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giovedì 12 dicembre 2024

La versione di padre parte II. Una seconda recensione in onore della fine de"L'amica geniale"!

 Premessa. Questa è la seconda recensione scritta da mio padre di persona personalmente ed è anche la seconda su "L'amica geniale".

 Potete trovare qui la prima, che vi consiglio di leggere o rileggere prima di dedicarvi a questa: "L'amica geniale. La versione di padre".

 Ci teneva particolarmente a scriverla e condividerla, e secondo me è la prima persona che conosco (e non lo dico perché è mio padre) ad avere una teoria convincente sulla questione delle bambole.

 Ovviamente siccome è un sognatore, fantastica che Elena Ferrante lo contatti e sognare non costa niente. Buona lettura!


Cari lettori e lettrici,

"L'amica geniale" è giunta al termine, io aggiungerei "finalmente".

Sì, perché l'ultima serie è stata parecchio stiracchiata, probabilmente sarebbero bastate una o due puntate al massimo per concludere questa tetralogia. Personalmente avrei concluso con il finale della terza serie.

Dopo quanto visto, resto del parere ancor più rafforzato della mia prima recensione.

 Di geniale in questa serie c'è che l'amica geniale non esiste e l'ultimo abbraccio tra le amiche, non a caso vestite una di bianco, Lenù, e l'altra di nero, Lila, sta lì a rappresentare due facce della stessa medaglia.

 Il nero è il quartiere, la povertà, le amicizie umili e discutibili mentre il bianco è la laurea, la carriera, il nuovo che prepotentemente chiede di affermarsi. E' tutto qui.

 In ultimo assistiamo alla riappacificazione con sé stessa, rappresentata dalle due bambole unite.

Cerco di spiegare la storia delle bambole riunite. Elena ha ben chiaro, sin da bambina, il percorso della sua vita, pertanto si separa dalle bambole. 

 Le bambole rappresentano i due lati della sua personalità: quello che Lenù non vuole essere, ossia quel lato che per affermarsi ha bisogno dell'humus del quartiere, e l'altro lato, quello che sente la necessità, credendo nelle sue capacità, di affrancarsi dalle radici e andare incontro ad una nuova vita consapevole delle sue doti.

Quando finalmente questo avviene, le bambole si riuniscono in un'unica personalità.

Tralascio le considerazioni sociologiche di quegli anni: la povertà, il degrado, la delinquenza, la condizione femminile, il terrorismo ecc., materie per sociologi e studiosi.

 Lancerei invece una provocazione: e se Lenù fosse Elena Ferante di cui poco sappiamo?

Per età, conoscenza dei luoghi, per tanti dettagli sono portato a pensare che se non è Lenù, sicuramente fa parte della storia.

mercoledì 20 settembre 2023

Dove siamo finiti tutti? Una recensione di "Doveva essere il nostro momento" di Eleonora Caruso, tra colpe che è ora di prenderci, pensiero magico e sette in cui non sappiamo di vivere

 Anni fa, prima che Eleonora Caruso pubblicasse “Le ferite originali”, scrissi una recensione sul suo primo libro: "Comunque vada non importa", Indiana Editore.

 Il titolo del post “Dove eravate tutti” era risposta e domanda che veniva da una storia in cui finalmente qualcuno raccontava con una dose di verità l’adolescenza e la giovinezza di quella che pensavo e tuttora penso essere una parte consistente della società italiana: i millennial nati non benestanti.

 I non benestanti non sono “i poveri”, categoria invece amatissima da scrittori, registi e sceneggiatori che, quando non si occupano di gente che ha accatastato almeno 7 immobili di pregio, amano ravanare in vicende sulle soglie dell’indigenza, anzi peggio, dell’indigenza come se la immaginano.

 I non benestanti sono quella parte di società, di cui io anche ho fatto e faccio parte (ora non ho nessun immobile accatastato, comunque) e che prevedeva genitori lavoratori, ma senza aiuti, provenienti da un hummus sociale assolutamente non degradato, ma che già vedeva con difficoltà l’acquisto di libri per la scuola, scarpe nuove e l'affitto.

 Sono quella fascia sociale che è esistita, esiste, ma se ne parla poco da qualche decennio a questa parte, come se di colpo fossimo tutti diventati benestanti, non esistessero più le difficoltà finanziarie, fossero stati appianati i limiti economici, dalle cure allo studio, e lo stato del benessere potesse essere misurato su soli criteri fenotipici (che non a caso sono quelli che interessano gli ossessionati dalla fuga dal ceto sociale come vergogna e rivalsa, aka tutti quegli inutili orrori trapper, che oh sarò vecchia, ma voglio essere libera di dire che mi fanno schifo), come la macchina, il vestiario e le vacanze in posti esotici.

 Esistono i benestanti ed esistono gli indigenti, tutti gli altri sono spariti.

 Questa premessa è doverosa per capire questo libro che è estremamente generazionale, nei deliberati intenti, nel titolo, nello svolgimento e financo nel finale e conferma la domanda che feci nel titolo del post tanti anni fa.

Se prima mi chiedevo “Dove eravate tutti?”, ora mi chiedo “Dove siamo finiti tutti?” a livello di rappresentazione sociale, politica, letteraria e artistica.

Con “Doveva essere il nostro momento” Eleonora Caruso cerca di colmare ancora una volta questo vuoto.

 I trentenni (ormai talvolta quasi quarantenni) che leggiamo e vediamo su Netflix non siamo quasi mai noi.
 Non abbiamo quelle case, non abbiamo quei lavori e se anche li abbiamo non possediamo mai le disponibilità economiche mostrate perché gli stipendi sono irrisori anche a fronte di lavori iperqualificati, anzi, spesso in campo umanistico più sono iperqualificati, peggio sono pagati.

 I protagonisti del libro, che sono tre, rappresentano in tre diverse forme la pessima deriva di una generazione, quella dei millennial, nata con alcuni ottimi propositi inculcati con una certa veemenza sin dall’asilo: la pace nel mondo, l’uguaglianza, la fratellanza tra i popoli.

 Questi propositi sono diventati molesti a livello geopolitico all’altezza dei primi anni 2000, quando si sono intersecati con le crisi migratorie e una "globalizzazione" che in realtà era solo sinonimo di liberismo sfrenato e regolamentato in cui ingoiare alla cieca tutto il mondo.

 I ggggiovani non possono ricordarlo, ma noi non eravamo così. La gente già moriva in mare, ma non c’era l’idea che se lo meritassero e anzi c’era una certa propensione a volerlo affrontare questo problema, anche criticando il modello economico proposto.

 Poi catastrofi a catena. Genova, (ma non solo, Genova è stata la punta dell’iceberg della demonizzazione di un intero movimento politico e di pensiero), l’11 settembre, la crisi economica del 2008 e l’immissione pervicace di contratti precari sempre più fantasiosi e privi di diritti.

 Se ti trovi a 25 anni con una laurea e nel mentre ti hanno cambiato le regole sotto i piedi, la professione per cui hai studiato è sparita e il massimo che ti propongono per campare sono 300 euro di rimborso spese per 40h di lavoro, hai molto altro a cui pensare.

 Eppure, non sono giustificazioni perché è necessario ammettere che abbiamo solo subito e non abbiamo mai agito. 
 Abbiamo permesso che ci facessero tutto questo senza protestare, attendendo un immaginario turno che non esisteva, insultati da generazioni precedenti che avevano ottenuto con molto meno, incredibilmente di più.

 Insomma, siamo diventati una generazione che non ha saputo trasformare la rabbia in una protesta generativa, ma ha finito per soccombere a un livore tanto livido, quanto inutile. 

 Regà, ce la possiamo raccontare come ci pare, anche io dovevo portare la pagnotta a casa per vivere, ma il disinteresse per la politica istituzionale e il vivere tutto come un affronto e mai come un “ora mi sono rotto e FACCIO qualcosa che cambi le cose” è innegabile.

 Finalmente un libro racconta TUTTO questo: le nostre colpe generazionali, i tradimenti che abbiamo subito, la nostra incapacità di farvi fronte preferendo rifugiarci in una sorta di pensiero magico pericolosissimo in un eterno ritorno all’unico periodo carico di promesse che abbiamo vissuto: l’adolescenza.
 
 I protagonisti del libro, come dicevo, sarebbero 3, ma il protagonista vero è Leo, un millennial talmente tipico che ne conoscerete a bizzeffe anche voi, se non siete voi.

  Famiglia troppo modesta per riuscire a diventare un meme del Corriere della Sera in cui si spiega come con 10 euro (e 10 milioni di euro del papi) si è costruita la propria azienda, si è diligentemente laureato per finire in quella che Eleonora Caruso definisce il posto dove sono finite le migliori menti della nostra generazione: le agenzie di comunicazione di Milano.

 Lì, ha subìto quello che abbiamo subito in tanti (me compresa): si è bruciato a causa dell’superlavoro, dell’insensatezza ad esso connessa, dell’inutilità di un sistema che nutre idoli social che muoiono nel giro di qualche anno.  

 La storia prende le mosse dalla decisione di Leo di partire per la Sicilia alla ricerca di un suo vecchio amico, Simone, finito in una strana setta composta da millennial che hanno deciso di vivere come negli anni ’80-’90. 

 Vedono solo programmi e film di quegli anni, leggono fumetti e libri pubblicati fino a quel momento lì, tengono gruppi di lettura su “No logo” di Naomi Klein e ovviamente non hanno social, internet e tecnologia annessa e connessa posteriore al 2001.

