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martedì 17 dicembre 2024

I consigli del Natale 2024! Ereditiere svizzere, fake news storiche, ambientalismo, Susan Sontag e Sylvia Plath, pittrici nella capitale, orsi pignoli, ricette favolose e minacce lavanda!

 Padre l’altro giorno mi ha rimproverata perché non curavo più il blog.

Ma come, ce l’hai da tutti questi anni e adesso lo lasci andare così.

 A prescindere dal suo sempiterno ruolo genitoriale, in fondo ha ragione, quest’anno è stato proprio un anno di magra scrittoria e il prossimo, da un certo punto di vista non sarà, temo, migliore perché (poi vi racconterò quando avrò fatto almeno la metà degli esami e la fine mi sembrerà meno lontana e io sarò meno infuriata) ho dovuto iscrivermi ad una scuola di specializzazione universitaria (no, non faccio l’insegnante, è sempre per archivisti).

 Quindi insomma il tempo è quello che è, e tra lavoro principale, lavoretti collaterali, perché ormai la vita costa talmente tanto che il lavoro principale non basta più da solo, e università, i momenti da dedicare al diletto sono davvero molto pochi.

 Ma sogno sempre che le cose migliorino, che questo periodo geopolitico ed economico orrendo prima o poi finisca e che si riesca a passare il tempo a fare qualcosa che piace, come scrivere, leggere e disegnare, senza che il lavoro e le ansie fagocitino ogni pezzetto delle nostre non sempiterne vite.

 Comunque, ho voluto, quale atto di riappropriazione rivoluzionaria del proprio tempo, riuscire a scrivere un post di consigli natalizi.

Come ogni anno mi sembra di non avere nulla da consigliare e come ogni anno ho titoli per almeno due post. Intanto godiamoci questo, magari riesco a trovare il tempo per il secondo prima della vigilia di Natale (altrimenti, comunque, c’è sempre la Befana).

Buona lettura!


LYDIA, L’ULTIMA DEGLI ESCHER di Lukas Hartmann, Armando Dado ed.:


Natale, tempo di Mitteleuropa. La principessa Sissi, le usanze chiaramente nordeuropee che a Roma fanno un attimo sorridere (gli abeti finto innevati con 15 gradi fuori dalla finestra), il Ciobar con la panna che fa tanto caffè viennese in our dreams e altre minuzie cospirano per condurre la mia mente verso libri da impero austroungarico.

 Quest’anno la palma spetta a “Lydia, l’ultima degli Escher” la biografia di una ricca ereditiera ottocentesca che, agli occhi di una donna contemporanea, grida vendetta.

 Cosa spinge la donna più ricca della svizzera, unica erede di un impero ferroviario, a non sfruttare la propria libertà, ma a sposare il tipico tizio che tuo padre non voleva sposassi e hai invece sposato letteralmente pochi giorni dopo la sua morte?

 La risposta dovrebbe essere: un grande amore. Ma non sembra essere così visto che poco dopo si è perdutamente innamorata di un pittore. Quindi boh, autosabotaggio? Di sicuro questo libro potrebbe contenere la risposta.

“Ritratto di signora”, ma reale. Una biografia per tornare a quel periodo storico al limitare tra due mondi, come il nostro.



ROMA PITTRICE. Artiste al lavoro tra XVI e XIX secolo, a cura di Ilaria Marielli Mariani, Raffaella Morselli, Officina Libraria ed.:

Avete presente il tipico “regalo per un medico” che immancabile arriva come richiesta in libreria tutti gli anni?

 Ebbene, per quest’anno ho finalmente un consiglio convincente!

Ovviamente non è solo per un medico, è un regalo un po’ più importante per una persona “con cui fare bella figura” che, per inciso, potrebbe anche essere vostra madre.

Si tratta del catalogo della mostra “Roma pittrice” attualmente in svolgimento al Museo di Roma a, sì, Roma.

Non è “una mostra sulle pittrici donne” come se stessimo parlando di rarità floreali della Papua Nuova Guinea, ma una mostra estremamente ricca sulle artiste attive nella capitale tra ‘500 e ‘800.

Sono TANTISSIME. E dove stavano?

 Principalmente in collezioni private e nei magazzini delle opere non esposte di musei, pinacoteche e quant’altro. Quindi, insomma, come al solito non è che le donne prima del 1968 stavano chiuse in casa, semplicemente la memoria le ha occultate, perché ricordiamocelo car* miei, da un certo punto di vista la memoria è sempre un esercizio di potere.

Nel catalogo, bello corposo, troverete un interessante saggio introduttivo, le opere esposte e anche le biografie delle autrici, una vera chicca perché di molte allo stato attuale si sa molto poco e si è dovuto scartabellare negli archivi (suggerimento: storic* scartabellate un po’ di più) per trovare delle informazioni.

Regalatevelo, o fatevelo regalare. Ah, ovviamente non dimenticatevi dei medici, apprezzeranno.


OPS!ABBIAMO UN PROBLEMA di Jacob Grant, Lapis Edizioni:

Chiaro segno del mio invecchiamento: alcuni libri per bambin* mi commuovono.

 Io non ho nessun particolare trasporto per i libri per bambin* (neanche per i bambin* devo dire), ma ultimamente, vuoi che sto invecchiando un po’ pure io, vuoi che i figli e le figlie delle mie amiche mi stanno facendo riavvicinare involontariamente al mondo degli infanti, qualcosa sta cambiando.

Questo illustrato ne è la prova. 

 Si tratta della storia di un orso molto pignolo (che mi ricorda caratterialmente un po’ Dolcemetà) fissato con ordine e pulizia. 

 Un giorno si trasferisce in una nuova casa con la sua fida orsetta di pezza MA qualcosa non va e l’orso inizia a rovistare ovunque finché diventa chiaro che l’inflessibilità alla lunga può fare seri danni, anche alle persone a cui vogliamo più bene.

Un libro che forse dovrebbero leggere molti adulti.


SONTAG. UNA VITA di Moser Benjamin ed. Bur:

 Per troppi anni Susan Sontag è stata messa da parte. Ricordo che quando Dolcemetà scriveva la tesi, ci mettemmo davvero troppo a recuperare da qualche parte le sue “Note sul camp” e che dei suoi testi in generale, in circolo, non si trovava davvero nulla.

