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domenica 28 novembre 2021

La sindrome di Urashima Taro. Tornare a casa dopo anni e scoprire che il tempo non era rimasto fermo, ma solo noi ad essere stati via troppo a lungo

 In questo ultimo anno, in cui ho fatto fortunosamente ritorno alle terre natie, mi sono ritrovata più volte a pensare alla leggenda di Urashima Taro.

Chiunque sia appassionato di manga o letteratura giapponese ne ha sentito parlare più di una volta. Urashima Taro è un pescatore che un giorno esce per mare e salva una tartaruga maltrattata sulla spiaggia.

 Come ricompensa, la regina del mare lo ospita per tre giorni nel suo palazzo grandioso e quando infine lo congeda gli regala una scatola che non dovrà mai aprire.

 Urashima torna a casa, ma scopre che quelli che per lui sono stati appena tre giorni, sulla terra erano invece decine di anni e tutte le persone che conosceva sono morte.
 Disperato, apre la scatola della regina e invecchia di colpo: conteneva infatti tutti gli anni  realmente trascorsi.

 E' una leggenda di per sé molto affascinante, ma credo di averne colto in parte il significato solo nei mesi passati.

 Quando vivevo a Milano avevo sempre la sensazione che il posto dove mi trovavo e il mio paese d'origine si muovessero su due piani temporali diversi. 
 Non perché Milano fosse proiettata nel futuro e il paese mio che sta sulla collina no, era una questione più sottile.

 Tutte le volte che tornavo a casa avevo la sensazione di rientrare in un'altra linea temporale dove la mia vita precedente esisteva ancora in qualche modo, perfettamente o quasi congelata al momento in cui me n'ero andata via. Certo, qualcuno nel frattempo si era sposato e/o aveva avuto figli, si era trasferito o simili, ma fondamentalmente tutto sembrava scorrere allo stesso identico modo, congelato nel tempo, negli anni.

 Bastava prendere un treno e potevo tornare al momento in cui ero partita e, siccome le vacanze sono ingannevoli, mi sentivo anche la persona che era appena partita: bastava prendere un Frecciarossa e avevo di nuovo ventiquattro anni.

 Riprendevo il Frecciarossa per tornare a Milano e la me stessa adulta, con una faticosa e per carità, sicuramente più appagante di tante altre, vita adulta da affrontare e gestire.
 Questo parallelismo temporale mi ha sempre molto confuso e sicuramente i libri e i film hanno avuto un ruolo, come in verità ce l'hanno nell'immaginario di tutti noi.

 Nei film, solitamente natalizi e di buoni sentimenti, ma non solo, il protagonista che è partito verso la vita da lui/lei sognata nella grande città, finisce per tornare a casa, solitamente per i soliti tre motivi: qualcosa lo costringe (un lutto, un'eredità, malattia di qualche parente), perde il lavoro e l'unica alternativa alla strada è la casa dei propri genitori, c'è una qualche festività.

 In questi casi, tendenzialmente il protagonista parte diffidente: si diverte pazzamente nella big city ed ehi è arrivata la tanto sospirata promozione (a meno che non sia il caso del licenziato che vede andare in briciole la propria vita in 3 secondi netti) e torna al paese. Lì, tutto è immutato: i genitori litigano, gli amici sono sempre uguali e al massimo qualcuno ha messo su famiglia, tutti i negozi sono al loro posto e tutti sembrano sempre fare le stesse rassicuranti cose.

 Il setting è perfetto. Tuttavia, se nei film è DAVVERO così, cosa che solitamente convince il protagonista a mollare la sua vita perfetta per riscoprirsi vicino ai valori di un tempo e solitamente anche al manzo o alla gnocca di un tempo, nella vita è più semplice che si venga travolti dall'effetto Urashima Taro.

 Tu torni e ti accorgi che le persone che conoscevi non esistono più. Sono diventate altre persone e la linea temporale che ti sembrava rimasta immobile perché dopotutto dieci anni volano in un soffio e non sembrano davvero tanti, è andata tragicamente avanti.

 Tutto è cambiato e ritornare ha una fatica non prevista, un ricavarsi nuovamente uno spazio che si dava scontato perché insomma ce l'avevamo, non pensavamo potesse sparire. Invece siamo semiestranei che tornano a inserirsi in un mondo che un tempo conoscevano bene e che è andato avanti facendo a meno di loro.

 Non che sia perdutamente tragico ed è sicuramente proporzionale al tempo che abbiamo passato, come Urashima, in fondo al mare, altrove. Tuttavia è solitamente privo di quella deliziosa magia per lo spirito dei film dei grandi ritorni a casa, in cui tutti sembrano non avere niente da fare che aspettare il ritorno di qualcuno che un tempo conoscevano molto bene.

 La cura esiste ed è la stessa di Urashima: recuperare tutti gli anni perduti, in un colpo solo, e lasciare che quella linea temporale che si credeva interrotta torni di nuovo a correre e recuperi tutti i giorni che credevamo fermi nel passato.

 Le linee del tempo si raccordano e noi diventiamo di colpo più adulti o anziani, a seconda di quanto siamo stati lontani, perché lo scorrere del tempo raggiunge ogni luogo, anche quello che credevamo salvo.

martedì 15 giugno 2021

"Visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano". Una recensione di "L'acqua del lago non è mai dolce" di Giulia Caminito.

 Qualche anno fa, un'amica di Dolcemetà, dopo aver girato mezzo mondo era infine tornata a vivere nella propria sonnolenta cittadina natale, pronunciò una frase che all'epoca mi colpì molto e che infatti non era sua.

 Parlando della sua sonnolenta cittadina, dalla quale si era tenuta orgogliosamente alla larga per tanto tempo, disse che nonostante tutto era davvero difficile non provare un attaccamento forzato.

  “Sai com'è la storia, no?”, disse, “visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano.”

 Non sapevo all'epoca si trattasse di un verso di “Piccola città” di Guccini, una canzone che durante il lockdown mi ha letteralmente tormentato consumandomi di nostalgia. 

 Chiusa in casa, avevo una voglia disperata di tornare alla mia piccola città sul lago, Bracciano, una nostalgia struggente che non si è placata dopo la fine del periodo Covid più duro e che in un certo senso è stata determinante nella scelta di trasferirsi a Roma (anche se in verità è stato molto più destino che altro).

 Questo senso di attaccamento matto e disperatissimo è una delle cose che mi ha più colpito de “L'acqua del lago non è mai dolce” il libro di Giulia Caminito ed. Bompiani, (meritatamente nella cinquina dello Strega), ambientato ad Anguillara, uno dei tre paesi sdraiati sul lago di Bracciano.

 La storia, per stessa ammissione dell'autrice, non è autobiografica, ma alcuni personaggi ispirati, alcuni cenni, alcuni ricordi e di certo il suo attaccamento per il paese di Anguillara e il territorio lacustre in generale, lo sono e si capisce ad ogni riga.

