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martedì 15 giugno 2021

"Visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano". Una recensione di "L'acqua del lago non è mai dolce" di Giulia Caminito.

 Qualche anno fa, un'amica di Dolcemetà, dopo aver girato mezzo mondo era infine tornata a vivere nella propria sonnolenta cittadina natale, pronunciò una frase che all'epoca mi colpì molto e che infatti non era sua.

 Parlando della sua sonnolenta cittadina, dalla quale si era tenuta orgogliosamente alla larga per tanto tempo, disse che nonostante tutto era davvero difficile non provare un attaccamento forzato.

  “Sai com'è la storia, no?”, disse, “visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano.”

 Non sapevo all'epoca si trattasse di un verso di “Piccola città” di Guccini, una canzone che durante il lockdown mi ha letteralmente tormentato consumandomi di nostalgia. 

 Chiusa in casa, avevo una voglia disperata di tornare alla mia piccola città sul lago, Bracciano, una nostalgia struggente che non si è placata dopo la fine del periodo Covid più duro e che in un certo senso è stata determinante nella scelta di trasferirsi a Roma (anche se in verità è stato molto più destino che altro).

 Questo senso di attaccamento matto e disperatissimo è una delle cose che mi ha più colpito de “L'acqua del lago non è mai dolce” il libro di Giulia Caminito ed. Bompiani, (meritatamente nella cinquina dello Strega), ambientato ad Anguillara, uno dei tre paesi sdraiati sul lago di Bracciano.

 La storia, per stessa ammissione dell'autrice, non è autobiografica, ma alcuni personaggi ispirati, alcuni cenni, alcuni ricordi e di certo il suo attaccamento per il paese di Anguillara e il territorio lacustre in generale, lo sono e si capisce ad ogni riga.

 Lo dico subito, leggere questo libro, ambientato nel posto dove anche io sono cresciuta (e più o meno negli stessi anni visto che Giulia Caminito ha solo qualche anno in meno di me) è stata un'esperienza difficile e anche stranissima.

Ma qual è la trama del libro?

La storia racconta l'adolescenza e la giovinezza di Gaia, ragazza di basso ceto sociale, figlia di una donna volitiva e fortissima di nome Antonia. Ha tre fratelli e un padre che si è ritrovato con la schiena spezzata perché un giorno è caduto da un'impalcatura a nero e nessuno ha visto, sentito e denunciato.

 Antonia combatte con le unghie e con i denti per la propria famiglia e cerca da anni di farsi assegnare un alloggio popolare. La sua pratica passa di mano in mano fino ad arrivare nella mano giusta riuscendo così a ottenere una casa in un bel quartiere. 

 Troppo bello per gente come loro e sin da subito la famiglia si trova male, circondata dal sospetto dei vicini benestanti. Trova così il modo di scambiare il proprio alloggio con quello di una donna che ne ha avuto uno fuori città, ad Anguillara, un posto di provincia, ma non troppo, dove la vita costa meno e i figli forse si troverebbero meglio.

 L'avventura di Gaia inizia così, con gli stessi calcoli che fanno i molti romani che decidono di trasferirsi sul lago (principalmente ad Anguillara che Bracciano è terra di figli e nipoti dei militari dell'enorme scuola di Artiglieria locale, tipo me).

 Ma anche se a due passi dalla città, Anguillara è un paese, col suo microcosmo che solo chi è vissuto in un paese conosce e Gaia ci si tuffa come un pesce.

 Vive enormi amicizie, dolori feroci, estati avvolte nella canicola allietata dai tuffi estivi, le serate nei locali del lungolago, la noia delle giornate dove non rimane altro che passeggiare sulla riva o andare a Roma a fare qualche vasca, il maledetto treno della tratta Roma-Viterbo che ci mette un'ora e mezza a fare quaranta chilometri. E ha un carattere ferocissimo Gaia, una voglia di vivere, di arrabbiarsi, gridare, pretendere, dibattersi che la rendono un personaggio di incredibile vitalità, anche grazie ad alcuni stralci del libro, scritti in un evidente stato di grazia.