Finalmente, in nome dei corsi e ricorsi storici, Sontag sta tornando in libreria e questo Natale è uscita anche questa sua corposa biografia che attinge anche ai suoi archivi personali.

Il prezzo, come quello dei libri in generale, è veramente alto (32 euro), ma almeno sono 700 pagine quindi ciccia da leggere ce n’è.

Sì lo so: la carta, i diritti, i traduttori, i distributori. So benissimo che costa tutto. Ma non è che siccome lo so, il mio stipendio e quello di tutti gli altri sì alza, quindi se qua non si fa qualcosa i libri rimarranno sugli scaffali, pure quelli belli.

Intanto approfittate della tredicesima, vostra e degli altri, e fatevelo regalare.


QUANTO LONTANO SIAMO GIUNTI. Lettere alla madre di Sylvia Plath ed. Guanda:

Lessi questo libro una quindicina di anni fa, in una vecchissima edizione posseduta dalla biblioteca di Bergamo e all’epoca mi piacque tantissimo.

 Sono le lettere che Plath scrisse alla madre e che restituiscono assai più dei diari un’immagine reale della poetessa. I diari infatti sono stati manipolati, tagliati, aggiustati e dio solo sa che altro dal marito, Ted Hughes, che usò la scusa del “non voglio turbare i miei figli”. Il sospetto, visto il suicidio di Plath e della successiva compagna di Hughes, è che lui non facesse questa grandissima figura.

 Com’è e come non è, almeno queste lettere tra le sue grinfie non sono finite e sono vive, vivaci, dubbiose, arrabbiate, entusiaste, tristi.

 Sono lo spaccato di vita di una ragazza ricca di talento, con poche risorse economiche, tante aspirazioni e molte ansie per il futuro.  Lettere personali nel senso più completo del termine, che restituiscono un ritratto di persona reale e senza filtri.

Regalo idealissimo per grandi lettrici e grandi lettori.


IL CAPANNO DI ASH di Suzy Wang, Bao Publishing:

Suzy Wang è un’autrice che amo moltissimo. Ha quella capacità, estremamente difficile da coltivare e secondo me frutto di un talento naturale (con buona pace di chi pensa che la propensione naturale non esiste perché secondo me, invece, esiste eccome) per le sfumature. 

 Le sue graphic novel, dal tratto che ricorda i fumetti giapponesi old style e si rileggono con piacere più e più volte di seguito e ogni volta si scoprono particolari nuovi, considerazioni nuove, dettagli che a una prima occhiata erano sfuggiti.

“Ash” è un libro bellissimo che racconta tante cose insieme senza nominarne esplicitamente nessuna.

È una cosa che apprezzo particolarmente nell’epoca dei “romanzi a tesi”: devo dimostrare una cosa e te la devo dimostrare così esplicitamente che devo dirtela a lettere cubitale e ripetertela 50 volte senza lasciarti immaginare o ragionare. La morte, insomma, dell’astrazione.

In questo libro invece si mescolano tante cose: riflessioni sull’identità di genere, ambientalismo, solitudine, interdipendenza dell’umanità con la natura e interdipendenza del singolo con la collettività. Ho amato in particolar modo quest’ultimo tema perché se c’è una cosa che sto iniziando a non sopportare più è la gente che inneggia allo starsene soli in casa con loro stessi perché tutti gli altri sono una delusione.

Posto che anche io evito volentieri tanta gente, è abbastanza ovvio che il rapporto con l’altro necessiti di fatica, impegno, gestione del conflitto e opinioni divergenti. Avere un rapporto con gli altri è faticoso, ma è anche indispensabile per vivere in modo più ricco la propria vita.

(E no, le esperienze di vita negative che abbiamo tutt* non mi faranno cambiare idea).

È questo un po’ il cuore di questo romanzo, dove un* ragazzin* che si sente poco compreso dai genitori che derubricano a “una fase” il suo bisogno di affermare la propria identità di genere, il suo ambientalismo e il rifiuto di alcune consuetudini viste come segno di maturità (la patente) decide di partire alla ricerca del capanno nel bosco del nonno defunto.

Lui sa che questo mitico capanno esiste tra le montagne boscose attorno al vecchio ranch di famiglia e si attrezza per ritrovarlo durante le vacanze estive dagli zii. Riuscirà nel suo intento e partirà per lui un periodo di solitudine selvaggia assieme al suo amato cane, in una profonda connessione con la natura.

Sembrerebbe il paradiso, invece con sua enorme sorpresa scoprirà che l’essere umano è, fino in fondo, un animale sociale e l’isolamento non salva noi stess* e neanche il pianeta.

Bellissimo. Consigliato dai 10 ai 110 anni.


IL RICETTARIO DEI FRATELLI GRIMM di Robert Tuesley Anderson, Guido Tommasi Editore:

 In un mondo in cui è sempre estate, mi sono appassionata a un trend di Instagram in cui si propongono le ricette dei romanzi fantasy d’impianto medievale.

 

 Dato che nell’idea del medioevo è sempre inverno, è tutto un tripudio di salse, stinchi di maiale grassi che più grassi non si può, contorni di mele bagnate nella sugna, alcolici ricolmi di erbe aromatiche e torte frollose che possono essere ripiene di mele speziate o maiale frollato chi lo sa.

 Ho il sospetto che siano piatti più belli a vedersi che buoni a mangiarsi, ma quando se non a Natale è bello navigare nell’eccesso alimentare?

“Il ricettario dei fratelli Grimm” propone ricette ispirate e nominate nelle fiabe dei fratelli tedeschi che, andando a memoria, non pasteggiavano a pasta con le vongole.

 Sì, certo, nelle fiabe si mangiavano anche bambini, ma ho idea che ci troveremo davanti a una versione woke. Maledetto politicamente corretto che occulta il sano cannibalismo.


LA MINACCIA COLOR LAVANDA di Irene Villa ed. Ets:

 Quanti libri Lgbt ci sono in giro (finalmente) da qualche anno a questa parte? Tanti davvero tanti.

Quanti di questi libri, effettivamente si occupano della prima lettera dell’acronimo alias la L alias le lesbiche e il lesbismo in generale? Pochi davvero pochi.

 È ancora, se non difficile sicuramente più raro, trovare fumetti, romanzi e saggi che raccontino e parlino del lesbismo, di fatto confermando uno dei più grossi problemi della comunità che noi lesbiche letteralmente ci portiamo in ogni dove: l’invisibilità.

