giovedì 2 aprile 2020

Ci possono essere delle streghe steampunk in un bosco della Tuscia? Una recensione del libro e della serie Netflix di "Luna nera" di Tiziana Triana.

 Diceva Fruttero, in una frase passata alla storia, che "Un'astronave  non può atterrare a Lucca" intendendo che nessuna trama di fantascienza sarebbe mai stata credibile se ambientata in Italia.


 Certo, in effetti qualche mese fa ho letto "Fammi male", uno strano romanzo un po' scifi con dei cloni ambientato a Vasto. 


 C'erano queste scene hard boiled che facevo fatica a prendere sul serio perché immaginavo tutti avessero l'accento abruzzese, il quale avrà di sicuro dei pregi, ma non quello di essere hard boiled.

 Quindi comprendo pienamente ci siano delle remore e delle riserve a prendere sul serio quanto ambientato di scifi o fantasy nel belpaese.

 Il punto però rimane sempre uno: se da qualche parte non si comincia, non si arriverà mai a un prodotto credibile.

 Faccio questa premessa perché in questa reclusione, ho finalmente finito di leggere il primo volume di "Luna nera" (è una trilogia) di Tiziana Triana ed. Sonzogno e ho anche terminato la visione della prima stagione, uscita in contemporanea, su Netflix.

 Se del libro alla fine non ho sentito parlare se non in recensioni un po' dubbie, avevo avuto modo, nella mia bolla social che conta un elevato numero di nerd, di leggere quelle sulla serie. 

Il grido era solo uno: "Ommioddio ho visto dieci minuti che schifo".

 Siccome sono una che fa fatica ad affezionarsi alle serie tv (ne guardo davvero poche perché preferisco leggere o fare altro), pur incuriosita (avevo anche visto l'installazione fatta a Milano per il lancio, molto bella), avevo lasciato stare.

 Poi la reclusione, l'incapacità di concentrarsi su libri che non fossero fantasy o gialli, ha fatto sì che mi attaccassi all'unico libro fantasy in giro per casa che non avevo ancora finito di leggere e "Luna nera", che avevo iniziato e abbandonato sotto Natale per problemi miei, è tornato sul mio comodino.

 Il libro, devo ammettere, a me è sembrato dell'onestissimo fantasy ben scritto. 

 Certo, non è Tolkien, ma la comunità nerd (che chiamo così per comodità, ma che ovviamente è ampia e varia) soffre di un difetto che è in assoluto contrasto con la propria natura: gente che ama mondi fantastici, ma che non ammette deroghe alle regole inventate da qualcuno decine di anni fa su questi mondi fantastici.

 Inoltre gli standard devono essere elevatissimi, altrimenti ci troviamo davanti allo schifo, il manicheismo insomma è di casa in queste parti.

 E' ovvio che "Luna nera" non sia Tolkien, come non è Tolkien la stragrande maggioranza della narrativa fantasy.

 Per un capolavoro ci sono centinaia e centinaia di onesti prodotti, magari più virati al commerciale, che comunque fanno il loro onestissimo lavoro: intrattenere il lettore.
 "Luna nera" lo fa. 

 Ambientato in un paese immaginario dell'Italia centrale (posso ragionevolmente dire, venendo da quelle parti, che ci troviamo in  Tuscia) del 1600 nel pieno dell'Inquisizione e della caccia alle streghe, ha per protagonista l'irritantissima giovane levatrice Adelaide detta Ade, nipote di una guaritrice/levatrice del luogo, Antalia. 
 La storia inizia, nel libro, quando un parto va male e Ade viene accusata di aver ucciso il bambino e in seguito di stregoneria.

 La ragazza, che vive sola col fratellino Valente dalla morte della nonna, inizia a essere perseguitata dalla popolazione locale, aizzata dai Benandanti, (storicamente congreghe di origine pagana che si adoperavano per sconfiggere le streghe e credevano di avere alcuni specifici poteri, poi dichiarati eretici dalla Chiesa. in "Luna nera" sono un po' diversi). 

 La ragazza viene prima salvata da Pietro, il figlio di Sante il capo dei Benandanti, tornato da Roma dove studia medicina (infatti al contrario del padre non crede alle streghe ed è un protoilluminista) perché la madre sta morendo, poi viene portata via dal paese da un gruppo di misteriose donne: le città perdute.

 Le città perdute, che è anche il titolo di questo primo libro, sono delle donne che per vari motivi sono state costrette a fuggire e a nascondersi e sono in attesa di una prescelta che salverà le donne di tutto il mondo, come scritto in un'antica profezia contenuta in un libro che possiedono. La nonna di Ade era una di loro.

 A questo punto la storia va avanti tra Ade che fa qualsiasi insensata cosa per vedere il suo amato Pietro del quale è perdutamente innamorata (ricambiata) mettendo a repentaglio la vita e la sicurezza di tutte, e le Città perdute che sono convinte sia lei la prescelta e quindi sopportano tutte le sue follie (compresa la perdita del prezioso libro). 
 E' evidentissimo che l'autrice ha un enorme debito di riconoscenza verso Marion Zimmer Bradley visto che la comune in cui vivono le Città Perdute è precisa spiccicata una casa delle Libere Amazzoni di Darkover: stesse regole, stesse dinamiche, addirittura stessi episodi (quello in cui Ade e Persepolis vengono legate). Non è un rimprovero, anzi, è bello rivedere quella che rimane secondo me una delle invenzioni migliori di MZB.

 Alla fine, ho trovato il libro del buon fantasy, soprattutto in considerazione del fatto che in Italia se ne fa o comunque se ne pubblica ben poco. 
 Incuriosita, ho quindi deciso di dare una chance alla serie.

 E' vero, è una serie piena di difetti, funziona benissimo a livello visivo dove fotografia, ambientazioni e costumi sono davvero notevoli, (anche gli effetti speciali, davvero non me li aspettavo di quel livello), ma la sceneggiatura e la recitazione di alcuni attori (uno in particolare) sono davvero moleste.

 Il libro non conferisce ai personaggi una profondità alla Tolstoj anche perché non è quello il genere e neanche l'obiettivo, ma il passato dei personaggi viene spiegato, alcune dinamiche anche sono assai meglio pensate e, non si capisce bene il perché, completamente appiattite nella serie.

 Il personaggio di Pietro, il protagonista maschile,  è quello che ne soffre di più per due motivi: l'attore, che sarà anche un bel ragazzo, recita come se stesse in un baretto di Centocelle, con un accento e un pathos che dio santo. Davvero una roba inguardabile.

 Inoltre, nel libro aveva molte più sfumature.
Innanzitutto non esisteva il personaggio di Cesaria, messo lì per un triangolo amoroso senza senso visto che lui non la considera nemmeno come decima scelta. Cesaria nel libro era Cesare, il discepolo preferito del padre di Pietro, Sante.

Vi giuro è difficile non vederlo recitare e immaginare al
contempo René Ferretti alle prese con Corinna. Un attore
diverso avrebbe migliorato di molto la serie
 Tra i due c'era competizione, antipatia, desiderio di primeggiare agli occhi di Sante, anche discordia perché Pietro disprezza i benandanti e la loro follia religiosa, mentre Cesare disprezza il suo ateismo.

 Questo rapporto che fondamentalmente definisce il personaggio di Pietro anche nel conflitto col padre (viene poi segata anche una parte riguardante la madre di Pietro e un segreto su di lui, ma quello magari è stato messo nella seconda serie), è stato sacrificato per cosa? 
Lei ama lui che ama lei? Ma che originalità!