 Lo dico subito, leggere questo libro, ambientato nel posto dove anche io sono cresciuta (e più o meno negli stessi anni visto che Giulia Caminito ha solo qualche anno in meno di me) è stata un'esperienza difficile e anche stranissima.

Ma qual è la trama del libro?

La storia racconta l'adolescenza e la giovinezza di Gaia, ragazza di basso ceto sociale, figlia di una donna volitiva e fortissima di nome Antonia. Ha tre fratelli e un padre che si è ritrovato con la schiena spezzata perché un giorno è caduto da un'impalcatura a nero e nessuno ha visto, sentito e denunciato.

 Antonia combatte con le unghie e con i denti per la propria famiglia e cerca da anni di farsi assegnare un alloggio popolare. La sua pratica passa di mano in mano fino ad arrivare nella mano giusta riuscendo così a ottenere una casa in un bel quartiere. 

 Troppo bello per gente come loro e sin da subito la famiglia si trova male, circondata dal sospetto dei vicini benestanti. Trova così il modo di scambiare il proprio alloggio con quello di una donna che ne ha avuto uno fuori città, ad Anguillara, un posto di provincia, ma non troppo, dove la vita costa meno e i figli forse si troverebbero meglio.

 L'avventura di Gaia inizia così, con gli stessi calcoli che fanno i molti romani che decidono di trasferirsi sul lago (principalmente ad Anguillara che Bracciano è terra di figli e nipoti dei militari dell'enorme scuola di Artiglieria locale, tipo me).

 Ma anche se a due passi dalla città, Anguillara è un paese, col suo microcosmo che solo chi è vissuto in un paese conosce e Gaia ci si tuffa come un pesce.

 Vive enormi amicizie, dolori feroci, estati avvolte nella canicola allietata dai tuffi estivi, le serate nei locali del lungolago, la noia delle giornate dove non rimane altro che passeggiare sulla riva o andare a Roma a fare qualche vasca, il maledetto treno della tratta Roma-Viterbo che ci mette un'ora e mezza a fare quaranta chilometri. E ha un carattere ferocissimo Gaia, una voglia di vivere, di arrabbiarsi, gridare, pretendere, dibattersi che la rendono un personaggio di incredibile vitalità, anche grazie ad alcuni stralci del libro, scritti in un evidente stato di grazia.

 Ho letto molte recensioni di questo libro, tante interpretazioni per la sua protagonista (e anche tanti travisamenti), ma mi è difficile essere obiettiva nel parlarne. Quello che ho provato leggendolo è stata un'emozione nella lettura che non provavo da molto tempo e che in un certo senso ha concentrato l'eco di tante cose che ho vissuto anche io, in altro modo certo, ma in modo simile.

 C'è un passaggio che per alcuni sarà solo la descrizione del tragico pendolarismo che mezza Italia è costretta a vivere su mezzi pubblici vecchi e sempre in ritardo. 

 Gaia descrive il suo forsennato salire e scendere dai treni della tratta Roma-Viterbo che, dovendo sopperire alla mancanza di metropolitane a Roma, fa millemila fermate costringendo chi vive fuori a un calvario per una manciata di chilometri.

 Quella descrizione per me è stato il flash esatto di spossanti e rabbiosi anni passati a saltare sul medesimo treno, con la medesima ansia, le medesime arrabbiature oscene contro chi si sentiva male costringendo il treno a fermarsi a “Gemelli” in piena galleria, ma vicino all'ospedale, contro i poveracci che di tanto in tanto si suicidavano. Ho letto esattamente quello che ho vissuto, parola per parola.

E vi assicuro che è un'esperienza stranissima, che va oltre il “romanzo ambientato in un posto che conosco”.

Sarà stata in parte una felice congiuntura di comuni destini, ma in verità il merito va alla splendida scrittura di Giulia Caminito, che in questo libro riesce lì dove molti falliscono: dare la giusta forma a qualcosa che per molto tempo è esistito con enormità schiacciante solo dentro di te.

 Riesce a raccontare il fervore e la rabbia di una giovinezza che va oltre, secondo me, lo stesso contesto sociale in cui l'autrice ha scelto di inserire la sua protagonista. La povertà, l'ingiustizia sociale, una madre ingombrante sono parte di Gaia, ma Gaia sembra avere una fiamma che va oltre quello che l'autrice ha apparecchiato per lei.

 C'è molta rabbia e moltissima nostalgia in questo romanzo.

 Una nostalgia che condivido per quello che eravamo e che non saremo mai più, per un posto che ha significato la giovinezza ed è legato a un insieme di ricordi, di amori, di amicizie ed esperienze che non sono replicabili in nessun altro momento dell'esistenza.

 Ci sono tante altre cose in questo libro, è vero, cose sulle quali gran parte della critica e delle recensioni si sono concentrate.

 C'è la povertà, c'è una certa violenza giovanile a cui i giovani, bisogna essere onesti e sinceri, sono abituati (i giovani di ogni epoca, me compresa), c'è odio, amicizie indimenticabili, ci sono persone che perdiamo nel cammino perché come cantavano I tre allegri ragazzi morti, “Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa o che sia vera”.

 Ma quello che alla fine rimane davvero e rende questo libro così speciale rispetto alle molte altre valide giovinezze raccontate in tanti altri romanzi, è un senso di inesplicabile nostalgia per un luogo e persone, comprese le persone che noi stessi eravamo, che sono esistite in un certo modo solo in un determinato frangente, e che in quel modo esatto, anche se torneremo, non potremo rivedere mai più.

"Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?"

mercoledì 5 giugno 2019

Prigionieri del sogno di qualcun altro. 10 cose (+1) dei bei tempi andati di cui i Millennial sentono nostalgia senza averle mai vissute dalla Dc alla felicità fino a Yalta.

Dice una celebre fase di Garcia Marquez che: "la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la ricorda per raccontarla".

 E' inevitabile applicare questa massima alle nostre piccole vite, ma forse, usandola come chiave di lettura del nostro presente sempre più discutibile, potrebbe essere illuminante.


 Sfido qualsiasi trentenne attuale a non essere stato prigioniero di un sogno. Quello dei propri genitori.


 I baby boomers ritengono di aver vissuto un'epoca privilegiata e di certo hanno ragione, ciò sul quale forse e probabilmente errano è il loro strenuo e continuo tentativo di riviverla in un presente che ha connotati e caratteristiche completamente diverse e non paragonabili (anche per colpa o merito loro, altra parte che sfugge sempre).

