine che scava nel passato e negli ambienti dell'alta borghesia padovana, tra medici inappuntabili, avvocati irreprensibili, festini sadomaso, ricatti, bustarelle, e quell'omertà che però al nord viene pacatamente passata come "riservatezza" (che insomma fa più nobile). 
 Ripeto l'etica di fondo è la cosa migliore: gggente coi soldi e senza morale che fa pagare i suoi errori a gggente che forse non ha una morale, ma di sicuro non ha i soldi. L'importante è sempre l'apparenza, poi chi ne paga le conseguenze non è affare di chi può permettersi di rimanere pulito.
 Il problema del libro, che pure ha dei bei personaggi, è che procede per confessioni-fughe-confessioni-fughe-confessioni-fughe. Cioè, si saltabecca solo da una confessione estorta all'altra, senza guizzi particolari e senza neanche quella caratterizzazione che permette ai libri di Montalbano di procedere sullo stesso schema senza risultare pedante. Anche perché poi, alla quarta confessione pensi: ma questi confessano tutto così lungamente, così tanto, così riccamente senza un problema?
 Dopo un po' pare una puntata di Dragon Ball con Majin-Bu che ti spiega il suo perfido piano per filo e per segno mentre intanto le ore passano e passano e passano. Voto quasi 3.


"IL LADRO DI LIBRI" di A. TOTA e P. VAN HOVE ed. Coconico Press:
 Il titolo libresco di questa graphic novel, il fatto che sia ambientato durante il periodo glorioso e dorato degli esistenzialisti francesi tra Sartre, Nizan, Camus e Simone de Beauvoir, mi avevano attratto nonostante il tratto molto pesante, in bianco e nero (e talvolta un po' scopiazziato da Pazienza) non mi attirassero troppo. Il risultato è NI.
Daniel Brodin è un giovane di buona famiglia con un'ossessione cleptomane per i libri. Si sente insoddisfatto dalla sua esistenza borghese, vorrebbe essere un poeta, ma non si osa, e il giorno in cui capita ad un reading provocatorio in cui l'intellighenzia invoca nuove voci poetiche dal popolo, lui finisce per declamare una poesia italiana semisconociuta raccogliendo consensi.
 Spaventato dall'improvvisa possibile notorietà, scappa e finisce tra i bassifondi parigini dove entra in contatto con una sorta di peggio gioventù: arraffoni, ladri, nullafacenti fieri di esserlo in opposizione alla dittatura borghese del consuma produci crepa. Tra loro, lui che si è sempre sentito un pesce fuor d'acqua, trova comprensione e sollievo: finalmente sa chi vuole essere. Un provocatorio signor nessuno. Ma l'ansia di riconoscimento e il desiderio di diventare un intellettuale rimane e in qualche modo lo rende cieco di fronte alla sua mediocrità finendo per precipitarlo in un destico tragico e imbarazzante.
 La storia rende molto bene un personaggio mediocre che, credendosi assai più di quel che è, si perde drammaticamente. Il problema è che non ho per niente apprezzato il punto di vista un po' snob nei confronti del periodo esistenzialista francese. Sartre e gli altri vengono passati come degli snobboni alla ricerca del giocarello intellettuale con cui farsi belli, loro ricchi, famosi e su tutti i giornali che si divertono con un poveraccio, come per metterlo nella loro collezione di stranezze. Mi è sembrata una grande ignoranza storica, soprattutto in considerazione delle biografie degli intellettuali di quel periodo, a cominciare da Camus, nato poverissimo e diventato scrittore solo grazie alla tigna di un irripetibile insegnante nell'Algeria coloniale. Va bene il contrasto, ma al contrasto c'è un limite.

 E voi ne avete letto qualcuno? Volete smentirmi (felicissima eh soprattutto per i romanzi si va a gusti personali)? Testimoniate!

martedì 12 maggio 2015

La matematica come rivolta. La vita struggente di un formidabile genio:"Evariste Galois" di Leopold Infeld, tra rivoluzione, matematica, brindisi minacciosi al re e quella frase terribile, "Non ho tempo".