 Anche altri personaggi esistenti nel libro vengono spazzati via nella serie contribuendo a rendere meno credibile e complessa una trama che tutto sommato filava bene (ho visto un'unica miglioria nel creare la storia d'amore tra Spirto e Persepolis, anche lì potevano inserire un personaggio di colore e se ne sono guardati bene preferendo il solito tirapiedi di buoncuore perché orfanello).

Davanti a una sceneggiatura con dialoghi assurdi e cambiamenti poco comprensibili, gli attori fanno quello che possono.

 Alcune attrici, invece, sono molto teatrali (e infatti sono attrici di teatro) e all'inizio la faccenda disturba parecchio, anche se devo ammettere che nel corso delle puntate, la sensazione di straniamento si attenua e anzi conferisce una certa serietà a una sceneggiatura con troppe frasi fatte.

 La protagonista è irritante nel libro, ancor più irritante nella serie e temo che la recitazione carichissima dell'attrice, che è sempre incazzosissima o sull'orlo della tragedia, non aiuti.


 A tutto si aggiunge una colonna sonora moderna e un po' goth che all'inizio sembra messa a caso e alla quale poi ti abitui, facendo pace col fatto che ok, forse sarà anche l'immaginifica Tuscia del 1600, ma in realtà siamo in una specie di medioevo un po' steampunk.

 Quindi non mi è piaciuta? Ebbene non posso dirlo. Alla fine delle sei puntate a me onestamente rimane la curiosità per la seconda serie e tutto sommato l'ho trovato un prodotto buono per essere italiano.
 Perché noi dobbiamo partire da questo presupposto: cosa abbiamo prodotto di fantasy prima di "Luna nera"? 

"Fantaghirò" o "Sorellina e il principe del sogno" che per carità a posteriori erano anche delle scelte coraggiose e delle idee diverse e hanno segnato, anche se non ci piace ammetterlo, un'epoca.

 Questo per dire che attendersi un prodotto privo di difetti al primo colpo dopo decenni di nulla, mi sembra un po' pretenzioso. 

 Si procede per tentativi e ovviamente con sceneggiatori che non sono abituati al genere e in ogni caso appartengono sempre alla fiction italiana che è nata per creare prodotti standard per tv generaliste e tendono ad aver paura della propria ombra.

  Si capisce che procedere per tentativi agli occhi di un pubblico capace di discutere a oltranza nei forum se l'attrice scelta per un determinato ruolo possieda o meno i capelli dalla sfumatura ramata descritti nei libri (l'ho visto accadere), è un'impresa impossibile.

  Inoltre gioca di certo il non poter contemplare l'idea di un'astronave a Lucca e di battaglie magiche in Italia.

  Insomma le guerre tra streghe e cacciatori di streghe si fanno nella Foresta Nera non nel bosco di Vitorchiano o nella città fantasma di Canale Monterano (tutti luoghi che quando sarà finito questo incubo vi invito a visitare perché sono bellissimi).

 Il mio è quindi un sì soprattutto al libro e un consiglio di dare una chance alla serie (che ha dei momenti notevoli comunque, come il finale o la puntata in cui recuperano le altre streghe torturate nelle prigioni) che avrà anche un seguito: come accennavo in un post precedente, ho intenzione di fare un fumettoso riassunto della serie! 

 Se non ora che ho tempo, quando?

domenica 29 marzo 2020

Un'anteprima del prossimo fumettoso riassunto di "Luna nera"! Caschetti, fiorini e pause teatrali.

In questi giorni ho finito di leggere "Luna nera" di Tiziana Triana e ho anche visto la serie che è uscita più o meno in contemporanea.

 Il libro mi è piaciuto molto, la serie un po' meno, per un mix di scelte diverse rispetto al libro che, almeno al momento (è la prima stagione), la rendono meno coerente del libro, e attori discutibili (soprattutto il protagonista maschile che avrebbe bisogno di un serio corso di dizione).

 Penso che ne trarrò un fumettoso riassunto nei prossimi giorni! Godetevi intanto quest'anteprima!


martedì 24 marzo 2020

Letture ai tempi del coronavirus parte II! Treni, viaggi nel tempo, fughe batteriologiche, stoffe infette ed estremo oriente in una seconda infornata di consigli virulenti.

Avevo iniziato questa seconda parte delle letture ai tempi del coronavirus ormai più di due settimane fa, quando ancora si prospettava un orizzonte degli eventi governabile e con un termine non completamente irragionevole.

 Nel frattempo sappiamo tutti cosa è successo: contagio dilagato, la Lombardia che cerca disperatamente di non affogare, il resto d'Italia che cerca di trarre un insegnamento dalla Lombardia e si rinchiude per evitare il peggio.

 Intanto, spesa a parte (e lavoro a parte per chi è ancora costretto ad andare), siamo reclusi in casa da ormai più di due settimane e speriamo ardentemente che questa curva dei contagi finalmente prenda una vaga via calante.

  So che sto dicendo cose lapalissiane, ma immagino questo blog anche come un diario, quindi sarà interessante almeno per me vedere tra molto tempo cosa accadeva in quei precisi giorni, quando ci sembrava che non ne saremmo mai usciti.

 Per lo stesso motivo ormai pubblico anche questo secondo post con i suggerimenti di lettura in tempo di Coronavirus (il primo potete trovarlo qui). So che non è il momento più adatto per leggere una cosa che praticamente stiamo vivendo, (anche se "Cecità" di Saramago è tra i primi posti in classifica), ma magari quando tutto sarà finito avremo voglia e modo di interpretare meglio questo momento complicato.

 In alto i cuori e buona lettura!


LA PESTE di Albert Camus:
Uno dei libri più consigliati in questi giorniracconta l'esplosione della peste bubbonica in una città algerina.

 La cittadina viene isolata e per lunghi mesi il medico Rieux combatte contro un male che sembra indomabile. In realtà, come tutte le umane cose, ha un inizio e una fine, anche se in troppi cadranno nel mezzo.
 L'insegnamento che possiamo trarne è: MAI abbassare la guardia fino alla fine.

 Onestamente inguardabile la copertina della nuova edizione Bompiani, se mi si consente.


CASSANDRA CROSSING di Robert Katz:

 Ricordo ancora l'angoscia imperante che mi causò l'omonimo film, visto da adolescente a casa dei miei nonni. 

 Su un tranquillo treno diretto a Stoccolma sale un terrorista svedese infettato da un virus sconosciuto

 Lui e altri due compari sono infatti penetrati nei laboratori dell'OMS a Ginevra finendo per infettarsi. Due muoiono e uno pensa bene di andare a infettare un treno.

 Tutta la vicenda si svolge quindi su questo convoglio lanciato a velocità folle verso la morte. 

 Appurato infatti che i viaggiatori iniziano a essere infetti (un po' il metodo Diamond Princess) pensano di isolarli in un campo in Polonia e lì il treno viene dirottato per una lunga quarantena. Peccato che il vero scopo dei servizi segreti americani, che coordinano l'operazione, sia di ammazzarli tutti facendoli passare su un ponte fatiscente: il Cassandra Crossing.

 Se il libro è al cardiopalma come il film ne sconsiglio la lettura a chi si trova in zona giallo-rossa. Per tutti gli altri è ok.


L'OMBRA DELLO SCORPIONE di Stephen King:

 Un'influenza coltivata come arma batteriologica, sfugge di mano ai suoi creatori, infetta più del 90% della popolazione e la stermina.

 I pochi sopravvissuti cercano di riorganizzarsi in modo abbastanza manicheo in due zone libere (questo almeno è quel che succede in America, il resto del mondo chi lo sa) che entrano in conflitto tra loro.

 Finirà male, ma non malissimo-issimo e il messaggio finale rimane comunque poco confortante: l'umanità non impara dai suoi errori (o almeno non contiamoci troppo).


