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martedì 12 gennaio 2021

Collegare le cose diseguali in un intero. La (mia) vita dopo un anno nel mondo parallelo tra "Canada" di Ford, la diserzione di Conrad e i pozzi di Murakami.

Ed eccoci qui, nel 2021.

Ill. by Victo Ngai

 In modo quasi incredibile il primo post di quest'anno è una sorta di naturale completamento del primo post dell'anno scorso,
quando paventavo un anno complicato e pieno di decisioni difficili senza peraltro che l'uragano covid si fosse abbattuto sulle nostre lande.

  Un anno dopo posso dire di essere sopravvissuta a tutte le mie decisioni, che sono state difficili, ma sono prese e che sì sono state complesse da affrontare, ma ce l'ho fatta pur con una pandemia in mezzo.

  Il post di un anno fa prendeva la sua riflessione da "Canada" di Richard Ford, un romanzo, meraviglioso, sugli ostacoli davanti ai quali ci mette la vita.

 Non si tratta di ostacoli per forza drammatici, ma il senso del libro, credo, fosse distruggere l'idea che siamo completamente artefici del nostro destino.

 In parte è vero, ma in parte siamo artefici del nostro destino pur sempre in base a ciò che il nostro destino ha in serbo per noi.

 Dell, il protagonista di "Canada" ha una vita tranquilla coi suoi genitori e la sua gemella quando un giorno, a causa di alcuni debiti, il padre decide di rapinare una banca con l'aiuto della madre. E' il gesto scellerato di una coppia più spaventata che criminale, ma avrà enormi conseguenze sui figli.


In attesa degli assistenti sociali, dopo che la sua gemella è scappata, Dell afferra un'occasione che lo porta dalla provincia americana al Canada dove vivrà alcune avventure picaresche prima di vivere un'esistenza tutto sommato ordinaria.

 Non ha scelto lui di cambiare vita e ha fatto una scommessa afferrando la sua occasione. Ci ha provato.

 Nel finale, secondo me, c'è un po' tutto il riassunto delle nostre vite e mi piace citarlo nuovamente perché ci ho pensato spesso quest'anno, e quella frase, "La vita che riceviamo è vuota", mi è risuonata in testa molte più volte di quel che avrei voluto.

"Credo che quello che vedi sia quasi tutto quello che esiste, come ho insegnato ai miei studenti, e che la vita che riceviamo sia vuota. Così mentre il significato pesa, e molto, questo è il massimo che può fare. Quello che c'è sotto quasi non si vede.
Mia madre disse che avrei avuto migliaia di mattine per svegliarmi e pensare a tutto questo, quando nessuno mi avrebbe detto cosa devo sentire. Ormai sono molte migliaia. Quello che so è che nella vita hai migliori possibilità -di sopravvivere- se sopporti bene le sconfitte, se riesci a subordinare, come indicava Ruskin, a mantenere le proporzioni, a collegare le cose diseguali in un intero che protegga quanto c'è di buono, anche se bisogna riconoscere che spesso il buono non è semplice da trovare. Ci proviamo, come disse mia sorella. Ci proviamo. Noi tutti. Ci proviamo."

 Diciamo che è stato un anno in cui volenti o nolenti tutti abbiamo fatto più conti col nostro destino di quanto avremmo voluto, ma in un modo o nell'altro ce l'abbiamo fatta. 

 Non mi illudo e non penso e forse non spero nemmeno che la prospettiva collettiva di un anno fa sia la stessa adesso. Ma penso anche che quando avremo passato questo momento saremo diversi. Non so se saremo migliori, mi viene difficile pensarlo, ma di certo qualcosa sarà cambiato.

Posso dire, dalla mia parte, che probabilmente senza Covid non avrei avuto il coraggio di cambiare la mia vita, anche se sentivo fortemente di averne bisogno.

 Come diceva Conrad in qualche modo "Il mio atto, per quanto avventato, aveva più le caratteristiche del divorzio, della diserzione quasi".