Come ogni tanto rimembro, qualche anno fa, lavorai per un anno in una biblioteca.
  In quell'occasione, nonostante il contratto iperprecario, venni mandata a fare un corso di aggiornamento sul mitico Sebina, storico programma di catalogazione nazionale.
 Ero piena di belle speranze, perchè si trattava di un corso per bibliotecari professionisti, ma quando vi giunsi, scoprii che era una tre giorni di apprendimento a dir poco base. Dopo venti minuti già dormivo sul banco.
Fortunatamente avevo a disposizione un pc con una connessione, così, iniziai a vagare nell'etere e, non so come, capitai sulla pagina di wikipedia dedicata a Evariste Galois.
 Scoprii che nella Francia post napoleonica, durante gli ultimi colpi di una monarchia ormai avviata verso la scomparsa, era vissuto un matematico che morì a neanche 21 anni durante un duello d'onore.
 Codesto matematico aveva una storia alquanto peculiare. Ben lungi dallo starsene chiuso in casa a produrre formule, era un ferventissimo repubblicano, dall'animo a dir poco indomito e il carattere assai strano. Produsse poco a livello di quantità, ma ebbe intuizioni talmente fondamentali e concentrate, che, sui suoi lavori, venne fondata una branca dell'algebra astratta. 
La storia mi colpì tantissimo. Era a dir poco romanzesca e mi stupì che nessuno ne avesse mai tratto un film. Scartabellando, scoprii invece che, in effetti, negli anni '70, aveva visto la luce un curioso lungometraggio sperimentale di italica produzione che si intitolava: "Non ho tempo" e il regista era Ansano Giannarelli.
 Giannarelli, morto qualche anno fa, era stato mio professore all'università ed era all'epoca ancora il presidente dell'Archivio Audiovisivo del movimento operaio. Gli scrissi chiedendogli dove potessi trovare una copia del suo film e lui, assai gentilmente, me ne preparò una copia apposta da andare a recuperare all'archivio.
Ansano Giannarelli
 A casa, esaltatissima, organizzai una miniproiezione con alcuni miei amici che non comprendevano il mio improvviso entusiasmo verso un oscuro matematico francese e che, dopo la visione, continuarono a non comprenderlo.
 "Non ho tempo" infatti era un film probabilmente troppo cinefilo per le nostre povere menti, intriso di sperimentazioni di regia assai anni '70, con un attore che aveva almeno il doppio degli anni del povero Galois e un sotto testo politico che soverchiava la biografia.
 Scrissi a Giannarelli che mi era molto piaciuto, ma dovetti fare un po' la figura della bimbominkia ante litteram, quando sottolineai che immaginavo Galois assai diverso: ossia più giovane, eroico e possibilmente piacente (in questo senso giocava il fatto che l'attore crudelmente scelto era di rara bruttezza).
 Non mi rispose e mi rammarico tuttora per non essermi spiegata meglio.
 Ciò che intendevo dire è ben spiegato in "Evariste Galois" di Leopold Infeld, fisico prestato alla scrittura che rimase folgorato dall'esistenza di Galois negli anni '60 e ne studiò le gesta dando alle stampe quest'opera, che descrive, in modo un po' romanzesco, la vita in verità assai romanzesca di questo ragazzo.
 Nato in una famiglia benestante e "politicamente impegnata" (suo padre era storico sindaco del suo paese, suicida in tarda età a causa delle calunnie della chiesa locale nei suoi confronti), Galois venne mandato a studiare in collegio a Parigi. Tale luogo era ovviamente intriso di severità e di quella tipica magniloquenza burocratica di cui si ammantano tutti i posti e le persone che si credono grandi quando sono solo pretenziosi.
Il libro, che non si occupa dell'infanzia di Galois (sul quale le fonti storiche sono comunque pochissime), prende le mosse da un grande sommovimento di un gruppo di studenti contro i cosiddetti "gesuiti", modo in cui chiamavano gli istitutori più conservatori.
 Si trattava più o meno di un tentativo di okkupazione che però, all'epoca, aveva conseguenze ben più gravi: i sobillatori vennero infatti scoperti ed espulsi.
 Galois rimase semplice spettatore, pur avvertendo interiormente i primi moti di violenta ribellione che l'avrebbero scosso nella sua breve vita. Convinto perciò, di aver saltato un grande appuntamento con la storia (da giovani sembra tutto irreparabile), piuttosto abbattuto, decide sedicenne, di iscriversi ad un corso di matematica del collegio, materia all'epoca non considerata fondamentale.
 In brevissimo tempo diventa più bravo dei suoi professori, trovando in uno di essi un mentore in grado di spingerlo a spedire i suoi lavori ai grandi accademici dell'epoca, che per ben due volte persero le sue, a quanto pare, assai oscure dissertazioni.