 Questo libro di Irene Villa, frutto della sua ricerca di dottorato a Verona, parla del lesbismo nella teoria femminista e nel mondo queer. Finalmente un contributo teorico serio, ragionato, contemporaneo e, posso assicurarvi, molto scorrevole da leggere sul lesbismo.

 Se infatti prima avevamo solo il problema dell’invisibilità, adesso abbiamo anche il problema della sineddoche, quella simpatica forma retorica per cui si nomina una parte e si intende il tutto.

Ossia si pensa che alcune derive terf appartengano a tutte e non solo ad alcune.

Quindi bene che finalmente vengano pubblicati nuovi studi che portino aria fresca, nuove voci, un più variegato pensiero critico e mostrino che siamo esattamente come tutti gli esseri umani: pensiamo e ragioniamo in modo diverso anche condividendo uno stesso orientamento sessuale.


STORIE FALSE di Michel Pretalli e Giovanni Zagni, Mimesis ed.:

La storia è maestra?

Mica tanto. Come ci insegna essa stessa, in un’interessante contraddizione, come umanità abbiamo una certa coazione a ripetere gli stessi errori.

 Le fake news, le bufale, le truffe, la ciarlataneria e qualsiasi declinazione possibile del tema e del termine ci inseguono sin dagli albori della storia e ciclicamente, con una facilità impressionante, ci cadiamo. O almeno ci cade una buona parte della popolazione con rischi che vanno da una personale perdita di denaro a una guerra mondiale con milioni di morti.

“Storie false” mette insieme alcune delle bufale più conosciute, alcune in grado di cambiare (sempre in peggio, non vi preoccupate) il corso della storia.

Del resto, a giudicare dalle immagini AI che girano su fb in cui teneri agricoltori, bambini con torte e vecchine adorabili chiedono di essere solo salutati perché “nessuno lo fa”, scatenando selve di commenti entusiasti, è già un miracolo che la società non sia ancora collassata.

Pare sia un libro divertente. Immagino che potremmo rientrare nel black humor.

Da regalare al parente complottaro, per non vederlo mai più a pranzo di Natale.

lunedì 18 marzo 2019

Ogni adolescenza coincide con la guerra. "Trottole" di Tillie Walden e la nostra incredulità davanti alle nostre capacità di sopravvivere al mondo

 Capita a tutti di pensare, più o meno spesso, man mano che l'età adulta avanza, che, in qualche modo, essere sopravvissuti alla nostra infanzia prima e alla nostra adolescenza poi, abbia avuto del miracoloso.
 In quanti e tali modi più o meno stupidi o più o meno gravi avremmo potuto perire, ci rendiamo conto con orrore non appena un bambino, figlio, nipote, figlio di amici, perfetto sconosciuto, ci capita (e ci sfugge correndo verso qualsiasi cosa possa procuragli ferite o peggio) per le mani.

 Cadendo da un'altalena, correndo troppo veloce, arrampicandoci su un albero, sbagliando un sentiero durante una gita, dopo aver mangiato troppo, per un'amicizia sbagliata, per aver deciso di andare in macchina con una certa amica una certa sera, per aver fatto una stupidaggine in gita scolastica, per essere caduto dalle scale, per aver ingoiato troppo in fretta qualcosa, per aver infilato le famose dita nella presa della corrente, per una qualsiasi malattia esantematica (prima dell'obbligo vaccinale), per tutto.

 Non che da adulti il rischio si contenga, se possibile, probabilmente aumenta. 
 Ma quello che s'impara con dolore e fatica durante l'adolescenza per la prima volta è la possibilità che un evento inevitabilmente dannoso o mortale avvenga.

 Prima, a scanso di tragiche vite, viviamo una sorta di moratoria del pericolo. 

Non lo percepiamo eppur, la stragrande maggioranza di noi, inconsultamente sopravvive.
 A distanza di anni, se questo è avvenuto, potremmo però valutare che i casi possano essere tre:

1) Il mondo non è un posto così pericoloso come finisce per apparirci quando, verso i quarant'anni arranchiamo molto disillusi e costantemente in pena per il futuro.
2) Siamo più propensi alla sopravvivenza di quel che pensiamo.
3) Un mix di entrambe le cose.

Tuttavia credo sia doveroso ammettere che una certa casualità nel modo in cui impariamo a sopravvivere sia dolorosamente inevitabile. 

 Possiamo fare di tutto per proteggerci e possiamo far molto, possono fare molto i nostri genitori, ma non usciremo mai indenni dalle nostre adolescenze. Incontreremo sempre qualcuno che ci ferirà pesantemente, persone che ci prenderanno di mira, avremo periodi difficili a scuola, insegnanti che non ci comprenderanno, genitori che ci opprimeranno, personaggi che ci renderanno bersaglio o ci molesteranno. Accadrà, con sfumature più o meno gravi, ma accadrà.

 Sì, qualcuno può essere stato più fortunato e aver prolungato questo suo grado di spensierate fortune adolescenziali oltre la soglia massima, ma arriva sempre un momento in cui anche chi non ha mai perduto, improvvisamente, perde e cade.

 Ho letto nei mesi scorsi una straordinaria graphic novel che riassume un po' questo confuso pensare: si tratta di "Trottole" di Tillie Walden, vincitrice del premio Eisner.

 L'autrice ha 22 anni. 22. Ed è una di quelle persone baciate dalla grazia.

 Prima dell'inoltrarsi nel periglioso percorso dell'età adulta, ci sono una manciata di anni in cui viviamo una sorta di strano momento di chiaroveggenza: tutto è perfettamente trasparente.

  Riusciamo a vedere il nostro presente con una chiarezza sconcertante. Tutto ci appare ovvio e al contempo risolvibile. Non esiste il concetto di "E' così e le cose non possono essere cambiate". Noi, ci diciamo, saremo le persone che porteranno una cambiamento nel mondo, come una luce spettacolare che divorerà tutto.

 Tillie Walden ha preso questo stato di grazia e invece di applicarlo al presente, lo ha rivolto verso il suo recentissimo passato di campioncina di pattinaggio sul ghiaccio.

 La Walden dice sinceramente nel finale che la sua intenzione iniziale era quella di raccontare il delirio dietro al mondo del pattinaggio artistico, fatto di madri pazze che invece di farsi una vita caricano le figlie di aspettative di rivalsa sociale, di cattiverie, di allenamenti in enormi centri commerciali nel bel mezzo del Texas e di tutto ciò che finisce per rendere uno sport scintillante, un incubo competitivo.