 Il capo della setta è il misterioso Zan, un ex moderatore di contenuti social, lavoro che sfonda la distopia (ed esiste sul serio, ne avevo già letto su “La valle oscura” di Anna Wiener) e prevede che degli esseri umani guardino in loop video che non rispettano gli standard dei social (violenti, pornografici, pedopornografici, incidenti auto ecc) per poter nutrire l’algoritmo con i giusti input di discernimento (che a noi piace pensare ad esempio che le AI pensino, ma siamo noi che le nutriamo).

 Devastato da questa esperienza e comprensibilmente certo che tutto ciò che è accaduto dopo il 2001 sia da depennare come la catastrofe e il male, ha fondato questa setta in Sicilia. 

 Leo ci rimane qualche mese finché, a un certo punto capisce che è il momento di partire e se ne va per tornare al nord.

 Si unisce a lui Cloro, un’ex influencer bambina che, una volta cresciuta, non sta riuscendo a mantenere gli standard richiesti dai social e sta vedendo la sua stella declinare. 

 Completamente bruciata da un’esistenza sovraesposta, ha più strumenti per capire il mondo virtuale di quello reale, nel quale si muove a caso, con affanno e senza mai riuscire a decodificare realmente persone, rapporti e contesti.

 La storia, tra flashback personali e sulla setta, si svolge nel loro viaggio on the road dalla Sicilia alla Lombardia alle soglie del lockdown. Menzione d’onore peraltro ad un uso sensato a livello narrativo del Covid, evento che sembra praticamente non essere esistito, esattamente come la generazione dei millennial.

 Il romanzo, al netto della sua trama, finalmente dice quello che onestamente sono anni che spero qualcuno dica fuori dalla mia testa sulla nostra generazione, sui suoi sbagli, le sue paturnie, le sue inutili ironie social che sono tanto appaganti personalmente, ma assolutamente inutili a livello politico e collettivo.

 Racconta di venti anni perduti, in cui “doveva essere il nostro momento” e siamo solo riusciti a intraprendere una variante allucinogena della perdizione delle generazioni precedenti.

 Se genitori e (ormai talvolta anche i nonni) non sono riusciti effettivamente a cambiare il mondo è stato per quell’effetto Venditti che canta: “Compagno di scuola, compagno di niente, ti sei salvato o lavori in banca pure tu?”.  
 Per dirla meglio: il sistema li ha assorbiti e da incendiari si sono fatti pompieri custodi dell’ordine.

 Ma la nostra generazione non ha fatto neanche quello. 
 Il nostro momento è passato e non lavoriamo neanche in banca, il sistema non ci ha assorbito perché gli costa molto meno opprimerci e sfruttarci, tanto stiamo zitti, maciniamo livore e non diciamo niente.

 Non siamo diventati socialmente e politicamente adulti, siamo ancora lì, nell’adolescenza ipertrofica che non riusciamo ad abbandonare.

 C’è un momento per me chiave nel romanzo che sembra quasi passare inosservato, ma per me dice tutto. 
 Leo sta per andare via dalla setta e va in cerca di Simone che sta tenendo un gruppo di lettura su “No logo”.
 Leo lo vede e Caruso scrive: 
"Potendo farlo, ognuno tornerebbe al punto della propria storia in cui è stato più felice. Per Simone quel punto era il liceo nel 2001, nonostante tutto, la foto di classe in cui indossavano la kefiah e i tentativi fatti di convincere sua madre a mandarlo a Genova per il G8. Diceva sempre che non esserci stato era il suo più grande rimpianto. Come si potesse rimpiangere di non essere stati torturati nella palestra di una scuola era un mistero per Leo, ma che ne capiva lui?"
 Ecco, siamo mentalmente incollati a quel momento, il più felice della nostra vita, quello in cui tutte le promesse tradite sono ancora intatte. 

 E rimaniamo aggrappati alla nostra adolescenza di fine anni ’90 in un loop eterno che ha molto a che vedere col pensiero magico di Didion: un giorno, sembriamo dirci, tornerà quel momento, quell’esatto momento, e noi saremo felici.

 Il capitalismo l’ha capita questa cosa, e per tenerci buoni ci nutre di quest’illusione proponendoci solo il passato (merendine che tornano sugli scaffali, serie tv rifatte in mille salse, cinema che non inventa niente di nuovo): vieni, illuditi di poter tornare al momento più felice della tua vita e intanto, mi raccomando, non dare mai fastidio perché l’importante non è cambiare il mondo, ma aspettare supinamente la fine del mondo in cui non ti riconosci.

 Siamo nella setta di Zan ed era ora che qualcuno lo dicesse.


Ps. Sono perfettamente conscia che non è che siamo stati del tutto inermi e alcune cose, con le nostre possibilità, le abbiamo fatte. Tuttavia credo sia necessario ammettere tutto quello che NON abbiamo fatto e che ci ha portato ad accettare cose inaccettabili: lavorare senza essere pagati, contratti che avrebbero meritato le barricate, incapacità di incidere sulla politica istituzionale perché per vedere un* millennial che conta qualcosa in politica abbiamo dovuto aspettare il colpo di mano di Schlein all'alba del 2023. Se non partiamo dalla consapevolezza del fatto che "doveva essere il nostro momento" e non lo è stato anche per colpa nostra, non ne usciremo MAI.

mercoledì 6 settembre 2023

La versione di padre. Una recensione di "L'amica geniale" uscita direttamente dalla penna di mio padre

 PREMESSA

 Questo post è molto particolare. In questi mesi mio padre ha voluto leggere la tetralogia di "L'amica geniale" di Elena Ferrante.

 Aveva visto le prime due serie ed essendo lui napoletano si era incuriosito e mi aveva chiesto i libri.  Quando li ha terminati, come molt3, ha elaborato una sua teoria sul rapporto tra Lila e Lenù e più in generale sul significato del libro.

 Con un inaspettato colpo di scena, ha deciso di scrivere un post sulla sua teoria che ci teneva  a condividere. E' un post molto più stringato di quel che mi aspettavo, visto che a voce ha una soluzione a qualsiasi obiezione al riguardo. In caso di dubbi, però, risponderà nei commenti su fb (attraverso me).

 Ho trovato interessante questo desiderio paterno e mi sono chiesta quanta parte di quella generazione rimane fuori dal dibattito letterario, quanta necessità ci sarebbe di più luoghi di condivisione che non siano solo virtuali e di come si dia per scontato che la letteratura sia un gioco di tutti i lettori e le lettrici, ma di come in realtà non lo sia più.

 Cosa rimane oltre al virtuale per condividere un'idea e cominciare una discussione? E' un dubbio che mi pongo io a latere di questo post, che vi lascio leggere senza più rubare spazio.

 "L'AMICA GENIALE" una recensione di P. Mango

 Per comprendere le impressioni che ho avuto leggendo “L’amica geniale” e di conseguenza le riflessioni che farò, non si può prescindere dalla realtà italiana degli anni ’50 e ’60.

 Chi vorrà, potrà approfondire, l’analfabetismo era altissimo, spesso si veniva fermati alle elementari, pochi continuavano per la licenza media, pochissimi per il diploma e la laurea era appannaggio dei ceti abbienti.
 
 Veniamo al dunque. Leggendo “L’amica geniale” ho avuto come l’impressione che l’autrice abbia un po’ giocato sulla dualità di questa amicizia, lasciandoci credere che esistono due bambine, amiche, che crescono, che evolvono ognuna a modo suo, ma che continuamente hanno bisogno l’una dell’altra, ed è questo il punto. 

 Io penso che Lila in realtà non esista e che serva all’altra come fonte d’ispirazione per proseguire nella sua vita.
 
Lenù immagina, attraverso Lila, come sarebbe stata la sua vita se non avesse studiato, e da qui porta avanti due storie di vita parallele.
 
 Ne ha bisogno perché le radici non si possono dimenticare, ne ha bisogno perché per anni si sente inadeguata al nuovo ruolo che le compete per gli studi che ha portato avanti e perché al tempo non era facile un inserimento in ambienti culturali a loro modo chiusi.
 
 Pertanto fino a quando la protagonista (perché la protagonista è solo una) non farà quel salto culturale,(e ci vorranno anni, addirittura la maturità), ha bisogno di tornare a casa, al rione, al quartiere, alla famiglia d’origine.
 
Questo perché non è ancora pronta al salto definitivo di classe sociale, e quando alla fine lo farà, quella parte di sé stessa che nel libro è Lila, sparirà.
 
 In poche parole, Lila sparisce quando Lenù ha risolto la sua dualità, affrancandosi dall’ambito familiare e culturale in cui è cresciuta.
 

domenica 27 febbraio 2022

Il corpo è minore se non riusciamo mai a liberarci dello sguardo degli altri. Una recensione di "Corpi minori" in una Milano crudele che dona, brilla, pretende e divora

 E' un po' complicato scrivere questa recensione su “Corpi minori”, secondo romanzo di Jonathan Bazzi, astro nascente della narrativa italiana, celebratissimo dopo lo splendido (a me piacque davvero tanto) esordio, “Febbre”.

Tuttavia, sebbene tema, vista l'interminabile ondata di recensioni lusinghiere, di attirarmi gli strali di chiunque, ci tenevo a farla.

 Quando scrissi la recensione di “Febbre” ebbi l'impressione che il suo allora editore, Fandango, non avesse ben capito la bomba che aveva tra le mani e, nel tentativo (giusto a livello commerciale) di dargli maggiori pezze di appoggio, avesse puntato a presentarlo come un libro in cui si parlava anche della condizione contemporanea di qualcuno che ha fatto coming out come sieropositivo.

