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domenica 3 ottobre 2021

Fatti, libri, artisti e scrittori della provincialagodibracciano. Il sequel di Arancia Meccanica, Gianni Rodari, i Borgia, Velly e molte altre gustose vicende.

E' moltissimo tempo, da ben prima che tornassi nel Lazio, che nella mia testa frulla l'idea di creare un qualche progetto sul lago di Bracciano. 

 Penso che questo autunno, se riemergerò dal lavoro (sto ancora prendendo le misure con la libera professione: si sopravvive? Come?), tenterò l'impresa!

 Nel frattanto do sfogo ad un'altra idea che ho da tantissimo tempo: un post su fatti letterari e artistici in cui la zona del lago di Bracciano è coinvolta. 

Visto che quest'anno grazie alla vincitrice del Campiello, Giulia Caminito, sta vivendo un momento di gloria, quale momento migliore?


CHE LA FESTA COMINCI E ORIOLO ROMANO:

Il lago di Bracciano è una zona che ricomprende, per chi ci vive, anche una parte che straborda nella Tuscia. 
 Esclusa la malvagia Anguillara che ogni tanto tradisce e volge lo sguardo alla periferia nord di Roma, tendenzialmente, per una serie di motivi (tra cui le scuole superiori che sono concentrate a Bracciano) la provincia lagodibracciano ingloba posti esotici come Manziana, Oriolo Romano e Canale Monterano.

 Canale Monterano in verità la conoscete anche se non lo sapete. 

 Comunemente nota (non si sa perché), come la città dei matti, ha una riserva naturale dove c'è la famosissima chiesa scoperchiata al cui interno è cresciuto un albero e che ha davanti una fontana del Bernini.

Ci ho campeggiato davanti varie volte con gli scout e se vi capita, è un posto davvero suggestivo come narrano le leggende.
 Fortunatamente bisogna scarpinare un po' per arrivare quindi non ci sono le folle ammaestrate, o almeno non c'erano le ultime volte che ci sono andata.

 Comunque, stranamente è la ridente Oriolo Romano ad aver avuto per primo gli onori della narrativa. 

 Si tratta di un piccolo piccolo paese molto grazioso dove si trova una faggeta che è patrimonio UNESCO: si tratta infatti di una faggeta che si è sviluppata ad una quota stranamente molto bassa e anche lì ci ho campeggiato abbondantemente con gli scout (e anche lì non torno da anni e vorrei). 

 La povera Oriolo Romano è stata l'ambientazione di partenza di "Che la festa cominci" di Ammaniti, scrittore per il quale non vado pazza e che secondo me non è stato particolarmente brillante in questo libro. Il paese viene descritto come il classico tristissimo luogo di provincia dove vivono personaggi lombrosiani e all'epoca la cosa mi irritò parecchio. 

 In realtà è un posto molto carino.

 Se ci capitate, capitateci per la sagra del fungo porcino. 


GIANNI RODARI  E MANZIANA:

 Ebbene, forse non tutti sanno che, sebbene Manziana sia piccola e doni alla zona principalmente il suo celebre bosco, un pane particolarmente buono (assieme a quello di Canale, durano una settimana) e la sagra della castagna, in realtà è stata immortalata nelle filastrocche di Gianni Rodari.

 Gianni Rodari aveva infatti a Manziana una casa di campagna dove passava lunghi periodi.

 Se passate, il paese è piccino picciò, ma il bosco è davvero molto grazioso e adatto alle passeggiate (anche se ci pascolano le mucche, quindi calma e sangue freddo).

 Dal secondo libro delle filastrocche

"Le parole di Manziana
Con le parole di Manziana
Voglio fare un A B C
Le metto in fila indiana
E comincio così:
A.. è l’Acqua Precilia,
è l’Acqua Acetosa,
è l’Acqua della Callara
che ribolle senza posa."

PETER NICHOLS:

 Nel centro storico di Bracciano, il rione Monti, in una delle sue piazzette più suggestive che sembra sbucata esattamente dalla mente di uno scenografo americano che immagina come debba essere una tipica piazzetta di un borgo italiano, c'è una casa con una targa dedicata allo scrittore Peter Nichols.

Peter Nichols fu un vaticanista inglese molto noto, corrispondente del Times e autore di alcuni libri sul Vaticano.