 Quel che invece, con stupore autentico, la Walden scopre di essere riuscita a fare è parlare della sua preadolescenza e adolescenza con una precisione e una consapevolezza incredibile, ancora non offuscata dal revisionismo storico dell'età adulta.

 La vita di Tillie Walden è normalissima. Le accadono una serie di cose che potrebbero accadere a tutti: pratica uno sport a livello agonistico, verso i dieci anni si trasferisce in un nuovo posto con tutte le conseguenze del caso (nuovi amici, nuova scuola, nuovo tutto), durante l'adolescenza scopre che capire che razza di persona noi siamo davvero non è poi così facile.

 Al contrario di molti che preferiscono beatamente rimandare il problema ignorandolo a oltranza fino a un'età tarda che genera solo rimpianti per non averci pensato prima, Tillie si incaponisce su questo punto: chi sono io?

 E questa domanda si lega indissolubilmente al pattinaggio o, almeno, lei è convinta per anni che sia così. 

E' una campioncina e vince, ma non è ABBASTANZA brava per essere LA campionessa, perciò si domanda: perché non riesco a smettere?

 La risposta è semplice ed è la stessa per chiunque non riesca ad abbandonare qualcosa che lo ha definito per un'intera esistenza: se abbandono il centro dei miei pensieri, interessi e sforzi, cosa rimarrà infine di me?

 Attorno a questo arrovellarsi imperioso non si affastellano sorrisi da film preconfezionati o da libri adolescenziali rassicuranti. Non appaiono insegnanti che ti risolvono la vita o amici che ti salvano, accade invece quel che accade nella vita: cose belle e cose brutte. 
A entrambe sopravviviamo.

 Tuttavia, se le cose belle ci danno quella spinta per dire che tutto ciò che ci perseguita prima o poi avrà una fine, le cose brutte insegnano che possiamo sopravvivere a molte più cose di quel che pensiamo.

 Non è una frase consolatoria, anzi, è la constatazione dell'età adulta: sopravviviamo perché siamo più forti di un mondo che comunque sa essere molto cattivo.

 Così Tillie scopre che le piacciono le ragazze, scopre che la sua famiglia non è molto d'accordo, scopre che non tutte le persone che crediamo amiche lo sono sul serio, di solito sono solo conoscenti che non vogliono avere davvero a che fare coi nostri problemi.
 Scopre che accadono incidenti stradali dall'esito fortunatissimo e ripetizioni scolastiche all'apparenza innocue che finiscono in molestie di cui nessuno saprà mai niente (almeno finché non scriverai una meravigliosa graphic novel).

 Scopre che come cantavano gli Allegri Ragazzi Morti "Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa o che sia vera".

 Eravamo così giovani, pensiamo davanti alla graphic novel di Tillie Waldem, così incoscienti, così confusi, così fiduciosi.

  Poi siamo sopravvissuti alla nostra adolescenza e abbiamo iniziato a chiederci come abbiamo fatto.


sabato 17 novembre 2018

Tutto iniziò con un MacGuffin. "Disobbedienza" di Naomi Alderman e quel grande conflitto tra ciò che desideriamo e ciò che vogliamo davvero.

 Alfred Hitchcock inventò un meraviglioso stratagemma narrativo (o forse più che inventarlo gli diede un nome e quindi una sostanza) dal nome MacGuffin.

 E' abbastanza celeberrimo da non aver bisogno di spiegazioni, ma, in brevissimo, si tratta di un espediente narrativo che serve per dare il via a una trama, ma che poi, nel corso della stessa, diventa assolutamente secondario, per poi, in alcuni casi, svanire del tutto. 

 Un esempio formidabile è quello di "Quarto potere", una trama in cui sembra importantissimo scoprire cosa voglia dire l'ultima parola pronunciata in punto di morte dal protagonista, il magnate Charles Foster Kane, per poi scoprire, sul finale, che, ai fini del racconto era sostanzialmente inutile.

 Un altro celebre esempio è l'utilizzo che ne fa Hitchcock in persona in "Psycho": una giovane donna che noi siamo portati a credere la protagonista della storia, ruba 40.000 dollari e scappa in macchina per poi fermarsi a dormire in un motel sperduto.

  Fino al celebre omicidio nella doccia siamo estremamente convinti che la trama ruoti intorno a questo furto, Hitchcock ci porta a crederlo dando particolare enfasi a tutta la fuga e ai soldi, per poi spiazzarci ammazzando quella che è la protagonista fino a quel momento e cambiando completamente registro.

 Perché vi racconto queste cose che peraltro saprete già?

 Perché "Disobbedienza" è un libro col MacGuffin.

 Inizi pensando che tutto ruoti attorno a una determinata questione, ma arrivi alla fine rendendoti conto che si trattava solo del fattore scatenante.

 La storia prende le mosse dalla morte di un veneratissimo rabbino ultraortodosso del quartiere di Hendon a Londra.

 La sua unica figlia, Ronit, da tempo trasferitasi negli Stati Uniti dove lavora come analista finanziaria, accoglie la notizia con un certo sgomento e non solo perché il defunto in questione è suo padre.

  Il problema di Ronit è che non torna da anni a Hendon e aveva rapporti quasi nulli col suo genitore a causa di un problema non risolvibile: è lesbica (in realtà, sembra, bisex) ed essere la figlia lesbica di un venerato rabbino ultraortodosso è un problema di un certo livello.

 Decide comunque di tornare a Londra per i funerali così chiede le ferie a lavoro (e gliele accordano perché è l'ex amante del suo capo) e svanisce per un mese non sapendo bene cosa le accadrà quando la sua ex comunità la vedrà arrivare.

 Non è però l'unica ad avere problemi. 

 Alla morte del rabbino, suo nipote Dovid è il prescelto per la successione, ma Dovid è un personaggio molto particolare: assalito da continue emicranie fortissime che forse, non si capisce bene, gli consentono di vedere l'aura delle persone, viene considerato un debole e un remissivo, inoltre è dotato di una moglie un po' strana e poco amata, Esti.

 Ora, il grande MacGuffin della trama è pensare che tutto si concentri sul fatto che Ronit ed Esti da ragazze hanno avuto una relazione che poi è terminata quando Ronit è andata a studiare altrove.