 In verità, come ormai ben sappiamo, quel libro parlava di altro: una giovane vita con una sensibilità altissima e un certo personale grado di inquietudine ed eclitticità immersa in un contesto familiare e periferico che di sensibile ed eclettico non aveva niente.

 Ho come la sensazione che anche “Corpi minori” sia un libro presentato (in realtà in questo caso anche pensato) con un certo tema di fondo, ma che in realtà sarebbe stato molto più efficace e sincero se si fosse accorto di parlare di altro.

 Sin dall'incipit che dal titolo che dalla frase scelta su retro della copertina, si evince che l'idea di fondo sia quella di presentare una sorta di educazione sentimentale dell'autore/protagonista (essendo, anche questo un memoir) nei confronti della persona amata e nei confronti di Milano.

 In verità, il libro, a mio parere è una grande occasione persa per parlare di qualcosa che affiora e si prende continuamente la scena, in qualsiasi momento, e che divora le varie storie sentimentali e i molti discorsi in cui l'autore si aggroviglia.

 Dico questo, subito, perché a me piace moltissimo come scrive Bazzi, ma non quando usa molti lunghi periodi circonvoluti per giustificare azioni discutibili agli occhi del lettore.

 Non sta alla narrativa essere accomodante, ma se ti esponi al giudizio poi non è scontato che io riesca a empatizzare perché qui e lì scodelli qualche lunga dissertazione sui corpi desideranti.

I corpi desideranti non sono comunque autorizzati a fagocitare le esistenze altrui.

Ma andiamo un po' oltre, perché su questo, tornerò. Il vero tema del libro, quello che si prende la scena è evidentemente MILANO.

 Milano è una città difficile da capire per chi non l'ha vissuta, come in verità tutte le città.

 Ma soprattutto è una città difficile da capire per chi non l'ha vissuta senza avere soldi o una famiglia dietro.

 Lo dico con la massima cognizione di ogni causa. Quando andai al nord, avevo letteralmente 500 euro in tasca, senza aiuti, e ho vissuto numerose situazioni picaresche che ho rivisto con una certa dose di empatia nel libro di Bazzi.

 Premetto. Non ho mai subaffittato niente a nessuno né mi sono mai permessa cose che il mio ignobile stipendio di molti anni non mi abbia concesso di fare. Lo sottolineo perché Milano è una città incredibilmente diversa, e sottolineo INCREDIBILMENTE, per chi ha e non ha i soldi.

Non è solo questione di affitto, è questione di opportunità.

 Assai più di qualsiasi città italiana, Milano è un posto dove qualcuno di brillante, pur non essendo necessariamente figlio di qualcuno, può farcela. Questo non significa che sia un paradiso meritocratico, anzi, l'alta borghesia riserva sempre le giuste quantità di posti di lavoro sopra una certa RAL ai propri rampolli. Lo fa in tutti i settori, dal commercio all'editoria, dalle multinazionali al mondo culturale.

 Diciamo che, vuoi perché comunque si percepisce che i povery talentuosi possano essere un valore aggiunto, vuoi che ci sia ancora adesso una disponibilità lavorativa assai più elevata del resto d'Italia, ci sono molte variabili impazzite. Io, lo ammetto sono stata una di queste (ho svolto un lavoro che mai pensavo nella vita, ovviamente con un RAL da povera perché poi bisognerebbe anche aprire una discussione su questo, ma non qui).

 La variabile impazzita però non può essere presa come regola e cancellare tutte le persone che, non potendosi permettere stage non pagati e master esosi, si trovano a fare lavori malpagati vivendo in posti indecenti (ci ho vissuto anche io), affittati a prezzi da strozzini da gente o fondi immobiliari che posseggono interi palazzi. 

 Non può far dimenticare il fatto che a Milano paghi tutto e paghi tutto tanto e che questo, mi spiace, non sia giustificato da niente. Io sono anni che sono inferocita con l'idea delle gabbie salariali perché non c'è nessun motivo per cui uno stipendio del nord debba valere più di quello del sud solo perché al nord si specula con maggior follia.

Sulla Milano stratosferica e sbrilluccicante che tutto ha da offrire a chi viene dalla sua periferia o dal resto d'Italia, ma solo se sei hai il cash giusto, ci sarebbe da scrivere un libro di epica generazionale.
  E, in parte Bazzi sembra, qui e lì, che desiderasse quasi scriverlo.

 Per qualche motivo però ha deciso che no, il suo sarebbe stato un romanzo d'amore in cui spiegava una cosa in verità non molto interessante: ho un fidanzato bramatissimo, ma a un certo punto mi sembra di non amarlo più, cerco di capire perché, in qualche modo lo capisco (anche se nel libro onestamente non è molto chiaro cosa succeda a tal proposito) e via come se non fosse mai successo niente.

Non voglio essere brutale e non mi permetto di giudicare l'interiorità e il vissuto di Bazzi, ma analizzo il modo in cui l'ha raccontato e in cui l'ho percepito.

 Il racconto sull'emotività dell'autore, onestamente, non è che abbia fatto grande breccia nel mio animo.  La freddezza con cui liquida il povero primo fidanzato che lo mantiene per anni, il modo feroce col quale giudica praticamente tutti coloro che incontra, tentando di capire quasi sempre come sfruttarlo al momento a suo vantaggio, il suo vagare per università proposto come inquietudine di vita e morale non è che sia proprio la lettura più digeribile del mondo.

 Il libro mostra un autore che in parte, ripeto, si espone al giudizio altrui senza farsi sconti, ma in parte sembra nascondere un approccio incredibilmente egoriferito dietro a contorti concetti filosofici rubati qui e lì da insegnanti e autrici. Una citazione di De Monticelli o Stein è inutile se il libro non riesce andare oltre a una superficie e questo desiderio tra essere e apparire esplode anche a livello universitario.

Posso studiare alla Statale, ma perché non andare al San Raffaele? La scuola dei ricchi milanesi, simbolo e status?

Il problema, in generale, di tutto il libro, secondo me si esplicita proprio lì. 

 Bazzi non sembra avere non dico una coscienza politica o di classe, perché mi rendo conto che sono termini desueti, ma una coscienza del fatto che provenire da un ambiente sociale considerato minore è una percezione che introiettiamo dagli altri, ma quando esci dall'adolescenza, deve smetterla di essere un tuo problema.

Non c'è nulla da dimostrare, nessun simulacro a cui aggrapparsi, nessuna università cool da frequentare, nessun circolo di poetesse che fanno yoga e sussurrano alle orecchie, o credulerie sulla cabbala assieme a Paola e Chiara a cui aggrapparsi.

 La Milano di adesso si basa tanto su questo equivoco: l'idea che maggiore è lo splendore sociale che puoi dimostrare, maggiore sarà il tuo valore. 

 Quindi la laurea vale di più se è privata, sei più giusto se fai un lavoro fighissimo pagato una miseria e non il commesso da Zara con uno stipendio da CCNL del commercio, lo psicologo che ti cura è bravo solo se lo paghi tanto.

Non c'è valore oggettivo della persona, c'è il valore che quella persona può mettere sul piatto perché tutti lo ammirino. Partendo da questo presupposto, è ovvio che non si possa mai uscire dall'idea che comunque i natali te li ha dati la temibile Rozzano.

 Ed è proprio per questo motivo, credo, immagino, Bazzi non sia riuscito a scrivere un racconto picaresco sulla Milano brillante e feroce di adesso. Un enorme circo dove puoi ambire a tutto, ma il tuo valore è deciso, se non dalla famiglia, dal cash, e se non dal cash dai posti che frequenti, le persone che conosci, i circoli esclusivi dove bazzichi.

Ed è, sottolineo, un'epica oscura della città che ha radici profonde. 

 Se si legge Bianciardi, Milano è sempre stata così: pronta a ingoiare i suoi abitanti non integrati, a succhiarne lo spirito dopo avergli offerto opportunità che altrove sarebbero impossibili. Non puoi vivere da nessun'altra parte, ma se ci vivi, se non stai molto attento, ne vieni spolpato.

 Ma Bianciardi aveva una coscienza di sé, di ciò che era rispetto a Milano, del rancore e della riconoscenza che le portava, del dolore che questa città gli infliggeva e della riconoscenza che le doveva, che Bazzi non sembra neanche lontanamente contemplare.

 Milano è il posto dei sogni, un parco giochi che però caspita costa e allora troviamo un pollo a cui affibbiare quasi tutto l'affitto, della scuola privata da fare anche senza i soldi per farla, della voglia di viverci, ma di lavorare anche no, di mollare l'affitto non pagato ai coinquilini e di schifarli pure anni dopo. 

 Cosa c'è oltre al corpo desiderante che desidera e fagocita e pretende e fagocita in nome di un passato di svantaggio che pone in perenne condizione di risarcimento sociale?

Cosa c'è oltre alla citazione filosofica, se poi la città (e quello che ti fa) non riesci a vederla?

 Mi spiace, ma il libro, pur scritto davvero bene, per me è un'occasione mancata. Il memoir è un genere che dovrebbe andare oltre alla pirandelliana visione della realtà, raccontarci qualcosa anche di noi, cosa che in "Febbre" succedeva. 