DE RERUM NATURA di Lucrezio e LA GUERRA DEL PELOPONNESO di Tucidide:

 Gli ex studenti di liceo ricorderanno che Lucrezio non brillava di certo per ottimismo.

 Descritto come cupo e in preda a un male oscuro, morì infine in modo presumibilmente tragico, chi dice suicida, chi dice assassinato da un filtro d'amore.
  Di certo la sua grande opera, il De Rerum Natura, è rimasta incompiuta proprio nel bel mezzo di una delle sue parti più tragiche: la peste di Atene,. già riportata da Tucidide ne "La guerra del Peloponneso".

 In verità, se fosse proprio peste è abbastanza dubbio. Grazie alle descrizioni meticolose di entrambi gli autori ci sono state altre ipotesi e Tucidide descrive le nefaste conseguenze di un evento del genere sulla tenuta della democrazia ateniese.

 Non sembra cambiato moltissimo da allora.


LA MASCHERA DELLA MORTE ROSSA di Edgar Allan Poe:

 Un'altra storia che mi sentirei di sconsigliare in questo specifico momento, ma domani chissà, è "La maschera della morte rossa" di Edgar Allan Poe racconta la vicenda favolosa del principe Prospero che si chiude assieme ai suoi numerosi cortigiani all'interno del suo palazzo per evitare la terribile pestilenza che sta devastando le sue terre.

 Una sera dà un festa con sette di diversi colori, ma nessuno ha il coraggio di avvicinarsi a quella nera. Durante la sera si aggira tra gli ospiti una strana dama dal vestito inquietante: sudario macchiato di sangue e volto di cadavere. E' la morte che è venuta a prenderli.

Una delle prima storie di Dylan Dog, "Attraverso lo specchio", ne fa una palese citazione.


L'ANNO DEL CONTAGIO di Connie Willis:

 In molti, su fb, mi hanno consigliato questo libro di Connie Willis che affronta ben due epidemie su due piani temporali diversi.
 La protagonista infatti è la giovane Kivrin, studentessa di storia di Oxford che approfitta della nuova invenzione messa a disposizione degli accademici: il viaggio nel tempo. 

 Desiderosa di visitare il medioevo, viene catapultata per sbaglio in mezzo a un'epidemia di peste.
 A peggiorare il tutto, una parallela epidemia di influenza particolarmente violenta, nel presente, serpeggia tra le mura universitarie causando una quarantena e bloccandola nel passato.

 Riuscirà la nostra eroina a sopravvivere alla peste e a tornare?


IL VELO DIPINTO di W. Somerset Maugham:

 Rimango sempre strabiliata quando penso che migliaia di inglesi d'epoca vittoriana siano stati in grado di spargersi per mezzo pianeta in luoghi lontani anni luce dai loro usi, costumi, abitudini, religioni e clima. Non me ne capacito eppur è successo.

 "Il velo dipinto" racconta la storia di Kitty, volubile ragazza inglese che si sposa frettolosamente e sconsideratamente con un batteriologo perdutamente innamorato di lei: Walter.

 Insieme si recano a Hong Kong per il viaggio di nozze e qui Kitty inizia una relazione con tale Charles che gioca al gioco del: se lasci tuo marito, io lascio mia moglie e poi ci sposiamo.

 Non solo non succede, ma Kitty si ritrova obbligata a seguire il marito in mezzo alla Cina dove è scoppiata una devastante epidemia di colera.
 Non finirà benissimo.


ANNUS MIRABILIS di Geraldine Brooks:


Nel 1666 nel paesino inglese di Eyam giunse la peste attraverso un pezzo di stoffa londinese infetto. 
 Quel pezzo di stoffa uccise i tre quarti della popolazione che, eroicamente, decise di automettersi in quarantena impedendo a chiunque di entrare e di uscire.

Dai dintorni portavano cibo che posavano ad adeguata distanza e in qualche modo 90 su 350 persone sopravvissero al morbo.

 "Annus mitabilis" di Geraldine Brooks racconta questa eroica quarantena dagli occhi di Anna Frith, giovane vedova con due bambini.

 Il 1666 diciamocelo non era un anno che numericamente lasciava presagire di meglio.


Ci sono millemila altri libri immagino sul tema, due settimane fa mi ero fermata qui e al momento non ho molto cuore di andare a cercare altri titoli.

 Penso andrò a cucinare un chilo di cimbellette al vino perché ehi, me del futuro, in questi giorni si panifica, si dolcifica e si pizzifica letteralmente come se non ci fosse un domani!

lunedì 23 marzo 2020

Cronache dalla Reclusione: "Patriziaaaaaaaaaaaa". Un fumetto di videochat ai tempi del Coronavirus.

Le videochat rappresentano ormai una parte consistente delle nostre giornate e molti genitori e familiari assortiti hanno dovuto, giocoforza, imparare a usarle. Con quali risultati?
Alterni.
Un nuovo appassionante capitolo dalle Cronache dalla reclusione: "Patriziaaaaaaaaaa"!


sabato 21 marzo 2020

Cronache dalla reclusione: "La tabaccheria"! O anche "Delle domande superflue"




Ed ecco un nuovo fumetto dalle mie cronache dalla reclusione.
Temo che non riuscirò a partorire riflessioni profonde da postare in questo periodo. Mi sento, come tutti, molto agitata e ieri soprattutto ho avuto una giornata estremamente ansiosa. Immagino siano normali alti e bassi di questa situazione. 
Le conseguenze sono però dei pensieri molto affastellati che non riescono a trarre nessuna riflessione particolare in questo momento, ogni giorno ci sono tante emozioni da gestire e insomma, va un po' così.

Fortunatamente riesco ancora a far fumetti, che sono un'enorme valvola di sfogo. Speriamo di non perdere la concentrazione anche qui. Spero stiate tutt* bene! Ce la faremo (e non ho paura di dirlo onestamente, bisogna resistere).
Cronache dalla reclusione: "La tabaccheria"!




martedì 17 marzo 2020

"Lo que tù sientes se llama obsession"! A ognuno la sua ossessione da reclusione.

In questi giorni la nostra quotidianità è stata messa a dura prova e non dubito che tutti stiamo sviluppando delle piccole manie o ossessioni. A me perlomeno è venuta una fissazione specifica.
 "Lo que tù sientes se llama obsession"!



sabato 14 marzo 2020

Cronache dalla Reclusione: Cartoline dalla spesa. Un'ora snervante tra sacchetti bio inapribili, anziani dissennati, prugne al tabasco e molto altro.


Dunque, ieri, come tanti italiani, sono uscita per la prima volta da lunedì per fare la spesa.

 Lunedì ne avevo fatta parecchia, ma contavo, diciamo, di farne una di rinforzo che coprisse dieci giorni prima della consegna di quella che abbiamo prenotato online (e che poi oggi c'è stato comunicato slitterà di altri 7 giorni, quindi dovrò uscire di nuovo, ma non voglio pensarci). 

 Devo dire che, tutto sommato, lunedì la faccenda era ancora gestibile: si entrava contingentati, ma non c'era molta fila, c'era ancora un clima che non sembrava maggio inoltrato (ergo non stavo sudando in un piumino) e ancora portavano la spesa a casa dal super (rendendo quindi possibile l'operazione di una persona per nucleo familiare che esce a fare la spesa e compra il mondo pure se non dispone di una macchina).

 Ieri. L'incubo. Un caldo assassino (non uscendo da giorni ero ancora ingenuamente tarata su un marzo pre-cambiamento climatico), file chilometriche (perché si entrava al super 5 alla volta), ansia totale, consegne a casa impossibili. 