 In realtà la trama prende questo evento e lo fa diventare altro.

Hanno anche tratto un film dal libro. Onestamente non so immaginare come
possa non essere una palla devastante visto che il libro è assai poco visivo e
molto molto cerebrale. Succede così poco all'esterno e così tanto all'interno
dei personaggi che boh. Non credo andrò a vederlo.
 Ad un certo punto non c'interessa davvero sapere se Ronit ed Esti in qualche confuso modo torneranno insieme (e in verità, devo dire, la Alderman non gioca neanche molto su questa possibilità visto che solo una delle due è rimasta idealmente fedele a quell'antico amore), ma come Ronit, Dovid ed Esti interagiranno tra loro e quali decisioni prenderanno sulla loro vita.

 Il punto centrale di "Disobbedienza" infatti è un altro: la grande scissione che si può arrivare a provare quando ciò che si desidera non è anche ciò che si vuole.

 Attenzione, non è un gioco di parole raffinato, ma proprio una cosa diversa.

 Quando si desidera qualcosa non sappiamo se siamo davvero  disposti anche ad attuare qualche piano per volerla e ottenerla.

  Il desiderio non è per forza un atto dinamico, può rimanere qualcosa di imploso e conservare la sua potenza solamente se non si esaudirà mai.

 Il vecchio detto che recita "Bisogna stare attenti a ciò che si desidera perché si potrebbe ottenerlo" dice la verità: desiderare qualcosa non vuol dire volerla ottenere.

 Il più grosso problema arriva quando la vita che si desidera e la vita che poi realmente si vuole entrano in conflitto.

 Può succedere ed è quello che succede non a Ronit, ma a Dovid ed Esti.

 Nel momento in cui, da ragazza, Ronit, molto volitiva e ribelle da sempre, capisce che una comunità religiosa ultraortodossa tarpa le sue ali e le impedisce di vivere il proprio orientamento sessuale, non ci pensa due volte, dice ciao a tutti e se ne va senza eccessivi rimpianti.

 Le manca pochissimo di quel mondo, tanto che, l'unica cosa che cerca in casa di suo padre alla sua morte, sono dei vecchi candelabri che le ricordano sua madre, morta quando era molto piccola.

 Per Dovid ed Esti, invece, la situazione è molto più difficile perché entrambi, per motivi differenti, (il primo per via del carattere, la seconda perché lesbica), desidererebbero un destino diverso, ma mantenendo la vita che hanno.

 Dovid ed Esti non soffrono il mondo dell'ebraismo ultraortodosso.
 Per entrambi è rassicurante e piacevole un mondo ordinato che si regge su precetti e disposizioni precisissime, un mondo in cui mischiare carne e formaggio nella stessa pentola è proibito, in cui donne e uomini non possono toccarsi, in cui esiste una comunità che si muove come una sola persona, molto pressante, ma al contempo incredibilmente rassicurante.

 Quel "non sarai mai solo" che fa paura, ma anche dà anche un piacere e un sollievo immenso.

 Tentando di fare un paragone disneyano, non se la sentono di diventare Ariel che abbandona il regno in fondo al mar decidendo di rompere ogni rapporto con famiglia, amici e l'intero mondo sommerso che, fino a quel momento è stata la loro amatissima casa e il luogo in cui sanno vivere, di cui conoscono ogni regola, in cui mai sono estranei.
 Né Dovid né Esti sanno rinunciarci e neanche vogliono, vorrebbero solo fosse consentito loro vivere quella vita lì senza andare in contraddizione con ciò che davvero desiderano: essere lasciato tranquillo e privo di responsabilità il primo, essere felicemente lesbica la seconda.

 L'intuizione più riuscita della trama è non caricare il loro rapporto coniugale di drammaticità.

 Sono un marito e una moglie che in qualche oscuro modo si comprendono perché hanno quel che manca a molte coppie: ossia vivono lo stesso identico problema.

 Quando Ronit, col suo carico di dramma, arriva dall'esterno, i due riescono a compiere una parabola definitiva perché decidono finalmente di fare i conti con loro stessi e a trovare il coraggio per la grande domanda: vorremmo davvero fare come Ronit e abbandonare tutto per vivere come desideriamo? Siamo pronti a tramutare i nostri desideri in volontà?

 Entrambi sanno darsi finalmente una risposta sincera mentre Ronit finirà il suo, parallelo, percorso personale.

 E allora diventa evidente come la storia ormai svanita tra Ronit ed Esti non sia stato che un gigantesco MacGuffin, ma anche i MacGuffin giusti bisogna saperli inventare e la Alderman c'è riuscita.

 Bellissimo, migliore a mio parere di "Ragazze elettriche" che soffriva un po' del fatto di essere, fondamentalmente, un romanzo volto a dimostrare una tesi in un modo un po' troppo sfacciato (la fantascienza sociale bisogna saperla maneggiare).

giovedì 27 aprile 2017

Piccole recensioni tra amici (nel gelo d'aprile)! Casalinghe disperate ne "La ragazza dell'altra riva" di Mitsuyo Kakuta e avvenenti collegiali dalle braccia di panna in "Olivia" di Dorothy Strachey.

 Dopo alcuni giorni dai miei, in cui forse sono arrivata ad avere un'idea che DEVO avere prima dell'inizio dell'estate (scoprirete poi perché), ecco che finalmente sono tornata nelle nordiche lande dove infuria la bufera e si gela.

 Intendiamoci, io sono felicissima faccia più fresco perché detesto il caldo in città e l'idea di avere 30 gradi e passa da aprile a ottobre mi stava atterrendo, ma qui siamo piombati direttamente in novembre.


 Vi giuro che, dopo, accoglierete ogni singola nuvola come una benedizione celeste. Comunque, ecco a voi un "Piccole recensioni tra amici" fresco fresco.
 Si tratta di una novità e di un libro purtroppo fuori commercio che ho trovato all'usato, ma che comunque si reperisce in biblioteca (o appunto all'usato) e spero prima o poi ristampino.

 Sappiate che domani recensione de "I guardiani", il nuovo libro di De Giovanni. 

 Ora basta annunci e let's go!