 Pur essendo, a mio parere, una delle grandi malattie del nostro tempo (una sorta di febbre generazionale che non passa e ci rende deboli e confusi), non esistono molte pubblicazioni sul tema.
 Quella che forse meglio esprime questa mia idea svolazzante è "Utile per iscopo" un piccolissimo saggio di Wu Ming 2 che analizza le problematiche di una società di retromaniaci.
 Una società che vive nel culto del passato ha dei grandi problemi di rinnovamento e creatività perché non farà altro che tornare sulle potenzialità del passato nell'ansia perpetua di reinterpretarle, "affamata di passato".

 Ho quindi deciso, anche se magari sarà un post poco libresco (anche se un altro saggio da consigliare potrebbe essere "Contro i bei tempi andati" di Michel Serres) , di elencare le cose di cui i Millenial hanno maggiormente nostalgia anche se non le hanno mai vissute.

 Liberissimi di aggiungerne altre che ho dimenticato!


LA DC:

E il Pci. Ma più DC. 

 Nessun millenial era abbastanza senziente all'epoca per ricordare le due formazioni politiche all'opera eppure sappiamo tutti per certo che si stava meglio quando si stava peggio.

 La DC è la formazione politica più rimpianta trasversalmente da chiunque fosse lucido prima degli anni '90, al punto che la rimpiangiamo anche noi che l'abbiamo presa solo di striscio.

 Certo, i governi cadevano ogni 5 mesi (ma anche lì ci sono buchi di memoria se gente che ha visto i 345354 governi Andreotti ora bercia online di "governi non eletti dal popolo"), governi balneari, pentapartiti, trasformismi, lotte intestine che manco il trono di spade, manuali cencelli che c'erano e almeno nessuno faceva finta non ci fossero, cristiani che però "hanno approvato il divorzio" e tante altre meraviglie.

 Tutte cose che, da quanto ci raccontano, all'epoca sembravano il demonio e adesso non c'è persona che non rimpianga.

 Non abbiamo mai visto la DC all'opera ma noi millenial sappiamo istintivamente che i guai dell'Italia sono iniziati nel momento in cui la sua rassicurante ala protettiva si è allontanata da tutti noi lasciandoci in balia delle nostre (pessime) decisioni politiche.


MA ANCHE IL PCI:

Qualsiasi partito di sinistra sarà per sempre destinato a fallire finché dovrà reggere il confrontato col Pci.



 Il Pci era radicato sul territorio, il Pci parlava agli operai, il Pci aveva una vera dirigenza, il Pci aveva l'intellighenzia, la scuola di partito, Frattocchie, Togliatti e Berlinguer.

 Poco importa pensare razionalmente che il Pci fondava la sua forza principale nel fatto di essere il partito giusto nel contesto storico e sociale giusto, un partito di un presente che ormai è trapassato, poco importa anche che il territorio stesso fosse radicabile perché le persone erano diverse, più permeabili a certe esigenze e meno ad altre.

 Poco importa anche che fu un partito profondamente bigotto (ma ho parlato con tanti giovani d'oggi di partito che contrappongono diritti sociali a diritti civili come se ci fosse una gara di supremazia e non potessero andare insieme).

 Il PCI rimane il grande immortale fantasma a cui tutti aneliamo e che non può ritornare ma che bramiamo come se potesse salvarci da un sistema economico sulla via della catastrofe.

 Intanto il tempo passa e noi lo passiamo a sospirare sperando in un impossibile ritorno. Torna torna questa casa aspetta a te.


GUERRA FREDDA:

 Manicheismo a gogò. Chi è che non ne ha bisogno? 
 Ora non si capisce più niente: russi che influenzano le elezioni americane ed europee. Europei che non sanno più se stanno coi russi, con gli americani o coi cinesi. Repubbliche ex sovietiche che non sappiamo mai bene cosa stiano combinando (quante siano) e se ci dobbiamo preoccupare.

  La Germania che, unita, ha ripreso a randellarci, sovranisti che giocano a fare i capetti da repubblica delle banane in giro per mezza europa e popoli storditi che votano per uscire dall'Europa, ma alla fine non trovano il mondo di andarsene.

 Insomma, ce lo ripetono in ogni modo: rivenisse Yalta! 

 Sì, c'erano tanti casini, però almeno avevi la certezza che gli americani e i loro alleati erano x e y e che i russi erano z e k. I cinesi chiusi in una strana e ossessiva autarchia se ne stavano per i fatti loro e tutto procedeva se non bene almeno con un senso logico.

 Eh, come si stava bene prima della caduta del muro anche se oh, la caduta del muro è uno degli eventi più importanti e commoventi dell'ultimo secolo eh!


ASSISTENZIALISMO DI STATO:

Ma volete mettere i bei tempi in cui si poteva andare in pensione con 15 anni di contributi, avere rendite dai titoli statali da capogiro, casa comprata, casa al mare comprata, i figli che stavano meglio dei genitori e via discorrendo.

Certo poi che questa cosa fosse dovuta a una congiunzione astrale irripetibile come boom economico e possibilità di creare abissali deficit di stato (ossia lasciare cambiali con scritto "pagherò" e il nome di figli e nipoti) è del tutto secondario.

 Abbiamo sostanzialmente la casa ipotecata, ma sogniamo di poter vivere come quando era nostra. 

 Nel tentativo, stiamo cercando di ipotecarla due volte, ma il gioco non riesce e ci arrabbiamo cercando colpevoli che non c'entrano niente coi nostri bagordi passati.

 Nel frattempo, misteriosamente continuiamo a non voler riscuotere le quote condominiali dagli appartamenti che non hanno mai cacciato una lira.


 LA FABBRICHETTA:

I nostri nonni sì che la sapevano lunga! 

 Altro che master, stage e perdite di tempo, bastava rimboccarsi le maniche e non aver paura di faticare!. Senza neanche il diploma crearono interi distretti industriali a gestione familiare con idee geniali e tanta voglia di fare.

 Peccato la creatività si sia diluita e che i loro nipoti non siano in grado neanche di farsi assumere in una pizzeria al quarto stage e al terzo apprendistato.

 Certo l'assetto economico mondiale era del tutto diverso, ma di certo è un particolare trascurabile.

Ma non temiamo, se continuiamo a concentrarci sul fatto di diventare dei padroncini e mai dei lavoratori, le cose non potranno fare altro che peggiorare.


PARTO E CI RISENTIAMO TRA 20 MESI:

Siamo sempre attaccati ai cellulari, non come quei tempi mitici in cui partivi e se ti andava mandavi ogni tanto una cartolina a casa.

Potevi non sentire nessuno per MESI. MESI. Potevi sparire.

Poi certo, questo poteva anche significare non sentire i tuoi cari per secoli se ti trasferivi lontano, ma al momento ci sembrano inutili sottigliezze. 

Le stesse persone che ci hanno passato la nostalgia per la libertà estrema dei bei tempi andati, ora vuole le telecamere nelle scuole, infila app nei cellulari dei figli per geolocalizzarli, controlla registri elettronici e monitora i pargoli h24, spedisce mail d'ufficio a qualsiasi ora del giorno e della notte in qualsiasi giorno dell'anno ferragosto compreso.