 Passano due anni, Galois tenta l'ammissione al Politecnico, fallendola per due volte di fila: risponde male ai professori e trova assolutamente cretino dover spiegare delle cose che sono ovvie solo perché è così che si fa. Riesce ad essere ammesso ad una scuola meno importante, la Normale, dove continua i suoi studi matematici e accentua la sua fervente attività rivoluzionaria.
 Sono gli anni in cui una rivoluzione popolare tira giù con grande facilità dal trono, il re Carlo X, che va in esilio abdicando in favore di un nuovo ramo degli Orleans, nella figura di Luigi Filippo. Questo nuovo re si attira l'odio dei rivoluzionari che speravano nell'avvento della repubblica e non di un gioco di mano dinastico.
 Galois è tra questi. Inizia a frequentare gli ambienti rivoluzionari fino ad un episodio surreale che lo condurrà ad uno spettacolare processo: durante una sorta di riunione privata in un'osteria, in preda ad un alto tasso alcolico generale, egli brindò al re "Luigi Filippo" con un coltello in mano. A quanto brindare alla salute di qualcuno con un pugnale in mano equivaleva a minacciarlo esplicitamente di morte e così il buon Galois venne buttato in prigione.
 Se la cavò grazie ad un famoso avvocato ingaggiato dai suoi amici, ma ciò non gli impedì di finire di nuovo in galera dopo breve tempo per aver girato in uniforme e armato. In questo caso, minore il reato, ma anche minore la risonanza, perciò paradossalmente finì in prigione quasi un anno, durante il quale comunque si diede da fare: tentarono di ucciderlo a tradimento e assistette ad una rivolta dei detenuti.
 Se non altro ebbe il tempo di elaborare in un senso vagamente più compiuto una sua teoria sulla risolvibilità delle equazioni (che non enuncerò visto che non ne capisco nulla) che andava a completare il lavoro di un altro famoso e sfortunato matematico dell'epoca: il bel norvegese Abel, morto ad appena 27 anni.
Uscito di prigione, la sua vita non durò molto. Poco dopo venne coinvolto in un duello per difendere l'onore di una donna misteriosa dove fu ferito a morte. La faccenda, assai losca, viene da alcuni ritenuta un sordido piano delle spie monarchiche per liberarsi di questo esuberante giovine che morì due giorni dopo tra le braccia del fratello minore Alfred, in ospedale. Era il 31 maggio del 1932.
 La storia, ha un tocco finale che sembra uscito da un film. 
 La notte prima del duello, nel quale Galois era assolutamente convinto di morire, il matematico lavorò per 13 ore filate riempiendo fogli su fogli di teorie e formule, il più delle quali assai nebulose per chi ne decriptò successivamente il lavoro.
 Ai margini dei fogli scritti di corsa, egli scriveva infatti "Non ho tempo".
 Il libro di Infeld soffre un po' dei decenni trascorsi e soprattutto nella parte finale, quella "romantica" in un eccessivo tono enfatico, tuttavia c'è da ricordare che lo scrittore era un fisico che è riuscito a scrivere un libro su un matematico, accessibile a tutti.
   Inoltre, questa biografia, assai partecipata, scritta da un autore che prova una sincera ammirazione per il Galois matematico e ragazzo (Infeld probabilmente si riconosceva nell'irriverenza contro il potere di Galois in quanto fisico contrario alle armi nucleari e attivista per la pace), consente di cogliere in pieno quello che cercai malamente di dire a Giannarelli anni fa.
 Non volevo che l'attore che impersonava Galois fosse un giovane attore belloccio per il mio diletto, ma perché la giovinezza nella storia di questo ragazzo è un'asse portante quanto la matematica. E' evidente, come in poche biografie, quanto l'ansia di fare, le emozioni viscerali, i desideri ciechi e accecanti, l'anelito rivoluzionario possano essere potenti durante la primissima giovinezza.
 Galois, che aveva probabilmente un carattere assai estremo per sua natura, non trovò modo di mitigare questi suoi estremismi con gli anni che non gli furono concessi, ma grazie a questa mancanza di tentennamenti, grazie a questa sua ansia di combattere ogni ordine precostituito (dal re, all'accademia fino al mondo accademico matematico verso cui ebbe parole di fuoco in una sua lunga prefazione che scrisse in prigione) visse in modo ardente una vita brevissima.
 Una biografia che è come un romanzo di formazione portato alle sue estreme conseguenze, senza climax, senza presa di coscienza, senza compromessi, in cui l'algebra diventa un curioso e inedito mezzo per una rivolta interiore.
 In un'epoca in cui si è passati da un prete che asseriva "che l'obbedienza non è una virtù" ad uno stato di obbedienza generale a dir poco inquietante, leggere le gesta di Galois potrebbe ricordarci che dubitare sempre, di tutto, (ma con intelligenza, con uno spirito critico proprio, non seguendo masse pecorone) è un dovere. 

