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martedì 25 febbraio 2020

Letture ai tempi del coronavirus! Parte I (forse)! Romanzi a base di epidemie da leggere nella settimana (speriamo solo una) di pseudoreclusione tra virus selettivi, vampiri, zombie, piante assassine e peste!

Dopo due giorni in balia del traffico ferroviario, sono riuscita infine ad approdare a Milano.

Dal Decamerone...

Ieri, come moltissimi, sono andata a Roma per prendere il treno e me lo sono vista cancellare (voglio sorvolare, ma anche no, sull'assurdo sciopero dei mezzi romani che ha aggiunto casino a casino) e col senno del poi, mi è andata anche bene.

  I treni che sono partiti sono rimasti in balia del caos per ore e ore a causa di una motivazione fantascientifica: la disinfezione della stazione ferroviaria di Casalpusterlengo.

 La situazione è ormai surreale. 

 Sono partita per il Lazio mercoledì sera che era tutto tranquillo e ieri a momenti non torno per il panico

 Devo dire che non mi sento neanche di criticare niente o nessuno, ci troviamo tutti davanti ad una situazione strana, perturbante che ci pone davanti a nuovi comportamenti, nuove domande e nuovi limiti.

...a Decameron Pie
 Che si vada un po' a tentoni mi sembra normale, come, in parte, comprendo i comportamenti esagerati, lo stupore, la sensazione di essere in una situazione nuova e complessa.

 Anzi, potrebbe essere persino una lezione: non possiamo finalmente avere risposte semplici davanti a un problema di difficile e complicata risoluzione.

 Vorrei persino sperare che potremmo trarre una lezione da tutto ciò.

 Mentre così vagheggio e vaneggio, ho scritto, in fretta e furia, forse il post più scontato da scrivere in questa situazione: le letture provviste di epidemia.

 Mi sono accorta che ce ne sono moltissime e magari nel fine settimana che sarò costretta a passare tappata in casa ci sarà una seconda parte!

Leggete e suggerite!


IL GIORNO DEI TRIFIDI di John Wyndham e CECITA' di José Saramago:

 In questi giorni in molti citano "Cecità" di Saramago, libro crudo e assai forte che smaschera l'illusione che coviamo in quella sottilissima patina di civiltà che copre la vera e terribile natura umana, ancora legata a saldissime radici violente.

 Un'epidemia si propaga per la città e oltre con una rapidità sconcertante ed ha una sola, ma nefastissima conseguenza: la cecità. 

 Nel tentativo di contenere il problema, i malati vengono spediti in quarantena, isolati da tutti gli altri. Una di loro però ha ancora il dono della vista: la moglie del medico che si è finta cieca per stare assieme al marito. 

 Sarà unica vera testimone della rapida degenerazione dei rapporti e dell'umanità delle persone in quarantena, presto abbandonate dal governo a causa del dilagare del misterioso fenomeno.

  L'idea dell'epidemia di cecità è possibile (se non altro per la somiglianza nella trama, non certo nello stile) sia venuta da un libro del celebre scrittore di fantascienza Wyndham: "Il giorno dei trifidi".

 Qui una misteriosa pioggia di comete rende cieca gran parte della popolazione, risparmiando solo i pochi che, per le cause più disparate, non hanno assistito al fenomeno. 

 La cecità si aggiunge qui ad un'ulteriore problema: una specie di piante in grado di muoversi e comunicare tra loro.

 Anche qui l'umanità ben presto dà il peggio di sé, ma la soluzione finale è assai intelligente.

 Da leggere entrambi per darci una calmata.


LA LINEA D'OMBRA di Joseph Conrad:


Potente romanzo di formazione dal forte significato simbolico, racconta il passaggio della linea d'ombra che attraversiamo lasciandoci alle spalle le belle illusioni della primissima gioventù, provate dalle prime avversità della vita.

 Il protagonista, alter ego di Conrad che in gioventù fu marinaio, con l'approssimarsi della fine dei vent'anni, ha una sorta di diserzione personale e decide di imbarcarsi su un brigantino nel sud-est asiatico.

 Una volta preso il mare, però, accadono due disgrazie: l'assenza di venti li piazza in mezzo all'oceano senza poter avanzare e l'intero equipaggio, escluso lui e il cuoco malato di cuore, sono preda di un'epidemia di febbri tropicali. 

 I medicinali mancano, la nave non avanza, il cuoco teme di morire per gli eccessivi sforzi e le cose sembrano proprio non ingranare.

 L'epidemia come metafora, da leggere.


STORIA DI UNA CAPINERA di Giovanni Verga:

Storia lancinante di una tristezza devastante, racconta le pene della giovane Maria, ragazza siciliana, orfana di madre, inserita in un convento di Catania da piccola con lo scopo di farne una suora. 