 Incredibile che gli stessi siano in grado di farci rimpiangere i bei tempi della mancanza di tecnologia pervasiva accusandoci di esserne dipendenti.

E però è successo.


FATALISMO:

Se si leggono le cronache degli anni '60-'70 è sconcertante pensare che le stesse persone che li hanno vissuti accettando il fatalismo degli anni di piombo, siano state in grado vivere attualmente un tale livello di paranoia che in confronto "1984" è una vacanza.

 Genitori e nonni passano il tempo a raccontarti gli anni di terrorismo interno, agguati, rapimenti e stragi come gli anni più tranquilli mai vissuti in Italia.

Sì, succedevano delle cose, ma era così, era il fato, il destino, la sorte, quella a cui noi millenial non sappiamo affidarci (e neanche più loro a quanto sembra).

 Erano anni bellissimi, non come quelli di adesso che non sai mai cosa può succedere.


POSTO FISSO:

 Se c'è un concetto che è difficile spiegare alla maggior parte dei genitori quello è il posto fisso. Rimane loro inspiegabile come figli che hanno studiato per il doppio dei loro anni facciano lavori per i quali prendono la metà, se non la metà della metà dei loro.

 Un tempo a 20 anni e con un diploma potevi comprare casa e campare una famiglia. Ora non siamo neanche in grado di pagarci una stanza. Ah, il posto fisso che non sappiamo più meritarci!

Poi certo, se vediamo i film a episodi degli anni '60-'70 non è che la vita del lavoratore sembri proprio una pacchia, ma con una raccomandazione si risolveva tutto.

 Mica dobbiamo pensare male, erano altri tempi.


QUALSIASI ARTE ERA AL TOP DELLA SUA MERAVIGLIA:

La musica era meglio. C'era il vero rock. Lo Strega lo vincevano Bassani e la Morante. Gli artisti avevano una vera coscienza politica. Pasolini scriveva editoriali. I Beatles e i Rolling Stones. Jules e Jim e la Nouvelle Vague.

La swinging London. Raffaella Carrà che preveggeva Lady Gaga. I parrucchieri avevano già provato qualsiasi tipo di pettinatura e colore. La minigonna. Antonioni e Fellini. L'arte era vera arte. La provocazione vera provocazione. La droga non era manco vera droga, ma un modo per aprire le porte della percezione. Brigitte Bardot. I figli dei fiori.

L'unica cosa sui quali siamo liberi di non avere l'ansia da prestazione è l'informatica che, almeno quella, non c'era.

 E ovviamente si stava meglio.


LOTTA DURA E SENZA PAURA:

 Ti ricordi quella strada? Eravamo io e te? E la gente che correva e gridava insieme a noi! Ma tutto quel che voglio pensavo è solamente amoreeeeee

Qualsiasi tentativo di battaglia potremmo o vorremmo mettere in atto non sarà mai paragonabile alle conquiste dei bei tempi che furono.

 Poco importa che la lotta dura e senza paura sia difficilissimo concepirla e farla in una società liquida e in un mondo globalizzato.
 Il senso di sconfitta collettivo permane.

 Quando si diceva che i lavoratori di tutto il mondo avrebbero dovuto unirsi non era una boutade, ma un secoletto dopo si è scoperto che i lavoratori non sono naturalmente di sinistra e la cara vecchia competizione per la sopravvivenza e la selezione naturale possono essere applicate su scala lavorativa.

 Ma non illudiamoci, la colpa non è mai di un sistema che anche loro hanno contribuito a creare, la colpa sarà sempre nostra che non siamo abbastanza duri, abbastanza puri, abbastanza senza paura.
 Ah, se avessimo vissuto 50 anni fa! 


LA FELICITA':

 Dicono tutte le leggende che effettivamente il boom economico fu un periodo di assoluta e straordinaria felicità e che gli anni '80 yeah quanta spensieratezza nonostante il capitalismo prendesse il volo e vuoi mettere gli anni '90 quando ancora potevi prendere un aereo senza fare 2 ore di controlli?

 I tempi andati, in confronto ai nostri, sono un concentrato di energia e speranza che appare sempre più come una mitica età dell'oro verso il quale i nostri anni non possono che essere definiti che stanchi, logori e decadenti.

 La nostalgia per un periodo in cui non tutti fossero perennemente arrabbiati e incattiviti è forte, ma fu vera gloria?
 Non lo sapremo mai, intanto rimpiangiamo di aver perso l'opportunità del secolo per essere felici.

Una canzone ben riassume cotanto rimpianto verso l'età dell'oro italiana: "L'estate di John Wayne" di Raphael Gualazzi. Da ascoltare in loop.







martedì 19 settembre 2017

Esistono anche i libri?! Otto mitici film (quasi nove) degli anni '80 di cui esiste anche il romanzo."Goonies", "Indiana Jones", "La Principessa Sposa" e molti altri, in una lunga carrellata fantastica.

DOVEROSO PREAMBOLO ALLA SETTIMANA DEGLI ANNI '80 

Dopo giorni e giorni di reclusione lavoro-libro, mi sono decisa ad andare, quasi in extremis visto che chiuderà il primo ottobre, alla mostra del Wow -Museo del fumetto sugli anni '80.

 Come ha scritto qualcuno su fb siamo già materiale da museo, ma in verità avevo già parlato di questo precoce senso di nostalgia dei nati negli anni '80.

 So che tutte le generazioni amano pensare di aver avuto qualcosa di speciale (e alcune, alla lunga, stancano pure, perché lo abbiamo capito che gli anni '60 e '70 sono stati favolosi, ma adesso lasciateci anche in pace), e in effetti è così, alcune prendono un'onda più positiva, altre negativa, altre malinconica.

 Cosa hanno avuto i nati negli anni '80? Temo sia presto per dirlo, ma di certo possiedono una particolarità che non si può ignorare: hanno vissuto un'infanzia analogica e un'adolescenza digitale (ma non ancora social).

 Sono (siamo) nati alle soglie della rivoluzione digitale e, oscuramente, avvertono sempre una discrepanza tra un mondo per il quale si erano preparati e quello che si sono ritrovati poi davvero a vivere.

Basti pensare agli studi. Centinaia di lavori obsoleti di colpo, e altrettante centinaia nuovi, e noi lì nel mezzo a cercare di sopravvivere. Non è poi così strana la perenne sensazione di nostalgia che ci assale precocemente.

 Alla retrotopia e alle sue conseguenze dedicherò comunque un post di questa che inauguro ufficialmente come "Settimana degli anni '80"!

 Inizio le danze con un post sui film che segnarono la mia infanzia da cui sono stati tratti o tratti da libro.

 Vi consiglio di leggere il post accompagnandovi alle hit dei bei tempi andati.