 In "Corpi minori", personalmente, questa astrazione almeno io non l'ho avuta e, onestamente, le recensioni basate sullo sguardo borghese che gioisce del giovane autore che viene dalla periferia (consiglierei sul tema la lettura di quel capolavoro che sono le pochissime pagine autobiografiche di Scerbanenco), mi sembrano solo una conferma della mia sensazione generale.

mercoledì 13 ottobre 2021

La sensazione del danno. Una recensione di "Mi stai ascoltando?" di Tillie Walden, quando il dolore travolge tutto ciò che è fuori e dentro di noi

 In questi tempi assai difficoltosi, dove talvolta sembra di camminare sulle uova ed è difficile inserirsi e comprendere la portata della rivoluzione che stiamo vivendo, una costante sembra essere la necessità di essere ascoltati.

In molti, ma soprattutto molte dicono di aver trovato coraggio dopo molti anni di parlare di un qualcosa di grave e traumatico solo quando hanno trovato qualcuno che gli disse ascolto.

 E' una sensazione che abbiamo provato tutti nella vita, l'ho provata anche io.

 Uscita da un contesto di lavoro molto pesante, ho trovato un sostanziale muro davanti al mio disagio: quello che ti è successo era davvero così grave? Non è forse quello che prima o poi accade a tutti nella vita? Perché dovrebbe essere speciale? Ma soprattutto, perché non dimentichi e vai avanti? Tutti viviamo qualcosa di spiacevole e rimestare nel passato non serve a niente.

 Fondamentalmente io ho avuto e ho tuttora questo approccio: evitare di rimestare e andare avanti. Il tempo della vita è limitato e spenderlo a girare su sé stessi non serve a niente.

 Ma accade, certe volte, di avere la sensazione esatta di aver subito una sorta di danno, come una macchina che, oltre al bozzo, si trova ad avere una luce rotta, un problema alla frizione, un qualcosa che impedisce di continuare a viaggiare bene.

Tu vuoi ignorarlo e continuare a guidare, ma non puoi.

I modi per uscire da questa impasse sono molteplici e talvolta coinvolgono degli specialisti, ma spesso misuriamo l'entità del danno dalla quantità di ascolto che riceviamo: se è poca, ci diciamo, non è davvero così importante.

 

 Il libro di Tillie Walden ragiona su alcuni grandi temi, tra i quali l'ascolto. In alcuni momenti lo fa in modo ingenuo, ma in generale la grande cavalcata onirica alla quale si lascia andare, ha molto a che vedere con l'inconscio e la nostra capacità di interpretarlo.

 Bea e Lou sono due ragazze che si conoscono di vista. Un giorno Lou, che ha da poco perso la madre alla quale era legatissima, incontra Bea in un autogrill e capisce al volo che sta scappando.

 Preoccupata per lei, che è giovane e chiaramente sta procedendo a caso rischiando di ficcarsi in strane situazioni, finisce per caricarla in macchina lasciando che l'accompagni nella sua visita a una lontana zia.

 Le due trovano insieme uno strano gatto, che Bea decide di voler riportare a tutti i costi ai misteriosi padroni.

 Il micio però si rivela un essere incredibile, una sorta di chiave verso un mondo assurdo, dove i paesaggi si confondono, strani esseri le inseguono e giungono in luoghi onirici e inaspettati.

 Lou si rende conto che il salvataggio del gatto è per Bea molto più di quel che sembra e assume le proporzioni di un qualcosa di fondamentale. La sensazione è che salvando quel gatto lei possa in qualche modo riparare un danno. Se qualcuno avesse cercato di aiutarla in tutti i modi, proprio come lei sta cercando di aiutare quello strano magico animale, forse avrebbe potuto (o potrebbe) salvarsi.

Sul bordo di una piscina abbandonata arriva finalmente il momento che tutti, compresi il lettore, stavano aspettando: perché Bea scappa? Da chi e da cosa lo fa?

 E la storia, fino a quel momento dolorosa, ma assurda, prende improvvisamente una piega reale, una piega cruda, quella di un abuso gravissimo e reiterato che Bea trova il coraggio di confessare solo fino a quel momento.

 Bea è disperata perché pensa di non essere stata in grado di reagire, di averlo fatto troppo tardi, di non aver lottato abbastanza, ma Lou le risponde, “Non è colpa tua, mi stai ascoltando?

La storia ha alcune allegorie un po' ingenue in confronto all'enormità onirica che è in grado di raccontare: Lou insegna a Bea ad guidare la macchina, nella sempre esplicita metafora dell'essere in grado di guidare la propria esistenza.

 Ma soprassedendo su queste allegorie della patente, il libro riesce a raccontare la devastazione che ci travolge quando pensiamo che un grande trauma abbia distrutto tutto ciò che c'è dentro e fuori di noi.

 La confusione, il dolore, il sentirsi braccati, il disperato desiderio di portare in salvo qualcosa di noi, anche se tutto sta crollando, anche se siamo stanchi, anche se non ce la facciamo, è trasmesso in un modo cristallino, con una bravura e una profondità incredibili.

 Non cadere nel retorico davanti ad un dramma che preferiremmo non vedere, non leggere, non ascoltare, dimostra un talento che porterà Tillie Walden lontanissimo. 

 E' incredibile la bravura di questa autrice, così giovane e così in grado di essere lucida nell'intercettare il dolore che scegliamo di ignorare. 

 Non avevo particolarmente amato la strana tranquillità dei sentimenti di “Su raggio di sole”, malgrado l'ambientazione fantascientifica incredibile, mentre avevo trovato straordinario “Trottole”, ma credo che in generale questo sia il libro che maggiormente ci mostra ciò che Tillie Walden, da autrice, sarà in grado di dare al mondo.

martedì 15 giugno 2021

"Visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano". Una recensione di "L'acqua del lago non è mai dolce" di Giulia Caminito.

 Qualche anno fa, un'amica di Dolcemetà, dopo aver girato mezzo mondo era infine tornata a vivere nella propria sonnolenta cittadina natale, pronunciò una frase che all'epoca mi colpì molto e che infatti non era sua.

 Parlando della sua sonnolenta cittadina, dalla quale si era tenuta orgogliosamente alla larga per tanto tempo, disse che nonostante tutto era davvero difficile non provare un attaccamento forzato.

  “Sai com'è la storia, no?”, disse, “visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano.”

 Non sapevo all'epoca si trattasse di un verso di “Piccola città” di Guccini, una canzone che durante il lockdown mi ha letteralmente tormentato consumandomi di nostalgia. 

 Chiusa in casa, avevo una voglia disperata di tornare alla mia piccola città sul lago, Bracciano, una nostalgia struggente che non si è placata dopo la fine del periodo Covid più duro e che in un certo senso è stata determinante nella scelta di trasferirsi a Roma (anche se in verità è stato molto più destino che altro).

 Questo senso di attaccamento matto e disperatissimo è una delle cose che mi ha più colpito de “L'acqua del lago non è mai dolce” il libro di Giulia Caminito ed. Bompiani, (meritatamente nella cinquina dello Strega), ambientato ad Anguillara, uno dei tre paesi sdraiati sul lago di Bracciano.

 La storia, per stessa ammissione dell'autrice, non è autobiografica, ma alcuni personaggi ispirati, alcuni cenni, alcuni ricordi e di certo il suo attaccamento per il paese di Anguillara e il territorio lacustre in generale, lo sono e si capisce ad ogni riga.

 Lo dico subito, leggere questo libro, ambientato nel posto dove anche io sono cresciuta (e più o meno negli stessi anni visto che Giulia Caminito ha solo qualche anno in meno di me) è stata un'esperienza difficile e anche stranissima.

Ma qual è la trama del libro?

La storia racconta l'adolescenza e la giovinezza di Gaia, ragazza di basso ceto sociale, figlia di una donna volitiva e fortissima di nome Antonia. Ha tre fratelli e un padre che si è ritrovato con la schiena spezzata perché un giorno è caduto da un'impalcatura a nero e nessuno ha visto, sentito e denunciato.

 Antonia combatte con le unghie e con i denti per la propria famiglia e cerca da anni di farsi assegnare un alloggio popolare. La sua pratica passa di mano in mano fino ad arrivare nella mano giusta riuscendo così a ottenere una casa in un bel quartiere. 

 Troppo bello per gente come loro e sin da subito la famiglia si trova male, circondata dal sospetto dei vicini benestanti. Trova così il modo di scambiare il proprio alloggio con quello di una donna che ne ha avuto uno fuori città, ad Anguillara, un posto di provincia, ma non troppo, dove la vita costa meno e i figli forse si troverebbero meglio.

 L'avventura di Gaia inizia così, con gli stessi calcoli che fanno i molti romani che decidono di trasferirsi sul lago (principalmente ad Anguillara che Bracciano è terra di figli e nipoti dei militari dell'enorme scuola di Artiglieria locale, tipo me).

 Ma anche se a due passi dalla città, Anguillara è un paese, col suo microcosmo che solo chi è vissuto in un paese conosce e Gaia ci si tuffa come un pesce.

 Vive enormi amicizie, dolori feroci, estati avvolte nella canicola allietata dai tuffi estivi, le serate nei locali del lungolago, la noia delle giornate dove non rimane altro che passeggiare sulla riva o andare a Roma a fare qualche vasca, il maledetto treno della tratta Roma-Viterbo che ci mette un'ora e mezza a fare quaranta chilometri. E ha un carattere ferocissimo Gaia, una voglia di vivere, di arrabbiarsi, gridare, pretendere, dibattersi che la rendono un personaggio di incredibile vitalità, anche grazie ad alcuni stralci del libro, scritti in un evidente stato di grazia.