 Ho letto molte recensioni di questo libro, tante interpretazioni per la sua protagonista (e anche tanti travisamenti), ma mi è difficile essere obiettiva nel parlarne. Quello che ho provato leggendolo è stata un'emozione nella lettura che non provavo da molto tempo e che in un certo senso ha concentrato l'eco di tante cose che ho vissuto anche io, in altro modo certo, ma in modo simile.

 C'è un passaggio che per alcuni sarà solo la descrizione del tragico pendolarismo che mezza Italia è costretta a vivere su mezzi pubblici vecchi e sempre in ritardo. 

 Gaia descrive il suo forsennato salire e scendere dai treni della tratta Roma-Viterbo che, dovendo sopperire alla mancanza di metropolitane a Roma, fa millemila fermate costringendo chi vive fuori a un calvario per una manciata di chilometri.

 Quella descrizione per me è stato il flash esatto di spossanti e rabbiosi anni passati a saltare sul medesimo treno, con la medesima ansia, le medesime arrabbiature oscene contro chi si sentiva male costringendo il treno a fermarsi a “Gemelli” in piena galleria, ma vicino all'ospedale, contro i poveracci che di tanto in tanto si suicidavano. Ho letto esattamente quello che ho vissuto, parola per parola.

E vi assicuro che è un'esperienza stranissima, che va oltre il “romanzo ambientato in un posto che conosco”.

Sarà stata in parte una felice congiuntura di comuni destini, ma in verità il merito va alla splendida scrittura di Giulia Caminito, che in questo libro riesce lì dove molti falliscono: dare la giusta forma a qualcosa che per molto tempo è esistito con enormità schiacciante solo dentro di te.

 Riesce a raccontare il fervore e la rabbia di una giovinezza che va oltre, secondo me, lo stesso contesto sociale in cui l'autrice ha scelto di inserire la sua protagonista. La povertà, l'ingiustizia sociale, una madre ingombrante sono parte di Gaia, ma Gaia sembra avere una fiamma che va oltre quello che l'autrice ha apparecchiato per lei.

 C'è molta rabbia e moltissima nostalgia in questo romanzo.

 Una nostalgia che condivido per quello che eravamo e che non saremo mai più, per un posto che ha significato la giovinezza ed è legato a un insieme di ricordi, di amori, di amicizie ed esperienze che non sono replicabili in nessun altro momento dell'esistenza.

 Ci sono tante altre cose in questo libro, è vero, cose sulle quali gran parte della critica e delle recensioni si sono concentrate.

 C'è la povertà, c'è una certa violenza giovanile a cui i giovani, bisogna essere onesti e sinceri, sono abituati (i giovani di ogni epoca, me compresa), c'è odio, amicizie indimenticabili, ci sono persone che perdiamo nel cammino perché come cantavano I tre allegri ragazzi morti, “Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa o che sia vera”.

 Ma quello che alla fine rimane davvero e rende questo libro così speciale rispetto alle molte altre valide giovinezze raccontate in tanti altri romanzi, è un senso di inesplicabile nostalgia per un luogo e persone, comprese le persone che noi stessi eravamo, che sono esistite in un certo modo solo in un determinato frangente, e che in quel modo esatto, anche se torneremo, non potremo rivedere mai più.

"Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?"

venerdì 22 settembre 2017

Cosa resterà di questi anni '10? Un viaggio allucinato tra Wyndham, Tondelli, Scerbanenco, gli anni '80 e l'aids, per ricordare cosa vuol dire gridare e non solo sussurrare spaventati.

 E' parecchio e dico parecchio tempo che vorrei scrivere un post su Premio Strega, Wyndham e Scerbanenco, un mix che molti giudicheranno impossibile, ma mi frulla in testa dalla cinquina dello Strega.