 Che si cominci!


FINE DEL DOVEROSO PREAMBOLO.


 Lo ricordo benissimo.
 Inizio anni '90. Ero alla sagra del cinghiale di Castel Giuliano, frazione del mio paese, uno di quei magici luoghi di provincia  dove puoi anche vincere un cinghiale (da cucinare s'intende) indovinandone il peso a occhio e ascoltare improbabili gruppi locali.


C'era, immancabile, la pesca. 

 Ancora oggi questo passatempo anni '50 attira la mia attenzione e, credo, non solo la mia.

Mio padre mi diceva sempre: "Non vincerai niente", sperando di poter evitare di pagare pegno.

 Tuttavia la mia fortuna lo smentiva, nella mia esistenza posso infatti annoverare varie vincite di pregio, tra le quali un enorme orso e un intero prosciutto crudo.

 Si trattava, in quel tempo, di un settembre pre-riscaldamento globale, l'estate finiva più nature, vent'anni fa o giù di lì, perciò faceva un caldo umano e l'aria autunnale aveva già vinto sulla calura estiva.

 Quella volta vinsi un'assurda collana, con un gigantesco ciondolo tondo che, a posteriori, credo avesse disegnato sopra una mappa zodiacale, ma che, all'epoca, decretai fosse di certo un monile antico. 
 C'era infatti, al centro, una fintissima pietra blu cobalto attorniata da piccoli segni a me ignoti (lo zodiaco di cui sopra).


Per la cronaca, ho scoperto che esistevano anche
i romanzi di Indiana Jones
Non potevo credere a cotanta fortuna perché la sera, dulcis in fundo, davano in tv uno dei miei film preferiti, "Indiana Jones e l'ultima crociata", e io ero matematicamente certa che quel monile fosse degno dell'archeologo con la frusta.

 I film d'intrattenimento degli anni '80 avevano una quantità di inventiva persa negli sterili anni 2000, presi più dall'incasso e da un'infinita serie di sequel e prequel e di troppi troppi film sui supereroi.

  Ovvio che il cinema è commercio, esattamente come l'industria libraria, ma a furia di guardare solo il soldo e mai il rischio non calcolato, si finisce per replicare sempre gli stessi film, noiosi, patinatissimi, senza quel quid che rende pellicole surreali, su cui solo un pazzo scommetterebbe, leggenda.

 C'era poi una certa attenzione per i film per ragazzini, ad oggi completamente perduta.

 Prima avevi diritto a mistero e avventura, oggi a demenza e tecnologia a tutti i costi (ogni tanto c'è qualche perla, bellissimo se non lo avete visto "Un ponte su Terabithia", su cui fontanerete lacrime a oltrenza), come se i ragazzini non potessero comprendere storie che vadano oltre i videogiochi o i cellulari.

Ma voi dite, è tutto magico e tutto bello, ma questo non è un blog di cinema. Avete ragione.

 Tuttavia forse non tutti sanno che, molti a molti film che abbiamo amato negli anni '80 corrisponde un libro, talvolta scritto prima, talvolta scritto dopo.

 Volete sapere quali? Eccovi una full immersion!


I GOONIES di James Khan:

 Non so quante volte, da bambina, ho visto i "Goonies".

 Possedeva quel misto di avventura e paura che me lo rendeva irresistibile, attratta e respinta al tempo stesso dall'idea di rivedere la faccia mezza sciolta di Sloth, il pianoforte fatto di ossa e lo scheletro dei pirati.

 Senza contare che la madre della banda Fratelli mi terrorizzava (forse anche perché la collegavo a un altro film, molto strano, che era "Getta la mamma dal treno").

 Eppure, tutte le volte trepidavo col gruppo di ragazzini in cerca del misterioso tesoro del pirata Willy l'Orbo, nel tentativo di salvare il proprio sobborgo dall'avvento di un malvagio gruppo di palazzinari capitalisti.

 Da pochi giorni la Salani ha rieditato il libro che, nel lontano, 1985 ne fu tratto (devo dare una delusione a chi lo aveva chiesto su fb: no, non ha la mappa del tesoro allegata, sarebbe stato troppo bello, troppo gadget da libro cartaceo che ti vieni a comprare volentieri in libreria, si sa, tocca soffrì).

 L'autore, James Khan, lo trasse dal film e temo che presto gli donerò i miei nostalgici soldi per averne una copia.


LABYRINTH di A.C.H. Smith:

 Se c'è un particolare che salta subito all'occhio vedendo i film degli anni '80 è che non perdevano tempo in eccessivi preamboli.

  Adesso gli sceneggiatori, prima di entrare nel vivo della storia, ti spiegano la rava e la fava, anche quando la rava e la fava sono assolutamente superflue e finanche noiose.

 Nei "Goonies" o, in particolar modo, in "Labyrinth", la storia prende il via immediatamente.

 La protagonista, Sarah, è una ragazzina a cui piace inventare storie e giocare al parco ed è figlia di genitori divorziati.
  Il padre, con cui vive, si è risposato e ha avuto un bebè con una nuova donna.

 Una sera, padre e compagna decidono di uscire, ma invece di chiamare una baby sitter, pretendono che la ragazzina passi la serata a guardare il pupo che piange continuamente e, diciamoci la verità, farebbe perdere la pazienza anche a un santo.

 La ragazzina, tutto sommato, si comporta bene ed esprime solo l'improbabile desiderio che arrivi il re dei Goblin e si porti via il piangente fratello. Contro ogni previsione, il re dei goblin aka un fantastico David Bowie, appare e porta via il pargolo. L'unico modo per riavere il bambino è giungere entro 13 ore al castello del re, altrimenti il pupo diventerà uno gnomo.

 Nel raggiungere la reggia, Sarah incorrerà in una serie di personaggi assurdi, nemici, alleati, trabocchetti, indovinelli e prove di coraggio, sempre in puro stile "effetti speciali anni '80", tanta inventiva, digitale quasi inesistente, massima resa.

 Del film, un capolavoro del fantastico che rappresenta una sorta di rito di passaggio all'età adulta, della protagonista, esiste, a quanto pare, anche un libro di A.C.H. Smith.

 In Italia fu edito da Sonzogno nel 1986, ma sembra sia prevista una riedizione per Kappalab (sembra, non voglio creare aspettative). Speriamo bene, dalle recensioni trovate in giro, non sembra male.


LA PIRAMIDE DELLA PAURA di Arnold Alan:

Ogni volta che parlo di questo film con qualcuno, questo qualcuno puntualmente non ne ha memoria, eppure ricordo benissimo che veniva mandato regolarmente in tv e aveva  una fortissima dose horror (almeno per essere un film per ragazzi e volendo anche bambini) che lo rendeva, posso assicurare, indimenticabile.