 Ma non ho divorziato, non temete. Semplicemente, ma anche incredibilmente, a causa del lavoro di Dolcemetà c'è stata la possibilità di venire a Roma e l'abbiamo colta. Messa così sembra una cosa semplice, ma dopo 11 al nord per me (e tutta la vita per la nordica Dolcemetà), con le incertezze del covid e il rischio di lasciare il mio lavoro, alla fine ci siamo davvero buttate nel vuoto.

 Se sarà la scelta giusta non lo so, avevo sicuramente bisogno di un cambiamento e desideravo da sempre tornare vicino casa, ma spesso, durante quest'anno, ho avuto come la sensazione di aver perso qualcosa di fondamentale e di aver afferrato qualcosa di altrettanto fondamentale, ma completamente nuovo.

 Per fare un ultimo paragone letterario, senza per forza voler ricorrere all'abusata frase sulla tempesta di Murakami, ho davvero la sensazione che hanno molti personaggi nelle sue storie.


 E' come se la pandemia fosse stata uno di quei mondi paralleli,
quelle realtà alternative nelle quali attraverso un treno, un gatto, un bosco, un pozzo, alcuni suoi personaggi scivolano per tornarne mutati.  Dove sono andati? Cosa ha fatto loro il periodo che hanno passato altrove? Sono davvero gli stessi?

 Ma penso che sia una sensazione che condivido con molti quest'anno, tutti coloro che si sono accorti di esserci effettivamente finiti in quel pozzo murakamiano abitato dall'uomo pecora e coronavirus.

Abbiamo avuto la nostra realtà parallela e abbiamo scambiato qualcosa di noi con qualcos'altro di completamente nuovo e misterioso.

 Il bello della vita è che avremo tempo (speriamo) per comprendere di cosa si tratta e sperare di "collegare le cose diseguali in un intero".

 Un brindisi a tutt* noi e che il nuovo anno sia migliore!

martedì 7 gennaio 2020

La vita che riceviamo è vuota. I marosi flutti del destino, le grandi decisioni e i libri che ci parlano ma non sono di conforto. "Canada" di Richard Ford.

 Avevo iniziato le vacanze di natale con uno spirito a dir poco gioioso e le ho finite col morale sotto le scarpe.


So che non si leggono i blog per trovarsi partecipi involontari delle sventure altrui, ma è difficile celare lo stato d'animo al momento. 

 Sapevo che questo 2020 sarebbe iniziato in salita, con decisioni importanti da affrontare e problemi di certo non piccini, ma credevo che almeno avrei avuto la carica emotiva necessaria.

 Invece no.

 E non esiste corso di coaching che tenga, se hai appena preso un ceffone imprevisto in faccia, non sarà certo fingendo che il livido non esista che ti riprenderai.

 Per tutti questi motivi, durante queste vacanze, ho preso una decisione forse non molto da lettore forte: non ho praticamente letto. 

 Avevo in coda tanti fantastici libri che attendevo solo il momento di poter leggere con calma, ma avevo letteralmente il terrore che potessero aprire nella mia mente ancora più finestre di quelle che già si erano spalancate. 

 Certo, la possibilità che dai libri venisse la risposta a tutte le mie domande era sempre una speranza concreta, ma sappiamo tutti che queste cose nel 90% dei casi avvengono solo nei romanzi o nei film fatti apposta per lettori forti.

 Ho quindi resistito eroicamente alla tentazione durante viaggi in treno avanti e indietro per l'Italia, in aereo, persino durante il soggiorno viennese (dove al massimo avrei concesso una possibilità alla biografia di Sissi o Maria Teresa d'Austria se fossi stata abbastanza previdente da procurarmene una), ma ho infine ceduto a un passo dalla fine. 

 L'aereo ha tardato tre quarti d'ora e mi sono ritrovata a leggere "Canada" di Richard Ford che era uno di quei libri che avevo in progetto di assaltare da parecchio tempo (l'altro che era in coda era "Martin Eden", ma sarà per la prossima volta).

 Ovviamente mi sono ficcata nella situazione in cui non volevo trovarmi: pensare di più, girare ancora più attorno agli stessi pensieri. 