 Tornata da 1 ora di spesa che mi ha snervata per un'intera giornata, ho pensato di fare un fumetto, ma tempo stamattina era l'argomento trend topic tra i fumettisti grazie a Zerocalcare e Ortolani e ci avevo ripensato.

 Alla fine l'ho fatto comunque. 
 In realtà ho da disegnare tantissimo altro (peraltro ho scoperto perché da adolescente ero molto più produttiva: da adolescente passavo molto più tempo in casa!!) ma questi fumetti mi tengono compagnia e ho capito che tengono compagnia anche ad altre persone e mi fa piacere in questo momento dare un sorriso.

 Perciò, godetevi queste Cronache dalla Reclusione: cartoline della spesa!
Dai che se tutti seguiamo le regole ce la facciamo!!







martedì 10 marzo 2020

"A caval (suocera) donato non si guarda in bocca". Cronache dal Coronavirus tra suocere e gambe anchilosate. Mi raccomando state a casa!!

Questi giorni casalinghi possono aprire nuovi orizzonti.
Anche casa può diventare una grotta mysteriosa all'Indiana Jones!
Una piccola cronaca dal Coronavirus a base di gambe anchilosate e suocere: "A caval (suocera) donato non si guarda in bocca"!




sabato 7 marzo 2020

Dalla reclusione nascono i fior! DOBBIAMO stare a casa: rassegniamoci e impegniamo il nostro tempo in modo creativo. Otto libri e qualche autore che possono indicarci la via.

 Ebbene, ci ritroviamo reclusi a oltranza (o almeno dovremmo visto che ci sono anziani che organizzano feste danzanti e gente che si accalca negli impianti sciistici in barba alle disposizioni ministeriali).

Frame da "Il conte di Montecristo"
 Una settimana fa ci dicevamo abbastanza sicuri che “sarebbe stato impossibile fare una seconda settimana così”, ora inizia a profilarsi la quasi certezza che andremo avanti per parecchio.

 Dobbiamo scoraggiarci? Ebbene no. 

 Possiamo dimostrare di essere civili e intelligenti e seguire le disposizioni ministeriali contribuendo tutti a non far collassare il sistema sanitario.

Negli ultimi tempi pensare lo stato in modo collettivo non è stato il forte degli italiani, ORA dobbiamo cambiare.

 Una cosa che può indubbiamente aiutarci è pensare che, stranamente, (non in tutti i casi ovviamente), abbiamo del tempo nuovo da dover e poter impiegare in altro modo.

 Il primo modo che vi suggerisco è ovviamente leggere (anche perché la filiera dopo due settimane così sta collassando, figurarsi se continuiamo a oltranza): ordinate online (anche alcune librerie si stanno organizzando per la consegna a domicilio) o leggete libri che già avete in casa, se proprio avete il terrore di uscire oppure una scappata in libreria con la wishlist già pronta in mano che fate come al super e ficcate il necessario nella sacca di tela e poi tornate a casa (voglio dire, se tanto tocca andare a lavoro, tipo me, non saranno quei 5 minuti di corsa in libreria a inficiare ancor di più la situescion, però ecco andateci che magari già sapete cosa volete).

 Oppure, se proprio, se proprio non riuscite neanche a leggere e Netflix obiettivamente dopo un po’ dà la nausea o propone solo robe che non ci gustano, esiste anche la noia creativa. 

 Da situazioni di noia come queste nascono tante buone idee. 

 Pensate che questo stesso blog è nato in una situazione di noia e reclusione.

 Mi ero trasferita per la terza volta in una nuova città, abitavo in periferia, non avevo amici e lavoravo poco per una lunga e trista serie di motivi. Il tempo libero era una voragine che mi inghiottiva e deprimeva. Anche leggere a oltranza aveva perso il suo gusto e non vedevo, ve lo giuro, una via d’uscita.
"Chimami col tuo nome" è un film principe su come impiegare
del tempo infinito e noioso in modo creativo (in tutti i sensi)

 Così, nella noia, ho iniziato a fare disegnetti che non ne facevo da anni e mi sono detta: “Ma dai, apriamo un blog, almeno un paio d’ore di tempo giornaliere così le riempio”.

 E ora, fidatevi, se ne avessi il tempo ne potrei riempire il triplo. 

 Nella noia s’imparano un sacco di cose, se ne sperimentano tante altre, tante idee che sembrano senza senso germogliano e le situazioni eccezionali, in generale, possono cambiare una prospettiva sempre uguale. 

 Sembra un manuale di autoaiuto, ma credetemi che quelle robe le detesto, semplicemente, il tempo in qualche modo bisogna riempirlo, se pensiamo che peraltro ne disponiamo in modo limitato, il bisogno diventa proprio una necessità per sentirsi vivi.

 Ho quindi stilato un elenco di libri che col concetto di reclusione hanno qualcosa in comune (evitando volutamente libri come “Il diario di Anna Frank” perché quella reclusione e la nostra hanno ben poco a che spartire).

 Forza, che dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fior!


SILVIO PELLICO E MARCO POLO ossia "trovare sfoghi alternativi alla propria iperattività":

 Poteva essere, in verità, un intero post su libri di prigionia, ma il nostro morale non ha proprio bisogno di cose del genere. 

 Tuttavia alcuni testi non potevano mancare, primo tra tutti, il pluricitato (ma da pochi letto): “Le mie prigioni” di Silvio Pellico.

 Beccato a cospirare contro gli austriaci, fu recluso per 10 anni nella fortezza austriaca dello Spielberg. 
 Quando ne uscì, scrisse questo memoriale che ebbe un grandissimo successo. Pellico racconta le asperità della reclusione, ma, al contempo, (essendo lui devoto cattolico), la fede che gli concesse di mitigare i suoi giorni cupi.

 Un altro che impiegò in modo fruttuoso le sue reclusioni fu Marco Polo

 Quest'uomo che aveva viaggiato a Oriente, visto e fatto cose incredibili, conosciuto personaggi straordinari, una volta tornato a casa, a Venezia, partecipò alla guerra contro Genova e venne fatto prigioniero.
 Mentre languiva in carcere dettò le sue memorie ad un altro carcerato, Rustichello da Pisa, ed ecco a voi "Il Milione". Quando uscì continuò i suoi fiorenti commerci.

 Gli iperattivi costretti in casa, se vogliono, possono trovare sfoghi alternativi alla propria iperattività. Un po' d'immaginazione miei cari!


IL CONTE DI MONTECRISTO ossia "la reclusione può insegnare molte cose se sappiamo usarla a nostro vantaggio":

 Posso vantarmi di averlo letto durante l'università, un autunno che mi era salito il trip dei classici francesi. 

Feci fuori la trilogia dei Tre Moschettieri e ingollai anche Il Conte di Montecristo (poi dici che i viaggi in treno non servono, li leggevo pendolando per ore).

 La storia, racconta le vicende del marinaio Edmond Dantès, ingiustamente accusato di essere un bonapartista (siamo durante la restaurazione) e arresato.

 Recluso in una prigione fortezza su un'isola, condannato a una prigionia a vita, lì conosce un altro prigioniero: l'abate Farìa. Con lui termina di scavare un cunicolo per la fuga, si istruisce, viene a conoscenza di un tesoro e ordisce il suo piano di vendetta totale per quando sarà fuori di lì. 

Purtroppo Farìa muore prima della libertà, ma Dantès dopo 14 anni riesce a fuggire. 

 Questa prima parte è quella forse più lenta, c'è poi un totale stacco che inizia con la descrizione di una Roma d'Inizio Ottocento e ci delinea lo stato dell'arte delle vite dei tre uomini che, per diversi motivi, congiurarono contro il povero Dantès.
 Poi d'un tratto, eccolo apparire, irriconoscibile: vampirico a causa della prolungata reclusione, con pelle bianchissima e aria esangue, freddo, calcolatore e in cerca di vendetta tremenda vendetta.
 Per la serie, la reclusione può insegnare molte cose se sappiamo usarla bene.