LA RAGAZZA DELL'ALTRA RIVA di Mitsuyo Kakuta ed. Neri Pozza:

 Ero tutta molto happy per la lettura di questo romanzo che, essendo un Neri Pozza, inconsciamente già collegavo alle opere di Ito Ogawa. Coincidenza o meno, delle opere di Ito Ogawa ha lo stesso stile, gli stessi pregi e gli stessi difetti. Ma andiamo con ordine.

 Trama.

Sayoko è una giovane madre di famiglia  che, malgrado viva nel negli anni 2000 è afflitta dagli stessi identici problemi delle donne italiane degli anni '60: ha un marito che preferisce lei non lavori, una bambina che vorrebbe mandare al nido, ma non riesce perché tutti le dicono che compirà l'insano gesto sarà una madre snaturata, una suocera che la critica sempre e un'insofferenza generalizzata verso il ruolo di moglie e madre perfetta che finisce per causarle un principio di depressione.

 Da varie letture antecedenti, so che la situazione della povera Sayoko non è affatto estrema, ma un problema della condizione femminile in una società molto conservatrice come quella nipponica: una volta che ti sei sposata, resistere ai continui impulsi esterni a diventare la casalinga e la moglie perfetta è impossibile. 

 Se lavori, la maggior parte delle volte è meglio tu smetta, le famiglie sono molto presenti nel ricordarti i tuoi doveri e monitorarti quasi come spie, senza contare che vieni continuamente giudicata da chiunque.

  Succede pure in Italia, ma qui se il vicino di casa si permette di fare osservazioni sul tuo modo di crescere i figli o pulire la casa, lo mandi allegramente a quel paese, lì non è costume e comunque farà la spia a tua madre.

 Molte rinunciano a sposarsi (un altro problema nipponico infatti è il bassissimo tasso di natalità), altre, come Sayoko, si sposano, fanno figli e poi si trovano col peso di una quotidianità che non hanno scelto, addosso.

 Sayoko a un certo punto rinsavisce, anche perché capisce saggiamente che questa sua depressione sta iniziando a danneggiare emotivamente anche la figlia di due anni, così cerca un lavoro e lo trova presso una sorta d'impresa di pulizie gestita da una strana trentenne, Aoi.

 Ecco, la trama prometteva che dal rapporto tra le due sarebbe emerso una sorta di empatico miglioramento delle due donne, entrambe vittime di una società oppressiva. 

In realtà la storia di Aoi scorre narrativamente su un piano completamente diverso.

 Mentre i capitoli in cui Sayoko inizia a lavorare e a uscire dal buco nero post matrimonio in cui si era ficcata raccontano i giorni nostri, la linea narrativa di Aoi descrive la sua difficile adolescenza, segnata da bullismo, un'amicizia morbosa con una compagna di classe e una solitudine sconfinata alla quale sembra involontariamente destinata per il resto della sua vita.

 Ovviamente si dà per scontato che Sayoko vada a colmare questo vuoto, ma il problema è che proprio quando le due iniziano davvero a interagire, il libro finisce. Così nel niente.

 E si rimane con una strana sensazione, quella di aver letto due libri, uno davvero bello e uno insomma. 

 Quello bello è quello che riguarda Aoi, una storia di solitudine adolescenziale che somiglia a quella di molti:  involontarie protagoniste un gioco al massacro in cui altre persone per primeggiare hanno bisogno di sempre nuove vittime sacrificali.

 I segni che rimangono su quelle vittime sacrificali durano a lungo, a seconda di quanto pesante sia stato il gioco e dalle conseguenze che ha avuto. Aoi trova una sua simile, l'amica Nanako, che da punto di riferimento si dimostra molto più fragile di lei e, di colpo, la storia di una meravigliosa amicizia salvifica vira in modo drammatico.

 La storia di Sayoko è interessante all'inizio e irritante alla fine: perché una donna con un marito che non alza una paglia a casa, maschilista e mammone e che evidentemente non ama, una suocera irritante e impicciona, una volta riacquistata l'autostima e l'autonomia non chiede il divorzio?

 Suppongo c'entri molto la variabile culturale, cose che noi occidentali non riusciamo a capire, ma che rende un po' ostico il personaggio di Sayoko, così opaco e insignificante nei confronti della passionale, drammatica Aoi.
 Quindi Aoi vale il libro, Sayoko insomma. Vedete voi.


OLIVIA di Dorothy Strachey ed. Baldini e Castoldi:

 Ho trovato questa piccola fantastica perla in uno di quei Libraccio che vendono tutti i libri usati a 3 euro (prima era a 2, ma vabbeh 3 euro rimane un prezzo accettabile). Devo dire che l'ho scelto dalla copertina, che come potete ammirare dall'immagine non era niente di particolarissimo, ma boh mi aveva attirata.
 Ora, dovete sapere che inizio a sospettare di possedere una sorta di superpotere librario che attira a me tutti i libri a tematica lesbica, tipo calamita, perché, nonostante nulla lo lasciasse presupporre a una prima occhiata, questo si è rivelato il tema principale.

 Mi sono infatti trovata di fronte all'unica (purtroppo) opera di Dorothy Strachey, attiva nel gruppo Bloomsbury, amica di Virginia Woolf  che nell'introduzione di questo libro, (che pubblicò in forma anonima), fa un esplicito coming out.

 La storia di Olivia, giovinetta vittoriana, proveniente da una famiglia tanto ricca quanto atea, tanto morigerata quanto poco dedita alle passioni, ricalca infatti i mesi che la scrittrice passò sedicenne in un collegio francese per completare la sua istruzione.

 Olivia viene infatti spedita dalla famiglia in questa scuola per signorine di buona famiglia gestita da due donne nubili amiche di vecchia data della madre. Tu pensi a due vecchie megere e invece mlle Julie e mlle Cara, sono delle affascinanti giovani donne che, insieme, hanno concepito l'idea di questa scuola.

 La storia, che avrebbe tutti gli ingredienti per rientrare in quelle trame ambigue e sensuali in cui giovinette dalle braccia color panna finiscono per fissare con desiderio altre giovinette dalle braccia color panna e i capelli di seta, (un evergreen che quando è trattato con raffinatezza e mestiere e non appartiene a filmazzi porno a tema lesbico, sa dare ottimi risultati), in realtà si muove su due binari:

1) L'innamoramento, assolutamente non velato e anzi esplicitato con forza dalla protagonista, per mlle Julie per cui si strugge di notte e di cui anela le brevi visite e le attenzioni fuggevoli.