 La casa, disgraziatamente, è andata a fuoco qualche anno fa e credo sia tuttora disabitata (da fuori sembra così, ma vai a capire). A parte una targa che commemora il passaggio di Vittorio Emanuele, cosa che ha decretato gli fosse dedicata la via principale, a Bracciano credo sia una delle pochissime targhe a ricordare qualcuno.

 Se ci passate, il luogo è molto suggestivo.


IL SEGUITO DI ARANCIA MECCANICA:

Forse il fatto letterario più eclatante che abbia avuto come scenario il lago di Bracciano, è la riscoperta del sequel di "Arancia meccanica".

 L'autore, Anthony Burgess, visse infatti vari anni in una villa sul lago con la seconda moglie, la traduttrice Liliana Macellari. Tuttavia anni dopo si trasferirono a Monaco e la casa rimase disabitata finché, morto l'autore, gli eredi non decisero di venderla.

 Un sopralluogo rivelò che Burgess vi aveva lasciato anni prima molti testi su cui stava lavorando che sono stati poi spostati a Manchester e analizzati. Lì, si nascondeva il sequel di "Arancia meccanica", o almeno, un'idea di sequel.

 Per provare che non si tratta di una cosa che mi sono inventata, qui potete leggere l'intervista allo scopritore!


JEAN PIERRE VELLY:

All'università feci una tesina in storia dell'illustrazione, incisione e decorazione del libro su Jean Pierre Velly, incisore francese moderno che non ricordo neanche bene come scovai, disperso nel 1990 nel lago di Bracciano, a seguito della caduta dal catamarano sul quale si trovava assieme a uno dei figli.

Jean Pierre Velly arrivò in Italia dopo aver vinto, nel 1966, ad appena ventitré anni, il Grand Prix de Rome per l'incisione. 

 Fu ospite dal 1967 al 1970 dell'Accademia di Francia a Roma, diretta da Balthus,e si trasferì poi a Formello, nei pressi di Roma, dove visse per vent'anni assieme alla moglie e ai due figli.

 Potete vedere la sua opera, le incisioni e i disegni preparatori, su questo completissimo sito dedicato a lui.


JUAN BORGIA e L'ASSEDIO DI BRACCIANO:

Questa ricognizione non poteva finire senza citare uno degli episodi rinascimentali che videro protagonista il castello di Bracciano, gloria locale come il lago. 
 E' un maniero enorme, splendido, che vi consiglio di visitare e che vi accorgerete di aver visto in praticamente ogni sceneggiato tv ambientato durante l'epoca medievale e il rinascimento, grazie ad una coorte interna benissimo conservata, ampia e splendida, come gli interni.

Juan Borgia, sventurato figlio di Papa Alessandro Borgia, nel 1496 pose il castello sotto assedio, ma non riuscì a espugnarlo grazie alla pervicace resistenza dei due signori: Bartolomea Orsini e Bartolomeo d'Alviano che resistettero fino al momento in cui giunsero i rinforzi costringendo il Papa alla negoziazione.

 L'episodio è citato in tutti i libri dedicati alle figure della famiglia Borgia, tra cui il bellissimo "O Cesare o nulla" di Manuel Vazquez Montalban. Questo libro e una splendida mostra che fecero a Roma sui Borgia durante l'anno in cui mi diplomai, causarono in me uno sfrenato periodo di letture appassionate sul tema (che effettivamente potrei proporre in un post).

 

martedì 15 giugno 2021

"Visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano". Una recensione di "L'acqua del lago non è mai dolce" di Giulia Caminito.

 Qualche anno fa, un'amica di Dolcemetà, dopo aver girato mezzo mondo era infine tornata a vivere nella propria sonnolenta cittadina natale, pronunciò una frase che all'epoca mi colpì molto e che infatti non era sua.

 Parlando della sua sonnolenta cittadina, dalla quale si era tenuta orgogliosamente alla larga per tanto tempo, disse che nonostante tutto era davvero difficile non provare un attaccamento forzato.

  “Sai com'è la storia, no?”, disse, “visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano.”

 Non sapevo all'epoca si trattasse di un verso di “Piccola città” di Guccini, una canzone che durante il lockdown mi ha letteralmente tormentato consumandomi di nostalgia. 

 Chiusa in casa, avevo una voglia disperata di tornare alla mia piccola città sul lago, Bracciano, una nostalgia struggente che non si è placata dopo la fine del periodo Covid più duro e che in un certo senso è stata determinante nella scelta di trasferirsi a Roma (anche se in verità è stato molto più destino che altro).