Mi è sembrato di finire esattamente lì dove non volevo andare: in mezzo ad un libro che avrebbe potuto darmi degli strumenti per interpretare meglio il mio presente esattamente come in un romanzo abbastanza prevedibile per lettori forti.

 Questa cosa apre due possibilità.

 La prima è che io sia stata effettivamente toccata da una serendipità del destino.

 La seconda è che siamo portati a vedere nei libri ciò che desideriamo disperatamente trovare in quel momento. 

 E' il motivo per il quale ogni lettore, pur leggendo lo stesso romanzo, vede un libro completamente diverso. Ed è sempre lo stesso motivo per il quale, leggendo lo stesso libro in diversi momenti della vita, ci appare ora splendido ora insignificante.

 Il libro esiste come contenuto oggettivo e come oggetto, ma siamo noi a riempirlo delle nostre emozioni.

 In questo caso specifico credo sia stata una fortuita commistione dei due fattori.

 La storia, come è presentata nella quarta di copertina, ci presenta le vicissitudini di un ragazzino, figlio di un'improvvisata coppia di rapinatori di banche.

 Ovviamente le quarte di copertina sono nate per sviarci, come anche, in questo caso, la copertina, che suggerisce una storia assai più contemporanea di quella affrontata nel libro che si svolge all'inizio degli anni '60.

  Il narratore, Dell, è un ormai anziano insegnante canadese di origini statunitensi e racconta il modo in cui a quindici anni abbandonò forzatamente la sua patria e divenne canadese.

 O almeno questo è quello che lui dice di volerci raccontare.

 In realtà almeno per la prima parte si dilunga incredibilmente (e a posteriori anche giustamente) sull'evento che cambiò la sua vita all'improvviso: come fu che due persone incredibilmente normali, un ex aviatore bello e simpatico, e sua moglie, una seria insegnante di origine ebraica, decisero di commettere una rapina.

 Come spesso accade, le motivazioni che portano a compiere gesti devastanti e stupidi al tempo stesso, hanno premesse altrettanto devastanti e stupide.

 Una certa infelicità di fondo dovuta a un matrimonio casuale e insipido, una sensazione di scarsa realizzazione personale da parte di entrambe le parti, e un evento scatenante che col senno del poi avrebbe potuto essere gestito in modo assai più sensato.

 Il senno del poi però è la cosa più inutile del mondo e lo sappiamo tutti.

 Quando perciò la coppia di improvvisati rapinatori viene arrestata e tradotta in carcere, iniziano i guai per i due figli gemelli: il succitato Dell e sua sorella Berner.

 Li aspetta un orfanotrofio del Montana, ma loro decidono altrimenti e ognuno dei due, a quindici anni, prende la sua strada.

 Il romanzo assume quindi una piega picaresca e segue Dell nella sua fuga in Canada, ospite improvviso e improvvisato, di un avvenente americano che vive, per motivi apparentemente incomprensibili, oltre confine. 

 Siamo negli anni '60, ma sembra di essere in un romanzo di Defoe o di Dickens: lo sventurato protagonista alle prese coi rivolgimenti della sorte.

  Da romanzo quasi psicologico diventa di colpo una storia d'avventura ottocentesca, per poi tirare le somme in un finale che non rimette tutto al suo posto, ma cerca di dare un significato a una vita che per lunghi tratti è sembrata essere in balia degli eventi e in altri nelle mani del suo proprietario.

 Cosa ci promettono sorridenti venditori di illusioni del resto?
 Che tutto è davvero sempre nelle nostre mani.
 E cosa piace invece credere a chi non ha la volontà neanche di provare?
 Che tutto è affidato al caso e alla sorte.

 Ma la verità ci dice Ford, sta nel mezzo

 Sta nel non perdere mai il senso nel nostro continuo infrangersi tra i flutti del destino, sta nel tenersi saldi anche quando ogni cosa sembra perduta e tentare e credere sempre che si possa riemergere e trarre un insegnamento. 

 Non basta crederci intensamente per avere la vita che vogliamo, ma possiamo lasciarla emergere con pazienza nel caos a cui siamo incessantemente consegnati.