 Quando scoppia un'epidemia di colera lei e le altre novizie vengono spedite in campagna dalle famiglie e lei inizia una fitta corrispondenza con una sua amica, attraverso le cui lettere seguiamo la storia. Maria infatti scopre che c'è una vita fuori casa e che quella vita la vivono serenamente i suoi fratellastri, figli di secondo letto del padre.

Tra una cosa e un'altra lei e un giovane del posto s'innamorano, ma lei, che ha passato la vita chiusa tra quattro mura non è che non sa gestire il sentimento, non sa proprio riconoscerlo!

Finirà male male malissimo, con dolore, follia e la classica sorellastra che si pigghia tutto quello che è tttuo.

 Per anni in tv hanno mandato la riduzione cinematografica e per anni ci ho pianto disperatamente. Recuperatelo.


IL DECAMERON di Giovanni Boccaccio:

 Col fatto che a scuola leggi i racconti senza la cornice, non tutti ricordano che il Decamerone inizia con le peggiori premesse: un gruppo di giovani si ritira nella campagna toscana per lasciare una città invasa dalla peste. 

 Lì, invece di darsi alle orge, passeranno il tempo a raccontarsi storie, alcune anche molto piccanti. 

 La reclusione potrebbe essere un modo per rileggere le storie già conosciute (come la mitica Simona e Pasquino, novella d'amore che ha per protagonisti due inediti giovani di non nobili natali che muoiono orribilmente per aver voluto solo lavarsi i denti) oppure dare una lettura più ad ampio raggio sulle storie meno note.

Altresì si potrebbe recuperare il bel film di Pasolini, mentre lascerei perdere la versione con Elisabetta Canalis nelle vesti di una sexy suora.


I PROMESSI SPOSI di Alessandro Manzoni:

Ahiahiahiahi cantas Manzoneeeees

 Un'adolescenza passata a lamentarsi di un romanzo scritto nell'800, cos'ha questa strana storia di due operai tessili innamorati vessati dal celebre don Rodrigo. Pomeriggi a chiederci: ma non possiamo studiare qualcosa di più moderno? 
 Ma i programmi scolastici non cambiano mai? Ministro della pubblica istruzione facci leggere qualcosa di nuovo!

 E poi ecco che il 2020 ti spariglia le carte e ti fa tornare questa storia attualissima. Ecco a voi madama peste in grande spolvero. 

 Una Milano flagellata dal morbo e due promessi sposi che cercano di ritrovarsi mentre la Lombardia trema. Probabilmente se rileggessimo davvero I promessi sposi scopriremmo che l'epidemia non è l'unica cosa in comune tra il '600 lombardo e quello odierno.

 I ricchi prepotenti non risulta siano stati mai o ancora puniti dalla storia.


L'AMORE AI TEMPI DEL COLERA di Gabriel Garcia Marquez:

 Quando l'epidemia torna utile.

 Florentino e Fermina si innamorano perdutamente nella Cartagena di un secolo fa. 

 Lei è la bellissima figlia di un vedovo poco raccomandabile (mai innamorarsi della figlia unica di un vedovo mai) e lui un telegrafista che non lascia presagire una brillante carriera.

 I due vengono separati forzatamente e lei finisce per sposare un medico più gradito al padre. Florentino non la dimenticherà mai pur concedendosi centinaia di convegni amorosi tra un avanzamento di carriera e un altro.
  Si ritroveranno ormai anziani. Lei vedova con figli, lui celibe e ancora perdutamente innamorato.

 Il colera in questo caso è galeotto visto che la nave sulla quale partono per un romantico giro fluviale viene messa in quarantena. 

 Ai tempi non esisteva smart working quindi non eri costretto a lavorare e potevi dedicarti a cose più piacevoli come un amore atteso per una vita intera.


ZOMBIE e VAMPIRI, "Quella luce negli occhi" di Bennett Sims e "Io sono leggenda" di Richard Matheson:

Non poteva mancare tra i consigli almeno un libro a tema zombiesco. 

 Preferisco altre creature sovrannaturali, gli zombie esercitano su di me davvero scarso fascino ma si prestano alla situazione. 
 Esistono infatti due tipi diversi di zombie: i revenant, ossia i morti che tornano in vita, e gli zombie per contagio.

  Le caratteristiche sono simili, le origini, anche simboliche, assai diverse.

 Qualche anno fa lessi un bel romanzo di Bennett Sims, "Quella luce negli occhi", in cui l'epidemia zombie era trattata alla stregua del terrorismo col quale aveva molte caratteristiche in comune.