 Ho letto molte recensioni di questo libro, tante interpretazioni per la sua protagonista (e anche tanti travisamenti), ma mi è difficile essere obiettiva nel parlarne. Quello che ho provato leggendolo è stata un'emozione nella lettura che non provavo da molto tempo e che in un certo senso ha concentrato l'eco di tante cose che ho vissuto anche io, in altro modo certo, ma in modo simile.

 C'è un passaggio che per alcuni sarà solo la descrizione del tragico pendolarismo che mezza Italia è costretta a vivere su mezzi pubblici vecchi e sempre in ritardo. 

 Gaia descrive il suo forsennato salire e scendere dai treni della tratta Roma-Viterbo che, dovendo sopperire alla mancanza di metropolitane a Roma, fa millemila fermate costringendo chi vive fuori a un calvario per una manciata di chilometri.

 Quella descrizione per me è stato il flash esatto di spossanti e rabbiosi anni passati a saltare sul medesimo treno, con la medesima ansia, le medesime arrabbiature oscene contro chi si sentiva male costringendo il treno a fermarsi a “Gemelli” in piena galleria, ma vicino all'ospedale, contro i poveracci che di tanto in tanto si suicidavano. Ho letto esattamente quello che ho vissuto, parola per parola.

E vi assicuro che è un'esperienza stranissima, che va oltre il “romanzo ambientato in un posto che conosco”.

Sarà stata in parte una felice congiuntura di comuni destini, ma in verità il merito va alla splendida scrittura di Giulia Caminito, che in questo libro riesce lì dove molti falliscono: dare la giusta forma a qualcosa che per molto tempo è esistito con enormità schiacciante solo dentro di te.

 Riesce a raccontare il fervore e la rabbia di una giovinezza che va oltre, secondo me, lo stesso contesto sociale in cui l'autrice ha scelto di inserire la sua protagonista. La povertà, l'ingiustizia sociale, una madre ingombrante sono parte di Gaia, ma Gaia sembra avere una fiamma che va oltre quello che l'autrice ha apparecchiato per lei.

 C'è molta rabbia e moltissima nostalgia in questo romanzo.

 Una nostalgia che condivido per quello che eravamo e che non saremo mai più, per un posto che ha significato la giovinezza ed è legato a un insieme di ricordi, di amori, di amicizie ed esperienze che non sono replicabili in nessun altro momento dell'esistenza.

 Ci sono tante altre cose in questo libro, è vero, cose sulle quali gran parte della critica e delle recensioni si sono concentrate.

 C'è la povertà, c'è una certa violenza giovanile a cui i giovani, bisogna essere onesti e sinceri, sono abituati (i giovani di ogni epoca, me compresa), c'è odio, amicizie indimenticabili, ci sono persone che perdiamo nel cammino perché come cantavano I tre allegri ragazzi morti, “Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa o che sia vera”.

 Ma quello che alla fine rimane davvero e rende questo libro così speciale rispetto alle molte altre valide giovinezze raccontate in tanti altri romanzi, è un senso di inesplicabile nostalgia per un luogo e persone, comprese le persone che noi stessi eravamo, che sono esistite in un certo modo solo in un determinato frangente, e che in quel modo esatto, anche se torneremo, non potremo rivedere mai più.

"Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?"

mercoledì 7 aprile 2021

Il male che ci avvolge come polvere. "La casa impura" di Ono Fuyumi, un romanzo horror o una lezione sulla narrativa dell'orrore?

 Sarebbe molto interessante usare "La casa impura" di Ono Fuyumi, (appena uscito per Atmosphere Libri), durante un corso sulla letteratura horror poiché si tratta di uno strano romanzo, benissimo scritto, estremamente metaletterario, che indaga, attraverso una trama meticolosa, le grandi domande alla base del genere.

  La protagonista è una scrittrice di romanzi horror che per anni è stata anche curatrice di una raccolta di racconti dell'orrore. 

 Per questo motivo, nel corso degli anni, molti fan le hanno inviato storie sovrannaturali delle quali erano protagonisti (o sostenevano di esserlo) nella vita reale.

 Un giorno riceve la lettera di una sua lettrice, Kubo, che le racconta di essersi appena trasferita in un nuovo condominio, ma dopo appena pochi giorni ha iniziato a sentire in casa alcuni strani rumori. Dopo molto osservare, si era resa conto che provenivano principalmente da una stanza, dove era riuscita a intravedere il pezzo di un particolare kimono come pendere dal soffitto.

Leggendo, la scrittrice si rende conto di aver ricevuto, anni prima, una lettera con una storia simile e si capisce che si tratta dello stesso condominio. A quel punto decide di contattare Kubo e di indagare assieme a lei sui motivi cha avrebbero potuto la casa ad essere infestata dai fantasmi e se, soprattutto, si può parlare di fantasmi.

 Il libro infatti viaggia sempre sul sottile crinale del dubbio: ciò in cui la scrittrice e Kubo si imbattono è in effetti qualcosa di sovrannaturale o la loro è semplice suggestione?

 La trama prosegue seguendo il filo di ogni bravo romanzo o film horror: per comprendere ed estinguere le cause del male bisogna arrivare all'origine.

 Iniziano quindi separatamente una meticolosa opera di ricostruzione: chi abitava prima nell'appartamento? E' solo l'appartamento di Kubo a sembrare infestato o anche il resto del palazzo? E se invece fosse il terreno a contenere la radice del male?

 Si procede quindi in una selva di dubbi, di suicidi pregressi, di dicerie, pettegolezzi, famiglie distrutte, malattie. E più si va avanti più sembra che l'origine del male si sposti nel tempo: forse era una famiglia disgraziata, forse un edificio in fiamme, un ragazzino malato, una spada maledetta.

 Ma quanto a fondo bisogna andare per capire dove si annida il male? E perché alcuni fatti drammatici dovrebbero contenere uno specifico seme malvagio? Cosa causa il perdurare di una maledizione?

 I dubbi delle due protagoniste sono gli stessi dubbi di un lettore appassionato di horror o di uno scrittore che si trova ad affrontare una trama.

Cosa determina l'insorgenza del male? E perché decidiamo che uno specifico suicidio, una morte disgraziata o un incendio doloso debbano per forza essere connessa a qualcosa accaduto molti anni prima?

 Nel libro gli anni passano inesorabili. Le due donne cambiano case, chiedono aiuto, cercano testimonianze, e seppur scettiche iniziano con terrore a guardare ai malanni dai quali entrambe, in tempi diversi, sono afflitte. Normale routine o l'effetto di aver in qualche modo sfiorato il male?

 Diceva un famosissimo passo di Nietzsche che se a lungo guardi l'abisso, anche l'abisso ti guarderà ed è forse la morale del libro e del fascino che la narrativa dell'orrore ha sui lettori.

 La scrittrice e Kubo sono attratte e respinte allo stesso tempo dall'idea di seguire il filo rosso che dovrebbe svelare loro chi infesta la casa di Kubo.

 Tuttavia, più l'indagine si fa approfondita maggiore è la sensazione che le disgrazie concatenate non siano altro che un reciproco guardarsi tra abissi.

 L'idea che il male sia un contagio è alla base di altre storie. Da "The Ring" che crea un vero e proprio nesso tra un virus reale e un virus fantasma, a pellicole come "Il tocco del male" in cui un demone passa di corpo in corpo attraverso un semplice tocco.

Ed è un'idea affascinante perché, forse, è l'unica parte reale delle storie dell'orrore.

  Il male arriva dalle vie più impensate, attecchisce dove trova un terreno fertile, perseguita, porta alla pazzia, rende gigantesche cose microscopiche e viceversa. 

 Il libro si ferma un passo prima della soluzione, proprio come un buon trattato di narrativa dell'orrore dovrebbe fare, lasciando la domanda finale al gusto del lettore: è tutto vero e il male può prendere una forma che possiamo capire e combattere, oppure è solo un'incredibile suggestione che rimane attorno a noi come una polvere, una nuvola da attraversare senza rimanere indenni?

martedì 26 gennaio 2021

"Il commissario Ricciardi", una fiction di fantastoria abbastanza riuscita. Fotografia da diesci, Guanciale da sette, Claustrofobia da zero e Fascismo non pervenuto.

 Ieri sera è andata in onda la prima puntata della fiction su Ricciardi, il fascinoso e tormentato commissario creato da Maurizio De Giovanni (qui il mio post sui suoi libri, bellissimi) la cui peculiarità, nella selva dei commissari, è quella di vedere i fantasmi dei morti di morte violenta nel luogo dove sono deceduti. Non solo li vede, ma li sente anche, finendo per vivere una tormentata esistenza al liminare tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti.

 Devo dire che quando la Rai ha deciso di trarne una fiction ero piuttosto preoccupata.

 "I bastardi di Pizzofalcone" era stato un mezzo disastro (per me ovviamente), nonostante i libri fossero praticamente stati scritti per essere la base di una fiction.

 I personaggi travisati, le situazioni ribaltate in stile "Occhi del cuore" e una Napoli noiosa come un paesello delle montagne svizzere, avevano messo una pietra tombale sulla mia fiducia nella tv generalista di riuscire a produrre un prodotto, non dico al passo coi tempi, ma almeno non al limite della telenovela.

 Ricciardi peraltro presentava due problematiche aggiuntive:

1) L'ambientazione in epoca fascista, alias la kriptonite della tv italiana.