UNA STANZA TUTTA PER SE' ossia "ma non avevi quella cosa che volevi fare in casa da una vita, ma non trovavi mai il tempo di fare?":

Praticamente ogni casa ed.
ha una sua edizione
 Celeberrimo saggio di Virginia Woolf che spiega le (per l'epoca rivoluzionarie, e anche ora per troppa gente) motivazioni per le quali gli uomini hanno fatto la letteratura ben più delle donne. 

 Non c'entra l'intelligenza e neanche la disposizione d'animo, semplicemente le donne nei secoli sono state volutamente tenute nell'ignoranza, sfruttate come mogli e madri all'interno di una composizione familiare di stampo patriarcale che non concedeva loro nessuna libertà e nessuna realizzazione. 

 Per scrivere, ci dice Virginia Woolf, serve una stanza tutta per sé. Serve concentrazione, tranquillità, istruzione e qualcuno che ti tenga i figli o che faccia i mestieri di casa.

 Le scuole sono chiuse e non tutt* in questo momento possono avere una stanza tutta per sé, ma c'è chi ha figli grandi e chi non ne ha, (e sono parecchi), quindi perché non seguire il consiglio di Virginia e cercare di fare qualcosa di costruttivo in questa stanza tutta per noi con del tempo tutto per noi?


MORAVIA ossia "mi annoio e scrivo un romanzo d'esordio pazzesko e claustrofobico":

Stare chiusi in casa, un po' ad annoiarsi anche, è solo tempo perso? Non proprio. 

 Il giovane Alberto Moravia era un bambino, poi ragazzo, estremamente cagionevole di salute a causa di una tubercolosi ossea. 

 Aveva molto tempo libero che impiegò leggendo tantissimo. 

 L'idea de "Gli indifferenti" gli venne durante la convalescenza in sanatorio a Bressanone ed è, infatti, un romanzo claustrofobico, molto "casalingo" nel senso di chiuso tra quattro mura. 

 Se non siete stati costretti a leggerlo alle superiori come me, può essere un buon momento per recuperarlo. 

Secondo me non è un romanzo che si può capire appieno quando si è molto giovani (un contesto familiare borghese d'antan che va in frantumi non è proprio pane per i denti di un adolescente), ma da adulti, soprattutto se si ha una certa tendenza al conformismo, sì.


LA MONTAGNA INCANTATA ossia "se non ci immedesimiamo in un tizio recluso in un sanatorio ora, quando?":

Non farò la splendida, ancora non l'ho letto. 

Avevo questa esatta edizione qui
 I due grossi tomi che campeggiavano a casa dei miei non invogliavano molto alla lettura, come del resto non la invogliava la trama: il giovane ingegnere tedesco Castorp parte per le alpi svizzere per andare a far visita al cugino Joaquim ivi rinchiuso a causa della tubercolosi.

 Poco prima di ripartire dal sanatorio scopre però di averla contratta anche lui e rimarrà prigioniero della montagna incantata per ben 7 anni, prima in attesa di guarire, poi incapace di ritornare alla vita attiva. 
Nel mentre, una serie di personaggi, intellettuali simbolo della bella époque, sfilano davanti a lui prima di cedere il passo ad un nuovo tempo, tragico e spaventoso.

 Il tempo di leggere un capolavoro del genere non c'è mai (in inverno perché non c'è, in estate perché: dobbiamo proprio metterci a leggere Thomas Mann sotto l'ombrellone??) però adesso potrebbe essere un momento abbastanza incantato: certi libri si gustano di più se le contingenze ci mettono in una particolare disposizione d'animo, e se non ce l'abbiamo ora!


NOVECENTO e BIG FISH:

 Visti i seri problemi attuali delle varie crociere, il mio non è un consiglio di navigazione, ma di sola lettura. 

 Precisamente, una delle opere più conosciute di Baricco: "Novecento". Il famoso monologo sulla vita di Danny Boodman T. D. Lemon favoloso pianista nato, morto e cresciuto su un transatlantico impegnato in continue crociere. 

 La storia di questo pianista, talentuosissimo, ma incapace di affrontare la vastità del mondo circostante andrebbe accompagnato da una storia dal senso opposto, "Big fish" (conosciuto per il film di Tim Burton, ma tratto dall'omonino romanzo di David Wallace), in cui il ragazzo più talentuoso del paese, decide di andare alla scoperta della vita scoprendo che si può essere dei pesci grandi di uno stagno piccolo e al contempo dei piccoli pesci di uno stagno più grande, la scelta sta solo a noi.
 Rimanere a casa può anche darci il tempo per riflettere su quello che stiamo facendo: siamo pesci grossi o piccoli? E cosa vorremmo fare quando finalmente saremo fuori dal tunnel?

E voi avete suggerimenti? Cosa state facendo in queste luuuuunghe giornate? Io domani panifico (ho scoperto che mi piace fare il pane in casa!!) e continuo a fumettar!

"A te e famiglia", Milano ai tempi del Coronavirus. Come trasformare un freddo ufficio forwordabile in una piazza napoletana.

Sono giorni un po' cupi, ma dobbiamo resistere.
 Il morale deve rimanere alto e bisogna trovare i lati ironici della situazione. 
 Ad esempio gli uffici milanesi stanno diventando una succursale di una piazza napoletana. Tutti solo solerti e interessatissimi al prossimo! Interessati in tutti i sensi.
 "A te e famiglia. Milano ai tempi del Coronavirus"!


giovedì 5 marzo 2020

A che bello cafè pure in quarantena 'o sann' fà! Vignette per ironizzare sul coronavirus (realmente avvenute).

Questa vignetta risale a qualche giorno fa. L'ansia era un po' minore, ma la volontà di ironizzare su questo strano momento permane. Resistere resistere resistere tutt* insieme!!
 (Questo fine settimana, due post!)
Forza e coraggio!!


lunedì 2 marzo 2020

La poesia se uno non ce l'ha, non se la può inventare. Una cinerecensione non richiesta di "Gli anni più belli" di Muccino (scusate ma mi ha toccato "C'eravamo tanto amati").

Durante la manciata di giorni di ferie che ho passato a casa, la mia migliore amica mi ha indotto a compiere un gesto da migliore amica: accompagnarla a vedere l'ultimo film di Muccino, "Gli anni più belli".

 Io non è che abbia qualcosa contro Muccino, è che non mi piacciono i film dove la gente urla e ha reazioni scomposte, come se si fosse tutti incapaci di avere reazioni normali. Inoltre, non mi sovviene un solo personaggio femminile mucciniano che non faccia accapponare la pelle per i più svariati motivi.

 In questo caso però, a spingermi a compiere questa recensione, non solo mucciniana, ma cinematografica e non libresca, è il fatto che il film sia sostanzialmente un remake di uno dei miei film preferiti: "C'eravamo tanto amati" di Ettore Scola.

 Perché, chiariamo, non è che ci siano delle citazioni o degli omaggi: il film ha la stessa identica trama, pedissequamente, e cerca persino di fare lo stesso gioco politico allegorico spostato 40 anni in avanti nella storia d'Italia.

 Solo che siccome Muccino non è Scola e non ha né la stessa raffinatezza (guardi i suoi film, per carità girati bene, ma hanno la finezza di un salumiere che ti chiede "Signò sò dù etti, lascio?") né la stessa consapevolezza politica da far sì che il remake gli riesca.

 Faccio un recap per i disgraziati che non abbiano ancora mai visto il film di Scola.