 Questo senso di attaccamento matto e disperatissimo è una delle cose che mi ha più colpito de “L'acqua del lago non è mai dolce” il libro di Giulia Caminito ed. Bompiani, (meritatamente nella cinquina dello Strega), ambientato ad Anguillara, uno dei tre paesi sdraiati sul lago di Bracciano.

 La storia, per stessa ammissione dell'autrice, non è autobiografica, ma alcuni personaggi ispirati, alcuni cenni, alcuni ricordi e di certo il suo attaccamento per il paese di Anguillara e il territorio lacustre in generale, lo sono e si capisce ad ogni riga.

 Lo dico subito, leggere questo libro, ambientato nel posto dove anche io sono cresciuta (e più o meno negli stessi anni visto che Giulia Caminito ha solo qualche anno in meno di me) è stata un'esperienza difficile e anche stranissima.

Ma qual è la trama del libro?

La storia racconta l'adolescenza e la giovinezza di Gaia, ragazza di basso ceto sociale, figlia di una donna volitiva e fortissima di nome Antonia. Ha tre fratelli e un padre che si è ritrovato con la schiena spezzata perché un giorno è caduto da un'impalcatura a nero e nessuno ha visto, sentito e denunciato.

 Antonia combatte con le unghie e con i denti per la propria famiglia e cerca da anni di farsi assegnare un alloggio popolare. La sua pratica passa di mano in mano fino ad arrivare nella mano giusta riuscendo così a ottenere una casa in un bel quartiere. 

 Troppo bello per gente come loro e sin da subito la famiglia si trova male, circondata dal sospetto dei vicini benestanti. Trova così il modo di scambiare il proprio alloggio con quello di una donna che ne ha avuto uno fuori città, ad Anguillara, un posto di provincia, ma non troppo, dove la vita costa meno e i figli forse si troverebbero meglio.

 L'avventura di Gaia inizia così, con gli stessi calcoli che fanno i molti romani che decidono di trasferirsi sul lago (principalmente ad Anguillara che Bracciano è terra di figli e nipoti dei militari dell'enorme scuola di Artiglieria locale, tipo me).

 Ma anche se a due passi dalla città, Anguillara è un paese, col suo microcosmo che solo chi è vissuto in un paese conosce e Gaia ci si tuffa come un pesce.

 Vive enormi amicizie, dolori feroci, estati avvolte nella canicola allietata dai tuffi estivi, le serate nei locali del lungolago, la noia delle giornate dove non rimane altro che passeggiare sulla riva o andare a Roma a fare qualche vasca, il maledetto treno della tratta Roma-Viterbo che ci mette un'ora e mezza a fare quaranta chilometri. E ha un carattere ferocissimo Gaia, una voglia di vivere, di arrabbiarsi, gridare, pretendere, dibattersi che la rendono un personaggio di incredibile vitalità, anche grazie ad alcuni stralci del libro, scritti in un evidente stato di grazia.

 Ho letto molte recensioni di questo libro, tante interpretazioni per la sua protagonista (e anche tanti travisamenti), ma mi è difficile essere obiettiva nel parlarne. Quello che ho provato leggendolo è stata un'emozione nella lettura che non provavo da molto tempo e che in un certo senso ha concentrato l'eco di tante cose che ho vissuto anche io, in altro modo certo, ma in modo simile.

 C'è un passaggio che per alcuni sarà solo la descrizione del tragico pendolarismo che mezza Italia è costretta a vivere su mezzi pubblici vecchi e sempre in ritardo. 

 Gaia descrive il suo forsennato salire e scendere dai treni della tratta Roma-Viterbo che, dovendo sopperire alla mancanza di metropolitane a Roma, fa millemila fermate costringendo chi vive fuori a un calvario per una manciata di chilometri.

 Quella descrizione per me è stato il flash esatto di spossanti e rabbiosi anni passati a saltare sul medesimo treno, con la medesima ansia, le medesime arrabbiature oscene contro chi si sentiva male costringendo il treno a fermarsi a “Gemelli” in piena galleria, ma vicino all'ospedale, contro i poveracci che di tanto in tanto si suicidavano. Ho letto esattamente quello che ho vissuto, parola per parola.

E vi assicuro che è un'esperienza stranissima, che va oltre il “romanzo ambientato in un posto che conosco”.

