sabato 17 novembre 2018

Tutto iniziò con un MacGuffin. "Disobbedienza" di Naomi Alderman e quel grande conflitto tra ciò che desideriamo e ciò che vogliamo davvero.

 Alfred Hitchcock inventò un meraviglioso stratagemma narrativo (o forse più che inventarlo gli diede un nome e quindi una sostanza) dal nome MacGuffin.

 E' abbastanza celeberrimo da non aver bisogno di spiegazioni, ma, in brevissimo, si tratta di un espediente narrativo che serve per dare il via a una trama, ma che poi, nel corso della stessa, diventa assolutamente secondario, per poi, in alcuni casi, svanire del tutto. 

 Un esempio formidabile è quello di "Quarto potere", una trama in cui sembra importantissimo scoprire cosa voglia dire l'ultima parola pronunciata in punto di morte dal protagonista, il magnate Charles Foster Kane, per poi scoprire, sul finale, che, ai fini del racconto era sostanzialmente inutile.

 Un altro celebre esempio è l'utilizzo che ne fa Hitchcock in persona in "Psycho": una giovane donna che noi siamo portati a credere la protagonista della storia, ruba 40.000 dollari e scappa in macchina per poi fermarsi a dormire in un motel sperduto.

  Fino al celebre omicidio nella doccia siamo estremamente convinti che la trama ruoti intorno a questo furto, Hitchcock ci porta a crederlo dando particolare enfasi a tutta la fuga e ai soldi, per poi spiazzarci ammazzando quella che è la protagonista fino a quel momento e cambiando completamente registro.

 Perché vi racconto queste cose che peraltro saprete già?

 Perché "Disobbedienza" è un libro col MacGuffin.

 Inizi pensando che tutto ruoti attorno a una determinata questione, ma arrivi alla fine rendendoti conto che si trattava solo del fattore scatenante.

 La storia prende le mosse dalla morte di un veneratissimo rabbino ultraortodosso del quartiere di Hendon a Londra.

 La sua unica figlia, Ronit, da tempo trasferitasi negli Stati Uniti dove lavora come analista finanziaria, accoglie la notizia con un certo sgomento e non solo perché il defunto in questione è suo padre.

  Il problema di Ronit è che non torna da anni a Hendon e aveva rapporti quasi nulli col suo genitore a causa di un problema non risolvibile: è lesbica (in realtà, sembra, bisex) ed essere la figlia lesbica di un venerato rabbino ultraortodosso è un problema di un certo livello.

 Decide comunque di tornare a Londra per i funerali così chiede le ferie a lavoro (e gliele accordano perché è l'ex amante del suo capo) e svanisce per un mese non sapendo bene cosa le accadrà quando la sua ex comunità la vedrà arrivare.

 Non è però l'unica ad avere problemi. 

 Alla morte del rabbino, suo nipote Dovid è il prescelto per la successione, ma Dovid è un personaggio molto particolare: assalito da continue emicranie fortissime che forse, non si capisce bene, gli consentono di vedere l'aura delle persone, viene considerato un debole e un remissivo, inoltre è dotato di una moglie un po' strana e poco amata, Esti.

 Ora, il grande MacGuffin della trama è pensare che tutto si concentri sul fatto che Ronit ed Esti da ragazze hanno avuto una relazione che poi è terminata quando Ronit è andata a studiare altrove.

 In realtà la trama prende questo evento e lo fa diventare altro.

Hanno anche tratto un film dal libro. Onestamente non so immaginare come
possa non essere una palla devastante visto che il libro è assai poco visivo e
molto molto cerebrale. Succede così poco all'esterno e così tanto all'interno
dei personaggi che boh. Non credo andrò a vederlo.
 Ad un certo punto non c'interessa davvero sapere se Ronit ed Esti in qualche confuso modo torneranno insieme (e in verità, devo dire, la Alderman non gioca neanche molto su questa possibilità visto che solo una delle due è rimasta idealmente fedele a quell'antico amore), ma come Ronit, Dovid ed Esti interagiranno tra loro e quali decisioni prenderanno sulla loro vita.

 Il punto centrale di "Disobbedienza" infatti è un altro: la grande scissione che si può arrivare a provare quando ciò che si desidera non è anche ciò che si vuole.

 Attenzione, non è un gioco di parole raffinato, ma proprio una cosa diversa.

 Quando si desidera qualcosa non sappiamo se siamo davvero  disposti anche ad attuare qualche piano per volerla e ottenerla.

  Il desiderio non è per forza un atto dinamico, può rimanere qualcosa di imploso e conservare la sua potenza solamente se non si esaudirà mai.

 Il vecchio detto che recita "Bisogna stare attenti a ciò che si desidera perché si potrebbe ottenerlo" dice la verità: desiderare qualcosa non vuol dire volerla ottenere.