venerdì 24 ottobre 2014

Del perché considero il libro di Valerie Trierweiler, "Grazie per questo momento", una carognata megagalattica. Uso strumentale del lettore e della scrittura, nessuna possibilità di replica e la presunzione della Verità, non so davvero cosa scegliere.

Circa due annetti fa decisi di mettermi a leggere Irene Nemirovsky.
Tutti la consigliavano, tutti dicevano che bello che bello, capolavoro, chi ero io per non darle una possibilità. In libreria iniziai a leggere le trame dei libri alla ricerca di qualcosa che mi ispirasse, il caso volle che le trovassi tutte mortalmente pallose. 
 Fidando in quarte di copertina scritte male, presi praticamente a caso "Il calore del sangue" e mi ritrovai persa in questa pallosissima storia di latifondisti francesi che si tradivano in mezzo alla campagna.
 Lo ricordo ancora con una tale antipatia che non solo per liberarmene ho dovuto fisicamente dare via il libro, ma ancora mi fa rabbia.
 Generalmente io non sono una persona vendicativa e neanche rancorosa, trovo che portare rancore (se non in casi estremi ovviamente) rovini la vita. Tuttavia se qualcosa non mi piace, se una persona non è di mio gradimento per qualche motivo, qualsiasi cosa essa possa fare non farà che rendermela ancora più antipatica. Non c'è carineria che tenga né razionalità, mi stai sulle ovaie e mi stai sulle ovaie.
 Credevo che tale poco nobile pratica si potesse applicare solo ad un altro essere vivente, possibilmente senziente, ma libri come quello della Nemirovsky mi hanno convinto che posso provare un sentimento di infinita antipatia, paragonabile ad un'orticaria molesta, anche nei confronti di un libro.
 Perché questo preambolo sui miei gusti manichei? Per il semplice fatto che ieri è giunto sulle nostra tavole la traduzione di quella verissima carognata megagalattica che è "Grazie per questo momento" dell'ex premiere dame, Valerie Trierwailer.
  La storia la conosciamo tutti. Per motivi che rimangono ignoti, i presidenti francesi non riescono ad avere una vita sentimentale normale e si sentono tutti in dovere di imitare le gesta del Re Sole, tra figlie segrete, amanti, prime mogli che scappano con miliardari costringendoti a sposare in fretta e furia una modella di origini torinesi, e, infine, un tradimento in salsa cinematografica.
 Hollande, dopo aver tradito la fu Segolene Royal, nel momento meno opportuno della storia (ossia quando lei si stava candidando a presidente francese) con la giornalista Trierwailer, nove anni dopo ripeteva l'impresa tradendola con un'attrice francese che pare una sciura bergamasca ben riuscita.
 La Treirwailer a quel punto, pianta un casino che manco madame de Pompadour, si sente male, viene portata in ospedale, implora Hollande di tornare da lei e lo attende a Versailles (davvero lo attende a Versailles), quando lui non torna, lei dimagrisce, si chiude in casa e macina una vendetta tremenda vendetta, ossia scrive una sputtanatio di dimensioni epiche, appunto "Grazie per questo momento". 
 Il libro viene stampato, diventa un successo, alcuni librai francesi si rifiutano di venderlo, forse dimentichi del fatto che probabilmente hanno la libreria piena di porcherie di ogni genere, "Mein Kampf" compreso, e alla fine, ieri, 'sto libro è giunto anche in Italia, dove solo il tempo ci dirà quanta voglia abbiamo di spettegolare.
Ci sono vari motivi per cui ho sentito un'antipatia ENORME per questo libro.
1) Chi caspita è Valerie Trierwailer? 
 In Francia hanno questo strano istituto della Premiere Dame che almeno in Italia abbiamo avuto il buon gusto di non copiare. Ossia la moglie/compagna/ma sarebbe meglio moglie, del capo di stato ha un ufficio suo, con collaboratori suoi e una sua immagine e un suo peso politico. La grande differenza è che, al contrario del marito, non l'ha votata nessuno. Quindi, tecnicamente, costei non è nessuno. La sua opinione dovrebbe contare quanto quella di un comune cittadino, la sua presenza o assenza non dovrebbero significare praticamente nulla per nessuno.
 Il fatto che perciò si atteggi ad una martire pubblica, quando il suo è un fatto puramente privato lo trovo svilente per la politica e francamente pure per le donne, che, generalmente, non misurano la propria vita in rapporto all'uomo, per quanto potente che le accompagna.
2) Il libro è una carognata che usa i lettori. La Treirwailer sapeva benissimo, scrivendolo, che Hollande non avrebbe potuto replicare pubblicamente, non avrebbe potuto raccontare la sua versione dei fatti, non avrebbe avuto diritto a raccontare la storia dal suo punto di vista. Costei è una giornalista, sa benissimo che manipolare l'opinione pubblica dovrebbe essere deontologicamente scorretto, ma pur di vendicarsi ha USATO i lettori.
 Intendiamoci, i lettori che si lasciano usare tranquillamente, hanno anche loro una grandissima parte di colpa. In questo caso specifico ancora più grande visto che rendendo questo libro un bestseller si sono resi complici di una vendetta privata con conseguenze pubbliche gigantesche.
3) Il libro è scritto in un modo pietoso, nel senso che è tutto impostato per ispirare una somma pietas nel lettore.
  Mi sono detta che prima di giudicare avrei dovuto leggerlo, e ieri ne ho saltabeccato ampi stralci. Magari, mi dicevo, il pezzo in cui sosteneva che Hollande chiamasse i poveri "sdentati" era una goccia nel mare. Ebbene, il libro è molto peggio.
 Se fosse un romanzo avrebbe una sua dignità, come storia di vita vissuta è degna di un romanzetto d'appendice scritto da Fabrizio Corona. 
  La Royal, da odiatissimo fantasma del passato, dopo il tradimento, diventa addirittura una donna con cui solidarizzare. 
Hollande caro, vai a Brescia e Bergamo
e trovi tutte le Gayet che vuoi
 Il personaggio principale di questo romanzo rosa (che altro non saprei come definirlo) è una donna che si è costruita da sola, madre di tre figli maschi avuti da non ho capito se uno o due mariti, amante appassionata, donna perdutamente innamorata. Proveniente da una famiglia quasi povera si è costruita da sé, non come la Gayet che pare invece sia una parigina bene. Hollande è ora un bugiardo, ora un freddo calcolatore, ora un politico furbissimo, ora l'uomo che doveva sposarla, ma poi non voleva (lei finge di non volerlo, ma si capisce che si mangia le mani per non averlo fatto), ma poi doveva.
 Questo ovviamente dopo averle fatto la pelle sia nella vita privata che con quell'amabile tweet in cui tifava alle "regionali" francesi per il suo avversario. Anche la celebre storia del tweet contro la Royal assume toni ridicoli. La Trierwailer sostiene di essere stata pura e candida, scevra da ogni desiderio di sabotare la ex del suo compagno, guidata solo da una purezza interiore, come un faro nella notte. Maligni noi che credevamo fosse una giornalista esperta in grado di usare i mass media con raziocinio.
 Ci sono le parti pietistche dell'infanzia nella casa popolare, la malvagia nuova donna, i figli posti sempre come primo bene, lei madre tradita, lei orfana di padre, il malvagio seduttore che domina la Francia. Praticamente è un pessimo incrocio tra "Notre Dame de Paris", un romanzo di fantapolitica e uno di quei libri che parlano di donne meravigliose dal cuore spezzato che escono dal buio in cui un aguzzino dei sentimenti le ha precipitate.
 Tutto ok, se non fosse che la signora cerca di farci credere che la sua sia la VERITA'.
 C'è una cosa che nella mia vita non sopporto e non ho mai sopportato: essere presa per stupida. Si possono ovviamente avere idee sbagliate, si può perseverare nel credere cose errate, ma prendere gli altri per deficienti è indubbiamente un peccato che non posso perdonare. Questo libro borioso è esattamente questo: prendere il prossimo (un prossimo che intendiamoci, nella maggior parte dei casi ci si fa prendere) per deficiente.
 Mi riesce difficile non vedere nella disperata accusatrice, una donna disperata per aver perso un potere agognato e appena sfiorato. Ha fatto un uso indegno della scrittura a mio parere e lo so che escono libri peggiori, ma vi giuro che raramente qualche tomo in questi anni mi ha causato un travaso di bile maggiore.
 So che i libri omofobi sono scritti da omofobi che si arrampicano sugli specchi, che quelli fascisti fanno capo a gente col paraocchi e spesso ignorante, che gli scaffali sono pieni di storie voyeuristiche sul dolore altrui. Però, in nessuno di questi casi si fa un uso così srtrumentalmente odioso della scrittura e del lettore. 
 Grazie Valerie, per questo momento di alta letteratura, ne avevamo bisogno.

Ps. Scusate se mancano gli accenti alle parole francesi, mò vado di corsa, appena posso li metto.

domenica 27 luglio 2014

"Amanti e regine" di Benedetta Craveri. Il potere delle donne sugli uomini di potere e dell'aneddotica regale francese sull'immaginazione. Circasse, monache, favorite e regine che causano letteralmente dipendenza.