2) Gli effetti speciali (che forse gli ultimi visti risalgono a "A come Andromeda") perché insomma, supponevo che nemmeno in Rai sarebbero giunti  a pensare che un figurante infarinato potesse essere credibile come fantasma.

 Ebbene, contro ogni aspettativa, la Rai è riuscita a sfornare un prodotto direi accettabile, superiore di sicuro a quello che mi aspettavo, con qualche punta di qualità e qualche evidente pecca.

 Ecco a voi la mia analisi minuto per minuto.


LE COSE RIUSCITE

LA FOTOGRAFIA:

 Se questa serie risulta più convincente di tante altre è perché, finalmente, la fotografia non è "Duccio smarmella".

 Il lavoro di luci e di atmosfere fa praticamente metà della fiction che nei suoi numerosissimi (se non tutti) interni, appare quasi una sorta di fumetto horror.

 Su fb in molti mi hanno fatto notare come la fiction avesse di certo preso a piene mani dal fumetto Bonelliano di Ricciardi (del quale ho letto un paio di numeri che mi sono parsi molto convincenti).



 In effetti Ricciardi è un protagonista molto fumettoso. Ha una sorta di superpotere, si aggira in una città oppressa, i co-primari sono tutti estremamente delineati. Inoltre l'epoca fascista e il fumetto horror hanno molte tinte in comune, quel grigio cupo, quel virare verso il verdastro, che restituiscono una certa tensione distopica, insomma, se il Ricciardi che vediamo è credibile è perché il contesto, più che storico, è riuscitamente fantastorico e la fotografia in questo gioco è stata fondamentale e credibilissima. Voto diesci.


I PERSONAGGI:

 Bisogna spezzare una lancia anche in favore del direttore del casting che, almeno in questa puntata, non ha dovuto cedere a nessuna starlette o attore di prima fascia, Lino Guanciale (che però è in parte) escluso.

 I personaggi, a mio parere, sono tutti molto azzeccati

 Lino Guanciale (dieci anni fa avrebbero dato il ruolo a un riluttante Scamarcio) in effetti ha le phisique du role per essere l'oggetto del desiderio di tutte le donne etero dentro e fuori lo schermo, esattamente come Ricciardi lo è per tutte le donne che hanno la fortuna di incontrarlo nel libro.

 Livia, che ricordavo bionda, ma tutti mi dicono sia mora, è molto bella, ha un viso antico il giusto e una certa regalità. Tutte cose che apprezzo moltissimo. Le manca forse quella nota un po' imprevedibile e felina che De Giovanni sottolinea numerose volte nei libri. Ha una certa freddezza che speriamo svanisca nelle prossime puntate.

Maione, sua moglie, Rosa, il prete, i gerarchi vari del commissariato sono tutti in parte, più o meno come li immaginavo. L'unico completamente diverso è il dottor Modo che, non so perché, ho sempre immaginato un signore pelato e con gli occhiali, ma quello è un problema mio.

 Bambinella, fantastico. Spero abbia più scene. Era bello il personaggio nei libri, l'attore è bravissimo e super in parte. Il migliore di tutta la fiction.


LE COSE NON RIUSCITE:

I PERSONAGGI:

 Se Lino Guanciale è di sicuro in parte, avrebbe però dovuto calcare meno la mano sull'estremizzazione di Ricciardi. Ci sono intere scene in cui è accigliatissimo, altre in cui è basitissimo, altre ancora in cui è al limite del vampirismo. 

 Certo, è interessante la possibilità che Ricciardi, avendo a che fare col regno dei morti, ne assuma anche alcune caratteristiche, ma insomma, una recitazione un filino più sfumata non è che guastava.

 Inoltre. Va bene che non sono state dedicate troppe scene alla caratterizzazione dei personaggi, (Rosa, personaggio fantastico nel libro, qui dice tre battute e una è sul ferro da stiro), ma Ricciardi, tipo, si cambierà ogni tanto, o no? Ha quell'impermeabile attaccato al corpo SEMPRE. Temevo che a un certo punto ci andasse a dormire.

 Enrica. Mi spiace ma è davvero l'unico personaggio che secondo me stona. 

 Lei troooooppo bellina, troppo moderna soprattutto. Non basta infilare gli occhiali a una ragazza graziosa per renderla una bellezza "interessante". Io la immaginavo molto diversa, non così bellina e non così moderna, una bellezza un po' antica diciamo, meno fine anche. E' l'unica che sembra provenire dal 2020 e non è convincente in un contesto fantastorico. Peccato.

LA CLAUSTROFOBIA:

Di sicuro ci sono dei motivi pratici ed economici che hanno portato la fiction ad essere una lunga sequela di scene piuttosto statiche, con poche persone, in interni molto ripetitivi. 

 Girare in interni costa meno che girare in esterni, e immagino che in parte sia stato girato in epoca Covid con tutti i limiti del caso. Soprattutto per questo, non me la sento di infierire su una regia statica che risulta più convincente di quella di Pizzofalcone per un motivo: sembra di leggere un fumetto.

 Le scene sono ampi riquadri con dialoghi e poi si passa al successivo. Ricciardi è fumettoso e ci sta, però manca così completamente un personaggio presentissimo nei libri di De Giovanni: Napoli.

 Napoli scompare, non c'è la vita, non ci sono le persone, i ritmi, i cibi, la vitalità, la fame, la miseria e lo splendore. Siamo su un set cinematografico o, appunto, nelle vignette di un disegnatore un po' pigro che non ha voglia di fare sfondi.

Spero che il problema fosse il Covid.

GLI EFFETTI SPECIALI:

Mio cognato
Una cosa bisognava fare: i fantasmi.

  Dico solo che l'ologramma di mio cognato che fa il cavaliere fantasma nel castello di Santa Severa, non solo è fatto meglio, ma fa più paura.

Inoltre Ricciardi è praticamente perseguitato dai fantasmi che vede ovunque quando cammina. 

Qui invece c'è il tenore ammazzato (che non capisco bene cosa dice, ma è un problema mio) e un fantasmino incontrato per strada. Per il resto Ricciardi cammina in strade deserte degne di un Lockdown ante litteram.

 Mettetecelo qualche fantasma in più, anche fatto male, se no Guanciale fa il tormentato senza motivo.


LE COSE BOH VEDIAMO COME VA:


IL PERIODO FASCISTA:

 Per ora tutto quello che ci riconduce al periodo fascista è l'aver intravisto sfocata l'immagine di Mussolini dietro al gerarca e la faccia disgustata di Ricciardi-Guanciale quando il gerarca fa velati riferimenti "A Roma". Fine.

 Per il resto potremmo essere ovunque, in un tempo abbastanza indefinito. E in effetti, come detto sopra, che siamo a Napoli lo sappiamo giusto perché abbiamo letto i libri e appare una sfogliatella, altrimenti potremmo letteralmente essere ovunque. E infatti parte delle scene è stata girata a Taranto.

 Vorrei pensare che nella prima puntata non è che puoi affrontare bene il contesto, ma temo sia il solito modo italiano di fingere che una cosa controversa e vergognosa insomma vabbeh facciamo finta che non c'è veramente e facim ammuina.

 Beneficio del dubbio almeno fino alla seconda puntata.


E voi? Lo avete visto? Vi è piaciuto? Cosa ne pensate?

lunedì 18 gennaio 2021

Le recensioni di mezzo. Se devi delirare, delira fino in fondo. "Nero ferrarese" di Lorenzo Mazzoni e la lezione di Pinketts.

  Come avrete notato in questi anni, sono una che legge molti gialli.


Li trovo rilassanti, ma ammetto che, finita l'epoca in cui passavo il pranzo assieme ai miei nonni a guardare la Signora in giallo facendo a gara a chi scopriva per primo l'assassino, non li leggo per scoprire davvero chi è l'assassino. 

 Mi piace l'atmosfera, l'idea che la trama vada a parare da qualche parte e, devo dire, anche quella dose di libertà creativa che li distingue dagli altri generi.

 Ad un giallo investigativo preferisco di gran lunga uno d'atmosfera, sempre che l'atmosfera non sia una scusa per non avere una vera trama però (come accade ad esempio nella serie di Precious Ramotswe di Alexander McCall Smith, in cui bello il Botswana, bello tutto, ma il giallo non c'è).

 I gialli d'atmosfera, dopo un certo numero di indagini permettono all'autore di scrivere quasi col pilota automatico.

 Per capirci, Camilleri alla fine aveva ridotto le indagini di Montalbano a una specie di processione tra case dove gli venivano offerte leccornie sicule, ma il contesto era talmente tanto codificato che capire chi fosse realmente l'assassino era diventato quasi superfluo. E in verità, anche quando l'indagine c'era eccome, come nel caso di Chandler, era il contesto a rendere tutto davvero speciale.

Il giallo di Lorenzo Mazzoni, "Nero ferrarese" ed. Pessime Idee, scivola un po' su quel declivio. Il protagonista, Pietro Malatesta, anarchico di nome e di fatto, fa il poliziotto controvoglia in quel di Ferrara, città un tempo fascista, poi comunista, ora, lo sappiamo, leghista.

 Tutto inizia con l'omicidio di un fascistello diciannovenne, poi, la posta progressivamente si alza. Si alza TANTISSIMO. Si alza, direi, troppissimo.

 Chiariamo, il libro è scorrevole e scritto bene, ha quella sorta di placida follia che apprezzo tantissimo, soprattutto nei gialli. Il protagonista è circondato da personaggi abbastanza deliranti e ha passioni abbastanza deliranti (come la Spal e il paese d'origine di suo nonno, Tresigallo).