 Siamo nella fase del dopo-epidemia, quando il grosso del problema è stato domato, ma qui è lì ci sono focolai sporadici, attacchi che ricordano il terrorismo che qui e lì attraversa l'Europa quando meno ce l'aspettiamo.

 Perché anche le idee malate sono mortali e invasive quanto un morbo.
 A margine non si può non citare "Io sono leggenda", precedentemente intitolato, "I vampiri", la storia di una sorta di ultimo uomo rimasto in un mondo in cui tutti sembrano essere ormai in preda ad un'epidemia vampirica (con caratteristiche zombie).

 Di giorno è l'unico a potersi aggirare, ma la notte le creature lo cercano per farne uno di loro. Il finale è assai interessante.

 L'epidemia come mutazione, la resistenza senza compromessi ad un nuovo presente malato come la fine di un'era e della propria vita.


BONUS TRACK, LE EPIDEMIE nella fantascienza femminista:

 Ho scritto ben due post sulla ricorrente presenza nella fantascienza femminista di epidemie in grado di sterminare il genere maschile.

 Solitamente sono involontarie, nel senso che non c'è premeditazione: semplicemente un morbo arriva e falcidia il genere maschile. 

 Che sia presente nella scifi femminista ha in realtà varie motivazioni non per forza riconducibile ad un'insita malvagità.

 In primis è più semplice pensare ad una società di sole donne rispetto ad una società di soli uomini per motivi riproduttivi (con le donne la risolvi con la partenogenesi o altre tecniche scientifiche et voilà il bebè è servito, con gli uomini beh, la faccenda si fa più complessa per ovvi motivi), sia di interdipendenza (è complesso immaginare una società di soli uomini che non vada in para all'idea di non risolvere la questione sessuale con l'omosessualità punto). 

 Inoltre è improbabile immaginare una sorta di distopia femminile se gli uomini non vengono estromessi con la forza in qualche modo (e l'unica forza in grado di farlo tout court è un morbo).

Dulcis in fundo, un mondo patriarcale è già esistito, non bisogna immaginarlo, uno matriarcale apre a ben altre possibilità immaginifiche. 

 In tant* ci hanno pensato: potete leggere il mio post: "La mysteriosa fantascienza femminista" (rimane uno dei miei preferiti sul blog).

E per la seconda parte: SUGGERITE SUGGERITE SUGGERITE!


venerdì 22 settembre 2017

Cosa resterà di questi anni '10? Un viaggio allucinato tra Wyndham, Tondelli, Scerbanenco, gli anni '80 e l'aids, per ricordare cosa vuol dire gridare e non solo sussurrare spaventati.

 E' parecchio e dico parecchio tempo che vorrei scrivere un post su Premio Strega, Wyndham e Scerbanenco, un mix che molti giudicheranno impossibile, ma mi frulla in testa dalla cinquina dello Strega.

In questa settimana anni '80, al doveroso momento Tondelli, il post fantasma è tornato a farsi sentire ed è quindi giunto il momento di portarlo agli onori del blog.

 E' giunto il momento di dire le cose pane al pane vino al vino.

 Io leggo molti autori italiani, non sono una di quelle esterofile a tutti i costi, ma trovo la narrativa italiana non di genere, mortalmente noiosa.
 In realtà non è neanche giusto dare tutta la colpa all'Italia perché, diciamocelo, non è che la letteratura mondiale ci stia regalando queste imperdibili perle a gettito continuo.

 E' come se fossimo precipitati in una melassa conformista. 

 Se è per colpa degli editori che ormai pubblicano filoni di storie sempre identiche nel disperato tentativo di azzeccare i gusti del momento, o se è per colpa degli autori che proprio a monte ne producono sempre e solo così per lo stesso identico motivo, non è cosa che si possa capire da libraia o da lettrice.

 Sono a valle di un monte che non riesco a vedere e che, obiettivamente, porta a destinazione troppe cose risparmiabili.

  Non parlo degli pseudoharmony che hanno un ruolo loro, d'intrattenimento e sono un genere ben codificato, quelli su cui punto il dito sono le sconvolgenti opere, ormai ben poco sconvolgenti, che dovrebbero raccontare la nostra realtà.

 Durante il mio corso di sceneggiatura, mi consigliarono di vedere "Mignon è partita" di Francesca Archibugi.

 Il film non mi colpì particolarmente. 
 La trama vede un'adolescente francese di buona famiglia, Mignon, che viene spedita da genitori in Italia da parenti diciamo borgatari. 