 In "C'eravamo tanto amati", tre ragazzi diventano amici durante la guerra partigiana. 

 Antonio (Nino Manfredi) è un popolano romano che fa il portantino, sempre alle prese con qualche partito di sinistra dello 0,1%, Gianni (Vittorio Gassman) è un lombardo che dopo la guerra si laurea in giurisprudenza e viene a Roma con l'intento di mettere a frutto i suoi studi al servizio dei più deboli e, infine, Nicola (Stefano Satta Flores) è un professore campano che si ritrova a vivere nella capitale dopo aver perso il lavoro ed essere stato lasciato dalla moglie a causa della sua incapacità di leccare il sedere al potente di turno.

 I tre si sono persi di vista, ma Antonio e Gianni si rincontrano per caso e Antonio gli presenta la sua fidanzata, Luciana (Stefania Sandrelli): una giovane aspirante attrice friulana. 

 Luciana lascia Antonio per Gianni il quale sta per incontrare un palazzinaro corrotto che gli cambierà la vita. Non solo ne diventerà l'avvocato, abbandonando i suoi buoni propositi di gioventù, ma ne sposerà la figlia Elide, una ragazza bella e semplice, un po' ignorante che, col passare degli anni, per compiacere il marito, finirà per diventare una tormentata signora borghese presa dai drammi antonionani dell'incomunicabilità.

 Nel frattempo i tre amici continueranno a vedersi. Luciana apparirà e scomparirà dalle loro vite a tratti, incontrata per caso nel bel mezzo della scena di un film in corso nella Roma degli anni d'oro del cinema italiano ("La dolce vita" di Fellini) e, infine, sola con un figlio, disillusa, senza più quella ingenuità e quella luce di speranza negli occhi che l'aveva sempre accompagnata.

 Critica vuole che il film possa leggersi anche come allegoria della politica italiana.

 Luciana sarebbe l'Italia e i tre uomini che le girano più o meno attorno rappresentano le diverse anime politiche del dopoguerra: Antonio è il Pci, volitivo, ma duro e goffo, incapace di compromessi, Gianni rappresenta la borghesia italiana post bellica, partita con le migliori premesse e finita a flirtare con ciò che aveva sempre combattuto e, infine, Nicola rappresenta gli intellettuali incapaci di imprimere una vera direzione al paese, ripiegati su loro stessi e persi in cervellotici ragionamenti.

 Si capisce bene che cercare di affrontare un mostro sacro del genere è impegnativo e, voglio immaginare che Muccino abbia girato il film senza dire apertamente fosse un remake nella speranza di sfuggire al confronto.
 Effettivamente, visto il risultato, le sue eventuali paure potrebbero essere comprensibili, ma ci sono, secondo me, due ragioni specifiche per cui questo film, che avendo una trama collaudata non è un brutto film e mantiene una sua coerenza, non è all'altezza dell'antenato.

Motivo 1: Non puoi fare un film politico se non hai una coscienza politica.

 Io non idea se Muccino una coscienza politica ce l'abbia, se ce l'ha la tiene nascosta e comunque non è il motore delle sue opere. 

 Si nota che nel film ha cercato di mondare la storia di questi tre amici che si incontrano e scontrano con una quarta amica/amante nel mezzo, da eccessivi significati politici buttandola sul significato dell'amicizia.
 Il problema è che a toglierli del tutto, la trama manca di forza e anche di significato, così, per mantenere una coerenza di fondo, si è trovato giocoforza ad inserirli in modo abbastanza randomico.

 Anche in questo caso i protagonisti sono tre: Paolo (Kim Rossi Stuart) professore di lettere sfigatello, in balia di una madre rimasta invalida causa ischemia, e che per la primissima parte del film è un liceale appassionato di uccelli (il che lo vorrebbe prof di scienze ma poi i prof di scienze non possono farti i pipponi morali sulla vita perché i pipponi morali si fanno solo mentre si legge Leopardi);
 Giulio (un Favino che qui recita un po' meh) è il clone del personaggio di Gassman, ma senza che nulla sostenga il suo giovanile anelito morale (il Gianni di Gassman sognava di ricostruire un'Italia nuova dopo la guerra, qua semplicemente Favino scappa da un padre meccanico ignorante e truffaldino) togliendo quindi tensione drammatica al personaggio;
 Riccardo (Santamaria) che stranamente parrebbe far guadagnare senso e umanità a quel Nicola che dei tre era il personaggio più bistrattato da Scola (peccato che il grande dramma della sua vita sia assolutamente bidimensionale: una moglie pazza senza senso che lo pianta dopo due anni di matrimonio portando via il figlio).

 In tutto ciò il ruolo della Sandrelli è affidato a Micaela Ramazzotti nel suo sempre identico ruolo di ninfomane ingenua che sospira molto come se avesse un problema ai polmoni.


Si evince, qui e lì, che Muccino avrebbe cercato di dare alla storia la stessa interpretazione allegorica di Scola: la Ramazzotti, ingenua e pronta a donarsi a tutti, è l'Italia; Kim Rossi Stuart il tristanzuolo professore ligio al dovere, dall'aria malaticcia, che fa sempre la cosa giusta, ma che fondamentalmente è uno sfigato anche se fa i sermoni giusti e condivisibili agli studenti è il Pd;

 Favino è quell'area di centro-destra che aspira al benessere e alla rivalsa economica e sociale che ti fanno passare sopra chiunque, morale personale compresa, salvo trovarti a cinquant'anni che vorresti tornare a quando una morale ce l'avevi (ma intanto hai magnato e magnare ti è piaciuto); 

 Santamaria è (neanche velatamente visto che a un certo punto si candida pure) il Movimento Cinque Stelle: confuso, sconfitto dagli eventi, pieno di rabbia, ma che non sa dove mettere le mani.

 Posso dirvelo, involontariamente, anche attraverso una lettura semplicistica e tagliata con l'accetta,  Muccino mostra l'abisso tra la politica di massa del dopoguerra e quella specie di avanspettacolo confuso e incomprensibile attuale. 

 "C'eravamo tanto amati" era un film struggente, commovente, cinico, nostalgico, verissimo, tutto quello che la società italiana non è più da moltissimo tempo.

 Detta così sembra che il film possa pure filare.

 Il problema è che mentre Scola riusciva a limare tutto in modo poetico, qua sembra di stare al banco del pesce. 

 Come in ogni film mucciniano la gente strilla, corre, ansima, litiga che vorresti menarli te per primo, fa scene madri che Mario Merola chi, e qualsiasi tentativo di tensione emotiva reso dai soli sguardi o da qualche battuta sottile è a dir poco inesistente.

 Forse, e dico forse, questa rivisitazione priva di poesia, avrebbe potuto funzionare un po' meglio se non arrivassimo al problema 2.

Motivo 2: Le donne.

 Muccino regista ha un qualche problema con i personaggi femminili.

 Innanzitutto sembra, in tutti i suoi film, che le donne non siano persone. Sono donne.

 Da questo ne consegue che non hanno mai una personalità bensì caratteristiche tipiche del loro sesso (ovviamente secondo Muccino e svariati altri uomini): isteriche, volubili, possessive, manipolatrici, prive di empatia, profittatrici, traditrici.

 In questo film ci sono numero tre donne: Micaela Ramazzotti, Emma Marrone e Nicoletta Romanoff. 

Tutte incarnano un tipo di donna con cui nessun uomo vorrebbe mai avere a che fare.

 Micaela Ramazzotti, che in teoria sarebbe una co-protagonista, ha la profondità di una pozzanghera. Praticamente fa il suo solito ruolo: l'ingenua ninfomane di cui tutti si approfittano, ma che in fondo non è che faccia molto perché ciò non avvenga. Punto. Non c'è un'evoluzione del personaggio, una profondità, una motivazione, una poesia. 