 Il più grosso problema arriva quando la vita che si desidera e la vita che poi realmente si vuole entrano in conflitto.

 Può succedere ed è quello che succede non a Ronit, ma a Dovid ed Esti.

 Nel momento in cui, da ragazza, Ronit, molto volitiva e ribelle da sempre, capisce che una comunità religiosa ultraortodossa tarpa le sue ali e le impedisce di vivere il proprio orientamento sessuale, non ci pensa due volte, dice ciao a tutti e se ne va senza eccessivi rimpianti.

 Le manca pochissimo di quel mondo, tanto che, l'unica cosa che cerca in casa di suo padre alla sua morte, sono dei vecchi candelabri che le ricordano sua madre, morta quando era molto piccola.

 Per Dovid ed Esti, invece, la situazione è molto più difficile perché entrambi, per motivi differenti, (il primo per via del carattere, la seconda perché lesbica), desidererebbero un destino diverso, ma mantenendo la vita che hanno.

 Dovid ed Esti non soffrono il mondo dell'ebraismo ultraortodosso.
 Per entrambi è rassicurante e piacevole un mondo ordinato che si regge su precetti e disposizioni precisissime, un mondo in cui mischiare carne e formaggio nella stessa pentola è proibito, in cui donne e uomini non possono toccarsi, in cui esiste una comunità che si muove come una sola persona, molto pressante, ma al contempo incredibilmente rassicurante.

 Quel "non sarai mai solo" che fa paura, ma anche dà anche un piacere e un sollievo immenso.

 Tentando di fare un paragone disneyano, non se la sentono di diventare Ariel che abbandona il regno in fondo al mar decidendo di rompere ogni rapporto con famiglia, amici e l'intero mondo sommerso che, fino a quel momento è stata la loro amatissima casa e il luogo in cui sanno vivere, di cui conoscono ogni regola, in cui mai sono estranei.
 Né Dovid né Esti sanno rinunciarci e neanche vogliono, vorrebbero solo fosse consentito loro vivere quella vita lì senza andare in contraddizione con ciò che davvero desiderano: essere lasciato tranquillo e privo di responsabilità il primo, essere felicemente lesbica la seconda.

 L'intuizione più riuscita della trama è non caricare il loro rapporto coniugale di drammaticità.

 Sono un marito e una moglie che in qualche oscuro modo si comprendono perché hanno quel che manca a molte coppie: ossia vivono lo stesso identico problema.

 Quando Ronit, col suo carico di dramma, arriva dall'esterno, i due riescono a compiere una parabola definitiva perché decidono finalmente di fare i conti con loro stessi e a trovare il coraggio per la grande domanda: vorremmo davvero fare come Ronit e abbandonare tutto per vivere come desideriamo? Siamo pronti a tramutare i nostri desideri in volontà?

 Entrambi sanno darsi finalmente una risposta sincera mentre Ronit finirà il suo, parallelo, percorso personale.

 E allora diventa evidente come la storia ormai svanita tra Ronit ed Esti non sia stato che un gigantesco MacGuffin, ma anche i MacGuffin giusti bisogna saperli inventare e la Alderman c'è riuscita.

 Bellissimo, migliore a mio parere di "Ragazze elettriche" che soffriva un po' del fatto di essere, fondamentalmente, un romanzo volto a dimostrare una tesi in un modo un po' troppo sfacciato (la fantascienza sociale bisogna saperla maneggiare).

4 commenti:

  1. Il film non è male, ma è il classico film che "prende spunto da", saltando tutto il dilemma sul desiderio e la volontà di attuarlo.
    Se visto per conto suo è un bel film di lesbiche obbligate a fare i conti con una comunità religiosa molto chiusa e ostile alla relazione, se paragonato al libro perde tutto.
    Infatti il finale è quasi incomprensibile, perché per due ore tutta la vicenda ruota attorno alla storia d'amore e alla possibilità di viverla di nuovo, diversamente, pienamente, ma alla fine c'è questo "nulla di fatto" che non ci si spiega.

    (The Power lo sto leggendo in questi giorni, no spoiler please ;P)

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    1. Nel libro il nulla di fatto ha un senso, anche oerper Ronit non è più innamorata da abni, è Esti che è rimasta ferma alle superiori

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    2. *perché *anni (stupido cellulare)

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  2. Il film con tutto questo non c'entra una beneamata mazza, tanto che mi sono chiesta cosa volesse indagare esattamente: le comunità ebraiche? Il rapporto con la religione? Il lesbismo? Il lesbismo nella comunità ebraica? C'era una sorta di non detto che rendeva il finale un cliché che non c'entrava niente con il resto.
    Al che mi chiedo: perché girare un film tratto da un libro senza poi nemmeno giungere a una conclusione? Non deve essere necessariamente la stessa, ma arrivare a un cacchio di punto.
    E ninte, grazie per aver chiarito diversi dubbi.

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