 In questa famiglia, madre e padre abbastanza giovani e cinque figli, Mignon non si trova bene e lega solo con un cugino che si innamora di lei, non ricambiato. La storia, quella di un corpo estraneo che non riesce in nessun modo a inserirsi in un contesto che non ha palesemente spazio per lei (e in cui lei palesemente non vuole sgomitare per trovarlo), mi sembrò mortalmente noiosa.

 Forse, rivedendolo adesso, noterei cose che dieci anni fa mi sfuggirono, ma scoprii che in parte il motivo per cui mi era stato consigliato era comprenderne i pregi, ma anche i limiti.
 Il professore ci disse infatti che "Mignon è partita" apparteneva a quella serie di film italiani ribattezzati "Camera e cucina" (a memoria ricordo così), in cui le storie si svolgono principalmente in piccoli ambienti, principalmente familiari, senza nessun ampio respiro.

 Il nostro cielo è troppo spesso chiuso in una sola stanza.

 La narrativa italiana odierna ama la camera e la cucina. 

 Piccole storie rarefatte, la storia della propria famiglia (spesso con l'illusione che la propria storia debba per forza significare qualcosa di universale per qualcun altro), persone che si incontrano, si sfiorano, uniscono solitudini, apprezzano silenzi, affrontano passati.

 Tutto è molto intimista e non mi stupisce eccessivamente che Cognetti abbia vinto lo Strega (nè quali siano stati i suoi illustri colleghi).
 Non è solo bravo, ma scrive come piace si scriva adesso e, soprattutto, parla di un tema che tanto piace adesso: la montagna, ultimo baluardo dell'incontro tra uomo e natura in un mondo tecnologico.
 Tutto è piccolo e grande, tutto è silenzioso, ma assordante, tutto è minimalista, ma gigantesco.
 TUTTO
 Sarà perché non sono minimalista, ma non ne posso più.
 Non ne posso più di un tempo che si lamenta, che frigna, che è intimista, che si aggroviglia dentro sé stesso, che rimugina su storie di 75 anni prima "perché il passato è importante", che affronta solitudini e che pensa la storia della propria famiglia sia uber alles e voglia per forza dire sempre qualcosa.

 Questo non perché non ci siano solitudini che non vadano raccontate o perché certe saghe familiari non abbiano, in effetti, uno splendore universale, ma perché sono stufa di quest'epoca di lamento e passato perpetuo.

 Cosa c'entrano Wyndham, Scerbanenco e Tondelli?

 Vi basterebbe (basterà) aprire uno solo dei loro libri per smascherare la menzogna della nostra narrativa contemporanea. 

Il primo è uno scrittore di fantascienza che combatté durante la seconda guerra mondiale, il secondo un giallista di origini ucraine nato poverissimo, il terzo uno scrittore omosessuale morto troppo giovane di Aids.

 Tutti e tre, con le dovute differenze, seppero descrivere la loro realtà in modo esplosivo, pirotecnico, apocalittico, spettacolare.

 Wyndham riuscì a condensare il terrore della minaccia nucleare, del diverso, i feroci meccanismi di autodifesa di una generazione che aveva vissuto il conflitto mondiale in splendidi romanzi, come "L'invasione dei trifidi", "I figli dell'invasione" o "I trasfigurati".

 Riuscì, precisamente, a lasciare su carta la lezione più cruda e di cui, personalmente, anche io sono amaramente convinta: la civiltà è una patina sottilissima su cui riversiamo una fiducia che non merita
 La violenza dentro ogni essere umano è pronta a spuntare appena la sopravvivenza lo ritiene possibile.

 Avrebbe potuto dirlo in molti modi, scelse storie che vedevano piante carnivore senzienti distruggere il genere umano. Non scelse una strada comoda.

 Scerbanenco nacque povero, figlio di un'italiana e di un professore ucraino.
  La piccola biografia al termine di "Traditori di tutti" racconta di un ragazzo che passò la sua infanzia a Roma e tornò, senza successo,a  cercare il padre, disperso nella rivoluzione russa.
Tornando indietro con la madre si salvò per puro caso dalle bombe e, a diciotto anni, senza diploma e senza denaro, si trasferì a Milano. Durante la seconda guerra mondiale fuggì con gran periglio in Svizzera e quando tornò ce ne mise per integrarsi in un mondo milanese la cui ricchezza lo spaventava e sempre gli risultò estranea.

Scerbanenco
 Aveva di che scrivere trenta autobiografie, invece creò un personaggio rimasto modernissimo fino ai nostri tempi: Duca Lamberti, un giovane medico radiato dall'ordine per aver praticato eutanasia (anni '60!!) che, uscito di prigione, torna al mondo come involontario investigatore senza nessuna fiducia nel prossimo, troppo miserabile per non essere "traditore di tutti". 
 Un prossimo talvolta crudele, spesso messo alle strette dall'avidità e dal pregiudizio degli altri.