 Quest'inverno, tra i piccoli libri per piccoli tragitti da me consigliati, c'era stato "Lo scandalo della collana" di Benedetta Craveri, deliziosa istantanea settecentesca su uno degli innumerevoli, (sicuramente uno dei più grossi) casini combinati da quell'adorabile coppia di incapaci che furono Luigi XVI e Maria Antonietta, la sua consorte.
La passione per la corte francese risale sempre e comunque
alla mitica lady Oscar. Chi non ha assorbito le follie della
corte grazie alla donzella più sessualmente ambigua della tv?
 Nella fumosa storia, degna di un romanzo di Dumas, si intrecciavano incompetenza politica, furbizia, ambizione, diamanti, Cagliostro e moglie, scambi di persona e cardinali lascivi, e fu il primo decisivo colpo alla già traballante monarchia.
 Con colpevole ritardo, in questa estate che non vuole proprio ingranare, mi sono procurata "Amanti e regine" sempre della Craveri. Avevo un po' la fumosa idea che potesse piacermi come libro, ma non avendo mai avuto una grande passione per la storia moderna, avevo sempre rimandato il fatidico momento della lettura. Ebbene, avevo molto errato.
  Questo libro è letteralmente una droga. Una volta iniziato non si può smettere di leggerlo e quando finisce vorresti averne altri dieci da leggere uguali. Io, beninteso, lo dico raramente ed era anche svariato tempo che non mi capitava di divorare un libro con tanta voracità, perciò ne sono doppiamente entusiasta.
 Di cosa parla "Amanti e regine"?
Con quella copertina fucsia un po' così, col décolette di Madame de Pompadour ad occhieggiare col belletto tra le mani, il libro potrebbe scoraggiare più di una persona e soprattutto più di un uomo. Ebbene miei cari vi sbagliate questo libro parla principalmente di voi.
 E' assolutamente incredibile come uomini in grado di scatenare guerre, mandare a morte persone, guidare scismi e decidere le sorti del mondo, fossero spesso e volentieri letteralmente in balia se non dei propri sentimenti, sicuramente del loro piccolo compagno sotto la cintola.
 La Craveri parla del grande potere femminile derivante da questa ineluttabile debolezza all'interno della corte francese. Un posto ben degno de "Il trono di spade" dove forse amanti poco avvedute e troppo ambiziose morivano probabilmente avvelenate, infanti sparivano, principesse inglesi venivano forse uccise con la cicuta e la procreazione di un delfino era in grado di tenere col fiato sospeso una nazione.
 Si parte dalla straordinaria figura di Caterina dè Medici, regina di Francia che nonostante ben dieci figli vide la fine della stirpe del marito a favore di quella di Enrico di Navarra, suo genero, marito dell'odiata figlia Margherita (avete mai visto "La regina Margot"? Non so perché ma da bambina mi impressionò moltissimo). Fervente seguace di Nostradamus, pare avesse persino uno specchio magico di biancanevesca memoria che interrogava riguardo al futuro (e come nelle più classiche delle favole pur conoscendolo non riusciva ad evitarlo). Il marito la tradiva con una milf dei tempi andati, tale Diane di Poiters, gran siniscalca che aveva una quindicina di anni più di lui e si sottoponeva a estenuanti allenamenti per mantenersi giovane e morì ingoiando dell'oro liquido che in qualche modo avrebbe dovuto contribuire a fermare i suoi radicali liberi.
 Suo genero Enrico di Navarra, tra una guerra di religione e l'altra, dopo un primo matrimonio alquanto complicato, si ritrovò come moglie una seconda de' Medici, Maria, detta anche la grassa banchiera. Mentre costei spupava e covava rancore nell'ombra, lui collezionava favorite da cui aveva un gran numero di figli che non solo riconosceva, ma cresceva assieme a quelli legittimi.
Gabrielle d'Estrées e una delle sue sorelle
 La sua amante storica rimase la scaltra e sfortunata, Gabrielle d'Estrées (ritratta in una serie di enigmatici e famosi quadri), morta a un passo dal diventare regina. Enrico amava appassionatamente questa ragazza che contribuì alla sua conversione al cattolicesimo e fece qualsiasi cosa per portarla all'altare. Forse fu quel qualsiasi a decidere la sorte della poveretta che morì ufficialmente di parto, ma ufficiosamente di altro, probabilmente veleno.
 Sarebbe stata una bella storia se lui non si fosse gettato prima di subito su una nuova quantità di ambiziose donzelle.
 Si passa di seguito ad una serie di regine non proprio stimabili, in primis l'incolore Maria Teresa d'Austria (in realtà infanta di Spagna) o Maria Leszcynska, figlia del detronizzato re polacco, scelta con gran furia dal tutore di Luigi XV, terrorizzato che il delfino, ultimo sopravvissuto dopo una lunga serie di lutti, morisse senza eredi. E poi la mia favorita, la praticamente miracolata Anna D'Austria, che ebbe il re Sole dopo vent'anni di matrimonio a un'età in cui ormai all'epoca eri praticamente bisnonna.
 Essa è l'autrice di quello scandalo ante litteram che fu la sua liason col duca di Buckingham raccontato dal buon Dumas nei "Tre moschettieri" e riuscì a rimanere incinta casualmente. Il re suo marito a causa di un temporale improvviso si era ritrovato a secco di amanti e solo con lei e in mancanza di meglio si era ricordato di avere una moglie. Nove mesi dopo nasceva il re Sole e l'anno successivo suo fratello minore Filippo, detto Monsieur, palesemente omosessuale eppure particolarmente dedito alla procreazione.
 Il re Sole fu non solo l'apoteosi dell'Ancien Régime, dei fasti della corte e di un'epoca che toccava le sue vette più splendenti prima di declinare tragicamente, ma anche un uomo provvisto di una moglie (un'altra infanta di Spagna) non all'altezza del suo ruolo di regina, che sostituì nel suo letto e in pubblico con numerose favorite.
 Un'intera schiera di sorelle lo iniziò ai piaceri dell'amore, poi venne Louise de Valliere, raro esempio di nobildonna sinceramente innamorata del re, che diede scandalo al contrario: da favorita decise di chiudersi in convento creando enorme sensazione nella popolazione. Iniziavano a sentirsi i lontanissimi vagiti di una rivoluzione che un secolo dopo avrebbe travolto il suo sfortunato e incapace nipote, Luigi XVI che ebbe bisogno dell'aiuto del cognato per consumare il matrimonio (immaginiamo un futuro imperatore d'Austria dare lezioni di educazione sessuale a un fagottoso ventenne un po' confuso eppure re di Francia).
 Tra le prodezze erotiche di Madame Du Barry, prima vera prostituta ad entrare a Versailles facendo scoprire i segreti dei veri bordelli a re abituati a millanta giovani vergini, ma non alle professioniste, regine reggenti in perenne lotta per il potere in un atavico complesso edipico con la pargolanza, figli legittimi e illegittimi, scandali di collane e cospirazioni piramidali sui veleni, gli aneddoti sono infiniti e gustosi. Sembra di non averne mai abbastanza e, quando si rimane orfani, con la testa di Maria Antonietta ghigliottinata a rotolarti davanti, quasi ti dispiace che abbiano preso la Bastiglia impedendoti di vivere nuove esaltanti avventure.
Mademoiselle Aissè, probabilmente
fonte di ispirazione per il personaggio
di Haydée ne "Il conte di Montecristo"
 Io, personalmente sono finita in un pericolosissimo vortice che mi spinge a cercare nuovi pettegolezzi regali. 
 Ho svaligiato la biblioteca e mi ero ripromessa di leggere tante cose più sugose e invece ora campeggiano fieri sul mio comodino, pronti per le vacanze, oltre a "Don Chisciotte", le "Lettere di Mademoiselle Aissè a Madame C..." (il carteggio tra una giovane circassa cresciuta come una nobile francese dopo esser stata letteralmente comprata al mercato degli schiavi dall'ambasciatore francese a Costantinopoli e una donna svizzera di dubbia bontà), "Gli amori del re sole" di Antonia Fraser e "La civiltà della conversazione" sempre di Benedetta Craveri.
 Fidatevi, anche voi ne vorrete di più e sempre di più, uomini e donne. E farà bene a tutti scoprire quanto lontano abbiano sempre potuto condurre delle sottane bene assestate e come gli uomini di potere trovino storicamente nel letto le loro più stupide debolezze.
 Tanto da farti chiedere, a fronte delle vite, non esemplari, ma sicuramente più dettate dalla freddezza delle sovrane donne, (da leggere "Regine per caso" di Cesarina Casanova ed. Laterza) che nei secoli sono comunque riuscite ad emergere: non sono forse gli uomini ad essere inadatti al potere perché troppo facilmente ricattabili (e manipolabili) sotto alcuni punti di vista?