  Si tratta infatti di un'avventura dalle tinte piuttosto fosche, di un giovane Sherlock Holmes e del suo grassoccio amico Watson.

 Sherlock e Watson sono giovanissimi studenti universitari e si trovano coinvolti in una serie di inspiegabili delitti che li condurranno a scoprire una piramide egizia nei sotterranei di Londra e una pericolosissima setta ad essa collegata.

 Scena che mi si è stampata a fuoco nella memoria con autentico terrore: le allucinazioni di Watson. Egli finisce infatti preda di una credenza il cui cibo prende vita (con tanto di occhi e braccia) saltandogli a forza in bocca (vi linko la scena così potete capire).

 Ho scoperto che ne era stato tratto un libro, "La piramide della paura" di Arnold Alan, in Italia edito da Longanesi. 
 Non essendo ormai ristampato da una trentina di anni è quasi introvabile, a parte qualche copia di fortuna su internet. Non so se qualcuno ha avuto la ventura di leggerlo.
Se non avete visto il film recuperatelo perché ne stravale la pena.




JUMANJI di Chris Van Allsburg:

Lo vedrete riapparire nel post che dedicherò ai giochi di società, ma era giusto che ci fosse anche qui.

 Il film è di metà anni '90 (peraltro, essendo io del 1984, tutti questi film li ho visti a cavallo tra gli anni '80 e '90), ma il racconto illustrato da cui è tratto è del 1981 e si comprende bene dall'atmosfera della storia.

 Riassumiamo per chi non lo ha visto (chi??). 

 I fratelli Judy e Peter, due orfani accolti in casa dalla zia, trovano in soffitta un curioso gioco da tavolo e iniziano una partita. 

 Scoprono però che il gioco prende vita e che rischiano di rimanerne inghiottiti, proprio come accadde a un loro zio, che all'epoca era stato dato per scomparso e invece era stato intrappolato nella realtà del gioco.

 Per liberarlo dovranno completare a tutti i costi la partita che all'epoca non riuscì a terminare.

 Il racconto illustrato da cui è tratto, ha illustrazioni abbastanza inquietanti, ed è stato edito in Italia solo nel 2013 da Logos (quindi si dovrebbe ancora trovare in giro).
 Ne fu tratto anche un romanzo post film by George Spelvin, edito nel lontano 1996 dalla Sperling.


LA STORIA INFINITA di Michael Ende:

 Non credo esista un bambino italiano di quegli anni che non abbia visto e rivisto questo film bellissimo sul regno di Fantasia minacciato dal nulla che tutto uccide e tutto inghiotte.

 Chi non ha sognato di farsi rinchiudere nella soffitta della scuola in compagnia di una mela e un tramezzino (che mi sembravano, all'epoca, gustosissimi), con un libro in grado di trasportarti in un'altra dimensione, a dar man forte al giovane Atreyu nella sua lotta disperata contro il nulla e Mork, un lupo cattivissimo, dai denti aguzzi che mi causò grande terrore.

 Scena traumatica magnum: il momento in cui il cavallo di Atreyu viene inghiottito dalla palude della tristezza.

 Nonostante il successo del film (e il fatto che oggettivamente il film sia rimasto nella memoria di una generazione intera), l'autore, il tedesco Michael Ende, lo detestò profondamente, disconoscendo l'opera al punto di far causa ai produttori cinematografici.

 L'autore ha sempre ragione, ma rimane il fatto che non esiste trentenne a non aver desiderato volare su Falkor o a non aver tremato, terrorizzato, davanti alle sfingi in distruzione.


I GREMLINS di Roald Dahl:

 Lo ammetto, devo recuperare il film dei Gremlins. Da bambina ne ero assolutamente terrorizzata, talmente tanto terrorizzata che persino i Furby, gli orridi peluche con le loro fattezze, mi terrorizzavano.

 Ho scoperto perciò solo l'anno scorso, leggendo la bella biografia di Roald Dahl ("Roald Dahl, il cantastorie" ed. Odoya) che l'esistenza dei Gremlins si deve a lui.

 Erano i protagonisti del suo primo romanzo e portavano il segno degli anni in cui Roald Dahl li concepì: quelli della seconda guerra mondiale.

 La storia originale racconta di questi piccoli esseri dispettosi che iniziano a sabotare gli aerei della Raf, l'aviazione britannica.
  Un vero problema, visto che gli aerei devono essere al loro meglio per sconfiggere i nazisti, ma come spiegare il particolare a queste dispettose creature?

 Walt Disney amò la storia al punto da volerne fare un film, per cui Dahl scrisse anche una sceneggiatura, mai realizzato.

 Bisognò aspettare il 1984 e un film che del libro di Dahl mantiene solo l'idea delle dispettose creature prolificissime e pericolosissime se non si rispettano le tre famose regole:

1) Mai esporre un Gremlin alla luce
2) Non bagnarli per evitare che si moltiplichino
3) Non dar loro da mangiare dopo mezzanotte (regola che vale solo per i Mogwai, la versione diciamo base dei Gremlins).


"E.T." di William Kotzwinkle e Melissa Mathison:

 Ammetto che questo film non è tra i miei favoriti. 
 Visto più volte da piccola, mi inquietava e non capivo come un ragazzino potesse nascondere un alieno in camera senza che nessuno se ne accorgesse fingendo solo di avere la febbre (tuttavia penso che chiunque abbia tentato di fingere febbre imitando il suo sistema).

 Immagino dipenda dal fatto che, nonostante la magnificenza della storia, non ho mai provato eccessivo entusiasmo per gli alieni che giudicavo assolutamente creature inventate (da bambina ero curiosamente molto meno possibilista di adesso sull'esistenza di altre creature nell'universo).

 La storia di Elliott e dell'incontro con un tenero alieno lasciato per sbaglio sulla terra dalla sua astronave madre, col quale stabilisce una connessione psichica, ha vari punti in comune con "Chocky" di Wyndham (che vi consiglio di leggere).

 Nella storia di Wyndham il ragazzino in questione stabilisce una casuale connessione psichica con un alieno immateriale che gli trasmette il suo sapere, confondendo i genitori, indecisi se credere al figlio o ritenerlo schizofrenico.

 La storia, come quella di "E.T.", nonostante le premesse horror ha dei risvolti molto dolci e teneri e anche una sorta di lieto fine.
 Il film, nonostante le analogie (che almeno io ho notato) con l'opera di Wyndham, è tratto da un'idea originale di Spielberg e ne è stato successivamente tratto un romanzo, rieditato in Italia nel 2002.


LA STORIA FANTASTICA o LA PRINCIPESSA SPOSA di William Goldman:

Titolo italiano dell'originale "La principessa sposa", devo dire che è un caso (lapidatemi pure se volete) in cui il film e il libro si equivalgono.
 Bellissimo il film, con attori scelti bene e i soliti mostriciattoli fatti a mano in momenti di penuria di effetti speciali credibili (io li preferivo).