 Solo che, non so se per la brevità del romanzo (che è, in verità secondo me troppo corto per il suo potenziale) o per una certa mancanza di coraggio, il delirio non è totale come dovrebbe essere.

 Per dare un attimo un senso a quello che sto dicendo, secondo me quando si decide di scrivere un giallo il cui contesto ha una certa dose di follia un po' satirica bisogna puntare (anche senza arrivare a tali estremi) a Pinketts.

 I libri di Pinketts, se li avete letti (se non li avete letti VERGOGNA FATELO), sono un esempio di nonsense lucido che coinvolge trama e lingua simultaneamente. Sono il trionfo dell'assurdo che però riesce a mantenere una sua sottile coerenza in grado di portare avanti la trama.


 Non definirei i gialli di Pinketts propriamente dei gialli, ma trovo interessante e significativo che abbia scelto nel suo percorso letterario di fare uso proprio di questo genere che è in effetti in grado, per sua natura, di contenere e sprigionare tutta la follia umana di questo mondo.

 Cosa c'è del resto di più folle di un essere umano che per folli e spesso futili motivi architetta strani piani criminosi con premesse altrettanto folli, futili e criminose?

 Nel caso di "Nero ferrarerese" le premesse e l'idea sono accattivanti e anche il protagonista, di suo, sarebbe in grado di reggere una trama complessa, ma manca un tocco di follia finale.

 Se si alza la posta criminosa in modo vertiginoso, ossia se il delitto è particolarmente grave, allora deve esserci o una robusta trama dietro o un'atmosfera folle che giustifichi l'esagerazione.

 Non so esattamente Mazzoni dove condurrà in futuro il suo personaggio che, soprattutto sviluppando meglio i personaggi secondari, può promettere un contesto già ben organizzato, ma spero in una trama più complessa, anche solo alla Verasani per capirci. 

 Oppure, se proprio è necessario sperare bene, che spinga meglio sul confine della follia: l'anarchia di Mazzoni, il figlio facile a strambi estremismi, il ménage familiare ai confini della sopportazione.

 Un po' di coraggio, i gialli più sapidi sono, meglio è per tutti.

mercoledì 23 settembre 2020

Una storia d'amicizia o una battaglia per cambiare classe sociale? Una recensione della tetralogia de "L'amica geniale" di Elena Ferrante

 Ci ho messo anni a decidermi a leggere la tetralogia de "L'Amica geniale". Avevo letto un paio di libri della Ferrante e, a esser buoni, li avevo trovati fastidiosi, quindi mi riusciva difficile pensare che di colpo potesse aver scritto qualcosa di nettamente superiore.

Foto presa da Repubblica Napoli
 Poi, complice la vacanza sulla costiera sorrentina, mi sono fatta coraggio ed effettivamente, come moltissimi, ho letteralmente divorato i 4 libri in, credo, meno di una settimana.

 Prima di scrivere questa recensione, ne ho spulciate un po’ delle millemila già presenti su giornali e web, e ho notato che tutte tendono a concentrarsi sul rapporto tra Lila e Lenù.


 Ovviamente, dirà chi lo ha letto, su cosa ci dobbiamo concentrare visto che questa amicizia che dura mezzo secolo è, fondamentalmente, l’ossatura stessa della storia?

 In realtà, forse per una certa affinità di ansie e inquietudini personali con la narratrice, Elena Greco, detta Lenù, a me è sembrata molto rivelatrice una frase che lei stessa, con un certo sconcerto, si ritrova a pensare, rimuginando ormai in là con gli anni su un raccontino scritto da Lila alle elementari come di una quasi opera letteraria perduta, a metà del quarto libro: "Se il genio che Lila aveva espresso da bambina con la Fata blu, turbando la maestra Oliviero adesso, in vecchiaia, sta manifestando tutta la sua potenza? [...] L’intera mia vita si sarebbe ridotta soltanto a una battaglia meschina per cambiare classe sociale".

In effetti ci sono due cose che voglio assolutamente dire in questa recensione.

La prima è che sì. Io credo che la vita di Lenù e la tetralogia siano fondamentalmente il racconto di un titanico sforzo di una ragazza straordinariamente intelligente per cambiare ceto sociale.

Nata in una famiglia povera, ma non poverissima come quella della sua amica Lila, con padre usciere del comune, madre casalinga, due fratelli e una sorella (alla quale viene cercato di dare un vago ruolo nell’ultimo libro), Lenù studia con incredibile cocciutaggine. 

 Studia, mossa da un sentimento non ben definito che ha confusamente a che fare con la sua amicizia con Lila, figlia dello scarparo del loro poverissimo rione, bambina brillantissima, dal carattere tanto forte, quanto despotico.

L’amica geniale” è un titolo volutamente ambiguo perché se in prima battuta il lettore tende a credere che si tratti di Lila, bravissima a scuola, pronta d’ingegno, con grande e originale inventiva, nel corso del libro diventa evidente che sono entrambe e vicendevolmente le loro amiche geniali.

E non è poco, è tutto.

Se Lenù riesce nel suo percorso tenace nella vita, se non si arrende al liceo, all’università, al suo costante sentirsi fuori posto, è perché Lila rappresenta sempre e comunque un margine di confronto, uno specchio che conferma la sua esistenza in un mondo senza punti cardinali. 

 E lo stesso avviene per Lila. Se sempre, anche quando le viene imposto di lasciare la scuola, quando si trova costretta a sposarsi adolescente per sfuggire alle attenzioni di un camorrista, quando lavora in una fabbrica di insaccati in condizioni di schiavitù, se non si arrende mai è perché ha una sorta di punto fisso in Lenù.

Se Lila e Lenù sanno di esistere nello stesso istante, allora il gioco della vita, per entrambe, funziona. E infatti la storia inizia quando Lila decide scientemente di sparire e Lenù deve ricordare nei minimi particolari tutta la loro storia insieme, da principio, perché sente di avere ancora lo specchio nel quale rivedersi in caso di bisogno.

E’ una storia feroce di enorme amicizia, ma ha anche molto a che fare con la rappresentatività. In molti trovano estremamente tediose e anche capziose le polemiche sulla rappresentatività delle minoranze o anche delle donne nei film o nei media. Ma la rappresentatività costituisce un immaginario saldo a cui aggrapparsi: se ti vedi, esisti.

 Lila e Lenù si incontrano, si riconoscono e questo dà loro modo di costruirsi una vita fuori dai canoni ideali del rione. Tutte le loro coetanee e amiche d’infanzia, si sposano e mettono su famiglia molto giovani, alcune lavorano se c’è necessità, ma nessuna esce dal seminato che è stato loro accuratamente preparato. Come anche gli uomini.

 Sono le uniche a distinguersi e a combattere con tutte le loro forze (perché servono, costantemente, un’incredibile quantità di forze per non lasciarsi schiacciare dal sistema) ed è la loro ostinata amicizia, il loro confronto bellicoso e ineluttabile che rende possibile la loro ribellione.

 Hanno però due obiettivi diversi. L’obiettivo di Lila è cambiare le cose in un rione sempre più in mano alla camorra, dove lo stato non esiste (e se esiste non ha una forma che risulti comprensibile né efficace in un mondo che risponde ad altre leggi e dinamiche), e per raggiungerlo sa che l’unica possibilità è salvarsi ad ogni costo.

 Si salva da un camorrista sposando in fretta e furia un marito che detesta sin dal primo momento. Si salva dal marito scappando in un altro quartiere e finendo a fare l’operaia. Si salva dall’essere un desiderio sessuale desiderando ardentemente e contro ogni logica un’altra, sbagliatissima, persona. Si salva da un presente di miseria studiando una materia complicatissima, che non conosce nessuno.

Si salva, si salva e scappa. E se alla fine sembra che le rimanga poco tra le mani rispetto alla gigantesca fatica che l’ha perseguitata per un’intera esistenza, dovremmo pensare a quale sarebbe stato il suo destino se si fosse arresa in uno qualsiasi di questi momenti.

Salvarsi è assolutamente imperativo, anche quando il premio finale è in proporzione misero e ingiusto.

L’obiettivo di Lenù è invece lo stesso obiettivo di Nino Sarratore, l’oggetto dell’amoroso contendere tra le due ragazze, il gattomorto forse meglio descritto al maschile da parecchi decenni a questa parte. Entrambi mirano ad elevarsi socialmente. La differenza è che la prima non ne ha una vera coscienza, il secondo persegue il suo obiettivo con studiata ferocia.

Che Nino Sarratore sia detestatissimo l’ho letto ovunque (ho visto anche magliette contro di lui), eppure, diciamoci il vero, nessun uomo, forse esclusi il povero Franco Mari ed Enzo, fa un’ottima figura all’interno della storia. Gli uomini del rione sono prigionieri come le donne di un sistema patriarcale fondato sulla mascolinità tossica: devono primeggiare, devono picchiare, devono sottomettere, devono dimostrare.

I padri di Lenù e Lila sono quasi pupazzi sullo sfondo. I mariti di entrambe le ragazze non sono alla loro altezza e si comportano, seppure con le dovute differenze di status e cultura, allo stesso modo: si attendono una moglie che li riverisca e riversi ogni energia nell’accudimento dei figli e del focolare domestico.