Sarà stata in parte una felice congiuntura di comuni destini, ma in verità il merito va alla splendida scrittura di Giulia Caminito, che in questo libro riesce lì dove molti falliscono: dare la giusta forma a qualcosa che per molto tempo è esistito con enormità schiacciante solo dentro di te.

 Riesce a raccontare il fervore e la rabbia di una giovinezza che va oltre, secondo me, lo stesso contesto sociale in cui l'autrice ha scelto di inserire la sua protagonista. La povertà, l'ingiustizia sociale, una madre ingombrante sono parte di Gaia, ma Gaia sembra avere una fiamma che va oltre quello che l'autrice ha apparecchiato per lei.

 C'è molta rabbia e moltissima nostalgia in questo romanzo.

 Una nostalgia che condivido per quello che eravamo e che non saremo mai più, per un posto che ha significato la giovinezza ed è legato a un insieme di ricordi, di amori, di amicizie ed esperienze che non sono replicabili in nessun altro momento dell'esistenza.

 Ci sono tante altre cose in questo libro, è vero, cose sulle quali gran parte della critica e delle recensioni si sono concentrate.

 C'è la povertà, c'è una certa violenza giovanile a cui i giovani, bisogna essere onesti e sinceri, sono abituati (i giovani di ogni epoca, me compresa), c'è odio, amicizie indimenticabili, ci sono persone che perdiamo nel cammino perché come cantavano I tre allegri ragazzi morti, “Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa o che sia vera”.

 Ma quello che alla fine rimane davvero e rende questo libro così speciale rispetto alle molte altre valide giovinezze raccontate in tanti altri romanzi, è un senso di inesplicabile nostalgia per un luogo e persone, comprese le persone che noi stessi eravamo, che sono esistite in un certo modo solo in un determinato frangente, e che in quel modo esatto, anche se torneremo, non potremo rivedere mai più.

"Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?"

sabato 28 settembre 2019

Nel mio paese c'è un lago. Quando ci accaniamo contro Greta Thunberg siamo solo pigri o siamo proprio scemi? Una riflessione su #fridaysforfuture

Nel mio paese c’è un lago.


Se volete saperne di più trovate ogni link possibile qui
 www.parcobracciano.it
 Un lago di origine vulcanica senza nessun affluente. Si alza quando piove tanto, si abbassa quando piove poco. All'incirca da qualche millennio. E’ sempre stato un bravo lago, sin dal neolitico la gente ha abitato le sue rive trovando risorse per la propria sopravvivenza.

 Questo sventurato lago nei secoli ha però sviluppato un problema: sorge vicino ad una grande città con grandi problemi e poche intenzioni di risolverli.

Anzi, per risolverli solitamente le amministrazioni che si succedono cercano di non scontentare gli abitanti scaricando i problemi sui paesi limitrofi, come appunto, quello in cui sorge il lago.

Ad esempio c’è bisogno di una discarica? Perché incrementare la differenziata e fare qualcosa di serio contro il malaffare quando puoi piazzarla in provincia?

 Circa due anni fa c’è stata una grossa siccità. Visto che la nostra memoria a breve termine ultimamente funziona male, magari l’abbiamo già rimossa, ma c’è stata.

 Una di quelle estati infinite in cui si festeggia l’alta pressione eterna, urrà non piove mai, che bello passeggiamo e andiamo al mare? Beh, quell’acqua che casca dal cielo a qualcosa serve e l’estate infinita non è un sogno, ma l’incubo.

 L’estate eterna prosciuga le riserve d’acqua cittadine, soprattutto se gli impianti di gestione sono vecchi come il cucco e hanno dispersioni in ogni dove senza che nessuno se ne curi.

 E allora, se non vuoi razionare l’acqua ai cittadini, se non vuoi proprio spiegargli che non è un bene inesauribile, da qualche parte la devi prendere. 

 E dove vai? 

 Vai nel lago più vicino, quello da cui solitamente puoi pompare un tot e non dovresti pompare più di quel tot perché se poi vai sotto, sai com’è, un ecosistema millenario muore.

 Certo, non è facile spiegare ai cittadini che dovrebbero pretendere una gestione migliore delle risorse e zero dispersioni, magari un uso più razionale nel quotidiano che oh, l’acqua finisce. 

 Soprattutto perché alcuni di essi sono proprio come i capi che eleggono: ciechi, stolti, stolidi, ottusi, refrattari a qualsiasi ragionevolezza.