 Un ragazzino di quindici anni poteva prendere molte decisioni. Poteva, come sua sorella, scappare per vivere di comune in matrimonio fallito, oppure poteva ostinarsi verso il suo obiettivo: andare a scuola. E a questo suo obiettivo sacrificare la libertà e anche l'innocenza.

 Non possiamo mai sapere quale prezzo pagheremo per ottenere la vita che vogliamo, ma possiamo comunque ostinarci a rincorrerla. 

Anche perché, dopotutto, non c'è un altro modo onorevole per impiegare le nostre esistenze.

"Credo che quello che vedi sia quasi tutto quello che esiste, come ho insegnato ai miei studenti, e che la vita che riceviamo sia vuota. Così mentre il significato pesa, e molto, questo è il massimo che può fare. Quello che c'è sotto quasi non si vede.
Mia madre disse che avrei avuto migliaia di mattine per svegliarmi e pensare a tutto questo, quando nessuno mi avrebbe detto cosa devo sentire. Ormai sono molte migliaia. Quello che so è che nella vita hai migliori possibilità -di sopravvivere- se sopporti bene le sconfitte, se riesci a subordinare, come indicava Ruskin, a mantenere le proporzioni, a collegare le cose diseguali in un intero che protegga quanto c'è di buono, anche se bisogna riconoscere che spesso il buono non è semplice da trovare. Ci proviamo, come disse mia sorella. Ci proviamo. Noi tutti. Ci proviamo."

venerdì 22 settembre 2017

Cosa resterà di questi anni '10? Un viaggio allucinato tra Wyndham, Tondelli, Scerbanenco, gli anni '80 e l'aids, per ricordare cosa vuol dire gridare e non solo sussurrare spaventati.

 E' parecchio e dico parecchio tempo che vorrei scrivere un post su Premio Strega, Wyndham e Scerbanenco, un mix che molti giudicheranno impossibile, ma mi frulla in testa dalla cinquina dello Strega.

In questa settimana anni '80, al doveroso momento Tondelli, il post fantasma è tornato a farsi sentire ed è quindi giunto il momento di portarlo agli onori del blog.

 E' giunto il momento di dire le cose pane al pane vino al vino.

 Io leggo molti autori italiani, non sono una di quelle esterofile a tutti i costi, ma trovo la narrativa italiana non di genere, mortalmente noiosa.
 In realtà non è neanche giusto dare tutta la colpa all'Italia perché, diciamocelo, non è che la letteratura mondiale ci stia regalando queste imperdibili perle a gettito continuo.

 E' come se fossimo precipitati in una melassa conformista. 

 Se è per colpa degli editori che ormai pubblicano filoni di storie sempre identiche nel disperato tentativo di azzeccare i gusti del momento, o se è per colpa degli autori che proprio a monte ne producono sempre e solo così per lo stesso identico motivo, non è cosa che si possa capire da libraia o da lettrice.

 Sono a valle di un monte che non riesco a vedere e che, obiettivamente, porta a destinazione troppe cose risparmiabili.

  Non parlo degli pseudoharmony che hanno un ruolo loro, d'intrattenimento e sono un genere ben codificato, quelli su cui punto il dito sono le sconvolgenti opere, ormai ben poco sconvolgenti, che dovrebbero raccontare la nostra realtà.

 Durante il mio corso di sceneggiatura, mi consigliarono di vedere "Mignon è partita" di Francesca Archibugi.

 Il film non mi colpì particolarmente. 
 La trama vede un'adolescente francese di buona famiglia, Mignon, che viene spedita da genitori in Italia da parenti diciamo borgatari. 

 In questa famiglia, madre e padre abbastanza giovani e cinque figli, Mignon non si trova bene e lega solo con un cugino che si innamora di lei, non ricambiato. La storia, quella di un corpo estraneo che non riesce in nessun modo a inserirsi in un contesto che non ha palesemente spazio per lei (e in cui lei palesemente non vuole sgomitare per trovarlo), mi sembrò mortalmente noiosa.