 Grazie a dio la Ramazzotti è bella e ormai siamo abituati a sapere che fa l'ingenuotta sexy di buoncuore e quello è il suo ruolo, quindi il personaggio è Micaela Ramazzotti nei film di Virzì.

 Emma Marrone invece meriterebbe la coppa Volpi per aver saputo infondere una vaghissima personalità a un personaggio che sembra uscito dall'incubo peggiore di un uomo: una donna che sposi e che dopo due anni ti accusa di non portare la pagnotta a casa perché sei precario (ignoto perché lei non lavori, cioè in "C'eravamo tanto amati" erano gli anni '50, negli anni '90 non è che la cosa sia plausibilissima) e porta via il figlio, ti mette in ginocchio col mantenimento e si comporta da psicopatica per i vent'anni consecutivi. 

 I motivi di tale odio? Ignoti. Uno ha una moglie per quattro anni (quindi neanche a dire un tempo abbastanza lungo per dire che la routine ha consumato l'amore) e da un momento all'altro questa va via di casa senza nessun preavviso. Armi, bagagli, manco denuncia per abbandono del tetto coniugale. Una pazza.

 Nicoletta Romanoff invece fa lei stessa: la figlia altolocata di un uomo di potere. 

 Anche qui. La Elide di "C'eravamo tanto amati" diventa una moglie sì estranea al marito, ma col passare degli anni, col mutare dei tempi, e le viene anche dedicata una scena struggente (il fantasma che parla al marito allo scasso, dove viene portata l'auto sulla quale muore). 

 Qua invece la Romanoff  è una sciuretta che veste Gucci e sposa l'avvocato rampante, poi rimane incinta e basta, finito l'amore finito tutto.
Ma perché? Ma cosa succede?

 E' ovvio che su tu fai un film in cui le donne vengono rappresentate come delle pazze profittatrici e gli uomini sono dei sognatori sconfitti dalla vita (a causa delle pazze profittatrici), il film perde di profondità

 Non puoi sperare di fare un buon film se le donne parlano con frasi talmente fatte che in confronto "The Lady" sembra Brecht.

 Perciò ecco mi sentirei di dire che film in cui si racconta la collettività (e non il gruppo che è un'altra cosa) non sono pane per i denti di Muccino, manco se non deve sforzarsi eccessivamente di inventare la trama.

 La poesia, se uno non ce l'ha, non se la può inventare.

sabato 29 febbraio 2020

Il mio carattere non è fatto per il matrimonio. Cristina di Svezia e le biografie eteronormate. Una calamità di cui non ci rendiamo conto.

 E’ un mystero abbastanza insoluto cosa abbia spinto Veronica Buckley a scrivere la biografia di Cristina di Svezia, un personaggio storico che evidentemente detesta, ma questo libro dedicato a una delle sovrane (ma direi proprio dei sovrani in generale) europee più particolari della storia lascia comunque due interessanti spunti di osservazione per chi ama il genere.

 Spunto 1: Perché si leggono e si scrivono le biografie?

A me personalmente non piacciono in toto i libri di storia. 

 Li trovo, salvo rarissimi casi, abbastanza noiosi, probabilmente perché li ricollego ad altrettante abbastanza noiose lezioni universitarie dove si oscillava pericolosamente tra parti generali che si proponevano di riassumere gli accadimenti di svariati secoli in un solo esame e parti monografiche cercavano il pelo del pelo nell’uovo di questioni note solo a qualche dottorando per ogni continente.

 Le biografie però sono un’eccezione. 
 Qui, al contrario dei soliti libri di storia, gli autori sembrano più propensi a scrivere di questioni accademiche in un sapido modo divulgativo (senza però scadere nel divulgativo for dummies che presuppone si sia tutti una massa di idioti).
Cristina di Svezia

 Insidie diverse però attanagliano il biografo: il desiderio di dare giudizi personali sui personaggi storici di cui stanno parlando, cosa ben diversa da ipotesi su determinati comportamenti. 

 Il biografo deve tenere a bada le sue simpatie e antipatie, i suoi anacronismi, e ricordarsi di tenere la mente bene aperta, soprattutto nel caso in cui il soggetto dello studio non sia a sé vicino nel tempo e nello spazio.

 Di chiunque stiamo parlando, ci dobbiamo ricordare che viveva in taluna epoca, con determinati condizionamenti e che non era una marionetta, ma una persona in carne ed ossa, con pregi e difetti anche assai distanti da noi.

 Sembra scontato, ma posso assicurarvi che se leggerete questo libro, scoprirete che non lo è per nulla visto che la Buckley prova un’evidente antipatia per Cristina di Svezia della quale non fa che sottolineare l’infantilismo e l’immaturità, ponendo in ombra i successi personali (in campo politico nei suoi primi anni da regina, e in campo artistico come collezionista e amante delle arti a Roma) e mettendo in risalto i suoi difetti (una propensione a iniziare con entusiasmo molte cose senza riuscire a portarle a termine e una certa volubilità).

 La Cristina di cui ci parla la Buckley è quasi una macchietta. 

 Una regina per caso, come lo furono per caso tutte le regine dell’età moderna, uniche e ultime eredi donne in dinastie senza maschi, che gettò via questa grande occasione dopo pochi anni di regno effettivo per inseguire personali farneticazioni di una vita da ricca nobildonna nella splendente Europa del sud.

 Ci presenta una donna perennemente alle prese con numerosi debiti (peccato che non le sia mai stato corrisposto quanto pattuito al momento dell’abdicazione, come lo fu invece ai sovrani austro-ungarici che precedettero Francesco Giuseppe) e circondata da personaggi ambigui dei bassifondi e della piccola nobiltà romana.

 Ci sono dei momenti in cui sembra di leggere la storia di una donna con problemi borderline della personalità, derive narcisistiche, della quale chiunque si approfittava, ma grazie al cielo aveva una serie di amici fidati tra i quali un presunto “grande amore” ossia un cardinale che le fu sempre accanto e che per questo si è meritato il bollino di passione, MA senza sesso.

 Se volete sapere come fu che Cristina di Svezia divenne il personaggio vulcanico che ancora adesso Roma ricorda, scordatevi di apprenderlo da questo libro

Saprete in compenso com’era vestita, quanti soldi non le versavano e numerose questioni sull’affitto delle sue case e i suoi domestici.

Spunto 2: Cosa rende un biografo un buon biografo?

 Questa biografia dimostra in modo accecante quali enormi travisamenti possono nascere dal voler ostinatamente leggere le vite altrui secondo i nostri personali codici morali.

 Ragazzi, non ce n’è, Cristina di Svezia era, se non lesbica tout court, almeno bisessuale con una spiccata tendenza lesbica.


Ebba Sparre
 Il suo grande amore fu una nobildonna svedese, la bellissima Ebba Sparre che presentava pubblicamente come "La mia amata compagna di letto" e che non dimenticò mai, neanche quando si trasferì a Roma e alla quale inviò numerose lettere appassionate. Faceva battute senza peli sulla lingua in tutte le corti in cui bazzicò, compresa quella del Papa.


 Più di un testimone dell’epoca che la conobbe parlò di atti contro natura alla sua corte.
  Lei stessa disse che si sarebbe mai sposata perché non poteva accettare che un uomo facesse a lei quello che l’aratro fa con la terra.

  Una delle cause della sua abdicazione fu proprio la sua avversione per il matrimonio un problema non da poco per una regnante che aveva tra i suoi compiti principale generare dei figlioli.

 Ebbene. Nonostante tutto questo sia riportato dalla Buckley, le uniche volte in cui si legge la parola “lesbica” è per elencare gli insulti che Cristina riceveva.