Ai posteri e ai lettori l'ardua sentenza!




mermy.tesoro86

giovedì 27 febbraio 2014

Marguerite Duras, la scrittrice che sapeva vivere. Dall'Indocina con le tigri portate dai fiumi, alla Francia in guerra, le ragioni di un fascino che bruciò fino all'ultimo.

Marguerite Duras
 Uno dei libri che andava più di moda leggere quando facevo le superiori era "Le memorie di Adriano" di Marguerite Yourcenar. Perché fosse così cool non l'ho mai capito, neanche quando, nonostante una certa ritrosia (che non riesco tuttora a spiegarmi, diciamo che proprio non avevo voglia di leggerlo) alla fine cedetti. E', non sarò io la saccente che ne nega la grandezza, un bellissimo libro, con una sua particolare struggenza, un esercizio di stile che richiede un grande talento, ma devo dire che non uscì ad entrare nel pantheon dei miei tomi imperdibili. 
Ci fu un'altra Marguerite che rubò il mio cuore e fu la Duras.
 Presi in biblioteca l'edizione riscritta de "L'amante" ossia "L'amante della Cina del nord" aka "Una diga sul Pacifico" aka persino un'ulteriore stesura contenuta nei suoi quaderni e appunti editi alias il libro più riscritto della storia.
 Mi decisi a leggerla perché una notte, su La7, (o quel che era all'epoca) avevano dato il film di Jean- Jacques Annaud tratto dal libro e mi aveva colpito. C'era qualcosa di affascinante in questa ragazzina che vive una storia con un ricco rampollo cinese con almeno dieci anni di più, in un'Indocina caldissima e avvolta dai miasmi dell'oppio.
 Il libro ai rivelò centinaia di volte più potente. Liberamente ispirato all'infanzia e all'adolesc  enza della Duras, prematuramente orfana di un padre che non viene nominato se non in quanto assente e in balia di una madre incapace di gestire tre figli, i risparmi di una vita (gettati in una proprietà letteralmente divorata dai granchi) e l'apparenza nel micromondo dei coloni francesi in Indocina. Ogni componente della sua famiglia è un personaggio da tragedia greca: la madre nervosa e incapace, il fratello maggiore viziatissimo, vezzeggiato, dissoluto e oppiomane, il fratello minore che rimane nell'ombra, silenzioso e probabilmente incestuoso, ma soprattutto appare lei, Marguerite. 
 Quando una scrittrice si descrive con tale vividezza e magia, ricordandosi graziosa ragazzina eccentrica in cerca di cinema nell'afa del sud-est asiatico, vittima delle angherie materne eppure luminosa e vincitrice, indipendente e fortissima, resta sempre il dubbio che ci sia una sorta di autocelebrazione, che quel celebre detto di Garcia Marquez "La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla" sia vero.
 Nelle tre diverse versioni del libro cambia poco, qualche descrizione in più, meravigliosi fiumi in piena che trasportavano tigri sotto il sole incessante dell'estate, colloqui col rampollo cinese che la notò e la volle sedurre infilando tutti quanti in un gioco di specchi e di ruoli complessissimo.
 Né lui né lei erano degni di uscire l'uno con l'altra agli occhi delle rispettive comunità: lei troppo povera, lui cinese e non colono francese. Eppure non è mai, per nessun motivo, una storia d'amore contrastato. E' un incontro, un rapporto di forza che ha sempre come suo fuoco centrale il possesso: dei soldi di lui, dell'apparenza di lei, del corpo di lei, dei privilegi di lui. Tutti quanti desiderano qualcosa e strisciano per ottenerla, ma in quello strisciare si nasconde una frustrazione, un odio che rende il libro potentissimo.
In una strana e fantastica conversazione che Marguerite ebbe ormai anziana, con una giovane studiosa italiana , Leopoldina Pallotta della Torre, (recentemente riedita da Archinto "La passione sospesa"), la Duras, piccola, ma passionale fino all'ultimo dei suoi giorni, ricorda la sua infanzia indocinese e quella passione rivelatrice con un incanto fiabesco, privo però di qualsiasi rimpianto. Era una donna che seppe separare gli eventi della sua vita con straordinaria lucidità.
 Se oggi a 75 anni dovesse fare un bilancio della propria vita? 
 "Senza l'infanzia, l'adolescenza, la storia disperata della mia famiglia, la guerra, l'occupazione e i campi di concentramento, la mia vita, credo sarebbe ben poca cosa."
 Dopo l'Indocina infatti, c'era stata la Francia finalmente, in cui arrivò come una selvaggia, imparando a mangiare da capo, pane e bistecche, niente più riso, alcuni la credevano meticcia (ma i suoi occhi blu, identici a quelli del padre morto misero a tacere qualsiasi illazione), lei si laureò in legge e scoprì Parigi. Si sposò e venne la guerra, perse un figlio appena nato, partecipò alla resistenza assieme a Mitterand e al suo primo marito Robert, che venne catturato e deportato a Dachau. I ricordi che lei dedica al suo stremato ritorno nel quaderno beige di "Quaderni della guerra e altri scritti" sono splendidi e spaventosi.
 "Era seduto vicino alla finestra del salotto, con dei cuscini tutt'attorno e un bastone a portata di mano; i pantaloni gli ballavano sulle gambe e quando c'era il sole la luce gli passava attraverso le mani. Tornava da molto molto lontano, da dove di solito non si torna mai. E poi sapete dietro di lui c'era un abisso di dolore, c'era la morte, e lui ne usciva fuori, era evidente, si liberava della morte, stava aggrappato all'osso della sua cotoletta come un naufrago a un relitto, non osava mollarlo, non ancora, in quei primi tempi non lasciava perdere una briciola di pane. Io lo guardavo, tutti facevano altrettanto, anche uno sconosciuto lo avrebbe guardato perchè si trattava di uno spettacolo indimenticabile, quello della vita cieca."