 La storia è raccontata con un linguaggio molto semplice, una sorta di fiaba codificata a monte con tutte le regole di Propp.

 La bella Buttercup (nel film Bottondoro) e Westley, due giovani del popolo, si amano felici, ma Westley, nel tentativo di cercar fortuna, parte per mare e scompare, rapito da alcuni pirati.

 Buttercup è sconvolta e, come se non bastasse, finisce per essere la prescelta per sposare l'erede al trono, che deve trovar moglie in fretta a causa della prossima morte del padre.

 Buttercup non è entusiasta, ma è costretta ad accettare. Accade però che un giorno venga rapita da tre uomini misteriosi: uno spadaccino di nome Inigo Montoya, un siciliano di nome Vizzini e un gigante turco di nome Fezzik.
 Da lì si snoda una storia in cui non manca nessun elemento delle fiabe classiche: cattivi a profusioni, magia, alleati incredibili e il ritorno dell'eroe.

 Se non avete visto il film, vedetelo. Se non avete letto il libro, recuperatelo! E' uno dei pochi in commercio, in una riedizione della Marcos y Marcos che gli ha restituito il suo titolo originale.

 E voi? Avete qualche altro film nel cuore? Qualcuno ha letto i libri tratti da queste somme opere? Testimoniate!!!

mercoledì 30 novembre 2016

Consigli per il Natale 2016 parte II. Cosa regalare al lettore fuffa? Saggi nostalgici, cibo essenziale, torte fluffose, la hygge danese e parecchia nostalgia.

E' il 30 novembre.

Da domani si comincia!
 Non riesco a capire perché l'estate, che, ferie a parte, non sopporto visto che in città non fai altro che crepare di caldo, vedertela coi negozi chiusi e soffrire d'insonnia a causa delle zanzare, sembri invece durare un'eternità.

L'autunno purtroppo sta volgendo davvero alla fine con mio enorme disappunto.

 Sigh e strasigh.

 In ogni caso, non sono una fan del Natale precoce, tuttavia è giunta l'ora di iniziare i post dei consigli per i regali, anche perché, come ben sapete, ho sempre tanti buoni propositi e poi rischio di essere lentissima e di lesinare perle.

 Perciò comincerò con la prima infornata, quella dei consigli mainstream. 
 Tutti abbiamo quei parenti, amici, colleghi a cui però dobbiamo un favore, che sono diciamo dei lettori fuffa.

 Chi è il lettore fuffa?
 E' quell'incomprensibile (per me) esemplare di lettore che legge anche tanto, ma solo ed esclusivamente libri in voga.

Ben lungi dall'avere un gusto personale, si avventa solo sugli autori più letti e generalmente dopo un numero rilevante di loro visite al primo posto della classifica (non basta arrivarci una volta, devi provare che vali), sui romanzi di cui sta per uscire o è uscito un film di successo (o una fiction), sui rari saggi di cui tutti, ma proprio tutti, compresa la tv, parlano e su qualsiasi fuffata sia di moda al momento.


 Ovviamente ognuno ne conosce almeno un esemplare: mimetici e tenaci, generalmente anche mediamente sempre molto più acculturati delle masse che non leggono manco il volantino della spesa, come le piante infestanti, essi sorgono nel parco amicizie di ognuno di noi.

 La cosa positiva è che è molto facile trovare qualcosa da regalargli. L'unica difficoltà sta in quella fatidica domanda: "L'avrà già letto?" e vi assicuro che è lecita.

  Il cliente fuffa necessità infatti di sempre nuova carne fresca, perché forse avrà poca fantasia, ma divora nello stesso istante in cui vede la luce, qualsiasi novità modaiola.
 Per stupirlo e non disgustarlo serve quel tocco che solo chi se li ritrova davanti tutti i giorni, può avere. 
 Perciò, seguitemi!


IL NOSTALGICO:

 Il cliente fuffa nostalgico ha generalmente sui cinquanta, sessant'anni. 

Esso ha visto un'Italia se non migliore, di certo meno incattivita e nevrotica oppure crede di averla vista.

 Magari gli anni '70 o '80 sono stati i più angoscianti della sua esistenza, ma la patina della nostalgia ha lucidato tutto a dovere e tutto quello che ricorda è il profumo delle tagliatelle di sua madre, i viaggi in motorino senza casco sulla riva del mare e il primo amore che chissà che fine ha fatto.

 Per il cliente nostalgico questo natale la libreria ha ben due possibilità: la prima è "1960. Il migliore anno della nostra vita" di Alfio Caruso ed. Longanesi.

 Se noi siamo qui nella perenne angoscia della prossima catastrofica votazione a livello mondiale (chi voterà il prossimo discutibile figuro? Quale muro ergeremo domani?) e non riusciamo a vedere la fine di una crisi economica che pare eterna e ormai ci ha portato a un clima di sottile odio sociale, il 1960 pare fosse l'anno di un ottimismo che non potremmo immaginare neanche nei nostri sogni migliori.


Il libro è un distillato di spirito nazionale ottimista: Pil nazionale al +8% (da quando capisco cos'è il Pil non credo sia mai stato sopra il +1%), le olimpiadi a Roma con medaglie da sogno come quella di Livio Berruti, la Dolce Vita, Fellini, i film in bianco e nero, il primo vero sospiro di sollievo e aria frizzante post guerra.
 Insomma, un effetto che manco una puntata di uno show di Paolo Limiti.

 Sullo stesso filone si colloca un bell'illustrato de il Mulino "I migliori oggetti della nostra vita" di Marta Boneschi. 

 Ogni capitolo corrisponde ad un oggetto che ha portato un forte cambiamento di costume nella società del '900.

 E' interessante come cose come gli antibiotici, la macchina da cucire o da scrivere rimandino immediatamente a un immaginario vecchissimo, robe come il cellulare sembrino a sensazione una ragazzinata e si provi istintiva simpatia per la pillola, la lavatrice e la vespa, simboli di un'Italia ricordata (non necessariamente stata) felice e autentica.

  E soprattutto lucidata ad hoc dall'effetto nostalgia.

IL MODAIOLO:

 Vi ricordate  (se avete meno di 25 anni la vedo dura, ma googlatelo), quell'estate in cui tutto non potevamo fare a meno dei braccialetti tibetani? 

 Ne vendevano a secchi sulle spiagge e una mia amica aveva collezionato non meno di cinquanta colori differenti.

 Ebbene, anche in libreria arrivano queste febbri che rendono folli le masse senza un motivo spiegabile. 



Prima venne "Il manuale di pulizie del monaco buddista", poi i libri per rilassarsi colorando, poi "Il magico potere del riordino" di Marie Kondo e infine l'incomprensibile affondo del metodo norvegese per accatastare la legna!

 Ora posso dirvi quale sarà il delirio dei prossimi mesi: la Hygge.