 Nei suoi libri (a cui dedicherò un post) c'è una Milano anni '60 che vive, palpita violenta, in cui quartieri ora gentrificati erano terre di nessuno di sottoproletari incattiviti, in cui i ricchi sono travolti dal vizio e nessuno ha fatto pace col recente passato fascista, occultato sotto un velo lievissimo.

 Lo leggi e sei a Lambrate cinquant'anni fa.

 E, in ultimo, Tondelli. Frequentò molto l'autobiografia, ma lo fece nel modo in cui andrebbe fatto: con una violenza e un'onestà, anche verso sé stessi, che non ammette omissioni o sconti. 

 Le sue storie non hanno in potenza nessuna grandezza: giovani sbandati anni '80, gli anni del militare, un uomo dopo la rottura col suo compagno.

  Ma il modo, il modo in cui sono scritte è tutto. 

Tondelli
Lo leggi e vedi le luci di quegli anni, lo splendore, la disco, il mondo di provincia che voleva essere Londra, il desiderio di vita disperata a tutti i costi, la voglia di divertirsi, la droga che miete vittime e quel grande assente da tutte le celebrazioni degli anni '80: l'Aids.

 Mancava persino una citazione nella mostra al Wow. Certo, non era un argomento ludico, ma fu dirompente come Chernobyl. 

 Una generazione di uomini gay e di molti eterosessuali che pensavano falciasse solo gay, decimata da un misterioso virus sbucato dal nulla.

 A pensarci, a posteriori, è qualcosa di fantascientifico, di distopico.
 Ed è proprio questo tono allucinato, degno delle pellicole di fantascienza anni '80, così cupe e punk al tempo stesso, che hanno i libri di Tondelli.

 Le storie di Tondelli non sono la sua storia, sono gli anni '80. Lui è la scusa, non il fine.

 Bisogna leggere Tondelli e Pazienza per capire la sete di vita di un'epoca oscuramente consapevole della sua decadenza, ma non rinunciava a urlare con tutto il fiato che aveva in petto.

 Non come noi che sussurriamo, spaventati di tutto, anche della nostra ombra.

 Cosa resterà di questi anni 2010? Spero non solo le nostre paure che per ora hanno dato vita a un mondo pessimo e a una letteratura, troppo spesso, noiosa e mediocre.

Ps. Che non c'entra nulla: narrano le leggende che "Libera nos a malo" di Ligabue sia ispirata a Tondelli.

venerdì 12 maggio 2017

La mysteriosa fantascienza femminista parte I! Cos'è e perché esiste? Grande tema numero uno: come sarebbe un mondo dominato dal genere femminile (e in cui gli uomini non ci sono proprio più)?

 Uno dei primissimi post che scrissi per questo blog fu sulla fantascienza femminista.
Grazie Margaret Atwood

 All'epoca ero ancora giovine e inesperta e mi fidavo di chi diceva che "se fai post troppo lunghi poi nessuno li legge" così tendevo a limitarmi, finché a un certo punto ho capito che: 

 A) Non era vero.

B) Anche fosse stato vero, nessuno mi pagava o controllava, quindi tanto valeva fare come mi pareva.


 Poiché grazie alla serie su "Il racconto dell'ancella" tale misconosciuto genere letterario è improvvisamente balzato agli onori della cronaca come fosse un'invenzione dell'altroieri, ho deciso di scrivere un nuovo post, più argomentato. 

 Codesta decisione è dovuta anche al fatto che a me la fantascienza femminista ha letteralmente cambiato la vita

Come? Abbiamo bisogno di un flashback.

Anno 2006

Pasciuta e un po' rincoglionita, ancora in stile vergine delle rocce nerd, avevo molte idee e tutte confuse, il che, come si suol dire, equivale a non avere nessuna idea.
  Un giorno, mi trovavo in un internet point (nel 2006 mio padre era convinto che internet fosse una perdita di tempo e non avevamo la connessione in casa, il protozoico insomma), mentre cercavo info su luoghi femministi romani in cui sarei potuta incappare, scoprii che due giorni dopo si sarebbe tenuto alla Sapienza un convegno sulla fantascienza femminista.

Per la cronaca è anche uscito un libro con gli
atti di quel convegno, ed è questo qui
 La mattina dopo, presi il treno per andare a recuperare le dispense in una delle millemila copisterie di San Lorenzo e in poche ore avvennero tre cose fondamentali, così fondamentali che non so bene come sarebbe andata la mia vita se non avessi deciso di recarmi al convegno.