2) Il lesbodramma (dicesi lesbodramma quel modo drammatico in cui tendono a finire molte relazioni lesbiche, trascinandosi tra pianto, stridore di denti, recriminazioni e nuovi amori) che è in atto tra Julie e Cara, anche loro coppia ampiamente esplicita.

 La genialità della trama sta infatti nel distrarti con un abile MacGuffin: Olivia che brama Julie.

 In realtà la Strachey tesse un intreccio sotterraneo che oserei dire giallo: ci sono infatti due nuove amanti a dividere Julie e Cara e una delle due sembra avere secondi fini, non molto nobili e che riguardano la proprietà del collegio.


 E' un gioiello. Non una parola fuori posto, non un capitolo inutile, non una leggerezza e, straordinario per i tempi, neanche un eccesso di "ti faccio capire che qua tutte sono lesbiche, ma evito di dirtelo esplicitamente".
 Le carte sono in tavola e sono ben scoperte.  

Olivia rispecchia il coraggio che la sua autrice, per l'epoca ebbe e di cui da lettori di questa meraviglia non si può non esser grati.

venerdì 19 febbraio 2016

Farsi sul serio un'idea sulle Unioni civili. Non be stupid e leggi se non sai: sei libri per scoprire le mysteriosissime unioni civili e l'ancor più mysteriosa stepchild adoption. Forza, forse tra altri sette secoli ce la faremo anche noi.

 In questi giorni ero carica di belle speranze e ho avuto, come molti, l'ennesima mazzata: le unioni civili sono ancora impantanate nella melma. 
E' meglio se taccio quello che penso di alcuni gruppi politici, però mi rendo conto che giochini di potere a parte (e i giochini di potere sulla vita delle persone sono le cose più disgustose e meschine che si possano fare), la confusione sull'argomento regna sovrana.
 In verità mi rendo anche conto che regna sovrana perché, fondamentalmente, a molte persone non interessa davvero farsi un'opinione sul tema, c'è quella che si dice "l'arroganza dell'ignorante".
 Quando qualche anno fa la Diesel fece una campagna pubblicitaria molto provocatoria, "Be stupid" non stava in fondo pescando nel niente. Adesso la moda è insultare dicendo che sei un signorino, hai la laurea e quindi ti credi meglio di chi ha studiato alla celebre università della vita.
 Quello che mi domando sempre è perchè se questa università della vita è davvero più difficile di quella normale, perché tutti non si impegnino di più a conseguire una laurea nella seconda.
 Comunque, voglio sperare che nella melma indistinta ci sia ancora qualcuno che non ha le idee ben chiare, ma è desideroso di farsele, perciò metto anche qui un post scritto per LezPop qualche giorno fa, ma che ci tengo abbia la massima diffusione sulle regole guida per scegliere i libri sullo, a quanto pare, spinoso argomento delle famiglie omosessuali.

- Che non ho ancora ben capito cosa abbiano di spinoso rispetto alle altre famiglie, considerando che io alle superiori avevo una compagna di classe il cui padre aveva avuto due figli da due donne, sorelle tra loro, creando un cortocircuito di fratelli-cugini -

  Fido che i lettori di questo blog non abbiano bisogno di questo post, ma magari ha parenti e amici che non sarebbe male ne usufruissero.
 Se avete tutti amici e parenti concordi allora mi rassegno a credere che tutta la gente contraria alle unioni sia in parlamento e sulla pagina di Repubblica.it.
 Dunque, se fate una rapida ricerca sui più grandi siti di vendita di libri online noterete un abominio frutto dell'indicizzazione. 
Questa la mia reazione ogni volta davanti all'abominio. Tra
l'altro l'attore che fa Sheldon è gay e sarà d'accordo con me
 Mettendo infatti come parole chiave: diritti-famiglia-omosessuale, vi appariranno accanto a libri di rilievo giuridico, vere e proprie porcherie sulla teoria gender. Ovviamente visto che l'indicizzazione non è manuale, ma frutto di un algoritmo che pesca a seconda di keywords, questi sono i risultati. Abominevoli. Come fare a capirne la bontà? Innanzitutto, non siete esperti e non sapete come regolarvi, potete usare un metodo molto semplice: guardate la casa editrice.
Grosse case editrici, come Mondadori o Feltrinelli o case editrici giuridiche serie non faranno MAI libri sulla questione gender e non perché sia in atto un perfido komplotto della lobby gay, ma perché hanno una loro credibilità. 
 E' ovvio invece che un libro delle edizioni SanPaolo o Fede&Cultura avranno riferimenti ad un universo cattolico che al momento è privo di qualsiasi obiettività (voglio evitare di essere polemica, si vede eh?) nei confronti del tema e difficilmente potrete una visione non di parte della cosa. Che va benissimo se cercate qualcuno che confermi la vostra idea cattolica, ma certo non vi servirà a nulla se state cercando di farvi un'idea ad ampio spettro della questione.
'Sta storia del fantomatico gay che ogni tanto spiega le nostre
usanze tipiche mi fa sempre alieni che rapiscono l'umanoide a
caso per farsi spiegare come va sulla terra
Altro sistema: l'autore. Una cosa che ODIO è quando pescano un omosessuale a caso,
con un alto tasso di omofobia interiorizzata e gli fanno scrivere un libro in cui condannano lo “stile di vita gay” e le unioni omosessuali.  Visto che non siamo una tribù e manco un gruppo etnico con specifiche tradizioni e usanze, pescare un gay dal mucchio ha la stessa autorevolezza del pescare un etero dal gruppo.
Puoi beccare l'eterosessuale più aperto della storia, come il più bigotto. A nessuno verrebbe in mente di usare quello che dice un etero come la voce dell'intera popolazione eterosessuale.
 Per farla breve se sei un etero che va cercando misteriosi meandri antropologici su come ci muoviamo, mangiamo e dormiamo sappi che non esiste. Facciamo le stesse cose che fai tu, perciò no, i libri scritti da gay che non si accettano per motivi personali, non possono definire in nessun modo un gruppo di persone né meriterebbero di essere pubblicati, a mio parere.
Ecco, mi pare che queste linee guida si dovrebbero usare per qualsiasi argomento della terra su cui ci si vuole fare un'idea degna di questo nome. L'autorevolezza delle fonti è l'unica cosa che può salvarci dall'abisso della bufala e della cattiva informazione, e dovrebbe essere un preciso dovere di tutti abbeverarsene copiosamente.
Di seguito i titoli.