 Forse, rivedendolo adesso, noterei cose che dieci anni fa mi sfuggirono, ma scoprii che in parte il motivo per cui mi era stato consigliato era comprenderne i pregi, ma anche i limiti.
 Il professore ci disse infatti che "Mignon è partita" apparteneva a quella serie di film italiani ribattezzati "Camera e cucina" (a memoria ricordo così), in cui le storie si svolgono principalmente in piccoli ambienti, principalmente familiari, senza nessun ampio respiro.

 Il nostro cielo è troppo spesso chiuso in una sola stanza.

 La narrativa italiana odierna ama la camera e la cucina. 

 Piccole storie rarefatte, la storia della propria famiglia (spesso con l'illusione che la propria storia debba per forza significare qualcosa di universale per qualcun altro), persone che si incontrano, si sfiorano, uniscono solitudini, apprezzano silenzi, affrontano passati.

 Tutto è molto intimista e non mi stupisce eccessivamente che Cognetti abbia vinto lo Strega (nè quali siano stati i suoi illustri colleghi).
 Non è solo bravo, ma scrive come piace si scriva adesso e, soprattutto, parla di un tema che tanto piace adesso: la montagna, ultimo baluardo dell'incontro tra uomo e natura in un mondo tecnologico.
 Tutto è piccolo e grande, tutto è silenzioso, ma assordante, tutto è minimalista, ma gigantesco.
 TUTTO
 Sarà perché non sono minimalista, ma non ne posso più.
 Non ne posso più di un tempo che si lamenta, che frigna, che è intimista, che si aggroviglia dentro sé stesso, che rimugina su storie di 75 anni prima "perché il passato è importante", che affronta solitudini e che pensa la storia della propria famiglia sia uber alles e voglia per forza dire sempre qualcosa.

 Questo non perché non ci siano solitudini che non vadano raccontate o perché certe saghe familiari non abbiano, in effetti, uno splendore universale, ma perché sono stufa di quest'epoca di lamento e passato perpetuo.

 Cosa c'entrano Wyndham, Scerbanenco e Tondelli?

 Vi basterebbe (basterà) aprire uno solo dei loro libri per smascherare la menzogna della nostra narrativa contemporanea. 

Il primo è uno scrittore di fantascienza che combatté durante la seconda guerra mondiale, il secondo un giallista di origini ucraine nato poverissimo, il terzo uno scrittore omosessuale morto troppo giovane di Aids.

 Tutti e tre, con le dovute differenze, seppero descrivere la loro realtà in modo esplosivo, pirotecnico, apocalittico, spettacolare.

 Wyndham riuscì a condensare il terrore della minaccia nucleare, del diverso, i feroci meccanismi di autodifesa di una generazione che aveva vissuto il conflitto mondiale in splendidi romanzi, come "L'invasione dei trifidi", "I figli dell'invasione" o "I trasfigurati".

 Riuscì, precisamente, a lasciare su carta la lezione più cruda e di cui, personalmente, anche io sono amaramente convinta: la civiltà è una patina sottilissima su cui riversiamo una fiducia che non merita
 La violenza dentro ogni essere umano è pronta a spuntare appena la sopravvivenza lo ritiene possibile.

 Avrebbe potuto dirlo in molti modi, scelse storie che vedevano piante carnivore senzienti distruggere il genere umano. Non scelse una strada comoda.

 Scerbanenco nacque povero, figlio di un'italiana e di un professore ucraino.
  La piccola biografia al termine di "Traditori di tutti" racconta di un ragazzo che passò la sua infanzia a Roma e tornò, senza successo,a  cercare il padre, disperso nella rivoluzione russa.
Tornando indietro con la madre si salvò per puro caso dalle bombe e, a diciotto anni, senza diploma e senza denaro, si trasferì a Milano. Durante la seconda guerra mondiale fuggì con gran periglio in Svizzera e quando tornò ce ne mise per integrarsi in un mondo milanese la cui ricchezza lo spaventava e sempre gli risultò estranea.