 La prima fu che sul treno incontrai in una mia compagna delle superiori che non avevo praticamente più rivisto, ma che, per effetto di qualcosa che ancora bene non mi spiego, da quella mattina divenne una mia inseparabile compagna di gioventù (e che tuttora è una delle mie migliori amiche).

 La seconda fu che in copisteria incontrai la prima ragazza per cui provai qualcosa nella mia esistenza.

 La terza invece era subdolamente nascosta nel gigantesco pacco di dispense.

 La mattina dopo mi accorsi infatti che non si trattava di dissertazioni filosofiche noiosissime su qualcuno o qualcosa, ma di un romanzo di fantascienza, fuori commercio da millanta anni e di cui ho spesso parlato qui, "Female man" di Joanna Russ.

 Ogni tanto leggo di autori che raccontano di come questo o quel libro abbia cambiato loro la vita e io SO che non stanno mentendo. 

 Perché ricordo con estrema chiarezza come abbia divorato quel libro pensando "Questo libro dice tutto quello che penso, TUTTO". 

 Era assolutamente sconcertante trovare nero su bianco i miei pensieri e capire, con sollievo, che quello su cui mi arrovellavo da anni l'aveva già pensato nello stesso identico modo qualcun altro. Non ero esagerata, non ero strana, non ero pazza, era tutto lì e io mi riconoscevo parola per parola. 

 E' un'esperienza che non ho provato mai più.

 So che quando sono arrivata al convegno ero stordita e che quello stato di stordimento perdurò per i tre giorni successivi perché in 48 ore mi si aprirono due mondi a catena.

 Innanzitutto la ragazza della copisteria era lì presente (niente casi della vita, semplicemente l'avevo incrociata perché anche lei era lì a ritirare le dispense il giorno precedente) ed ebbi in tal modo la mia grande epifania lesbica.

 Secondo poi, scoprii che quella straordinaria emozione che avevo provato leggendo il libro in dispensa poteva essere  ripetuta, seppur con minore intensità, più e più volte, perché apparteneva a un genere che avevo sempre ignorato: la fantascienza femminista.

Fine flashback


 Che cos'è la fantascienza femminista ordunque?
 Visto che molti lo penseranno vagamente, sgombro il campo dai dubbi: NO non è un libro di fantascienza che ha per protagonista un personaggio femminile forte. Non è quello il senso di fantascienza femminista.

 La fantascienza femminista è una variabile del genere fantascientifico, utilizzata quasi sempre da scrittrici donne (che non vuol dire che quasi sempre le scrittrici di fantascienza donne scrivono di questo) che mette al centro delle trame delle tematiche legate alla condizione femminile.

 Esattamente come la fantascienza sociale usa il genere per parlare delle contraddizioni e delle derive inquietanti e orribili delle storture varie dell'umanità (razzismo, omofobia, regimi autoritari, gap economici tra classi sociali, tecnofobia, controllo delle masse, delle nascite, delle emozioni ecc ecc ecc) ipotizzando futuri tendenzialmente assai più inquietanti dei nostri presenti (o presenti alternativi, nel caso delle ucronie), la fantascienza femminista si concentra sulle storture che caratterizzano specificatamente le donne come gruppo sociale.

 Trattate sempre come una minoranza messa in relazione con una maggioranza, le donne rappresentano la metà della popolazione del pianeta, ma nessuna società ancora se n'è resa conto, preoccupata com'è a controllarle in ogni modo.

 La motivazione per cui le donne vengono controllate e vessate può avere milioni di variabili e concause ma una sola radice: il corpo, oggetto sessuale e riproduttivo e mezzo per rivendicare la propria capacità di dominio da parte dell'uomo che ha bisogno di un "altro" per mostrare la propria supremazia e "virilità".

 La condizione di "altro dominato", il corpo perennemente sessuato e la riproduzione sono i tre grandi temi che hanno come punto focale il genere femminile.

 Su queste tre  basi si snodano  le principali problematiche femminili e le trame di fantascienza femminista.

 Gli stessi temi sono spesso presenti nella fantascienza classica, ma generalmente in chiave negativa: la donna come altro rappresenta il mostruoso, il nemico, il femminile come diabolico o elemento di disturbo di un maschile che, senza, se la caverebbe indubbiamente meglio.

 Ovviamente ho tagliato con l'accetta questo discorso che, per chi vuole approfondire in modo serio, viene diffusamente trattato da Rosi Braidotti nel saggio "In metamorfosi: verso una teoria materialista del divenire" ed. Feltrinelli.

Passo ad alcuni consigli per chi volesse avventurarsi:


TERRADILEI, AMAZZONI E UOMINI SOLITAMENTE UCCISI DA QUALCHE VIRUS:


 Non so se esista qualche distopia in cui le donne sono state spazzate via dal mondo, ma ne esistono varie in cui gli uomini, per motivi vari, non ci sono più. 