Non vedono oltre ciò che vogliono vedere. Un tempo la selezione naturale nella forma più pura dell’istinto di sopravvivenza, (se non sai valutare il pericolo ambientale e la mancanza di approvvigionamento bye bye baby la natura non perdona), avrebbe se non altro messo qualcuno in più sul chi vive. 

 Ma ormai siamo un mondo occidentale viziatissimo: pensiamo di poter ottenere tutto, di avere il diritto di ottenere tutto, che non ci siano mai conseguenze e che, se ce ne sono, la colpa è di certo di amministrazioni incapaci e non di problematiche oggettive.

 Quindi alziamo un casino se chiudono qualche fontanella, ma non ce ne frega una mazza se quella fontanella viene chiusa perché ohibò è in atto una siccità e l’acqua, tesoro bello, non c’è più.

Questa faccenda del lago, probabilmente perché l’ho vissuta da vicino, è emblematica a mio parere del livello globale di prosciuttamento sugli occhi o paese dei balocchi che ci porterà direttamente all’inferno.

 Se non sei neanche in grado di comprendere che non puoi pompare acqua da un bacino lacustre mandandolo al di sotto di qualsiasi ragionevole (e prefissata) soglia di emergenza.

 Se tu amministratore ostini a ricorrere al tribunale delle acque pur di non dover spiegare agli elettori che l’acqua quando manca deve essere razionata (o magari il gestore deve essere cazziato e trascinato in tribunale se disperde il prezioso bene per incuria della rete), se insomma non capisci una cosa che è vicina a te, come puoi comprendere un problema globale?

 I commenti su fb al riguardo erano la fiera della demenza: il lago è fatto per le nostre necessità, è lì apposta per noi, NON E’ VERO CHE STA SUCCEDENDO (che bastava prendere un treno per un’ora anche meno per sincerarsene con i propri occhi, ma sempre meglio pontificare incrostando il sedere incredulo alla sedia), l’abbassamento da siccità è un fenomeno normale (ovviamente, non lo è quando pompi a tutto andare in modo artificiale) e via discorrendo.

 Scuse, parole, idiozie atte a coprire la pigrizia e la totale incapacità di voler affrontare il tema.

Non mi stupisce perciò questo attacco idiota a Greta Thunberg, una ragazzina che ha solo fatto quello che gente ben più adulta e preparata di lei non ha saputo e voluto colpevolmente fare. Non piace a nessuno scoprire che no, non basta dire che il problema non esiste perché scompaia. 

 Puoi farlo a oltranza, puoi farlo fino a quando sarà troppo tardi, ma non svanirà.

 E allora ecco orde di barbari da ogni parte che ci dicono cosa è sbagliato in questa ragazza, ma non si occupano di quello che dice: Greta viene da un paese ricco, ha la sindrome di Asperger, è una femmina (eterno problema di metà del pianeta reo di non passare il proprio tempo a compiacere l’altra metà punto e basta), è manipolata ecc.

Ok. Poniamo che sia tutto vero. Dice forse cose sbagliate? Non ha forse ragione quando sostiene che il risultato ultimo di un regime capitalista incontrollato è una crescita che per sostenersi finirà per succhiare anche l’ultima risorsa del pianeta?

Perché tante persone reagiscono così violentemente davanti a questa prospettiva?

Perché mutare le proprie abitudini in mondo che ti invita a pensare a te stesso, a viziarti, a vivere la vita che è solo una, a non farti condizionare se desideri qualcosa solo per te ecc. per alcuni è, non solo inconcepibile, ma anche minaccioso.

Non è un caso che l’ecologia venga da molti percepita come una lotta di stampo “femminile” e che venga osteggiata da capi di stato notoriamente dediti (e amati da parte del loro elettorato) per la loro virilità tossica. L’uomo non deve chiedere mai, l’uomo non deve farsi condizionare, l’uomo va avanti per la sua strada.
Il successo, il potere, il denaro sono la via per il successo, il resto è debolezza e vale ancor più se applicato alle nazioni.