 Poi venne l'impegno nel partito comunista, un altro compagno, un figlio, l'amicizia con Mitterand, una certa sensazione di superiorità verso il pur ottimo mondo intellettuale dell'epoca. 
 Le sue altre storie di pura fiction, come "Occhi blu, capelli neri" sono invece un'incredibile palla, (evitatelo come la peste è tipo "Ultimo tango a Parigi" ma lui è gay e lei è etero, fate voi), molti racconti banali, le sceneggiature, tra cui quella di "Hiroshima mon amour" vengono definite non eccezionali. 
 Ci sono autori straordinariamente dotati nello scrivere memoir, che perdono qualsiasi talento quando si cimentano in altro. 

Non posso dire con assoluta certezza che questa piccola, incredibile donna sia uno di questi casi, mi mancano troppe letture, una su tutte "Yann Andrea Steiner" il libro che lei scrisse per il compagno dei suoi ultimi sedici anni di vita. Si conobbero che lui aveva 27 anni e lei 66 e la loro fu una storia d'amore strana, ma intensa. Vivevano insieme, scrivevano l'un dell'altra in stanze separate, nonostante l'intensa passione anche fisica (aggiungendo il piccolo particolare che lui nel frattempo aveva storie con altri uomini, ma del resto nell'intervista la Duras asserisce che in fondo tutti gli uomini sono omosessuali) si continuarono a dare del voi fino alla morte di lei, che approssimandosi la terrorizzò sempre di più.

  Nell'intervista, la Duras parla spesso della paura, della lebbra che imperversava nei paesi della sua infanzia, della morte che sfiorò più volte a causa della dipendenza dall'alcol. Si sentiva come un animale braccato, diceva, e quelle ultime notti passate insonni costringendo Yann Steiner a stare sveglio, perché il suo tempo stava per scadere, confermano l'intensità di una scrittrice che seppe vivere e omaggiare la propria vita e che davvero merita di essere letta.

 "Credo a volte che tutta la mia scrittura nasca da lì, tra risaie, foreste, solitudine. Da quella bambina macilenta e sperduta che ero, piccola bianca di passaggio, più vietnamita che francese, sempre a piedi nudi, senza orari e regole da rispettare, abituata a guardare il lungo tramonto sul fiume, con la faccia tutta bruciata dal sole."
 Riassumendo: Cercate "L'amante" e "I quaderni della guerra"!

domenica 5 gennaio 2014

Pettegolezzi settecenteschi su "Piccoli libri per piccoli tragitti"! Lo scandalo della collana, Maria Antonietta e quel grande gioco di specchi e menzogne che sono le chiacchiere mai innocenti!