 Non solo, ma la Buckley si ostina in modo assolutamente insensato a negare le inclinazioni evidenti e delle quali Cristina di Svezia non faceva mistero neanche davanti a vescovi e cardinali e persino un giovanissimo re Sole, tacciandole come esagerazioni, provocazioni, e una necessaria conseguenza della sua voglia di essere al centro dell’attenzione oltre che al suo infantilismo.

 Tutte accuse, ve lo dico, che spessissimo, nella propria esistenza, una donna lesbica si sente prima o poi rivolgere, come se il non essere eterosessuale ponesse in una condizione di minorità e di immaturità perenne. 

Cristina di Svezia 
 Per cercare di costruire un'improbabile vita eterosessuale alla sovrana, prima la Buckley insiste su una giovanile storia d'amore col cugino Carlo Gustavo che lei designò successivamente suo erede (e che la Buckley vede come una sorta di principe azzurro vessato dalla volubile cugina, suo eterno rimpianto), poi la vuole innamorata per decenni del cardinal Azzolino, col quale però probabilmente non consumò mai.

 Ora. Cerchiamo di immaginare se il cardinal Azzolino fosse stato una donna: avremmo mai ipotizzato un coinvolgimento amoroso per il solo fatto di essere state grandissime amiche per trent'anni? Ovviamente no.

 Ci troviamo quindi davanti a uno strano ragionamento per il quale avere storie d'amore con componente anche fisica con una donna non rendeva Cristina lesbica, ma avere un amico di lunga data maschio la rendeva di certo eterosessuale.

 Questo strano ottenebramento della Buckley però non appartiene solo a lei.

 Dovete sapere che la povera Cristina di Svezia, una delle due donne che ha il privilegio di essere sepolta nella basilica di san Pietro (l'altra è Matilde di Canossa), è stata riesumata nel 1965 da un gruppo di studiosi svedesi che volevano capire se la regina fosse un ermafrodito (una curiosità per la quale onestamente non credo ci sia bisogno di scomodare un morto).

 La loro idea non si basava come nel caso di altri sovrani, ad esempio Carlo d'Asburgo detto lo stregato, da dubbi fondati su descrizioni fisiche dell'epoca, autopsie o sterilità, ma da prove indiziarie degne del peggior pregiudizio patriarcale.

La tomba di Cristina di Svezia a San Pietro
 Innanzitutto sembra che, quando Cristina nacque, le levatrici annunciarono al re la nascita di un maschio e solo dopo qualche ora ci si accorse che era una femmina, cosa che non dispiacque affatto suo padre, il grande re Gustavo II.

 Si è ipotizzato, ai giorni nostri a un'ipertrofia clitoridea, ma i famosi svedesi che ne disturbarono il sogno eterno erano convinti della loro ipotesi da molti altri comportamenti: la regina amava vestirsi da uomo, detestava passare il tempo ad acconciarsi (anzi, si rasava spesso a zero) e rimirarsi, non sembrava provare particolare attaccamento a vestiti e leziosità varie, adorava andare a cavallo e l'esercizio fisico.

 Inoltre non si sposò mai e non ebbe figli provando nei confronti del matrimonio e della gravidanza un fastidio malcelatissimo.

 Ovviamente, quando scoperchiarono i resti della regina ,scoprirono che era una donna e assolutamente niente avallava la loro ipotesi.

 Ci troviamo quindi davanti a un'esumazione dettata dal pregiudizio: pur di non credere che possa essere esistita una donna diversa dalla norma imposta che, grazie al suo ruolo e al suo potere, ha potuto vivere come voleva lei e non come volevano gli altri si è aperta una tomba.

Ritratto di Cristina di Svezia conservato nel
castello di Bracciano dove fu ospite
 Il libro della Buckley dovrebbe, a mio parere, essere letto da tutti coloro che vorrebbero scrivere la biografia di un personaggio lontano dal proprio sentire.

 E' il caso da manuale di un'interpretazione completamente fraintesa di un'esistenza, in cui niente può tornare se non si capisce la chiave per leggere i comportamenti, le scelte di vita, il pensiero fondante stesso di una vita.

 E' ovvio che sembra inspiegabile l'abdicazione di una regina se la si vuole leggere per forza da un punto di vista che non può tornare.

 Sì, abdicò perché si era convertita al cattolicesimo (ma la sconcertata Buckley non si spiega perché allora non si mostrò mai così devota, anzi), perché Stoccolma era un luogo intellettualmente povero (Cristina di Svezia tentò di migliorare le cose e fece venire a corte persino Cartesio che, infatti, morì a Stoccolma, ma anche qui la cosa viene derubricata a capriccio del momento), perché era una giovane donna vulnerabile alle bellezze del sud Europa (immagino che se fosse stata un uomo si sarebbe lodato invece il suo desiderio di ribellione interiore), ma non si pensa a quanto pesò per lei il desiderio ostinato del non volersi sposare.

 Prima di abdicare, per essere certa che mai l'avrebbero costretta a sposarsi, ci tenne a designare come erede il cugino, ma probabilmente sapeva che non sempre e non per forza avrebbe potuto rifiutarsi, per ragion di stato.
 Disse chiaramente:

"Vi dico ora che mi è impossibile sposarmi. Ne sono assolutamente certa. Non intendo spiegarvene i motivi. Il mio carattere non è fatto per il matrimonio. Ho pregato con fervore Dio affinché la mia inclinazione potesse mutare, ma mi è semplicemente impossibile sposarmi."

 Se si cerca di vedere l'orientamento sessuale di Cristina di Svezia come una cosa seria e non come una pruderie o uno strascico fastidioso d'infantilismo, ecco che le sue decisioni appaiono più chiare: l'abdicazione per sfuggire a un matrimonio col cugino o chi per lui, ma, al contempo, la voglia mai sopita di riprendere il potere durante tutta la sua esistenza (fece un tentativo sia per Napoli che per la Polonia). 

Si comprende il comportamento "eccentrico": il desiderio di non avere una corte di dame laccate, l'insofferenza verso l'unico modo di essere donna del suo tempo. 

 Aveva un carattere probabilmente particolare di suo la regina, a prescindere dalle sue inclinazioni, ma questa cecità irritante, questa sottovalutazione di una componente fondamentale della sua esistenza, lascia basiti e pone un serio problema storiografico.

 Uno dei più famosi adagi sul lesbismo è: "le lesbiche non esistono".

 Nascoste nelle pieghe della storia, mai prese sul serio, derise, ridimensionate, infantilizzate, sono state sapientemente cancellate dalla memoria. Solo qui e lì, qualcuna spunta, in modo quasi casuale, come se ci si fosse dimenticati di passare un colpo di spugna.

 Cristina di Svezia fu un personaggio importante della sua epoca, pieno di pregi e pieno di difetti, come tanti grandi personaggi. 

 Di certo meriterebbe letteratura migliore di questa biografia intrisa di giudizio morale e pregiudizio, di sospiri insensati per il cugino che tanto voleva sposarla e il cardinale che stava dietro ai suoi capricci. 

 Meriterebbe non un'agiografia, ma almeno una biografia non eteronormata, meriterebbe di essere vista per quel che ha dimostrato di essere: una donna che ha avuto il coraggio di vivere la vita che voleva e che nessuno è mai riuscito a costringere a compiere qualcosa contro la sua volontà.

 Non ci riescono molte persone nel 2020, immaginiamo la forza di volontà che le è servita nel 1600.

 A meglio rileggerci, cara sorella!

(Un capitolo contenuto in "Regine per caso" le rende più giustizia e parla anche di questa difficoltà da parte degli storici nel leggere la vita di Cristina di Svezia senza pregiudizio).

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