Scerbanenco
 Aveva di che scrivere trenta autobiografie, invece creò un personaggio rimasto modernissimo fino ai nostri tempi: Duca Lamberti, un giovane medico radiato dall'ordine per aver praticato eutanasia (anni '60!!) che, uscito di prigione, torna al mondo come involontario investigatore senza nessuna fiducia nel prossimo, troppo miserabile per non essere "traditore di tutti". 
 Un prossimo talvolta crudele, spesso messo alle strette dall'avidità e dal pregiudizio degli altri.

 Nei suoi libri (a cui dedicherò un post) c'è una Milano anni '60 che vive, palpita violenta, in cui quartieri ora gentrificati erano terre di nessuno di sottoproletari incattiviti, in cui i ricchi sono travolti dal vizio e nessuno ha fatto pace col recente passato fascista, occultato sotto un velo lievissimo.

 Lo leggi e sei a Lambrate cinquant'anni fa.

 E, in ultimo, Tondelli. Frequentò molto l'autobiografia, ma lo fece nel modo in cui andrebbe fatto: con una violenza e un'onestà, anche verso sé stessi, che non ammette omissioni o sconti. 

 Le sue storie non hanno in potenza nessuna grandezza: giovani sbandati anni '80, gli anni del militare, un uomo dopo la rottura col suo compagno.

  Ma il modo, il modo in cui sono scritte è tutto. 

Tondelli
Lo leggi e vedi le luci di quegli anni, lo splendore, la disco, il mondo di provincia che voleva essere Londra, il desiderio di vita disperata a tutti i costi, la voglia di divertirsi, la droga che miete vittime e quel grande assente da tutte le celebrazioni degli anni '80: l'Aids.

 Mancava persino una citazione nella mostra al Wow. Certo, non era un argomento ludico, ma fu dirompente come Chernobyl. 

 Una generazione di uomini gay e di molti eterosessuali che pensavano falciasse solo gay, decimata da un misterioso virus sbucato dal nulla.

 A pensarci, a posteriori, è qualcosa di fantascientifico, di distopico.
 Ed è proprio questo tono allucinato, degno delle pellicole di fantascienza anni '80, così cupe e punk al tempo stesso, che hanno i libri di Tondelli.

 Le storie di Tondelli non sono la sua storia, sono gli anni '80. Lui è la scusa, non il fine.

 Bisogna leggere Tondelli e Pazienza per capire la sete di vita di un'epoca oscuramente consapevole della sua decadenza, ma non rinunciava a urlare con tutto il fiato che aveva in petto.

 Non come noi che sussurriamo, spaventati di tutto, anche della nostra ombra.

 Cosa resterà di questi anni 2010? Spero non solo le nostre paure che per ora hanno dato vita a un mondo pessimo e a una letteratura, troppo spesso, noiosa e mediocre.

Ps. Che non c'entra nulla: narrano le leggende che "Libera nos a malo" di Ligabue sia ispirata a Tondelli.

venerdì 19 settembre 2014

"Stoner" e la lezione di Ivan Il'ic: la minuzia che travolge una vita intera lasciando macerie dentro e fuori. Eppure chi cerca instancabilmente qualcosa si salva sempre, nonostante tutto.