In questa settimana anni '80, al doveroso momento Tondelli, il post fantasma è tornato a farsi sentire ed è quindi giunto il momento di portarlo agli onori del blog.

 E' giunto il momento di dire le cose pane al pane vino al vino.

 Io leggo molti autori italiani, non sono una di quelle esterofile a tutti i costi, ma trovo la narrativa italiana non di genere, mortalmente noiosa.
 In realtà non è neanche giusto dare tutta la colpa all'Italia perché, diciamocelo, non è che la letteratura mondiale ci stia regalando queste imperdibili perle a gettito continuo.

 E' come se fossimo precipitati in una melassa conformista. 

 Se è per colpa degli editori che ormai pubblicano filoni di storie sempre identiche nel disperato tentativo di azzeccare i gusti del momento, o se è per colpa degli autori che proprio a monte ne producono sempre e solo così per lo stesso identico motivo, non è cosa che si possa capire da libraia o da lettrice.

 Sono a valle di un monte che non riesco a vedere e che, obiettivamente, porta a destinazione troppe cose risparmiabili.

  Non parlo degli pseudoharmony che hanno un ruolo loro, d'intrattenimento e sono un genere ben codificato, quelli su cui punto il dito sono le sconvolgenti opere, ormai ben poco sconvolgenti, che dovrebbero raccontare la nostra realtà.

 Durante il mio corso di sceneggiatura, mi consigliarono di vedere "Mignon è partita" di Francesca Archibugi.

 Il film non mi colpì particolarmente. 
 La trama vede un'adolescente francese di buona famiglia, Mignon, che viene spedita da genitori in Italia da parenti diciamo borgatari. 

 In questa famiglia, madre e padre abbastanza giovani e cinque figli, Mignon non si trova bene e lega solo con un cugino che si innamora di lei, non ricambiato. La storia, quella di un corpo estraneo che non riesce in nessun modo a inserirsi in un contesto che non ha palesemente spazio per lei (e in cui lei palesemente non vuole sgomitare per trovarlo), mi sembrò mortalmente noiosa.

 Forse, rivedendolo adesso, noterei cose che dieci anni fa mi sfuggirono, ma scoprii che in parte il motivo per cui mi era stato consigliato era comprenderne i pregi, ma anche i limiti.
 Il professore ci disse infatti che "Mignon è partita" apparteneva a quella serie di film italiani ribattezzati "Camera e cucina" (a memoria ricordo così), in cui le storie si svolgono principalmente in piccoli ambienti, principalmente familiari, senza nessun ampio respiro.

 Il nostro cielo è troppo spesso chiuso in una sola stanza.

 La narrativa italiana odierna ama la camera e la cucina. 

 Piccole storie rarefatte, la storia della propria famiglia (spesso con l'illusione che la propria storia debba per forza significare qualcosa di universale per qualcun altro), persone che si incontrano, si sfiorano, uniscono solitudini, apprezzano silenzi, affrontano passati.

 Tutto è molto intimista e non mi stupisce eccessivamente che Cognetti abbia vinto lo Strega (nè quali siano stati i suoi illustri colleghi).
 Non è solo bravo, ma scrive come piace si scriva adesso e, soprattutto, parla di un tema che tanto piace adesso: la montagna, ultimo baluardo dell'incontro tra uomo e natura in un mondo tecnologico.
 Tutto è piccolo e grande, tutto è silenzioso, ma assordante, tutto è minimalista, ma gigantesco.
 TUTTO
 Sarà perché non sono minimalista, ma non ne posso più.
 Non ne posso più di un tempo che si lamenta, che frigna, che è intimista, che si aggroviglia dentro sé stesso, che rimugina su storie di 75 anni prima "perché il passato è importante", che affronta solitudini e che pensa la storia della propria famiglia sia uber alles e voglia per forza dire sempre qualcosa.