Certo, ci sono tanti altri motivi per il disinteresse collettivo o la violenta campagna d’odio a cui viene sottoposta Greta: la totale incomprensibile mancanza di ragionevolezza di chi disserta di climatologia quando non è neanche in grado di decifrare un testo breve in italiano, motivi ideologici, soprattutto a sinistra, per i quali la lotta si fa dura e pura e totale oppure non è vera lotta (anzi, essi soli sono i sostenitori della lotta, gli altri sono mentecatti che non capiscono niente), quelli che la vita è tanto amara e allora perché preoccuparsi di qualcosa a cui tanta gente potente in fondo in fondo non crede (come se Trump e i suoi elettori white trash avessero, in caso di catastrofe climatica, le stesse possibilità di salvarsi) o quelli della coerenza folle: se davvero dei ragazzini ci vogliono dalla loro parte allora devono essere senza macchia , duri e puri come manco Gesù Cristo.

Ci sono anche motivi oggettivamente di comodo: perché allora diventerebbe evidente che parte delle migrazioni dal sud del mondo deriva anche dal cambiamento climatico e allora avremmo una responsabilità, (oltre alle numerose storiche), ineludibili nei confronti di chi arriva.

Altri la buttano sul benaltrista: le cosiddette tigri asiatiche non se ne occupano e comunque hanno ragione a non preoccuparsene perché ora è il loro turno di inquinare in nome della crescita incontrollata.
 Tesori belli, i disastri ecologici non seguono le logiche della turnazione economica storica, se il pianeta muore per noi, morirà pure per loro e per i loro cittadini che magari non hanno le stesse libertà di manovra per manifestare o che lo faranno con un ritardo di vent'anni, quando inizieranno a non respirare più.

 Io non dubito che cambiare il proprio stile di vita sia duro, soprattutto quando si pretende che lo stile di vita muti, ma il sistema industriale no.

 E’ inverosimile che una persona, magari con figli, che lavora 9-18, passi le ultime due ore della sua giornata a pellegrinare per i rari negozi plastic free, mercati rionali a km 0 e luoghi dove vendono cereali sfusi. Perché la rivoluzione inizi a compiersi il gesto del singolo dovrebbe essere parte di un sistema.

 Ed è questo a cui dovremmo mirare: una rivoluzione totale che renda la nostra vita su questa terra sostenibile. 

 Tuttavia questo non ci libera dalla responsabilità e dalla possibilità, mentre lo pretendiamo (e magari lo pretendiamo davvero, non che c’abbiamo altro da fare tipo insultare Greta e gli adolescenti che manifestano su fb), di fare qualcosa di diverso. 

Roma non si è costruita in un giorno e niente si ottiene subito e completamente, ma da qualche parte bisogna pur iniziare.

Inoltre, anche se l’apporto dovesse essere minimo, è il fattore di responsabilizzazione che dovrebbe contare: solo convincendo i singoli che anche il loro più piccolo mutamento quotidiano possa entrare a far parte di una rivoluzione che smetterai di avere davanti gente che finge di non vedere il problema. Se non ti senti parte del tutto, quel tutto ti è estraneo.
Se volete mettervi paura, consiglio questa
distopia climatica in cui i migranti climatici
respinti in un pianeta ormai distrutto, siamo
proprio noi.

Non pensiamo sia tragicamente impossibile.

 L'acqua, quando andavo in estate in Sardegna, la razionavano sempre in estate. Si andava alla fonte a riempire le bottiglie. Erano gli anni ’90 non il cenozoico. Nessuno è mai morto, nessuno ha mai protestato o tempora o mores. Era estate, non eravamo in una terra notoriamente ricca d’acqua e sorgenti, e persino chi era in vacanza capiva che quella era la situazione, punto.

Non siamo poi così fragili, siamo solo viziati e, in parte, portati volontariamente a credere che nessuno nel suo piccolo possa fare la sua parte. Possiamo eccome se vogliamo tenerci laghi, mari, ghiacciai, un pianeta da consegnare ai figli che cresciamo con tanta cura, senza capire che anche la salvaguardia del pianeta fa parte della cura.

Ovviamente il problema è ancora più a monte. Il problema è il sistema capitalista.

 Ma mi sembra abbastanza evidente che qua siamo ad un grado talmente zero della faccenda che non possiamo permetterci di passare qualche decennio ad analizzare con sofismi i modi migliori per distruggere un sistema che prospera indisturbato e che ci ha completamente assoggettati.

 Bisogna andare per piccoli passi verso la consapevolezza.

Intanto che capiamo come fare e magari la finiamo di perdere tempo a prendere per i fondelli una sedicenne svedese, rea di pensare che il mondo si possa cambiare, ecco un elenco di libri che possono aiutarci a cambiare il quotidiano (con brevi descrizioni che mi sono dilungata troppamente)!