Il senso non è la speranza che il genere maschile scompaia, ma la grande domanda: cosa accadrebbe in un mondo in cui le donne non solo detengono il potere, ma hanno creato un sistema matriarcale alla radice?

 "Terradilei" di Charlotte Perkins Gilman è del 1915 e racconta di questa landa misteriosa in cui tre uomini riescono ad arrivare grazie a un aeroplano.

  Isolata dal mondo, è abitata da una popolazione esclusivamente femminile che si riproduce per partenogenesi (gli uomini sono tutti morti secoli prima) e in cui le donne sono forti, sane, sportive e riescono a essere autosufficienti grazie a una diversa concezione del progresso. 

 Il progresso infatti non è fine a se stesso, ma di sussistenza e le energie, che in un mondo popolato da un unico sesso sono minori, vengono sfruttate al massimo con ottimi risultati. La questione sessuale è completamente tralasciata e il finale è deludente, ma rimane un documento interessante.

 Stessa idea di partenza, aggiornata ai tempi, ma rapporti meno idilliaci in "Houston Houston ci sentite?" di James Tiptree jr aka Alice Sheldon.

 L'autrice ha una storia molto particolare, benissimo spiegata in questo ottimo articolo del blog delle edizioni Sur, in ogni caso è emblematico anche del ruolo delle autrici nella fantascienza. 

 Per molti anni infatti, dagli anni '40 ai '70 principalmente, (ma persino la Rowling ha il nome puntato perché a inizio carriera le consigliarono di non far capire subito di essere una donna), molte scrissero usando uno pseudonimo maschile perché si riteneva, a ragione, che molti lettori altrimenti non avrebbero comprato i loro libri (tenete presente che una lettrice del blog ha appena scritto su fb di aver letto una discussione sul tema "Vale la pena leggere autrici donne?" su un forum dei giorni nostri).

 Successe a C.L. Moore, a Julian May, André Norton e, soprattutto, ad Alice Sheldon. 

 Nel suo caso la cosa assunse vette di rara assurdità in un celebre episodio: un suo racconto fu ammesso in un'antologia assai famosa e Harlan Ellison nell'introduzione scrisse che "Quest'anno la donna da battere è Kate Wilhem, ma James Tiptree Jr è l'uomo!"
 
L'autrice cercò in ogni modo di mantenere il segreto e quando la storia, contro il suo volere, venne fuori, casualmente i numerosi premi che riceveva, si interruppero.

 In ogni caso in "Houston Houston ci siete?" racconta la storia di tre astronauti che per un errore vengono sbalzati nel futuro e scoprono una terra in cui gli uomini sono tutti morti e le donne si riproducono per clonazione. A differenza di Terradilei non saranno però particolarmente contente di rivederli.

 In "Female man" di Joanna Russ si ipotizza invece l'incontro casuale tra lo stesso fenotipo di donna, cresciuta però in 4 futuri alternativi: un'ucronia in cui la Germania non ha perso la guerra, il nostro presente, un futuro in cui uomini e donne vivono in due nazioni separate (e non vanno molto d'accordo) e uno in cui un virus li ha uccisi tutti e le donne si sono riorganizzate. 

 Qui è l'ingegneria genetica che ha concesso la riproduzione, il mondo è organizzato in modo radicalmente diverso, esistono matrimoni, ma l'amore viene visto come un'assurdità (tanto che la donna del futuro ha sposato la donna di cui era perdutamente innamorata solo dopo che l'amore era finito). 
 Interessante che anche qui l'idea sia che in un mondo senza uomini le donne esprimano il massimo del loro potenziale non solo intellettivo, ma anche fisico, come se la presenza degli uomini, al contrario, le frenasse.

 Segnalo poi "Le rovine di Isis" di Marion Zimmer Bradley, la mia autrice favorita in assoluto. Devo dire che i suoi libri spaziali mi piacciono meno degli altri e, in effetti, anche "Le rovine di Isis" (che comprai fortunatamente anni fa, quando esisteva ancora un'edizione Fanucci, adesso anche questo è introvabile) non è tra i migliori.
  Tuttavia c'è una variabile interessante del mondo senza uomini: gli uomini infatti ci sono eccome, solo che sono di meno (non ricordo onestamente il motivo) e sono sottomessi, in un gioco di ruoli completamente ribaltato. 
 In questo caso l'agente esterno che trova assurda la situazione è un'antropologa giunta da una sorta di ecumene galattico a esplorare il pianeta, solitamente molto isolato, perché sulla sua superficie vi sono i resti di una remota civiltà aliena.