 Questo non perché non ci siano solitudini che non vadano raccontate o perché certe saghe familiari non abbiano, in effetti, uno splendore universale, ma perché sono stufa di quest'epoca di lamento e passato perpetuo.

 Cosa c'entrano Wyndham, Scerbanenco e Tondelli?

 Vi basterebbe (basterà) aprire uno solo dei loro libri per smascherare la menzogna della nostra narrativa contemporanea. 

Il primo è uno scrittore di fantascienza che combatté durante la seconda guerra mondiale, il secondo un giallista di origini ucraine nato poverissimo, il terzo uno scrittore omosessuale morto troppo giovane di Aids.

 Tutti e tre, con le dovute differenze, seppero descrivere la loro realtà in modo esplosivo, pirotecnico, apocalittico, spettacolare.

 Wyndham riuscì a condensare il terrore della minaccia nucleare, del diverso, i feroci meccanismi di autodifesa di una generazione che aveva vissuto il conflitto mondiale in splendidi romanzi, come "L'invasione dei trifidi", "I figli dell'invasione" o "I trasfigurati".

 Riuscì, precisamente, a lasciare su carta la lezione più cruda e di cui, personalmente, anche io sono amaramente convinta: la civiltà è una patina sottilissima su cui riversiamo una fiducia che non merita. 
 La violenza dentro ogni essere umano è pronta a spuntare appena la sopravvivenza lo ritiene possibile.

 Avrebbe potuto dirlo in molti modi, scelse storie che vedevano piante carnivore senzienti distruggere il genere umano. Non scelse una strada comoda.

 Scerbanenco nacque povero, figlio di un'italiana e di un professore ucraino.
  La piccola biografia al termine di "Traditori di tutti" racconta di un ragazzo che passò la sua infanzia a Roma e tornò, senza successo,a  cercare il padre, disperso nella rivoluzione russa.
Tornando indietro con la madre si salvò per puro caso dalle bombe e, a diciotto anni, senza diploma e senza denaro, si trasferì a Milano. Durante la seconda guerra mondiale fuggì con gran periglio in Svizzera e quando tornò ce ne mise per integrarsi in un mondo milanese la cui ricchezza lo spaventava e sempre gli risultò estranea.

Scerbanenco
 Aveva di che scrivere trenta autobiografie, invece creò un personaggio rimasto modernissimo fino ai nostri tempi: Duca Lamberti, un giovane medico radiato dall'ordine per aver praticato eutanasia (anni '60!!) che, uscito di prigione, torna al mondo come involontario investigatore senza nessuna fiducia nel prossimo, troppo miserabile per non essere "traditore di tutti". 
 Un prossimo talvolta crudele, spesso messo alle strette dall'avidità e dal pregiudizio degli altri.

 Nei suoi libri (a cui dedicherò un post) c'è una Milano anni '60 che vive, palpita violenta, in cui quartieri ora gentrificati erano terre di nessuno di sottoproletari incattiviti, in cui i ricchi sono travolti dal vizio e nessuno ha fatto pace col recente passato fascista, occultato sotto un velo lievissimo.

 Lo leggi e sei a Lambrate cinquant'anni fa.

 E, in ultimo, Tondelli. Frequentò molto l'autobiografia, ma lo fece nel modo in cui andrebbe fatto: con una violenza e un'onestà, anche verso sé stessi, che non ammette omissioni o sconti. 

 Le sue storie non hanno in potenza nessuna grandezza: giovani sbandati anni '80, gli anni del militare, un uomo dopo la rottura col suo compagno.

  Ma il modo, il modo in cui sono scritte è tutto. 

Tondelli
Lo leggi e vedi le luci di quegli anni, lo splendore, la disco, il mondo di provincia che voleva essere Londra, il desiderio di vita disperata a tutti i costi, la voglia di divertirsi, la droga che miete vittime e quel grande assente da tutte le celebrazioni degli anni '80: l'Aids.

 Mancava persino una citazione nella mostra al Wow. Certo, non era un argomento ludico, ma fu dirompente come Chernobyl. 