 Ieri, per una serie di circostanze, ho passato una cosa come dodici ore di seguito a salire e scendere sui mezzi pubblici.
Fortunatamente per me, avevo appena avuto in prestito "Stoner" di John Williams,  un libro a cui giravo attorno da un bel po' senza mai decidermi davvero a prenderlo. Esso fa parte di quel certo numero di titoli che per un tot di anni rimangono potentemente di moda tornando antipaticamente nei discorsi accompagnati dalla fatidica domanda: "Ma come non lo hai letto?", pronunciata spesso e volentieri da gente che legge due libri in un anno ed entrambi non per scelta, ma per dovere sociale. Il risultato è che tu, lettore forte, ti ritrovi ad esser preso per un cretino, se non hai letto proprio lui, il libro alla moda (tra di essi anche la quadrilogia/tetralogia della Ferrante che mi riservo di non leggere a lungo).
 Ebbene "Stoner" è invece un libro che misteriosamente va letto, subito, ora. Va letto perché è un bellissimo libro, scritto in modo semplice e lineare, senza virtuosismi ora di moda, senza scuse, senza colpi di scena, senza variazioni particolari sul tema, senza fronzoli, persino senza trama volendo. E' la storia di un uomo, figlio di agricoltori, spedito all'università per studiare Agraria, che durante il secondo anno scopre sé stesso grazie ad un sonetto di Shakespeare durante un'irruenta lezione di letteratura inglese.
 In quel momento egli ha una di quelle poche fatali epifanie che segnano la vita di chiunque, che arrivano inaspettate e sconvolgono tutto, fatali come solo il destino sa essere.
 Diventa un buon insegnante universitario, scrive un libro accademico di nessun successo, sposa placidamente la donna più sbagliata per lui, si impelaga in beghe di baroni universitari, ha due amici che si porterà dietro per tutta la vita, un grande amore ecc ecc.
 William Stoner vive una vita normale. Ho letto, da più parti, pessimista, ma non mi è sembrato anzi, ho trovato che per reggere il peso di una vita tanto lineare e a tratti, in modo gratuito, assolutamente crudele, verso un uomo fondamentalmente tranquillo e unicamente interessato a conservare una parte di sé stesso, dovesse essere invece un libro ottimista. 
 Era una storia in effetti, con tutti i crismi per diventare un dramma, o meglio quel lungo lamento che molti di noi sentono nelle orecchie giorno dopo giorno, quando incontrano chiunque, dopo una certa età. Che riproduciamo anche noi, nel disperato tentativo di sfogarci, presi da un'angoscia verso quello che proprio non vuole andar bene nella nostra esistenza, per quanto ci sforziamo. Stoner non si lamenta mai, pensa che potrebbe far meglio e non lo fa, si carica di un peso interno che non lo schiaccia e non pretende una vita speciale che sa di non meritare né potrebbe sostenere.
 Forse perché sono cresciuta in un paese, dove le vite altrui sono sempre sotto l'occhio attento del prossimo, sin da bambina mi sono sempre chiesta guardando le persone che in qualche modo avevano "deluso le aspettative" o si fossero impelagate in qualcosa di errato,  che cosa fosse andato storto nella loro vita, o meglio, in che modo non avessero potuto prevederlo e fermarlo. 
Come avevano potuto permettere che qualcosa nella loro vita andasse tanto storto? Perché non avevano operato su quell'unico errore fatale? 
 Perché, (e da bambina tutta presa dall'assoluto dei bambini non potevo immaginarlo), ci sono sempre degli errori fatali nella vita di tutti quanti, cose che determinano un percorso e impediscono che la nostra esistenza, nonostante tutti i nostri sforzi vada esattamente come vogliamo.
 Stoner risponde alla domanda esattamente come un altro, famosissimo, piccolo racconto, "La morte di Ivan Il'ic" di Tolstoj.
 Anche il protagonista del racconto russo è un uomo  normalissimo che si è sempre comportato in modo abbastanza retto, avendo un oscuro successo personale che non conosce eccezionalità.
  Tuttavia ad un certo punto ha un incidente banale, cade dalla scala e inizia a sentire un piccolo dolore, quasi da niente, un dolore che poi cresce e misteriosamente si espande e corrode tutto. Nasce dal nulla, non se ne comprendono le cause se non che proviene da quel microscopico incidente domestico che avrebbe dovuto passare senza conseguenze, dimenticabilissimo.
 Io ho sempre trovato che questo racconto fosse una metafora potentissima in grado di spiegare le vite di molti, di tutti forse, anche la mia. 