 L'antropologa giunge col marito, un maschilista della peggior specie, che, dovendosi adattare alle usanze locali (quindi finendo per dover sottostare a tutte le imposizioni che di solito sono appannaggio della moglie) sostanzialmente fomenta una specie di rivoluzione con conseguenze catastrofiche.
 L'idea è che il dominio non funziona mai né se domina il genere maschile né quello femminile, l'ideale sarebbe collaborare in modo egualitario.

A tal proposito, facendo delle ricerche per questo post mi sono imbattuta ne "Il segreto delle amazzoni" di Ryan Reynolds, un vecchissimo Urania che in qualche modo ritroverò.


 La trama parte in modo rivisto e finisce in modo strano.
 Un agente segreto della solita federazione galattica magnum viene spedito a indagare su un pianeta dove le donne sono delle virago dominatrici e gli uomini una massa di effemminati potenzialmente gay.

 Solo che, colpo di scena! E' tutta una finzione per ingannare l'agente segreto e la federazione in generale. Donne e uomini sono d'accordo e stanno in realtà brigando per ottenere una società perfettamente egualitaria. In che modo la messa in scena possa aiutarli non lo so, ma ho appena scoperto che lo vendono all'usato a 4,5 e lo ordino quanto prima!

 Da citare altri due titoli: "La difesa di Shora", nel quale un bellissimo pianeta popolato da sole donne (niente uomini uccisi da virus, non ci sono mai stati) che si riproducono per partenogenesi subisce un attacco esterno da parte del pianeta vicino che, invece, ha sviluppato una società di stampo patriarcale.
 Il fatto è che le donne di Shora hanno come mantra la nonviolenza, vale la pena uccidere i propri principi per sopravvivere?

 Il secondo titolo ve lo cito per starne abbondantemente alla larga: "Il libro segreto delle cose sacre" di Torsten Krol è l'esempio di un tema usato male e scritto peggio.
  Un pianeta in cui una catastrofe naturale ha ucciso il 90% della popolazione, vede una sorta di gruppo di sacerdotesse vegliare sul mondo e pregare perché torni la notte e non rimanga il sole a picco. Un giorno arriva un pasciuto contadino che decide di ristabilire l'ordine patriarcale e in tre secondi lo fa. Il sole rimane a picco. Muoiono tutti.
 Un libro raramente cretino.

 Precisazione: 

Questo genere di distopia, ha avuto una controparte che incarnava il terrore maschile della dominazione femminile.

  Cioè mentre alcune autrici hanno provato a immaginare, come avrebbe potuto essere un mondo senza uomini (e siccome siamo nell'ambito della fantascienza è OVVIO che non è una speranza, ma una possibilità immaginativa volta a sottolineare per assurdo i lati oscuri del patriarcato), alcuni autori hanno usato lo stesso pretesto narrativo per dar vita ai loro peggiori incubi: mondi popolati da terribili amazzoni che ovviamente l'avventuriero di turno castiga e riporta all'ordine, soprattutto sessuale.

 Anche perché, anche se la stragrande maggioranza delle trame lo tace, è implicito che in un mondo di sole donne ci si innamora e si fa comunque sesso. 

 Anzi, il tema lesbico è generalmente più esplicito in questa versione maschile (dove le donne sono tutte delle virago cattivissime e perfide) perché, oltre alla solita fissazione voyeuristica, ovviamente la prima preoccupazione di un uomo che arriva su un pianeta o in un futuro senza uomini è ristabilire "l'ordine" anche da quel punto di vista, sia mai che si sia sopravvissute senza di lui.

 Ne cito uno su tutti, "Considera le sue abitudini" (in originale "Considera le sue vie") del generalmente ottimo Wyndham, parla di un futuro popolato solo da donne (gli uomini sono stati tutti uccisi da un virus tanto per cambiare) in cui però c'è una rigida divisione dei ruoli, così rigida che le donne adibite alla riproduzione sono costruite geneticamente in modo da starsene ferme su un letto a sfornare pargoli. 

 Casualmente, anni fa, vidi il film per la tv che Hitchcock ne trasse, "Le formiche del futuro", con la scienziata del futuro che, ispiratissima, ci informa come le donne abbiano avuto la geniale idea di riorganizzarsi così una volta rimaste sole: "Abbiamo fatto come le api".


FINE PRIMA PARTE. Qui la seconda PARTE.

Disclaimer: Non verranno tollerati commenti cretini come "Donne contro uomini o uomini contro donne" NON è di questo che parla la fantascienza femminista e gli uomini e le donne intelligenti lo sanno benissimo.
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