 Una generazione di uomini gay e di molti eterosessuali che pensavano falciasse solo gay, decimata da un misterioso virus sbucato dal nulla.

 A pensarci, a posteriori, è qualcosa di fantascientifico, di distopico.
 Ed è proprio questo tono allucinato, degno delle pellicole di fantascienza anni '80, così cupe e punk al tempo stesso, che hanno i libri di Tondelli.

 Le storie di Tondelli non sono la sua storia, sono gli anni '80. Lui è la scusa, non il fine.

 Bisogna leggere Tondelli e Pazienza per capire la sete di vita di un'epoca oscuramente consapevole della sua decadenza, ma non rinunciava a urlare con tutto il fiato che aveva in petto.

 Non come noi che sussurriamo, spaventati di tutto, anche della nostra ombra.

 Cosa resterà di questi anni 2010? Spero non solo le nostre paure che per ora hanno dato vita a un mondo pessimo e a una letteratura, troppo spesso, noiosa e mediocre.

Ps. Che non c'entra nulla: narrano le leggende che "Libera nos a malo" di Ligabue sia ispirata a Tondelli.

giovedì 23 giugno 2016

Cosa passa il convento? Le cinque tendenze libresche del momento: Islam in tutte le salse, Io io io e ancora fortissimamente io, running selvaggio, Kent Haruf e diete molto smart.

 Una delle cose che mi lascia più perplessa quando leggo le classifiche di vendita dei libri, è il perenne stupore nei commenti.

Il tono di solito è: com'è possibile che Greta Menchi sia terza? E' inaccettabile che le 50 sfumature vendano più del commento a Dante di Sermonti! Fabio Volo primo in classifica?? Dovrebbe esserci Galimberti!

 La perplessità è dovuta allo strambo fenomeno per cui chi commenta le classifiche fa parte della nicchia di lettori forti e non della massa che fa numero, come se la massa, una volta soddisfatto il suo bisogno di possedere il tomo che gli serve, resettasse l'esistenza del mondo dei libri e del fatto che, nel bene o nel male, ne hanno brevemente fatto parte.

 Da cosa dipende questo incredibile fenomeno (a cui il post ha dedicato anche un articolo qualche giorno fa)?

1) Fattore contingente. Ho un esame (penso che le case editrici di concorsi dovrebbero fare un altarino al ministero della pubblica istruzione dai TFA al concorso a cattedre), mi serve il manuale di preparazione, lo compro, lo uso, ciao.
 Altro esempio: voglio imparare una lingua, mi serve un dizionario ecc.

2) Fattore di interesse specifico. Sono un appassionato di escursionismo e compro tutti i libri che riguardano percorsi in montagna, in collina e in pianura e anche un po' di narrativa di viaggio ambientata oltre i 1000 m.

Coda per firmacopie Benji e Fede da laRepubblica Torino
3) Fattore moda. I libri, per molti versi, non differiscono da altri beni di consumo. Hanno certo un fattore di imprevedibilità elevato (se ci fosse la formula perfetta, non ci sarebbero tirature invendute), ma anche loro patiscono le mode.

 Basti pensare all'esplosione del settore erotismo quando la James ha fatto il botto, (e alla precedente esplosione di lolite sexy all'epoca di Melissa P.) o al periodo in cui l'horror scoppiava perché tutti avevano un romanzo sui vampiri nel cassetto (perché c'era "Twilight").

 Una cosa che ho sempre pensato è che non solo non abbia senso criticare quello che non si è mai davvero letto (manco dieci pagine), ma non ce l'ha neanche ignorare cosa legge la stragrande maggioranza delle persone. 
 Sarebbe come mettersi i paraocchi per non vedere come sono vestiti gli altri: non è che devi vestirti allo stesso modo, ma almeno sai cosa sta facendo il resto del mondo.
 Proprio per questo ho deciso di stilare un elenco di 5 libri/argomenti che in questo periodo vanno superfanta di moda, così saprete cosa caspita ha tra le mani il vostro vicino di treno o di casa o di macchina o di ufficio o, prestissimo, di spiaggia.