NB Il post sui saggi seri un'altra volta, questi sono consigli per convincere con calma e sangue freddo qualcuno a mutare minimamente le sue abitudini.


POSSIAMO SALVARE IL MONDO PRIMA DI CENA di Jonathan Safran Foer ed. Guanda:

Premetto, non sono vegana e neanche vegetariana, ma sono una persona ragionevole che peraltro vuole possibilmente mantenersi in salute (anche se il fatto che mi piaccia mangiare non aiuta).

 Perciò non vivo come un drammatico diktat il fatto che dietologi, nutrizionisti e infine anche climatologi o chi per loro ci dicano che, come la metti la metti, la carne rossa benissimo non fa al corpo, per produrne grosse quantità bisogna disboscar foreste, sono comunque piene di ormoni ecc ecc.

 Insomma, limitarne il consumo non mi sembra sta roba impossibile da fare, anche perché se si compra meno spesso magari si può accettare di pagarla di più a macellerie e co. che usano allevamenti nostrani, magari non intensivi.
Idem le uova. Quale fatica costa prendere quelle di galline felici e con un contenitore di cartone?

 Non si sta parlando di rivoluzioni copernicane, ma di piccoli cambiamenti che possono essere apportati senza eccessivi psycodrammi. Insomma, convincere qualcuno a convertire le proprie costolette improvvisamente in braciole di tofu la vedo molto dura, convincerlo a modificare la dieta in modo da limitare alcuni piatti, è più fattibile e meno traumatico. 

Se volete delle buone ragioni per relegare vitelli e maiali a una tantum e poi, col tempo, a mai più, potete leggere il nuovo libro di Safran Foer.


VIVERE FELICI SENZA PLASTICA di  Janmejaya e Chantal Plamondon ed. Sonda:


 
L’ho detto sopra: finché il packaging non diventerà ecologico a sistema, limitare i danni sarà difficile, ma si può fare comunque qualcosa. 


La famosa storia delle borracce invece delle bottigliette, la verdura e la frutta prese sfuse invece che nei cestini di plastica (sponsorizzo grandemente la zucca intera invece che quella tagliata a pezzi: in proporzione la pagate molto meno e rende molto di più), piatti di carta o biodegradabili e via discorrendo. 


 Per avere un’idea delle opzioni da seguire con poco sforzo e massimo risultato, è uscito questo bel libro della Sonda ed. (ma in libreria, vedrete, iniziano a proliferare).


Il principio è sempre quello: a piccoli passi, ma costanti.


ANDAR PER BOSCHI:

 Di certo, immagino che qualcuno ci sia arrivato ben prima di me, uno dei motivi per cui fatichiamo a capire il peso delle nostre azioni sulla natura, risiede nel fatto che in parecchi ormai la natura la viviamo col cannocchiale, principalmente in estate e comunque in luoghi urbanizzati. 

Se magari si mettesse ogni tanto piede in un bosco o simili, ci renderemmo conto di quanto si possa stare bene in un posto silenzioso, tranquillo, fresco e meraviglioso. Ci sono delle mode attualmente sui boschi: gli asili nel bosco e lo Shinrin Yoku (troverete libri a pacchi).

Il secondo è la scoperta dell’acqua calda in salsa orientale per cui se cammini nei boschi abbassi lo stress (ma no?), il primo è una cosa oggettivamente incomprensibile a chi, come me, nei boschi ci andava già da bambina senza eccessive sovrastrutture: ossia portate i bambini nei boschi o fateli giocare con quello che c’è (il tutto con tante teorie pedagogiche dietro che mi mettono ansia, come mi mette ansia tutto quello che è semplice, ma deve diventare complesso per forza, ma è un’opinione mia). 

 Se ne potrebbero consigliare di libri, come “Italia selvatica” di Daniele Zovi della Utet, appena uscito, ma forse è meglio andiate sul catalogo Terre di Mezzo o Ediciclo o Le Guide o simili per scoprire quale libro dedicato ai percorsi nelle vostre zone è papabile.

L'aria buona pulisce i polmoni, abbassa lo stress, e poi insomma, sta per iniziare la stagione del foliage.

Si potrebbero dare altri milioni di consigli, ma quanto è già lungo questo post?? Forza e coraggio, possiamo fare tutti qualcosa, basta farla!

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