"PRESIDENTE LA MIA E' UNA FAMIGLIA" di Rosaria Iardino ed. Alpine Studio.
Non ha senso pescare un omosessuale a caso, ma ha senso documentarsi sui casi.
Cos'è davvero una famiglia arcobaleno? Come nasce? Davvero i gay rubano i bambini dalle culle (e per fortuna non li mangiano come i comunisti)? E che cos'è la famosa stepchild adoption?
Quello che molti non capiscono è che votando a favore della stepchild adoption non si sta improvvisamente dando il via libera a famiglie con genitori same-sex, perché quelle famiglie esistono già! Si stanno solo dando più tutele a quei bambini che già esistono e hanno diritti dimezzati: cosa succede se il genitore biologico muore? Se i due genitori si separano? E come impatta sulla vita quotidiana essere figli di un solo genitore, ma averne due?
Un tempo erano proibite le unioni tra persone bianche e di colore e i figli di tali coppie erano ferocemente attaccati (come è accaduto alla scrittrice Alice Walker, l'autrice de “Il colore viola”, prima persona di colore a contrarre matrimonio con persona di “diversa ascendenza” del Mississipi). Un tempo le ragazze madri e i loro bambini vivevano una vita di ostracismo. Le famiglie arcobaleno sono la grande battaglia di civiltà del nostro tempo.

"L'ABOMINEVOLE DIRITTO" di Gabriele Strazio e Matteo M. Winkler ed. Il Saggiatore:
C'è qualcuno, chiaramente in malafede e chiaramente ignorante, che ogni tre per due, dice che le coppie di fatto già godono di tutti i diritti e non servono altre leggi (rimane misterioso allora perché esista l'istituto matrimoniale), ma è davvero così?
Il Saggiatore ha in catalogo un libro molto completo su quello che davvero le leggi NON prevedono per Gay e Lesbiche, relegandoli a cittadini di serie B. Il libro è un excursus storico a tutto campo sulle discriminazioni subite tramite l'emanazione di legge contro l'omosessualità o pratiche sessuali precipue (la famosa sodomia) in tutto il mondo.
 Il focus è poi sull'Italia, ancora bloccata nella melma creata dalla mancanza di un forte rivendicazione laica delle istituzioni.
 Adesso possiamo aggiungere, creata anche da una forte rivendicazione d'intelligenza da parte dei legislatori.

IL MATRIMONIO OMOSESSUALE E' CONTRO NATURA. FALSO!
 di Nicla Vassallo ed. Laterza:
Il libello di Nicla Vassallo fa parte di una serie di instant book della Laterza che cercano di spiegare in modo semplice, veloce e ragionato le affermazioni dogmatiche del nostro tempo che godono di grande diffusione popolare e di pessime basi teoriche.
 In poche parole, proprio come nel medioevo, molti prendono per buoni slogan senza sapere di cosa stanno parlando (sì, anche io non ho più fiducia nella scuola dell'obbligo).
 La filosofa si prende l'improbo compito di dimostrare che non esistono oggettive e valide motivazioni per opporsi al matrimonio omosessuale se non una: l'eterosessualità come dogma.

"DIRITTO D'AMORE" di Stefano Rodotà ed. Laterza:
Professore di diritto civile alla Sapienza di Roma, coautore della carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, dopo aver scritto “Il diritto di avere dei diritti”, Rodotà si concentra sul valore delle leggi che regolano i rapporti amorosi tra persone.
  Lo fa ad ampio spettro puntando il dito contro un nodo fondamentale: come può il diritto arrogarsi il diritto di definire quale amore è degno di questo nome e quale no? Un'istituzione giuridica può decidere la validità del sentimento degli individuo? E può porvi differenze? Il matrimonio omosessuale sconvolge molti non solo per una questione di omofobia, ma perché va a toccare questioni più complesse, in primis il nostro rapporto nei confronti dell'uguaglianza tra i cittadini e al nostro atteggiamento nei confronti della libertà altrui.

"HELLO DADDY" di Claudio Rossi Marcelli e "LA CONTA DEI GIORNI" di Isabel Allende:
 Ora, io non vorrei turbare le anime belle, ma addirittura un telefilm per ragazzi, "Glee" terminava con la protagonista incinta per aiutare i suoi due migliori amici, sposati e gay. Una ragazza che sta per vincere il più importante premio teatrale del mondo, sposata, raggiante e non una povera schiava lobotomizzata.
  La cosa più triste di tutto il dibattito sulla maternità surrogata, oltre all'orrida strumentalizzazione che ne è stata fatta visto che NON è compreso nel ddl Cirinnà, è aver trattato i padri come gente di passaggio e le madri surrogate come delle dementi.
 Io non capisco perché si debbano imporre le proprie decisioni ad altri, perfettamente coscienti di quello che stanno facendo.
 Dovremmo preoccuparci piuttosto che tutti abbiano la possibilità di scegliere, che nessuno sia sfruttato (e in tutti i campi, anche quello lavorativo che se te ne freghi del bracciante che muore sotto il sole, ma frigni per le madri surrogate dell'altra parte del mondo, Houston abbiamo un problema).  

Visto che tutti si sono dimenticati che la stragrande maggioranza dei famosi uteri in affitto sono in affitto da parte di coppie etero e che la stragrande maggioranza dei bimbi figli di coppie gay sono figli di lesbiche che usano il loro stesso utero, anzi i loro due, per farvi capire come funziona questo tragico affitto vi consiglio due libri.
 "Hello Daddy" in cui Claudio Rossi Marcelli, giornalista di Internazionale, racconta la storia della famiglia costruita col compagno e tre bimbi, e "La somma dei giorni" di Isabel Allende, in cui l'autrice de "La casa degli spiriti" parla dell'amicizia profonda tra suo figlio, la sua nuova compagna sterile e una donna che si propone di essere la loro madre surrogata (si PROPONE e non riesce tra l'altro a rimanere incinta).
 Quello che non si capisce è che non esiste l'assoluto, esistono le persone. Dovremmo ricordarcelo, quando gridiamo slogan scomposti che feriscono come coltelli.

Aggiungo i già recensiti "Figli dell'arcobaleno" di Samuele Cafasso ed. Donzelli e "Il più bel giorno della mia vita" di Sebastiano Mauri.
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