RUNNING:

 Ricordo ancora quando mia madre, invece di spedirmi a pallavolo, come avrei sperato ("E' un covo di vipere, mi diceva"), mi inviava invece a praticare lo sport più noioso del mondo se non sei versata in nessuna delle sue, pur numerose, discipline: l'atletica.

Passasse il salto in alto, (lividi a ripetizione sulla schiena, ma superato il metro e dieci), passasse quello in lungo, passasse il lancio del peso e del disco (alla fine ero finita a fare quello che aveva anche un suo perché se non dovevi interromperti ogni tre secondi col terrore di prendere in fronte uno dei pulcini della scuola calcio), c'era una cosa che proprio non sopportavo: correre. 

 Non era tanto o solo la fatica, quanto la noia estrema dell'essere costretti a correre col fiatone e i polmoni in fiamme anche per un'ora (quando l'allenatore trovava conveniente farci arrivare fino alla frazione più vicina passando per campi).

 Anche per questo non ho mai capito la passione imperante per quello che un tempo si chiamava jogging,  e ora ha mutato verbo ed è diventato running (se magari qualche linguista è in ascolto mi spieghi la differenza e come sia mai stato possibile). Cosa c'è di così magico nella corsa? (Posto ovviamente che fa bene e costa poco e niente?).

 Non lo so ancora, ma se faceste un salto nella sezione sullo sport vi accorgereste in tre secondi netti che una nuova febbra attraversa le masse: ora si runna e se non runni, se non gridi di gioia facendoti cospargere di colori lavabili alle color run, se non sfidi te stesso in maratone indette per qualsiasi causa, se non sogni di arrivare alla maratona di New York, allora non sei nessuno, baby.
 Nell'attesa di sapere quando passeremo ad altro, immagino che la Nike abbia dedicato un santuario al dio del run, meritevole di aver fatto dimenticare boiocottaggi, critiche no global e Naomi Klein.


KENT HARUF:

 Premetto che non l'ho letto perché idealmente me lo sto conservando per l'estate e premetto anche che sono anche fiduciosa sul fatto che meriterà. Tuttavia io rimango sempre basita quando mi accorgo delle recensioni a ondate.

 Wuuuum tutti recensiscono in massa l'ultimo minimum fax wuuuuuum tutti recensiscono in massa la nuova saga familiare ebraica wuuuuum tutti recensiscono l'ultimo imperdibile classico polacco che nessuno traduceva da quarant'anni wuuuuum

 Per carità, ci sono dei libri che spiccano nella massa (proprio come fu "Stoner" fa parte di questi), però io sono fatta in modo riottoso e quando vedo troppo entusiasmo collettivo mi prende male e mi si guasta l'aspettativa.

 Non è fare bastian contrario è che praticamente mai nella vita ho guardato la classifica per comprare un libro e prima di aprire un blog non avevo mai letto i suggerimenti di nessun altro (ebbene sì, predico bene, ma razzolo in questo caso, molto male), perciò quando qualcuno vuol convincermi a tutti i costi che o leggi questo libro o "Maria io esco" allora inizio a innervosirmi.

 In ogni caso la sua trilogia è la trilogia dell'estate, se volete "Il libro più letto di tutti" (non ci crederete, ma richiesta abbastanza frequente in libreria) sappiate che, tolto il solito Montalbano e i vari youtuber, è questo.

ISLAM:

E' il tema del momento ed escono una tale quantità di libri che, ve lo dico, se avete una minima competenza su una qualche sfaccettatura dell'Islam e delle società islamiche, mandate il vostro manoscritto, qualcuno di sicuro ve lo pubblicherà.