Gli unici personaggi maschili che non cercano di soffocare le intelligenze delle due ragazze sono: Michele Solara, il camorrista (quando sei all’apice della catena alimentare puoi permetterti di infrangere le regole perché nessuno può dubitare della tua integrità) e Nino Sarratore che, nonostante dissemini, soprattutto in gioventù, episodi in cui reagisce in modo infantile alla superiorità di Lila e Lenù, in età adulta, tutto sommato sarà lo sprone che porterà Lenù a scrivere ancora, a liberarsi di un marito lamentoso, a credere in un futuro da scrittrice.

Ovviamente lo fa in base ad un suo calcolo personale. Tanto Lenù si affida alla corrente e riesce nella sua ascesa sociale grazie al suo talento letterario, tanto Sarratore (che non ha il jolly del talento) si prodiga in ogni modo per raggiungere il suo obiettivo.

E’ non solo un trasformista della politica, ma anche della vita. Tiene il piede in mille correnti diverse, in mille relazioni diverse, tra mogli, amanti, compagne, figli disseminati qui e lì con una certa assoluta scienza. Solo Lila, osserverà Lenù molti anni dopo, è sfuggita a questa sua ossessiva persecuzione della sua irresistibile ascesa.

Perché Sarratore ha accettato una relazione che poteva compromettere la sua ascesa?, si chiede, rodendosi, Lenù, che lo ama sin dall’infanzia. E teme sia accaduto perché, al contrario di tutte le altre donne con le quali si rapportava in relazione a ciò che loro potevano dargli, Nino era sinceramente innamorato di Lila.

Visto il personaggio in prospettiva, è difficile vederci un sentimento sincero. Sembra invece una sbandata giovanile, di quelle che prendono insensatamente e che, a posteriori, vanno ridimensionate e dimenticate.

Tuttavia è facile giudicare Sarratore con gli occhi di Lenù. 


Se Lenù non avesse potuto fare affidamento su un talento e un buon matrimonio, cosa sarebbe stato di lei? Sarebbe diventata forse un’insegnante di liceo e i suoi sogni di una vita migliore, più stimolante e indipendente, cosa sarebbero diventati?

Ciò che Sarratore persegue con feroce calcolo, a Lenù arriva quasi per grazia ricevuta. Lo dirà lei stessa nel libro di aver sempre avuto una grande fortuna. Di certo nessuna fortuna sarebbe venuta a visitarla se non avesse studiato con ostinazione e non avesse lottato, anche da adulta, per essere una donna libera, ma resta il fatto che la massima di Moll Flanders rimane, come sempre, attualissima.

La dignità ce l’ha chi può permettersela”.

C’è un secondo elemento che rende Sarratore e Lenù distanti nel loro atteggiamento. Quando si entra all’interno di un altro ceto sociale, l’attrito è fortissimo.

In Lenù assume la sensazione di una costante inferiorità, un mondo nel quale non è mai abbastanza raffinata o intelligente. Durante l’università, la Normale di Pisa, viene presa in giro per il suo aspetto e il suo accento, sospettata di furto, ha pace solo quando qualcuno “garantisce” per lei, come i suoi due fidanzati, entrambi benestanti e conosciuti. Perché il bel mondo l’accetti ha bisogno di qualcuno che validi e in qualche modo giustifichi la sua intrusione.

Lenù lo sa e si chiude a riccio, cerca di adattarsi, di rubare il modo di stare al mondo, ma è un esercizio che risulta difficilissimo a chi lo pratica senza esservi nato.

Qualche mese fa lessi un articolo bellissimo, “Il lavoro culturale ha bisogno di una lotta (creativa) di classe”, in cui l’autore descriveva benissimo quello che sente Lenù e che, devo dire, sento anche io.  Racconta come il lavoro culturale in Italia sia mediamente appannaggio delle classi sociali superiori, un gruppo ristretto di persone provvisto dello stesso milieu, qualcosa che hi giunge dall’esterno, pur con grosse dosi di recitazione ed immedesimazione (le stesse che, a vagonate, usa Nino Sarratore), non può assolutamente replicare.

 Gli outsider, come in tutti gli ambienti progressisti, vengono accettati, ovvio, ma raramente vengono davvero assorbiti. Serve un qualcosa di straordinario come un talento geniale, una carriera sfolgorante, un qualcuno di geniale e sfolgorante che attraverso matrimonio o amicizia “garantisca” per te.

 E questa sensazione che Lenù ha sin dalle scuole medie, che si sviluppa già al liceo classico, con la professoressa Galiani decisa a vendicarsi della poveraccia che crede abbia rubato il fidanzato alla sua figliola cresciuta con ogni cura, esplode all’università e soprattutto nell’enorme confusione del periodo successivo.

 

Quando gli anni ’60 e ’70 arrivano coi loro slogan e le loro anche sincere (sul momento) rivendicazioni sociali, di colpo sembra che le differenze di classe possano essere appianate.

 O almeno, sembra a chi queste differenze non le ha mai davvero subite (la figlia della prof Galiani, la sorella del marito di Lenù, Franco Mari che è uno dei personaggi più coerenti e tra i miei preferiti) lasciando perplesso chi, come Lenù, non riesce a non vederci della maniera o chi, come Lila, teme di essere usata per scopi politici e poi lasciata al suo destino.

 E nessuno dei tre né Lila né Lenù né Sarratore si fida.

 La prima perché mentre gli altri parlano di operai E’ l’operaio, ma per sua natura non può diventare un operaio di stampo ideologico, la seconda perché sa quanto possa essere doppia la natura di chi proviene da un ceto sociale superiore e cerca di tenere una mente aperta lottando contro uno spirito di autoconservazione di classe (lo stesso che avrà lei nel quarto libro quando sua figlia scapperà col figlio di Lila, devo dire forse la parte peggiore della serie) e Sarratore perché avendo un atteggiamento più utilitaristico e meno utopico delle varie ideologie dominanti, sa che prima o poi, tutte, vanno ad esaurimento.

 Alla fine, fondamentalmente i tre, pur con percorsi diversi, riusciranno a distinguersi dalla gente del rione che avrà destini più o meno infelici tra malattie, post terrorismo, manovalanza della camorra, povertà.

 La cosa forse che rimane interessante è che tutti vi riusciranno anche perché avranno con la propria prole un tipo di rapporto poco esplorato nella letteratura contemporanea. Adesso le cose sembrano solo due: distacco e freddezza totale o l'alone mistico dell’amore assoluto e inspiegato.

 Tutti e tre invece amano i propri figli, ma nessuno di loro gli sacrifica o ne fa il centro della propria esistenza. 

 Lila lo fa per un breve periodo col primogenito, ma si rende presto conto che l’educazione può poco se l’ambiente e l’indole sono di altro genere. 

 Lenù ama le proprie figlie, ma ama anche avere una propria esistenza. Quindi non sacrifica alla loro tranquillità un matrimonio ormai arenato né si fa scrupolo di portarle a vivere in un rione povero di Napoli quando potrebbero vivere nell’agio coi ricchi nonni genovesi. Sbaglia? Ha ragione?

 Malgrado trovi il pezzo delle figlie adolescenti il peggiore del libro, penso che il finale del loro rapporto sia giusto e in qualche modo onesto.

  Lenù è una donna indipendentissima e il rapporto con le figlie non poteva essere di natura diversa. E intendiamoci, io non do nessun giudizio morale. Anzi. Forse perché sono cresciuta con dei genitori molto simili, mi trovo costantemente spiazzata dalla retorica della maternità amorosissima, dai genitori iperpresenti, dalla cappa di attenzioni costante. Mi sembra assurdo sia l’unico modo per essere genitori e che sia l’unico modo degno di essere raccontato per non passare come dei genitori indegni.

Cosa penso dunque di questa tetralogia (scusate la recensione lunghissima)? 

Che ha un’enorme fascino perché la Ferrante è riuscita in due cose, rare:

1) Indovinare tre personaggi in modo vividissimo e farli interagire tra di loro in modo continuo e convincente (i personaggi secondari sono talmente poco caratterizzati che fino alla fine alcuni li ho confusi).

2) Raccontare quello che stranamente viene poco raccontato in un paese come l’Italia: la quasi estraneità tra ceti sociali e l’incredibile attrito quando qualcuno tenta l’ascesa.

 La complessità e in qualche modo la tragicità dello scontro dovrebbero essere forieri di storie, invece ci si concentra quasi sempre sulle grandi tragedie interiori della borghesia o del mondo quasi pasoliniano dei ceti più bassi. 

 Qui e lì si appiccano sentimenti di categoria (il piccolo borghese con grandi ambizioni, l’operaio che vorrebbe ma non può, il provinciale che si inventa imprenditore e soccombe, il ricco borghese che ha qualche sicuro problema con mogli e figli ecc), ma non si indaga mai sull’ambivalenza di questa coesistenza. 

 Sul fatto, ad esempio, che può interessare una scalata sociale per alcuni fattori culturali, per una maggiore ricchezza di prospettive, ma che al contempo si possono disprezzare alcune pieghe decadenti, alcune pose artefatte, il totale distacco dal mondo reale. In questo senso il personaggio di Lenù è assolutamente perfetto.

Spiace, e lo dico sinceramente, che non si possa sapere di più sull’autrice. Perché anche se l’opera esiste oltre l’autore, alcuni sentimenti hanno sete di spiegazione e di approfondimento, anche solo per il gioco tra Lila e Lenù, per vedersi rappresentati, per avere la certezza che qualcun altro esiste come te in quel momento e in qualche modo sta giustificando la tua esistenza stessa.

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