Allor dunque, tra i miei innominabili vizi ce n'è uno in particolare che affonda le sue origini nella mia infanzia, precisamente a casa di mia nonna. E' stato a causa sua se ho passato interminabili pomeriggi persa tra "Gente" e "Oggi" (in estate anche "Novella 2000" che mia madre considerava una cosa al limite del porno e tendeva a proibirmi), appassionandomi alle vite amorose e al continuo gettito di pargoli dei famosi nostrani. 
Sin dalle elementari sono sempre stata aggiornatissima sui gradi di parentela di tutte le famiglie reali, sul numero di figli degli attori del cinema e anche sul computo esatto dei loro matrimoni e divorzi. Ancora adesso che da mia nonna non vado più, scopro di possedere un silos di conoscenze al riguardo non richieste spaventoso, tale che se Caprarica mi chiedesse consulenze per il suo prossimo libro sui Windsor potrei saperne più di Kate Middleton. Questa mia passione per il gossip attualmente trova nutrimento nelle pagine di Repubblica.it e nella lettura compulsiva di biografie storiche. So che da un certo punto di vista paragonare la lettura dell'autobiografia di Tesla a quella di "Chi" sia alquanto audace, ma, partendo da livelli culturali sicuramente diversi si va verso una medesima motivazione: la voglia di farsi i cavoli altrui.
Questo Natale è uscito un libro a nobilitare la mia teoria e il mio vizio: "Storia pettegola del settecento francese" di Francesca Sgorbati Bosi ed. Sellerio, che ripercorre gli aneddoti e lo spettegolame di quell'epoca storica che Lady Oscar ha scolpito per sempre nei cuori di un'intera generazione. Re soli, favorite, re impotenti e presunte relazioni saffiche, cardinali lussuriosi e avvenenti conti svedesi venivano dati in pasto alla popolazione tramite fogliacci pseudoporno colmi di insinuazioni e insulti triviali degni del miglior "A morte la kasta!1!!"
 E' per questo sordido motivo che come piccolo libro per piccolo tragitto, ho scelto "Maria Antonietta e lo scandalo della collana" di Benedetta Craveri. La storia è talmente surreale e folle che se fossi un regista ci avrei fatto un grande film metafora sul potere, la manipolazione e quella dose di surrealità che ammanta determinate situazioni senza alcuna ragione apparente. Tutto si svolge ben prima della rivoluzione francese, ma era già un sintomo dell'insofferenza e dello sprezzo con cui ormai i francesi vedevano i reali.
L'intricatissima storia vede tre protagonisti:
1) Il Cardinal Rohan, tipico uomo di chiesa dedito a soldi, lussuria e potere.Dal libro non si evince chiaramente che tipo di persona fosse realmente perchè a tratti la Craveri ci dice che era stato un ottimo ambasciatore in Austria, a tratti ce lo presenta come un cretino completo preda di trafficoni di ogni sorta (non ultimo il conte Cagliostro e sua moglie). Costui, durante il suo periodo in Austria, aveva avuto la felice idea di descrivere la somma Maria Teresa come una sorta di bigotta ipocrita in una lettera che fece un giro che manco un post su facebook. Tempo due giorni lo sapeva tutta la corte compresa Maria Antonietta che si legò l'offesa al dito foreva. Anni dopo, mentre cercava di riconquistare la fiducia della sovrana, di cui pare fosse pure un po' invaghito, si era preso come amante tale Jeanne de la Motte.

2) Jeanne de la Motte un'avvenente manipolatrice il cui unico pregio era discendere alla lontanissima dai Valois. Costei, che era cresciuta mendicando nell'indigenza, aveva un unico scopo nella vita: diventare favolosamente ricca e far crepare di rabbia e invidia tutti coloro che l'avevano vista quando era una poveraccia. Di letto in letto, di truffa in truffa, assieme al marito ubriacone aveva raggiunto le stanze da letto di Rohan e da lui si faceva mantenere. Tuttavia voleva di piùùù di piùùùù, più soldi, più ricchezza, più lusso e per ottenerli pensò alla famosa collana. Questo ritrovato dell'oreficeria era una pacchianata epica, una sorta di pettorale formato da diamanti grossi come nocciole degno de "la sultana del mondo". I gioielleri reali l'avevano creata per venderla alla regina, ma costava talmente tanto che persino lei disse che non si poteva fare gettandoli nella disperazione. Jeanne de la Motte architettò un assurdo piano per ottenerla il cui quibus stava nel farla acquistare a credito dal cardinale convincendolo che in tal modo Maria Antonietta sarebbe caduta in deliquio di fronte a lui.

3) Maria Antonietta. Come al solito la sovrana più discussa di Francia fa una figura barbina. Lei non c'era e se c'era dormiva, viene umiliata, chiede vendetta al consorte, il quale, ovviamente incapace, scatena un processo al cardinale che gli si ritorcerà contro, perchè il pettegolezzo corre e sbatti il mostro in prima pagina valeva anche all'epoca. Così giornalazzi e instant pamphlet mostrano una regina avara e lussuriosa coinvolta in una sordida storia di diamanti e lussuria. Mai sovrana era stata umiliata tanto.
 La storia è farcita di avvenimenti assurdi: una finta regina che cammina in un giardino, Cagliostro coperto di taffetà durante il processo che seguirà allo smascheramento della truffa, mysteriose evasioni dalla Bastiglia e soprattutto tanto tanto gossip che infiammerà le folle e gli avvocati molto presto rivoluzionari.
 Vi assicuro che una volta iniziato non potrete smettere, qualunque cosa voi stiate facendo (quindi badate bene di non dover intraprendere qualcosa di serio) perché ferma un momento storico in modo talmente vivido da sembrare impossibile sia avvenuto duecento e passa anni fa. Perché getta uno sguardo su questo grande escluso, rifiutato, ridicolizzato, che è il pettegolezzo. Il quale zitto zitto è da sempre
l'arma migliore per delegittimare il potere, perché non lo ridicolizza, ma lo svergogna, permettendosi il lusso di andare oltre ciò che è vero e ciò che è falso, poiché per sua natura, la chiacchiera è quella cosa che bassa di bocca in bocca, per sentito dire, e a nessuno si può chiedere un errata corrige.
 In questo piccolo gustoso libro si nota in tutta la sua potenza come dei mezzi di comunicazione a forte diffusione popolare possano essere piegati ad una manipolazione della realtà che porta ad un inestricabile gioco di specchi. La regina era o non era complice? I giornali dicevano o meno la verità? Il cardinale era solo un idiota o un uomo di mondo? Perché sta anche qui il grande pregio della Craveri: sostenere una tesi di innocenza per alcuni dei coinvolti e di colpevolezza per altri fino a due pagine dalla fine, per poi ribaltare tutto nelle ultime righe, insinuando il sospetto in chi legge.
 E altri sospetti si scoprono allora annidati nella mente: possiamo fidarci degli storici? L'uso delle fonti, della scrittura di un saggio sono sempre imparziali? La storia lo è?
 Attendo che qualcuno ne faccia un film, io lo andrei a vedere. Subito.
(ps. Scopro in corso d'opera che ci hanno fatto un film, mai arrivato in Italia, dalla locandina mi pare la solita cavolata a base di trine e macaron, ma lo cercherò).
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...