 Se c'è una cosa davvero ammirevole della sezione di attualità è che guardarla per più di dieci secondi trasmette la stessa identica ansia dell'ascoltare uno speciale di Mentana in loop: titoli catastrofisti si mescolano a opinionisti che a loro volta si aggiungono a storie di vita vissuta dei sopravvissuti, degli ex carnefici, di quelli che hanno sempre resistito di quelli che cianciano senza sapere di cosa stanno parlando.

 Ecco, si va a ondate e da Parigi in poi gli uffici editoriali hanno vessato autori per titoli commissione o pubblicato qualsiasi cosa fosse pubblicabile con dentro la parola Islam. Sfogliandoli tutti, i pro, i contro, quelli che dicono che la Fallaci era Cassandra e quelli che invece ci giurano che un giorno ci prenderemo tutti per mano e faremo girotondi attorno al pianeta, non si capisce comunque niente.

 Viene il dubbio che o nessuno sa di cosa stiamo parlando davvero o che l'argomento è troppo mastodontico per essere affrontato come un servizio del tg su carta.


DIETA SMARTFOOD:

 Non chiedetemi cos'è, non lo so. So solo che vende.

Mi rifiuto ormai di star dietro alle innumerevoli diete  che di colpo la gente si mette a seguire: quella a punti, a calorie, coi semi, senza semi, coi latticini, senza, la paleolitica, la proteica, la giapponese, la senza muco, quella con la candeggina, quella anticancro, con le fibre, senza fibre, col vino, senza vino, con l'ammoniaca, fruttariana, vegetariana con correzione alla sambuca, pescetariana con una spolverata di manzo, quella turbo, del supermetabolismo, dei sei chili in un mese, del gruppo sanguigno, dei capelli biondi, dell'autoconvincimento, di Barbara D'Urso, del dietologo di Madonna, di Madonna stessa, della cioccolata, dell'eterna gioventù, dei fiori, crudista, nudista, podista, salutista ecc. ecc. ecc.

 Per qualche motivo misterioso, che di sicuro ha a che spartire con l'effetto pecoronaggine, adesso vi basterà mettere la parola smart nel titolo e convincerete le masse che stanno per dimagrire in eterno.

 Non chiedetemi cosa comporti, perché sono dell'opinione che quando ci si mette a dieta seriamente, sarebbe il caso di andare dal nutrizionista e/o dal dietologo.


IO IO IO:

 Mmm, di cosa parlerà mai la narrativa italiana contemporanea? 
 Date un'occhiata alla cinquina dello Strega e lo saprete:
 Sermonti gli dà di autobiografia, la Stancanelli ci è arrivata con uno di quei classici libri che spero la storia dimentichi nell'arco di due anni (ossessione costruita a tavolino che potrebbe agilmente risolversi se la protagonista si trovasse qualcosa da fare), Albinati porta un romanzo la cui lunghezza dovrebbe essere permessa solo a Joyce e parla della sua adolescenza (e di quella dei mostri del Circeo suoi compagni di scuola), Affinati, il cui nome quasi sincronico con Albinati pare messo apposta per confondere la clientela, autore di una biografia su Don Milano. La vita, quindi, di UN uomo. L'unico originale rimane quello di Meacci che ha per protagonista un cinghiale improvvisamente senziente.

 Non è annata di affreschi sociali, non è annata di rapporto col prossimo, del dolore altrui, di romanzi corali, di sentire comune.

 Io, io, io, l'interiorità individuale, individualità interiore, come volete chiamarla tira.

 Probabilmente è uno specchio dei tempi anche questi, ma allora, come mai, a me sembra che nessuno di questi romanzi e quasi nessuno di quelli che escono quotidianamente riesca a colpire davvero lo spirito dei tempi?
 Il dolore degli altri e gli altri in generale non sembrano molto di moda (e probabilmente anche per questo oltre che per l'indegno disinteresse del premio più importante d'Italia per la narrativa di genere, De Giovanni è stato bellamente bistrattato).
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