 Cos'è? 
 E' il concetto della coccolosità e dei piccoli piaceri della vita quotidiana in salsa danese.

  Si tratta di piccole azioni che però dovrebbero generare una grande felicità, come mangiare biscotti in compagnia o mettere delle candele carine sul tavolo della cena con gli amici, dividersi una nuova torta cucinata la mattina, attaccare una decorazione carina alle pareti tutti insieme o un pic nic al parco con la tua famiglia.

 La particolarità è che questi piccoli piaceri devono essere consapevolmente limitati nel tempo. 

 La Hygge ha senso solo se è un fugace momento di felicità.

 E' appena uscito un libro della Sperling (che però devo dire ha una copertina poco Hygge e un po' tristarella), "Hygge" di Louisa Thomsen Brits, mentre è prevista per l'anno nuovo (peccato, a Natale era perfect), la traduzione di "Hygge" di Marie Tourell Soderberg.

 Che comunque potete sempre regalare all'amico lettore fuffa, inglese ablante.

Ps. Tiratevela e ricordate al soggetto del vostro regalo che non è inglese e che si pronuncia UGGA.


CUCIN CUCINA:

 Nonostante le diete e nonostante la cosa che mi attira di più sia in realtà un meraviglioso libro sulle lasagne ("Dietro la lasagna") dovete acchiappare il vostro cliente fuffa, quindi non fatevi distrarre da cose sugnose e cioccolatose.

Scommetto che avete già fame, eh?
Il cliente fuffa vuole cose alla moda e ve lo dico, adesso di moda in cucina c'è una roba tristissima: il cibo sano ai limiti dell'umana sopportazione.

Altro che trionfi di costolette ricoperte di sugna, peperoni ripieni e torri di polpette, ora va il cibo basic.

 Ricette con tre o quattro ingredienti, composte nel modo meno pomposo possibile e con procedimenti il meno complicati immaginabili.

 Un sogno? No, un trionfo di semi, frutta mischiata a verdura (per me, personalmente, un abominio dai tempi dell'insalata con l'ananas di mia zia), olio a crudo, carne alla griglia (poca) e cruditè in abbondanza.

 Pure le copertine ti fanno passare la voglia di mangiare, ma vabbeh, ora si è essenziali.

 Due titoli di consiglio: "Good Food" di Csaba Dalla Zorza, Guido Tommasi Editore e "Superfood" di Jamie Oliver  ed Tea, che a quanto pare si è stancato dello stinco di maiale inondato di salsa ed è passato a più dietetici consigli.

 Se sapete che invece l'amico modaiolo se magnerebbe pure la nonna condita con la nutella, allora avete un'alternativa: la fluffosa.

 Cos'è la fluffosa? Una torta diventata concept. 

 Si tratta di un particolare tipo di torta che tende ad alzarsi tantissimo e ad essere supermegasoffice (in America la chiamano chiffon cake).

Vi avviso che la confezione è gigantesca, quindi se dovete
viaggiare è un filino scomoda
 Oltre ad essere bella a vedersi in effetti, viene attribuito lei il potere di rendere soffici e comfortable i pomeriggi un po' tristi e di catalizzare l'allegria di un gruppo di amici che si riunisce nel gelo invernale e ne approfitta per ingozzarsi di dolci e the.

 La furbata fluffata è che per Natale è stata sfornata un'edizione speciale gigantesca nella quale oltre al libro "Le fluffose" di Monica Zacchia ed. IFood è contenuto anche lo stampo per la torta che in Italia, se ho ben capito, è abbastanza complicato da trovare.

 Visto il prezzo (39,00), dovete proprio tenerci al vostro amico lettore fuffa. Ma chissà, magari è vostro marito o vostro figlio o vostra sorella, non metto limiti alla provvidenza.

Ps. Per l'amico veg è prevista un'altra sessione di consigli prossima futura.

E voi?? Avete un amico lettore fuffa? Raccontate la vostra inquietante esperienza!


mercoledì 31 agosto 2016

Cartoline dal Portogallo. Fumetti reportage sul magico paese lusitano, a partire dal cibo aglioso e coriandoloso. "Lumache, Caracois, Frattaglie e altre storie", un fumetto di cibo, astute nonne laziali e ricordi.

Come ormai ci ho tenuto a dirvi in abbondanza, ho fatto una bellissima vacanza di due settimane in Portogallo.

Evora
Stranamente poco turistico, è un luogo da "confini dell'impero", in cui la psicosi del terrorismo sembra se non inesistente, di sicuro ridimensionata, e mette in evidenza con quanta ansia ormai viviamo.

 Inoltre è un luogo luminoso, senza afa, coloratissimo, pieno di anziani, che costa come l'Italia quindici anni fa ed ha ovunque paesaggi meravigliosi.

 Prima di andare a marzo a Lisbona, avevo un'idea del Portogallo come un luogo un po' decadente, probabilmente pregiudiziata dalla sua appartenenza ai famosi Pigs. In realtà non lo è per nulla.

Cabo Sao Vicente
 Si nota come sia meno ricco dell'Italia, ma in verità dà un'impressione di sobrietà ed essenzialità. 

 Non c'è il troppo, ma c'è tutto quello che serve: ad esempio mezzi non ultimo modello, ma sempre in orario, con tariffe basse e pulitissimi. 

 Perché il Portogallo da quel punto di vista dà l'idea di una Svezia mediterranea: tutto pulito (pure i mercati), persone disponibilissime ma non chiassose (non che ci sia qualcosa di male ad esserlo, anzi io lo sono, ma probabilmente mi è saltato agli occhi perché immaginavo avessero questo tratto in comune col resto dei popoli mediterranei) e rispettose di ogni fila persino quando si tratta di mettersi in coda per aspettare il bus che passerà mezz'ora dopo.


 Vorrei davvero dirvi quante cose bellissime ci siano in Portogallo, tra cui spiagge degne della Sardegna a 40 km da Lisbona praticamente deserte, ma rischierei di scrivere uno di quegli insopportabili resoconti di viaggio che non leggo mai neanche io.

Tutte le foto sono mie e no, non ho modificato questa foto
 Così, anche se lo so che è un bookblog e queste cose non dovrei farle, ho deciso che nel corso dell'autunno, pubblicherò alcune "Cartoline dal Portogallo" per raccontarvi un po' la mia troppo breve esperienza lì.

 Magari l'anno prossimo, il dipartimento del turismo portoghese mi fa un bonifico, chissà.

 Inizio con il cibo, soprattutto con la loro inaspettata passione per le lumache, cibo che ho mangiato pochissime volte moooolti anni fa.

 La cosa mi ha preso un po' la mano coi ricordi d'infanzia, ma vedrete.

 "Lumache, caracois, frattaglie e altre storie" nello sbavoso e antennoso fumetto di oggi!













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