 Un giorno, senza accorgercene quasi, abbiamo commesso un errore, uno piccolo piccolo, una cosa da niente che sembrava non dovesse avere conseguenze, quasi non ricordiamo neanche di averlo commesso, spesso non sapevamo neanche che fosse un errore, perché lo abbiamo compiuto con irrazionalità o aveva radici talmente lontane che non avremmo potuto riconoscerlo.
 Poi quell'errore si è ingigantito in un modo che era impossibile prevedere, in un crescendo talmente sconcertante da intaccare tutto, travolgere tutto, insinuarsi anche in posti, luoghi e azioni che non avrebbero avuto normalmente niente a che fare. E in un attimo noi siamo diventati Ivan Il'ic allettato o Stoner.
Foto by Mark Gallagher.
 Stoner è un ragazzo normale, una tabula rasa, è pieno di speranze e di promesse, ma sulla linea d'ombra raccontata da Conrad, quando il futuro ormai non riluce più di promesse, perché abbiamo superato la prima giovinezza, perché la prima guerra mondiale, nel suo caso, ha impresso un impellente urgenza di età adulta, e lì che commette il suo errore. Così comune che lo stesso Conrad lo cita nelle due o tre cose avventate che si è portati a fare sulle soglie dell'età adulta, cercando di dare una solidità di un qualche tipo alla propria vita: si sposa di corsa e con la donna sbagliata.
 Non ci sono figli in arrivo, non c'è nessuna necessità, è lui a pretendere, chiedere e avviare, nessuno lo forza e lo costringe, tanto meno lei. E' lui che scambia una bellissima ragazza dagli occhi quasi trasparenti e il vestito blu marino, per la donna della sua vita. Non distingue fascinazione da amore e ne pagherà le conseguenze per sempre.
 Per il resto del libro Stoner commette altri errori che però è difficile vedere sotto quest'ottica. Le  beghe universitarie e la fine del suo grande amore non sono davvero errori, ma scelte consapevoli. Nel primo caso non vuole permettere un'ingiustizia, nel secondo affronta con lucidità un annoso dilemma che travolge le coppie più innamorate: "Davvero l'amore basta? E se il sacrificio fatto in nome di quell'amore fosse troppo grande per permettergli di sopravvivere?".
 Se si cerca una risposta a tutti  gli errori e i dolori commessi da Stoner si può ritornare a quel piccolo incidente alla Ivan Il'ic, la sua insignificante caduta dalla scala: un attimo in cui i suoi occhi sono caduti su una ragazza troppo delicata per poter essere la buona moglie di qualcuno e la sposa.
 Ma sta proprio qui la meraviglia di questo libro: nonostante tutto Stoner non cede mai all'amarezza, né allo sconforto: Stoner in un qualche modo ha vinto, o meglio si è salvato
 E' rimasto quel che il suo amico Dave Masters, in uno di quegli attacchi di assoluta lucidità che solo la giovinezza può concedere, aveva descritto:
 "Chi sei tu veramente? Un umile figlio della terra, come ti ripeti davanti allo specchio? Oh no, anche tu sei uno dei malati: sei il sognatore, il folle in un mondo ancora più folle di lui, il nostro Don Chisciotte del Midwest, che vaga sotto il cielo azzurro senza Sancho Panza. Sei abbastanza intelligente, di certo più del nostro comune amico. Ma in te c'è il segno dell'antica malattia.  
Tu credi che ci sia qualcosa qui che va trovato. Nel mondo reale scopriresti subito la verità. Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos'è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. Sei il maggiolino del cotone tu. Il verme nel gambo del fagiolo. La tignola nel grano. Non riusciresti ad affrontarli, a combatterli: perché sei troppo debole, e troppo forte insieme. E non hai un posto al mondo dove andare"
 Ed è forse questo il motivo per cui un libro scritto benissimo, ma dalla trama apparentemente insignificante ha tanta presa su un vasto pubblico, che forse lo legge per moda, ma ne rimane incomprensibilmente attratto. Stoner racconta la storia di una vita che è anche la nostra, non eccezionale, un'insieme di possibilità che avrebbero potuto essere, ma non abbiamo voluto o potuto avverare, perché governare una vita, salvarsi dal mare della sua enormità, è un'impresa titanica, sempre degna di nota. 
 Anche quando sembra che di eccezionale non ci sia nulla. penso che chi riesca ad arrivare fino in fondo chiudendo gli occhi, salvo, come Stoner, abbia scritto un romanzo ottimista e non abbia nulla a che pentirsi,  nonostante le macerie, dentro e fuori.
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